Fonti: Soldati e spie di Gino Nebiolo - L’abbé Auguste Petigat di Riccardo Nicolini


La Valle d'Aosta ha sempre fatto parte della Savoia sin dai tempi del conte Umberto Biancamano nel XIV secolo e non venne occupata nel 1536 dalle truppe del re Francesco I di Francia, che invase la Savoia, Nizza e il Piemonte: per vent'anni la regione fu praticamente uno Stato indipendente, con un governo, un esercito, una moneta e trent'anni dopo rientrò nei confini savoiardi.

Sin dal 1561, con l'editto del duca Emanuele Filiberto di Savoia, la lingua ufficiale di queste zone era il francese e quelle parlate i «patois» franco-provenzali (dialetti), ma in seguito anche l'italiano, poiché dopo aver trasferito la capitale da Chambéry a Torino, il re Vittorio Emanuele I di Savoia introdusse il bilinguismo.

Nel maggio 1800, varcando il Gran San Bernardo, Napoleone Bonaparte decise di annettere quelle montagne, insieme ovviamente a tutta l'Italia nord-occidentale, al Primo Impero: Aosta divenne un arrondissement del Dipartimento della Dora con Ivrea capitale ed ebbe un sottoprefetto proveniente da Parigi. Fu questa l'unica esperienza di dominio francese nella storia valdostana e durò fino all'abdicazione napoleonica nel 1814 e all'esilio all'Isola d'Elba.

Dopo l'esperienza francese, la Valle ritornò al Regno di Sardegna e quindi allo Stato unitario italiano, non seguendo la sorte delle antiche regioni sabaude di Nizza e Savoia, cedute dal governo di Torino alla Francia nel 1860. Dall'Unità d'Italia in poi i governi nazionali decisero misure per allineare sul piano linguistico la Valle al resto della penisola. Tra il 1862 e il 1881 si allontanarono dalla Valle più di 6mila persone.

Ancora nel 1900 le lingua materne di 9 valdostani su 10 erano il francese e il patois. Il processo di emigrazione ebbe un andamento regolare fino alle soglie della Grande Guerra e, in Francia, fu Parigi, insieme a Grenoble e Marsiglia, la meta più frequentata. Intorno al 1911, grazie a un miglioramento della situazione economica, l’esodo cominciò a diminuire fino a cessare completamente nel 1916, quando si assistette ad alcuni rientri. Nel 1917 L’Écho de la Vallée d’Aoste si presentò con la veste grafica costituita da un’intestazione sormontata da due rami d’alloro intrecciati, su cui campeggiavano gli stemmi di Casa Savoia, della Valle d’Aosta e della Repubblica francese, a sottolineare ancora lo stretto legame che quel giornale intendeva promuovere tra quelle terre.

Gli abitanti della regione cercarono quindi di resistere all'italianizzazione forzata. Una Ligue valdôtaine pour la défense de la langue française, dietro la quale si muovevano esponenti del clero locale, che godeva di una rilevante influenza sulla popolazione, fu assai attiva nel mobilitare i valligiani e nel 1919, in occasione della Conferenza di Pace di Versailles, fece giungere al presidente del Consiglio italiano Vittorio Emanuele Orlando una petizione firmata da 8mila capifamiglia per ottenere, insieme all'autonomia linguistica, anche quella amministrativa, che rimase lettera morta.

Nel 1926 venne creata la Provincia di Aosta, distaccandola da Torino, dove il regime fascista incoraggiò l'espatrio in Francia e in Svizzera degli abitanti locali che parlavano unicamente il francese o i dialetti, dando il via all'immigrazione da tutte le regioni italiane, soprattutto nel pubblico impiego. Nel 1927 su 20 funzionari della Prefettura, solo 2 erano valdostani e su 70 dipendenti degli uffici provinciali solo 10 erano del luogo, nessuno di essi con una carica direttiva. Venivano da regioni allora povere, dalla Sardegna, dal Friuli, dal Veneto, dalla Romagna, dalla Calabria, i minatori, gli operai siderurgici di Cogne, i braccianti e i contadini. La nuova Provincia non suscitò orgoglio nei valligiani, come pensavano a Roma: si trattava di un espediente per annacquare l'identità locale, poiché alla Valle francofona di circa 83mila abitanti, venne unita la circoscrizione del Canavese coi suoi circa 170mila abitanti italofoni.

