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    Nella casbah di Rotterdam

    A Feyenoord si vedono ovunque donne velate che sfrecciano come lampi per le strade del quartiere. Evitano ogni contatto, soprattutto con gli uomini, perfino il contatto visivo. Feyenoord ha le dimensioni di una città e vi convivono settanta nazionalità. E’ una zona che vive di sussidi e di edilizia popolare, è qui che si capisce di più come l’Olanda, con tutte le sue norme antidiscriminazione e con tutta la sua indignazione morale, è una società completamente segregata. Rotterdam è nuova, venne bombardata due volte nella Seconda guerra mondiale dalla Luftwaffe. Come Amsterdam è sotto il livello del mare, ma a differenza della capitale non ha fascino libertino. Ma diversamente da Amsterdam, Rotterdam è una città autentica, senza turismo della cannabis e avventurieri del distretto a luci rosse. Non c’è quella puzza insopportabile di piscio e vomito che ogni mattina i netturbini devono lavare via dalle strade della capitale. A Rotterdam sono i venditori arabi di cibo halal a dominare l’estetica urbana, non i neon delle prostitute. Ovunque si vedono Casbah caffè, agenzie di viaggio che offrono voli per Rabat e Casablanca, poster di solidarietà con Hamas e lezioni di olandese a buon prezzo. E’ la seconda città del paese, una città povera, ma è anche il motore dell’economia con il suo grande porto, il più importante d’Europa. E’ una città a maggioranza immigrata, con la più alta e imponente moschea di tutta Europa. Il sessanta per cento degli stranieri che arrivano in Olanda vengono ad abitare qui. La cosa che più colpisce giungendo in città con il treno sono queste enormi affascinanti moschee su un paesaggio verdissimo, lussurreggiante, boschivo, acquoso, come corpi alieni rispetto al resto. La chiamano “Eurabia”. E’ imponente la moschea Mevlana dei turchi. Ha i minareti più alti d’Europa, più alti persino dello stadio della squadra di calcio Feyenoord. Rotterdam è una città che ha molti quartieri sequestrati dall’islamismo più cupo e violento. La casa di Pim Fortuyn spicca come una perla in questo mare di chador e niqab. Dal nome, “Palazzo di Pietro”, ci si aspetterebbe una residenza in stile italiano. Invece è l’essenza dell’olandesità. Si trova al numero 11 di Burgerplein, dietro la stazione. Di tanto in tanto qualcuno viene a portare fiori davanti alla casa del professore assassinato. Altri lasciano un biglietto: “In Olanda si tollera tutto, tranne la verità”. Il tempo è come sospeso dentro l’abitazione dannunziana di Fortuyn, gremita di bronzi di efebi, calchi della sua testa accuratamente rasata e luccicante, pare di vederlo nel suo completo italiano con la cravatta regimental rosa. Ci sono le sedie girate come le aveva lasciate lui. I fiori, sempre bianchi, rinnovati ogni mattina. Una statua davanti all’ingresso, copertine di riviste e quotidiani inquadrati alle pareti, un’altra statua bianca davanti alla libreria, che custodisce numerose copie de “La società orfana”, il suo libro più famoso. E ancora una fotografia del presidente Kennedy (uno dei miti di Fortuyn), copie del quotidiano NRC Handelsblad lasciate sul tavolo, assieme ai manoscritti di appunti e alla sua agenda. C’è segnato l’ultimo incontro che Fortuyn ebbe a Hilversum, non lontano da Amsterdam, dove il sociologo venne assassinato il 6 maggio del 2002. E’ stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta. Con gli stemmi dei due leoni, la corona e le corna di cervo, i candelabri, il velluto rosso, i busti e gli innumerevoli ritratti. Si parla dell’ultima sigaretta di marijuana che Pim si sarebbe fumato la sera prima dell’omicidio. Era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così avvenne con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana caprina. Il vegetariano assoluto, lo studente che non si sedeva su divani di pelle, che portava solo scarpe di plastica e fabbricava palloni di bamboo, “un ragazzo impaziente di cambiare il mondo”, dicono gli amici. Nel centro di Rotterdam non molto tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. “Rinomineremo la Euromast (torre di Rotterdam, ndr) nell’edificio per le esecuzioni con il sangue di Wilders”, hanno proclamato gli islamisti. Oggi Wilders è il politico più popolare in città. E’ lui l’erede di Fortuyn, il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato una lista per salvare il paese dall’islamizzazione. E l’aveva fatta a modo suo, mettendo assieme un’ex reginetta di bellezza, un parrucchiere, studenti, intellettuali e un uomo di affari. Al suo funerale mancava soltanto la sovrana Beatrice, perché l’addio al “divino Pim” diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro olandese lo chiamò “untermensch”, subuomo alla nazista), poi lo hanno idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori all’obelisco dei caduti in piazza Dam. L’Economist, settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa parlava di Rotterdam come di un “incubo eurabico”. Per gran parte degli olandesi che ci vivono l’islamismo è oggi un pericolo più grande del Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l’inondazione, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un luogo comune nell’immaginazione olandese. Poi l’alone fiabesco è svanito, quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A., l’islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala Ayaan Hirsi Ali. A Rotterdam gli avvocati musulmani vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah. Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi quando in aula sono entrati i magistrati. Enait ha detto che “l’islam insegna che tutti gli uomini sono uguali”. La corte di Rotterdam ha riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto. “Non esiste alcun obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in piedi di fronte alla Corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i dettami della fede islamica”. Enait, a capo dello studio legale Jairam Advocaten, ha spiegato che “considera tutti gli uomini pari e non ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno”. Tutti gli uomini ma non tutte le donne. Enait è noto per il suo rifiuto di stringere la mano alle donne che più volte ha dichiarato di preferire con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam. Che l’Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto pochi giorni prima del nostro arrivo. Siamo andati allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un teatro modernista, fiero di “rappresentare la diversità culturale di Rotterdam”. Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre settimane fa lo Zuidplein ha consentito di formare un’intera balconata riservata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata l’avventura americana. Oggi c’è la sharia legalizzata. In occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi il teatro ha accolto la sua richiesta di riservare a sole donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all’integrazione dei musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato. “Secondo i nostri valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso”. Anche un portavoce del teatro ha difeso il regista. “E’ un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci”. Facciamo un passo indietro. Chi è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama “autoislamizzazione”. Il primo caso di autocensura avvenne proprio a Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di Maometto, Aisha. Ma l’opera venne boicottata dagli attori musulmani della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio degli islamisti. “Siamo entusiasti dell’opera, ma la paura regna”, gli dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si sarebbe ritirato “per il bene di mia figlia”. Il quotidiano Handelsblad titolò così: “Teheran sulla Mosa”, il dolce fiume che bagna Rotterdam. “Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani”, ci racconta Timmers. “Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte. A Rabat uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro”.Incontriamo il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine Benchikhi. E’ giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto. “Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui vige libertà d’espressione e di organizzazione. Se le persone non possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto”. Un anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam: “Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all’islam e trovate la pace”. Basta un giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non siamo più in Olanda. E’ un pezzo di medio oriente. In alcune scuole c’è una “stanza del silenzio” dove gli alunni musulmani, in maggioranza, possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il Corano e un bagno rituale prima della preghiera. Un altro consigliere musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della Mecca. Sylvain Ephimenco è un giornalista franco- olandese che vive a Rotterdam da dodici anni. E’ stato per vent’anni corrispondente di Libération dall’Olanda. E’ nato in Algeria, “in una casa circondata dall’esercito durante la guerra civile”, ed è fiero delle sue credenziali di sinistra. “Anche