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Discussione: La Cosa Nuova

  1. #21
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Citazione Originariamente Scritto da Kanon Visualizza Messaggio
    Povero Mazzini... cmq la massoneria in passato ha avuto un ruolo positivo, prima degli ultimi decenni. La croce rossa è stata fondata da un massone? Si sa, ma questo non sminuisce il suo lavoro.

    Grande Guerra, le responsabilità della Massoneria

    di Angela Pellicciari 19-04-2014




    Nel 1915, la popolazione cattolica non voleva la guerra, i socialisti nella loro maggioranza non la volevano, il parlamento non la voleva, l’uomo politico più influente di quegli anni, Giovanni Giolitti, non la voleva; chi, oltre al Re, voleva portare l’Italia in guerra? Un soggetto su tutti: la massoneria. Che forza aveva la massoneria all’inizio del secolo? Se Antonio Gramsci, fondatore del partito comunista italiano, è uomo degno di fede, molta: “La massoneria in Italia ha rappresentato l’ideologia e l’organizzazione reale della classe borghese capitalistica”, afferma il 16 maggio 1925 alla Camera dei deputati mentre è in discussione il progetto di legge sull’abolizione delle società segrete.Le testimonianze dei vertici dell’ordine sono, al riguardo, univoche. Una per tutte: il 21 dicembre 1922, davanti alla giunta esecutiva, il gran maestro Domizio Torrigiani dichiara: “Il Grande Oriente fu il principale autore dell’intervento dell’Italia in guerra”. Perché la massoneria ha voluto la guerra, per di più contro gli alleati della Triplice? Per portare a termine il progetto ben delineato dal fratello Massimo D’Azeglio: per “fare gli italiani”. Che vuol dire fare gli italiani? Vuol dire renderli diversi da quelli che sono. Diversi. Più liberi. Più scientifici. Più moderni. In una parola: non più cattolici.Quale occasione migliore di una guerra, di una Grande Guerra, per forgiare l’identità di un popolo?Certi di incarnare le più profonde ragioni morali, intellettuali e civili dell’umanità, i massoni pensano che per riacquistare “il gran posto che le compete [all’Italia] nel consorzio dei popoli civili” (gran maestro Livio Zambeccari), l’Italia deve ripudiare la fede cieca, l’oscurantismo religioso, il pacifismo cattolico che per tanti secoli ha tenuto la nostra nazione lontana dalla gloria imperiale conquistata dalle grandi potenze. Il primo ottobre 1917, ironia della sorte solo pochi giorni prima della disfatta di Caporetto, il grande oriente così tratteggia la natura della chiesa: “la potente organizzazione clericale che - coerente alla sua secolare politica liberticida, e paurosa del carattere rinnovatore del presente conflitto - si vale delle armi spirituali per infiacchire gli animi e provocare una pace prematura che deluda le nostre speranze”.Un mese prima della fine, l’8 ottobre 1918, la circolare Resnati-Bertieri torna a parlare di guerra: “guerra di rinnovamento morale e civile, guerra di redenzione -interna ed esterna- degli oppressi, guerra per la lega dei popoli liberi -veramente liberi- [con l’aggettivo liberi i liberi muratori intendono in senso proprio se stessi], riassunto spirituale degli intenti e dell’opera massonica universale: libertà, uguaglianza, fratellanza”.A guerra finita è il gran maestro Ernesto Nathan che, sulla scia della proposta del presidente Usa Wilson di dare vita ad una Lega della Nazioni, chiarisce cosa in concreto l’ordine intenda quando parla di libertà e fratellanza: “se nell’India il numero dovesse essere predominante sulla coltura, le poche centinaia di mila inglesi sarebbero sommersi dai 200 milioni di indiani; se il numero bruto è criterio per la direzione di una regione, non v’è Nazione che abbia diritto di possedere colonie e malamente si comprende il Governo Americano alle Filippine”. Conclusione: “è evidente che la maggiore civiltà deve avere ascendente sul maggior numero nelle zone grigie e nei dubbi confini delle nazionalità che popolano la sponda orientale dell'Adriatico”. A giudizio di Nathan è evidente che spetta agli italiani la supremazia sugli slavi della Dalmazia.Si insiste da tempo sulla necessità che la chiesa chieda perdono per le proprie colpe. Chissà che il suggerimento non vada rivolto a qualcun altro.



    Grande Guerra, le responsabilità della Massoneria
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  2. #22
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Massoneria e ‘Ndrangheta


    C’è commistione anche tra la Massoneria e la ‘ndrangheta calabrese, una delle più potenti organizzazioni criminali in Italia, anzi la più potente secondo l’ex procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna che l’ha definita «la mafia più potente, l’agente monopolistico nel traffico degli stupefacenti. Ha collegamenti internazionali in Germania e in Francia e con logge massoniche coperte che non appartengono alla massoneria ufficiale: centri di interessi, di incontri, di agevolazioni’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 508).
    Nel 2007 Giancarlo Bregantini, il vescovo cattolico romano di Locri, in un convegno ha dichiarato che «la mafia è diventata ancora più insidiosa perchè ora è meno evidente e stringe sempre più i rapporti con la massoneria» (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 509).

    Sui rapporti tra Massoneria e ‘ndrangheta il giornalista Mario Guarino – esperto in rapporti tra massoneria e criminalità – ha scritto: «Mentre i manovali del crimine eseguono dunque il ‘lavoro sporco’ eliminando gli avversari, e mentre i capicosca trattano per accaparrarsi appalti e per concludere affari su enormi quantitativi di droga, ci sono Maestri della massoneria che, al riparo dei loro ‘centri studi’ o dei propri uffici commerciali o notarili, tessono la tela con pezzi del potere politico, finanziario o giudiziario. Essi rappresentano il ‘volto istituzionale’ delle ‘ndrine. E’ un passaggio obbligato, perchè attraverso la massoneria la ‘ndrangheta da organizzazione avulsa dalla società civile assume un’altra sembianza per diventare mafia imprenditrice» (Mario Guarino, Poteri segreti e criminalità – L’intreccio inconfessabile tra ‘ndrangheta, massoneria e apparati dello Stato, Dedalo, Bari 2004, pag. 105-106).
    Anche il giornalista Antonio Nicaso – che risiede a Toronto perchè molti anni fa lasciò la Calabria e andò in Canada dietro suggerimento del magistrato Giovanni Falcone che praticamente gli disse: ‘Vattene, altrimenti ti uccideranno …’ – afferma sostanzialmente la stessa cosa: «La ‘ndrangheta ha modificato il suo assetto organizzativo per favorire l’ingresso dei suoi esponenti di vertice nelle logge coperte. Una sorta di enclave paramassonica in seno alla ‘ndrangheta è servita a favorire il dialogo diretto con esponenti delle istituzioni, della finanza, senza più delegare questo delicato compito ai politici. In Calabria, il processo di integrazione con gli ambienti eversivi e paramassonici avvenne nel 1979 quando, durante la latitanza a Reggio Calabria del terrorista nero Franco Freda, venne costituita la cosiddetta ‘Superloggia’, un organismo segretissimo con diramazioni a Messina e Catania, collegato alla Loggia dei Trecento, l’organizzazione massonica di Stefano Bontate. Alla Superloggia, oltre ai più importanti capibastone della ‘ndrangheta, avrebbero aderito esponenti della destra eversiva, ‘fratelli’ già affiliati alla P2 e ad altre logge coperte, uomini politici, rappresentanti delle forze dell’ordine e del mondo imprenditoriale, magistrati» (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 538).

