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    Predefinito Finanza, banche, moneta: la fondamentale analisi marxiana

    Pubblichiamo i capp. 29-36 del Libro III de Il Capitale, dall'ottima pubblicazione on line del sito CriticaMente - Il pensiero critico.


    AVVERTENZA PER IL LETTORE

    Il testo del III libro del Capitale che viene qui riportato NON È UNA DELLE TRADUZIONI INTEGRALI DEL TESTO ORIGINALE che sono disponibili: esso infatti è una rivisitazione delle traduzioni esistenti (in italiano ed in francese) a cui sono state apportate le seguenti modifiche:

    1 – non sono state riportate le note che Marx ed Engels richiamano nel testo (fatte salve alcune eccezioni);

    2 – sono state introdotte delle modifiche per quanto riguarda gli esempi numerici in cui, per facilitare la lettura;

    a – sono state cambiate le unità di misura e le grandezze;

    b – diversi dati richiamati nella forma di testo sono stati trasformati in tabelle;

    c – in alcuni esempi numerici le cifre decimali sono state limitate a due e nel caso di numeri periodici, ad esempio 1/3 o 2/3, la cifra periodica è stata indicata con un apice (‘).

    Ci rendiamo conto che leggere un testo del Capitale in cui Marx formula esempi in Euro (€) invece che in Lire Sterline (Lst) o scellini potrebbe far sorridere e far pensare ad uno scherzo o ad una manipolazione che ha travisato il pensiero dell’Autore, avvertiamo invece il lettore che il testo è assolutamente fedele al pensiero originale e che ci siamo permessi di introdurre alcune “varianti” per consentire a coloro che non hanno dimestichezza con le unità di misura e monetarie inglesi di non bloccarsi di fronte a questa difficoltà e di facilitarne così la lettura o lo studio.

    In altre parti si sono invece mantenute le unità di misura e monetarie inglesi originali perchè la lettura non creava problemi di comprensione o per ragioni di fedeltà storica.

    Ci facciamo altresì carico dell’osservazione che Engels ha formulato nelle “considerazioni supplementari” poste all’inizio del III Libro, laddove, di fronte alle molteplici interpretazioni del testo che vennero fatte dopo la prima edizione, sostiene: “Nella presente edizione ho cercato innanzitutto di comporre un testo il più possibile autentico, di presentare, nel limite del possibile, i nuovi risultati acquisiti da Marx, usando i termini stessi di Marx, intervenendo unicamente quando era assolutamente necessario, evitando che, anche in quest’ultimo caso, il lettore potesse avere dei dubbi su chi gli parla. Questo sistema è stato criticato; si è pensato che io avrei dovuto trasformare il materiale a mia disposizione in un libro sistematicamente elaborato, en faire un livre, come dicono i francesi, in altre parole sacrificare l’autenticità del testo alla comodità del lettore. Ma non è in questo senso che io avevo interpretato il mio compito. Per una simile rielaborazione mi mancava qualsiasi diritto; un uomo come Marx può pretendere di essere ascoltato per se stesso, di tramandare alla posterità le sue scoperte scientifiche nella piena integrità della sua propria esposizione. Inoltre non avevo nessun desiderio di farlo: il manomettere in questo modo perchè dovevo considerare ciò una manomissione l’eredità di un uomo di statura così superiore, mi sarebbe sembrato una mancanza di lealtà. In terzo luogo sarebbe stato completamente inutile. Per la gente che non può o non vuole leggere, che già per il primo Libro si è data maggior pena a interpretarlo male di quanto non fosse necessario a interpretarlo bene — per questa gente è perfettamente inutile sobbarcarsi a delle fatiche”.

