DEMOLIZIONE CONTROLLATA - considerazioni sulla manifestazione di solidarietà con lo stato Siriano
In Nord Africa e Medio Oriente il "normale" conflitto politico e, perché no, la lotta di classe, sono fatalmente sovradeterminati dalle immense ricchezze energetiche e relativa importanza geopolitica. Una ricchezza che si rovescia in una maledizione. A tal punto che è davvero difficile capire dove finisca l'autenticità delle sollevazioni popolari e cominci l'azione destabilizzante degli Usa, in primo luogo, della Nato e degli occidentali, in genere. Con una meticolosa divisione del lavoro: le forze speciali francesi e britanniche assistono i ribelli siriani, mentre la CIA e forze speciali statunitensi forniscono loro dispositivi di comunicazione e spionaggio. Da molto tempo sono iniziati il finanziamento, l'addestramento e la fornitura di armi da guerra per le molte (sarebbe noioso elencarle qui) fazioni settarie presenti in Siria e nei paesi confinanti, che hanno trovato nuova vita nello scatenare il terrorismo di questi mesi, continuamente supportati da consiglieri militari e squadre di corpi speciali. Il caso libico insegna!
Quando la compagna e amica carissima Valeria scrive «comunisti e anarchici che si schierano contro un popolo insorto (per contradditorio che sia al suo interno) e applaudono al massacro, alla tortura, alle sevizie sui bambini», non so da dove tragga la sicurezza per attribuirli al regime, che certo non è morbido (già nel 1982, l’esercito di Hafiz al-Assad aveva martellato interi quartieri della città di Hama per superare la resistenza jihadista, massacrando senza distinzione militanti e civili innocenti), ma non meno dei paesi vicini schierati con l'occidente. Io credo - e ci sono autorevoli fonti e conferme in tal senso - che invece siano opera di queste milizie prezzolate e spesso composte da fanatici, che addirittura si vantano delle loro nefandezze.
Qui si aprirebbe una polemica infinita sulle fonti: ogni punto di vista può rivendicare testimonianze, documenti, e così via. Però sento un istintivo rifiuto per un discorso e una versione dei (mis)fatti pericolosamente allineati alla campagna mediatica mainstream, anch'essa super finanziata.
D'altra parte mi suscita perplessità il manifesto allegato, con tutte quelle maiuscole, riferimenti alla "Patria", e persino il motto “dio, Siria, Bashar e basta”.
Altre volte abbiamo discusso sui rosso-bruni: a mio avviso non sono un pericolo sul campo, dato che hanno ben poche capacità organizzative e risorse - e del resto viviamo già in regime di dittatura, per cui dare del fascista a qualcuno non ha alcuna rilevanza. Lo sono, di contro, sul terreno dell'elaborazione critica, in quanto inquinano sottilmente la capacità di pensare dei movimenti.
Sulla manifestazione sdrammatizzerei, poiché le sfilate servono quasi a nulla.
Sotto il profilo della battaglia culturale, di medio periodo, sicuramente non vana o sovrastrutturale, ritengo molto stimolante la nota "DEMOLIZIONE CONTROLLATA". Non la sottoscrivo in toto, ma ha il merito di mettere coraggiosamente i piedi nel piatto, su questioni cruciali che però si trattano in genere andando a tastoni.
Ho copiato la nota per rendere meno pesante il messaggio
e
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From: valeria
Non è ancora storia, ma è già surrealtà. La manifestazione indetta a Roma per il 16 giugno da un cartello di firme di sinistra-destra ufficialmente unite dallo slogan “dio, Siria, Bashar e basta” – lo slogan degli Shabiha, gli squadroni della morte di cui si serve il regime genocida siriano – è l’ultimo atto della indecente commedia inscenata da molta parte delle organizzazioni di comunisti e anarchici che hanno perso non soltanto la bussola della critica e della ragione, ma anche quella del comune senso dell’umanità.
Nessuna reale minaccia di intervento armato grava sulla Siria di Bashar, cui, anzi, non casualmente viene “concessa” mano libera da più di un anno. E la irrinunciabile assoluta opposizione ad ogni possibile aggressione internazionale non implica che si debba sostenere una dittatura approdata al crimine estremo e diffamare un popolo protagonista di una sollevazione che, nata nelle strade e non sui social-network, ha preso avvio con istanze autenticamente rivoluzionarie nel contesto mediorientale. Se i tentativi, questi sì di matrice imperialista, di snaturarla e condurla eventualmente ad esiti compatibili con quelli delle potenze occidentali – da sempre favorevoli alle fazioni settarie – avranno successo, anche grazie alla campagna perversa dei sinistri rosso-bruni, sarà troppo tardi per rendere giustizia e affiancarsi alla popolazione siriana.