se ormai non ci credo più”, dice accogliendoci nella sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano da qui si trova la moschea al Nasr dell’imam Khalil al Moumni, che in occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli omosessuali “malati peggio dei maiali”. Da fuori si vede che la moschea ha più di vent’anni, costruita dai primi immigrati marocchini. Moumni ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, “Il cammino del musulmano”, in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la testa e “farla spenzolare dall’edificio più alto della città”. “Non è più Rotterdam, ma la Mecca sulla Mosa”, ci dice Ronald Sorenson, attivista conservatore della città. Accanto alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a noi c’è un mattatoio halal, islamico. Ephimenco è autore di tre saggi sull’Olanda e l’islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano cristiano di sinistra Trouw. Ha la miglior prospettiva per capire una città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese. “Non è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno tutti anche se non lo dicono”, ci dice l’editorialista. “Oggi Wilders viene votato da gente colta, anche se all’inizio era l’Olanda bassa dei tatuaggi. Sono tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti questi veli islamici. Dietro casa mia c’è un supermercato. Quando arrivai non c’era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in piscina per sole donne musulmane. E’ questa l’origine del voto per Wilders. Si deve fermare l’islamizzazione, la follia del teatro. A Utrecht c’è una moschea dove si danno servizi municipali separati per uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito traditi gli ideali dell’illuminismo con questo apartheid volontario, nel mio cuore sento morti gli ideali d’eguaglianza di uomo e donna e la libertà d’espressione. Qui c’è una sinistra conformista e la destra ha una migliore risposta al pazzo multiculturalismo”. Lasciamo Ephimenco per andare da Tariq Ramadan. Il celebre islamista svizzero insegna alla Erasmus University di Rotterdam, ma soprattutto è consulente speciale del comune. A scovare dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più celebre rivista gay d’Olanda, Gay Krant, diretta da un simpatico e loquace giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce l’omosessualità “una malattia, un disordine, uno squilibrio”. Nel nastro Ramadan ne ha anche per le donne, “devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada”. Il partito di Wilders ha chiesto lo scioglimento della giunta e la cacciata dell’islamista ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l’ingaggio per altri due anni. Questo accadeva mentre al di là dell’oceano l’Amministrazione Obama confermava il divieto d’ingresso a Ramadan nel territorio degli Stati Uniti. Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui Ramadan dice alle donne: “Allah ha una regola importante: se cerchi di attrarre l’attenzione attraverso l’uso del profumo, attraverso il tuo aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta”. “Quando venne ucciso Pim fu uno shock per tutti perché un uomo venne assassinato per quello che diceva”, ci dice Krol.pensando di lasciare l’Olanda, ma dove potrei andare? Io sono orgoglioso del matrimonio civile olandese che non fa discriminazione. Mi sono battuto per sedici anni. E ora c’è un gruppo che vuole portarci via tutto questo. Qui siamo stati critici di tutto, dalla chiesa cattolica a quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all’islam ci hanno risposto: ‘Avete paura dei musulmani, state creando nuovi nemici!’”. Secondo Ephimenco, è la strada il segreto del successo di Wilders. “A Rotterdam ci sono tre moschee enormi, una è la più grande d’Europa. Ci sono sempre più veli islamici e un impulso islamista dalle moschee. Conosco tanti che hanno lasciato il centro e vanno nella periferia ricca e bianca. Il mio quartiere è povero e nero. E’ una questione di identità, nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco”. Incontriamo l’erede di Fortuyn per la rubrica sul quotidiano Elsevier, Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma soprattutto l’autore della Dichiarazione di indipendenza di Wilders, di cui è stato storico collaboratore. “Qui un immigrato non ha bisogno di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello stato”, dice Spruyt al Foglio. “Abbiamo finito per creare una società parallela. I musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Due giorni fa ad Amsterdam un gruppo di marocchini mi ha fermato e detto: ‘Qui non vendiamo formaggio’. Non era più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi contro di noi, è un processo di autoislamizzazione, gran parte del lavoro lo abbiamo fatto noi”. Bart era grande amico di Fortuyn. “Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni. Attaccò l’establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo popolare quando scese in politica, lo chiamavano il ‘cavaliere bianco’. L’ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il gesto di un folle solitario e ho sempre pensato che fosse molto strano il modo in cui presero l’assassino. Lo paragonavano sempre a Hitler. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe voluto cambiare il primo articolo della Costituzione sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anne Frank come monito contro Fortuyn. Pim era veramente cattolico, più di quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava della società senza padre, senza valori,vuota, nichilista”. Spruyt spiega così la vita di Wilders. “A casa sua è come essere in una banca e quando sono con Geert non so mai dove ci stia portando la polizia. A volte, quando guardiamo dalla finestra e gli chiedo: ‘Dove siamo?’, Geert risponde: ‘Non lo so’. C’era un laghetto vicino a una di queste case sicure. Gli chiesi: ‘Perché non fai due passi con tua moglie?’. Lui mi disse: ‘Potrei, ma ci vorrebbero tre ore per preparare tutto’. Ora capirete perché Wilders sa di avere una missione. Come Fortuyn, anche Geert oggi ha due alternative: il successo in Olanda o l’esilio in America o in Israele”. Chris Ripke è un’artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in Insuindestraat. Scioccato dall’omicidio Van Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico “Non uccidere” (“Gij zult niet doden”). I vicini nella moschea trovarono il testo “offensivo” e chiamarono l’allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto perché “razzista”. Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò. E il filmato venne distrutto. Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra. “Ci misi un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi e la radio. Se non si può più scrivere ‘non uccidere’ in questo paese, allora vuol dire che siamo tutti in prigione. E’ come l’apartheid, i bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C’è un grande freddo. L’islamismo vuole cambiare la struttura del paese”. Per Sylvain parte del problema è la decristianizzazione della società. “Quando arrivai qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall’élite anticristiana. Quando venni qui ero giovane e pensai: ‘Ecco il paradiso’. Poi vidi che c’era qualcosa che non andava, a scuola le mie figlie erano incoraggiate a parlare francese. Una follia. Oggi è lo stesso con i marocchini. Ma guai allora a criticare l’integrazione, ti davano del fascista”. Ephimenco conosceva Fortuyn. “Ho capito tante cose quando disse di voler entrare in politica. Ci fu un odio incredibile contro di lui e mi ha fatto pensare che la verità della famosa tolleranza era falsa, la sinistra era rabbiosa contro un uomo di destra che raccoglieva i voti del popolo. In Olanda l’industria dell’antirazzismo è fortissima e c’è una cultura di violenza verbale che non ammette diversità. Fortuyn era un uomo di cuore ed è stato un martire della parola libera, ma alla sinistra non va perché il martirio deve essere progressista. Il proiettile era di sinistra ma il martire era di destra. L’assassino, Volkert van der Graaf, faceva parte di una organizzazione più grande, era stato aiutato da altri che sapevano quello che stava per fare”. Anche Sylvain sta pensando di lasciare la città. “Arrivai a Rotterdam per una storia d’amore, sono legato alla città. Ma se le cose continuano così, me ne vado”. Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati. A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi, negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di musica araba. “Dieci anni fa non c’erano tutti questi veli”, dice Sylvain. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a due piani, c’è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane. “Guarda quante bandiere turche, lì c’è una chiesa importante, ma è vuota, non ci va più nessuno”. Al centro di una piazza sorge una moschea con scritte in arabo. “Era una chiesa prima”. Non lontano da qui c’è il più bel monumento di Rotterdam. E’ una piccola statua in granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che accenna l’ultimo discorso a favore della libertà di parola, c’è scritto “loquendi libertatem custodiamus”. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori.
    Giulio Meotti-