    Il magistrato Nicola Gratteri, che lavora presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria e che è un profondo conoscitore dei rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria, ha affermato che «massoneria, ‘ndrangheta, camorra e mafia si giovano del ‘trasversalismo’ che ormai impera anche nei rapporti tra politica e crimine organizzato, un trasversalismo che coinvolge sinistra, destra e centro senza distinzioni, da Forza Italia ai Ds» (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 514), e traccia delle analogie tra la ‘ndrangheta e la massoneria che secondo lui favoriscono una sorta di riconoscimento reciproco. Tra queste analogie c’è quella del giuramento, dice infatti il magistrato: «Anche nella ‘ndrangheta, come nella massoneria, agli affiliati è richiesto un giuramento di fedeltà, che prevede di recitare una formula, che tradotta in italiano suona: ‘Giuro su quest’arma e di fronte a questi nuovi fratelli di Santa di rinnegare la società di sgarro e qualsiasi altra organizzazione, associazione e gruppo e di fare parte della Santa Corona e di dividere con questi nuovi fratelli di Santa la vita e la morte nel nome dei cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso. E se io dovessi tradire dovrei trovare nello stesso momento dell’infamia la morte». Comunque, per Gratteri la doppia appartenenza sia alla ‘ndrangheta che alla massoneria è possibile, in quanto «la doppia appartenenza è particolarmente utile quando si tratta di operazioni di un certo livello, di sedersi al tavolo della pubblica amministrazione per decidere gli appalti» (Fratelli d’Italia, pag. 517-518, 519 – ‘Santa’ è il nome con cui è chiamata al suo interno la ‘ndrangheta).

    Nel 1992 il procuratore di Palmi Agostino Cordova avviò una inchiesta sui rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria, e chiese al Grande Oriente d’Italia gli elenchi dei massoni calabresi. Allora era Giuliano Di Bernardo a capo del GOI. Il Di Bernardo mostrò un atteggiamento collaborativo, nonostante le pressioni interne, perchè si convinse che il lavoro di Cordova era fondato basandosi su elementi concreti. A tale riguardo, ecco dei particolari interessanti raccontati dal Pinotti sempre nel suo libro Fratelli d’Italia in cui intervista il Di Bernardo: ‘Di Bernardo, in quel momento, si sente in dovere di opporre resistenza all’inchiesta, ma qualcosa lentamente lo convince che il lavoro di Cordova non è infondato, che l’inchiesta del magistrato si basa su elementi concreti. E’ il passaggio più difficile del suo racconto. «Un giorno mi sono recato a incontrare Cordova in un luogo segreto. Ricordo ancora vividamente quell’incontro. Il Magistrato mi guardò fisso e mi apostrofò con queste parole: ‘Professore, lei lo sa di essere un fiore su una palude? Lo sa di rappresentare delle realtà con le quali lei non ha nulla a che fare?’ Cordova disse proprio così». Come valutò il professore quelle parole? «Inizialmente reagii male: ‘Come si permette di dire cose del genere? Le può dire solo se è in grado di dimostrarle’». Ma poi qualcosa mutò il suo atteggiamento. Di Bernardo spiega che Cordova gli produsse vasta evidenza empirica dei fatti, che le indagini sulle connessioni tra mafia, ‘ndrangheta e massoneria si basavano su denunce che provenivano addirittura dagli stessi massoni, cioè da liberi muratori onesti preoccupati del dilagare dei comitati d’affari e delle collusioni pericolose con ambienti malavitosi. Di fronte a queste rivelazioni, avvenute nell’incontro «segreto», Di Bernardo restò senza parole, ammutolito da una realtà molto più complessa di quella che poteva immaginare. Gli addebiti dell’inchiesta Cordova non erano fantasie, ma provenivano addirittura dall’interno del Grande Oriente. Non si trattava delle persecuzioni di un magistrato; ma di «fratelli» onesti, che erano stanchi di essere affiancati a disinvolti affaristi. Di Bernardo deve affrontare un grosso dilemma morale: collaborare con la magistratura, dando così ai «fratelli» l’impressione di averli traditi, o assumere un atteggiamento di cieca difesa, tradendo così la propria coscienza? Il Gran Maestro, in cuor suo, sente che non può ignorare quanto il magistrato gli sta dicendo; che il suo interlocutore ha delle ragioni serie per indagare. Sceglie così di collaborare con la giustizia, difendendo allo stesso tempo le ragioni della parte pulita della massoneria. Ma è una linea troppo sottile per essere compresa. Attorno a Di Bernardo si scatena un violento scontro, che non può essere percepito dall’esterno ma che scuote dalle fondamenta l’istituzione massonica’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 64-65).

    Questa sua collaborazione con Cordova fece dunque infuriare il GOI, che gli si rivolta contro e lo lascia solo per indurlo a dimettersi, e difatti il 20 marzo 1993 durante una assemblea il Di Bernardo quando prende la parola ‘lancia accuse. Accuse contro gli istigatori dell’ormai evidente progetto. Contro coloro che ne erano diventati portavoce. Contro tutti quelli che si erano riuniti la sera precedente. Contro il governo dell’Ordine. Contro i Gran Maestri Onorari. Di Bernardo precisa e rilancia nuove accuse. Dichiara di essere stato lasciato solo. Isolato. Di non avere avuto alcun appoggio per le richieste di epurazione di alcuni fratelli. Di essere stato ostacolato nel suo progetto di trasparenza. Le accuse sono forti e cadono precise. Nella sala il silenzio è assoluto’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 70).

    Nel libro Oltre la cupola si legge a proposito di quegli eventi: ‘E dentro al Goi si scatena la bagarre. Il Gran Maestro Di Bernardo propone l’operazione trasparenza, ma nessuno lo segue su questo terreno. Anzi, gli fanno poco alla volta le scarpe. Al Vascello, la grande casa del Goi tra villa Pamphili e il Gianicolo, si apre una lotta senza esclusione di colpi. Armando Corona si mette alla testa dei rivoltosi, non perdona a Di Bernardo di essere stato morbido con Cordova. La battaglia si svolge per qualche settimana alla pari, ma il timore di sbragare di fronte ai giudici sposta definitivamente l’ago della bilancia a favore dei ribelli’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 218).
    Ma quel violento scontro scoppiato all’interno della Massoneria contro il Di Bernardo è fatto anche di gravissime minacce che ricevono sia il Di Bernardo che la sua famiglia, minacce che lo porteranno a decidere di dimettersi e di uscire dal Grande Oriente d’Italia. Egli infatti il 14 Aprile 1993 convoca una riunione dei membri di Giunta del Grande Oriente, in cui afferma: «Volevo comunicarvi le mie decisioni. Ho ricevuto minacce gravissime e con me tutta la mia famiglia. Ho visto mia madre piangere per l’inquietudine che avevano suscitato in lei quelle minacce. Ne hanno ricevute mia moglie e i miei figli. La mia famiglia è spaventata e vive in constante angoscia. Ho quindi deciso di dimettermi’ (citato in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 73).