Comunisti e anarchici che si schierano contro un popolo insorto (per contradditorio che sia al suo interno) e applaudono al massacro, alla tortura, alle sevizie sui bambini non possono ovviamente avere vergogna di mischiarsi con la destra estrema in un processo di osmosi che ha i tratti macabri del ritorno alla barbarie dalla quale l’eroismo di tanti compagni ci aveva liberati. Una prospettiva non irrealistica dal momento che solamente qualche voce isolata nell’arcipelago della sinistra si è espressa per sconfessare questa tragica farsa che, non importa da quanti sarà partecipata, segna il confine della pattumiera della storia.
In allegato una nota correlata.
DEMOLIZIONE CONTROLLATA
Se la “sinistra” in Europa è paralizzata, quella antagonista pare essere stata rasa al suolo. Possiamo dire che non ha retto al collasso della democrazia?
La crisi capitalistica si presenta tanto nella forma “classica” di crisi ciclica dell’economia – con conseguente supersfruttamento del lavoro e intensificazione delle avventure imperialistiche – che in quella, più “all’avanguardia”, di crisi del sistema di controllo dei processi della finanza mondiale, di depredazione e distruzione delle risorse e dell’ambiente, e di gestione isterica degli apparati di controllo sociale. E così la maschera socialdemocratica degli Stati europei è caduta e, insieme all’annullamento dei diritti acquisiti, si stanno progressivamente riducendo le garanzie sociali ed eliminando gli spazi di agibilità politica.
Possiamo anche dire che i partiti “comunisti” istituzionali hanno provveduto ad autoeliminarsi come rappresentanze nei luoghi di lavoro e nella società, ad autoghettizzarsi nei circoli di elites culturali del tutto autoreferenziali e scollegate dalla realtà, privando la base tanto di punti di riferimento logistici quanto di strumenti di organizzazione e difesa. Il labirinto di siti disinistra offre un’ampia gamma di analisi in questo senso, e non c’è motivo di non ritenerle generalmente corrette.
Sembra, invece, che nessuno, nella cosiddetta sinistra radicale (anticapitalista, antimperialista e via definendo) si domandi dove abbiamo sbagliato, che diavolo di ruolo abbiamo giocato all’interno di questa discesa verso il fondo. Ne consegue che nessuno si chiede dove stiamo andando.
Caso mai ci si domanda con chi andiamo. Tutto sta ad identificare un’icona-guida che grossomodo rappresenti nell’immediato un’alternativa al grande nemico americano e si autoproclami difensore delle cause storiche dei popoli oppressi e il gioco è fatto. Che poi questa icona sia incarnata da dittature teocratiche, da autocrati che “difendono” le proprie popolazioni dall’imperialismo usando contro di esse i plotoni di esecuzione, da dinastie repubblicane che bombardano la proprie città per difenderle dai manifestanti… pazienza, contraddizione secondaria! Tutti nostri alleati. Insieme agli “ex”-fascisti ora tanto inclini a superare la dicotomia destra-sinistra per combattere il nemico comune. Non il capitalismo, certo, ma il sionismo: mica saremo così sprovveduti da non vedere che è quello che domina le sorti del mondo!
Anche se non tutte le (piccolissime) organizzazioni della sinistra condividono proprio tutti questi stati allucinatori, non sembra esserci un gran dibattito riguardo alle differenti posizioni. Al di là del settarismo congenito, una volta eliminato Berlusconi che univa tutti i “contro” ora c’è Occupy che annulla ogni differenza annegandola nella “protesta” (visto che l’antagonismo sociale in Italia non glie la fa a produrre altro che lotte parziali e di breve durata) e ci sono da raccogliere i fiori delle Primavere arabe ormai congelati dall’inverno islamista (che tanto il movimento contro la guerra al momento è rimasto senza guerre, anche perché la resistenza afghana non è poi così popolare qui a “sinistra”). I no-global una scusa ce l’anno: le moltitudini mica si esprimono con la lotta di classe e nemmeno stanno lì a contrastare passo a passo l’allargamento di ciascuna base militare USA-NATO sul nostro territorio; una “moltitudine di singolarità” si occupa piuttosto di “costruire in maniera cooperativa forme e strumenti di comunanza” [1]. La frammentazione pirotecnica dei movimenti comunisti e anarchici impedisce – almeno a me che non sono in grado di sviluppare un’analisi nel dettaglio – di captare una linea di tendenza non “immediatista” (nel senso che la parola suggerisce intuitivamente, non nel senso dato al termine dai Situazionisti!).