    Olanda, la fine dell'Europa è cominciata | LiberaliPerIsraele | Il Cannocchiale blog
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Troppo liberali, praticamente idioti

    lunedì, 18 maggio 2009

    Multiculturalismo?

    di Giulio Meotti - Il Foglio del 17 maggio 2009

    E’ stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta. Con gli stemmi dei due leoni, la corona e le corna di cervo, i candelabri, il velluto rosso, i busti e gli innumerevoli ritratti. Si parla dell’ultima sigaretta di marijuana che Pim si sarebbe fumato la sera prima dell’omicidio. Era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così avvenne con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana caprina. Il vegetariano assoluto, lo studente che non si sedeva su divani di pelle, che portava solo scarpe di plastica e fabbricava palloni di bamboo, “un ragazzo impaziente di cambiare il mondo”, dicono gli amici.
    Nel centro di Rotterdam non molto tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. “Rinomineremo la Euromast (torre di Rotterdam, ndr) nell’edificio per le esecuzioni con il sangue di Wilders”, hanno proclamato gli islamisti. Oggi Wilders è il politico più popolare in città. E’ lui l’erede di Fortuyn, il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato una lista per salvare il paese dall’islamizzazione. E l’aveva fatta a modo suo, mettendo assieme un’ex reginetta di bellezza, un parrucchiere, studenti, intellettuali e un uomo di affari. Al suo funerale mancava soltanto la sovrana Beatrice, perché l’addio al “divino Pim” diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro olandese lo chiamò “untermensch”, subuomo alla nazista), poi lo hanno idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori all’obelisco dei caduti in piazza Dam.
    L’Economist, settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa parlava di Rotterdam come di un “incubo eurabico”. Per gran parte degli olandesi che ci vivono l’islamismo è oggi un pericolo più grande del Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l’inondazione, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un luogo comune nell’immaginazione olandese. Poi l’alone fiabesco è svanito, quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A., l’islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala Ayaan Hirsi Ali.
    A Rotterdam gli avvocati musulmani vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah. Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi quando in aula sono entrati i magistrati. Enait ha detto che “l’islam insegna che tutti gli uomini sono uguali”. La corte di Rotterdam ha riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto. “Non esiste alcun obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in piedi di fronte alla Corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i dettami della fede islamica”. Enait, a capo dello studio legale Jairam Advocaten, ha spiegato che “considera tutti gli uomini pari e non ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno”. Tutti gli uomini ma non tutte le donne. Enait è noto per il suo rifiuto di stringere la mano alle donne che più volte ha dichiarato di preferire con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam.
    Che l’Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto pochi giorni prima del nostro arrivo. Siamo andati allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un teatro modernista, fiero di “rappresentare la diversità culturale di Rotterdam”. Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre settimane fa lo Zuidplein ha consentito di formare un’intera balconata riservata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata l’avventura americana. Oggi c’è la sharia legalizzata.
    In occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi il teatro ha accolto la sua richiesta di riservare a sole donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all’integrazione dei musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato. “Secondo i nostri valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso”. Anche un portavoce del teatro ha difeso il regista. “E’ un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci”.
    Facciamo un passo indietro. Chi è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama “autoislamizzazione”. Il primo caso di autocensura avvenne proprio a Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di Maometto, Aisha. Ma l’opera venne boicottata dagli attori musulmani della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio degli islamisti. “Siamo entusiasti dell’opera, ma la paura regna”, gli dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si sarebbe ritirato “per il bene di mia figlia”. Il quotidiano Handelsblad titolò così: “Teheran sulla Mosa”, il dolce fiume che bagna Rotterdam. “Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani”, ci racconta Timmers. “Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte. A Rabat uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro”.
    Incontriamo il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine Benchikhi. E’ giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto. “Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui vige libertà d’espressione e di organizzazione. Se le persone non possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto”.
    Un anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam: “Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all’islam e trovate la pace”. Basta un giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non siamo più in Olanda. E’ un pezzo di medio oriente. In alcune scuole c’è una “stanza del silenzio” dove gli alunni musulmani, in maggioranza, possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il Corano e un bagno rituale prima della preghiera. Un altro consigliere musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della Mecca.
    Sylvain Ephimenco è un giornalista franco-olandese che vive a Rotterdam da dodici anni. E’ stato per vent’anni corrispondente di Libération dall’Olanda. E’ nato in Algeria, “in una casa circondata dall’esercito durante la guerra civile”, ed è fiero delle sue credenziali di sinistra. “Anche se ormai non ci credo più”, dice accogliendoci nella sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano da qui si trova la moschea al Nasr dell’imam Khalil al Moumni, che in occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli omosessuali “malati peggio dei maiali”. Da fuori si vede che la moschea ha più di vent’anni, costruita dai primi immigrati marocchini. Moumni ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, “Il cammino del musulmano”, in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la testa e “farla spenzolare dall’edificio più alto della città”. “Non è più Rotterdam, ma la Mecca sulla Mosa”, ci dice Ronald Sorenson, attivista conservatore della città. Accanto alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a noi c’è un mattatoio halal, islamico.
    Ephimenco è autore di tre saggi sull’Olanda e l’islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano cristiano di sinistra Trouw. Ha la miglior prospettiva per capire una città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese. “Non è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno tutti anche se non lo dicono”, ci dice l’editorialista. “Oggi Wilders viene votato da gente colta, anche se all’inizio era l’Olanda bassa dei tatuaggi. Sono tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti questi veli islamici. Dietro casa mia c’è un supermercato. Quando arrivai non c’era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in piscina per sole donne musulmane. E’ questa l’origine del voto per Wilders. Si deve fermare l’islamizzazione, la follia del teatro. A Utrecht c’è una moschea dove si danno servizi municipali separati per uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito traditi gli ideali dell’illuminismo con questo apartheid volontario, nel mio cuore sento morti gli ideali d’eguaglianza di uomo e donna e la libertà d’espressione. Qui c’è una sinistra conformista e la destra ha una migliore risposta al pazzo multiculturalismo”.
    Lasciamo Ephimenco per andare da Tariq Ramadan. Il celebre islamista svizzero insegna alla Erasmus University di Rotterdam, ma soprattutto è consulente speciale del comune. A scovare dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più celebre rivista gay d’Olanda, Gay Krant, diretta da un simpatico e loquace giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce l’omosessualità “una malattia, un disordine, uno squilibrio”. Nel nastro Ramadan ne ha anche per le donne, “devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada”. Il partito di Wilders ha chiesto lo scioglimento della giunta e la cacciata dell’islamista ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l’ingaggio per altri due anni. Questo accadeva mentre al di là dell’oceano l’Amministrazione Obama confermava il divieto d’ingresso a Ramadan nel territorio degli Stati Uniti. Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui Ramadan dice alle donne: “Allah ha una regola importante: se cerchi di attrarre l’attenzione attraverso l’uso del profumo, attraverso il tuo aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta”. “Quando venne ucciso Pim fu uno shock per tutti perché un uomo venne assassinato per quello che diceva”, ci dice Krol. “Non era più il mio paese quello. Sto ancora pensando di lasciare l’Olanda, ma dove potrei andare? Io sono orgoglioso del matrimonio civile olandese che non fa discriminazione. Mi sono battuto per sedici anni. E ora c’è un gruppo che vuole portarci via tutto questo. Qui siamo stati critici di tutto, dalla chiesa cattolica a quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all’islam ci hanno risposto: ‘Avete paura dei musulmani, state creando nuovi nemici!’”. Secondo Ephimenco, è la strada il segreto del successo di Wilders. “A Rotterdam ci sono tre moschee enormi, una è la più grande d’Europa. Ci sono sempre più veli islamici e un impulso islamista dalle moschee. Conosco tanti che hanno lasciato il centro e vanno nella periferia ricca e bianca. Il mio quartiere è povero e nero. E’ una questione di identità, nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco”.
    Incontriamo l’erede di Fortuyn per la rubrica sul quotidiano Elsevier, Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma soprattutto l’autore della Dichiarazione di indipendenza di Wilders, di cui è stato storico collaboratore. “Qui un immigrato non ha bisogno di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello stato”, dice Spruyt al Foglio. “Abbiamo finito per creare una società parallela. I musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Due giorni fa ad Amsterdam un gruppo di marocchini mi ha fermato e detto: ‘Qui non vendiamo formaggio’. Non era più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi contro di noi, è un processo di autoislamizzazione, gran parte del lavoro lo abbiamo fatto noi”.
    Bart era grande amico di Fortuyn. “Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni. Attaccò l’establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo popolare quando scese in politica, lo chiamavano il ‘cavaliere bianco’. L’ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il gesto di un folle solitario e ho sempre pensato che fosse molto strano il modo in cui presero l’assassino. Lo paragonavano sempre a Hitler. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe voluto cambiare il primo articolo della Costituzione sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anne Frank come monito contro Fortuyn. Pim era veramente cattolico, più di quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava della società senza padre, senza valori, vuota, nichilista”. Spruyt spiega così la vita di Wilders. “A casa sua è come essere in una banca e quando sono con Geert non so mai dove ci stia portando la polizia. A volte, quando guardiamo dalla finestra e gli chiedo: ‘Dove siamo?’, Geert risponde: ‘Non lo so’. C’era un laghetto vicino a una di queste case sicure. Gli chiesi: ‘Perché non fai due passi con tua moglie?’. Lui mi disse: ‘Potrei, ma ci vorrebbero tre ore per preparare tutto’. Ora capirete perché Wilders sa di avere una missione. Come Fortuyn, anche Geert oggi ha due alternative: il successo in Olanda o l’esilio in America o in Israele”.
    Chris Ripke è un’artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in Insuindestraat. Scioccato dall’omicidio Van Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico “Non uccidere” (“Gij zult niet doden”). I vicini nella moschea trovarono il testo “offensivo” e chiamarono l’allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto perché “razzista”. Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò. E il filmato venne distrutto. Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra. “Ci misi un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi e la radio. Se non si può più scrivere ‘non uccidere’ in questo paese, allora vuol dire che siamo tutti in prigione. E’ come l’apartheid, i bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C’è un grande freddo. L’islamismo vuole cambiare la struttura del paese”. Per Sylvain parte del problema è la decristianizzazione della società. “Quando arrivai qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall’élite anticristiana. Quando venni qui ero giovane e pensai: ‘Ecco il paradiso’. Poi vidi che c’era qualcosa che non andava, a scuola le mie figlie erano incoraggiate a parlare francese. Una follia. Oggi è lo stesso con i marocchini. Ma guai allora a criticare l’integrazione, ti davano del fascista”.
    Ephimenco conosceva Fortuyn. “Ho capito tante cose quando disse di voler entrare in politica. Ci fu un odio incredibile contro di lui e mi ha fatto pensare che la verità della famosa tolleranza era falsa, la sinistra era rabbiosa contro un uomo di destra che raccoglieva i voti del popolo. In Olanda l’industria dell’antirazzismo è fortissima e c’è una cultura di violenza verbale che non ammette diversità. Fortuyn era un uomo di cuore ed è stato un martire della parola libera, ma alla sinistra non va perché il martirio deve essere progressista. Il proiettile era di sinistra ma il martire era di destra. L’assassino, Volkert van der Graaf, faceva parte di una organizzazione più grande, era stato aiutato da altri che sapevano quello che stava per fare”.
    Anche Sylvain sta pensando di lasciare la città. “Arrivai a Rotterdam per una storia d’amore, sono legato alla città. Ma se le cose continuano così, me ne vado”. Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati. A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi, negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di musica araba. “Dieci anni fa non c’erano tutti questi veli”, dice Sylvain. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a due piani, c’è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane. “Guarda quante bandiere turche, lì c’è una chiesa importante, ma è vuota, non ci va più nessuno”. Al centro di una piazza sorge una moschea con scritte in arabo. “Era una chiesa prima”. Non lontano da qui c’è il più bel monumento di Rotterdam. E’ una piccola statua in granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che accenna l’ultimo discorso a favore della libertà di parola, c’è scritto “loquendi libertatem custodiamus”. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori.

