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    Mussolini e la Spada dell'Islam

    In uno scritto sull'”espansionismo islamico” pubblicato su un periodico del cattolicesimo integralista abbiamo letto quanto segue: "Una menzione a parte merita la moschea di Roma, la cui prima richiesta di edificazione pervenne a Mussolini dallo Scià di Persia di allora. Si ama ripetere la risposta di Mussolini per cui sarebbe bastata l'autorizzazione a costruire una chiesa alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell'Islam getta molta acqua su questa leggenda. Sembra invece che il personaggio non si fosse punto opposto all'edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso intervento di Pio XII, rimasto 'costernato' alla notizia, avesse fatto naufragare simili velleità". L'informazione, desunta da un articolo del Turkish Daily News del 25 ottobre 2000 (che viene citato in nota), concorda in sostanza con quanto ci ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro Islamico Culturale d'Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce gli avrebbe dichiarato che l'idea di erigere una moschea a Roma lo trovava entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo insormontabile. (Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell'epoca si era dichiarato contrario all'edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).

    Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui rapporti del Fascismo con l’Islam, l'interesse di Mussolini per l'Islam potrebbe avere "le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri pagine di elogio dell'Islam vergate da Nietzsche" (1). L'ipotesi di Cardini ci richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in cui è attestato il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e per l'Islam. Nell'aprile del 1913 infatti il direttore dell'Avanti! rispondeva a un invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli dicendole che tra breve le avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero letto "Nietzsche e il Corano" (2). Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), come ricorda anche Renzo De Felice, era "una scrittrice libertaria seguace della religione musulmana" (3), la quale si era convertita all'Islam durante una permanenza in Egitto, più o meno nello stesso periodo in cui operava al Cairo un altro ex anarchico entrato a sua volta in Islam: quell'Enrico Insabato che diventerà consulente del governo fascista per le questioni islamiche. Fu dunque la Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di Mussolini pubblicate da quest'ultima dopo la guerra, la prima fonte informata e attendibile da cui Mussolini attinse le sue conoscenze in fatto di Islam. Un'altra donna, ben più autorevole della Rafanelli, vent'anni più tardi parlerà anch'essa dell'Islam con Mussolini. Sarà la "Sceriffa di Massaua", Haleuia el-Morgani, discendente dell'Imam Alì e maestra (shaykha) di una confraternita iniziatica dell'Islam, la Tarîqa katmiyya. Dopo essere stata ricevuta dal Duce assieme ad altri dignitari musulmani, la "Sceriffa di Massaua", autorità islamica di primo piano dell'Africa Orientale, dichiarerà pubblicamente: "Da quando Allah ha voluto che il Duce assumesse la protezione e la difesa dell'Islam, anche la Tarîqa ha assunto importanza maggiore nel quadro della vita religiosa dell'Impero. Nessuno è stato con la mia religione e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce. Egli si è detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sharîfa discendente del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e lo conservi. Il Duce è nel cuore dei Musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e perché difende la loro fede".

    Fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva manifestato l'intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell'Italia coi paesi musulmani, e non solo con quelli dell'area mediterranea e dell'Africa orientale. Già nell'ottobre del 1923 il Duce volle inviare in Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e Luigi Piperno (4), la quale avrebbe dovuto studiare un piano di assistenza e, al contempo, cercare di attrarre nell'orbita fascista l'emiro riformatore Amânullâh, restio a rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e sovietici.

    Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di svolgere una "politica islamica" pienamente autonoma, per la semplice ragione che la politica estera di Roma nei confronti dei paesi musulmani dipendeva dall'andamento dei rapporti dell'Italia con la Gran Bretagna. Inoltre la "riconquista" della Libia, in corso in quegli anni, rendeva difficile un approccio politico dell'Italia nei confronti del mondo musulmano. Infine, l'influenza degli ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una politica estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti più dinamici.

    Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell'Italia assunse un profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930 fu inaugurata a Bari la Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma, sotto il patrocinio dei GUF, due convegni degli studenti asiatici. Nel maggio del 1934 Radio Bari cominciò a trasmettere in lingua araba. Il 18 marzo del 1934 Mussolini aveva detto: "Gli obiettivi storici dell'Italia hanno due nomi: Asia ed Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che devono suscitare la volontà e l'interesse degli Italiani (...) Questi nostri obiettivi hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di tutte le grandi potenze occidentali d'Europa, la più vicina all'Africa e all'Asia è l'Italia. Nessuno fraintenda la portata di questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani. Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti, vicini e lontani, ma di un'espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l'Italia e le nazioni dell'Oriente mediato e immediato (...) L'Italia può far questo. Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la sua funzione storica di collegamento fra l'Oriente e l'Occidente, le dà questo diritto e le impone questo dovere. Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte l'espansione spirituale, politica, economica dell'Italia fascista". Nel contesto di questa nuova politica estera si inserisce la creazione, nel giugno 1935 al Cairo, dell'Agenzia d'Egitto e d'Oriente, la quale, oltre ad avere le ordinarie funzioni di un'agenzia di stampa, svolgeva attività di penetrazione nel mondo dell'informazione araba, sovvenzionando giornali e giornalisti. Anche la nascita dell'Istituto per l'Oriente "si inserisce nel dibattito che attraversò quei settori dell'intellettualità nazionale interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali" (5).

