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    Predefinito Ricordo di Giuseppe Galasso



    Giuseppe Galasso (Napoli, 1929 - Pozzuoli, 2018)



    di Guido Pescosolido – In “Nuova Antologia”, a. CLIII, fasc. 2286, aprile-giugno 2018, Firenze, Polistampa, pp. 308-316.


    Giuseppe Galasso, deceduto lo scorso 12 febbraio a Pozzuoli, è stato l’ultimo esemplare di una “specie” ormai del tutto scomparsa dal panorama della storiografia e della vita politica e civile italiana contemporanea: quella dei grandi storici che partecipano in posizioni di primo piano alla vita politica del proprio tempo, fino ad assumere anche cariche e responsabilità parlamentari e di governo. Una specie alquanto diffusa e influente in Europa negli ultimi due-tre secoli e che visse il suo apogeo nell’Ottocento. Ad essa, per fare qualche nome, appartennero in Francia François Guizot e Adolphe Thiers, in Italia Cesare Balbo, Vincezo Gioberti, o anche Luigi Carlo Farini, per volare un po’ più basso, o, in tempi più recenti, Gaetano Salvemini, Giovanni Spadolini, Rosario Romeo, Rosario Villari, Gabriele De Rosa. Personalità in cui la vocazione storiografica occupò un posto prioritario, o quanto meno paritario, rispetto all’impegno nella vita civile e politica. Non furono cioè politici che ebbero cultura storica o che, magari al termine della loro carriera, scrissero le loro memorie o libri di storia anche molto importanti (Churchill, come esempio eccellente), ma storici di professione che si impegnarono attivamente in politica e nei quali le due dimensioni restarono sempre strettamente intrecciate, al punto che in essi il politico sarebbe incomprensibile se separato dallo storico e viceversa. Una specie che ha rappresentato anche in Italia l’espressione più elevata di quella supremazia della cultura storica nell’ambito della cultura generale della classe politica europea soprattutto del XIX, ma anche del XX secolo. Una supremazia che però già a metà del secolo XX andava verticalmente declinando di fronte all’avanzata o di altre branche della stessa cultura umanistica, o delle scienze sociali o tecnico-scientifiche, o, peggio, di fronte all’avanzata dell’incultura generale pura e semplice delle classi politiche e dirigenti e della società in generale.
    Poco meno di un anno prima della sua morte improvvisa, lo stesso Galasso aveva chiuso con queste significative parole un’intervista rilasciata ad Antonio Gnoli: “Lei si figura – chiedeva lui all’intervistatore – un comunista, un liberale, un cattolico che non avessero un’idea della storia d’Italia? Proprio questo è venuto meno. La storia sta oggi in un angolo e altri sono i protagonisti. Non dico che sia un male, dico che siamo solo dei sopravvissuti”. In realtà non dire che fosse un male era solo un modo dignitosamente retorico di affermare che invece lo era, e un male neppure dappoco, se, in apertura dell’intervista, aveva esordito chiedendosi in forma altrettanto retorica: “C’è una consapevolezza della società civile di cosa sia il nostro passato? O forse, per dirla in modo più radicale: c’è ancora una società civile?... Non mi ritengo un professionista della crisi, o del disagio esistenziale. Noto soltanto che la storiografia… è come un corpo separato dalla società che oggi non trova più un baricentro su cui esprimersi”. E alla domanda se, in definitiva, quella fosse una delle ultime e più inquietanti manifestazione dell’ormai classica crisi della coscienza o delle scienze europee o del tramonto dell’Occidente di hazardiana, husserliana, spengleriana memoria, aveva risposto che era evidente che “forze sempre meno razionali minacciano il fondamento storico e logico di una Europa come l’abbiamo conosciuta”[1].
    Si può, d’altro canto, comprendere facilmente perché Galasso si sentisse, e realmente fosse, purtroppo, nella parte finale sella sua vita un sopravvissuto. Lo era perché continuava a credere nella forza della ragione, della laicità, della insopprimibile storicità della condizione umana, del perdurante valore della democrazia e della libertà, in un tempo in cui questi valori, pur da tutti di continuo verbalmente sbandierati, in realtà contavano, e contano, sempre meno nella vita civile del paese. Lo era perché si sentiva ed effettivamente era l’ultimo superstite di quello straordinario manipolo di intellettuali liberaldemocratici e meridionalisti (Compagna, Romeo, De Caprariis, Giordano, Ajello) i quali, all’ombra di Benedetto Croce, Mario Pannunzio, Gaetano Salvemini, Ugo La Malfa, agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso collaborarono al “Mondo” e a “Nord e Sud”, militarono all’interno di forze ideali, politiche e partitiche minoritarie, furono gli ultimi esponenti di quel meridionalismo che era nato negli anni Settanta dell’Ottocento dalle pagine di Pasquale Villari, Sidney Sonnino, Leopoldo Franchetti e scrissero pagine tra le più luminose e importanti della storia civile e culturale italiana del secondo dopoguerra. Era un sopravvissuto, infine, perché