Ma gli antimperialisti? Quelli per i quali l’imperialismo è la fase suprema (almeno si spera!) del capitalismo e l’antimperialismo uno dei fronti avanzati dell’anticapitalismo? Sembra che più di tutti soffrano della sindrome autodistruttiva della negazione di sé come soggetto e della glorificazione dell’Islam militante come termine positivo della contraddizione popoli oppressi-Occidente oppressore.
A prima vista le molecole del movimento – per lo più vaporizzate in polemiche infinite riguardo alla politica sul terreno nazionale – tendono a ricomporsi in un liquido denso quando si tratta di dare credito a organizzazioni e figure che si coprono il petto di medaglie al valore antiamericano, sembrano agglomerarsi attratte da uno stesso campo magnetico onnivoro piuttosto che secondo logiche strategiche. Nonostante, dunque, la pericolosa somiglianza di alcune posizioni con quelle della destra estrema. Ma, se allarghiamo il campo di osservazione e, appunto, includiamo l’analisi dei movimenti della destra, troviamo, più che una contingente convergenza tattica, una consistente commistione di contenuti. Se poi rileggiamo senza benevoli preconcetti le teorie espresse negli ultimi anni dalle più accreditate fonti del movimento contro la guerra, si fa strada il dubbio che una sistematica operazione di condizionamento del pensiero critico abbia sostituito la critica del condizionamento ideologico operato dai media.
Che la crisi della sinistra antagonista abbia sì origine dall’evoluzione in senso autoritario della democrazia occidentale, dalle sconfitte del campo comunista e dall’arretramento delle sue rappresentanze storiche, ma anche da un progetto, più o meno strutturato ed etero-diretto, di demolizione controllata?
Non è la prima volta che mi trovo ad avere punti di vista anche molto distanti da quelli generalmente assunti dalle organizzazioni della sinistra antimperialista, e non è la prima volta che esprimo apertamente il mio dissenso, sempre rimanendo al mio posto di militante di base dentro il movimento. Penso che nessuno, quando esprime una posizione critica su questioni di grande rilevanza, sia scevro da presunzione, dunque non pretendo di esserlo nemmeno io, anche se il mio intendimento è semplicemente quello di mettere in comune considerazioni che sono difficili da digerire, e lo sono prima di tutto per me che ho condiviso tutta la vita con i compagni, nella ricerca di un orizzonte comune e nella quotidianità delle lotte.
TRASMUTAZIONI INQUIETANTI
I primi a pensare di far saltare il confine destra/sinistra sono stati, naturalmente, i fasci. Fascisti di sinistra? Sinistrizzati? Frange estreme che avevano perso i loro propri riferimenti ideologici? Filosofi partiti per la tangente? O forse minoranze che, dopo la sconfitta patita alla fine della guerra in Europa, si sono isolate dal blocco della destra tradizionale? Minoranze che hanno tentato una rinascita idealistico-revanscista sfruttando l’immaginario più superficiale della narrazione socialista e reimpastandolo con il loro connaturato nazionalismo che, date le circostanze, non poteva che esprimersi in odio antiamericano e mito delle nazioni oppresse? Più probabile.
Nell’Italia degli anni ‘50, del resto, lo stesso Giorgio Almirante, prima di accettare l’adesione all’Alleanza Atlantica in funzione anti-sovietica, parlava di “sinistra nazionale” [2]. Mentre è del giugno 1962 il manifesto di Jeune Europe che lanciava lo slogan “né Mosca né Washington” [3]: era appena nato il “comunitarismo”, creatura di due figure “dubbie” quali il belga Jean Thiriart [4] (ex-“comunista”, ex-nazionalbolscevico, volontario nelle SS) e Henri Moreau (“socialista” antisemita). Curiosamente Thiriart, all’epoca, riusciva a fornire sostegno militante all’OAS (Organisation de l'armée secrète, per mantenere l’Algeria sotto colonizzazione francese) mentre propagandava l’impegno a fianco dei movimenti nazional-rivoluzionari extraeuropei. Per i Comunitaristi il nemico principale dell’Europa erano gli Stati Uniti ed era dunque naturale un’alleanza del movimento (undici sezioni in Europa, compresa quella italiana) con gli indipendentisti e rivoluzionari del Terzo mondo, dall’America Latina al Vietnam e alla Palestina. Nella prospettiva di costruire il “socialismo nazionale europeo”, Thiriart intesseva relazioni con rappresentanti dei governi della Jugoslavia di Tito e della Cina di Mao. Una sorta di “antimperialismo” che non escludeva di esercitare una sua certa fascinazione su gruppi della sinistra estrema, anzi: vogliamo dimenticarli i nazi-maoisti?