Il movimento migratorio riprese nel primo dopoguerra più imponente di prima, malgrado alcune pesanti misure di contenimento da parte della Francia, quali la tassa sui documenti d’ingresso degli immigrati e le sempre più crescenti misure restrittive del neonato regime fascista italiano. Tra gli anni '20 e '30 sorsero società occulte, che si battevano per il salvataggio dell'«identità valdostana» e per l'autonomia della Valle. Un Group valdôtain d'action régionaliste di Châtillon si oppose «all'invasione progressiva dell'italiano a scapito del francese e di preparare i giovani alla lotta inevitabile e prossima per la conquista delle nostre libertà regionali».

Il nazionalismo fascista tentò brutalmente l'italianizzazione della Valle, imponendo l'uso esclusivo dell'italiano, nei registri municipali, catastali, negli atti notarili, nelle insegne pubbliche, sopprimendo l'insegnamento del francese, abolendo persino le scuole di villaggio dove si usavano i patois, evidentemente mantenute nello Stato liberale sabaudo. Vennero tradotti in italiano i nomi delle località, ad esempio, per citarne alcuni, Pré-Saint-Didier divenne «San Desiderio Terme», Valtournenche divenne «Valtornenza», Quart divenne «Quarto Pretoria» e La Thuile divenne addirittura «Porta Littoria». Il governo di Roma cancellò poi la toponomastica francese o bilingue, italianizzando i nomi delle strade, chiudendo i giornali tradizionali, come Le Duché d'Aoste, Le Pays d'Aoste, La Patrie valdôtaine. Anche in chiesa, al seminario vescovile e nei registri parrocchiali i preti dovettero mettere da parte il francese. L'abolizione della francofonia divenne motivo di avversione per i valdostani al fascismo: l'uso privato della lingua divenne un'arma contro il regime.

Nel 1931 il prete don Joseph-Marie Trèves, fondatore del movimento regionalista antifascista La jeune Vallée d'Aoste, espresse in termini ispirati: «Si degni Iddio ad aiutare e benedire i buoni affinché giungano a dare a questo mosaico di popoli diversi un regime tipo svizzero di repubblica federativa, cioè di Stati Uniti Confederati d'Italia, l'unica in grado di risolvere i problemi insolubili che dividono, logorano, rovinano la nostra amata patria. A questo vano fantasma della monarchia, funerali di prima classe. La Casa Savoia ha sempre sacrificato la nostra Valle ai suoi interessi e alle sue ambizioni, ci ha continuamente spogliati... Dunque, viva la federazione italiana con il nostro Stato valdostano federato, la sua lingua, i suoi diritti, le sue tradizioni, le sue usanze, la sua forza e il suo onore».

Scrisse diversamente La Provincia di Aosta, il 10 agosto 1940: «Fra le cose stonate e veramente insopportabili vi sono certi cognomi ostrogoti che mal si addicono e peggio si adattano col nome di italiano. Tutti gli italiani debbono e non possono che essere fieri e onorati di avere nome e cognome schiettamente italiani. Perciò noi proponiamo che si invitino e si obblighino tassativamente tutti gli italiani a darsi subito un cognome italiano. Vorremmo a questo proposito che l'esempio partisse da quelle brave persone dai certi pomposi casati con i due o tre nomi sempre di derivazione franciosa, anche se ciò putacaso riuscisse a confondere o a dimenticare le loro più o meno illustri origini. Vogliamo arrivare a non più sporcarci la bocca chiamando un italiano con un nome straniero. Non vogliamo più che gli italiani siano assoggettati a fare delle smorfie lascive per pronunciare il nome di un connazionale e, soprattutto, non vogliamo più che l'erre moscia insozzi, nel nome, la persona di un italiano del tempo di Mussolini. È quindi ora di cambiare tutto ciò che non va, tutto ciò che offende la nostra sensibilità. E parlare italiano. Dappertutto». Era intanto dimezzata la diffusione della conoscenza del francese e dei patois, parlati soltanto in casa e, fuori, di nascosto per non incorrere in ammende o, in caso di recidiva, in denunce penali.

Il notaio cattolico valdostano Émile Chanoux, grande sostenitore delle libertà e delle peculiarità locali e ispirato dagli insegnamenti di don Trèves, divenne figura di primo piano nell'opposizione alla dittatura, maturando una concezione federalistica sul modello svizzero e un fervente antifascismo. Laureato con una tesi sulle minoranze etniche e il diritto internazionale, direttore sino alla soppressione di Le Duché d'Aoste, divenne anche comandante partigiano dopo l'8 settembre 1943, quando sul piano nazionale nacque il Comitato di Liberazione Nazionale con centro a Roma, presieduto in Valle d'Aosta dalla socialista Maria Viglino.