    Ma che fine ha fatto poi quell’inchiesta di Cordova? Innanzi tutto proseguì tra tanti ostacoli. Lo stesso Agostino Cordova – come si legge nel libro Oltre la cupola – il 9 luglio 1993 davanti alla Commissione antimafia denunciò che ‘alla sua inchiesta stanno mettendo i bastoni fra le ruote. «Il fatto più allarmante è che sembra esservi una generale riluttanza ad eseguire le indagini. Abbiamo scritto pressoché a tutti gli organi di polizia giudiziaria – Digos, comandi provinciali dei carabinieri, guardia di finanza, eccetera – illustrandone l’oggetto. E’ raro però che vengano eseguite. Numerosi organi di polizia rispondono dicendo di non conoscere, nel loro territorio, l’esistenza di logge massoniche, talvolta anche in centri dove tali logge pullulano. Normalmente le indagini consistono nella spedizione di elenchi anagrafici di coloro che risultano iscritti alle varie logge. Quasi sempre gli elenchi li mandiamo noi, ma ad essi non segue nessuno sviluppo degli elementi acquisiti e ci si limita a mandare le generalità, notizie sull’attività svolta, qualche volta la denuncia dei redditi dell’ultimo anno e se quelle persone abbiano avuto “pregiudizi penali”, con ciò intendendo giudiziari. Ma questa è una attività che potremmo benissimo svolgere noi collegandoci all’anagrafe comunale e tributaria, o al terminale del ministero degli Interni. Questa degli organi di polizia è una strana indisponibilità, strana.». La stranezza è subito spiegata. Negli elenchi in possesso di Cordova innumerevoli sono gli ufficiali (esercito, CC, Finanza e Ps) appartenenti alle logge. Moltissimi anche i generali’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 216-217). Ma essa proseguì anche tra tanti attacchi contro il magistrato, infatti sempre in Oltre la cupola si legge: ‘Nel frattempo il senatore Cossiga, sempre lui, viene a conoscenza del rapporto riservato che Cordova aveva inviato al Csm e reagisce in maniera furibonda. «Fascista. Paleostalinista. Modestissima persona. Ma chi ti ha fatto entrare in magistratura? Meno male che non lo feci nominare Superprocuratore antimafia», è solo qualche assaggio della vulgata cossighiana. Il senatore è infuriato per i riferimenti ai suoi rapporti con Armando Corona contenuti nella relazione. «Nel 1987», si legge nel rapporto «Corona, tramite l’onorevole Sergio Berlinguer (segretario generale del Quirinale), raccomandò a Cossiga il maresciallo De Lisa perchè fosse trasferito al Sismi.» L’ex capo dello Stato è «intervenuto molte volte in difesa della Massoneria, e Corona fu invitato all’insediamento di Cossiga e si recò da lui centinaia di volte». Nel caso di inviti improvvisi «Corona veniva prelevato all’aeroporto dagli autisti del Quirinale». Se ce ne fosse ancora bisogno, ecco un’ulteriore prova di interferenza della massoneria nei pubblici poteri: il capo dei massoni che raccomanda al capo dello Stato uno 007. Ma a Cossiga non pare così: «Cordova è andato a raccogliere spazzatura negli angiporti di qualche confidente delle forze di polizia» dirà ai giornalisti. La polemica non finisce lì, il senatore è fermamente intenzionato a dare una spallata decisiva all’inchiesta. Telefona al presidente Scalfaro e gli segnala una presunta illegalità del dossier Cordova, a cui fa seguire una interpellanza urgente al presidente del Consiglio e ai ministri di Grazia e Giustizia e dell’Interno dove adombra il sospetto di essere stato spiato da Cordova in maniera abusiva. Cossiga si sente perseguitato, tanto da sostenere di nutrire dubbi sulla sua incolumità e di avere bisogno di una scorta. Chiede persino che la Procura di Roma apra una indagine su chi lo avrebbe intercettato, visto che la raccomandazione di Corona gli arrivò per telefono’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 218-219). Questo dimostra di quanto sia difficile persino ad un magistrato indagare su questo fronte così delicato.

    Poi Agostino Cordova nell’ottobre 1993 fu trasferito a Napoli. Dice il giornalista Guarino: «Sperando che la smetta di occuparsi di questioni tanto destabilizzanti per la politica e la massomafia, i Palazzi del potere già da tempo avevano deciso di isolare Cordova, attraverso giornali ed emittenti amiche. La sua candidatura a Procuratore antimafia nazionale era stata bocciata, ma poichè il magistrato aveva le carte in regola, ecco il trasferimento-promozione alla Procura di Napoli, il 6 ottobre 1993. Un modo come un altro per far sì che non si impicciasse più di massomafia-politica. Prima di trasferirsi a Napoli, Cordova ha avuto la soddisfazione di assistere a una manifestazione popolare in suo favore’ (Mario Guarino, Poteri segreti …., pag. 512).

    Poi le indagini vennero trasferite – per «incompetenza tecnica» della Procura di Palmi a occuparsi della materia – alla Procura di Roma nel giugno del 1994. Il procedimento rimase pressoché fermo per quasi sei anni, e poi nel dicembre 2000, il giudice per le indagini preliminari dispose l’archiviazione dell’inchiesta, nonostante nel corso degli anni fossero stati raccolti ottocento faldoni e ci fossero sessantun indagati (cfr. Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 80).


    Tratto dal libro “La massoneria smascherata” di G. Butindaro




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  3. #23
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    si ma sparare sulla croce rossa e sul WWF, mi colpisce un po' nel vivo...

  4. #24
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Massoneria e Cosa nostra




    I rapporti tra massoneria e mafia risalgono già al periodo della seconda guerra mondiale, quando il ‘pastore’ protestante Frank Bruno Gigliotti, massone ed agente dell’OSS (poi CIA), preparò lo sbarco in Sicilia degli alleati attraverso i rapporti con la mafia e la massoneria. Quindi la massoneria siciliana ha avuto un ruolo ‘fondamentale, insieme a elementi della mafia, nel preparare lo sbarco degli Alleati in Sicilia’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 37). Ma questi rapporti sono proseguiti nel tempo e si sono rafforzati.

    L’ex Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo racconta che mentre era Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Armando Corona (1982-1990), siccome Corona fece riscrivere i regolamenti interni, le costituzioni del GOI, trasformando – come dice lui – ‘la massoneria in una specie di società per azioni in cui la giunta è diventata un consiglio d’amministrazione’ (Ibid., pag. 35), avvenne che la massoneria americana tolse il riconoscimento al GOI, e a questo punto rivela dei particolari a dir poco inquietanti: ‘La riforma della costituzione massonica voluta da Corona fece perdere al Grande Oriente il riconoscimento da parte della massoneria americana. I gran maestri regionali, soprattutto del Sud, che erano molto irritati, avevano rapporti molto stretti con la Gran Loggia di New York. Quindi anche con la mafia, infiltrata nella famosa loggia Garibaldi: un concentrato di esponenti dell’area grigia tra massoneria e malavita. Ricordo che una volta, quando andai in visita a quella loggia, pensai di avere intorno a me tutti i capi di Cosa nostra in America’ (Ibid., pag. 36-37).


    Altre concrete prove sui rapporti tra Massoneria e Mafia provengono dal processo sull’omicidio di Roberto Calvi, infatti nella requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo ‘Omicidio di Roberto Calvi’, si legge a proposito di Angelo Siino, ex «ministro dei lavori pubblici» di Cosa nostra ed ora collaboratore di giustizia: «Gran Maestro dell’Oriente di Palermo della loggia massonica Camea, con il grado di trentatré, Angelo Siino ha riferito di aver incontrato per caso Roberto Calvi a Santa Margherita Ligure all’interno della sede della loggia, una chiesa sconsacrata, adibita a tempio massonico, mentre stava parlando con l’allora Gran Maestro della loggia, Aldo Vitale, personaggio importante in quella zona, medico condotto. Siino si era recato a Santa Margherita con Giacomo Vitale, cognato di Stefano Bontate, massone parimenti appartenente alla loggia Camea» (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte I, p. 106; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 544). Siino descrisse quell’incontro in questa maniera: ‘Aldo Vitale, sempre espansivo, gentile ed accogliente nei suoi confronti, gli aveva detto di ‘aspettare un attimo’. Si era meravigliato ed aveva domandato al suo accompagnatore ‘ma chi è questo che è in compagnia di Vitale?’. Questi gli aveva risposto che era Calvi, ‘un banchiere di Milano’ ‘un personaggio importante’, ‘anche perchè gestisce dei soldi nostri’. Aveva usato il plurale maiestatis per fargli intendere che ‘gestiva dei soldi di Cosa nostra’. Nell’occasione, aveva detto che gestiva anche denaro di altri. Aveva usato l’espressione ‘e non solo’. Si era meravigliato del fatto che Aldo Vitale conoscesse Roberto Calvi. Era, però, un personaggio importante, anche amico di Licio Gelli, circostanza che aveva potuto constatare personalmente’ (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte I, p. 106; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 544-545).

