Per contrastare le vulgate di certe "chiese pseudo-marxiste" o di certa disinformazione di sinistra, secondo cui l'Unione Sovietica altro non fu che una progressiva parabola di deviazionismo rispetto all'iniziale avvio impressole dal pensiero marxista, cominciamo la pubblicazione in parti del testo di Aleksander Sceptulin, originariamente pubblicata nel 1977 per le Edizioni moscovite Progress.
Si tratta di un testo fondamentale per ripercorrere la filosofia del marxismo-leninismo ed inquadrarne la nascita nel solco della storia del pensiero moderno.
Capitolo I
LA FILOSOFIA E IL SUO RUOLO NELLA SOCIETÀ
Prima di esporre la filosofia del marxismo-leninismo, dobbiamo chiarire che cosa rappresenti
la filosofia in generale, in che cosa essa si differenzi dalle altre forme della coscienza sociale,
quali funzioni essa sia chiamata ad assolvere.
1. LA FILOSOFIA COME CONCEZIONE DEL MONDO
1. Che cos’è una concezione del mondo
La filosofia rappresenta l’insieme delle idee sul mondo. Ma ciò dicendo, noi non ne esprimiamo ancora i tratti distintivi. Infatti, nella società esistono molte altre concezioni oltre a quelle filosofiche. In che cosa si distinguono, dunque, le concezioni filosofiche da quelle non filosofiche e, in particolare, da quelle delle scienze naturali? Il contenuto delle scienze naturali e sociali concrete riflette le leggi oggettive di questi o quei campi della realtà, di questi o quei processi. Per esempio, la fisica ha per oggetto i fenomeni connessi con lo spostamento dei corpi nello spazio, col movimento delle molecole, delle particelle «elementari», ecc.; la biologia studia i fenomeni della natura vivente; le scienze economiche si occupano dei rapporti che sorgono tra gli uomini nel processo di produzione, di distribuzione e di consumo dei beni materiali; la pedagogia si occupa dell’educazione e dell’istruzione degli uomini, ecc. La filosofia, invece, non si occupa di un campo particolare della realtà né di un settore particolare del mondo, essa studia il mondo nel suo insieme, tutti i
fenomeni che vi si verificano.
La filosofia, dunque, ha il compito di elaborare un sistema di idee sul mondo nel suo insieme, di fornire un’interpretazione unica di tutti i processi che avvengono nel mondo, di essere, cioè, una concezione del mondo.
2. Il quesito supremo della filosofia. Materialismo e idealismo
La filosofia studia il rapporto tra la materia e la coscienza, tra la natura e lo spirito, stabilisce quale di essi è il primo dato e quale è il secondo dato derivato. Quello del rapporto tra la materia e la coscienza è il quesito supremo della filosofia. Il modo in cui tale questione viene risolta, predetermina questa o quella visione di tutti gli altri problemi filosofici.
Nulla di simile accade nelle altre scienze. L’analisi del nesso tra materia e coscienza non rientra nei loro compiti. Esse esaminano il loro oggetto dal solo punto di vista dello studio delle proprietà oggettive dei fenomeni. Anche quelle scienze che hanno per oggetto i fenomeni psichici, studiano questi ultimi senza contrapporre il materiale all’ideale.
I filosofi si dividono in due grandi campi - materialisti e idealisti - a seconda di come risolvono il problema del rapporto tra materia e coscienza.
I materialisti affermano la priorità della materia rispetto alla coscienza, essi ritengono che la prima sia alla base di tutto ciò che esiste. La coscienza, invece, è il secondo dato e si presenta come una proprietà della materia, proprietà che si manifesta in determinate condizioni. Fanno parte, ad esempio, del campo materialistico: il filosofo greco Democrito, il quale riteneva che
il mondo fosse costituito dagli atomi; il filosofo olandese del XVII secolo Spinoza, il quale considerava il pensiero una proprietà inalienabile (attributo) della materia; il filosofo francese del XVIII secolo Diderot, il quale sosteneva che la natura esistesse indipendentemente dalla coscienza, ecc.
A differenza dei materialisti, gli idealisti affermano la priorità dello spirito: la coscienza, il pensiero, le idee. Secondo loro, la materia è un prodotto dello spirito, della coscienza e si presenta come una forma di esistenza di quest’ultima.