incarnava un tipo di storico che in Italia non esisteva più da tempo: uno storico capace di trattare da svariate angolature prospettiche problemi ed eventi dislocati lungo un arco cronologico esteso dall’antichità all’età contemporanea, a fronte della iper-specializzazione tematica e iper-segmentazione temporale imperanti nella storiografia contemporanea, alla quale non per caso egli dedicò i suoi ultimi libri e, in tutta la sua vita, una serie di lavori che ne fanno anche il maggiore storico della storiografia italiana contemporanea della seconda metà del XX e dei primi del XXI secolo[2]. E la cosa più triste per lui non era il fatto in sé di sentirsi un sopravvissuto, ma quello di esserlo in un’Italia in declino da tutti i punti di vista rispetto a quella che egli aveva cercato di costruire sul piano culturale, civile e politico, e per qualche decennio in parte anche riuscendovi.
    Come è stato ampiamente ricordato all’indomani della sua scomparsa in tutti i giornali, Giuseppe Galasso nella vita politica e civile si collocò sin da giovanissimo nell’area del meridionalismo liberal-democratico, attivamente partecipe del vivace e fecondo dibattito che si era riaperto nel 1944 sulla questione del Mezzogiorno e sulle strategie politiche più idonee ad affrontarla[3], dibattito che sfociò nel 1954 nella fondazione della rivista “Nord e Sud” da parte di Francesco Compagna, Vittorio De Caprariis, Renato Giordano, Rosario Romeo, contrapposta a “Cronache Meridionali”, di area comunista e alle correnti monarchico-laurine di destra[4].
    La storia del Mezzogiorno, la questione meridionale e il meridionalismo restarono sempre il centro gravitazionale della sua vita intellettuale e politica, l’osservatorio da cui via via allargò il suo sguardo indagatore sulla storia d’Italia e d’Europa, il campo di battaglia nel quale impegnò le sue energie migliori nella consapevolezza che il progresso economico e civile del Mezzogiorno fosse la condizione irrinunciabile dello sviluppo dell’intera vita nazionale e non semplicemente il riscatto della parte più debole e arretrata del paese. Che era poi il presupposto teorico di quella politica di intervento straordinario della quale la Svimez, “Nord e Sud” e “Il Mondo” furono i primi teorici e sostenitori, nella convinzione che la questione meridionale fosse il maggior problema irrisolto dello Stato nazionale nato nel 1861 e che la sua soluzione fosse un passaggio ineludibile dello sviluppo capitalistico del paese. Una politica che egli difese sempre contro qualunque visione nordista del dualismo Nord-Sud, ma anche contro le tendenze antimeridionalistiche sorte all’inizio degli anni Ottanta del Novecento all’interno della stessa cultura meridionale, suggestionate dalla possibilità di liberarsi dalla questione meridionale attraverso la mera negazione del problema meridionale e della stessa categoria storica di Mezzogiorno[5].
    L’impegno civile e politico di Galasso crebbe con gli anni in modo esponenziale, concretizzandosi precocemente nella militanza nel PRI – partito che non abbandonò mai – e assumendo dimensioni e risonanza nazionale e internazionale, senza mai perdere la centralità della sua connotazione meridionalistica. In tal senso è stato l’ultimo meridionalista: aveva infatti statura intellettuale ed etico-politica per poter parlare di Mezzogiorno e di dualismo in Italia e in Europa e difendere sino alla fine dei suoi giorni la causa del riscatto del Mezzogiorno e la tradizione del pensiero meridionalista che l’aveva sempre propugnato. Fu perciò eletto alla Camera dei deputati dal 1983 al 1994, fu nominato sottosegretario al Ministero dei Beni Culturali e Ambientali dal 1983 al 1987 e sottosegretario al Ministero per l’intervento straordinario nel Mezzogiorno dal 1988 al 1991, rimanendo però nel contempo a Napoli consigliere comunale dal 1970 al 1993 e assessore alla Pubblica Istruzione dal 1970 al 1973 e per qualche giorno anche sindaco nel 1975. Dispiegò a livello nazionale un’attività di decretazione ministeriale e di proposta legislativa in materia di tutela dei beni paesaggistici (decreti ministeriali detti “galassini” e legge 8 agosto 1985, n. 431 per la protezione del paesaggio, ricordata ancora oggi con il suo nome), che resta, ancorché quasi del tutto disattesa, una delle vette culturali, civili ed etiche più elevate mai raggiunte dalla legislazione italiana in tale materia. Un’attività che traeva origine dal preoccupante saccheggio dell’intero territorio nazionale ad opera di una cementificazione senza controllo, i cui effetti deleteri sulla vita economica, sociale e culturale del paese si sono progressivamente aggravati nel corso degli anni anche e soprattutto proprio a causa della mancata attuazione dei provvedimenti da lui promossi; ma un’attività che era stata originata dalla constatazione sgomenta di quel che accadeva in particolare nel territorio meridionale, dove la devastazione paesaggistica delle coste e dell’interno produceva e produce ancora oggi danni economici assai più sanguinosi che nel Centro-Nord, dove al di là di quelle derivanti dal patrimonio paesaggistico e storico-artistico, esistono risorse economiche generali ben superiori a quelle del Sud.