    Oltre al Siino, anche un altro ex mafioso ora collaboratore di giustizia che si chiama Gioacchino Pennino è un massone, infatti nella requisitoria si legge a suo proposito: «Uomo d’onore riservato, medico specialista, Gioacchino Pennino ha fatto parte di una loggia appartenente all’obbedienza di Palazzo Giustiniani e, prima ancora, sin dagli anni Sessanta, all’ordine di Rito Scozzese antico e accettato di cui era Gran Sovrano il principe Giovanni Alliata di Monreale, che aveva sede a Roma, in via del Gesù, e che si rifaceva alla loggia del Mondo di Washington. Negli anni Sessanta aveva ricevuto il titolo massonico di ‘dumitis’ dell’Ordine del gladio e dell’aquila» (Verbale del 12 aprile 2006, Procedimento penale n. 13034/95 RG Noti, p. 8; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 545-546), ed ha rivelato delle cose sulla massoneria che vale la pena trascrivere: ‘Il principe Gianfranco Alliata è appartenuto alla famiglia mafiosa di Brancaccio e, al contempo, ha rivestito il ruolo di Grande Sovrano della massoneria di piazza del Gesù, con il ruolo di sovrano dell’ordine di Rito scozzese antico ed accettato, che aveva come riferimento il duca di Kent, la Gran Loggia Unita di Inghilterra e, in America, la loggia del Mondo di Washington. E’ stato uno dei mandanti della strage di Portella delle Ginestre per conto del partito monarchico e della massoneria. Facevano parte di questa massoneria Michele Sindona e Antonino Schifando; ed era frequentata da alcuni associati a Cosa nostra, quali Angelo Cosentino, responsabile della famiglia di Santa Maria del Gesù a Roma, con il ruolo di capo decina; da Giuseppe Calò e Luigi Faldetta. Aveva appreso le circostanze sull’appartenenza e le frequentazioni massoniche di questi boss nel corso degli anni, da Stefano Bontate e dal cognato Giacomo Vitale, entrambi defunti e massoni. Non era in grado di precisare a quale massoneria apparteneva Bontate. Giacomo Vitale, dapprima, apparteneva alla massoneria di piazza del Gesù e, successivamente, aveva aderito alla Camea, loggia di origine ligure, con alcune logge in Sicilia e a Palermo soprattutto. Gianfranco Alliata aveva presentato Michele Sindona a Stefano Bontate» (Ibidem).
    E proseguiamo, perchè di prove ce ne sono altre molto importanti. Infatti nell’aprile del 1986 la squadra mobile di Trapani fece irruzione nel Centro, situato in via Carreca, sequestrando gli elenchi di sette logge massoniche (circa 200 gli iscritti). Dopo un attento esame si scoprì che una delle sette logge era ‘coperta’ e i suoi quasi cento affiliati non erano presenti in alcun elenco o registro ufficiale. Dopo qualche settimana emersero i primi nomi degli affiliati segreti: funzionari del comune e della provincia, un burocrate della prefettura, imprenditori edili, commercianti, un famoso deputato della Democrazia Cristiana, e boss mafiosi. Il giornalista Attilio Bolzoni scrisse allora su La Repubblica: «Alcuni ‘fratelli’, ammette un investigatore, oltre ad essere in buoni rapporti con i boss, occupano posti importanti nella Pubblica amministrazione. Altri, forse, hanno anche in mano le chiavi della città … Un sospetto inquietante’ (La Repubblica, 3 Dicembre 1986).
    Di quel Centro si occupò pure la Commissione parlamentare antimafia. Nel resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1992, che era presieduta dall’onorevole Luciano Violante si legge: ‘Nell’aprile del 1986 la magistratura trapanese dispose il sequestro di molti documenti presso la locale sede del Centro studi Scontrino. Il centro studi, di cui era presidente Giovanni Grimaudo – con precedenti penali per truffa, usurpazione di titolo, falsità in scrittura privata e concussione – era anche la sede di sei logge massoniche: Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d’Alcamo, Cafiero ed Hiram. L’esistenza di un’altra loggia segreta, trovò una prima conferma nel rinvenimento, in un’agenda sequestrata al Grimaudo, di un elenco di nominativi annotati sotto la dicitura ‘loggia C’; tra questi quello di Natale L’Ala, capomafia di Campobello di Mazara. Nella loggia Ciullo d’Alcamo risultano essere stati affiliati: Fundarò Pietro, che operava in stretti rapporti con il boss mafioso Natale Rimi; Pioggia Giovanni, della famiglia mafiosa di Alcamo; Asaro Mariano, imputato nel procedimento relativo all’attentato al giudice Carlo Palermo». La relazione della Commissione antimafia dice ancora quanto segue: «Nel procedimento trapanese contro Grimaudo vari testimoni hanno concordato nel sostenere l’appartenenza alla massoneria di Mariano Agate; dagli appunti rinvenuti nelle agende sequestrate al Grimaudo risultano poi collegamenti con i boss mafiosi Calogero Minore e Gioacchino Calabrò, peraltro suffragati dai rapporti che alcuni iscritti alle logge intrattenevano con gli stessi. Alle sei logge trapanesi ed alla ‘loggia C’ erano affiliati amministratori pubblici, pubblici dipendenti (comune, provincia, regione, prefettura), uomini politici (l’onorevole Canino ha ammesso l’appartenenza a quelle logge, pur non figurando il suo nome negli elenchi sequestrati), commercialisti, imprenditori, impiegati di banca. Gli affiliati a questo sodalizio massonico interferivano sul funzionamento di uffici pubblici, si occupavano di appalti e di procacciamento di voti in occasione delle competizioni elettorali, tentavano di favorire posizioni giudiziarie e di corrompere appartenenti alle forze dell’ordine amici. Il Grimaudo risulta aver chiesto soldi agli onorevoli Canino (Dc) e Blunda (Pri) per sostenerne la campagna elettorale; la moglie di Natale L’Ala ha testimoniato che, su richiesta del Grimaudo, il marito si attivò per favorire l’elezione degli onorevoli Nicolò Nicolosi (Dc) e Aristide Gunnella (Pri)» (Commissione parlamentare antimafia, resoconto stenografico della seduta del 4 dicembre 1992 [n. 38, XI legislatura] presieduta dall’onorevole Luciano Violante, pp. 1833-1834; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 561-562), e riferisce pure: «Particolare rilevanza assume, infine, nel contesto descritto, il rapporto di Grimaudo con Pino Mandalari. Mandalari fu arrestato nel 1974 per favoreggiamento nei confronti di Leoluca Bagarella e nel 1983, fu imputato con Rosario Riccobono. E’ legato a Totò Riina e socio fondatore nel 1974, con il mafioso Giuseppe Di Stefano, della società Stella d’Oriente di Mazara del Vallo, della quale fece parte dal 1975 Mariano Agate. Della società facevano parte parenti del boss camorristico Nuvoletta, membro di Cosa nostra. Mandalari è un esponente significativo della massoneria e riconobbe, nel 1978, le logge trapanesi che facevano capo a Grimaudo» (Ibidem; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 562-563). Il giornalista Antonio Nicaso definisce il Mandalari ‘il commercialista di Totò Riina’ e ‘Gran Maestro dell’Ordine e Gran Sovrano del Rito scozzese antico e accettato, un uomo al centro di mille sospetti e di altrettanti misteri’ (in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 533).