    Marx ed Engels non ce ne vogliano, ma posti di fronte alle molteplici “fughe” dallo studio da parte di persone che non possedevano una cultura accademica, fughe che venivano imputate alla difficoltà presentate dal testo, abbiamo deciso di fare uno “strappo” alle osservazioni di Engels, intervenendo in alcune parti avendo altresì cura di toccare il testo il meno possibile. Nel fare questo “strappo” eravamo tuttavia confortati dal fatto che, a differenza della situazione in cui Engels si trovava, oggi chi vuole accedere al testo “originale”, dispone di diverse edizioni in varie lingue.

    •   Alt 

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    Predefinito Rif: Finanza, banche, moneta: la fondamentale analisi marxiana

    IL CAPITALE
    LIBRO III


    V SEZIONE
    (CAPP. 29-36)

    CAP. 29

    ELEMENTI DEL CAPITALE BANCARIO

    Dobbiamo ora vedere più da vicino quali sono gli elementi che costituiscono il capitale bancario.

    Abbiamo visto precedentemente che Fullarton ed altri trasformano la differenza fra il denaro mezzo di circolazione e il denaro mezzo di pagamento (anche moneta mondiale nella misura in cui il deflusso dell’oro viene preso in considerazione), in una differenza fra la circolazione (currency) ed il capitale.

    A causa della funzione particolare che il capitale qui assolve, quella stessa cura con cui l’economia illuminata cercava di convincere che il denaro non è capitale, viene posta da questa economia dei banchieri per dimostrare che in realtà il denaro è il capitale par excellence.

    Nelle indagini che faremo più tardi verrà posto in evidenza come nel secondo caso il capitale monetario venga confuso con il moneyed capital nel senso di capitale produttivo d’interesse, mentre nel primo caso il capitale monetario rappresenta solo una forma transitoria del capitale, distinto dalle altre sue forme, il capitale-merce e il capitale produttivo.

    Il capitale bancario consiste:

    1) di denaro contante, oro o banco note;

    2) di titoli.

    Possiamo ancora suddividere questi ultimi in due parti: effetti commerciali, cambiali che vengono di quando in quando a scadenza, e il cui sconto costituisce la peculiare attività del banchiere; e titoli pubblici, come titoli di Stato, buoni del Tesoro, azioni di qualsiasi tipo, in breve titoli fruttiferi, ma sostanzialmente distinti dalle cambiali. In questa seconda categoria possono essere incluse anche le ipoteche. Il capitale composto da questi elementi materiali si suddivide ancora in capitale d’impianto, anticipato dallo stesso banchiere e in depositi, che costituiscono il suo banking capital o capitale preso a prestito. Presso le banche con diritto di emissione si aggiungono anche le banconote. Prescinderemo in un primo tempo dai depositi e dalle banconote. È del resto evidente che gli elementi effettivi del capitale del banchiere — denaro, cambiali, fidi di deposito — non mutano per il fatto che essi rappresentano il capitale proprio di quest’ultimo oppure depositi, capitale di terzi. La suddivisione non cambia, sia che egli eserciti la sua attività soltanto con il proprio capitale, sia che la eserciti soltanto con capitale depositato presso lui.

    La forma del capitale produttivo d’interesse è tale che qualsiasi reddito monetario determinato e regolare appare come l’interesse di un capitale, che esso provenga realmente da un capitale oppure no. Il reddito monetario viene prima trasformato in interesse, e con l’interesse si trova poi anche il capitale da cui esso deriva. Allo stesso modo con il capitale produttivo d’interesse ogni somma di valore, quando non è spesa come reddito, appare come capitale; cioè come somma capitale (principal) in contrapposizione all’interesse, reale o possibile, che essa può apportare.

    La cosa è semplice: si supponga che il saggio annuale medio di interesse sia del 5%. Una somma di 5.000 €, trasformata in capitale produttivo d’interesse, apporterebbe quindi annualmente 250 €. Ogni reddito fisso annuale di 250 € viene allora considerato come interesse di un capitale di 5.000 €. Questa concezione tuttavia è e rimane puramente illusoria, eccettuato il caso in cui la fonte dei 250 €, sia essa un semplice titolo di proprietà, un credito, oppure un effettivo elemento di produzione, ad esempio una proprietà terriera, è direttamente convertibile o assume una forma che la rende tale. Prendiamo come esempi il debito pubblico e il salario.

