LA STORIA

Per capire questa storia, proviamo a trasportare un paio di persone dal Regno Unito all’Italia.
Il primo è George Monbiot, uno scrittore, giornalista, attivista politico e ambientale che scrive sul Guardian (una sorta di Il Fatto Quotidiano). Monbiot ha un grado di consapevolezza dei problemi ambientali che non è troppo lontano da quello di un Luca Mercalli o di un Ugo Bardi. Per semplicità in questo post chiameremo Monbiot con lo pseudonimo di “Ugo Mercalli“, spero che nessuno dei due miei connazionali me ne vorrà.
Il secondo è David Attenborough un divulgatore scientifico e naturalista, famoso per i suoi documentari naturalistici trasmessi dalla BBC (la RAI inglese) tra cui gli eccezionali Blue Planet e Blue Planet 2. L’equivalente di David Attenborough in Italia è sicuramente Piero Angela, con cui lo sostituiremo perché mi rifiuto di scrivere una volta di più quel cognome inglese impronunciabile. Per evitare di confonderlo con il nostro connazionale lo chiameremo Pieru Angela.
Ed ecco la storia.
Ugo Mercalli ha appena scritto un articolo dal titolo Pieru Angela ha tradito il pianeta vivente che ama. L’accusa è quella di aver creato una falsa impressione dello stato di salute del pianeta, proprio con i suoi bellissimi documentari. Il Piero Angela inglese gode di una notorietà e di una fiducia praticamente universali. Nei suoi documentari la pressione cui l’uomo sottopone la natura è evidente, con la perdita degli habitat, i cambiamenti climatici e l’inquinamento. Eppure ha compiuto una precisa scelta di comunicazione: evitare di sottolineare questi problemi e, soprattutto, evitare di attribuirne la colpa all’uomo. La ragione che adduce è che suonare l’allarme troppo spesso potrebbe essere controproducente, portando alla disaffezione di parte del pubblico.
Questo articolo mi è stato segnalato in un gruppo Whatsapp da un caro amico e la discussione che ne è nata è interessante perché inquadra quelli che potremmo definire come effetto riccio e dilemma di Cassandra.
UNA DISCUSSIONE SU WHATSAPP

Vi riporto qualche stralcio della discussione, usando pseudonimi al posto dei nomi dei partecipanti.
Gasteropode Bavoso:
Mi scazza leggerlo, riassumi in dieci parole per favore!
Esteta della violenza delle retroazioni:
Ugo Mercalli accusa Pieru Angela di non citare mai le cause profonde della crisi della biosfera terrestre, nonostante parli dei problemi in tutte (o quasi) le sue serie di documentari.
Eliminando la chiara accusa al Consumismo e allo stile di vita Occidentale, sostiene Ugo Mercalli, Pieru Angela ha dato una prospettiva di falsa “profondità” del mondo naturale, nel senso che dai documentari sembrerebbe emergere l’impressione che il mondo naturale ed incontaminato esista ancora, e lo si possa filmare e documentare con relativa facilità.
Il risultato sarebbe un generale senso di “autocompiacimento” e “falsa sicurezza” verso qualcosa che, alla prova dei fatti, non esiste praticamente più e stiamo perdendo ad un tasso esponenziale.
Con la conseguenza che la popolazione Inglese (su questa si concentrano i due…) avrebbe la falsa percezione che la crisi sia ancora un concetto astratto lungi dal realizzarsi.
Amico pettegolo:
Un buon pezzo davvero. Anche se è vero che quasi tutti quelli che tengono all’ambiente hanno iniziato da piccoli guardando i documentari. Chi non li ha guardati dubito che prima o poi possano sviluppare una sensibilità ambientale. Ti manca l’attaccamento emotivo per farlo.
Imprenditore tra gli incompetenti:
Io credo che l’attaccamento all’ambiente si sviluppa se lo vivi (scopri piccoli insetti, giochi in mezzo agli alberi, boschi).
La televisione da sola può darti un interesse da zoo safari, da acquario o rettilario.
Esteta della violenza delle retroazioni:
Secondo me avete ragione entrambi… Purtroppo la natura scompare sia dal mondo reale che dal mondo virtuale televisivo… Solo certi videogiochi hanno ancora una vena “ambientalista” che si sussegue negli anni…
Cervello fugato nerdone:
To do otherwise, he suggests, would be “proselytising” and “alarmist”. Purtroppo devo dargli ragione, dopo anni di lavaggio del cervello la gente lo crede davvero. E lui deve rispettare la narrativa facendone parte. O forse ne è vittima.
Mi ricorda la reazione di tanta gente al video gioco “A New Beginning” che aveva un tema ambientalista le parole usate erano proprio “preaching”(predicando) e simili.
Gasteropode Bavoso:
Secondo me ha torto, perché Pieru Angela avrebbe dovuto calcare la mano sui concetti di tutela ambientale e rischio ambientale oltre che di impronta ecologica e conseguenze ambientali. Ho usato questi quattro termini volutamente perché la scelta di diminuire il proprio impatto è personale. Io credo che quei documentari abbiano fatto un lavoro apprezzabile a livello di divulgazione scientifica preparando la gente ad essere sensibilizzata, non spettava a Pieru Angela fare di piu perché se lo avesse fatto la parte di popolazione semianalfabeta inglese (che non conosce i quattro termini che ho usato prima e per i quali non basta un documentario a spiegarne contenuti e implicazioni) avrebbe perso interesse, sentendosi al contempo in colpa e impotente e avrebbe scelto di cambiare canale, non di cambiare le cose. Purtroppo è storico e fisiologico: noi riusciamo ad affrontare i problemi solo quando ci danno un calcio in culo, non prima.
Quei documentari hanno contribuito alla formazione di una sensibilità ambientale. Chiedere che facessero di piu è legittimo, accusare di aver fatto troppo poco è ingiusto.
L’EFFETTO RICCIO