Richiamato alle armi, Chanoux si trovava a Chambéry occupata dal Regio Esercito italiano e ritornò in Valle, riprendendo i contatti politici, in particolare col Partito d'Azione, organizzando la Resistenza partigiana locale. Nella strategia di guerriglia, sentendosi profondamente valdostano, preferì l'arruolamento di nativi rispetto ai «forestieri», facendo sorgere dissapori coi capi piemontesi della Resistenza e col CLN centrale. Ne nacque un sempre più vistoso disaccordo anche sulla conduzione della guerra civile stessa, dato che volle che a liberare la Valle d'Aosta dai nazifascisti fosse la gioventù della sua regione con «ideali valdostani». Secondo Chanoux, dunque, la resistenza armata era l'unica soluzione per dare alla Valle l'indipendenza dall'Italia o una totale autonomia amministrativa e linguistica.

Il 19 dicembre 1943 si tenne un convegno segreto a Chivasso coi rappresentanti delle Valli Valdesi, al quale parteciparono alcuni intellettuali ed esponenti partigiani delle montagne delle regioni circostanti. Il professor Federico Chabod, azionista valdostano e docente universitario a Milano, sorvegliato dalla polizia, inviò un suo rapporto al convegno, dove ciascuno aveva raccolto le voci delle proprie valli, le istanze e le proposte, per confrontarle. Da qui uscì la «Dichiarazione dei Rappresentanti delle popolazioni alpine», fondamentale nella storia del federalismo italiano, avvalorando un «regime repubblicano federale a base regionale, sola garanzia contro un ritorno della dittatura» e si chiese che «nel quadro del prossimo Stato italiano le valli alpine abbiano il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrative autonome di tipo cantonale». Qualche settimana più tardi Chanoux si recò a Ginevra per sondare la possibilità, a guerra finita, di un ingresso della Valle nella Confederazione Elvetica come nuovo cantone, ma trovò solo rifiuti categorici. Da qui forse, sorse la sua idea di provare con la Francia, passando sopra a un dettaglio fondamentale: che era uno Stato profondamente centralizzato e da sempre avverso all'autonomismo. Poi, il 17 maggio 1944 la polizia fascista arrestò Chanoux, trovando materiale compromettente e di collusione con partigiani e Alleati. Morì il giorno dopo per le torture delle SS. Iniziarono così le speculazioni sulla congiura filo-italiana e anti-secessionista di qualche traditore valdostano contro Chanoux, che nessuno prese sul serio in Italia, venendo invece raccolte sui giornali savoiardi e contribuì a perorare la causa annessionista filo-francese. Chabod escluse sempre e categoricamente che il notaio avesse pensato o detto di annettere la regione alla Francia: anzi, gli aveva dichiarato che «come sostenitore del più radicale decentramento non desidererei proprio che la mia Valle diventi un dipartimento dello Stato più accentrato d'Europa».

Il governo della Francia libera fu molto attento a ciò che si diceva, si pensava e si operava in Piemonte e soprattutto in Valle d'Aosta a proposito dell'annessione. Invitò i suoi rappresentanti all'estero, diplomatici e spie, a raccogliere notizie. Nel settembre 1944 l'ambasciatore francese a Roma, Couve de Murville, elaborò una relazione confidenziale sul separatismo, ricevendo due valdostani che, nel rendergli nota la presunta «grande partecipazione popolare» all'idea di un rattachement (annessione, appunto), proposero un piano che i francesi avrebbero dovuto sostenere per la diffusione dell'«ideale anti-italiano». Couve si mostrò scettico, evitando commenti e limitando a consigliare che gli Alleati non avrebbero dovuto essere informati di questo progetto. Un rapporto dello spionaggio francese poi, fece sapere che i valdostani «non riconoscono il governo di Roma, la Valle ha completamente rotto con il gabinetto Bonomi ed esige l'annessione alla Francia... Sembra importante tenere conto (di tali sentimenti) e non allontanare questi amici». Dalla Savoia gli uffici del Détachement (distaccamento) comunicavano allo Stato maggiore «che numerosi esponenti militari e politici valdostani valicavano le Alpi per riferire alle autorità di Grenoble, Chambéry, Annecy e altri centri l'ispirazione quasi unanime delle loro popolazioni ad essere annessi alla Francia», si chiedevano dunque istruzioni, come previsto dal memorandum di Algeri: annessione della Valle d'Aosta, delle valli di Susa sino a Torino e Roya inclusa Ventimiglia.

