Lo Stato italiano sta perdendo 5,5 miliardi dei 6,9 investiti in Mps. Il decreto per la nazionalizzazione finalizzata al salvataggio pubblico risale al dicembre 2016 e prevedeva una prima ricapitalizzazione da 5,4 miliardi a carico dello Stato (per una quota del 52,18%) e successivamente l’ascesa al 68,24% per 1,5 miliardi nell’ambito del piano di swap bond-azioni a tutela dei risparmiatori detentori delle vecchie obbligazioni. In totale, l’esborso per lo Stato è di 6,9 miliardi. Oggi il 100% della banca vale poco più di 2 miliardi, e il 68,24% in mano al Tesoro corrisponde a circa 1,36 miliardi. Dal rientro alle quotazioni in Borsa avvenuto circa un anno fa (25 ottobre) al prezzo di 4,28 euro per azione, il titolo ha perso il 58% circa del suo valore e, dopo i crolli delle ultime settimane dovuti all’impennata dello spread, le quotazioni si attestano a 1,78 euro. Il Tesoro era entrato pagando le azioni 6,9 euro (per la tranche principale) e 8,5 euro (per la parte relativa allo swap bond-azioni).

La nazionalizzazione di Mps, decisa a fine 2016 come primo atto del Governo di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni subentrato da pochi giorni a quello di Matteo Renzi, è stata uno dei cavalli di battaglia delle recenti campagne elettorali di Lega-M5s per le elezioni politiche e amministrative culminate con la vittoria a Siena. Ma se l’ingresso dello Stato nel Monte è da attribuire ai precedenti Governi, la responsabilità di organizzarne l’uscita è di quello in carica. E più passa il tempo, più rischia di aumentare il costo per i contribuenti. A inizio giugno, quando si è insediato il Governo gialloverde, Mps valeva circa 3 miliardi. In quattro mesi e mezzo, è stato bruciato un miliardo, di cui il 68% a carico del socio pubblico.

Entro il 2021 lo Stato, secondo quanto concordato con l’Unione europea, dovrà uscire dal capitale della banca ma già da giugno 2019 dovrà essere definita la road map per la privatizzazione. Il cda di Mps, stando a indiscrezioni, ha iniziato ad affrontare il tema in via preliminare già nella prima riunione dopo l’estate. Entro inizio 2019 è probabile che la banca e l’azionista Tesoro procederanno alla nomina dei rispettivi advisor per definire il piano da presentare entro giugno a Bruxelles.

La via maestra da seguire, per una banca che ormai è poco più di una rete distributiva avendo ceduto quasi tutte le società prodotto, è quella di un’aggregazione con un altro istituto. Ma i rischi sul debito sovrano e l’allarme rating, indotti dalla politica economica del nuovo Governo, complicano la vita della partecipata statale Mps e anche quella dei possibili “aggregatori”. Gli ultimi conti semestrali del Monte hanno evidenziato un miglioramento gestionale della banca. Che però, malgrado la maxi-pulizia, ha ancora in pancia 17 miliardi di crediti deteriorati e circa 24 miliardi di Btp in portafoglio. Ulteriori rialzi dello spread andrebbero a erodere il Cet1, tuttora sopra ai minimi richiesti. Meccanismo che vale per Mps ma anche per BancoBpm o Ubi Banca, cui il mercato guardava in passato come due possibili aggregatori di Mps. L’alternativa ipotizzata mesi fa da qualche esponente della maggioranza gialloverde è il coinvolgimento di Poste Italiane, controllata da Cdp, in un matrimonio che, rientrando entrambe le società nel perimetro dello Stato, aprirebbe un nuovo complesso fronte autorizzativo con Bruxelles.

In questo contesto di generale incertezza sul sistema Italia, servirebbe chiarezza strategica sul futuro del Monte. Lo Stato azionista al 68% e il cda della banca dovranno muoversi all’unisono per presentare entro giugno alla Ue un piano di uscita del socio pubblico. Dopo i proclami elettorali del deputato leghista Claudio Borghi sullo spoil system a Siena, sui destini dell’attuale vertice è sceso il silenzio. Il ceo Marco Morelli ha già fatto sapere al Tesoro di essere disponibile ad andare avanti se c’è piena fiducia da parte del socio di maggioranza. A Roma ufficialmente tutto tace, anche se emissari dei due partiti di Governo continuano a sondare la disponibilità di banchieri interessati al nuovo corso “gialloverde” a Siena. In mezzo a dispute tra nuovi guelfi e ghibellini, la banca più antica del mondo continua a procedere navigando a vista.

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