    La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel 1937, l'anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende omaggio alla tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada dell'Islam (6), riceve gli elogi delle autorità islamiche (7) e nel discorso di Piazza del Castello proclama da parte sua: "L'Italia fascista intende assicurare alle popolazioni musulmane della Libia e dell'Etiopia la pace, la giustizia, il benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la sua simpatia all'Islam ed ai Musulmani del mondo intero". Tuttavia ancora in questa fase, stando a De Felice, "negli intenti di Mussolini e di Ciano la carta araba" continuava ad essere considerata "moneta di scambio nel caso che si fosse aperto un varco per un'effettiva trattativa per un accordo generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull'onda delle speranze suscitate dalla conclusione degli 'accordi di Pasqua', Roma bloccò immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e moderò il tono delle trasmissioni di radio Bari" (8).

    Dopo l'entrata in guerra, la politica islamica dell'Italia assumerà nella strategia mussoliniana "un valore permanente e non meramente strumentale" (9), caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in relazione al Medio Oriente, poiché nel Nordafrica la condotta italiana sarà sempre, nonostante le migliori intenzioni del Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo testamento politico nei termini seguenti: "L'alleato italiano (...) ci ha impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord (...) perché i nostri amici islamici d'un tratto hanno visto in noi i complici, volontari o involontari, dei loro oppressori" (10).

    E' dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il Fascismo e l'Islam si consolida notevolmente. La pubblicistica fascista di quegli anni ci mostra infatti tutta una serie di prese di posizione che vanno dal filoislamismo pragmatico e determinato da ragioni geopolitiche fino all'affermazione di una affinità dottrinale tra Fascismo e Islam. A tale proposito, accanto ad alcuni fatti isolati ma significativi, quali la comparsa di un libro in cui Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente italiano in Palestina) assegna all'Italia una funzione mediterranea di "potenza islamica"(11), vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a favore di una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam. Sulla rivista di Preziosi, Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad Bey, secondo cui "il Fascismo può, in un certo senso, essere chiamato l'Islam del secolo ventesimo" (12), e aggiunge: "l'offerta della Spada dell'Islam al Duce è il documento più probatorio che l'Islam vede nel Fascismo un qualcosa d'assomigliante, un certo punto conclusivo con le proprie vedute. (...) Il Fascismo ha orientato la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile consapevolezza, rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi, costumi. (...) Saggia politica che a poco a poco ha conquistato la simpatia e l'attenzione di tutto il mondo islamico (...) L'Islam s'indirizza verso la luce di Roma convinto come è della potenza e della saggezza della nuova Italia fascista per un desiderio dell'anima, riconoscente della grande comprensione che è il rispetto delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi" (13). Con Fascismo e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella ripropone la stessa tesi. E nel settembre del 1938, nel messaggio da lui rivolto all' "Internazionale fascista" di Erfurt, il presidente dei CAUR Eugenio Coselschi si richiamava tra l'altro alla "saggezza del Corano" in opposizione alle "nefaste dottrine che propongono l'assoggettamento di tutte le nazioni e di tutte le razze alla tirannia di un'unica razza sottomessa alle prescrizioni del Talmud"(14). Si fanno insomma sempre più frequenti, nel corso degli anni trenta, i richiami ad una "costruttiva collaborazione fra due inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l'Islamismo" (15).

    Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini di tale collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi: Enrico Insabato e Carlo Arturo Enderle. Il primo era stato direttore della rivista italo-araba Il Convito - An-Nâdî, uscita al Cairo dal 1904 al 1907, sulla quale erano apparsi scritti ispirati dallo shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr (16), l'iniziatore di René Guénon al Sufismo. Fedele alla sua vocazione di mediatore tra l'Italia e il mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato proseguirà anche negli anni della guerra mondiale il tentativo di allacciare il Fascismo all'Islam. Nell'aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della rivista Albania si conclude con queste parole: "L'Islam albanese (...) va pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che l'Italia (...) ha saputo, col fascino della titanica figura di Benito Mussolini, inspirare in tutti i seguaci del Profeta Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione". Una sua opera, pubblicata a Roma l'anno seguente, reca questo titolo significativo: L'Islam vivente nel nuovo ordine mondiale.

    Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel 1892 da genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria alla Regia Università di Roma, consulente neurologo dell'ONB, ex ufficiale medico, "fu uno dei più efficienti contatti segreti italiani che operarono con gli esponenti del nazionalismo arabo e del mondo islamico" (17). I rapporti del governo fascista con i nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân al-Giabri, col segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ ed-Dîn Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano stati curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto collaboratore, il musulmano indiano Iqbal Shedai.

    Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti furono ampiamente ricambiate da parte musulmana. Il maggior poeta dell'India musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877-1938), che nel 1932, prima di presiedere il Congresso Musulmano di Gerusalemme, era stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto un discorso all'Accademia d'Italia, vede nel Fascismo una forza in lotta contro gli stessi nemici dell'Islam e dedica una poesia a Benito Mussolini, che "ha messo a nudo senza pietà i segreti della politica europea". Parlando della rigenerazione dell'Italia all'insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice: "La nazione erede di Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata, giovane. Nello spirito dell'Islam vibra oggi la medesima ansia". Nel 1938 canta la definitiva sconfitta del materialismo classista "entro le mura antiche della grande Roma" e celebra la ricomparsa dell'Impero: "Alla stirpe di Cesare è riapparso il sogno imperiale di Cesare".

    Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un'azione solidale dell'Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa dal Gran Muftì di Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La celebre fotografia che lo ritrae in visita al "Covo" di Via Paolo da Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica di un'attività culminata con la proclamazione del gihàd e con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell'Italia e della Germania (18).


    Claudio Mutti

    Mussolini e la spada dell'Islam | Claudio Mutti


    NOTE

    1. F. Cardini, Introduzione a: E. Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2001, p. 5. Sulla presenza dell’Islam nell’opera di Nietzsche, cfr. C. Mutti, Avium voces, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 43-66.
    2. L. Ravanelli, Una donna e Mussolini, Rizzoli, Milano 1946, p. 24.
    3. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Einaudi, Torino 1965, p. 136 nota.
    4. La missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall'ing. Piperno, il quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu ucciso da un paio di fucilate mentre si trovava sul terrazzo della legazione italiana di Kabul, mentre sul gruppo degli italiani si riversò l'indignazione popolare.
    5. M. Giro, L'Istituto per l'Oriente dalla fondazione alla seconda guerra mondiale, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986, p. 1139.
    6. Alle domande che alcuni si sono poste circa la sorte della Spada dell'Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna Rachele in un'intervista pubblicata postuma tre anni fa: la Spada dell'Islam, che il Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca delle Caminate, fu democraticamente rubata durante l'assenza dei Mussolini, quando la Rocca venne devastata dagli antifascisti. "Hanno portato via tutto (...) perfino la culla di Romano" (L. Romersa, Benito e Rachele Mussolini nella tragedia, in “Storia Verità”, a. III, n. 17, sett.-ott. 1994, pp. 2-8).
    7. Il Cadi di Apollonia tenne questo discorso: "Sia lodato Iddio, Che ha infuso il segreto del genio negli uomini di Sua elezione, affinché in loro si manifesti la Sua grandezza, superiore ad ogni concezione umana, e affinché attraverso questa manifestazione si possa arrivare a glorificare la Divinità. O Duce, la tua fama ha raggiunto tutto e tutti e le tue virtù vengono cantate dai vicini e dai lontani. La tua visita al sepolcro di questo Compagno del Profeta, su di lui benedizione e pace, verso cui sono protesi in atto di venerazione i cuori di tutti i Musulmani, raddoppia la nostra gratitudine per te e ci rivela un altro lato della tua grandezza, quella cioè che ti congiunge con gli spiriti dei grandi di tutte le epoche. Al Grande Creatore che ti ha rivelato il segreto di guidare l'Italia sul cammino della potenza e della gloria e che ti ha ispirato i sentimenti di affetto e di bene verso i Musulmani, nonché il rispetto delle loro tradizioni religiose, rivolgiamo le nostre preghiere nell'umile raccoglimento di chi sente tutta la Sua potenza e fervidamente crede nella Sua infinita misericordia, perché ti protegga, ti conservi e ti conceda di spiegare sul mondo intero lo stendardo della pace e dell'amicizia". E il Cadi di Bengasi: "Benvenuto, o Duce, in questa città fedele e in questo antico tempio. I Musulmani di questo paese, che hanno seguito con profonda ammirazione le tappe del cammino trionfale percorso dall'Italia fascista sotto la tua guida e che hanno servito ai tuoi ordini con lealtà e con devozione, ti sono sinceramente grati per questa fausta visita che conferma la tua simpatia verso i Libici e il rispetto per la loro religione. Mi sento veramente fiero di rinnovarti a nome di tutti, sulla soglia di questo sacro luogo, la promessa assoluta di fedeltà, invocando il Signore Onnipotente e Generoso perché ti assista nel guidare l'Italia sulla via di una sempre maggiore grandezza. Egli ti conceda di vedere realizzata la tua volontà di portare il paese ad un livello superiore in tutti i campi, sì da offrire al mondo l'esempio di quanto l'Italia può fare per il bene dei popoli che essa accoglie nel suo grembo sotto il segno del Littorio, simbolo di giustizia e di umanità".
    8. R. De Felice, Il Fascismo e l'Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella politica di Mussolini, Il Mulino, Bologna 1988, p. 21.
    9. R. De Felice, Op. cit., ibidem.
    10. Le testament politique de Hitler, a cura di H.R. Trevor-Roper, Paris 1959, p. 61. Cfr. C. Mutti, Il nazismo e l'Islam, Barbarossa, Saluzzo 1986 e S. Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1988.
    11. G. Pesenti, In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande Guerra, Milano 1932, p. 12.
    12. Essad Bey, Maometto, Firenze 1935, p. V.
    13. G. Tucci, Il Fascismo e l'Islam, in “La Vita Italiana”, maggio 1937, pp. 597-601.
    14. R. De Felice, Op. cit., p. 20, nota 12. Sui CAUR e i congressi di Erfurt cfr. M. Ledeen, L'internazionale fascista, Laterza, Bari 1973 e I. Motza, Corrispondenza col Welt-Dienst, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1996.
    15. P. Balbis, rec. di G. Caniglia, La Tarica Katmia, in “Bibliografia fascista”, 1939, p. 194.
    16. Biografia in: Michel Vâlsan, L'Islam e la funzione di René Guénon, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1985, pp. 87-93.
    17. L. Goglia, Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986., p. 1237, nota 39.
    18. Sull'impegno militante del Muftì, si vedano i nostri articoli: Una vita per la Terrasanta, in “Storia del XX secolo”, 7, nov. 1995 e Il sangue contro l'oro, ibidem, 10, febbraio 1996.