Per personaggi provenienti più da una cultura eversiva che una ideologia politica strutturata, teorizzare il superamento del fascismo uscito dalla guerra, quello liberal-borghese per intenderci, e il ritorno dei camerati alle posizioni socialisteggianti del ’19, significava necessariamente intraprendere la via rivoluzionaria contro lo Stato governato dalla borghesia, appunto. Niente di più logico che ricercare una convergenza, o, meglio, l’infiltrazione in quelle marginali formazioni della sinistra radicale che, prive di una base di riferimento, intendevano la prospettiva rivoluzionaria semplicemente come pratica sovversiva. Così come la Cina maoista avrebbe potuto rappresentare un sostegno nella battaglia per l’”indipendenza europea”, i più sprovveduti gruppi della sinistra avrebbero potuto essere utile alleato contro il sistema e le sue istituzioni statali.
Per l’estrema destra, dunque, l’ibridazione con contenuti della sinistra è stata tanto una ambigua vocazione ideologica quanto una tattica studiata. Demenziale? Neanche tanto: anche se non c’era stato quello “sfondamento a sinistra” auspicato da Pino Rauti (che, nel 1956, fondava Ordine Nuovo, non a caso riprendendo il nome dato da Gramsci alla sua organizzazione), anche se il virus era stato isolato, ha pur sempre fornito la base sulla quale è stata costruita la strategia della tensione che ha contribuito non poco a depotenziare l’influenza della sinistra radicale sulla conduzione del conflitto sociale in Italia. E, mentre per le organizzazioni comuniste si avvicinava la crisi degli anni ’80, la Nuova destra europea elaborava quelle teorie “antimondialiste”, antiamericane (cioè antiegemoniche) e filo-islamiche la cui onda lunga sta contagiando la sinistra europea.
Agli inizi degli anni ’80 nasce Orion, la rivista oggi organo di propaganda di Sinergie Europee, cioè di una delle formazioni più emblematiche dell’area rosso-nera e tra i maggiori “simpatizzanti” della causa islamica. “Nel numero 10 (ottobre 1989), Orion ha pubblicato il Manifesto politico del Partigiano europeo, dove i ‘partigiani europei’, eredi della Giovane Europa di Jean Thiriart, si definiscono come ‘una fazione dell’estrema destra, che, passando attraverso il neofascismo, si è evoluta verso il nazionalismo rivoluzionario e l’”estrema sinistra anti-sionista, libertaria e non dogmatica’” [5].
Che diavolo sia questa “sinistra anti-sionista, libertaria e non dogmatica” è difficile capirlo, ma, evidentemente, il superamento della dicotomia destra-sinistra passa per il superamento della storia! “Il gruppo di Orion esprime una linea nazional-rivoluzionaria o, secondo loro, nazional-comunista, con forti richiami ai temi della nuova destra di Alain De Benoist [6]. Per quanto le sinfonie intellettualistiche dei nuovi destri-sinistri di Orion suonino accordi complessi e snobbino gli spartiti elementari della destra classica, la musica non cambia di molto: anti-mondialismo in difesa delle “identità” socio-culturali, comunitarismo, antiamericanismo ideologico, islamismo come rivendicazione identitaria, europeismo come valore culturale-“etico”. Qualcosa a che vedere con l’analisi critica della “globalizzazione” e con l’antimperialismo? Per “forze nazional-comuniste” non s’intendono quei movimenti nazionali che si battono per l’emancipazione dal sistema capitalista-imperialista in un’ottica internazionalista, ma il fronte rappresentato dai popoli “oppressi” privati delle loro specificità culturali (giusto la visione che ultimamente propone la “sinistra” estrema!).
L’ideologia dell’Islam politico, identitaria (e antisemita), antiegemonica (ciò che è molto diverso da antimperialista), è quanto di meglio il mercato offre sul piano delle alleanze funzionali ad un progetto di eversione in senso regressivo della democrazia borghese.
