Le imprese che operano in un’economia di mercato si battono per aver successo. Per nostra fortuna, la strada più sicura per raggiungere il successo consiste nello sviluppare i prodotti desiderati dai consumatori.

In nessun altro campo le gratificazioni per consumatori e aziende derivanti dall’innovazione sono alte ricche quanto nell’alta tecnologia. Oggi un qualsiasi oggettino che ci sta nel palmo di una mano è enormemente più potente dei primi computer, grandi come una stanza. Internet e le imprese che hanno sviluppato la sua infrastruttura e i mezzi per usarla offrono prodotti e servizi all’avanguardia, che hanno cambiato in modo fondamentale la nostra vita.

Oggigiorno, su entrambe le sponde dell’Atlantico, i dirigenti delle autorità le autorità della concorrenza sembrano nuovamente interessati a fare le pulci agli innovatori. Idealmente, queste autorità dovrebbero favorire i consumatori, garantendo mercati aperti e concorrenziali e astenendosi da azioni che possano ostacolare l’innovazione e la concorrenza. Tuttavia il ritmo crescente dell’innovazione tecnologica rende più arduo il loro compito. I colossi tecnologici del mondo d’oggi rischiano di diventare i dinosauri del futuro, mentre talvolta i loro concorrenti si appellano all’intervento dei poteri pubblici al fine di avere quello che non riescono a ottenere sul mercato. Avvalendomi della mia esperienza di ex-capo di una di queste autorità, vorrei esporre cinque principi in grado di orientare la politica della concorrenza a favore degli innovatori di successo.

In primo luogo, diffidate dei reclami dei concorrenti. Quando un’impresa dice ad un ente pubblico che un suo rivale agisce in modo scorretto, l’accusa dovrebbe essere ricevuta con grande scetticismo. Sono stati i reclami dei concorrenti a provocare le inchieste dell’UE a carico di imprese quali Qualcomm, Google, Oracle e IBM. I concorrenti possono offrire preziose informazioni in merito alle realtà del mercato, ma hanno il forte incentivo ad approfittarsi delle autorità al fine di ottenere un vantaggio che altrimenti non sarebbe alla loro portata.

Secondo, rammentate che non ci sono scorciatoie. Dopo aver esortato le imprese ad avere successo, non possiamo prendere questo stesso successo come indizio di presunte violazioni della legislazione in tema di della concorrenza o per obbligare un’impresa a giustificare le proprie azioni. Come ha affermato Ronald Coase, Premio Nobel per l’economia nel 1991, quando un economista scopre una pratica commerciale che non capisce, pensa subito ad un monopolio. L'ultimo Premio Nobel per l’economia, Oliver E. Williamson, si è spinto anche oltre, asserendo che: «i funzionari incaricati dell’applicazione delle leggi antitrust sono più propensi pronti che mai a trovare fini monopolistici in ogni pratica aziendale non convenzionale o inusitata». Così, venendo alle prese con pratiche commerciali complesse che non hanno una motivazione o delle ripercussioni evidenti, le autorità garanti della concorrenza dovrebbero mostrare una particolare prudenza, in modo da non limitare o prevenire l’innovazione e da non avviare inchieste lunghe e costose semplicemente sulla base di un reclamo di un’impresa concorrente.

Terzo, non definire i mercati in modo troppo ristretto. Quando qualcosa è davvero innovativo, spesso diviene inevitabilmente un leader del mercato o crea addirittura una categoria di prodotti interamente nuova, almeno finché qualcun altro non fa un ulteriore progresso. Particolarmente nei mercati tecnologici, i concorrenti scontenti si concentrano sovente sulle applicazioni più ristrette di un’innovazione. Vi è persino la tendenza a proclamare l’esistenza di un “mercato” per ciascuna innovazione o per le sue applicazioni. Sarebbe un po’ come affermare che esiste un mercato comprendente esclusivamente automobili della BMW perché alcuni consumatori non guidano macchine di altre marche.