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    I RAPPORTI TRA IL FASCISMO E IL MONDO ARABO - ISLAMICO



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    Se ci accontentassimo degli schemi preconcetti condizionati dalle dicotomie assurte nel secondo dopoguerra a valore di dogma - destra/sinistra, razzismo/antirazzismo, colonialismo/terzomondismo eccetera - faticheremmo davvero non poco a darci ragione di un complesso rapporto, tra luci ed ombre, spesso contraddittorio, talvolta entusiasta e sincero, che vide protagonisti personaggi e situazioni che animarono una tempèrie per la quale, col senno di poi, è stata coniata da storici forse più interessati a fornire materiale utile alla cronaca mediorientale che al servizio della Verità, l'ingenerosa espressione di "filofascismo arabo". Indubbiamente, sia la parte fascista che quella arabo-musulmana - da considerare nella loro complessità e da non ridurre quindi a blocchi monolitici - perseguivano obiettivi di fondo differenti, ma è sulla via del loro raggiungimento che si trovarono a percorrere in compagnia alcuni tratti di strada.

    Se le delusioni generate dai diktat della Conferenza della pace di Versailles (19 gennaio-28 giugno 1919) egemonizzata da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia - che per l'Italia si tradussero nello smacco della cosiddetta "vittoria mutilata" e per il mondo arabo-islamico sancirono il tradimento delle aspirazioni all'indipendenza all'insegna dell'arabismo e dell'Islàm - avevano già creato un primo terreno d'incontro tra due realtà emergenti, fino a tutti gli anni Venti la politica estera del fascismo è estremamente prudente, ma è a partire dai primi anni del decennio successivo e specialmente dopo la guerra d'Etiopia del 1935-36 (presentata ai musulmani come un riscatto dalle vessazioni perpetrate ai loro danni dal Negus) che una strategia mediterranea apertamente filo-islamica e perciò anti-francese e anti-inglese (non si dimentichi che all'epoca sia il Maghreb che il Mashreq arabi erano, secondo modalità differenti, sotto il controllo anglo-francese) viene adottata con sempre maggiore audacia: si dà un maggior impulso agli studi arabi e d'islamologia, s'intensificano le iniziative di penetrazione culturale e ideologica (la Fiera del Levante dal 1930, i Convegni a Roma degli studenti asiatici del 1933 e del 1934, le pubblicazioni bilingue italiano-arabo come Italia Musulmana, Mondo Arabo e L'Avvenire Arabo, le trasmissioni in lingua araba di Radio Bari dal 1934) e si diffondono movimenti ed organizzazioni arabe,

    " L'Avvenire arabo " giornale di propaganda fascista


    soprattutto giovanili, fra cui ricordiamo il Partito Giovane Egitto (Hizb Misr al-Fatâ) di Ahmad Husayn e le Falangi Libanesi (al-Katâ'ib al-Lubnâniyya) di Pierre Jumayyûl tra i primi, le Camicie Verdi (al-Qumsân al-Khadrâ') e Le Camicie Azzurre (al-Qumsân az-Zarqâ'), entrambe egiziane, nonché varie associazioni scoutistiche (al-Jawwâla), tra le seconde, che guardano, magari confusamente, al fascismo come modello. In altri casi, invece, il motivo ispiratore era costituito dal nazionalsocialismo: citiamo il Partito Nazionale Sociale Siriano (al-Hizb al-Qawmî as-Sûrî al-Ijtimâ'î) di Antwân Sa'âda, le Camicie di Ferro (al-Qumsân al-Hadîdiyya) a Damasco e ad Aleppo, l'irachena al-Futuwwa, la cui etica traeva origine da quella degli ordini cavallereschi del medioevo islamico. Ma è con gli ambienti delle corti delle entità statali allora indipendenti (spesso solo formalmente) e non con fazioni minoritarie ed estremiste che il fascismo, realisticamente, preferisce intessere relazioni che in special modo sul piano commerciale determinano posizioni di tutto rispetto: lo Yemen dell'imâm Yahyà è un protettorato italiano di fatto (il Trattato d'amicizia e di relazioni economiche del 1926 è rinnovato nel 1937) e buoni rapporti vengono stabiliti sia con Re Fu'âd d'Egitto che con il sovrano dell'Iraq Faysal Ibn Husayn, mentre a riprova dell'importanza degli apporti sanitario e tecnico-scientifico italiani nel mondo arabo basti rammentare la missione medica permanente presso l'imâm dello Yemen, l'Ospedale Italiano di 'Ammân, l'ambulatorio di Jedda e l'assistenza aeronautica fornita ad Ibn Sa'ûd per tutti gli anni Trenta.