    La sconfitta sul versante della difesa del paesaggio e del patrimonio storico-artistico fu quindi particolarmente dolorosa soprattutto per il Mezzogiorno, perché nel contempo essa fu solo una componente del più generale insuccesso che la politica meridionalistica del secondo dopoguerra andava registrando nel suo insieme, col perdurare di un dualismo territoriale tornato oggi alle dimensioni di quello dei primi anni Cinquanta del secolo scorso[6]. E tuttavia né a Galasso né all’insieme delle forze politiche liberaldemocratiche si possono attribuire grandi responsabilità sugli esiti insufficienti di quella politica. Al contrario, come ho ripetutamente sottolineato, il periodo compreso tra gli anni Cinquanta e il 1973, caratterizzato dalla prima stagione dell’intervento della Cassa del Mezzogiorno, rimane l’unico della storia italiana post-unitaria in cui si sia realizzato un accorciamento delle distanze tra Nord e Sud del paese sia in termini di Pil pro capite, sia in termini di tutti i maggiori indicatori del livello di vita economica e sociale. E non si può certo attribuire a forze minoritarie come quelle guidate da La Malfa, Spadolini, Compagna, Romeo, Galasso ed altri se in Italia a partire dagli anni Settanta del secolo scorso non ci fu alcuna seria possibilità di realizzare una politica dei redditi e una seria programmazione in cui fosse perseguito un definitivo riequilibrio territoriale tra Nord e Sud del paese. Furono in realtà la maggior parte delle forze sindacali e i maggiori partiti politici – Democrazia Cristiana, Partito Socialista e Partito Comunista – a fare le scelte decisive, favorendo dagli anni Settanta del secolo scorso in poi un aumento dei consumi nettamente al di sopra degli incrementi di produttività e delle possibilità economiche del paese, inevitabilmente a scapito degli investimenti produttivi e del riequilibrio territoriale[7].
    Nella stagione di mani pulite a Galasso accadde anche di dover subire un incredibile processo, risoltosi infine con una completa assoluzione, ma che comunque troncò definitivamente la sua carriera politica e quella accademica ed alterò dolorosamente l’intera sua vita privata. Altre personalità in quegli stessi anni furono del tutto travolte da “inconvenienti” simili. Galasso invece superò la prova sia sul piano esistenziale sia su quello culturale. Lo sorressero la consapevolezza della sua integrità morale, la saldezza delle sue convinzioni ideali, la forza degli affetti familiari, la solidarietà di un buon numero di amici e allievi che non gli voltarono le spalle. Ma soprattutto lo sorresse la sua grande statura e passione di storico.
    Sul piano dell’impegno storiografico, Giuseppe Galasso non fece mai registrare il benché minimo calo di interesse e tensione né nella buona né nella cattiva sorte della sua vita politica e civile. Se si scorre l’elenco delle sue pubblicazioni si resta stupefatti dal susseguirsi costante e incalzante di volumi, saggi, interventi, iniziative editoriali di piccole e soprattutto grandi dimensioni sulla storia del Mezzogiorno, dell’Italia e dell’Europa, al di là del variare del livello dell’impegno politico, istituzionale e amministrativo da lui espresso. Ma ancor di più si resta ammirati dall’accrescersi della sua attività culturale e scientifica proprio negli anni amarissimi seguiti all’apertura del processo, quando sarebbe stato facile cedere alla delusione e allo sconforto. Nel 1994 uscirono ben tre volumi[8]. Nel 1996 l’imponente Storia d’Europa[9], accompagnata da Beni e mali culturali[10]. Nel 1997 Dalla “libertà d’Italia” alle preponderanze straniere[11]. Nel 1998 Seguendo il P.C.I. Da Togliatti a D’Alema (1955-1996)[12]. La sua attività proseguì poi indefessa anche negli anni seguenti, culminando nella monumentale Storia del Regno di Napoli (1266-1860)[13], che costituisce l’approdo conclusivo, la sintesi finale di oltre un cinquantennio di ricerche e riflessioni sulla storia del Mezzogiorno iniziate con la sua prima raccolta di scritti storici Mezzogiorno medievale e moderno[14]. E per quanto importanti nell’arco dell’intera sua vita siano stati i traguardi raggiunti nell’impegno civile e politico – traguardi, per intendersi, che pochi politici meridionali e nessuno storico meridionale che abbia fatto politica nel secondo dopoguerra ha mai raggiunto -, l’importanza della sua opera nell’ambito della storiografia europea assume oggi sicuramente un rilievo molto maggiore rispetto a quello assunto nell’ambito della vita politica nazionale.