    Lo Stato deve pagare annualmente ai suoi creditori una certa somma di interessi per il capitale preso in prestito. Il creditore non può in questo caso richiedere al suo debitore il capitale ma può soltanto vendere il suo credito, il suo titolo di proprietà. Il capitale stesso è stato consumato, speso dallo Stato. Non esiste più. Per quanto riguarda il creditore dello Stato, egli

    1) possiede un titolo di credito verso lo Stato, supponiamo di 1.000 €.;

    2) vanta un diritto conferitogli da questi titoli di credito sulle entrate annuali dello Stato, ossia sul gettito annuale delle imposte, per un determinato ammontare, poniamo 50 €., ossia il 5%;

    3) può vendere a suo piacimento questo titolo di credito di 1.000 € a terzi. Se il saggio dell’interesse è del 5% e se non vi sono dubbi sulla solvibilità dello Stato, allora il possessore A può di regola vendere a B il suo titoli di credito a 1.000 €., poiché per B non fa differenza alcuna dare in prestito 1.000 € all’interesse annuo del 5% od assicurarsi mediante il pagamento di 1.000 € un tributo annuo di 50 € da parte dello Stato. Ma in tutti questi casi il capitale, di cui il pagamento di 50 € da parte dello Stato è considerato come il frutto (l’interesse) non è che un capitale illusorio, fittizio. Non solamente la somma che è stata data in prestito allo Stato non esiste più. Essa non è ma stata destinata ad essere spesa e investita come capitale, e solo se investita come capitale essa avrebbe potuto trasformarsi in un valore capace di autoconservarsi.

    Per il creditore originario A la parte che gli tocca dell’imposta annuale rappresenta l’interesse del suo capitale, precisamente come per l’usuraio la parte che gli tocca del patrimonio del prodigo, quantunque in entrambi i casi la somma monetaria data in prestito non sia stata spesa come capitale. La possibilità di vendere il suo titolo di credito verso lo Stato rappresenta per la A la possibilità di ricuperare la somma principale. Per quanti riguarda B, secondo il suo punto di vista particolare il suo capitale è investito come capitale produttivo d’interesse. In realtà egli è subentrato semplicemente al posto di A di cui ha acquistato il titoli di credito verso lo Stato. Quale che sia il numero delle transazioni successive, il capitale del debito pubblico rimane un capitale puramente fittizio, ed il giorno in cui questi titoli di credito diventassero invendibili svanirebbe anche l’apparenza di questo capitale. Ciò nonostante, come subito vedremo, questo capitale fittizio ha un suo proprio movimento.

    In contrapposizione al capitale del debito pubblico, dove una grandezza negativa appare come capitale — come in generale il capitale produttivo d’interesse genera le concezioni più insensate, al punto che peresempio i banchieri giungono a concepire i debiti come delle merci — considereremo ora la forza-lavoro. Il salario viene qui concepito come interesse ed in conseguenza la forza-lavoro come il capitale che produce questo interesse. Se, ad esempio, il salario di un anno ammonta 5.000 €. e il saggio d’interesse è del 5%, la forza-lavoro annua viene equiparata ad un capitale di 100.000 €. L’assurdità della concezione capitalistica raggiunge qui il suo apice: la valorizzazione del capitale non viene spiegata con lo sfruttamento della forza-lavoro, ma al contrario, per spiegare la produttività della forza-lavoro si afferma che la forza-lavoro stessa è questa cosa mistica, il capitale produttivi di interesse. Nella seconda metà del XVII sec. (adesempio in Petty) era questa una delle concezioni predilette ed anche ai nostri tempi essa è accolta con grande serietà dagli economisti volgari e soprattutto dagli statistici tedeschi. Sfortunatamente intervengono qui due circostanze a contrastare spiacevolmente questa tesi priva di senso: precisamente il fatto che l’operaio deve lavorare per ricevere questo interesse e che egli inoltre non può convertire in denaro il valore - capitale della sua forza-lavoro trasferendolo ad altri. Il valore annuo della sua forza-lavoro è invece uguale al suo salario medio annuo e ciò che egli deve restituire con il suo lavoro al compratore è questo valore stesso accresciuto del plusvalore ossia valorizzato. Nel sistema schiavistico il lavoratore ha un valore-capitale, precisamente il suo prezzo di acquisto. E se egli viene dato in affitto, chi lo prende in affitto deve innanzi tutto pagare l’interesse del prezzo di acquisto e in più un indennizzo per il logorio annuo del capitale.