Il caso di Ventimiglia fu poi esemplificativo di ciò che accadde in Valle d’Aosta. La città ligure venne occupata dalle truppe francesi tra il 25 aprile e il 10 luglio 1945. Venne creato immediatamente un nuovo posto di frontiera tra Bordighera e Vallecrosia, venne interdetto l’accesso alla zona a chiunque non fosse residente o cittadino francese, la popolazione venne censita, venne sostituito il franco alla lira, venne cambiato il toponimo in Vintmille, venne imposto il divieto di distribuire giornali in lingua italiana e si cominciò ad organizzare un referendum di annessione alla Francia in cambio di denaro e cibo. Il tentativo non ebbe successo per l’ostilità della popolazione locale e il CLN denunciò lo stato di cose presso gli Alleati, che pretesero il ritiro immediato delle truppe francesi a Mentone. Dal 18 luglio 1945 la città venne amministrata provvisoriamente da una giunta italo-francese e rientrò sotto la giurisdizione italiana.

I supposti secessionisti valdostani, di fronte all'impossibilità di costituire una repubblica indipendente, vagheggiata soltanto da qualche gruppo di giovani, ripiegarono sulla soluzione annessionistica. Tra gli interessati a sapere se fosse in atto una secessione dal Regno d'Italia, ci fu la principessa ereditaria e consorte Maria José di Savoia, che dal suo esilio svizzero indagò «per sapere se circolano correnti del separatismo intese a ottenere l'affrancamento dall'Italia al fine di costituire uno Stato indipendente e se è possibile intervenire tempestivamente e con diplomazia per affacciare il progetto di un principato come quello di Monaco e del Lichtenstein che, godendo di particolari privilegi e regali attributi, sarebbe presto assunto a grande prosperità». Ciò non dimostrò che vi fossero gruppi organizzati di sostenitori dell'indipendenza valdostana o della sua annessione alla Francia. Fuori dalla Valle erano sicuramente per l'annessione gli esuli a Parigi, in Savoia e nel Delfinato: qualche migliaio che, dopo l'insediamento del governo provvisorio di De Gaulle, con articoli sul loro periodico La Vallée d'Aoste e con incontri a vari livelli, premendo per interventi politici al fine di ottenere un plebiscito dall'«esito certissimo» come scriveva il direttore, l'anziano e indomito parroco don Auguste Petigat, in esilio in Francia da decenni e che aveva sempre tenuto contatti con gli antifascisti valligiani e si offriva di contribuire «con ogni mezzo» all'azione di propaganda e ai preparativi di un referendum.

Probabilmente l'annessionismo fu popolare per un certo periodo; erano filo-francesi coloro che per ragioni di lavoro si recavano stagionalmente in Francia o avevano parenti emigrati. Lo erano alcuni professionisti, una certa borghesia delusa dal governo italiano e affetta da senso di emarginazione, molti sacerdoti di città e parroci di villaggi. La tendenza alla secessione dall'Italia nacque anche dal confronto fra un'Italia vinta, che usciva da vent'anni di politica vessatoria specialmente verso le minoranze, e una Francia che parlava la stessa lingua, bene o male stava dalla parte dei vincitori e prometteva democrazia, benessere, lavoro e libertà. Gli anti-annessionisti non si fecero illusioni, tanto che il prefetto Alessandro Passerin d'Entrèves ammise che la corrente di chi voleva l'annessione era prevalente, insieme a Chabod, che riconobbe che quest'idea si faceva largo tra i valligiani: «Quella tendenza è soprattutto una violenta reazione impulsiva contro l'oppressione fascista di un ventennio. Esasperati da torti e sofferenze, alcuni si lasciano trascinare troppo oltre dal loro risentimento, dalla volontà di abbattere il fascismo sembrano passare al desiderio di staccarsi dall'Italia. Altri, ancora, non è che vogliano effettivamente l'annessione alla Francia; ma fanno, diciamo, un gioco di abilità, nel senso che credono di poter ottenere maggiori concessioni dal governo italiano agitando lo spauracchio di tale annessione. È un gioco pericoloso, e che oltretutto potrebbe anche alla fine lasciare a mani vuote chi lo fa, nel senso che il governo francese potrebbe anche non abboccare all'amo e disinteressarsi della Val d'Aosta».