    Le coordinate teoriche e metodologiche dell’attività di studio e ricerca di Giuseppe Galasso si collocarono sin dagli esordi all’interno della teoria storiografica crociana, libera però dall’arroccamento sul primato assoluto ed esclusivo della storia etico-politica che fu di Benedetto Croce. Galasso, che iniziò i suoi studi universitari con Ernesto Pontieri, prese infatti le mosse sin dall’inizio dall’assunto teorico crociano secondo cui la storia politica e istituzionale costituisce la dimensione nella quale si esprime il significato supremo della storia dell’uomo; e tuttavia, sulla scia della lezione di Rosario Romeo, che non per caso lo mise in cattedra e col quale mantenne per tutta la vita un rapporto disciplinare ed accademico molto stretto[15], era anche convinto che fosse indispensabile cogliere l’intimo legame intercorrente tra storia politico-istituzionale e storia economica, sociale e della cultura. Da qui la sua attenzione alle scienze sociali senza però mai scadere nel determinismo del materialismo storico, del sociologismo, dell’economicismo, dello strutturalismo antropologico. Da qui la particolare considerazione, assai maggiore di quella di Romeo, dedicata alla storiografia delle Annales e ad alcuni dei suoi mostri sacri.
    Pur non condividendo l’utopia della storia totale e il declassamento della storia politica, militare e diplomatica al livello di histoire évenementielle o histoire-bataille, sbandierati all’inizio dalla rivista francese, Galasso non disconobbe la positività delle nuove conoscenze apportate dalla rivista fondata da Bloc e Febvre nell’ambito della storia sociale, intesa nei suoi molteplici sensi: non solo quello classico di storia delle strutture sociali nelle loro stratificazioni e nelle loro conflittualità (in senso sia marxiano sia pre-marxiano), ma anche in quello di “storia della ‘cultura materiale’, delle concrete condizioni di vita, di mentalità e comportamenti, di persistenze e lunghe durate di elementi antropologici-culturali o altrimenti strutturali, di sentimenti e sensibilità, della marginalità e dell’emarginazione sociale; storia delle forme e degli strumenti del consenso e del dissenso, dell’aggregazione o della disgregazione sociale, feste e cerimoniali e prassi sociali civili e religiose”[16]. E tuttavia solo nella misura in cui erano funzionali alla comprensione dei grandi problemi e delle grandi scelte etico-politiche che avevano determinato il destino storico della civiltà occidentale, queste importanti acquisizioni economico-socio-antropologiche avevano un reale significato all’interno della tradizione storica euro-anglo-americana.
    Da questo impianto teorico, qui richiamato in estrema sintesi, derivò un’attività storiografica prodigiosa sulla storia d’Italia e d’Europa che si esplicò non solo nella stesura di sintesi e saggi monografici che è impossibile elencare qui compiutamente, e dei quali alcuni sono diventati punti di riferimento ineludibili non solo per gli specialisti, ma anche per i semplici cultori di storia generale (oltre alla già ricordata Storia d’Europa, mi limito a menzionare solo Potere e istituzioni in Italia dalla caduta dell’Impero romano a oggi[17], e L’Italia come problema storiografico[18]). Ma altrettanto prodigiosa fu l’ideazione e direzione di grandi imprese editoriali, quali la Storia d’Italia per la casa editrice Utet[19] e la Storia del Mezzogiorno, diretta fino al 1987 assieme a Rosario Romeo[20], nonché la direzione di due importanti riviste di area liberaldemocratica e laica: “Prospettive Settanta” e “L’Acropoli”.
    Dal 1977, Galasso fu socio dell’Accademia dei Lincei, dal dicembre 1978 al marzo 1983 presidente della Biennale di Venezia e dal 1982 al 1988 presidente della Società Europea di Cultura. Dal 1980 fu presidente e poi presidente onorario della Società Napoletana di Storia Patria, dal 1988 membro del consiglio scientifico della Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino.
    Se nella vita politica Galasso è stato tra i maggiori meridionalisti del secondo dopoguerra, in quella storiografica è stato sicuramente il maggiore storico del pensiero meridionalista e della storia del Mezzogiorno pre e post-unitario che l’Italia abbia avuto. Non c’è stato infatti problema della storia meridionale, piccolo o grande che fosse, che non abbia richiamato la sua attenzione interpretativa e critica, a partire dai suoi primi e originalissimi studi nei quali si misurò con l’interpretazione della storia del Regno di Napoli e della nazionale napoletana di Benedetto Croce, con una padronanza del tema e una forza di pensiero letteralmente stupefacenti in un giovane poco più che trentenne[21], per proseguire poi con l’ormai classico Economia e società nella Calabria del Cinquecento – la sua ricerca forse più ricca di originali acquisizioni conoscitive e interpretative[22] -, e poi con la già citata direzione della monumentale Storia del Mezzogiorno.
    A tutto ciò si affiancò un’attività giornalistica imponente sui maggiori quotidiani nazionali e in particolare sul “Corriere della Sera”, portata avanti senza interruzione sino alla sera prima della sua scomparsa.
    Di lui Yourcenar avrebbe sicuramente detto che, a 88 anni, è entrato nella morte a occhi aperti.