    La formazione del capitale fittizio la si chiama capitalizzazione.

    Si capitalizza ogni reddito regolare e periodico, considerandolo in base al saggio medio dell’interesse come provento che verrebbe ricavato da un capitale dato in prestito a questo saggio d’interesse; se ad esempio il reddito annuo corrisponde a 100.000 €. e il saggio d’interesse è del 5%, i 100.000 €. rappresenterebbero allora l’interesse annuo di 2.000.000 €. e questi 2.000.000 €. sono considerate come il valore - capitale del titolo giuridico di proprietà sui 100.000 €. annui. Per colui che acquista questo titolo di proprietà, i 100.000 €. di reddito annuo rappresentano effettivamente il pagamento d’interessi del suo capitale investito al 5%. Svanisce così anche l’ultima traccia di qualsiasi rapporto con l’effettivo processo di valorizzazione del capitale e si consolida l’idea che rappresenta il capitale come automa che si valorizza di per se stesso.

    Anche in quei casi in cui l’obbligazione — il titolo di credito — non rappresenta, come si verifica per il debito pubblico, un capitale puramente illusorio, il valore-capitale di questo titolo è puramente illusorio. Abbiamo visto precedentemente che il sistema del credito produce capitale associato. I titoli di credito sono considerati titoli di proprietà che rappresentano questo capitale. Le azioni delle società ferroviarie, minerarie e di navigazione ecc. rappresentano capitale effettivo, precisamente il capitale investito e operante in queste imprese, oppure la somma monetaria che è stata anticipata dagli azionisti al fine di essere spesa come capitale in tali imprese. Il che tuttavia non esclude affatto che esse possano anche rappresentare delle semplici truffe. Ma questo capitale non ha una duplice esistenza, una volta di valore-capitale dei titoli di proprietà, delle azioni, un’altra di capitale effettivamente investito o da investire in queste imprese. Esso esiste unicamente sotto questa ultima forma e l’azione non è altro che un titolo di proprietà, pro rata (in proporzione) sul plusvalore che verrà realizzato da questo capitale.

    A può vendere questo titolo a B e B cederlo a C.

    Queste transazioni non mutano per nulla la sostanza della cosa.

    A, oppure B, ha in tal caso convertito il suo titolo in capitale, ma C da parte sua ha convertito il suo capitale in un semplice titolo di proprietà sul plusvalore che ci si attende dal capitale azionario.