    Multiculturalismo? | Doppiobogey
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    8 maggio 2009
    La prossima settimana sul Foglio
    La povera meravigliosa Olanda - Un'inchiesta di Giulio Meotti

    La prossima settimana il Foglio pubblicherà un'inchiesta di Giulio Meotti sull'Olanda. Ecco perché.

    Perché l’Olanda? I primi di giugno anche qui ci saranno le elezioni europee e il partito con maggiori possibilità di successo, stando a sondaggi ancora virtuali, è quello di Geert Wilders, che per due anni, quando arrivava in Parlamento all’Aia, per sicurezza veniva fatto sedere in una zona non visibile dell’aula. Non si sa dove dorma, dove viva, eppure è in testa ai sondaggi e anche se non dovesse vincere ha già praticamente oscurato i tre grandi partiti da sempre al potere: laburisti, liberali e cristiano-democratici. Il politico più popolare d’Olanda è anche quello più sotto protezione forse in tutto l’occidente. Il suo convoglio di auto e agenti sembra quello del presidente afghano Karzai. Perché quella di Wilders, che il Wall Street Journal, non der Sturmer, ha definito “una vita olandese ordinaria”, è soprattutto la storia di tanti artisti, giornalisti, scrittori e accademici che in Olanda oggi si ritrovano alle prese con una cosa sola: la paura.
    C’erano quattro “estremisti” che dopo l’11 settembre denunciarono il pericolo dell’intolleranza islamista: Pim Fortuyn, Theo van Gogh, Ayaan Hirsi Ali e Geert Wilders. Il primo e il secondo sono stati uccisi per le loro idee, la terza è andata a vivere negli Stati Uniti dopo che qui le era diventato impossibile, e poi c’è lui, “l’olandese volante”. I Paesi Bassi sono unici anche rispetto all’Inghilterra, un paese in avanzato stato di decomposizione democratica, dove ci sono le corti della sharia riconosciute dallo stato. Una delle persone che abbiamo intervistato ci ha spiegato che l’Olanda è come il canarino nella miniera per l’Europa: coma va qui va per tutti noi.
    E’ il paese più densamente popolato, più liberal e orgoglioso del proprio progressismo civile, che si credeva al riparo dall’intolleranza religiosa dopo essere stato per secoli il rifugio di ogni sorta di minoranza. E che invece, nel giro di sette anni, qui non accadeva da tre secoli che qualcuno venisse ammazzato per aver espresso delle idee, ha avuto due omicidi politici, due martiri intellettuali. Entrambi critici dell’islam. Il primo, Fortuyn, era un meraviglioso omosessuale, ex marxista e cattolico. Fu ucciso da un giovane attivista dei diritti degli animali, anche lui molto di sinistra, un perbenista fanatico che vedeva in Fortuyn “il male”. Poi c’è stato il regista panzone, Theo van Gogh, anarchico erotomane terribile con i nemici, ucciso ritualmente, gola tranciata e lama ficcata nel petto, da un islamista nato e cresciuto qui, con un perfetto accento olandese. Dire Wilders è dire il tramonto del multiculturalismo nel paese che prima di tutti gli altri si è trovato alle prese con il problema dell’immigrazione, con le sue ex colonie, con un grande passato di potenza mondiale, con una placida e perversa attitudine al compromesso, sempre e comunque.
    In Olanda non sono mai esistiti estremisti di destra. Wilders non è Haider o Le Pen, è un liberale ossessionato dall’idea che il paese, uscito da decenni di politiche identitarie suicide e di ipersecolarizzazione selvaggia, debba essere salvato da chi vorrebbe sostituire il Parlamento con una corte islamica, per soggiogare i non musulmani. Wilders pensa che per far questo si debba stressare, letteralmente, l’opinione pubblica, spesso in modo più che discutibile e inusuale per il savoir fair olandese. Un personaggio eccessivo, chi lo vota non lo dirà gridandolo, in fondo qui ci abita “gente perbene”, diceva con ironia Theo Van Gogh. Ma non verrà certamente votato soltanto dalla “bassa Olanda”, i brutti ceffi analfabeti dei cantieri e dei porti, ma dalla classe media e alta, la stessa “gente perbene” che vede ogni giorno, città dopo città, il sopravvento di una ideologia pericolosa per le tante libertà che l’Olanda ha costruito su esempi luminosi e nobili di nome Locke, Spinoza, Voltaire, Descartes e altri. Un paese dove gli ebrei si rifugiarono fuggendo dall’Inquisizione spagnola e che oggi registra uno dei più alti tassi di antisemitismo in tutto l’occidente. Siamo stati in molte città olandesi (Amsterdam, Rotterdam, Leiden, Mokum) intervistato intellettuali e scrittori di ogni classe politica e culturale, alcune grandi storie di persecuzione e di libertà estrema mi hanno ricordato i mitici ugonotti che ripararono in questa palude e i Padri Fondatori che salparono verso gli Stati Uniti d’America proprio da una chiesetta nei pressi di Rotterdam. Tutto è in un certo senso iniziato qui. Per questo era importante capire e vedere. La povera meravigliosa Olanda.

    La povera meravigliosa Olanda - Un'inchiesta di Giulio Meotti - Il Foglio.it › La prossima settimana il Foglio pubblicherà un'inchiesta di Giulio Meotti sull'olanda. Ecco perché.
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    Predefinito Riferimento: Troppo liberali, praticamente idioti

    19 maggio 2009
    Tulipani e turbanti/3 - La quarta puntata oggi in edicola
    Parla Wilders, l’uomo più odiato e più amato d’Olanda
    “La più grave malattia dell’Europa è il relativismo culturale di fronte all’islam”

    Sul Foglio di oggi in edicola la quarta puntata dell'inchiesta di Giulio Meotti sull'Olanda e la fine del multiculturalismo: "Così abbiamo tradito Spinoza - L'Olanda ha scelto la strada dell'autocensura sull'islam. Parlano i protagonisti".