    Anche negli atti del processo Dell’Utri emergono collusioni tra la Massoneria e la Mafia, infatti nella lunga requisitoria pronunciata dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nico Gozzo nel corso di diverse udienze viene detto dai pm: «Il tema della massoneria è centrale in questa parte della requisitoria che riguarda la fine degli anni ’70. E’ fondamentale per l’associazione mafiosa, e specie per Bontate, che voleva svezzare Cosa nostra ed introdurla ancora di più negli ambienti che contano. Tramite la massoneria viene acquisita una serie di contatti […]. La massoneria – ed in particolare proprio Licio Gelli, fondatore della loggia massonica coperta Propaganda 2 – in quel periodo si trova al centro di una serie di interessi, che avevano come propri terminali associati mafiosi» (Testo della requisitoria relativa al procedimento penale numero 4578/96 N.R. nei confronti di Gaetano Cinà e Marcello Dell’Utri, pubblicato in Peter Gomez e Marco Travaglio, L’amico degli amici, Rizzoli-Bur, Milano 2005, p. 227). Ed in effetti, come dice Ferruccio Pinotti, ‘in Sicilia, tra il 1976 e il 1980, i mafiosi fanno a gara per entrare nella massoneria. Cosa nostra offre ai massoni l’efficacia della propria macchina militare, ma soprattutto una formidabile carta di pressione politica: il denaro. I massoni offrono ai boss i canali legali per riciclare e investire i soldi, i contatti politici giusti per concludere grandi affari e i magistrati adatti per l’«aggiustamento» dei processi. Le logge, negli anni Ottanta, fioriscono. Solo a Palermo, dopo la Camea, la Armando Diaz, la Normanni di Sicilia. Nella sola Sicilia all’epoca si contano più di centosettanta logge’ (Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 576).
    Questa commistione tra Massoneria e Mafia è stata confermata dal collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, l’ex capo mafioso di Castelvetrano (Trapani). Ecco infatti cosa riporta la requisitoria del PM Tescaroli (nel processo sull’omicidio di Calvi) sulle sue dichiarazioni in merito ai rapporti tra mafia e massoneria: «Appare utile, per poter apprezzare l’attendibilità delle sue dichiarazioni dibattimentali, riportare quanto ha riferito Calcara sui temi d’interesse del presente processo. In data 2.12.1992, ha riferito: ‘Voglio adesso parlare di un argomento del quale avevo già iniziato a parlare con il Giudice Borsellino ma solo a voce. E con il quale avevamo rimandato la verbalizzazione di tali fatti. Esiste infatti un grosso collegamento tra la Loggia Massonica di Castelvetrano, Campobello e Trapani e l’organizzazione mafiosa che milita in quella zona. Infatti il Vaccarino è un massone, e anche l’avv. Pantaleo di Campobello. Voglio essere molto preciso nel parlare di queste cose perchè chiaramente sono cose molto delicate. So per certo che molti uomini d’onore delle famiglie di cui ho parlato sono appartenenti alle Logge Massoniche. Una volta il Vaccarino parlando di tale argomento, mi disse che la Massoneria era una cosa grande, più grande di noi. E mi disse che il suo piacere era che io facessi parte di tale organizzazione. Fu lo stesso Vaccarino a dirmi che lo Schiavone è massone e nell’ambito delle famiglie si diceva che anche il giudice Carnevale era massone. Ricordo, che una volta mi recai a Roma e lì andai a trovare lo Schiavone il quale mi accompagnò a Montecitorio perchè io dovevo consegnare per conto di Pantaleo una grande busta sigillata, da consegnare a mano all’on.le Miceli dell’Msi. A Montecitorio la Segreteria dell’on.le Miceli mi disse che l’onorevole non era in sede. Io allora uscii da Montecitorio (fuori mi aspettava lo Schiavone) e chiamai per telefono il Pantaleo che mi aveva consegnato la busta. Questi mi disse di consegnarla allo Schiavone. Di tali fatti chiesi spiegazione al Vaccarino che mi disse: ‘Cose di Massoni’ e in quell’occasione aggiunse che parlavano di una cosa più grande di noi. Sono argomenti estremamente difficili e delicati perchè di difficile riscontro. Bisogna anche considerare che i probabili anzi più che probabili elenchi dopo tutti questi fatti siano stati occultati. Ricordo che il giorno prima che Borsellino morisse, conversammo, per telefono; Borsellino in quella occasione mi disse che dovevamo vederci presto per parlare di quelle ‘cose importanti’ e chiaramente intendeva riferirsi a quei discorsi sulla Massoneria che insieme avevamo fatto. Voglio aggiungere sull’argomento che ho anche sentito dire che l’on.le Culicchia era massone e comunque ribadisco che moltissimi uomini d’onore delle famiglie di cui ho parlato fanno parte della Loggia Massonica e ciò perchè per la realizzazione di determinati traffici tale condizione li aiutava, e anche per quello che è la vita sociale in genere. Voglio però precisare che non intendo affermare che, per quanto a mia conoscenza, il semplice fatto di essere massone significhi essere legato all’organizzazione mafiosa. Certo è comunque, come ho già detto, che i mafiosi che fanno parte della Loggia Massonica evidentemente ne ricevevano i loro vantaggi» (Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli al processo «Omicidio di Roberto Calvi», Procura della Repubblica, Tribunale di Roma, P.p. 13034/95 RG Noti, Roma, 9 Marzo 2007, parte II, pp. 288-289; in Ferruccio Pinotti, Fratelli d’Italia, pag. 585-586).

    Come ha scritto giustamente un giornalista su La Repubblica: «Le affiliazioni massoniche offrono all’organizzazione mafiosa uno strumento formidabile per estendere il proprio potere per ottenere favori e privilegi in ogni campo, sia per la conclusione di grandi affari sia per l’aggiustamento di processi, come hanno rilevato numerosi collaboratori della giustizia’ (La Repubblica, 23 aprile 1993). E io aggiungo, non solo all’organizzazione mafiosa, ma anche a quei pastori evangelici corrotti che si affiliano alla massoneria – non importa se a logge ufficiali o coperte – per ricevere ‘aiuti’ dai criminali, che poi loro puntualmente presenteranno alle loro Chiese come aiuti provenienti da Dio! E di cosa bisogna meravigliarsi sapendo quanta corruzione e malvagità esiste nelle denominazioni evangeliche e che ci sono pastori in esse che si alleerebbero pure con il diavolo in persona per perseguire i loro interessi personali? Questi sono tra quei pastori amici di malfattori, che cercano il loro proprio interesse e non ciò che è di Cristo, e di cui il profeta Isaia dice: “I guardiani d’Israele son tutti ciechi, senza intelligenza; son tutti de’ cani muti, incapaci d’abbaiare; sognano, stanno sdraiati, amano sonnecchiare. Son cani ingordi, che non sanno cosa sia l’esser satolli; son dei pastori che non capiscono nulla; son tutti vòlti alla loro propria via, ognuno mira al proprio interesse, dal primo all’ultimo. ‘Venite’, dicono, ‘io andrò a cercare del vino, e c’inebrieremo di bevande forti! E il giorno di domani sarà come questo, anzi sarà più grandioso ancora!’” (Isaia 56:10-12). Guai a loro!

    La commistione tra Massoneria e mafia in Sicilia è tale che dopo le stragi di Capaci e di Via d’Amelio, avvenute nel 1992, in cui furono uccisi dalla mafia i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ‘il professor Orazio Catarsini, uno dei massimi esponenti del mondo accademico, presidente del collegio dei Maestri Venerabili, sottopone ai confratelli delle logge un documento di condanna delle stragi, ma il documento non passa’ (:: AlfioCaruso.Com ::).