Da una parte quindi c’è il tradimento come definito da Ugo Mercalli:
Le telecamere ci rassicurano sul fatto che ci sono vaste aree selvagge in cui la fauna selvatica continua a prosperare. Coltivano compiacimento, non azione.
Pieru Angela nasconde quelli che potremmo definire come i ritorni decrescenti del documentarista:
[…] I documentaristi che conosco e che riprendono la fauna selvatica, mi dicono che lo sforzo di ritrarre ciò che sembra un ecosistema incontaminato diventa più difficile ogni anno. Devono scegliere sempre più attentamente i loro angoli di ripresa per escludere le prove della distruzione in atto e viaggiare sempre più lontano per trovare i paradisi che ritraggono.
Come conseguenza, i documentari ci inducono automaticamente ad una fallacia induttiva (classificabile come generalizzazione indebita) che ci induce a credere che le splendide scene che vediamo siano la norma sul pianeta, e non in realtà l’eccezione. Pieru Angela quindi alimenta una grande bugia collettiva perché evita di menzionare che lo spettatore sta vedendo in realtà l’ultimo Dodo.
Ma va considerata anche un altro aspetto. Cosa sarebbe successo se Pieru Angela avesse messo sempre bene in chiaro l’eccezionalità delle riprese e le responsabilità dell’uomo? In questo universo alternativo Pieru Angela avrebbe avuto gli stessi ascolti? Avrebbe avuto gli stessi finanziamenti per produrre i documentari e gli stessi spazi sulla televisione di stato? Ma soprattutto, avrebbe avvicinato e coinvolto lo stesso numero di persone nell’apprezzare le meraviglie di una natura che non è più intorno a loro?
No, ha ragione “Gasteropode Bavoso”.
Chi ha provato a fare almeno una volta comunicazione su questi temi ha scoperto alla svelta che c’è quello che potremmo definire l’effetto riccio: il disagio indotto dalla gravità di un problema, attiva nell’interlocutore dei meccanismi psicologici di difesa come la negazione, la proiezione (la responsabilità viene scaricata addossandola ad altre cause esterne, come il complottismo), la razionalizzazione (la ricerca di argomenti di comodo, come ad esempio il fatto che sarà un problema più che altro per quelli che verranno dopo) e la rimozione. Tali meccanismi sono stati selezionati nel corso dell’evoluzione per permetterci di titrare avanti nonostante forti difficoltà e sono tanto più forti quanto più grandi sono le emozioni negative indotte (come la paura o il senso di vergogna), il senso di impotenza e l’attacco percepito alla propria identità. In certi casi diventano una barriera che renderà impermeabile l’individuo ad ogni ulteriore intervento di sensibilizzazione. A volte assumono proporzioni grottesche, come nel caso delle varie forme di complottismo.
Nella discussione sui cambiamenti climatici ad esempio, Ugo Bardi ha fornito ottimi esempi e l’ha sintetizzato con un frase che potremmo prendere come massima:
[…] fra la disperazione e la speranza, uno sceglie sempre la speranza, e la sceglie come può.
Persino Ugo Mercalli riconosce indirettamente l’esistenza dell’effetto riccio quando ammette che i suoi sforzi nello spingere la BBC a creare programmi con contenuti sull’ambiente si sono infranti perché la BBC non li voleva.
Se mi chiedete se sia la BBC o l’ExxonMobil ad essersi operata di più per frustrare l’azione ambientale in questo paese, vi direi la BBC.
Pieru Angela, da grande comunicatore, sa perfettamente che deve evitare questi meccanismi di difesa negli spettatori e i suoi documentari fanno esattamente questo.
IL DILEMMA DI CASSANDRA