    L’Aia. Quando Geert Wilders si alza in piedi, con la testa riesce quasi a toccare il soffitto angusto dell’ufficio. Piccolissimo e senza finestre, si trova nel punto più alto del Parlamento olandese. Non è stato scelto a caso. Gli assassini possono arrivarci da una sola direzione, rendendo più facile l’intervento della scorta. Di tanto in tanto il Parlamento deve ricollocarlo all’interno dell’aula in un punto non visibile al pubblico, per meglio tutelarlo. Non sono ammessi visitatori nel suo ufficio se non dopo una trafila lunghissima, persino le penne vengono setacciate, in cerca di ordigni. La compagnia aerea olandese Klm ha rifiutato d’imbarcarlo su un volo per Mosca, per problemi di sicurezza. Il suo entourage è perlopiù anonimo. Quando il livello d’allerta sale, Wilders non sa dove passa la notte, lo portano via e basta. Non usa il telefono e per mesi ha visto la moglie due volte la settimana, in un appartamento sicuro e quando lo decideva la polizia. Prima di questa intervista al Foglio, le sue assistenti ci hanno annullato due incontri. Per ragioni di sicurezza.
    Il punto più basso Wilders lo ha toccato quando è stato costretto a vivere in una prigione di stato, il campo Zeist, nella cella accanto a quella dei terroristi dell’aereo abbattuto nel cielo scozzese di Lockerbie. “In carcere avevo una stanza per dormire e vestirmi e una per mangiare”, ci dice Wilders. “L’Olanda dopo la morte di Van Gogh non era preparata. Ho perso la mia libertà, da sei anni vivo 24 ore su 24 sotto la protezione della polizia, ovunque vada ci sono con me molti poliziotti, devo dare loro la mia agenda, privata e professionale, con largo anticipo. Potrei andare al ristorante con mia moglie, ma la polizia dovrebbe prima evacuarlo. Quando andiamo al cinema, entriamo dalla porta di dietro, arriviamo dopo che il film è iniziato e andiamo via prima che finisca. Sono sotto scorta permanente, grazie a coloro che preferiscono la violenza al dialogo. Sono grato a chi mi protegge, fiero di vivere in una società che tutela chi viene minacciato, ma è terribile quello che sta accadendo”. Wilders è il grande scandalo che agita oggi i Paesi Bassi. Il suo atteggiamento è spesso sopra le righe, appositamente provocatorio e verbalmente incendiario. Osa irridere anche la regina Beatrice, figura sopra i partiti e amata dal popolo olandese. L’atteggiamento di Wilders è quello di chi sa di non avere alternative. Come quando ci dice: “Non lascerò scrivere la mia agenda a un mullah iraniano. Sono l’unico olandese più al sicuro in Israele, il mio amato Israele, che nel mio paese”. Il quarantaquattrenne Wilders, leader del “Partito per la Libertà”, ha fatto breccia nei rancori europei sullo scontro di civiltà. All’esordio elettorale, nel 2006, conquistò nove seggi. Se si votasse oggi, sarebbe il primo partito.
    “La più grave malattia dell’Olanda e dell’Europa è il relativismo culturale”, dice. “L’idea che tutte le culture siano uguali, ecco il punto. L’umanesimo europeo, costruito su basi cristiane e giudaiche, è migliore della cultura islamica, anche se una secolarizzazione estrema sta distruggendo gran parte di quel patrimonio. Il multiculturalismo funziona se sei forte abbastanza per dire che la tua cultura è migliore e dominante. Ma quando il multiculturalismo si coniuga al relativismo culturale, è suicidio. Da quando i nostri padri fondatori trasformarono questa palude, l’Olanda, in un’oasi di tolleranza, il nostro stendardo merita di essere librato in aria e in libertà. La correttezza politica ci impedisce di farlo, si ha paura di essere chiamati ‘estremisti’. L’islamizzazione ha successo nella mancanza di coraggio. Siamo diventati come tanti Chamberlain, anziché Churchill, i politici non conoscono la storia del proprio paese, non hanno identità, non sanno chi rappresentano. Non hanno più la volontà di battersi per i propri valori”. La migliore definizione di Wilders l’ha data James Taranto intervistandolo per il Wall Street Journal: “Campione della libertà o provocatore antislamico? Entrambe”. Per i suoi estimatori, il grande braccato Wilders, con il suo convoglio di automobili simile a quello che aveva Pervez Musharraf, è un pegno intorno al quale si consuma il destino del nostro continente, assieme a una caterva di opere d’arte, libri, pellicole e articoli. Per i suoi critici, è un populista aggressivo. Wilders ci spiega che non può visitare un paese straniero con l’assicurazione che non verrà arrestato e processato. In tutto il mondo, da Amman a Londra, non si contano più le azioni legali contro di lui.
    Le sue idee sull’islam sono molto problematiche. Dopo l’11 settembre gli Stati Uniti, a cominciare da Bush, hanno dibattuto a lungo su come definire il nemico. Per Wilders, l’islam è più ideologia che religione. “Una ideologia come lo fu il comunismo, l’islam non vuole competere con le altre fedi, non vuole cambiare la vita dei singoli esseri umani, ma l’intera società. A differenza del giudaismo, non vuole integrarsi nelle democrazia occidentale, l’islam vuole dominarla, sottometterla”. Una delle ultime minacce che gli hanno recapitato diceva: “Oh infedele! Non pensare di essere al sicuro. Il tuo sangue scorrerà sulle strade olandesi”.
    Dalla parte del suo allarmismo ci sono i dati più recenti forniti dalla polizia olandese. Nel 2008 ben 428 minacce di morte da parte di gruppi o individui di matrice islamista. Nel 2007 erano state 264. “La giusta risposta della sharia è tagliargli la testa e fargli fare lo stesso destino del suo predecessore, Van Gogh, spedendolo all’inferno”, recita il forum al Ekhlaas su Wilders. C’era lui in cima alla lista dei “bersagli” inchiodata al petto di Theo van Gogh, il regista ucciso da un fanatico islamista per il cortometraggio “Submission”. Il suo nome è stato trovato persino fra alcune carte a Hebron e in Iraq. Alcuni siti in arabo offrono laute ricompense per chi riuscirà a ucciderlo. Gli analisti ritengono che fin dall’inizio il vero obiettivo fosse lui.
    Molto prima dell’uccisione di Van Gogh, Wilders riceve un video: l’invocazione ad Allah, un mappamondo coperto da un Corano su cui si erge un kalashnikov. E il suo nome. “Nemico dell’islam – recita una scritta in olandese – Condannato alla decapitazione. Chi eseguirà la pena salirà in paradiso”. La polizia ha arrestato un diciassettenne in possesso di una bomba carica di chiodi, sul modello di quelle di Londra del 7 luglio 2005, che intendeva usare contro Wilders. L’ironia, dice Wilders, è che chi lo minaccia è liberissimo di andarsene in giro, mentre lui, eletto dal popolo, non può neppure annunciare i suoi comizi. “La libertà di parola è il più grande tesoro dell’occidente”, dice Wilders. “Se vogliamo rimanere liberi, se vogliamo che lo siano i nostri figli e nipoti, dobbiamo difendere la critica dell’islam come il nostro bene più prezioso. E’ il fondamento della democrazia. Ma stiamo andando nella direzione opposta. Dobbiamo riacquistare il senso dell’urgenza, è una battaglia esistenziale, chi siamo e cosa saremo nel futuro”. Qualcuno lo ha ribattezzato “l’uomo invisibile”. Guai ad accusarlo di essere simile a Le Pen o Haider, “sono un conservatore tocquevilliano”, ripete Wilders. Lui è fiero di essere invitato a parlare all’American Enterprise Institute, lo stesso pensatoio di Washington per il quale lavora Ayaan Hirsi Ali. E alla benemerita Freedom House, che non accoglie certo xenofobi e fanatici di destra.
    Molti lo accusano di usare il giudeocristianesimo a fini elettorali. “Io non sono un cristiano praticante, sono ateo, ma amo la cristianità come insieme di principi, è ciò che siamo, quello da cui proveniamo”, dice. “Se perdiamo tutto questo, qualcun altro riempirà il vuoto che lasciamo. I cristiani e gli ebrei sono le prime vittime quando facciamo appeasement nei confronti dell’islam. La cristianità ha dovuto imparare la tolleranza, ma oggi è di gran lunga superiore all’islam. Penso alla separazione di stato e chiesa, il rispetto per le donne, i diversi, gli apostati, i gay. Potrei darle 500 esempi di come la nostra cultura è superiore”.
    Sui giornali e le televisioni olandesi non passa giorno senza che non si auspichi un “cordone sanitario” intorno a lui. “Non mi sento offeso quando mi chiamano Haider o Le Pen, è semplicemente ridicolo, offendono chi mi vota, la maggioranza degli olandesi. Se domani ci fossero le elezioni, saremmo il primo partito. Abbiamo paura che le nostre scuole, le nostre strade, le nostre città, tutto cambi velocemente. Verso il peggio. Non c’è via di mezzo: mi odiano o mi amano. Ieri ho ricevuto una minaccia di morte dall’Arabia Saudita, mi dicevano che sarei stato assassinato nel momento in cui meno me lo sarei aspettato. Ci sono tante ragioni per essere pessimisti, l’Europa sta perdendo se stessa. Spero che non sia troppo tardi. Voglio che i valori di Roma, di Atene e di Gerusalemme restino i nostri valori, e non quelli della Mecca, di Rabat o di Teheran”.
    Un record, a parte le minacce di morte, Wilders lo ha già conquistato. E’ l’unico parlamentare di un paese europeo bandito dal Regno Unito. “All’aeroporto di Heathrow mi hanno negato l’ingresso, mentre ogni giorno nelle strade di Londra si manifesta a favore di Hamas e per la distruzione di Israele. Ero stato invitato da un parlamentare inglese e questo bando mi ha soltanto dimostrato a che punto siamo arrivati. Se avessi criticato la cristianità o il giudaismo, non mi avrebbero bandito. Ma l’islam è intoccabile. Ho commesso quel che George Orwell avrebbe definito ‘reato di pensiero’. Per la generazione dei miei genitori la parola ‘Londra’ era sinonimo di speranza. Quando il mio paese era occupato dai nazisti, milioni di miei connazionali ascoltavano la Bbc illegalmente. Le parole ‘Questa è Londra’ erano il simbolo di un mondo migliore. Cosa sarà trasmesso tra quarant’anni? ‘Questa è Londra’ sarà ancora un simbolo di speranza o dei valori di Medina? Che cosa offrirà l’Inghilterra, sottomissione o perseveranza? Libertà o schiavitù?”.
    di Giulio Meotti