Nel gennaio 1945 entrò in scena la Direction Générale d'Etudes et Recherches, uomini dello spionaggio francese che dipendevano direttamente dal capo di governo De Gaulle e di cui aveva preteso inutilmente l'abolizione il generale britannico Harold Alexander. Questa struttura organizzò alcune «missioni» al di qua delle Alpi, una a Briga, Tenda e Ventimiglia, una nella valle di Susa e una in Valle d'Aosta. Avevano il compito di influenzare le popolazioni in vista di una probabile annessione alla Francia. Le divergenze interne allo Stato maggiore francese vennero subito zittite dall'autoritario De Gaulle. Nella val di Susa, ad esempio, gli agenti francesi tennero comizi, riunioni segrete, affissero manifesti col tricolore francese firmati da un inesistente Comité de Libération des Vallées piemontaises e volantini annessionisti in francese, lingua pressoché estranea alle valli piemontesi. Stamparono e diffusero schede di voto di questo tenore: «Io sottoscritto dichiaro di optare per la Francia mia patria di origine e di accettare le sue leggi. Viva la Francia!». Di gran lunga più importante tra le missioni della propaganda annessionista è quella del dottor Henri Voisin, medico savoiardo di Annecy, la cosiddetta «Missione Monte Blanc», con lo scopo di far crescere in Valle d'Aosta un movimento popolare filo-francese, coordinarlo e concertare un «plebiscito», parola che aveva contrassegnato l'annessione alla Francia della Savoia: il riferimento storico volle avere un significato augurale.

Nell'aprile 1945 Voisin scese in Italia coi reparti del generale francese Paul-André Doyen, realizzò un patto di collaborazione col Comité de Libération Valdôtain, ribattezzato in Comité d'action des Valdôtains pour le Rattachement à la France, assumendo caratteristiche sempre più decise nella lotta per l'unione alla Francia. Voisin prese in mano l'organizzazione del movimento separatista che fino ad allora aveva marciato in ordine sparso, istituì in quasi tutti i Comuni delle filiali del Comité. Avvicinò i parroci di campagna e alcuni canonici, sostenitori della separazione dall'Italia. Il vescovo di Aosta, monsignor Francesco Imberti, rimase rispettoso della linea del Vaticano, contraria a qualsiasi modifica dell'ordinamento istituzionale e compiendo una visita pastorale per convincere «tutti i sacerdoti del pericolo per la Chiesa valdostana di un'annessione alla Francia laica». Il tenace Voisin tenne contatti stretti con ex emigrati e coi giovani dei villaggi, mettendo in circolo voci false sull'accordo internazionale del passaggio della regione alla Francia ed ebbe bisogno di valutare le forze in campo, varando un referendum. Distribuì a 25mila capifamiglia formulari in cui si reclamava il plebiscito: «Referendum - Noi sottoscritti cittadini e cittadine valdostani di più di 21 anni chiediamo ed esigiamo che immediatamente sia organizzata una consultazione popolare che ci permetta di pronunciarci in completa libertà e indipendenza sul destino del nostro Paese di Aosta». In mancanza di scrutatori neutrali, il sondaggio raccolse circa 20mila adesioni. All'ipotetico plebiscito avrebbero potuto votare, nelle intenzioni del dottore, «solo le persone di ambo i sessi, di padre e madre valdostani, nati ed aventi residenza stabile nella Valle prima del 1914», escludendo tutti gli altri, anche se nati ad Aosta ma di genitori veneti o calabresi, con esito dunque piuttosto scontato. Dal semiclandestino Comité, ormai in polemica aperta col CLN dell'Alta Italia, Voisin fece distribuire manifesti stampati in Savoia ed affissi dalle truppe di Doyen prima dell'arrivo degli Alleati angloamericani.

La Valle d'Aosta venne liberata il 28 aprile 1945 per mano della Resistenza e amministrata subito dal prefetto Passerin d'Entrèves, nominato dal CLN. Basti pensare che l'ipotesi di un'occupazione francese era talmente disprezzata da certi ambienti che il maggiore degli alpini Augusto Adam diede disposizioni per l’uso, in caso estremo, anche degli alpini dell’ormai caduta Repubblica di Salò.

