Giovanni Spadolini (con gli occhiali scuri) insieme a Giovanni Sartori (con l’impermeabile bianco) all’Incontro Franco-Italiano organizzato dal “Centro Italiano di Azione Democratica”, 21-24 aprile 1954, Nizza.






di Giovanni Sartori – In “Nuova Antologia”, a. CXXIX, fasc. 2192, ottobre-dicembre 1994, Le Monnier, Firenze, pp. 111-114.



Eravamo amici da esattamente 44 anni, dal 1950. In quell’anno, lo stesso giorno, Spadolini e io diventammo professori incaricati al “Cesare Alfieri”, alla facoltà di Scienza Politiche dell’Università di Firenze, lui venticinquenne, io (più vecchio come gli ho sempre ricordato per tenerlo in soggezione) ventiseienne.
È continuata così negli anni. Spadolini faceva un passo avanti; io, più o meno allo stesso tempo, un passettino. Sarà coincidenza (cosa può essere d’altro?) ma l’anno scorso siamo entrati insieme all’Accademia dei Lincei. Lui mi telefonò per dirmi “Vedi, sempre assieme”. Io gli risposi, celiando: “Sempre purtroppo no; io ho perso cammin facendo qualche colpo, sono restato indietro”.
Nel 1950 Spadolini era ancora chiamato, dagli amici, Giovanni. Ma di lì a poco diventò per tutti noi “Giovannone”. Non perché in prima gioventù fosse corpulento, ma perché era già maestoso, aulico, tonante, perché ci soverchiava. Tanto vero che poco dopo diventò anche, nella cerchia degli amici, il “padre della patria”. Giovannone (l’ho sempre chiamato così, non so chiamarlo altrimenti) non si schermiva, gli pareva naturale che lo interpellassimo a quel modo; era sì uno scherzo, ma mica tanto. A 15 o 16 anni Giovannone aveva già scritto una Storia d’Italia che mi fece vedere in gran segreto in quadernetti, quelli che usavano allora a scuola, ancora scritti fitti fitti. (Poi la “manografia” di Giovannone, che ha sempre e soltanto scritto a mano, divenne dilagante: i suoi articoli di fondo partivano per la tipografia con dieci-venti parole a foglio, tra un frullare di fattorini che correvano su e giù con manciate di carte semivuota).
Ma Giovannone divenne per noi il padre della patria non tanto per quella storia (ovviamente patriottica) scritta al liceo, ma perché non faceva mistero di sentirsi “vocato”, di sentirsi chiamato ad alti destini. Se non lo diceva era per scaramanzia; ma a noi, che lui sarebbe diventato capo dello Stato, ce lo lasciava dire con un sorrisetto interiore di compiacimento.
Certo ce l’aveva in testa; e quando perse per un soffio l’elezione alla presidenza della Repubblica la ferita fu per lui profonda; ma non era una ferita alla sua ambizione, era piuttosto, e molto di più, un’offesa alla storia. In quell’occasione l’andai a trovare, come si fa tra amici, a Palazzo Giustiniani, e mi raccontò per filo e per segno tutta la vicenda (che non riracconto: spero che sia tra le sue carte, perché fu allucinante. Altro che corte dei Borgia). Quel giorno Giovannone non parlava di sé; parlava di un destino mancato, di una beffa del destino.
Ma gli anni che cementarono l’amicizia, che ricordo con più commozione, furono gli anni fiorentini. Per circa tre lustri visse in Firenze un sodalizio detto “gli amici della domenica”. Ci riunivamo ogni domenica in casa Spadolini; mai, nemmeno una volta, altrove. Il sodalizio durò anche per tutti gli anni nei quali Giovannone dirigeva “Il Resto del Carlino”: lui veniva ogni domenica da Bologna, io gestivo gli inviti (ambiti: venivano apposta da tutta Italia). I fissi erano Franco Borsi, Michele Castelnuovo Tedesco, Dino Frescobaldi, Edi Giudice, Alberto Predieri, il cugino Giorgio Spadolini, Silvano Tosi; ma finivamo per essere sempre una quindicina o più.
La serata cominciava alle otto in punto nella bellissima e già immensa biblioteca di via Cavour con spumante e con i prelibati pasticcini di Lionella (la madre, amatissima); poi, alle ventidue, ci aspettava sempre un tavolo da Sabatini con il sempre sudatissimo Boris, il maître; che una volta arrivati noi non si occupava più d’altro.
Le serate degli amici della domenica sono, per me e per chi ancora le può ricordare, indimenticabili. Giovannone teneva banco, lucidamente informato di tutto e su tutto; ma era tra amici, e anche lui diventava un fuoco di artificio di scherzi, battute e frecciate. Già allora Giovannone collezionava cimeli napoleonici ed esibiva con orgoglio, nella biblioteca, la intera collezione della “Nuova Antologia”, le cui prime annate erano preziosissime. E ogni domenica Alberto Predieri, e io di rincalzo, facevamo finta, uscendo, di rubargli qualcosa. Giovannone ci ispezionava e borbottando “ladri, ladri” ci ritoglieva il maltolto: di solito un volume della “Nuova Antologia”, specie d’inverno quando lo potevamo nascondere nel cappotto. Ma il vero scherzo era, ogni tanto, di non rubargli nulla: Giovannone non si fidava, ci frugava e rifrugava; e quasi ci restava male. Ma che scherzo è questo; si gioca o no?