NOI REALIZZEREMO I VOSTRI SOGNI
2003, Coppa dei campioni, derby Milan-Inter, la curva milanista dispiega questo striscione: “noi realizziamo i vostri sogni”. Era l’esultante slogan di una squadra vincente, ma viene da pensare che anche la sinistra europea, che vincente non è, potrebbe cantare la stessa canzone a quella “nuova” destra che, complice l’abdicazione dell’arcipelago comunista, ottiene di espandere la propria egemonia culturale (quella che la sinistra ha perso) su una base sociale decapitata e disorientata.
Non stupisce, e non desta preoccupazione infatti, che tanto successo le prime teorie rosso-brune abbiano riscosso tra i gruppi della destra post-fascista, da Rosso è nero [7] a Terza Posizione [8]. Nemmeno può sorprendere che gli orfani di Thiriart, i Comunitaristi post 2000, abbiano lanciato sul
mercato delle ideologie ambiguamente rimaneggiate il “Comunismo nazionalitario” [9] pasticciando tra Etzioni e Marx, Marcos e Che Guevara.
Quello che è difficile comprendere è come la falange rosso-bruna sia arrivata a realizzare quello sfondamento a sinistra che a Pino Rauti non era riuscito una trentina di anni prima. Parrebbe ragionevole pensare che il contagio si fosse diffuso progressivamente alla base, tra militanti e gruppi della cosiddetta sinistra antagonista disorientati dall’assenza di una prospettiva politica credibile, dalla sconfitta del movimento contro la guerra, oltre che emotivamente coinvolta dalla retorica antiamericana diffusa a piene mani dalle fazioni islamiste nel mondo arabo. Ma nomi autorevoli della sinistra hanno avuto maggiori responsabilità nel contrabbandare la marmellata ideologica islamo-social-identitaria.
Costanzo Preve, ex ultra-sinistro ora teorico del superamento della dicotomia destra/sinistra e, dunque, naturale cobelligerante dei comunitaristi, è stato preceduto da altre firme accreditate. Già nell’aprile 2002, tra i relatori ad un convegno organizzato da Rinascita Nazionale (rivista legata al Fronte Nazionale di Adriano Tilgher) figuravano George Galloway (deputato ex-laburista tra i fondatori di Respect, organizzazione della sinistra radicale inglese, e animatore all’inizio del 2010 del convoglio Viva Palestina) e padre Benjamin (prete cattolico, ex funzionario ONU, apprezzato a sinistra perché attivo oppositore all’aggressione contro l’Iraq). Mentre Benjamin resta a brigare nelle ambasciate, Galloway, popolare tra gli “antimperialisti” destri e mancini (in Italia in particolare grazie al Campo Antimperialista e alla rivista Eurasia), si scaglia contro gli oppositori della teocrazia direttamente dai microfoni della iraniana Press Tv. L’ex parlamentare ha un suo seguito soprattutto tra gli immigrati arabo-islamici in Gran Bretagna ed è così diventato un uomo simbolo della sinistra filo-palestinese e delle frange destro-sinistre filo-islamiche. Il suo prestigio è cresciuto tra le corrispondenti correnti minoritarie in Italia per l’attivismo dimostrato nell’organizzare la spedizione della “Freedom flottiglia” diretta a Gaza: è per questo che nessuno gli ha chiesto conto delle sue convinzioni ideologiche e delle sue ambigue relazioni politiche? E nemmeno gli è stato chiesto conto dell’alleanza organica conclusa per le elezioni 2005 al parlamento britannico [10] con la Muslim Association of Britain (Mab), cioè con una formazione politica integralista (ramificazione britannica della Fratellanza Musulmana) che rappresenta interessi strategici propri e non quelli dei cittadini immigrati. A sedurre una sinistra inglese debilitata da anni di amare sconfitte non è certo stato l’impegno di Respect in battaglie politiche che coinvolgessero il proletariato nazionale, ma la propaganda in favore della resistenza palestinese, identificata tout court con il super-integralista Hamas, dalla cui diaspora attingeva i voti. Inevitabile corollario l’enfatica campagna propagandistica in favore della teocrazia iraniana e una certa condiscendenza verso i toni antisemiti di molti partecipanti e sostenitori della spedizione a Gaza. Sorprende la vasta risonanza che le sue gesta hanno ottenuto sui siti della destra (neo)nazista? Come Galloway, anche i nazi europei sono convinti che l’alleanza con i Musulmani sia non solo possibile, ma assolutamente necessaria perché “il movimento progressista nel mondo e i Musulmani hanno lo stesso nemico. I loro nemici sono l’occupazione sionista, l’occupazione americana, l’occupazione inglese dei Paesi poveri principalmente di quelli musulmani” [11]. Con buona pace degli anticapitalisti e antimperialisti che non hanno capito niente e continuano a prendersela con “l’imperialismo fase suprema del capitalismo” e pensano ancora che, ad essere gli stessi, siano gli interessi delle classi subalterne in tutto il mondo e quelli dei popoli oppressi.