    Parla Wilders, l’uomo più odiato e più amato d’Olanda - [ Il Foglio.it › Solo qui ]
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    Predefinito Riferimento: Troppo liberali, praticamente idioti

    Succede a Rotterdam

    Da ADNKronos

    Al teatro Zuidplein di Rotterdam posti separati per donne in nome sharia. Il sindaco è di origine marocchina

    E' accaduto in occasione dello spettacolo del comico Salaheddine Benchikhi, anch'egli marocchino. Per il governo olandese è "inaccettabile": tutti gli immigrati devono "abituarsi al principio di eguaglianza tra i sessi"
    ultimo aggiornamento: 17 aprile, ore 20:05
    Bruxelles, 17 apr. (Adnkronos/Aki) - Un'intera balconata in un teatro rigorosamente riservata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita ma in Olanda, precisamente a Rotterdam. In occasione dello spettacolo del comico Salaheddine Benchikhi, anch'egli di origine marocchina, il teatro Zuidplein ha accolto la sua richiesta di riservare a sole donne le prime cinque file della balconata, e cioè 50 posti su un totale di 590.

    Salaheddine, 29 anni, editorialista del sito Marokko.nl, è noto per la sua opposizione all'integrazione dei musulmani nelle società occidentali, un tema al quale aveva dedicato la serata. Il tutto in una città dove la quota di residenti di origini non olandesi supera il 40%. Da febbraio la storica città olandese ha un sindaco di origine marocchina, Ahmed Aboutaleb. In realtà, le spettatrici musulmane che hanno assistito allo spettacolo, molte anche con il velo sui capelli, si sono mescolate tra il pubblico di sesso misto, consentendo a spettatori maschi di sedersi con loro nelle file 'riservate' senza problemi.

    La vicenda è però stata sufficiente per scatenare virulente polemiche, avviate dalla destra populista olandese. "E' una questione di principio" ha tuonato Anita Fahmel, eletta del partito locale 'Leefbaar Rotterdam' (Rotterdam vivibile). Al contrario, il consiglio municipale ha difeso la sua scelta. "Secondo i nostri valori occidentale - è scritto in un comunicato - la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso". Inoltre, prosegue la nota, "le donne hanno il diritto di scegliere se vogliono uomini accanto o no". Anche un portavoce del teatro ha difeso la scelta. "Siamo un teatro popolare rivolto a persone con un livello di istruzione non elevato. E' un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci".

    Il governo olandese , però, non è affatto d'accordo. Il ministro dell'Interno Eberhard van der Laan, rispondendo in Parlamento all'interrogazione di un deputato liberale sulla vicenda di Rotterdam, ha definito "inaccettabile" creare file di posti riservati alle donne in un teatro che per di più è finanziato dal comune e dallo Stato. Secondo il ministro, si tratta di una violazione della legge sul diritto sull'eguaglianza dei trattamenti. Lo stesso van der Laan aveva d'altro canto proposto una separazione dei sessi per i corsi di integrazioni introdotti dal governo olandese, ma questo, aveva spiegato, per evitare che le donne musulmane rifiutassero di andarci per non mescolarsi a uomini. Il ministro ha tuttavia sottolineato che tutti gli immigrati devono "abituarsi al principio di eguaglianza tra uomini e donne".

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    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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    Predefinito Riferimento: Troppo liberali, praticamente idioti

    17 maggio 2009
    Tulipani e turbanti/2 - L'inchiesta di Giulio Meotti
    Multiculturalismo pazzo

    “Ascoltate pazzi freak, siamo qui per restarci, gli stranieri siete voi: convertitevi all’islam!”

