Corrado Passera è tornato su un tema di permanente attualità: le quote rose, stavolta nei Cda delle imprese quotate. In Italia sono il 6%. Poche, sono convinto che sarebbe opportuno fossero di più. All'economista Arnold Kling, è stato chiesto cosa avrebbe cambiato, se fosse tomato indietro a due anni prima della crisi. Risposta: gli amministratori delle grandi banche, con altri di sesso diverso. Era un modo per sottolineare come vi fosse eccessiva omogeneità d'opinioni, nei santuari della finanza. Il mercato ha bisogno della libertà d'opinione, del pluralismo, non come orpello: ma perché senza divergenza di idee non può avere luogo quel processo di discussione e apprendimento che è consustanziale all'innovazione imprenditoriale. Ma la diversità non si può imporre per legge. I cda delle imprese quotate in Italia, come ha ricordato più volte l'Antitrust, sono un grande salotto buono. I protagonisti sono sempre gli stessi. È possibile ipotizzare che questa sostanziale omogeneità non solo dia luogo a conflitti d'interesse, ma faccia mancare alle nostre aziende e banche importanti opportunità imprenditoriali. Servirebbero più donne, ma magari anche più giovani e più filosofi e più scienziati politici e più letterati nei cda, perché da un dialogo più intenso sul mondo che ci circonda possano nascere idee profittevoli. Ma può essere il Parlamento, o la Consob, a costringere le imprese a essere più innovative? Il pluralismo non si impone per legge. Il sistema farebbe bene a cooptare gli outsider, di sesso femminile e no. Se non lo fa, pagherà un prezzo. Se ci pensa una legge, rischiamo di metterci su un piano inclinato. Diversi gruppi sociali, a vario titolo, potrebbero volere la propria "quota": il 30% donne, il 5 di immigrati... Magari un cda così composto farebbe benissimo. Ma non lo si può imporre agli azionisti che con i loro amministratori debbono avere un legame fondato sulla fiducia. Non sulla costrizione.

Da Il Riformista, 24 agosto 2010

IBL - Quote rosa nei Cda? Non per legge