
Originariamente Scritto da
elephas indus
03-08-2010
L'età delle aspettative ridotte

di KENNETH ROGOFF
CAMBRIDGE - Mentre le economie degli USA e della UE continuano ad essere in difficoltà, ci sono crescenti preoccupazioni che questa possa essere una "lost-decade", come quella avuta dal Giappone. La maggior parte del dibattito, purtroppo, si è concentrato su quello che governi dovrebbero fare per stimolare la domanda attraverso i disavanzi di bilancio e la politica monetaria. Si tratta di questioni chiave nel breve periodo, ma, come ogni economista sa, a lungo andare la crescita economica è determinata principalmente dall'aumento della produttività.
Non ci sono dubbi che la grave crisi finanziaria del 1992 sia stato un colpo da cui l'economia giapponese deve ancora riprendersi, e gli attuali paralleli con gli USA e la UE sono preoccupanti. Entrambe sembrano destinate ad un lungo periodo di lenta crescita del credito, sia a causa delle necessarie restrizioni sulla regolamentazione finanziaria, sia perché le loro economie rimangono notevolmente sovraindebitate. Non ci sono scorciatoie nella convalescenza.
Tuttavia, nel valutare l'esperienza del Giappone e la sua attualità, è importante riconoscere che il suo declino non è da imputarsi alla crisi finanziaria. Il Giappone ha sofferto anche una quantità di gravi shock della produttività, correlati ai suoi problemi di lungo termine. Anche se non avesse mai sperimentato bolle immobiliari o azionarie, la fulminea ascesa del vicino gigante cinese sarebbe stata comunque un'enorme sfida.
All'alba degli anni novanta la posizione dominante del Giappone nei mercati dell'export di tutto il mondo era già stata erosa dalla crescita dei suoi vicini asiatici minori, come la Malaysia, la Corea, la Thailandia e Singapore. La Cina rappresenta però una sfida completamente diversa, a cui l'adattamento richiederà molto più tempo.
Inoltre, anche se non fosse mai stato colpito da una crisi finanziara, il Giappone sarebbe stato tormentato da dati demografici negativi, con una popolazione ridotta e invecchiata. Infine, gli anni di ipercrescita si basavano su tassi di investimento eccezionali. Ma, dal momento che la produttività è in ultima analisi basata sull'innovazione e non solo su maggiori dotazioni strumentali o immobiliari, era inevitabile che i return on investment ad un certo punto sarebbero crollati.
In linea di principio, con un sistema finanziario sano, l'economia giapponese avrebbe avuto maggiore flessibilità per affrontare la sfida della crescita di produttività. Ma, in un modo o nell'altro, una volta avuti altissimi tassi di crescita sarebbe poi caduto bruscamente. Come accade solitamente in questi casi, la crisi finanziara ha amplificato le altre cause del declino economico, piuttosto che avviarlo direttamente.
La grande depressione è un altro esempio. Anche allora venne profusa grande attenzione sui flussi della politica fiscale e monetaria. Ma le politiche del New Deal, espandendo il ruolo dello stato spesso in modo caotico e imprevedibile, probabilmente hanno finito per ostacolare almeno temporaneamente la crescita della produttività.
Oggi gli Stati Uniti sembrano evolversi in modo più simile all'Europa, con tasse più alte e regolamentazioni maggiori. I sostenitori dell'amministrazione portranno ragionevolmente sostenere che si tratta di misure a lungo rimandate su questioni come la disparità di reddito. Ma se gli Stati Uniti sperimenteranno una crescita lenta per il prossimo decennio, potrà questa essere imputata completamente alla crisi finanziaria?
Allo stesso modo, l'ultima crisi di identità dell'Europa sta causando un alto grado di incertezza politica e di imprevedibilità. Se anche in Europa ci sanno effetti negativi sulla crescita nel prossimo decennio, non tutti potranno essere attribuiti alla crisi finanziaria.
Nel breve periodo è importante che la politica monetaria degli USA e della UE combatta in modo vigile la deflazione alla giapponese, che esaspererebbe i problemi del debito, riducendo i redditi rispetto a questo. In realtà, come sostengo dall'inizio della crisi, sarebbero molto meglio due o tre anni di inflazione moderatamente elevata, sgonfiando i debiti su tutta la linea, specialmente se il sistema politico, legale e regolamentare rimanesse in qualche modo bloccato nella realizzazione delle necessarie svalutazioni.
Con i mercati del credito compromessi potrebbero essere necessari altri quantitative easing. Per quanto riguarda la politica fiscale sta già girando troppo in alto, e bisognerà gradualmente tirare la cinghia per parecchi anni, per timore che il già preoccupante livello del debito sovrano si possa deteriorare ulteriormente. Quanti credono - in modo quasi fideistico - che ci sia bisogno di ulteriori stimoli fiscali keynesiani, ignorando i debiti dei governi, mi sembrano in piena crisi di panico.
E' importante preservare il dinamismo nell'economia degli USA e della UE attraverso misure di aumento della produttività, ad esempio attraverso una vigile politica antitrust e la semplificazione dei sistemi fiscali.
Nel bene e nel male i trend della produttività sono molto difficili da estrapolare, dipendendo da interazioni sociali, economiche e politiche di enorme complessità. E' famoso il caso dei vincitori del premio Nobel Robert Solow e Paul Krugman, i quali hanno messo in dubbio che la diffusione dell'informatica e della tecnologia porti ad una crescita dei profitti (il tema è contenuto nel titolo di un classico di Krugman "The Age of Diminished Expectations").
I policymaker dovrebbero ricordare che, se gli USA e l'UE riusciranno ad evitare di perdere un decennio o no, questo dipende dalla loro abilità di conservare la vitalità produttiva delle loro economie, e non solo semplicemente nel breve periodo con misure di stimolo alla domanda.
Kenneth Rogoff è stato capo economista del FMI, ed è docente di Economics and Public Policy all'Università di Harvard.