A questo punto siamo di fronte al dilemma: dire la verità, sapendo che in massima parte non verremo né creduti, né ascoltati, oppure dire solo la parte di verità innocua e piacevole, che permette di essere ascoltati ma nasconde l’urgenza del problema?
Se Cassandra, la figlia preveggente del Re di Troia, avesse mentito sulle catastrofi che sarebbero poi giunte sulla sua città e sulle cause che le avrebbero prima scatenate, sarebbe riuscita ad evitarle almeno in parte?
Difficile da credere.
Ma è ancor più difficile da credere che basti dire la verità per suscitare una reazione.
Il mito di Cassandra incarna proprio questo monito: se urli al lupo al lupo, la gente si volta dall’altra parte e il lupo diventi tu.
E questo è l’errore che l’ambientalismo fa da cinquant’anni in tutto il mondo (vedi nota [1]).
Uscire da questo dilemma non è facile, ma non è neanche impossibile. Una volta che abbiamo realizzato che c’è un ostacolo si può pensare a come superarlo.
VENIRNE FUORI

Un primo aiuto può venire dal mondo della comunicazione e del marketing, che questi problemi li affrontano ogni giorno, magari per ragioni meno nobili.
Ad esempio un strategia che si è rivelata efficace[1] contro il dilemma di Cassandra, è l’idea di rappresentare un futuro migliore, più attraente se l’individuo assume i comportamenti desiderati. In pratica usare la carota invece che il bastone. E’ il caso ad esempio delle Soap Opera prodotte dall’ONG Population Media Center efficaci nel ridurre il tasso di natalità dove troppo elevato, perché mostrano al pubblico femminile i vantaggi personali ottenibili con una migliore educazione e la pianificazione delle gravidanze.[2] Questo ci insegna anche un altra strategia spesso efficace: l’essere umano è programmato per apprendere mediante storie, narrazioni che coinvolgono altre persone.
Un altro buon modo di comunicare, in ogni situazione, è quello di far ridere. La risata è un potente antidoto all’effetto riccio, poiché proietta i nostri comportamenti sbagliati all’esterno, li ridicolizza e in questo modo ci sensibilizza a cambiarli. Se svolto da professionisti è in grado di veicolare messaggi potenti e controcorrente. In Italia ci sono pochi esempi di informazione e giornalismo con taglio comico, anche se in effetti abbiamo un movimento politico al governo che è nato proprio così. Nel mondo anglosassone ci sono invece più esempi. Uno dei più attuali ed azzeccati è Last Week Tonight, una trasmissione di giornalismo d’inchiesta condotta negli USA da un famoso comico inglese, John Oliver. Ecco un esempio di come ridicolizza il negazionismo climatico.
Un altro aiuto importante ci può venire dalle ricerche della psicologia sociale. Ve ne abbiamo già parlato traducendo un’interessante summa sul tema dal titolo Comunicare il Cambiamento Climatico: I principali risultati della ricerca psicologica (e il perché non li avete già saputi) scritta da Paul Connor, ricercatore di psicologia sociale dell’Università di Melbourne. In poche parole:

  • per un pubblico “conservatore” è necessario evidenziare i co-benefici nell’agire contro i problemi ambientali;
  • il ruolo dell’ideologia si attenua parecchio quando si dimostra che la scienza non ha incertezze;
  • è necessario far si che chi ascolta un messaggio sulla necessità di agire “si senta bene con se stesso”; per raggiungere questo risultato può essere sufficiente far svolgere un qualche esercizio di “autoaffermazione” (che ricordi all’ascoltatore una sua qualità sociale importante, ad es. altruismo, gentilezza) o affermare il valore e l’integrità morale del pubblico;

L’ultimo punto è così importante che nella comunicazione sul riscaldamento globale adesso si consiglia di non partire dai fatti scientifici, bensì da una connessione con chi ci ascolta tramite valori o passioni che sono condivise (es. l’essere genitori, amare le passeggiate in montagna) e poi di introdurre i meccanismi climatici di causa-effetto che li mettono a rischio.
In tutto questo è evidente la centralità del coinvolgimento emotivo. Non c’è azione se il messaggio si ferma alla neocorteccia, deve arrivare anche al sistema limbico.
E’ anche importante che il senso di impotenza di chi ascolta venga superato offrendo qualche indicazione di massima, pratica per agire. Anche se sappiamo benissimo che quelle indicazioni non saranno sufficienti né se intraprese individualmente, né collettivamente, è importante lasciare almeno una direzione da seguire.
Nella comunicazione in presenza, di fronte a un gruppo, la psicologia sociale ha sviluppato nel tempo “buone pratiche” che fanno leva sull’innata socialità della nostra specie. Ad esempio lo psicologo Lennart Parknas propone di superare lo stato solitario di “allarme” in cui si sono attivati i nostri meccanismi di difesa con un percorso in tre fasi, partendo dall’aprirsi agli altri (“dialogo”), l’afferrare di essere parte di qualcosa di molto più grande di noi stessi (“interconnessione”) e infine esplorare le proprie risorse personali a livello di motivazione e capacità (“ricarica”). E’ un percorso non banale, che ha bisogno di tempo, di un accompagnamento svolto da un mediatore.
I FATTI NON SONO ABBASTANZA

E non lo sono mai stati. Altrimenti non ci troveremmo adesso con l’acqua alla gola.
La comunicazione in campo ambientale non è uno scherzo, anche se per troppo tempo è stata trattata così. Le soluzioni, quelle vere, coinvolgono troppi aspetti del nostro stile di vita per evitare che inneschino un’ampia gamma di meccanismi di difesa psicologica, spesso impenetrabili.
Non ha senso lanciare allarmi se non si ha il tempo, gli spazi, la preparazione e le doti comunicative per accompagnare chi ci ascolta in un percorso di presa di consapevolezza.
Il povero Pieru Angela è quindi assolto?
Io credo di no. Proprio chi ha le doti e la possibilità di comunicare a grandi porzioni del pubblico, non basta che riconosca i rischi che l’effetto riccio comporta. Deve anche impegnarsi a trovare un modo per superarli.
E i modi ci sono anche se non sono facili.


NOTE
[1] Da osservare che in questo stesso articolo sul problema della sovrappopolazione, pur citando una strategia corretta contro l’effetto riccio, non se ne riconosce proprio l’esistenza. Ad un certo punto ipotizza di creare una “telecamera di Cassandra” che riprenda un mondo futuro devastato dall’uomo:
Mostriamo questi video a tutti quelli che sono sulla Terra oggi e spieghiamo che questo è il loro futuro (o dei loro figli) se non riusciamo ad agire presto. Quindi, dopo aver visto queste immagini terrificanti, ciò che sta davanti diventa completamente concettualizzato per tutti. Avrebbe un impatto sul pubblico in generale? Questo potrebbe scuotere le persone dalla loro apatia e negazione? Credo di si!
Col cavolo. Questo è proprio l’ABC di quello che non si deve fare.
[2] Si, la sovrappopolazione è un problema, anche se ormai ce lo siamo fatti sfuggire di mano. Chi non ne fosse razionalmente convinto dia un’occhiata alla formula IPAT. Se rimane qualche dubbio, allora il problema è che… siete in pieno effetto riccio!
https://aspoitalia.wordpress.com/201...-di-cassandra/