    Guido Pescosolido


    [1] Cfr. Chi crede nella laicità e nella ragione è un sopravvissuto. Intervista di Antonio Gnoli a Giuseppe Galasso, in “La Repubblica” del 26 marzo 2017.

    [2] G. GALASSO, Storiografia e storici europei del Novecento, Roma, Salerno Editrice, 2016; ID., Storia della storiografia italiana. Un profilo, Roma-Bari, Laterza, 2017, che si collegano organicamente alle precedenti raccolte di suoi scritti storiografici: ID., Croce, Gramsci e altri storici, Milano, Il Saggiatore, 1969, II edizione ampliata 1978; ID., Nient’altro che storia, Bologna, Il Mulino, 2000; ID., Storici italiani del Novecento, Bologna, Il Mulino, 2008. Per i primi due rinvio a G. PESCOSOLIDO, La storiografia europea del Novecento in una raccolta di scritti di Giuseppe Galasso, “Nuova Antologia”, gennaio-marzo 2017, fasc. 2281, pp. 92-97 e ID., Recensione di G. Galasso, Storia della storiografia italiana. Un profilo, in “Nuova Antologia”, ottobre-dicembre 2017, fasc. 2284, pp. 369-371.

    [3] G. PESCOSOLIDO, La questione meridionale in breve. Centocinquant’anni di storia, Roma, Donzelli, 2017, pp. 107-113.

    [4] ID., Nazione, sviluppo economico e questione meridionale in Italia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2017, pp. 265-73, 291.

    [5] G. GALASSO, Il Mezzogiorno da “questione” a “problema aperto”, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2005, pp. 8, 15-23.

    [6] G. PESCOSOLIDO, La questione meridionale in breve. Centocinquant’anni di storia, cit., pp. 139-161.

    [7] Ivi, p. 156; ID., Nazione, sviluppo economico cit., passim.

    [8] G. GALASSO, Italia nazione difficile. Contributo alla storia politica e culturale dell’Italia unita, Firenze, Le Monnier; ID., Alla periferia dell’impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (secoli XVI-XVII), Torino, Einaudi; ID., Sicilia in Italia. Per la storia sociale e culturale della Sicilia nell’Italia unita, Catania, Edizioni del Prisma.

    [9] 3 voll., Roma-Bari, Laterza.

    [10] Napoli, Editoriale Scientifica.

    [11] Napoli, Editoriale Scientifica.

    [12] Lungro (CS), Marco editore.

    [13] 6 voll. ciascuno intorno alle mille pagine, Torino, Utet, 2007-2012.

    [14] Torino, Einaudi, 1965.

    [15] Ancora nel 2017, parlando di maestri, ascendenze e vicinanze storiografiche, affermava che “la persona alla quale mi sento più vicino e che morì ormai nel lontano 1987 è Rosario Romeo”. Cfr. G. GALASSO, Chi crede nella laicità e nella ragione è un sopravvissuto, intervista cit.

    [16] G. PESCOSOLIDO, La storiografia europea del Novecento in una raccolta di scritti di Giuseppe Galasso, cit., p. 96.

    [17] Torino, Einaudi, 1974.

    [18] Torino, Utet, 1979.

    [19] 25 voll., Torino, Utet, 1958-2008.

    [20] 15 voll., Napoli, Edizioni del Sole, 1986-1993. Ma si ricordi anche la direzione e cura del volume Mentalità, comportamenti e istituzioni tra Rinascimento e decadenza. 1550-1700, Milano, Electa, 1988, terzo dei sei della Vita civile degli italiani. Società, economia, cultura materiale pubblicata dalla predetta casa editrice, e la curatela del terzo volume della Storia dell’industria elettrica in Italia diretta da V. Castronovo, Espansione e oligopolio. 1926-1945, Roma-Bari, Laterza, 1993.

    [21] Cfr. al riguardo G. PESCOSOLIDO, Nazione, sviluppo economico e questione meridionale in Italia, cit., pp. 75-91.

    [22] Napoli, L’arte tipografica, 1967.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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    Predefinito Re: Ricordo di Giuseppe Galasso

    Giuseppe Galasso: un’idea della storia


    di Luigi Mascilli Migliorini – In “Nuova Antologia”, a. CLIII, fasc. 2286, aprile-giugno 2018, Polistampa, Firenze, pp. 301-307.