È tra gli amici della domenica che Giovannone era davvero se stesso e che rivelava le sue straordinarie qualità. La vita pubblica, la carriera del potere, fa male a tutti. I politici devono calcolare le parole, dire, non dire, velare e anche, alle volte, mai dire. Ma in privato, a quattr’occhi, l’intelligenza, la lucidità di visione, la vivacità intellettuale di Giovannone erano, e sono restate sino all’ultimo, straordinarie. Tutti sanno della sua pressoché disumana capacità di lavoro, e anche della sua immensa, spropositata memoria (i suoi archivi riempiono quasi una collina della villa di Pian de’ Giullari; ma lui non ne aveva bisogno, ricordava tutto). Ma non molti conoscono lo Spadolini scherzoso, tagliente, spontaneo, in vena, spiritoso.
Spiritoso – va detto – finché l’oggetto della spiritosaggine non era lui. Quando divenne ministro della Difesa mi scappò di chiamarlo ministro delle Forze Disarmate. Si arrabbiò davvero. Ma siccome la battuta a me sembrava bellina, io insistevo: pronto, chi parla, il ministro delle Forze Disarmante? E lui ogni volta si indispettiva. Alla fine mi arresi io: capii che mai e poi mai avrebbe riso, e che alle sue Forze Armate lui ci teneva davvero. Al ministero della Difesa si era sentito a casa, nell’Ottocento, nel Risorgimento, nell’Italia rispettosa, seria, ordinata che lui profondamente amava. Ricordavo che Giovannone non ha mai toccato una macchina da scrivere. Nemmeno ha mai toccato il volante di un’automobile. Costretto a vivere nel Novecento, le macchine (da scrivere o altre) le detestava. Forse in sogno si vedeva diventare padre della patria salendo al Quirinale in cocchio, come i re d’Inghilterra, con un tiro a otto cavalli.
Spadolini avrà scritto – dico a caso – quaranta libri. So che io li ho dappertutto, sparsi dappertutto. Ma se non so quanti sono, so che sono tutti con dedica. Quando sono io che debbo scrivere una dedica, comincio a sudare, mi impappino e finisco per ripiegare sulle banalità di rito. Di Giovannone tengo almeno almeno una cinquantina di dediche tutte diverse, tutte graziose, tutte adatte alla circostanza.
Straordinario? Sì, a mio giudizio sì. Ma le cose straordinarie di Spadolini sono tante. Ovunque fosse e quale che fosse la sua poltrona – al giornale, al governo, al Senato – Spadolini è sempre caparbiamente riuscito a restare un cattedratico, un uomo di cultura, uno studioso che leggeva, scriveva e sapeva. Come ha fatto? Non lo so. Ma è stato straordinario. Giovannone mi telefonava spesso per chiedere consiglio. Io sapevo bene che la sua era civetteria, che “faceva finta” per farmi piacere, per dimostrarmi amicizia. Lui sapeva sempre benissimo cosa intendeva fare. Una sola volta, credo, mi telefonò sul serio, davvero in dubbio sul da fare. Fu quando perse la direzione del “Corriere” nel 1972. Mi svegliò a metà notte (in quel momento io ero a Standford, in California, e lui non badò alle 9 ore di fuso orario che ci dividevano). Giovannone non se l’aspettava, era davvero smarrito. Mi raccontò che Malagodi si era fatto vivo per fargli le condoglianze (e la cosa non gli era parsa per nulla spiritosa; era furioso), mentre Ugo La Malfa (più intelligentemente) gli aveva proposto un collegio per il Senato a Milano. Giovannone esitava: come si fa a scendere dall’impero di via Solferino a semplice senatore? Ancora sonnolento mi venne in mente di ricordargli che lui era il padre della patria, e dunque che perdere il “Corriere” non era sua sfortuna ma fortuna: era il segno che gli si apriva il percorso del suo vero destino. Confesso che dissi così per consolarlo. Fatto sta che subito dopo Spadolini telefonò a La Malfa accettando. Indovino io? No, bravo lui.
Giovannone sapeva essere toccante ma riusciva anche, anche e bene, a essere irritante. A mia madre, ancora viva (a malapena) a 94 anni[1], ha continuato a mandare ogni Natale un mazzo di rose. Interesse? No di certo. Era per dire a me che mi era amico, o forse per ricordare, assieme a mia madre, la sua. Ma nessuno è fatto tutto d’oro, e nemmeno Giovannone: era collerico (dopo essersi tenuto tutto il giorno, in privato l’ho sentito urlare come un’aquila) e trattava male. Probabilmente, erano gli squilibri di uno sforzo pressoché sovraumano, di una tensione di vita che non si rilassava mai. C’era poi la vanità di Giovannone. Ma era una vanità così scoperta, così infantile, così ingenua, che agli amici e a chi lo conosceva bene faceva soltanto tenerezza. Di Giovannone mi mancherà anche, sì, la vanità. Alla quale, tutto sommato, aveva diritto.


Giovanni Sartori



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[1] Nel mese di novembre, mentre il fascicolo era in composizione, la signora Titina Sartori è scomparsa. Dalla “Nuova Antologia” l’espressione del più affettuoso cordoglio all’amico Vanni.