    Sul finire del decennio e con la guerra poi - quando a tutte queste ottime relazioni gli Alleati impongono ricatti e pressioni - il filo-islamismo del regime mussoliniano, fin lì improntato ad una buona dose di pragmatismo, si fa, per così dire, ideologico (il fascismo come "Islàm del XX secolo" è uno degli slogans coniati in quel clima), ma è solo in sporadiche occasioni (ad esempio la fallita rivoluzione irachena di Rashîd 'Âlî Al-Gaylânî e degli ufficiali del "Quadrato d'Oro" appoggiata dall'Asse nell'aprile-maggio 1941) e comunque con scarsa convinzione, che il fascismo e alcuni settori del mondo arabo-musulmano desiderosi di liberarsi dal controllo franco-inglese riescono ad intraprendere iniziative di un certo rilievo. Tra gli interlocutori arabi di spicco che privilegiarono l'alleanza (più pragmatica che ideologica) tra il fascismo e l'Islàm - mal riponendo tra l'altro le loro speranze in un altrettanto netto rifiuto dell'entità sionista che lentamente ma inesorabilmente andava costituendosi in Palestina - ricordiamo innanzitutto il Gran muftî di Gerusalemme Hâjj Amîn al-Husaynî (1893-1974), fautore di un'impostazione arabo-islamica - e non strettamente nazionale - della lotta di liberazione del Dâr al-Islàm dalle ingerenze straniere, l'emiro druso Shakîb Arslân (1869-1946), uno dei principali esponenti della corrente riformista della salafiyya che a Ginevra dirigeva La Nation Arabe, Muhammad Iqbâl (1877-1938), il padre spirituale del Pakistan, che ebbe parole d'elogio per l'apertura nei confronti dell'Asia suggellata dal Duce con il discorso del 18 marzo 1934 sull'espansione pacifica dell'Italia in Oriente.

    Sbaglierebbe poi chi - astraendo dal contesto storico di questa vicenda - individuasse nell'antisemitismo il collante di queste pur vaghe simpatie reciproche: esso non è mai stato proprio né di arabi né di musulmani e per il fascismo, fu il tardivo, minoritario e strumentale frutto dell'alleanza politica con la Germania hitleriana, mentre è spesso taciuto l'atteggiamento ostile che già dal '36 le principali organizzazioni ebraiche dimostrarono nei confronti dell'Italia fascista ed è altresì da ricordare che le comunità ebraiche tradizionalmente residenti in Palestina convivevano pacificamente da tempo immemorabile sia con la maggioranza araba musulmana che con la minoranza araba cristiana.

    Che si trattasse di un filo-islamismo ondivago e contraddittorio lo dimostra inoltre la "politica islamica" perseguita dal fascismo in Libia, dove i nodi di quella che spesso appare una strategia volta più che altro a contrastare l'egemonia franco-inglese nel Mediterraneo e a gestire le popolazioni musulmane delle colonie (Libia, Eritrea, Dodecaneso, poi Etiopia e infine Albania) vengono al pettine. Qui l'Islàm è sì incoraggiato - fino al punto da rendere difficile la vita a chi scorse l'occasione di una nuova evangelizzazione dell'Africa del Nord - con iniziative volte al sostegno della vita religiosa locale (restauri e costruzioni di moschee e di scuole coraniche, assistenza per i pellegrini alla Mecca, apertura della Scuola Superiore di Cultura Islamica a Tripoli), ma è soprattutto uno strumento d'ordine, progressivamente costretto alla sfera privata in ottemperanza a quel "date a Cesare" che poco si adatta all'intima essenza dell'Islàm. Anche il fascismo quindi - tra i cui elementi costitutivi è da annoverarsi l'avversione a molti dei principi dell'Illuminismo e ad un certo "progressismo" - in Colonia finì per appiattirsi nella riproduzione della retorica del progresso (dello "sviluppo" diremmo oggi) allestendo la versione in camicia nera della "missione di civiltà", compreso l'imprescindibile bagaglio di "buone intenzioni" insito in ogni impresa d'oltremare. Il viaggio di Mussolini in Libia nel marzo 1937 - un "premio" per un popolo che con i contingenti di ascari aveva dato un contribuito fondamentale alla conquista dell'Impero -, culminato con la consegna al Duce della "spada dell'Islàm", aprì in realtà una nuova e più massiccia fase d'insediamento di coloni italiani sulla "Quarta sponda" ("i Ventimila" del 1938), evento che non poteva non preoccupare i fautori dell'integrità etnica e culturale della Patria araba (al-watan al-'arabî), in primis i contigui nazionalisti tunisini del Neo-Dustûr di Habîb Burghîba, saltuariamente accostatisi al fascismo.