    Molti, alla scomparsa di Giuseppe Galasso, hanno avvertito il bisogno di osservare come con lui finisse un’epoca, si chiudesse un modo e un’idea di storia alla quale aveva educato tutto il Novecento, il secolo – come ormai si usa dire – appena trascorso. Questa riflessione – evidentemente molto impegnativa, anche per l’autorevolezza di quelli che hanno voluto farla – scaturiva senza dubbio dalla personalità dello studioso, tra i maggiori proprio del Novecento europeo, ma nasceva anche dalla percezione di quanto il mutamento assai rapido dei tempi avesse ormai inciso in profondità nella concezione di cosa sia la storia, di cosa sia il mestiere dello storico, quale ne sia la formazione e lo statuto intellettuale.
    In questo senso la convinta, melanconica constatazione della irripetibilità della figura di Giuseppe Galasso, del vuoto che egli lasciava nei tanti luoghi e nei tanti modi in cui la sua presenza si era così a lungo esercitata, assumeva un significato più forte e la domanda, che il dolore rendeva tanto più urgente, su come si sarebbe potuto fare a meno di lui, diventava la domanda, più vasta e non meno lancinante, su come si sarebbe potuto fare a meno di quella concezione ed esercizio della storia di cui egli era stato – e aveva in quel momento cessato di essere – interprete e maestro come pochi altri.
    Di Giuseppe Galasso era nota a tutti la vastità delle conoscenze storiche e l’ampiezza dello spettro della sua scrittura storica. Con Mezzogiorno medievale e moderno, pubblicato nel 1965, egli innovava gli studi medievistici sul Mezzogiorno italiano, così come inatteso e originale, per la prima età moderna, giungeva, nel 1967, Economia e società nella Calabria del Cinquecento, mentre sarebbe stato poi nel 1974 Potere e istituzioni in Italia. Dalla caduta dell’Impero romano ad oggi, a dare al grande pubblico la misura della estensione del campo storico e problematico alla quale si applicava il suo lavoro. La storia aveva, dunque, per lui, come lo aveva avuto per la parte più larga e migliore degli storici europei ancora per tutto il Novecento, una estensione cronologica amplissima, corrispondente ad un orizzonte di domande ugualmente amplissimo, all’interno della quale la scelta, inevitabile, di singoli temi o periodi non escludeva, anzi imponeva, conoscenze di fatto estese e minuziose.
    Questa, che potrebbe apparire una riduzione “positiva” del lavoro storico, del significato stesso e della funzione della storia (e così, forse, rischiava di presentarsi nel suo maestro, in senso strettamente accademico, Ernesto Pontieri), diventava in lui la premessa insostituibile e fertile dello storicismo che egli aveva appreso dal suo “maggior maestro”, Benedetto Croce. Mi è già capitato, ricordando la figura di Giuseppe Galasso, di scrivere che nel caso del lungo, fedele rapporto che egli aveva avuto con il pensiero e l’azione di Croce, l’uso della parola “maestro” risultava del tutto inadeguato e, al limite, falsificante. Il loro rapporto appare, piuttosto, come un dialogo a cui il tempo aveva conferito una obbligata distanza. Forte di una totale fedeltà al nucleo profondo della lezione crociana Galasso aveva potuto, infatti, ridiscutere con lui via via che, svolgendosi il tempo del suo presente, egli si veniva nella condizione di porre al pensiero di Croce domande che Croce non aveva potuto, ovviamente, porsi. E le risposte non erano solo un banale aggiornamento del magistero crociano, ma consentivano ad esso una permanenza nel presente, una persistenza che altrimenti egli non avrebbe potuto avere. In altri termini, si può essere convinti che senza il dialogo mantenuto con lui per oltre mezzo secolo da Giuseppe Galasso, noi oggi non guarderemmo a Croce con l’interesse e l’attenzione che abbiamo appreso e che ce lo rende ancora, in qualche modo, contemporaneo.
    È probabile che la fecondità di questo rapporto, di questo dialogo, derivasse anche dal fatto che sull’opera di Croce si posasse lo sguardo di uno storico, di un grande storico, che vi trasferiva preoccupazioni metodologiche, ermeneutiche disciplinari, conoscenze tutte proprie. Molti ricorderanno, ad esempio, le “Note”, poste generalmente alla fine del testo, con le quali Galasso accompagnava la curatela delle opere crociane pubblicate, a partire dagli anni Novanta, dall’editore Adelphi. Scritti meticolosi nella ricostruzione della genesi storica delle opere, vuoi per quello che toccava lo sviluppo della biografia intellettuale di Croce, vuoi per quello che toccava il contesto nel quale quelle opere erano state progettate ed erano apparse, assai spesso conoscendo, nelle loro successive edizioni, modificazioni più o meno significative imposte ora dal mutamento d’animo dell’autore, ora dal mutamento della realtà in cui esse tornavano a calarsi. Una filologia al servizio della filosofia quale Croce non avrebbe potuto augurarsi migliore. La profonda consapevolezza in Giuseppe Galasso del nesso inscindibile, e tuttavia problematico, che si stabilisce nel lavoro storico tra conoscenza dell’accaduto e pensiero dell’accaduto (forma più elegante e complessa della notissima distinzione tra res gestae e historia rerum gestarum) faceva, perciò, così che le questioni che nascevano dalla rilettura delle grandi opere crociane emergessero dalla storia di quei testi e del loro autore. Era facendone la storia che se ne rendeva anche possibile una interpretazione, o meglio una reinterpretazione. E tutto questo “esplode” in uno dei libri che non esiterei a giudicare tra i suoi maggiori, Croce e lo spirito del suo tempo, apparso per la prima volta nel 1990, nel quale – a non voler dire di tanto altro – appare evidente lo sforzo di sottrarre le prove “erudite”, aneddotiche del Croce narratore minuto della vita storica di Napoli e del Mezzogiorno (come in Storie e leggende napoletane) ad una considerazione eccentrica o, peggio, riduttiva, mostrandole come una tappa evidente nel cammino verso la definizione di una concezione crociana della storia.