    Il movimento autonomo del valore di questi titoli di proprietà, non soltanto dei valori di Stato, ma anche delle azioni, consolida l’apparenza che essi costituiscano un capitale reale accanto al capitale o al diritto sul capitale di cui essi sono eventualmente titolo giuridico. Essi si trasformano difatti in merci, il cui prezzo ha un movimento e un modo di fissarsi suoi propri. Il loro valore di mercato differisce dal loro valore nominale, indipendentemente dal cambiamento di valore del capitale effettivo (sebbene in legame col cambiamento della sua valorizzazione). Da un lato il loro valore di mercato oscilla in relazione all’ammontare e alla sicurezza dei proventi ai quali questi titoli danno diritto. Se il valore nominale di una azione, ossi la somma versata che rappresenta l’azione al momento dell’emissione, è di 100 €., e l’impresa frutta il 10% anziché il 5%, il valore di mercato di tale azione, rimanendo invariate le altre circostanze, ad un saggio dell’interesse del 5% si accresce a 200 €., poiché capitalizzata al 5%, essa rappresenta ora un capitale fittizio di 200 € . Colui che l’acquista a 200 €., ritrae da questo investimento d capitale un reddito del 5%. Il contrario si verifica quando gli utili dell’impresa diminuiscono. Il valore di mercato di questi titoli in parte speculativo, essendo determinato non dal provento reale ma dal provento previsto, calcolato in anticipo. Ma se noi supponiamo che la valorizzazione del capitale reale sia costante, oppure nei casi in cui il capitale non esiste, come adesempio accade per i debiti di Stato, supponiamo che il provento annuale sia legalmente determinato ed inoltre sufficientemente sicuro: in tal caso il prezzo di questi titoli aumenta o diminuisce in ragione inversa del saggio dell’interesse. Se il saggio dell’interesse aumenta dal 5 al 10%, un titolo che assicura un provento di 5 €. rappresenta soltanto un capitale di 50 €. Se il saggio dell’interesse si riduce al 2,5%, il medesimo titolo rappresenta un capitale di 200 €. In tutti i casi il suo valore è unicamente il provento capitalizzato, ossia il provento riportato in base al saggio dell’interesse corrente, a un capitale illusorio. In periodi di difficoltà per il mercato monetario, questi titoli subiranno quindi una duplice riduzione di prezzo; innanzitutto perché il saggio dell’interesse aumenta, e in secondo luogo perché essi vengono gettati sul mercato in massa, per essere convertiti in denaro. Tale riduzione di prezzo si verifica indipendentemente dal fatto che il provento assicurato da questi titoli al loro proprietario sia costante come accade per i titoli di Stato, oppure che la valorizzazione del capitale reale che essi rappresentano risenta eventualmente un contraccolpo a causa di una perturbazione del processo di riproduzione come accade per le imprese industriali. In questo ultimo caso alla prima si aggiunge semplicemente una seconda svalutazione. Non appena la burrasca è passata questi titoli riprendono il loro valore precedente, eccettuato il caso in cui si tratti di imprese sfortunate o di bassa speculazione. Il loro deprezzamento durante la crisi agisce come mezzo efficace per l’accentramento dei patrimoni monetari.

    In quanto la diminuzione o l’aumento di valore di questi titoli sono indipendenti dal movimento di valore del capitale reale che essi rappresentano, la ricchezza di una nazione non varia in conseguenza di tale diminuzione o aumento. «Il 23 ottobre 1847 i fondi pubblici e le azioni dei canali e delle ferrovie avevano già subito una svalutazione di 114.752.225 Lst» (Morris, Governatore della Banca d’Inghilterra, deposizione nel rapporto su Commercial Distress 1847-48 [ pag 288, n. 3800]). In quanto la loro svalorizzazione non esprimeva un effettivo arresto della produzione e del traffico sulle ferrovie e sui canali, né l’interruzione di imprese in corso, o lo sperpero di capitale in imprese assolutamente senza valore, la nazione non risultava impoverita di un centesimo in seguito allo scoppio di queste bolle di sapone di capitale monetario nominale.

    Tutti questi titoli non sono in realtà che una accumulazione di diritti, titoli giuridici, sulla produzione futura, e il loro valore monetario o valore non costituisce capitale, come adesempio nel caso del debito pubblico, oppure è determinato in modo completamente indipendente dal valore del capitale reale che essi rappresentano.

    In tutti i paesi a produzione capitalistica esiste una massa enorme di cosiddetto capitale produttivo d’interesse o di moneyed capital sotto questa forma. E per accumulazione del capitale monetario si deve intendere in gran parte esclusivamente l’accumulazione di questi diritti sulla produzione, l’accumulazione del prezzo di mercato, del valore-capitale illusorio di questi diritti.