Quello dei Paesi poveri è il mito emergente dentro una sinistra che ha perso la bussola del marxismo. Anche il Campo Antimperialista ai suoi primi vagiti, al convegno di Direzione 17 (Rimini 2001), annunciava che, per dare vita ad un movimento rivoluzionario, non si poteva più fare conto sul proletariato dei Paesi avanzati, un proletariato ormai assimilato dalle/alle borghesie nazionali, ma solo sull’insorgere di movimenti di massa nei Paesi “poveri”. Isolato dalla più parte dei gruppi organizzati del movimento contro la guerra per la sua apertura alle posizioni e alle formazioni comunitariste, il Campo sta oggi ottenendo una specie di “perdono giudiziale” (se non di riabilitazione) da parte di una sinistra debilitata dalle sconfitte e in cerca di una legittimazione data dai numeri, dalla pretesa di rappresentare “masse” diseredate, comunque orientate o strumentalizzate politicamente. Pazienza se alla prospettiva del superamento del capitalismo bisogna sostituire l’obiettivo di cancellare l’entità sionista, se a Marx bisogna sostituire bin Laden! Pazienza se, firmando con le destre nazi non una coalizione “tattica” per una battaglia comune (cosa che già darebbe i brividi), ma proprio un’alleanza strategica, bisogna ingoiare qualche rospo ideologico!
Non saranno certo gli islamisti ad acquisire contenuti “progressisti”, meno che mai comunisti, devoti come sono al dio “proprietà privata” che, insieme alla sharia, dovrà decidere le sorti delle masse arabe! No, sono i comunisti che assorbono la dottrina: l’Islam è una “religione di pace” anche se gli islamisti perseguitano e fanno strage di cristiani; la legge islamica va benissimo perché, anche se comporta l’impiccagione dei blasfemi e dei gay alla faccia dell’universalità dei diritti, è questione di “relativismo culturale”; la teocrazia incarna lo “Stato etico” e amen se manda sulla forca la lotta di classe insieme a chi la pratica. Una riedizione del terzomondismo che, prescindendo dalla visione storica dei movimenti della decolonizzazione, prescinde dal suo orientamento comunque socialmente progressista e cancella la sua valenza politica internazionalista, in altre parole contraria alla delega a rappresentanze nazionaliste tradizionaliste e identitarie.
È sposando la causa islamista che gli antimperialisti hanno trasformato la critica all’imperialismo (categoria legata all’evoluzione storica del capitalismo) in guerra santa all’”impero” americano? È così che la cultura occidentale – quella antifascista oltre a quella (così borghese!) dei diritti acquisiti in decenni di lotte proletarie e dell’emancipazione femminile conquistata a forza di battaglie contro la società maschilista – viene confusa con la democrazia mercantile e guerrafondaia e con le escort di Berlusconi? Magari il chador non sarà più bello del bikini, ma vuoi mettere come figura bene il “fronte etico” islamo-comunista contro l’Occidente corrotto rispetto alla lotta comune dei proletari occidentali e dei popoli oppressi per il riscatto dal dominio del lavoro morto su quello vivo, dall’imposizione planetaria del dominio di classe?
Perché, effettivamente, dentro un fronte “etico” ci sta di tutto, tutto meno che la teoria del socialismo scientifico. Ci sta la lotta al mondialismo (un’”alleanza tra consumismo e materialismo”, come lo definisce Marine le Pen citata dal convertito a suo estimatore Costanzo Preve [12]) e ci sta quella balorda equazione antisionismo=antimperialismo che ha fatto del suo promulgatore (Ahmadinejad) il leader acclamato di tutti i filo-palestinesi neri e (!) rossi. Che poi questa surreale marmellata ideologica sia stata aromatizzata con un pizzico di antisemitismo mistificato da “analisi” sulle fonti documentali dell’ebraismo antico (con contorno di citazioni false e tratte direttamente dalla propaganda nazista) è nell’ordine delle cose.