Pur concordando tra di loro nel porre alla base del mondo il principio spirituale, gli idealisti divergono nell’interpretazione di questo principio. Alcuni di loro sostengono che il principio spirituale che condiziona tutti i fenomeni che avvengono nel mondo, esista nella forma di coscienza umana, di sensazioni, di percezioni, di rappresentazioni, in una parola, nella forma di attività umana soggettiva. Questi sono gli idealisti soggettivi. Altri si immaginano tale
principio spirituale nella forma di coscienza cosiddetta assoluta, di spirito, di idea pura, ecc.
Questi sono gli idealisti oggettivi. Rappresentante dell’idealismo soggettivo è, per esempio, J. Fichte, filosofo tedesco del XVIII secolo, il quale proclamò la realtà che circonda l’uomo conseguenza dell’attività del soggetto, dell’autocoscienza di un «Io». Come rappresentante dell’idealismo oggettivo possiamo indicare il filosofo greco Platone. Nel pensiero di Platone il mondo reale è costituito da essenze ideali mentre le cose sensibili sono delle loro copie
imperfette, che sorgono in seguito alla fusione di questa o quella idea con la materia informe che è, propriamente parlando, il non essere.
3. Il dualismo filosofico
La dottrina dei materialisti, che interpretano tutti i fenomeni del mondo partendo dalla materia, e la dottrina degli idealisti, che fanno derivare tutto quello che esiste dall’attività spirituale, dalla coscienza, sono dottrine monistiche (dal greco mónos, «unico»), perché esse si fondano su un unico principio determinante.
Però, vi sono filosofi che pongono alla base del mondo non uno ma due princìpi: il materiale e l’ideale. Secondo loro, questi due princìpi esistono in modo del tutto autonomo, l’uno indipendentemente dall’altro. Uno di essi determina il sorgere delle cose materiali del mondo fisico; dall’altro, invece, deriva il mondo spirituale. Tale dottrina si chiama dualistica (dal latino duo, «due»).
Un rappresentante della dottrina dualistica è Descartes, filosofo francese del XVII secolo. Secondo Descartes alla base della realtà vi sono due sostanze: la corporea, il cui attributo è l’estensione, e la spirituale, il cui attributo è il pensiero. Queste sostanze, che esistono in modo indipendente l’una dall’altra, si uniscono nell’uomo e si presentano in esso nella forma di anima e corpo. Ma anche nell’uomo esse, pur esistendo insieme l’una accanto all’altra, rimangono, secondo Descartes, assolutamente indipendenti, stanno alla pari.
Ponendo alla base dei loro sistemi due princìpi determinanti, i dualisti pretendono ad una propria linea autonoma in filosofia, distinta da quella del materialismo e da quella dell’idealismo. Tuttavia, essi non riescono a portare fino in fondo questa autonomia. Infatti, nell’analizzare i problemi concreti essi si vedono costretti a porsi ora sulle posizioni del materialismo, ora su quelle dell’idealismo. il loro sistema filosofico risulta di conseguenza incoerente, contraddittorio, esso riunisce in sé meccanicamente tesi e princìpi incompatibili
tra di loro.
4. Le ricerche di una terza via in filosofia
Tentativi di porsi al di sopra del materialismo e dell’idealismo, di trovare una terza linea in filosofia, vengono compiuti anche da altri filosofi che si rivelano poi, in fin dei conti, degli idealisti.
Tali tentativi sono particolarmente caratteristici del periodo del capitalismo maturo, quando la borghesia vittoriosa cominciò a comprendere che la concezione materialistica del mondo rappresentava per essa un pericolo, a causa della possibilità, insita in tale dottrina, di conclusioni ateistiche e rivoluzionarie volte a mutare lo stato reale delle cose.