    L’ex Gran Maestro del GOI Giuliano Di Bernardo, a tale proposito, ‘ha raccontato al Procuratore di Palmi che, in una riunione del Collegio dei Gran Maestri delle logge siciliane, il 26 luglio 1992, il suo presidente, il professor Catarsini «aveva ritenuto opportuno far approvare un documento che attestasse la presa di posizione della massoneria rispetto alla mafia, anche alla luce dei gravi fatti accaduti con l’uccisione di Falcone e Borsellino. Subito dopo la riunione, Catarsini mi telefonò alle Canarie» ricorda Di Bernardo «dove mi trovavo in vacanza, comunicandomi, turbato, la mancata approvazione del documento, che lo aveva disorientato e non sapeva come interpretare»’ (Francesco Forgione & Paolo Mondani, Oltre la cupola: massoneria mafia politica, pag. 211).



    Tratto dal libro “La massoneria smascherata” di G. Butindaro



    Massoneria e Cosa nostra
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  5. #25
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Citazione Originariamente Scritto da Kanon Visualizza Messaggio
    si ma sparare sulla croce rossa e sul WWF, mi colpisce un po' nel vivo...

    Non c'è da sparare sulla Croce Rossa, è semplicemente un dato di fatto
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  6. #26
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Citazione Originariamente Scritto da Logomaco Visualizza Messaggio
    Non c'è da sparare sulla Croce Rossa, è semplicemente un dato di fatto
    Messo così com'è - in un articolo sulla mafia - sembra che si vuol far passare Henri Dunant per un mafioso...

  7. #27
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Citazione Originariamente Scritto da Kanon Visualizza Messaggio
    Messo così com'è - in un articolo sulla mafia - sembra che si vuol far passare Henri Dunant per un mafioso...
    Lui no, ma altri sì
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  8. #28
    Uomo tropicale
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Quanto ipocrita stupore quando emerge il rapporto 'ndrangheta-massoneria

    Dettagli Pubblicato: 19 Luglio 2016




    di Pietro Orsatti
    L’ipocrisia, da parte della politica e anche del sistema informativo italiano, raggiunge a volte livelli sublimi. L’ultimo clamoroso caso ce lo offre l’ultima operazione contro la ‘ndrangheta di questi giorni dove emergono con chiarezza tre fatti: 1 che la ‘ndrangheta si è evoluta da organizzazione criminale “di strada” in holding affaristica e lobby di potere; 2 che questa evoluzione è avvenuta attraverso il superamento della forma organizzativa tradizionale e un rapporto di collaborazione diretta con la massoneria, la politica e la finanza; 3 che ai vertici dell’organizzazione si sono poste figure anche di rilievo della politica.