Passerin era membro di una grande casata valdostana, professore a Torino, pensatore liberale di statura europea, ebbe un ragguardevole curriculum antifascista e un nome guadagnato da comandante partigiano. Passerin fu nettamente contrario alla secessione e, d'accordo con gli Alleati, scese a Roma per denunciare l'azione di Voisin col suo referendum illegale. Alla propaganda annessionista, Passerin rispose facendo affiggere manifesti in cui si comunicava che governo legittimo CLN dell'Alta Italia e autorità angloamericane avevano dato rassicurazioni che i torti causati dal fascismo sarebbero stati riparati, che i diritti violati sarebbero stati ripristinati. Ribadì che onorare il sogno del martire Chanoux non significava rinnegare l'Italia. E, sulla stessa sintonia, rispose il partigiano comunista valdostano Giulio Dolchi, uomo di collegamento tra i Maquis savoiardi e la Resistenza valdostana, reagendo alle manovre francesi, leggendo ai microfoni un messaggio del presidente del Consiglio italiano Ivanoe Bonomi il quale, allarmato dall'ampiezza e dalla combattività del movimento separatista, annunciò che «l'Italia liberata deve restaurare i vostri diritti violati attraverso l'instaurazione di un regime di ampia autonomia linguistica, culturale, amministrativa, nel quadro di una libera comunità democratica, ispirata al rispetto degli interessi locali e al decentramento delle amministrazioni». La reazione di Voisin fu immediata: se trovati in territorio francese, gli anti-secessionisti Dolchi, Chabod e altri dovevano essere arrestati per cospirazione. Il 4 maggio 1945 De Gaulle fece approvare dall'Assemblea Nazionale francese la sua strategia politica e militare.

Il Comité preparò liste elettorali e tutto il materiale necessario per il plebiscito, incluse migliaia di schede di voto per la consultazione prevista entro un mese. Voisin era sicuro che De Gaulle avrebbe ottenuto dagli Alleati e dalle nascenti Nazioni Unite il consenso allo svolgimento di questo referendum, così ideò una dimostrazione di forza anti-italiana, all'insaputa del Comando militare francese stesso, all'anniversario della morte di Chanoux come occasione ideale per un campione della causa filo-francese. Il 18 maggio 1945 gli Alleati bloccarono i treni, nonostante ciò 3-4mila valligiani scesero ad Aosta con tre obiettivi: esigere il plebiscito, sloggiare il CLN e il suo prefetto Passerin per sostituirli con persone del Comité e far sentire agli «italiani» e agli Alleati l'aspirazione di chiudere per sempre con l'Italia. La propaganda di Voisin sostenne che i valdostani «non hanno nulla da sperare né dagli italiani né dagli americani né dagli inglesi». Sventolando vessilli rossoneri col leone rampante dell'antico Ducato valdostano e bandiere francesi in segno di sfida, una folla imponente occupò Aosta, nonostante tensioni ai posti di blocco partigiani, che tentarono di arginare i manifestanti. Si levarono grida di «Vive la France! Vive Aoste française!». Quindi due cortei percorsero le strade del centro, uno trovò la strada sbarrata dai carri armati americani, l'altro ebbe problemi di poco conto coi partigiani. Per Voisin la manifestazione fu un successo e una quarantina di notabili andarono al Comando alleato a consegnare una copia del documento che avevano firmato in favore dell'annessione. Il governatorato militare britannico della regione obiettò che un plebiscito sarebbe stato fonte di disordini e respinse la richiesta. I notabili reagirono con rabbia e indignazione, tanto che un ufficiale americano di servizio avrebbe voluto arrestarli tutti. Un altro gruppo di facinorosi andò poi dal prefetto Passerin per protestare contro le violenze degli Alleati ai danni dei valdostani e rimettergli la richiesta del plebiscito, sapendo già la sua risposta: «Non un prefetto, non le autorità locali, non la Francia, non gli Alleati. Poiché esiste un governo italiano, riconosciuto da Washington e da Londra anche se non ancora da De Gaulle, è a Roma che spetta la decisione». Informata la folla del rifiuto, intervennero le unità militari americane, che la dispersero.