    Un giudizio complessivo quindi, deve rilevare che l'azione filo-musulmana del fascismo (o "filo-araba", quando l'elemento "razza" cominciò a pesare di più in seguito all'avvicinamento alla Germania) si risolse soprattutto in un'attività di propaganda e di disturbo (persino l'insurrezione palestinese del 1937-39 non venne sostenuta con particolare entusiasmo) volta ad accaparrarsi la simpatia delle popolazioni musulmane del Mediterraneo, centro di gravità del "rinnovato Impero di Roma", le quali tuttavia - deluse da chi si era mangiato tutte le promesse fatte a suo tempo - scorsero in questi proclami la possibilità di riuscire a condurre a buon fine la lotta di liberazione anticoloniale, poi proseguita nel secondo dopoguerra dai campioni dei panarabismo (Jamâl 'abdel-Nâser ed i suoi epigoni), tacciati di volta in volta - non a caso - dalla propaganda dei loro avversari di "fascismo", se non addirittura additati a nuovi "Hitler".

    Ad ogni modo, leggendo i non pochi scritti editi nell'Italia tra le due guerre mondiali nel clima della ricerca di un'"intesa con l'Islàm", si può evincere quanto i toni della polemica (che è bene che ci sia, per carità) sull'odierna presenza islamica in Italia e i timori instillati da chi ha interesse ad agitare ad ogni piè sospinto lo spauracchio dell'"integralismo islamico" siano lontani dall'impostazione data all'epoca alla delicata e fondamentale questione dei rapporti tra l'Italia (e l'Europa quindi) e l'Islàm, tra l'Occidente e l'Oriente.




    I RAPPORTI TRA IL FASCISMO E IL MONDO ARABO - ISLAMICO

  4. #4
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Mussolini e la Spada dell'Islam -