Non c’è che dire, è attraverso la super-sinistra che la super-destra impone la sua egemonia culturale.
ANTISEMITA SARA’ LEI
Ma all’antisemitismo l’estrema sinistra non c’era arrivata anche da sola? Le tesi negazioniste del pacifista francese Paul Rassinier (1950), così come quelle del bordighista (ma non sempre e non solo) Pierre Guillaume negli anni ’60 e del più politicamente ambiguo Robert Faurisson [13], oltre ad aver avuto un ascolto estremamente limitato, non erano state strumento di propaganda antisemita, almeno fino a quando, nel 2006, Faurisson non sarà ospite di Ahmadinejad al convegno di Teheran sull’Olocausto. Da quel momento la negazione dell’Olocausto diventa un’arma mediatica brandita in nome della lotta contro i sionisti in difesa dei palestinesi. Da quel momento commentatori di destra e di sinistra (i più solerti in Italia saranno Fulvio Grimaldi e Joe Fallisi da una parte, Andrea Carancini e Claudio Mutti dall’altra) cominciano a rovesciare nei siti internet fantasiose ricostruzioni storiche e bizzarre analisi sui testi sacri dell’ebraismo tese a dimostrare che il virus della malvagità origina proprio nella religione e nella tradizione ebraica. Grimaldi, di fronte a puntuale contestazione, non smentisce di essersi avvalso di citazioni false nei suoi articoli [14]. Fallisi arriva a pubblicare in internet un elenco di cognomi di circa 10.000 famiglie ebree in Italia “come misura minima di conoscenza e autodifesa”! [15]
Ecco fatto: sionismo ed ebraismo diventano sinonimi. Dunque, da parte di qualche sempliciotto come me, si potrebbe far notare che, nella loro ottica, anche antisionismo e antisemitismo sono sovrapponibili, o no!?! Proprio come succede nella destra estrema. Solamente che, in quel caso, oltre al mito della malvagità intrinseca nella religione, è la teoria del “complotto giudaico” a motivare il pregiudizio ideologico razzista. Il famoso complotto, quello dei falsi Protocolli dei savi di Sion [16]? Anche, ma soprattutto quello attualizzato, secondo il quale non solo le elites finanziarie ebree – altrimenti dette “finanza ebraica”, palese stupidaggine visto che le banche proprietà di ebrei operano quali entità singole nel circuito comune a tutta la finanza mondiale – terrebbero le redini di tutto il sistema, ma, attraverso un lavoro di lobbies e di penetrazione nell’Amministrazione, controllerebbero niente meno che il governo (qualunque governo!) degli Stati Uniti. Alfiere principale in Europa della teoria del “complotto “giudaico-massonico” per dominare il mondo è stato Maurizio Blondet, l’ultrapubblicato (Orion, Eurasia, Comedonchisciotte…) direttore della casa editrice di estrema destra Erredieffe.
La febbre antisemita (che non è la scelta di campo antisionista) ha aggredito una parte consistente del movimento no war nel suo complesso. Pagine e pagine internet dedicate a trattazioni su presunte o anche false fonti dottrinarie ebraiche, trattazioni che vogliono dimostrare come gli ebrei (in quanto popolo ebreo dal momento che alla storia e alla cultura degli ebrei ci si riferisce, e non alla politica attuata dai governi dello Stato sionista e nemmeno alle basi ideologiche e alla teoria coloniale del sionismo) siano portatori di un’intenzione di dominio planetario e di una perfidia intrinseca che li porta ad esercitare una violenta tirannia sulle popolazioni di Gaza (ma si è mai vista una forma di colonizzazione amministrata a forza di fiori e caramelle? E poi, non si parla più di Territori occupati?).
