Veltroni, Bersani, Ferrero, hanno preso parola, in questo ordine, negli ultimi giorni. Cosa li accomuna? Un tratto marcato di conservatorismo. Tutti e tre i ragionamenti avanzati sanno incredibilmente non solo di vecchio, ma di una difesa di uno status quo che difficilmente offre materiali utili ad affrontare in modo vincente la crisi aperta. Naturalmente c’è una differenza tra i tre ragionamenti, ed è giusto coglierla.

Veltroni ha riprodotto il suo schema di autosufficienza del campo democratico con il solito connotato che questa presunzione di far da sé è altrettanto grande della indeterminatezza del profilo politico e programmatico del soggetto chiamato a dare tale prova. Diverso il ragionamento di Bersani che riconosce l’esistenza degli altri da sé ma solo in una fissità di schemi che vorrebbe pietrificare una realtà che invece si muove anche se in questa fase appare prevalentemente come una melma che può inghiottirti o una lava che ti seppellisce e ti restituisce, appunto, pietrificato. Basta già la rievocazione del nome Ulivo, naturalmente accompagnata dal più vecchio degli aggettivi, “ nuovo “, per avvertire sulla pelle il brivido di una ondata gelida come quella di un frigorifero che si apre. Dopo due ulivi, quello di schieramento e quello partitico, che hanno entrambi perso o il confronto elettorale o quello con il governo, non è che il ritorno al futuro di un nuovo terzo ulivo appaia particolarmente in grado di risolvere i problemi vissuti con l’altra formula magica, l’unione, anch’essa sconfitta. Non a caso il più d’accordo con Bersani è Ferrero la cui fissità è pressocchè esistenziale e che ambisce ad essere lo specchietto di un riformismo a cui vorrebbe essere alternativo e di cui invece finisce solo con il rimandare l’immagine speculare. Bersani e Ferrero convergono, attraverso il giochino del doppio cerchio, quello del nuovo ulivo e dell’alleanza democratica, in uno spericolato doppio politicismo. Quello di una divisione dei ruoli tra chi andrà al governo e chi ne rimarrà fuori che, ammesso e non concesso che così si battano le destre, porterebbe ad un permanente conflitto di interessi che finirebbe col far perdere sia il governo che la sua opposizione concordata. Ferrero è in ciò un esempio vivente di doppia sconfitta sia come ministro che come uomo di opposizione. Perdippiù Bersani si concede un’altra acrobazia, da convergenze parallele della prima repubblica, collocando nel cerchio dell’alleanza democratica anche quel polo centrista che è in realtà il suo vero oggetto dei desideri.Il punto è che la fissità conservativa serve a non rimettere in discussione se stessi, cosa invece indispensabile per due ragioni. La prima è che queste forze esistenti attualmente nel campo progressista sono le responsabili delle sconfitte di questa fase non breve e che va sotto il nome di seconda repubblica.La seconda è che la seconda repubblica è in crisi e che se non si prova a definire un progetto per superarla, non essendoci lo spazio per un ritorno alla prima sic et sempliciter si lascerà le destre riorganizzarsi in una nuova prospettiva più o meno autoritaria o neo centrista.Per questo, nuovo ulivo non dice niente se non la voglia di non misurarsi con la necessità di rifondarsi del tutto come soggetti politici senza di che non si è in grado di riproporre un’alternativa per l’Italia. Prendo, a dimostrazione del mio ragionamento, solo un punto, ma chiave. Tutta l’idea di seconda repubblica prevalente in modo pressocchè egemonico nel campo della sinistra moderata è stata quella dell’americanizzazione. A questa idea è stata sacrificata l’esistenza stessa della sinistra come forza organizzata di massa, autonoma culturalmente e politicamente perché portatrice di una idea di società. E c’è una piccola sinistra che ha pensato di poter sopravvivere a questo processo, o addirittura di lucrarvi, non rendendosi conto che al contrario veniva travolta. Ma se prendiamo oggi il punto strutturalmente rappresentativo dell’americanizzazione in campo, e cioè Marchionne, ci rendiamo conto che la sua proposta è tale da spezzare, con il contratto nazionale, l’unitarietà del Paese, la sua collocazione europea, e l’idea stessa di una democrazia pluralista nella rappresentanza degli interessi. L’afasia del PD nei confronti di Marchionne è drammatica perché ci dice che quel soggetto lì non è in grado di fare i conti con il portato della propria scelta americanizzante se non a prezzo di un conflitto profondo, direi esistenziale. Questo è il punto centrale, a cui si accompagna il rilancio,in varie forme, delle ipotesi elettorali maggioritarie ed uninominali che non vogliono che si arretri dall’americanizzazione. Io penso che la prospettiva dell’ulteriore americanizzazione sia un dramma per questo paese che al contrario deve ritrovare una via europea, innovata. E penso che lascerebbe spazio ad ancora più populismi minando la tenuta nazionale. Per questo penso che occorra ricostruire una soggettività in grado di offrire una strada alternativa per l’Italia e che questa soggettività non può prescindere dall’esistenza di una forte sinistra, di stampo europeo. Per questo i tre conservatorismi mi appaiono incapaci di rispondere ai problemi che ci hanno visto sconfitti nel passato e che hanno incubato quelli dell’oggi. Il vero dato nuovo dell’oggi è che è tornata in campo una capacità di resistenza e di alternativa che va da Pomigliano e Melfi al referendum sull’acqua a tanti altri momenti di riscatto. E’ questa potenzialità che va messa in campo per chiamarla a decidere quale soggetto vogliono si costruisca per realizzare una alternativa reale. A loro va data la parola per discutere di progetti ,donne e uomini, capaci di realizzare una nuova soggettività che potrebbe perché no riprendersi la parola sinistra ed essere pronta a sconfiggere le destre perché alternativa ad esse. Questo è proprio il senso delle primarie da fare non aspettando la data delle elezioni perché rappresentano la via innovativa e democratica rispetto ai politicismi conservatori.