    IL FASCISMO E L'ISLAM



    di Alessandro Frigerio



    In oro massiccio, finemente cesellata dagli abili artigiani berberi, la spada dell'Islam puntava dritta al cielo. Sotto, un Mussolini un po' appesantito nel fisico, ma rinvigorito nello spirito dalla recente conquista dell'Impero, la sguainava con soddisfazione, al culmine di una cerimonia sfarzosa e coreograficamente perfetta. Era il 20 marzo 1937, e nell'oasi di Bugàra, appena fuori Tripoli, si consumava l'atto finale del corteggiamento del fascismo nei confronti degli Arabi e dell'Islam. La spada, consegnata da Iusuf Kerbisc, capo di un contingente berbero utilizzato dagli italiani fin dal tempo della Grande Guerra contro i "ribelli", era il simbolo attraverso il quale una parte del mondo arabo voleva esprimere l'approvazione per la politica islamica del fascismo.
    Una politica che dopo il 1945 verrà dimenticata, oppure sbrigativamente inserita nella categoria del più classico opportunismo mussoliniano. Ma che per un decennio, dai primi anni Trenta fino allo scoppio del conflitto mondiale, sembrò interpretare, talvolta in modo disordinato, l'essenza stessa del fascismo, perennemente combattuto tra rivoluzione e ordine, tra la vocazione a farsi paladino revisionista del trattato di Versailles e le ambizioni coloniali da ultima arrivata tra le grandi potenze.
    A illuminare l'argomento è appena giunto un agile volume scritto da Enrico Galoppini, studioso e profondo conoscitore del mondo arabo (Il fascismo e l'Islam, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma, 2001, pp. 166, £. 24.000), che ricostruisce alcuni aspetti delle inclinazioni filoaraba e filoislamica di Mussolini, indagandole alla luce dei più recenti studi e delle fonti giornalistiche d'epoca, seguendole nel suo percorso disordinato ma incessante, così simile, spiega l'autore, a un fiume carsico che "balzava periodicamente agli onori delle cronache per poi scomparire e proseguire lontano dagli sguardi dei più".
    La sorgente nascosta della politica verso il Medio Oriente risaliva agli anni Venti, e di organico aveva ben pochi aspetti, ereditata com'era da quella dell'Italia liberale. La lontana Rodi nel Dodecaneso, la Tripolitania e la Cirenaica ancora non completamente "pacificate" e le due teste di ponte in Africa orientale, l'Eritrea e la Somalia italiana, costituivano un lascito dei primi sessant'anni del Regno d'Italia. Ma negli anni Venti di una specifica politica araba ancora non si poteva parlare. Troppo forte era l'esigenza di Mussolini di giocare la carta della credibilità con l'Inghilterra per azzardare mosse che potessero dispiacere, troppo impellente la necessità di riconquistare saldamente le zone interne della Libia per poter fare degli arabi degli interlocutori politici. E, infine, ancora troppo influenti erano le spinte cattoliche, soprattutto dopo i Patti Lateranensi, per immaginare un avvicinamento al mondo islamico.
    Ma nei primi anni Trenta Mussolini si scopre giocatore sempre più audace e decide di sfoggiare una maggiore autonomia e un più marcato dinamismo. Il mondo arabo, sottoposto ai mandati di tipo semicoloniale di Francia e Inghilterra, diventa così una carta appetibile. Ma ancora Mussolini non ha deciso come giocarla.
    Una pagina di "Avvenire arabo",
    giornale di propaganda fascista
    Lusingare le aspirazioni indipendentiste o farsi addirittura protettore dell'Islam? E ancora, spendere tutto per indurre l'Inghilterra a un gentlemen agreement che sancisca l'influenza italiana nel Mediterraneo o prendersi ciò vuole in barba a tutto e tutti?
    Una cosa per è certa. Fascismo e mondo arabo-islamico concordano nel sentirsi reciprocamente insoddisfatti per le sistemazioni di Versailles. E oltretutto possono dire di vantare anche dei nemici in comune. La Francia, principale beneficiaria dei "mandati", che in Siria e in Libano attizzava il particolarismo e si ergeva a protettrice dei cattolici d'Oriente. L'Inghilterra, che reprimeva il nazionalismo arabo e agevolava l'emigrazione ebraica in Palestina.
    E' così che scattano le prime iniziative di "attenzione" verso il mondo arabo. Nel 1930 nasce a Bari la Fiera del Levante, quattro anni dopo Radio Bari inizia a trasmettere anche in lingua araba, a Roma si organizzano un paio di convegni degli studenti asiatici, si promuovono pubblicazioni e partono le prime sovvenzioni a giornalisti e giornali arabi. Inizia un lavorio occulto per prendere contatto con esponenti nazionalisti e panarabi mediorientali.
    Fino a quando nel 1934 Mussolini enuncia a chiare lettere la sua svolta. "Gli obiettivi storici dell'Italia hanno due nomi: Asia e Africa. Sud e Oriente sono i punti cardinali che devono suscitare la volontà e l'interesse degli italiani", dichiara alla seconda assemblea quinquennale del regime. E aggiunge, per sgombrare il campo da fraintendimenti, che "Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti vicini e lontani, ma di un'espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l'Italia e le nazioni dell'Oriente immediato e mediato". Insomma, Italia come ponte tra Oriente e Occidente alla ricerca di una "espansione spirituale, politica, economica" che andasse ben oltre l'ambito ormai sempre più stretto del Mare Nostrum.
    Fin qui i fatti, forse non troppo noti ma già documentati anni addietro da Renzo De Felice (Il fascismo e l'Oriente, il Mulino, 1988). Il merito del volume di Galoppini è invece un altro, e cioè quello di chiarire quali furono le strategie di penetrazione tra gli Arabo-Musulmani e di individuare l'immagine, tutta personale, che il fascismo tentò di offrire di sé e dell'Islam al mondo.