    E’ stato un milionario di nome Chris Tummesen ad acquistare la casa di Pim Fortuyn perché rimanesse intatta. Con gli stemmi dei due leoni, la corona e le corna di cervo, i candelabri, il velluto rosso, i busti e gli innumerevoli ritratti. Si parla dell’ultima sigaretta di marijuana che Pim si sarebbe fumato la sera prima dell’omicidio. Era nervoso, lo aveva detto in televisione che si era creato un clima di demonizzazione contro di lui e le sue idee. E così avvenne con quei cinque colpi alla testa sparati da Volkert van der Graaf, un militante della sinistra animalista, un ragazzotto mingherlino, calvinista, capelli rasati, occhi cupi, vestito da ecologista puro, maglia lavorata a mano, sandali e calze di lana caprina. Il vegetariano assoluto, lo studente che non si sedeva su divani di pelle, che portava solo scarpe di plastica e fabbricava palloni di bamboo, “un ragazzo impaziente di cambiare il mondo”, dicono gli amici.
    Nel centro di Rotterdam non molto tempo fa sono apparse foto mortuarie di Geert Wilders, poste sotto un albero, con una candela a lumeggiarne la morte prossima ventura. “Rinomineremo la Euromast (torre di Rotterdam, ndr) nell’edificio per le esecuzioni con il sangue di Wilders”, hanno proclamato gli islamisti. Oggi Wilders è il politico più popolare in città. E’ lui l’erede di Fortuyn, il professore omosessuale, cattolico, ex marxista che aveva lanciato una lista per salvare il paese dall’islamizzazione. E l’aveva fatta a modo suo, mettendo assieme un’ex reginetta di bellezza, un parrucchiere, studenti, intellettuali e un uomo di affari. Al suo funerale mancava soltanto la sovrana Beatrice, perché l’addio al “divino Pim” diventasse un funerale da re. Prima lo hanno mostrificato (un ministro olandese lo chiamò “untermensch”, subuomo alla nazista), poi lo hanno idolatrato. Le prostitute di Amsterdam deposero una corona di fiori all’obelisco dei caduti in piazza Dam.
    L’Economist, settimanale lontano dalle tesi antislamiche di Wilders, tre mesi fa parlava di Rotterdam come di un “incubo eurabico”. Per gran parte degli olandesi che ci vivono l’islamismo è oggi un pericolo più grande del Delta Plan, il complicato sistema di dighe che previene l’inondazione, come quella che nel 1953 fece duemila morti. La pittoresca cittadina di Schiedam, attaccata a Rotterdam, è sempre stata un luogo comune nell’immaginazione olandese. Poi l’alone fiabesco è svanito, quando sui quotidiani tre anni fa è diventata la città di Farid A., l’islamista che minacciava di morte Wilders e la dissidente somala Ayaan Hirsi Ali.
    A Rotterdam gli avvocati musulmani vogliono cambiare anche le regole del diritto, chiedendo di poter restare seduti quando entra il giudice. Riconoscono soltanto Allah. Mohammed Enait si è appena rifiutato di alzarsi in piedi quando in aula sono entrati i magistrati. Enait ha detto che “l’islam insegna che tutti gli uomini sono uguali”. La corte di Rotterdam ha riconosciuto il diritto di Enait di rimanere seduto. “Non esiste alcun obbligo giuridico che imponga agli avvocati musulmani di alzarsi in piedi di fronte alla Corte, in quanto tale gesto è in contrasto con i dettami della fede islamica”. Enait, a capo dello studio legale Jairam Advocaten, ha spiegato che “considera tutti gli uomini pari e non ammette alcuna forma di ossequio nei confronti di alcuno”. Tutti gli uomini ma non tutte le donne. Enait è noto per il suo rifiuto di stringere la mano alle donne che più volte ha dichiarato di preferire con il burqa. E di burqa se ne vedono tanti a Rotterdam.
    Che l’Eurabia abiti ormai a Rotterdam lo ha dimostrato un caso avvenuto pochi giorni prima del nostro arrivo. Siamo andati allo Zuidplein Theatre, uno dei più prestigiosi in città, un teatro modernista, fiero di “rappresentare la diversità culturale di Rotterdam”. Sorge nella parte meridionale della città e riceve fondi del comune, guidato dal musulmano e figlio di imam Ahmed Aboutaleb. Tre settimane fa lo Zuidplein ha consentito di formare un’intera balconata riservata alle sole donne, in nome della sharia. Non accade in Pakistan o in Arabia saudita, ma nella città da cui sono partiti per gli Stati Uniti i Padri Fondatori. Qui i pellegrini puritani sbarcarono con la Speedwell, che poi scambiarono con la Mayflower. Qui è iniziata l’avventura americana. Oggi c’è la sharia legalizzata.
    In occasione dello spettacolo del musulmano Salaheddine Benchikhi il teatro ha accolto la sua richiesta di riservare a sole donne le prime cinque file. Salaheddine, editorialista del sito Morokko.nl, è noto per la sua opposizione all’integrazione dei musulmani. Il consiglio municipale lo ha approvato. “Secondo i nostri valori occidentali la libertà di vivere la propria vita in funzione delle proprie convinzioni è un bene prezioso”. Anche un portavoce del teatro ha difeso il regista. “E’ un gruppo difficile da far venire in teatro, per questo siamo pronti ad adattarci”.
    Facciamo un passo indietro. Chi è stato pronto ad adattarsi è il regista Gerrit Timmers. Le sue parole sono abbastanza sintomatiche di quella che Wilders chiama “autoislamizzazione”. Il primo caso di autocensura avvenne proprio a Rotterdam, nel dicembre 2000. Timmers, direttore del gruppo teatrale Onafhankelijk Toneel, voleva mettere in scena la vita della moglie di Maometto, Aisha. Ma l’opera venne boicottata dagli attori musulmani della compagnia quando fu evidente che sarebbero stati un bersaglio degli islamisti. “Siamo entusiasti dell’opera, ma la paura regna”, gli dissero gli attori. Il compositore, Najib Cherradi, comunicò che si sarebbe ritirato “per il bene di mia figlia”. Il quotidiano Handelsblad titolò così: “Teheran sulla Mosa”, il dolce fiume che bagna Rotterdam. “Avevo già fatto tre lavori sui marocchini e per questo volevo avere degli attori e cantanti musulmani”, ci racconta Timmers. “Poi mi dissero che era un tema pericoloso e che non potevano partecipare perché avevano ricevuto delle minacce di morte. A Rabat uscì un articolo in cui si disse che avremmo fatto la fine di Rushdie. Per me era più importante continuare il dialogo con i marocchini piuttosto che provocarli. Per questo non vedo alcun problema se i musulmani vogliono separare gli uomini dalle donne in un teatro”.
    Incontriamo il regista che ha portato la sharia nei teatri olandesi, Salaheddine Benchikhi. E’ giovane, moderno, orgoglioso, parla un inglese perfetto. “Io difendo la scelta di separare gli uomini dalle donne perché qui vige libertà d’espressione e di organizzazione. Se le persone non possono sedersi dove vogliono è discriminazione. Ci sono due milioni di musulmani in Olanda e vogliono che la nostra tradizione diventi pubblica, tutto si evolve. Il sindaco Aboutaleb mi ha sostenuto”.
    Un anno fa la città entrò in fibrillazione quando i giornali resero nota una lettera di Bouchra Ismaili, consigliere del comune di Rotterdam: “Ascoltate bene, pazzi freak, siamo qui per restarci. Siete voi gli stranieri qui, con Allah dalla mia parte non temo niente, lasciatevi dare un consiglio: convertitevi all’islam e trovate la pace”. Basta un giro per le strade della città per capire che in molti quartieri non siamo più in Olanda. E’ un pezzo di medio oriente. In alcune scuole c’è una “stanza del silenzio” dove gli alunni musulmani, in maggioranza, possono pregare cinque volte al giorno, con un poster della Mecca, il Corano e un bagno rituale prima della preghiera. Un altro consigliere musulmano del comune, Brahim Bourzik, vuol far disegnare in diversi punti della città segnali in cui inginocchiarsi in direzione della Mecca.
    Sylvain Ephimenco è un giornalista franco-olandese che vive a Rotterdam da dodici anni. E’ stato per vent’anni corrispondente di Libération dall’Olanda. E’ nato in Algeria, “in una casa circondata dall’esercito durante la guerra civile”, ed è fiero delle sue credenziali di sinistra. “Anche se ormai non ci credo più”, dice accogliendoci nella sua casa che si affaccia su un piccolo canale di Rotterdam. Non lontano da qui si trova la moschea al Nasr dell’imam Khalil al Moumni, che in occasione della legalizzazione del matrimonio gay definì gli omosessuali “malati peggio dei maiali”. Da fuori si vede che la moschea ha più di vent’anni, costruita dai primi immigrati marocchini. Moumni ha scritto un libercolo che gira nelle moschee olandesi, “Il cammino del musulmano”, in cui spiega che agli omosessuali si deve staccare la testa e “farla spenzolare dall’edificio più alto della città”. “Non è più Rotterdam, ma la Mecca sulla Mosa”, ci dice Ronald Sorenson, attivista conservatore della città. Accanto alla moschea al Nasr ci sediamo in un caffè per soli uomini. Davanti a noi c’è un mattatoio halal, islamico.
    Ephimenco è autore di tre saggi sull’Olanda e l’islam, e oggi è un famoso columnist del quotidiano cristiano di sinistra Trouw. Ha la miglior prospettiva per capire una città che, forse anche più di Amsterdam, incarna la tragedia olandese. “Non è affatto vero che Wilders raccoglie voti delle periferie, lo sanno tutti anche se non lo dicono”, ci dice l’editorialista. “Oggi Wilders viene votato da gente colta, anche se all’inizio era l’Olanda bassa dei tatuaggi. Sono tanti accademici e gente di sinistra a votarlo. Il problema sono tutti questi veli islamici. Dietro casa mia c’è un supermercato. Quando arrivai non c’era un solo velo. Oggi alla cassa ci sono soltanto donne musulmane col chador. Wilders non è Haider. Ha una posizione di destra ma anche di sinistra, è un tipico olandese. Qui ci sono anche ore in piscina per sole donne musulmane. E’ questa l’origine del voto per Wilders. Si deve fermare l’islamizzazione, la follia del teatro. A Utrecht c’è una moschea dove si danno servizi municipali separati per uomini e donne. Gli olandesi hanno paura. Wilders è contro il Frankenstein del multiculturalismo. Io che ero di sinistra, ma che oggi non sono più niente, dico che abbiamo raggiunto il limite. Ho sentito traditi gli ideali dell’illuminismo con questo apartheid volontario, nel mio cuore sento morti gli ideali d’eguaglianza di uomo e donna e la libertà d’espressione. Qui c’è una sinistra conformista e la destra ha una migliore risposta al pazzo multiculturalismo”.
