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    Predefinito L’economia buddista del Bhutan

    L’economia buddista del Bhutan
    di Paolo Borrello



    Indubbiamente il Bhutan è un piccolo stato (47.000 kmq. e 650.000 abitanti) ma il suo sistema economico è degno di attenzione e può evidenziare una serie di questioni di natura economica e sociale di notevole interesse per il mondo intero. Almeno così sostiene Jeffrey D. Sachs, economista e docente universitario presso l’Università della Columbia, nonchè consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo del millennio, in un articolo pubblicato nella versione on line de “Il Sole 24 ore”.

    Jeffrey Sachs così descrive l’economia del Bhutan:

    “La geografia selvaggia del Bhutan ha favorito la crescita di un’impavida popolazione di agricoltori e pastori e ha contribuito a promuovere una forte cultura buddista, strettamente legata alla storia del Tibet. La popolazione è scarsa – circa 700.000 abitanti su un territorio grande quanto la Francia – con comunità agricole nascoste in valli profonde e un manipolo di pastori disseminato in alta montagna. Ogni valle è protetta da un dzong (fortezza), al cui interno si trovano monasteri e templi, che risalgono a secoli fa e che rappresentano magistralmente la commistione tra architettura sofisticata e belle arti.

    L’economia del Bhutan, basata sull’agricoltura e sulla vita monastica, era autosufficiente, povera e isolata fino a pochi decenni fa, quando una serie di straordinari monarchi iniziò a guidare il paese verso la modernizzazione tecnologica (strade, energia, sistema sanitario moderno e istruzione), gli scambi commerciali (in particolare con la vicina India) e la democrazia politica. È incredibile la sollecitudine con cui il Bhutan sta affrontando questo processo di cambiamento, e come tutto questo sia guidato dal pensiero buddista.

    Il Bhutan si sta ponendo la domanda che dovrebbero farsi tutti: come può una modernizzazione economica fondersi con la solidità culturale e il benessere sociale?

    In Bhutan, la sfida economica non è la crescita del prodotto interno lordo, ma quella della felicità interna lorda (Fil). Sono andato in Bhutan per comprendere meglio come funziona questo indice. Non c’è una formula, ma, come si confà alla serietà della sfida e alla profonda tradizione bhutanese di meditazione buddista, c’è un processo, attivo e importante, di discussione nazionale. Questo dovrebbe essere d’ispirazione per tutti noi.

    Parte del Fil bhutanese ruota, naturalmente, intorno alla soddisfazione dei bisogni primari – migliore assistenza sanitaria, ridotta mortalità materna e infantile, maggiori risultati scolastici e migliori infrastrutture, soprattutto elettricità, acqua e strutture igieniche. Questa attenzione rivolta al miglioramento concreto dei bisogni primari ha senso per un paese con un livello di reddito relativamente basso come il Bhutan.

    Tuttavia il Fil va ben oltre una crescita di ampia portata, focalizzata sui poveri. Il Bhutan si sta chiedendo anche come potere combinare crescita economica e sostenibilità ambientale – una questione a cui in parte ha risposto il grande impegno profuso a protezione della vasta area boschiva del paese e della sua straordinaria biodiversità. Si sta chiedendo come poter preservare la tradizionale uguaglianza e promuovere lo straordinario retaggio culturale. E si sta chiedendo come il singolo possa mantenere la propria stabilità psicologica in un’era di rapidi cambiamenti, segnata dall’urbanizzazione e dall’accanimento della comunicazione globale in una società in cui fino a dieci anni fa non c’era la televisione…

    Ma sono sempre di più i paesi per cui la riflessione di Thinley (n.a., il primo ministro del Bhutan) sulle fonti basilari del benessere diventa non solo necessaria, ma urgente.

    Tutti sanno che l’iperconsumismo in stile americano può destabilizzare le relazioni sociali e portare aggressività, solitudine, avidità ed esaurimento da iperlavoro. Quello che forse non abbiamo compreso è che negli ultimi decenni quelle tendenze hanno subito un’accelerata proprio negli Stati Uniti. Questo potrebbe essere il risultato, tra gli altri motivi, di un incremento e di un accanimento ora incontenibile della pubblicità e delle pubbliche relazioni. La questione su come guidare un’economia per produrre felicità sostenibile – insieme a benessere materiale e salute dei singoli, conservazione dell’ambiente ed elasticità psicologica e culturale – dovrebbe essere affrontata in ogni paese.

    Il Bhutan sta facendo molti passi in questa direzione. Sarà in grado di aumentare le esportazioni verso l’India di energia idroelettrica pulita, che deriva dai fiumi, così guadagnando scambi con l’estero in modo sostenibile e in maniera tale da riempire le tasche dello stato per finanziare istruzione, sanità e infrastrutture. Il paese è altresì intenzionato a garantire che i benefici della crescita tocchino tutta la popolazione, a prescindere dalla regione o dal livello di reddito.

    Esistono però gravi rischi. Il cambiamento climatico globale minaccia l’ecologia e l’economia del Bhutan. I consigli incauti e dispendiosi da parte di McKinsey e di altre aziende private di consulenza potrebbero contribuire a trasformare il Bhutan in una zona turistica degradata. C’è da sperare che la ricerca del Fil aiuti a sviare il paese da queste tentazioni.
    Per il Buthan la chiave è considerare il Fil come una ricerca duratura, piuttosto che come una semplice checklist.

    La tradizione buddista del Bhutan considera la felicità non come un attaccamento a beni e servizi, ma come il risultato di un serio lavoro di riflessione interiore e di compassione verso gli altri.

    Il Bhutan ha seriamente intrapreso tale viaggio. Le altre economie del mondo dovrebbero fare lo stesso.”

    Indubbiamente le considerazioni di Sachs sono piuttosto interessanti. E’ certo comunque che quanto si sta facendo o quanto si farà in un paese piccolo come il Bhutan è molto più difficile da realizzare in un paese come gli Stati Uniti. Quindi non può essere preso come un modello da seguire pedissequamente. Nè da quanto avviene nel Bhutan si può trarre la conseguenza che indicatori come il Pil sono da buttare via e da non prendere più in considerazione. Resta valido però un principio fondamentale: non è sufficiente per i paesi sviluppati preoccuparsi esclusivamente della crescita del Pil, dei consumi, occorre perseguire anche il benessere non economico della popolazione, anche perchè, a lungo andare, se tale obiettivo sarà trascurato, potranno determinarsi conseguenze negative anche di natura economica. Certo non è facile muoversi in questa ottica in un periodo in cui la crisi finanziaria internazionale è ancora molto grave e produce danni sullo stesso benessere non economico delle persone. Ma questa ottica non può essere abbandonata e dovrà essere rilanciata soprattutto quando, si spera, la crisi finanziaria internazionale verrà superata.


    L’economia buddista del Bhutan, Paolo Borrello
    Ultima modifica di Majorana; 02-09-10 alle 23:31
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    Gli umori corrodono il marmo

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    Predefinito Rif: L’economia buddista del Bhutan

    Per popolazioni così forse è meglio l' isolamento. Non si sa mai.

 

 

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