L’aspirazione a trovare una terza linea in filosofia è, propria, in particolare, alla dottrina del fisico e filosofo austriaco Ernst Mach (fine del XIX - inizio del XX sec.). Mach sottopone a critica sia il sistema filosofico materialistico che quello idealistico sostenendo che sia l’uno che l’altro sono unilaterali. Alla base del mondo, dichiara Mach, non è né la materia né la coscienza, ma i cosiddetti «elementi neutrali del mondo», che possono presentarsi sia come materiali che come spirituali. Quando questi elementi entrano in contatto fra di loro formano il materiale, ossia il mondo fisico; quando, invece, essi entrano in contatto con il sistema nervoso dell’uomo formano l’ideale, ossia il mondo psichico. Secondo Mach il mondo fisico e il mondo psichico sono in interconnessione organica tra di loro e ciò consente di costruire il mondo fisico con i fenomeni psichici ma esclude la possibilità di costruire il mondo psichico
con i fenomeni fisici. In realtà, da tutti questi ragionamenti non risulta nessuna terza linea in filosofia.
Infatti, se partendo dagli «elementi neutrali» siamo giunti ad affermare che è possibile creare il mondo fisico dallo psichico e che è impossibile il sorgere di fenomeni psichici sulla base del fisico, tale affermazione è perfettamente aderente ai postulati dell’idealismo poiché nel dato caso il momento determinante è lo psichico, la coscienza.
In modo analogo tenta di trovare una terza linea in filosofia il noto esistenzialista Karl Jaspers. Egli ritiene come Mach che alla base della realtà non è né la materia né la coscienza ma una terza sostanza che include sia l’una che l’altra. Questa terza sostanza è per Jaspers «il trascendente» che si manifesta o come pura «esistenza», o come «sovrannaturale», o come «coscienza», o come «mondo», ecc. Ma se «il trascendente» è in grado di manifestarsi sia come mondo che come ragione, sia come naturale che come sovrannaturale, esso non si distingue affatto dal dio che i teologi pongono quale principio primigenio di tutto quello che esiste e la filosofia di Jaspers non si distingue in nulla dalla filosofia dell’idealismo oggettivo che riconosce apertamente la coscienza come artefice di tutto quello che esiste.
Oltre ai filosofi che tentano di porsi al di sopra del materialismo e dell’idealismo escogitando qualcosa di diverso dalla materia e dalla coscienza, vi sono anche autori e persino intere scuole che vogliono raggiungere lo stesso scopo ignorando il quesito supremo della filosofia che essi definiscono uno pseudo problema privo di ogni senso. Fautori di questo punto di vista sono i positivisti moderni (R. Carnap, B. Russell ed altri).
Secondo i positivisti, la filosofia non può risolvere il problema della priorità della materia o della coscienza e perciò non deve occuparsene. Suo compito fondamentale è l’analisi logica dei dati scientifici, dell’aspetto semantico delle parole e delle proposizioni. In realtà, senza risolvere il problema di che cosa sia il primo dato - la materia o la coscienza - è impossibile fornire una valida analisi dei dati scientifici, dell’aspetto semantico delle parole e delle proposizioni, poiché tale analisi presuppone che si sia chiarito prima di tutto se i dati scientifici sono il risultato del riflesso dei rispettivi lati e nessi della realtà, oppure il risultato dell’attività creativa della coscienza stessa, del pensiero. I positivisti sono inclini ad accettare questa seconda ipotesi. Essi fanno derivare il contenuto dei dati sensibili, il significato delle parole e delle proposizioni non dal mondo esterno, ma dall’attività creativa della coscienza, del pensiero e con ciò, lo vogliano essi o no, si pongono sul terreno dell’idealismo.
In tal modo, le ricerche di una terza via in filosofia non possono che condurre all’idealismo.
5. Le radici sociali e gnoseologiche dell’idealismo
Le cause che determinano la comparsa di concezioni idealistiche sulla realtà che ci circonda sono molteplici. Alcune di esse affondano le loro radici nella struttura economica della società, nella condizione sociale delle classi e nelle loro esigenze; altre, invece, vanno ricercate nella sfera della conoscenza, dell’attività conoscitiva degli uomini. Le radici sociali dell’idealismo sono quei fattori della vita sociale degli uomini che favoriscono il sorgere e il diffondersi di concezioni idealistiche sulla realtà che circonda l’uomo. A tali fattori si riferiscono prima di tutto la separazione del lavoro intellettuale da quello fisico e il sorgere di una specie di opposizione tra di loro. «Una volta che le idee
dominanti - scrissero K. Marx e F. Engels - siano state separate dagli individui dominanti e soprattutto dai rapporti che risultano da un dato stadio del modo di produzione, e si sia giuntidi conseguenza al risultato che nella storia dominano sempre le idee, è facilissimo astrarre da
queste varie idee “l’idea”, ecc., come ciò che domina nella storia, e concepire così tutte queste singole idee e concetti come “autodeterminazioni” del concetto che si sviluppa nella storia»1.