    Conoscenza dell’accaduto e pensiero sull’accaduto si ritrovavano, dunque, insieme come momenti della stessa operazione ermeneutica. Conoscere è conoscere storicamente. Nessuna conoscenza di noi stessi e del mondo intorno a noi è possibile senza che non se ne sia acquisita e compresa la storia, se non vediamo noi stessi e il mondo intorno a noi come forme storiche. Quindi storicità dell’essere e storia sempre come storia contemporanea, indagine del presente che noi riconduciamo al passato perché ne sia meno oscuro il risultato, perché l’interrogazione che ci angustia a proposito di ciò che ci circonda e a proposito delle nostre stesse esistenze riceva dalla storicità quella luce che altrove non potremmo trovare e che, sola, ci permette di intravedere non tanto quello che accade o che accadrà, ma ciò che si può e si deve fare.
    La storia serve per sollecitarci all’azione. Così aveva spiegato Croce, così ripeteva Galasso in uno dei suoi ultimi (ma che lo avrebbe allora creduto?) interventi pubblici, nello scorso ottobre, aprendo proprio nelle stanze di Palazzo Filomarino l’anno accademico dell’Istituto italiano per gli studi storici. Alla domanda di sempre – “A che serve la storia?” – Galasso rispondeva, davanti ai giovani allievi, aspiranti ad un mestiere fattosi oggi impreciso ancor prima che precario, come aveva risposto Croce sul finire della sua vita. La storia serve per prepararci, per indurci all’azione. Serve perché, chiuso il libro che abbiamo finito di scrivere o abbiamo appena finito di leggere, sia più forte e chiara la nostra volontà di agire nel presente in cui viviamo, l’unico spazio – non il passato, non l’avvenire – in cui possiamo esercitare il nostro diritto e il nostro dovere a essere uomini.
    Non una funzione esclusivamente narrativa (come in tanti oggi provano a immaginare), ma nemmeno una funzione semplicemente sociale (Galasso era sempre rimasto perplesso di fronte ad un arruolamento sic et simpliciter della storia tra le scienze sociali). Piuttosto una funzione morale. La storia come morale in azione, egli avrebbe potuto affermare, con le parole di uno scrittore e patriota napoletano, Luigi Blanch, per il quale divideva con Croce – come per tanti altri meno noti scrittori dell’Ottocento liberale italiano – una schietta ammirazione e un forte interesse storiografico.
    Lo storicismo solido e meditato non ha mai impedito allo storico Giuseppe Galasso il confronto, a volte la dichiarata e convinta apertura verso correnti e indirizzi di ricerca storica via via affacciatisi sull’orizzonte della seconda metà del XX secolo. Le scienze sociali, così prevalenti in un tempo dominato largamente dal modello delle Annales, sono state da lui accolte e valutate per tutto quello, e non era poco ai suoi occhi, che esso portava alla ricerca storica, all’allargamento dei suoi orizzonti metodologici e spaziali, al rinnovamento – si pensi agli studi sul Medioevo o sull’età contemporanea – che attendevano una ripresa, o un consolidamento, di forza critica, smarrita nel primo caso, mai esattamente posseduta nel secondo. E così deve dirsi della antropologia storica, della microstoria, delle tante avventure del pensiero storico tra secondo e terzo millennio, che non hanno mai trovato in lui un pregiudizio di qualsiasi senso esso fosse, ma una storicizzazione del perché delle loro nascita e del loro sviluppo, un comprensione storica delle loro ragioni ad esserci, ma anche delle esagerazioni totalizzanti che nell’affermarsi esse portavano con sé, che ne rappresenta il miglior contributo possibile ad un loro autentico sviluppo, ad una loro piena maturazione.
    Basterà, in questo senso, ricordare i saggi raccolti ne L’altra Europa, opera più volte ripubblicata e arricchita (la prima edizione è del 1982), in cui egli riversava, a proposito del tema a lui più caro, quello del Mezzogiorno d’Italia, tutta la ricchezza di interlocuzioni praticate e possibili, alla ricerca di una collocazione storicamente persuasiva di un’esperienza – quella appunto dell’Italia meridionale – che rischiava, in nome di facili antropologie o di modelli pre-definiti della modernità, una emarginazione dal cuore della modernità, ma anche della contemporaneità europea, alla quale non solo essa era sempre appartenuta, ma nella quale essa aveva svolto un ruolo che non poteva ridursi (per citare ancora un suo libro importante del 1994) Alla periferia dell’Impero.
    Niente imperialismo storiografico, dunque, nella concezione della storia di Giuseppe Galasso, ma anche Nient’altro che storia, titolo del libro del 2000, orgogliosa rivendicazione di un sapere forte, dopo decenni di confronto serrato con le tante suggestioni, ma anche con i tanti attacchi, che erano giunti dal mondo composito delle cosiddette scienze sociali. È in quel libro, così emblematicamente collocato nel passaggio di un secolo, che l’idea di storia di cui si accennava all’inizio, quella che ha avuto in lui un eroe così gigantesco da lasciarci immaginare che con la sua fine finisca anche la nobile idea per la quale aveva combattuto, trova una piena spiegazione. Titolo apparentemente sommesso, a voler educatamente sottolineare come gli apparati categoriali, normativi, ermeneutica del lavoro storico – a fronte del tanto rumore che su di esso muovono le scienza novecentesche – sia apparentemente poca cosa. Ma nelle pagine che seguono quel titolo si lascia intendere quali altre, e non facilmente replicabili doti si richiedano ad uno storico: capacità immane di lavoro nel continuo conoscimento e riconoscimento delle tradizioni di studio che si sono consolidate a monte della sua ricerca, responsabilità filologica nell’uso delle fonti e, più ancora, nella loro scelta, quasi che l’oblio di qualche traccia del passato potesse talvolta essere, per lo storico, scelta più importante che la conservazione di essa. E su tutto la responsabilità etica del racconto storico, pensato non per un passato da far, quasi negromaticamente, rivivere, ma di un presente da aiutare con la coscienza di ciò che altri uomini, in condizioni del tutto diverse, ma anche del tutto analoghe, avevano deciso di voler fare.