    Una parte del capitale bancario è dunque investita in questi cosiddetti titoli fruttiferi. Si tratta di una parte del capitale di riserva, che non interviene nelle effettive operazioni di banca. La parte più importante è costituita da cambiali, ossia da promesse di pagamento da parte di capitalisti industriali o di commercianti. Per chi dà denaro in prestito queste cambiali rappresentano titoli fruttiferi; ossia al momento dell’acquisto viene detratto l’interesse per il tempo che manca alla loro scadenza. È questa l’operazione che si chiama sconto. L’entità della detrazione da farsi sulla somma che la cambiale rappresenta dipende dunque dal saggio dell’interesse.

    L’ultima parte del capitale del banchiere consiste infine nella sua riserva monetaria aurea o cartacea. I depositi, quando non siano per stipulazione vincolati per periodi più lunghi, sono sempre a disposizione dei depositanti. Essi sono sottoposti ad una continua fluttuazione. Ritirati dagli uni vengono tuttavia sostituiti dagli altri, cosicché l’ammontare medio generale, in periodi di normalità nel campo degli affari, subisce variazioni di lieve entità.

    I fondi di riserva delle banche, nei paesi a produzione capitalistica sviluppata, esprimono sempre in media l’ammontare del denaro esistente sotto forma di tesoro; e una parte di questo tesoro si compone a sua volta di carta, di semplici buoni sull’oro che non hanno però un valore intrinseco. La maggior parte del capitale del banchiere è dunque puramente fittizia e consiste in titoli di credito (cambiali), titoli di Stato (che rappresentano capitale consumato), e azioni (buoni sui proventi futuri). E non si deve qui dimenticare che il valore monetario del capitale rappresentato da queste carte che giacciono nelle casseforti dei banchieri, anche se sono buoni su proventi sicuri (titoli di Stato) oppure titoli di proprietà su un capitale effettivo (azioni), è puramente fittizio e che esso viene regolato indipendentemente dal valore del capitale effettivo che questi titoli, almeno in parte, rappresentano; e quando questi titoli non rappresentano del capitale ma soltanto dei semplici diritti sui proventi, il diritto su uno stesso provento si esprime in capitale monetario fittizio soggetto a continue modificazioni. A ciò si aggiunge ancora che il capitale fittizio del banchiere rappresenta per la maggior parte non il suo proprio capitale, ma quello del pubblico che l’ha depositato presso di lui, con o senza interessi.

    I depositi sono sempre fatti in denaro, oro, banconote, oppure assegni relativi al denaro in queste due forme. Ad eccezione del fondo di riserva che si accresce o si restringe in relazione ai bisogni della circolazione effettiva, questi depositi si trovano sempre in realtà, da un lato in possesso dei capitalisti industriali e dei commercianti, servendo allo sconto delle loro cambiali ed alla concessione di anticipi in loro favore; dall’altro in possesso di chi traffica in titoli (agenti di Borsa), o in possesso di privati che hanno venduto i loro titoli o in possesso del governo (buoni del Tesoro e nuovi prestiti).

    I depositi stessi hanno una duplice funzione.

    Da un lato, come abbiamo detto ora, essi vengono dati in prestito come capitale produttivo di interesse, e non si trovano quindi nelle casse delle banche ma figurano soltanto nei loro libri come crediti dei depositanti.

    D’altro lato essi figurano come semplici voci di contabilità, in quanto i crediti reciproci dei depositanti si compensano mediante assegni sui loro depositi e vengono reciprocamente annullati: e a questo riguardo è indifferente che i depositi si trovino presso lo stesso banchiere, di modo che questi non fa che addebitare ed accreditare i diversi conti, oppure presso delle banche diverse, che si scambiano reciprocamente i loro assegni e si pagano soltanto le differenze.

