di Mauro Del Bue - "Avanti!", 28 agosto 2018


La rievocazione che il direttore dell’Espresso Marco Damilano ci ha regalato di quel famoso saggio dell’estate del 1978, che in molti ricordano come quello su Prudhon, e che il settimanale allora diretto da Livio Zanetti titolò con un eccesso di enfasi proprio “Il Vangelo socialista”, ci porta alla memoria ricordi, suggestioni, forti spinte ideali della bella politica. Il saggio di Craxi era stato scritto a due anni di distanza dalla sua elezione a segretario del Psi, a seguito della sconfitta socialista alle elezioni del giugno 1976, che venne sostanzialmente attribuita alla assoluta subalternità del Psi demartiniano ai comunisti. E a quel “mai più al governo senza il Pci” che ne caratterizzò in negativo la campagna elettorale.


Già con la prima relazione al Comitato centrale, del novembre del 1976, Craxi presentò una lunga illustrazione (verrà condensata nel libro “Costruire il futuro”) che tratteggiava la sostanza ideale di un autonomo rilancio socialista in Italia. Dopo le elezioni del 1976, che segnavano l’affermazione di un marcato bipolarismo politico e in particolare una forte avanzata del Pci che superava il 34% dei voti, un intellettuale comunista, Alberto Asor Rosa, dichiarò che il Pci poteva ormai divenire erede di Lenin e di Turati insieme. Berlinguer, con la politica del compromesso storico, candidava il suo partito a governare l’Italia assieme alla Dc e l’esecutivo di Andreotti nacque proprio nei giorni dell’elezione di Craxi alla guida del Psi. Ricordo bene, perché ero presente in rappresentanza dei giovani socialisti, la confusione che regnava sovrana al Midas, le correnti che si annunciavano sciolte ma non lo erano, il tentativo non riuscito di eleggere Giolitti, poi la virata su Craxi, benedetto da Giacomo Mancini.


La fase dal 1976 al 1978, cioè di fatto dall’elezione di Craxi, e dunque dall’inizio del cosiddetto Nuovo corso, fino al congresso di Torino, che si aprì a fine marzo del 1978, mentre era in corso il rapimento di Aldo Moro da parte delle Bierre e l’assise socialista era blindata anche per il contemporaneo processo al nucleo storico brigatista, é tutta orientata al passaggio dal primum vivere al deinde philosophari. E fu proprio caratterizzata da un grande rilancio del pensiero e della progettualità socialista. Il sostegno a Mondoperaio e all’Avanti rilanciati in nuove versioni grafiche e con le direzioni di Coen e di Vittorelli, quello di Critica sociale, il grande convegno degli intellettuali socialisti con la relazione di Norberto Bobbio, fino al Progetto socialista di Torino che avveniva grazie agli storici, filosofi, economisti di area socialista coordinati da Gigi Covatta, fu un periodo di grandi approfondimenti e discussioni tesi a dare un’anima a un partito che rischiava di essere considerato solo un reperto archeologico.


Il Psi di Craxi prese subito contatto coi leader del socialismo europeo, da Mitterand, a Soares, a Gonzales, a Brandt, e diverse furono le iniziative comuni che si svilupparono in Italia, concorse alla formazione del governo di unità nazionale sempre sottolineando, in polemica con Berlinguer, che in Italia non si poteva governare col 51% solo perché in presenza di un forte partito comunista e di un debole partito socialista, ma prese le distanze dalla linea della fermezza sul caso Moro proponendo una soluzione umanitaria. Il Progetto socialista di Torino e forse ancor più il saggio dell’agosto mettevano in piedi un’identità del nuovo socialismo libertario, di qui l’accenno a Proudhon, contrapposto al leninismo al quale ancora diceva di ispirarsi un Pci che non aveva abbattuto tutti i ponti con Mosca e anzi rivendicava con orgoglio l’eredità rivoluzionaria dell’ottobre.


Più ancora che con Togliatti con Berlinguer, che poi compirà lo strappo con Mosca solo nel 1981 dopo il colpo di stato in Polonia, si avvertivano chiare tutte le contraddizioni che Craxi s’impegnò a mostrare con quel saggio, frutto della collaborazione di Luciano Pellicani. I quaderni di Mondoperaio rilanciarono poi il tema che sintetizzarono nell’inconciliabilità del leninismo col pluralismo e andarono oltre lanciando l’idea che senza pluralismo economico non vi potesse essere pluralismo politico (vennero poi condensati in altrettanti volumi). Si era aperta la fase del revisionismo socialista che col saggio dell’anno dopo “Ottava legislatura”, scritto da Craxi subito dopo le elezioni anticipate del 1979, apriva il confronto sulla riforma delle istituzioni. Molto interessante risulta così la pubblicazione del volume “Il Vangelo socialista”, edito da Aragno, con un’ampia introduzione di Giovanni Scirocco che descrive gli anni e i presupposti che anticiparono il saggio di Craxi. Il volume contiene il testo pubblicato dall’Espresso e una fitta corrispondenza tra due grandi uomini di cultura del calibro di Virginio Dagnino, all’epoca direttore di Pietre, la vecchia rivista di Lelio Basso, ma approdato su sponde riformiste, revisioniste e libertarie, e lo stesso Pellicani. Si tratta di una preziosa testimonianza di come politica e cultura fossero in quel periodo strettamente legate. Leggendo quelle pagine oggi sembra di essere transitati in un altro mondo e non certo migliore. Comprensibili le emozioni che suscitano i ricordi di un periodo intenso della nostra vita, che sfociano anche in qualche rimpianto, in molti tristi paragoni, e in tante inevitabili domande senza risposta.



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