    Per tutta la sua vita aveva dato corpo a questa idea di storia non solo nel suo magistero, nelle sue opere propriamente storiche, ma in quella passione civile che era anche passione politica e che si traduceva in una attività di scrittura giornalistica infaticabile, come infaticabile era la sua presenza pubblica che tramutava la professione accademica in una vita vissuta, come egli amava dire quando, con un sorriso, ricordava come non fosse la storia maestra di vita, ma piuttosto la vita maestra di storia. Vicino in questo a uomini come Giovanni Spadolini o come Rosario Romeo, che ne furono grandi amici, egli pensava che l’azione politica fosse il naturale complemento della ragione storica. La “Legge Galasso” nel 1985, per la tutela del paesaggio e dell’ambiente, per la quale egli è noto non meno che per alcune delle sue maggiori opere storiche, rappresenta assai bene questo rapporto. Come viene ad essa generalmente riconosciuto, ritrovandovi un valore originale, la legge partiva da una storicizzazione radicale e della nozione di bene culturale e di bene paesaggistico. Ne derivava, quindi, non una ipostatizzazione di essi, come frutto di una astratta eredità del passato o, peggio, di una testimonianza estetica atemporale. Il ragionamento era rovesciato. Era il presente (ancora una volta il presente) che doveva interrogarsi su se stesso e capire, interrogandosi, quali egli ritenesse fossero le sue radici, le sue tradizioni o, per dire meglio, le sue origini storiche. E, una volta riconosciute, era il presente, se non voleva negare se stesso (e quindi non per ingenua pietas verso il passato o verso la natura) ad avvertire il dovere di conservare le testimonianze ancora viventi – sotto forma di bene culturale o ambientale – di quella sua forma storica. Era il presente ad avere bisogno del passato, non il contrario, così come, nel conservarle, il presente si prendeva la responsabilità di indicare al futuro la strada sulla quale esso avrebbe dovuto camminare: modo corrispettivo ed eguale per rivendicare la propria forma storica.
    Il mezzogiorno e la sua vicenda plurisecolare erano stati il punto di congiunzione tra impegno civile e ricerca storica. Autore di una straordinaria Napoli spagnola dopo Masaniello, uscita nel 1972 e poi ripubblicata in forma definitiva nel 1982, per sistemare tutto quello che, nel corso di una lunga battaglia intellettuale e politica, nel solco di un meridionalismo che egli aveva appreso dai grandi maestri del Novecento italiano, egli aveva, poi, tradotto anche in conoscenza storica. Nascono, così, agli inizi degli anni duemila, i sei volumi della Storia del Regno di Napoli. Più di cinquemila pagine scritte giorno dopo giorno, pensate giorno dopo giorno, da un uomo che in quegli anni era già da tempo riconosciuto per l’autorevolezza dell’opera da lui svolta. Lezione memorabile, per chi ha avuto la fortuna di sorprenderlo in quel periodo alla sua scrivania, chino su pagine riempite a mano, su bozze appena arrivate, sacerdote laico di una scienza che non conosce soste, che non ammette diserzioni, discepolo di un mestiere fatto di fatica concreta e quotidiana e non si arresta se non quando – come aveva scritto Croce – “la morte sopravverrà, a metterci a riposo, a toglierci dalle mani il compito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così interromperci, come noi non possiamo fare altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare”.
    L’Europa, per lui diventato – come si è detto – uno dei maggiori storici del Novecento europeo – e alla quale aveva dedicato una Storia (che l’editore Laterza aveva fatto apparire in tre volumi nel 1996), era lo spazio vasto che aveva generato questa idea etica della storia. Della storia, cioè, come grande dramma morale, e ne aveva scritto le pagine più terribili e memorabili. Un’Europa che gli appariva sempre più poco sicura di sé e che lo preoccupava per la facilità con la quale essa era tentata di dare le dimissioni da responsabilità e ruolo più che secolari. Arrendevole non perché diventata più comprensiva, ma perché diventata più vile. Senza l’Europa, tuttavia, non poteva esserci storia. Non perché (lo sapeva bene) altrove il rapporto con il passato non fosse stato sempre vivo e non fosse oggi presente. Ma perché la storia come etica aveva un rapporto troppo stretto con la vita europea perché nel declinare dell’una non si avvertisse il declinare fatale dell’altra.
    Da qui le sue preoccupazioni più recenti, la sensazione crescente in lui, che aveva attraversato con forza tutte le stagioni storiografiche del suo tempo, che forse da quest’ultima smobilitazione morale, troppo legata ad una smobilitazione oggettiva dei presupposti materiali, politici, della società europea, non sarebbe stato possibile riprendersi.
    Il “forse” che metteva nelle sue conversazioni era l’omaggio che anche in questo caso egli rivolgeva ad un processo storico che rimane ignoto persino al suo più devoto indagatore. Era il rispetto che un grande storico manteneva per la storia, cioè per la vita, bella perché imprevedibile, terribile perché imprevedibile. Quella vita che egli aveva sempre amato e che aveva insegnato ad amare e che lo ha ripagato con una morte priva degli insulti che solitamente la annunciano. Una morte giovane, si potrebbe dire, una intelligenza intatta che ci ha lasciato in una notte di febbraio.


    Luigi Mascilli Migliorini
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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