Queste affermazioni ignorano la questione fondamentale che definisce un mercato e la possibilità di ledere la concorrenza: quali vincoli deve affrontare la presunta impresa dominante? Per quanto riguarda le automobili, vi sono numerosi produttori che vincolano la BMW, che pertanto non può vantare un potere di mercato. Nella tecnologia, la concorrenza pertinente proviene in molti casi da altri sistemi. La Motorola e la Nokia, seguite dal Blackberry di Research in Motion, dall’Phone della Apple e da Android di Google hanno trasformato il mercato degli smartphone, ma nessuna di queste aziende domina un mercato globale incredibilmente concorrenziale e in continua trasformazione. Viceversa, assistiamo ad una vivace concorrenza tra piattaforme diverse. E gli stessi smartphone devono affrontare la crescente concorrenza dei netbook, delle console portatili per videogame e di altri dispositivi multifunzionali.

Quarto, non creare disincentivi per l’innovazione. Spesso i concorrenti che presentano reclami vogliono che l’innovatore sia obbligato a condividere con essi loro la fonte del suo successo, ignorando bellamente i diritti di proprietà intellettuale. Niente avrebbe effetti altrettanto deleteri sugli incentivi futuri all’innovazione quanto una regola che impedisca agli innovatori di godere appieno dei frutti del loro lavoro. Come ha unamimemente affermato la Corte Suprema degli Stati Uniti nella sentenza del 2004 nel caso Verizon v. Trinko, «un’impresa può acquistare un potere di monopolio creando un’infrastruttura che la rende particolarmente idonea a soddisfare le esigenze dei propri clienti».

La Corte ha stabilito che obbligare gli innovatori a condividere con i propri concorrenti la fonte del loro vantaggio contrasta con lo scopo stesso della legislazione antitrust e riduce gli incentivi di un’innovazione economicamente benefica. L’inchiesta dell’Unione Europea recentemente annunciata a carico di IBM rischia di creare esattamente questo disincentivo. I concorrenti vogliono obbligare IBM a concedere loro la licenza d’uso di parti della sua proprietà intellettuale al fine di offrire sistemi di emulazione in grado di riprodurre le prestazioni dei server mainframe della IBM stessa. Tuttavia la IBM ha investito più di 7 miliardi di dollari per sviluppare server mainframe in concorrenza con i server distribuiti: obbligare questa o qualsiasi altra società a cedere ai concorrenti il frutto dei propri investimenti scoraggerebbe l’innovazione.

Quinto, esaminate spesso e al più presto i rimedi proposti. Anche casi importanti come l’azione delle autorità americane contro Microsoft possono finire nei pasticci al momento di trovare una soluzione. Per quanto la Corte d’Appello del Circuito di Washington DC abbia confermato all’unanimità l’accusa delle autorità federali secondo la quale Microsoft aveva violato la legislazione antitrust americana, con altrettanta unanimità il tribunale ha cassato la richiesta delle autorità di smembrare Microsoft. Con buone ragioni, oggi le autorità antitrust riconoscono i problemi inerenti nel tentativo di trasformarsi in super-regolatori di interi comparti industriali. Stabilendo regole generali di condotta, piuttosto che promulgare liste particolareggiate di attività permesse e vietate, la politica della concorrenza può spingere le imprese a cercare di ottenere l’agognato successo. Quando una pratica commerciale causa dimostrabilmente un danno ai consumatori, può essere proibita, ma la condivisione coatta della proprietà intellettuale o lo smembramento di un innovatore di punta non sono passi che i poteri pubblici dovrebbero intraprendere.

Applicata prudentemente, la politica antitrust offre importanti regole ad un’economia di mercato. Ma le autorità garanti della concorrenza sono gli arbitri della partita che si gioca nel mercato: il loro compito è quello di garantire che i giocatori vengano penalizzati solo quando violano le regole, e non quando vincono.

Timothy Muris è un ex-presidente della Federal Trade Commission degli Stati Uniti. Ha prestato consulenze in materia di concorrenza a IBM e ad altre imprese.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Wall Street Journal dell’11 agosto 2010. Ringraziamo MF/Milano Finanza per la gentile concessione alla traduzione e pubblicazione.


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