Gli Alleati chiesero alla vedova Chanoux di dimettersi dalla presidenza onoraria del Comité, ma rifiutò ritenendoli amici di suo marito e condividendone le stesse idee. Passerin poi si dimise, non apprezzando le polemiche e il mestiere di funzionario statale non era il suo lavoro. Voisin considerò tutto questo una vittoria annessionista. Le reazioni in Francia non si fecero attendere: Maurice Schumann, amico politico di De Gaulle, tra i fondatori del Movimento repubblicano-popolare cattolico, in un comizio ad Annecy, dichiarò senza mezzi termini: «Nessuno può impedire ai francesi della Valle d'Aosta, che dal 1860 vivono separati dai loro fratelli savoiardi, di prendere posto al nostro fianco per vivere e morire sotto la bandiera francese». Ma non tutti, sempre in Francia videro con favore l'idea dell'annessione. Georges Bidault, nuovo ministro degli Esteri del governo De Gaulle, secondo i suoi colleghi era assolutamente ostile all'annessione della Valle d'Aosta, tanto da essere definito «pro-italien» negli ambienti parigini, definizione che non rinnegò mai, amava l’Italia e qui aveva studiato presso dei religiosi quando in Francia le scuole religiose erano state abolite.

I capi partigiani del Nord Italia, Ferruccio Parri e Raffaele Cadorna, avevano già espresso a Bonomi la preoccupazione per la campagna filo-francese condotta nei territori nord-occidentali, soprattutto in Valle d'Aosta. Lo stesso ministro degli Esteri italiano Alcide De Gasperi scrisse all'amministrazione Alleata sulle manovre al confine tra i due paesi, condannando l'occupazione francese e i tentativi gollisti di annessione della regione valdostana, dove alcuni partigiani avrebbero voluto imbracciare le armi per impedirli. Pure il primo ministro britannico Winston Churchill ingiunse di far ritirare i soldati francesi da tutte le zone occupate. Gli Alleati erano furibondi. Il rappresentante americano in Francia, Jefferson Caffery consegnò il 6 giugno 1945 a Bidault una nota, in cui espresse preoccupazioni del suo governo per il mantenimento delle truppe di De Gaulle in Italia, richiedendone dunque l'immediato ritiro. Il generale americano Dwight Eisenhower poi decretò l'embargo totale sulle consegne di viveri all'esercito francese, tranne le razioni alimentari. Il nuovo presidente USA Harry Truman scrisse nella sua autobiografia: «Mentre noi tentavamo di rifiutare a Tito il diritto di impadronirsi con la forza della Venezia Giulia, ecco che De Gaulle occupava le Valli italiane con un suo diritto nazionale». Nonostante l'attività di propaganda elettorale e politica intensa, De Gaulle venne messo con le spalle al muro, cedette e il ritiro fu immediato e non graduale, entro i confini prima dell'entrata in guerra dell'Italia. Nei territori liberati si insediarono subito l'AMGOT e le truppe angloamericane. Il «fatto compiuto» riguardò Briga e Tenda e cinque piccoli Comuni di pochi km quadrati sul versante francese del Colle della Maddalena, abitati da valligiani, di effettiva origine francese.

La partitocrazia antifascista italiana era divisa sulla questione valdostana. Il Partito d'Azione approvò la posizione di Chabod e pure i socialisti erano contrari apertamente all'annessionismo filo-francese o ad un distacco dall'Italia; il Partito Comunista invece era favorevole all'autodeterminazione, allargando il problema ad altri territori italiani: «Se vi saranno zone in cui le popolazioni vorranno l'autonomia o vorranno vivere con una data forma di amministrazione o unirsi a qualche altro Stato per ragioni loro particolari, non saremo certamente noi a opporci»; per i liberali la Valle d'Aosta doveva essere presidio di unità nazionale; la Democrazia Cristiana si unì ai contrari alla secessione, e alcuni suoi esponenti facevano parte dell'Union Valdôtaine, partito regionalista cristiano-democratico sorto nel settembre 1945, che voleva solo l'autonomia e che raccolse e convogliò delusioni.

Ad Aosta, alla vigilia della partenza delle truppe angloamericane il 1° gennaio 1946, si continuò a polemizzare sull'identità francofila della Valle e si progettavano ancora manifestazioni. Il 20 gennaio 1946, De Gaulle si dimise da presidente del Consiglio francese: era la fine della transizione politica operata dal suo governo provvisorio dopo la Liberazione e usciva di scena il principale fautore dell’annessione valdostana alla Francia. Il governo italiano portò intanto, alla firma del Luogotenente generale del Regno, Umberto di Savoia, due decreti sull'autonomia valdostana: Ordinamento amministrativo della Valle d'Aosta e Agevolazioni di ordine economico e tributario a favore della Valle d'Aosta. Era una mezza vittoria di Chabod, perché pur bloccando gli annessionisti con una buona autonomia regionale, vi erano limiti imprecisi sui suoi poteri locali, tanto da lasciare insoddisfatto il professore stesso e la presidente del CLN regionale Maria Viglino si dimise in segno di protesta. I decreti suscitarono nuova rabbia nei valligiani filo-francesi, contro «Roma nemica» e per la «sorella Francia». Alcuni Comité ancora attivi, alimentati da una non scomparsa propaganda anti-italiana e non avendo del tutto abbandonato il campo, prepararono un'eccezionale manifestazione popolare. Quando lo venne a sapere, Chabod si recò a Torino per comunicarlo al presidente del Consiglio italiano De Gasperi.