    L’operazione di questi ultimi giorni ha una grandissima importanza proprio perché svela e cerca di bloccare di fatto una trasformazione che è in atto da più di 40 anni, che ormai è diventata sistema e che si riproduce continuamente e si ripropone sia a livello nazionale che internazionale.
    La cosa che stupisce (e preoccupa) è come i media raccontino questo successo da parte della magistratura e delle forze dell’ordine. Lascia a bocca aperta lo stupore – non si capisce se finto o reale – con cui spigano ai propri lettori e spettatori il grande mistero imprevedibile e misterioso del rapporto sistemico fra ‘ndrangheta, massoneria, finanza e politica.
    Per capirci, sono quarant’anni che ci sono segnali chiari (e documentati anche in processi non solo in Calabria) di questo rapporto sistemico. Ma l’informazione ha snobbato per quarant’anni la faccia “perbene” della ‘ndrangheta politico-massonica. Perfino quando questa metteva pesantemente mano anche nell’eversione nera (Boia Chi Molla e strage di Gioia Tauro). E quindi ora tutti a mostrarsi stupiti.
    Non lo sapevate?
    Porto un esempio. Nel 2014 (febbraio) con Floriana Bulfon per Imprimatur editore pubblicai il libro Grande Racccordo Criminale (con il quale anticipavamo di quasi un anno quello che poi successe a dicembre con l’operazione Mafia Capitale. Ne riporto qui sotto un brano, frutto di un lavoro di inchiesta e di reporting basato in gran parte su fonti aperte (pubbliche) e su libri e articoli e documentazione a partire dalla fine degli anni ’60.
    Buona lettura
    «Sarà stata la fine degli anni Sessanta o poco dopo
    quando a Reggio si tenne una riunione con dei pezzi gros-
    si dei siciliani», raccontava Francesco Fonti, il pentito di
    ‘ndrangheta, nella lunga chiacchierata che ci ha concesso
    qualche anno fa. «Mi dissero che oltre a Paolo De Stefano
    e altri boss sia di Reggio che della Piana di Gioia Tauro
    partecipò per Cosa nostra Giuseppe Di Cristina. Nella ri-
    unione chiese che fosse tolto il blocco che c’era all’epoca
    sul transito dell’eroina in Calabria. I vecchi capi si oppo-
    nevano. E l’affare era enorme già allora e sarebbe cresciu-
    to, come è successo. Non so cosa si decise, ma so che su-
    bito dopo iniziò una strage di quelli che si erano opposti
    ai siciliani. E poi che la Santa, l’apertura ai rapporti con
    la politica e con la massoneria, comparve segretamente in
    quella fase». Un’alleanza? Se fu così, ancora una volta fu
    fondata sulla droga.
    Due nomi precisi quelli che pronuncia Fonti. Due nomi
    che hanno un peso. Il primo: Giuseppe Di Cristina, spes-
    so descritto come capo mafia rozzo e brutale della Sicilia
    rurale, come uno di quei mafiosi con la coppola e la lu-
    para. Ma Di Cristina, il capo della famiglia di Riesi, era
    tutt’altro: vicinissimo a Gaetano Badalamenti e Stefano
    Bontate, quel mafioso dall’entroterra era uomo rispettato
    e soprattutto ascoltato da più di un decennio a Palermo.
    Fu lui il primo ad andare allo scontro con Liggio e Ri-
    ina e per questo finì ammazzato nel 1978 all’alba della
    mattanza. Un uomo con relazioni complesse e mai del
    tutto svelate con pezzi dello Stato, tanto che poco prima
    di essere ucciso si era messo a fare il confidente dei cara-
    binieri, cercando in questo modo di colpire i corleonesi.
    E il suo nome finisce persino nell’inchiesta sulla morte,
    184nel 1962, del presidente dell’Eni Enrico Mattei, indicato
    come possibile esecutore materiale del piano di sabotag-
    gio attuato nell’aeroporto di Catania. O forse qualcosa di
    più. La morte di Mattei, un capitolo oscuro, e mai risolto,
    della storia italiana in cui si intravede di tutto, dall’intrigo
    internazionale ordito dalle Sette sorelle a pezzi della poli-
    tica dell’epoca, dall’estremismo di destra che si incarnava
    nella figura di Junio Valerio Borghese alla mafia, non solo
    siciliana, fino all’avvocato Vito Guarrasi di Alcamo, accu-
    sato di depistaggio delle indagini, uno degli uomini più
    potenti dell’epoca, cugino di Enrico Cuccia, frequentato-
    re e amico della famiglia Agnelli, già presente, nonostan-
    te fosse solo un sottotenente di complemento, alla firma
    dell’armistizio sottoscritto a Cassibile nel ‘43 fra le Forze
    Alleate e il Regno D’Italia.
    Il secondo nome è quello di Paolo De Stefano, il boss
    di Reggio Calabria che ha compiuto una rivoluzione e
    aperto le porte della ‘ndrangheta al rapporto con l’ever-
    sione di destra e la massoneria in un momento cruciale
    della storia del Paese, quello della strategia della tensio-
    ne. Nell’estate del 2003, davanti al sostituto procuratore
    nazionale antimafia Enzo Macrì, sono i collaboratori Alfa
    e Beta, Giacomo Lauro della famiglia Imerti e Filippo Bar-
    reca dei De Stefano, a spiegarlo. Lauro, dopo aver am-
    messo di aver fornito l’esplosivo necessario a far saltare
    i binari, racconta dettagli inquietanti sulla strage di Gio-
    ia Tauro del 22 luglio 1970, a pochi giorni dall’inizio dei
    “moti di Reggio Calabria” passati alla storia come “Boia
    chi Molla”. «Durante la mia attività nell’ambito della
    malavita comune, sono entrato in contatto con elementi
    appartenenti ad Avanguardia Nazionale e in genere con
    elementi di estrema destra: questi infatti nella prima metà
    degli anni Settanta erano sempre alla ricerca di armi ed
    esplosivo e si rivolgevano appunto alla malavita organiz-
    zata». Filippo Barreca spiega poi come, per conto di Paolo
    185De Stefano, poco prima della sentenza di Catanzaro sulla
    strage di Piazza Fontana, si fosse occupato di curare la
    latitanza di Franco Freda e di partecipare alla sua fuga
    in Costa Rica. «Prima di andare via da casa mia, Freda
    mi lasciò una lettera scritta di suo pugno, indirizzata a
    Paolo De Stefano all’epoca detenuto, con la quale lo rin-
    graziava dell’ospitalità ricevuta a Reggio e si impegnava
    a interessarsi della sua scarcerazione […]. So anche che
    dopo essere andato via da Reggio, Freda venne ospita-
    to in casa di un calabrese abitante a Ventimiglia, che era
    nello stesso tempo affiliato alla ‘ndrangheta e massone,
    iscritto in una loggia segreta di cui parlerò fra poco. Que-
    sta persona aiutò Freda a espatriare in Francia, da dove
    raggiunse il Costa Rica in aereo […]. Ho partecipato ad
    alcuni degli incontri avvenuti a casa mia fra Freda, Paolo
    Romeo e Giorgio De Stefano. Tali discorsi riguardavano
    la costituzione di una loggia segreta, nella quale dove-
    vano confluire personaggi di ‘ndrangheta e della destra
    eversiva e precisamente lo stesso Freda, l’avvocato Paolo
    Romeo, l’avvocato Giorgio De Stefano, Paolo De Stefano,
    Peppe Piromalli, Antonio Nirta, Fefè Zerbi. Altra loggia
    dalle stesse caratteristiche era stata costituita a Catania.
    La superloggia di cui ho parlato doveva avere sede a Reg-
    gio Calabria e veniva ad inserirsi in una loggia massonica
    ufficiale, e precisamente quella di cui faceva parte il pre-
    side Zaccone, personaggio notoriamente legato al gruppo
    De Stefano. Queste logge avevano come obiettivo un pro-
    getto eversivo di carattere nazionale, che doveva essere
    la prosecuzione di quello iniziato negli anni Settanta con
    i “moti di Reggio” […]. Freda ebbe a dirmi che se fosse
    stato condannato avrebbe fatto rivelazioni che potevano
    far saltare l’Italia, intendendo riferirsi ai suoi collegamen-
    ti con i servizi di sicurezza e il ministero dell’Interno».
    La ‘ndrangheta e quella passione per la massoneria mai
    spenta, tanto che nel novembre 2013, il Grande Oriente
    186d’Italia, per intervento del Gran Maestro Gustavo Raffi,
    ha sospeso la loggia Rocco Verducci con sede a Gerace in
    provincia di Reggio Calabria. Motivazione: infiltrazione
    di elementi della ‘ndrangheta. Un caso unico in Italia. La
    decisione è stata presa dopo le numerose segnalazioni di
    iscritti che erano contemporaneamente esponenti di spic-
    co dell’organizzazione mafiosa calabrese. Come del resto
    era emerso chiaramente nell’operazione “Saggezza” co-
    ordinata dalla Dda di Reggio l’anno precedente.
    Con quel “biglietto da visita” i De Stefano si presenta-
    no e partecipano all’instaurarsi del “sistema”, apripista
    della corsa calabrese alla Capitale. Una corsa particolar-
    mente importante perché «operare su Roma garantisce
    prestigio, rappresenta un viatico per agganciare pezzi di
    potere reale: politico, economico e sociale. Oltre a pezzi
    della pubblica amministrazione regionale e nazionale»,
    spiega il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nico-
    la Gratteri. Un sistema complesso di penetrazione che
    sul piano politico ha avuto un impatto dirompente. Per-
    ché attraverso il proprio potere economico e coercitivo
    – basato sull’intimidazione e il ricatto – la ‘ndrangheta,
    come in Calabria anche a Roma, ha la capacità di spostare
    blocchi di voti rilevanti in cambio di appalti e favori. La
    ‘ndrangheta media tra affari e politica, perché nella Ca-
    pitale prima di tutto contano le conoscenze. Soprattutto
    quelle nei palazzi del potere.



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  9. #29
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    La ‘ndrangheta nella massoneria e nel Parlamento

    Pubblicato 20 luglio 2016 - 21.21 - Da Claudio Messora




    La misura cautelare di oggi rappresenta un ulteriore sviluppo del descritto quadro ‘ndranghetistico-massonico che figura in provincia di Reggio Calabria. Si tratta di un livello superiore“. Questo il primo commento del procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, in merito all’inchiesta, denominata “Mammasantissima”, che ha portato alla scoperta di una “struttura segreta di vertice della ‘ndrangheta“. Il senatore Antonio Caridi, di Forza Italia, è una delle cinque persone coinvolte nell’operazione che ha portato alla scoperta della struttura segreta di vertice della ‘ndrangheta. L’ordinanza è stata inviata alla Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Arrestati l’ex deputato del Psdi Paolo Romeo, già in carcere dal 9 maggio scorso, l’ex consigliere regionale e sottosegretario della Giunta regionale di centrodestra Alberto Sarra, l’avv. Giorgio De Stefano e Francesco Chirico.


    È stata quindi individuata dai carabinieri quella che viene definita la “struttura segreta di vertice della ‘ndrangheta in grado di dettare le linee strategiche” di tutta l’organizzazione e di “interagire sistematicamente e riservatamente con gli ambienti politici, istituzionali ed imprenditoriali”:cinque gli arresti, eseguiti dai carabinieri del Ros e da quelli di Reggio Calabria. La struttura segreta della ‘Ndrangheta scoperta dai carabinieri del Ros avrebbe avuto un “ruolo determinante”, dicono gli investigatori, nel condizionamento di alcuni “appuntamenti elettorali in ambito comunale, provinciale, regionale”, nonché “nell’individuazione di propri affiliati da proiettare nel parlamento nazionale”. L’ordinanza di custodia cautelare, eseguita stamani dai carabinieri, è stata emessa su richiesta della procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria: i cinque destinatari del provvedimento sono tutti accusati di associazione mafiosa. L’indagine del Ros ha dunque scoperto la “struttura segreta di vertice” della ‘Ndrangheta che dava le direttive a tutta l’organizzazione e teneva contatti di “alto livello”, nei vari ambienti, “al fine di infiltrarli ed asservirli – affermano gli investigatori – ai propri interessi criminali”. I dettagli dell’operazione – anche con riferimento agli appuntamenti elettorali che sarebbero stati condizionati dalla ‘cupola’ – saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa che si terrà alle 10.30 presso il comando provinciale dei carabinieri di Reggio Calabria.