    Lasciamo Ephimenco per andare da Tariq Ramadan. Il celebre islamista svizzero insegna alla Erasmus University di Rotterdam, ma soprattutto è consulente speciale del comune. A scovare dichiarazioni di Ramadan critiche sugli omosessuali è stata la più celebre rivista gay d’Olanda, Gay Krant, diretta da un simpatico e loquace giornalista di nome Henk Krol. In una videocassetta, Ramadan definisce l’omosessualità “una malattia, un disordine, uno squilibrio”. Nel nastro Ramadan ne ha anche per le donne, “devono tenere lo sguardo fisso a terra per strada”. Il partito di Wilders ha chiesto lo scioglimento della giunta e la cacciata dell’islamista ginevrino, che invece si è visto raddoppiare l’ingaggio per altri due anni. Questo accadeva mentre al di là dell’oceano l’Amministrazione Obama confermava il divieto d’ingresso a Ramadan nel territorio degli Stati Uniti. Fra i nastri in possesso di Krol ve ne è uno in cui Ramadan dice alle donne: “Allah ha una regola importante: se cerchi di attrarre l’attenzione attraverso l’uso del profumo, attraverso il tuo aspetto o i tuoi gesti, non sei nella direzione spirituale corretta”. “Quando venne ucciso Pim fu uno shock per tutti perché un uomo venne assassinato per quello che diceva”, ci dice Krol. “Non era più il mio paese quello. Sto ancora pensando di lasciare l’Olanda, ma dove potrei andare? Io sono orgoglioso del matrimonio civile olandese che non fa discriminazione. Mi sono battuto per sedici anni. E ora c’è un gruppo che vuole portarci via tutto questo. Qui siamo stati critici di tutto, dalla chiesa cattolica a quella protestante. Ma quando abbiamo mosso critiche all’islam ci hanno risposto: ‘Avete paura dei musulmani, state creando nuovi nemici!’”. Secondo Ephimenco, è la strada il segreto del successo di Wilders. “A Rotterdam ci sono tre moschee enormi, una è la più grande d’Europa. Ci sono sempre più veli islamici e un impulso islamista dalle moschee. Conosco tanti che hanno lasciato il centro e vanno nella periferia ricca e bianca. Il mio quartiere è povero e nero. E’ una questione di identità, nelle strade non si parla più olandese, ma arabo e turco”.
    Incontriamo l’erede di Fortuyn per la rubrica sul quotidiano Elsevier, Bart Jan Spruyt, è un giovane e aitante intellettuale protestante, fondatore della Edmund Burke Society, ma soprattutto l’autore della Dichiarazione di indipendenza di Wilders, di cui è stato storico collaboratore. “Qui un immigrato non ha bisogno di lottare, studiare, lavorare, può vivere a spese dello stato”, dice Spruyt al Foglio. “Abbiamo finito per creare una società parallela. I musulmani sono maggioranza in molti quartieri e chiedono la sharia. Due giorni fa ad Amsterdam un gruppo di marocchini mi ha fermato e detto: ‘Qui non vendiamo formaggio’. Non era più Olanda. Il nostro uso della libertà ha finito per ripercuotersi contro di noi, è un processo di autoislamizzazione, gran parte del lavoro lo abbiamo fatto noi”.
    Bart era grande amico di Fortuyn. “Pim disse ciò che la gente sapeva da decenni. Attaccò l’establishment e i giornalisti. Ci fu un grande sollievo popolare quando scese in politica, lo chiamavano il ‘cavaliere bianco’. L’ultima volta che parlai con lui, una settimana prima che fosse ucciso, mi disse di avere una missione. La sua uccisione non fu il gesto di un folle solitario e ho sempre pensato che fosse molto strano il modo in cui presero l’assassino. Lo paragonavano sempre a Hitler. Nel febbraio 2001 Pim annunciò che avrebbe voluto cambiare il primo articolo della Costituzione sulla discriminazione perché a suo dire, e aveva ragione, uccide la libertà di espressione. Il giorno dopo nelle chiese olandesi, perlopiù vuote e usate per incontri pubblici, venne letto il diario di Anne Frank come monito contro Fortuyn. Pim era veramente cattolico, più di quanto noi pensiamo, nei suoi libri parlava della società senza padre, senza valori, vuota, nichilista”. Spruyt spiega così la vita di Wilders. “A casa sua è come essere in una banca e quando sono con Geert non so mai dove ci stia portando la polizia. A volte, quando guardiamo dalla finestra e gli chiedo: ‘Dove siamo?’, Geert risponde: ‘Non lo so’. C’era un laghetto vicino a una di queste case sicure. Gli chiesi: ‘Perché non fai due passi con tua moglie?’. Lui mi disse: ‘Potrei, ma ci vorrebbero tre ore per preparare tutto’. Ora capirete perché Wilders sa di avere una missione. Come Fortuyn, anche Geert oggi ha due alternative: il successo in Olanda o l’esilio in America o in Israele”.
    Chris Ripke è un’artista noto in città. Il suo studio è vicino a una moschea in Insuindestraat. Scioccato dall’omicidio Van Gogh per mano di un islamista olandese, Chris decise di dipingere un angelo sul muro del suo studio e il comandamento biblico “Non uccidere” (“Gij zult niet doden”). I vicini nella moschea trovarono il testo “offensivo” e chiamarono l’allora sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. Il sindaco ordinò alla polizia di cancellare il dipinto perché “razzista”. Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si piazzò di fronte in segno di protesta. La polizia lo arrestò. E il filmato venne distrutto. Ephimenco fece lo stesso nella sua finestra. “Ci misi un grande telo bianco con il comandamento biblico. Vennero i fotografi e la radio. Se non si può più scrivere ‘non uccidere’ in questo paese, allora vuol dire che siamo tutti in prigione. E’ come l’apartheid, i bianchi vivono con i bianchi e i neri con i neri. C’è un grande freddo. L’islamismo vuole cambiare la struttura del paese”. Per Sylvain parte del problema è la decristianizzazione della società. “Quando arrivai qui, negli anni Sessanta, la religione stava morendo, un fatto unico in Europa, una collettiva decristianizzazione. Poi i musulmani hanno riportato la religione al centro della vita sociale. Aiutati dall’élite anticristiana. Quando venni qui ero giovane e pensai: ‘Ecco il paradiso’. Poi vidi che c’era qualcosa che non andava, a scuola le mie figlie erano incoraggiate a parlare francese. Una follia. Oggi è lo stesso con i marocchini. Ma guai allora a criticare l’integrazione, ti davano del fascista”.
    Ephimenco conosceva Fortuyn. “Ho capito tante cose quando disse di voler entrare in politica. Ci fu un odio incredibile contro di lui e mi ha fatto pensare che la verità della famosa tolleranza era falsa, la sinistra era rabbiosa contro un uomo di destra che raccoglieva i voti del popolo. In Olanda l’industria dell’antirazzismo è fortissima e c’è una cultura di violenza verbale che non ammette diversità. Fortuyn era un uomo di cuore ed è stato un martire della parola libera, ma alla sinistra non va perché il martirio deve essere progressista. Il proiettile era di sinistra ma il martire era di destra. L’assassino, Volkert van der Graaf, faceva parte di una organizzazione più grande, era stato aiutato da altri che sapevano quello che stava per fare”.
    Anche Sylvain sta pensando di lasciare la città. “Arrivai a Rotterdam per una storia d’amore, sono legato alla città. Ma se le cose continuano così, me ne vado”. Usciamo per un giro fra i quartieri islamizzati. A Oude Westen si vedono soltanto arabi, donne velate da capo a piedi, negozi di alimentari etnici, ristoranti islamici e shopping center di musica araba. “Dieci anni fa non c’erano tutti questi veli”, dice Sylvain. Dietro casa sua, una verdeggiante zona borghese con case a due piani, c’è un quartiere islamizzato. Ovunque insegne musulmane. “Guarda quante bandiere turche, lì c’è una chiesa importante, ma è vuota, non ci va più nessuno”. Al centro di una piazza sorge una moschea con scritte in arabo. “Era una chiesa prima”. Non lontano da qui c’è il più bel monumento di Rotterdam. E’ una piccola statua in granito di Pim Fortuyn. Sotto la testa lucente in bronzo, la bocca che accenna l’ultimo discorso a favore della libertà di parola, c’è scritto “loquendi libertatem custodiamus”. Ogni giorno qualcuno depone dei fiori.
    di Giulio Meotti

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    un paese può adottare una politica liberale, atta a garantire la piena affermazione dei diritti civili per i propri cittadini, senza x questo aprire le frontiere indiscriminatamente

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    Citazione Originariamente Scritto da dedelind Visualizza Messaggio
    un paese può adottare una politica liberale, atta a garantire la piena affermazione dei diritti civili per i propri cittadini, senza x questo aprire le frontiere indiscriminatamente
    Anche in questo caso, liberali e socialisti/marxisti si incontrano e si sovrappongono, fino a diventare indistinguibili.
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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