    La difficoltà a stabilire "quanto l'opinione pubblica araba fosse davvero ben disposta nei confronti dell'Italia fascista, oppure convinta della strumentalità della sua politica islamica", la si deve soprattutto all'impossibilità a individuare nel mondo arabo-islamico, negli anni Trenta così come oggi, un interlocutore privilegiato. A livello religioso non esisteva un vero e proprio rappresentante dell'Islam, essendo questa religione priva di una gerarchia strutturata sulla falsariga di quella ecclesiastica. Sul piano politico, invece, mentre esistevano gruppuscoli nazionalisti e indipendentisti, sulla cui affidabilità permanevano tuttavia numerosi dubbi, a livello di politica 'alta' il fascismo doveva confrontarsi con la maggiore influenza di Francia e Inghilterra sulle èlites politiche arabe. A parte alcuni contatti con la corte egiziana, che non lasciarono grande traccia, in Medio Oriente il fascismo preferì puntare tutto sulla carta 'antiborghese' e sul 'fattore islam'. L'Italia si propose quindi come paladina di giustizia contro le 'demoplutocrazie', avvicinandosi preferibilmente agli esponenti tradizionali del mondo islamico piuttosto che agli intellettuali nazionalisti. Si aprirono così canali privilegiati con il Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Huseyni e con movimenti palestinesi contrari all'ebraizzazione della Palestina, si fornì assistenza economica e tecnologica all'Iraq, si guardò al sovrano saudita Ad Ibn Sa'ud come a un nuovo 'Duce d'Arabia'. Nacquero anche organizzazioni arabe d'ispirazione fascista, soprattutto in Egitto e in Siria.
    Truppe cammellate arabe: erano formazioni che
    affiancavano le forze armate coloniali italiane
    Strutturate spesso come formazioni paramilitari e caratterizzate, sulla scia della migliore liturgia nostrana, da divisa colorate (le 'camicie azzurre', le 'camicie verdi'), queste formazioni ammiravano del fascismo l'aspetto militaristico, la sua volontà di rivalsa rispetto alle potenze occidentali e il suo oscillare continuo fra tradizione e progresso.
    Ma il filofascismo arabo si esaurì in queste e poche altre manifestazioni, non assumendo mai vere e proprie connotazioni ideologiche. Del resto, come ha puntualmente chiarito Renzo De Felice, "la qualifica di 'fascisti' attribuita anche da studiosi di rilevo al Mufti di Gerusalemme, a el-Gaylani, a Chandra Bose e ad altri esponenti dei movimenti nazionali asiatici ed africani che furono in contatto e collaborarono con qualcuna o tutte le potenze del Tripartito prima e durante la seconda guerra mondiale non regge ad uno studio ravvicinato delle vicende attraverso le quali si svilupparono i loro contatti e la loro collaborazione e alla immagine, al giudizio che di essi hanno i loro rispettivi popoli. […] Quanto al Mufti, in lui il movimento nazionale palestinese vede uno dei maggiori protagonisti della propria lotta nella fase antibritannica e anche sovrani arabi moderati, come quello dell'Egitto, negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale, videro in lui un uomo da accogliere e trattare col massimo rispetto".
    Come mette bene in luce il volume di Galoppini, quel che invece s'impone dalla metà degli anni Trenta è "un'interpretazione dei rapporti con il mondo arabo-islamico che tende a stabilire un'analogia tra il fascismo e l'Islam. L'Italia lascia il posto al 'fascismo'; la rivoluzione starebbe dando i suoi frutti, lasciandosi alle spalle l'Italietta liberale". Sulla stampa italiana si comincia a parlare di 'razza araba' e della sua superiorità rispetto non solo agli ebrei ma anche agli altri popoli di colore. In barba all'universalità del messaggio del Corano gli arabi vengono identificati come una sorta di razza eletta all'interno del mondo musulmano. E "a furia di assimilare in tutto l'Islam al fascismo - scrive Galoppini - si finiva per scambiare […] l'Islam per un regime d'ordine, quale per certi versi il fascismo fu".
    La consegna della spada dell'Islam a Tripoli, nel 1937, costituì l'apice della politica di Mussolini verso il mondo arabo. E da questo punto di vista la Libia fu il laboratorio dove la sua sperimentazione fu più intensa. Per non apparire imperialista e fugare ogni dubbio sulla sua 'vocazione' islamica il fascismo dovette però faticare non poco. Già in occasione della conquista dell'Etiopia la propaganda di regime dovette arrampicarsi sui vetri per fornire una giustificazione umanitaria alle operazioni e all'impiego di alcuni contingenti libici: la guerra d'Etiopia fu fatta passare per una guerra di liberazione dei mussulmani contro le vessazioni perpetrate dal governo 'schiavista' e filoccidentale del Negus. E per recuperare qualche punto anche a livello di immagine, in Libia il fascismo intervenne massicciamente costruendo e restaurando moschee, inaugurando scuole di cultura islamica e fornendo agevolazioni ai pellegrini diretti alla Mecca. La colonia libica rivestì a tutti gli effetti il "ruolo di vetrina delle buone disposizioni italiane nei confronti dell'Islam". La missione civilizzatrice del fascismo voleva trasmettere l'idea che il bravo mussulmano fosse anche un bravo suddito coloniale, devoto al suo capo. "È questa la gente della Libia che ha giurato fedeltà all'Italia di Mussolini - si legge in una cronaca dell'epoca -, che è pronta ad agire ad un suo cenno, a prendere le armi contro il nemico comune".
    Ma i risultati della politica filo-araba, perseguita nel corso di tutti gli anni Trenta, alla fine si dimostreranno decisamente scarsi. L'Inghilterra li sopravvaluterà ampiamente, cadendo preda di una psicosi da 'italiano sotto il letto'. Una psicosi che contribuirà, assieme alla conquista italiana dell'Etiopia, a far perdere a Mussolini quel poco credito conquistato a Londra fino ad allora.
    Con la Germania, invece, l'Italia non riuscirà mai a stabilire una strategia comune. A Hitler, disinteressato alle colonie e attento esclusivamente alla conquista dello spazio vitale a est, la carta araba interessava solo in funzione antibritannica.Ma in alcuni casi ciò contribuì a fare del Reich un rivale di Mussolini, in quanto il totale disinteresse coloniale nazista fu in molti casi percepito dal mondo arabo come assai meno ambiguo del tentativo mussoliniano di tenere assieme il 'posto al sole', l'impero coloniale, con la tutela del modo arabo e dell'Islam.








    Bibliografia
    Il fascismo e l'Islam, di Enrico Galoppini, Edizioni all'insegna del Veltro, 2001, pp. 166, £. 24.000 (il volume può essere richiesto direttamente all'editore: viale Osacca 13, 43100 Parma)






    Il fascismo e l'Islam
    Ultima modifica di Avamposto; 31-08-10 alle 02:57

  5. #5
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Mussolini e la Spada dell'Islam -


 

 

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