Tra le radici sociali dell’idealismo figura anche l’interesse delle classi sfruttatrici ad una soluzione in senso idealistico della questione fondamentale della filosofia e alla diffusione di concezioni idealistiche, le quali, fornendo una giustificazione teorica della religione, favoriscono l’asservimento spirituale dei lavoratori, distolgono questi ultimi dalla lotta rivoluzionaria per cambiare lo stato di cose esistente.
Le radici gnoseologiche dell’idealismo sono cause che si trovano nella sfera della conoscenza. La conoscenza è il processo, complesso e contraddittorio, del riflesso della realtà nella coscienza dell’uomo. Se questo o quel momento della conoscenza viene esagerato, viene privato dei legami con gli altri lati e momenti del processo conoscitivo e considerato avulso dalla materia, trasformandolo in qualcosa di assoluto, si cadrà inevitabilmente nell’idealismo.
Le radici gnoseologiche dell’idealismo sono, dunque, l’assolutizzazione di questo o quell’aspetto, di questa o quella peculiarità del processo della conoscenza, che porta ad una visione unilaterale del processo stesso e quindi alla sua deformazione. Lenin scriveva: «Il carattere rettilineo e unilaterale, l’irrigidimento e l’ossificazione, il soggettivismo e la cecità soggettiva: voilà le radici gnoseologiche dell’idealismo»2.
Tratto caratteristico delle sensazioni e delle percezioni di queste forme della conoscenza sensibile è che esse dipendono dall’uomo, dal suo sistema nervoso, dal suo stato psichico, dalla sua esperienza individuale, ecc. Però, se noi esageriamo questo rapporto di dipendenza, se dimentichiamo che le sensazioni e le percezioni dipendono non solo dall’uomo ma anche dall’oggetto che agisce sui suoi organi dei sensi, che esse riflettono questi o quei lati di questo oggetto, finiremo inevitabilmente nel soggettivismo ammettendo che il contenuto delle
sensazioni e delle percezioni è determinato dal soggetto (dall’uomo), dalle sue emozioni e, poi, anche nell’idealismo, riconoscendo che le sensazioni e le percezioni sono la base di tutto ciò che esiste. È proprio in tale forma che propagandavano l’idealismo Berkeley, Mach, Avenarius ed altri.
Inoltre, venendo a conoscere la realtà che li circonda, gli uomini mettono in luce le proprietà comuni delle cose e dei fenomeni con i quali essi hanno a che fare nella loro attività pratica.
Sulla base di ciò in essi si formano dapprima le immagini generali e poi i concetti di tali proprietà. Le immagini e i concetti così formatisi si trasmettono di generazione in generazione, mentre le cose riflesse in tali concetti cambiano ininterrottamente. Si crea così l’impressione che i concetti siano qualcosa di stabile, di immutabile, di eterno, mentre le cose qualcosa di mutevole, di transitorio, di temporaneo. Il concetto di «uomo», ad esempio, è sorto nella remota antichità e il processo della sua formazione si è perduto nei tempi. Può
sembrare, perciò, che esso esista eternamente. I singoli uomini, invece, non sono eterni. Essi nascono e muoiono. E se si pone esageratamente l’accento sulla relativa stabilità dei concetti, se li si priva del legame con le cose del mondo esterno, per riflettere le quali essi sono sorti, e
li si trasforma in qualcosa di autonomo che sta all’origine delle cose, allora si finisce inevitabilmente nell’idealismo.
1 Karl Marx, Friedrich Engels, Opere complete, vol. V. Roma, Editori Riuniti, p. 47.
2 V. I. Lenin, Opere complete, vol. 38. Roma, Editori Riuniti, p. 366.