    Caridi, 47 anni, reggino, è stato eletto nel 2013 e appartiene ad una famiglia già attiva nella vita politica locale: il padre fu vicesindaco di Reggio Calabria nelle fila della Democrazia Cristiana. La sua carriera politica iniziò nel 1997 con l’elezione alla carica di consigliere comunale per l’Unione di Centro, risultando primo degli eletti nella lista. Cinque anni dopo, nel 2002, fu nominato assessore comunale, incarico confermato nel 2010 sempre tra le file dell’Unione di Centro. Nel 2010 iniziò la scalata con l’elezione a consigliere regionale del Popolo delle Libertà, anche in questo caso risultando il primo degli eletti nella provincia di Reggio Calabria con oltre 11.000 preferenze. Un risultato che gli valse la nomina ad assessore alle Attività produttive nella Giunta di centrodestra guidata da Giuseppe Scopelliti. Nel 2013 fu eletto senatore per il Popolo della Libertà, diventando membro della Commissione Industria, commercio, turismo e della Commissione parlamentare per le questioni regionali. Il suo nome suscitò polemiche quando il capogruppo al Senato del Popolo delle libertà, Renato Schifani, lo propose quale componente della Commissione parlamentare antimafia. Lasciato il Popolo delle libertà, passò nel gruppo del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano, quindi dal 2014 aderisce al gruppo Grandi autonomie e libertà. “Un autentico svezzamento politico – ha aggiunto De Raho – posto in essere dal direttorio della cupola per infiltrare la politica, soprattutto le istituzioni, favorendo le elezioni nei vari consessi di persone, che una volta elette, continuavano ad essere monitorate ai fini del loro effettivo apporto per il raggiungimento degli interessi economici e di potere che il gruppo occulto aveva progettato”.


    “L’operazione ‘Mammasantissima‘ – ha detto ancora De Raho – offre un quadro definito, riversato in oltre 2.000 pagine di ordinanza, di numerosi indizi emersi in precedenti operazioni come Meta, Infinito, Olimpia, Gambling, Bellu Lavuru, da cui sono estratti elementi sino a costruire un unicum indiziario che ha superato il vaglio del giudice delle indagini preliminari. Il gruppo occulto aveva potere con gli altri ‘ndranghetisti che costituiscono il comando della struttura definita ‘provincia’ di dare ordini e direttive a tutti i locali di ‘ndrangheta costituiti in Calabria, in Italia, in Europa, in Oceania e nelle Americhe”. Alcune delle frasi intercettate dai carabinieri del Ros, insieme ad alcuni riferimenti a livello “visibile” e a quello “invisibile”, sostenevano che “La ‘ndrangheta non esiste più“, ora “fa parte della massoneria“. In un’altra intercettazione si fa riferimento al fatto che gli inquirenti, quanto a conoscenze, “sono arrivati fino ad un certo punto, in effetti sapevano dell’Australia, dell’America. C’è un’altra cosa ancora che non la sanno nemmeno loro… Qui a Reggio contano i segreti. Giorgio De Stefano gliela ha calata la questione, sei-sette erano in totale”. I carabinieri del Ros e quelli del Reparto operativo di Reggio Calabria stanno eseguendo una trentina di perquisizioni nell’ambito dell’operazione Mammasantissima che ha portato alla scoperta della struttura di vertice segreta della ‘ndrangheta. Le perquisizioni si stanno svolgendo anche a casa e nell’ufficio dell’ex presidente della Giunta regionale di centrodestra Giuseppe Scopelliti.



    http://www.byoblu.com/post/notiziedalweb/la-ndrangheta-nella-massoneria-e-nel-parlamento

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    ‘Ndrangheta e massoneria, il memoriale del boss pentito Nino Lo Giudice


    17/07/2016 176




    Agli atti dell’inchiesta “Mamma Santissima” anche una vecchia intercettazione di Pantaleone Mancuso, boss dell’omonima cosca deceduto a Tolmezzo nell’ottobre scorso

    ‘Ndrangheta e massoneria al centro dell’ultima inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria che i carabinieri del Ros hanno denominato in codice “Mamma Santissima”. Sono due i collaboratori di giustizia a parlare degli intrecci masso-mafiosi: Nino Lo Giudice, boss divenuto collaboratore di giustizia, poi fuggito dalla località segreta dove era nascosto e tornato a collaborare con i magistrati della Dda di Reggio Calabria dopo essere stato riarrestato, e Cosimo Virgiglio, uomo di fiducia di Rocco Molè, reggente la cosca fino al suo omicidio, avvenuto il primo febbraio 2008, per il quale cura gli interessi nel porto di Gioia Tauro.


    Il memoriale Lo Giudice. “La nuova ‘Ndrangheta nasce dalla commistione tra la vecchia struttura criminale di tipo mafioso e la massoneria. In questa nuova organizzazione, la parte identificabile con la vecchia ‘Ndrangheta è incaricata di gestire i rituali e di svolgere una funzione di parafulmine rispetto alla componente più importante e riservata, che attraverso i rapporti con ulteriori apparati massonici gestisce un enorme potere anche in campo politico ed economico”. Dichiarazioni recenti quelle messe a verbale da Lo Giudice, interrogato il 21 giugno scorso dal pm Giuseppe Lombardo e chiamato a confermare un memoriale del 2013 in cui descriveva il contesto masso-mafioso al quale era stato avvicinato dal boss Pasquale Condello, detto il “supremo”, arrestato nel 2008 dopo una latitanza durata 18 anni che lo stesso Lo Giudice aveva agevolato. Nel memoriale, confermato nell’interrogatorio del giugno scorso, Lo Giudice fa i nomi di politici, imprenditori, avvocati, boss e colletti bianchi che sarebbero legati alla massoneria. “Preciso – ha aggiunto il collaboratore – che vi sono ancora molti nomi da inserire in tale società segreta: al fine di non disperdere le mie conoscenze ho iniziato a scrivere un nuovo memoriale che ho intenzione di consegnarle appena sarò riuscito a completarlo”. “Voglio chiarire – ha detto Lo Giudice – che una parte di tale struttura massonica è particolarmente riservata: ovviamente è questa la parte che gestisce il potere reale. Gli appartenenti alla parte meno importante in realtà sono solo figure di facciata che si occupano di rituali senza avere grande peso decisionale”.



    Le conferme di Virgiglio. A chiamare in causa Virgiglio era stato proprio Lo Giudice che nel suo memoriale aveva scritto: “Faceva parte di una società segreta chiamata massoneria e che era costituita da tre tronconi: una legalizzata – di cui facevano parte professionisti di alto livello come giudici – servizi segreti deviati – uomini dello stato. La seconda da politici – avvocati – commercialisti. La terza da criminali con poteri decisionali e uomini invisibili che rappresentavano il tribunale supremo che giudicavano la vita e la morte di ogni affiliato, tutti uniti in unica potenza incontrastata”. Una versione confermata da Virgiglio in un interrogatorio dell’aprile 2015. Interrogato il 14 giugno scorso Virgiglio ha confermato gran parte dei nomi fatti da Lo Giudice e che lui aveva già fatto in precedenza.
    L’intercettazione. E già in precedenza, nel 2011, un altro boss, Pantaleone Mancuso, detto “Vetrinetta”, deceduto nel carcere di Tolmezzo nell’ottobre dello scorso anno, uno dei capi dell’omonima cosca attiva nel Vibonese, intercettato, disse: “La ‘ndrangheta non esiste più! la ‘ndrangheta fa parte della massoneria! è sotto della massoneria, però hanno le stesse regole e le stesse cose. Ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla ‘ndrangheta! Il mondo cambia e bisogna cambiare tutte cose! Oggi la chiamiamo ‘massoneria’. Domani la chiamiamo P4, P6, P9”.



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