Siti normalmente visitati dalla sinistra antagonista come Disinformazione, Comedonchisciotte, InfoPal, TerraSantaLibera, ma anche Indymedia (che non seleziona gli interventi), Peacelink e Action for Peace pubblicano testi negazionisti, tesi cospirazioniste fantasiose, ricostruzioni del tutto astoriche di una cultura ebraica seppellita da secoli di cultura moderna, falsificazioni naziste di presunti testi ebraici. Da Gilad Atzmon (secondo il quale la Torah permette, se proprio non incoraggia, l’uccisione dei non-ebrei, bambini compresi) [17] a Joe Fallisi (l’”eroe italiano di Gaza”, come titola Huey Freeman su Metablog.it, che ci segnala pregevoli interventi di Claudio Mutti oltre all’illuminante libro di Mattogno “L’imperialismo ebraico”); da Mark Weber (che non-documenta le malefatte della famigerata lobby ebraica sulla base di altrettanti commenti non documentati) a Fulvio Grimaldi (magniloquente commentatore di versetti del Talmud come tradotti dagli storici hitleriani e propugnatore della teoria dell’esumazione dei cadaveri praticata dagli israeliani [18] per espiantare gli organi). Cliccare per credere.
COSPIROPOLI
Blondet, altro propugnatore, da destra, del superamento della dicotomia destra-sinistra, cattolicissimo esponente di una destra che più destra non si può, non si autodefinisce: si limita a divulgare le più tradizionali leggende nere, incentrate soprattutto sulla “potente e pericolosa cultura ebraica” e sulla revisionata storia degli ebrei, ma anche sul signoraggio e lo strapotere delle banche. Tempestivo divulgatore della tesi dell’auto-attentato americano dell’11 settembre, ha sommerso i siti internet di “analisi” che dimostrerebbero come i lubavitcher (ebrei aderenti al giudaismo chassidico) siano la vera mente ispiratrice del governo Bush: il suo libro Chi comanda in America è del dicembre 2002. Le prove? Il fatto che nell’apparato di governo e nel parlamento degli Stati Uniti si contino un certo numero di ebrei, perfino di ebrei praticanti. E che parte di questi ebrei abbiano loro proprie associazioni di riferimento (non solo le cosiddette lobbies) tramite le quali portano avanti programmi e progetti politici operando in favore di Israele. Se ne deduce immediatamente che le politiche, e non solo quelle filo-israeliane, degli USA siano non tanto conseguenza della presenza attiva di queste personalità, quanto proprio che siano dettate dagli esponenti delle rispettive associazioni e lobbies il cui obiettivo è niente di meno che la conquista del dominio del mondo attraverso un complotto di proporzioni inimmaginabili. Che nella stessa Amministrazione e negli organismi di gestione del potere ci siano cristiani, indiani, polacchi, e soprattutto americani, lobbies del comparto industriale-militare e petrolifero non interessa l’analisi, mica staremo lì a contarli tutti!
Fatto il lavoro sporco, intervengono le grandi firme accreditate tra i no-global e la cosiddetta estrema sinistra. Nell’ottobre 2007 James Petras, nel suo USA: padroni o servi del sionismo?, disegna la “configurazione del potere sionista” (Zionist Power Configuration la chiama, e la indica con tanto di sigla ZPC) come una sorta di Stato nello Stato direttamente e sistematicamente subordinato allo Stato di Israele, e sostiene che “col tempo, lo stesso schema di potere sionista si è duplicato anche all’interno delle agenzie governative statunitensi”. Un governo nel governo, insomma, in grado di determinare la politica estera (l’agenda bellica) degli Stati Uniti volgendola a favore di Israele e penalizzando gli interessi politici americani. Le prove? Le stesse che porta Blondet. I sionisti, altro che il capitalismo, ecco il problema dell’umanità! Il “complotto” non l’imperialismo! Eppure James Petras aveva idee diverse negli anni in cui scriveva La globalizzazione smascherata (2002) e Clash! Scontro tra potenze (2003).
Anche Michel Collon, fino ai primi anni 2000, aveva chiaro che gli Stati Uniti perseguivano un loro progetto imperialista finalizzato a mantenere la posizione di egemonia nel quadro del processo della “mondializzazione” capitalista: un suo scritto del 2002, La guerra globale è cominciata, riassume molto bene la sua analisi di allora. Si converte al complottismo dopo il 2006. Negli ultimi tre anni sul suo sito internet (www. michelcollon.info) non si contano gli articoli che “dimostrano” la nefasta influenza delle lobbies ebraiche sui governi statunitensi e britannici. Se è del tutto normale indagare le ragioni delle politiche adottate dai governi, in primis quelle adottate dai governi di Stati imperialisti, non pare altrettanto normale passare da analisi complesse e articolate alla semplice enunciazione di teorie che vedono in Israele l’artefice praticamente di quasi tutte le relazioni internazionali del mondo.
(continua)
DEMOLIZIONE CONTROLLATA - considerazioni sulla manifestazione di solid




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problemi loro comunque).