Il 26 marzo 1946 la Valle d'Aosta era in ebollizione. I carabinieri faticarono ad arginare la marea vociante e non trovarono di meglio che arrestare giornalisti e cineoperatori, giunti dalla Francia. I giornali in Savoia si scatenarono contro l'Italia, schierati su una propaganda platealmente filo-annessionista. Ad esempio, il quotidiano savoiardo Le Dauphiné libéré, il 28 marzo 1946 titolava il servizio dell'inviato in prima pagina così: «Dans Aoste en délire j'ai entendu 12.000 valdôtains réclamer leur Indipendence». Appena apprese la notizia, la folla eccitata trasformò una manifestazione tranquilla in un caos irrefrenabile. Spuntarono le armi, scoppiarono spari e alcuni carabinieri vennero travolti, mentre i facinorosi mossero verso la questura. Tre autoblindo di una divisione alpina furono catturati dai manifestanti, costringendo i militari ad allontanarsi. Tra le urla e i fischi alcuni irruppero nel Comune, chiedendo di parlare col presidente della nuova Regione, Chabod, che rifiutò un incontro mentre cercava di contattare la polizia. La folla lo aggredì e lo trascinò sul balcone, minacciando di gettarlo giù se non avesse chiesto scusa al «popolo valdostano» a nome del governo di Roma. Alla fine, militari e carabinieri ripristinarono l'ordine, salvando Chabod e stemperando gli animi. Era l'ultimo atto di una parabola ormai discendente. Il governo italiano rafforzò immediatamente la sua autorità nella Regione, arrestando i manifestanti filo-francesi, come lo stesso Petigat e una mezza dozzina di esuli denunciati per istigazione ad atti contro lo Stato; incominciarono poi ad essere applicate le concessioni autonomistiche previste da Roma.

Al referendum istituzionale e alle elezioni per l'Assemblea Costituente del 2 e 3 giugno 1946 gli irriducibili filo-francesi rimasti invitarono ad annullare le schede elettorali, ma su circa 42mila schede, quelle contestatrici furono solo 4mila. Mentre Chabod si dimise da presidente provvisorio della Regione dopo la nascita del primo governo della Repubblica italiana nel luglio 1946. Il successivo Consiglio regionale valdostano approvò una bozza di progetto di Statuto autonomo che inviò all'Assemblea costituente: un testo marcatamente autonomista che riservava ad Aosta le acque, le miniere, i beni demaniali e una zona franca totale, con competenze simili ad un cantone svizzero, ma vennero esclusi affari esteri, difesa, giustizia, poste, ferrovie e dogane.

Il Trattato di Pace con gli Alleati venne firmato poi il 10 febbraio 1947. Alla Francia l'Italia cedette complessivamente 560 kmq a Briga, Tenda e Alpi Marittime; 81,79 kmq sul pianoro del Moncenisio; 47 kmq sul Monte Thabor nelle Alpi Cozie; 17 kmq sul Monte Chaberton tra la val di Susa e quella di Briançon; infine 3,22 kmq sul colle del Piccolo San Bernardo. In tutto, poco meno di 4.500 abitanti. La firma è accolta con sdegno in tutta Italia: classe politica e opinione pubblica ritennero le clausole ingiuste e disonorevoli, soprattutto per le cessioni alla Jugoslavia di Tito. Delusione anche, ma per ragioni opposte ai sentimenti degli italiani, tra i superstiti annessionisti della Valle d'Aosta che videro tramontare definitivamente l'illusione di far diventare francese la loro valle. A Genova si celebrava il processo a Vincent Trèves, accusato di sedizione e di violenze proprio ad Aosta. Di rattachement non si parlò più. Il 31 gennaio 1948 il Parlamento italiano approvò definitivamente lo Statuto speciale per la Valle d’Aosta.