    Con lo sviluppo del capitale produttivo d’interesse e del sistema produttivo ogni capitale sembra raddoppiarsi e in alcuni casi triplicarsi a causa dei diversi modi in cui lo stesso capitale o anche soltanto lo stesso titolo di credito appare in forme diverse in mani diverse. La maggior parte di questo «capitale monetario» è puramente fittizio. Ad eccezione del fondo di riserva, tutti i depositi non sono altro che crediti sul banchiere, che non si trovano però mai in deposito. In quanto essi servono alle transazioni di compensazione, hanno la funzione di capitale per i banchieri, dopo che questi li hanno dati in prestito. I banchieri si pagano reciprocamente i rispettivi assegni su depositi che non esistono mediante cancellazione reciproca di questi crediti.

    A. Smith dice a proposito della funzione che il capitale riveste nel prestito monetario: «Anche nell’interesse monetario il denaro è pur sempre, per così dire, soltanto l’ordine di pagamento che trasferisce da una mano all’altra i capitali che i proprietari non si curano di impiegare per conto proprio. Questi capitali possono essere pressoché illimitatamente più grandi dell’importo monetario che serve come strumento del loro trasferimento: le stesse monete servono successivamente a numerosi prestiti diversi, così come a numerosi acquisti diversi. Ad esempio A dà in prestito a W 1.000 €. con cui W acquista immediatamente da B merci per 1.000 €. Poiché B non ha modo di impiegare il denaro egli stesso, dà in prestito le medesime monete a X, con le quali X subito compera da C altre merci per 1.000 €. Nello stesso modo e per il medesimo motivo C dà in prestito il denaro a Y, il quale di nuovo acquista merci da D. Le stesse monete d’oro o di carta possono così servire nel corso di pochi giorni a rendere possibili tre prestiti diversi e tre diversi acquisti» ciascuno dei quali è, per il valore, uguale all’intero ammontare di queste monete. Ciò che i tre possessori di denaro A, B e C hanno trasferito ai tre che hanno preso in prestito, W, X e Y, è il potere di compiere tali acquisti.

    In questo potere consiste tanto il valore quanto l’utilità di questi prestiti.

    Il capitale dato in prestito dai tre possessori di denaro è uguale al valore delle merci che possono essere con esso acquistate e tre volte maggiore del valore del denaro con cui gli acquisti sono fatti. Nonostante ciò tutti questi prestiti possono essere del tutto sicuri, poiché le merci acquistate con essi dai diversi debitori sono impiegate in tal modo che esse, dopo un certo tempo, portano un uguale valore in oro od in carta moneta, unitamente ad un profitto. E come gli stessi pezzi di denaro possono servire a rendere possibili prestiti diversi per un ammontare corrispondente a tre o anche a trenta volte il loro valore, essi possono allo stesso modo servire successivamente come mezzo del rimborso» ( [Wealth of Nations] Libro II, cap. IV [ Ediz. Wakefield, Londra, 1835-1839, voI. 2, p. 400 sgg.]).

    Poiché la medesima moneta può servire, secondo la velocità della sua circolazione, a diversi acquisti, essa può parimenti servire a diversi prestiti, poiché gli acquisti la portano da una mano all’altra, e il prestito non è che un trasferimento da una mano all’altra senza l’intermediario dell’acquisto. Per ogni venditore il denaro rappresenta la forma trasmutata della sua merce; al giorno d’oggi, in cui ogni valore è espresso come valore-capitale, rappresenta successivamente nei diversi prestiti diversi capitali il che esprime semplicemente in altre parole la precedente affermazione secondo la quale il denaro può successivamente realizzare diversi valori-merce. AI tempo stesso esso serve come mezzo di circolazione per far passare da una mano all’altra i capitali materiali. Nei prestiti esso non passa da una mano all’altra come mezzo di circolazione. Finchè rimane nelle mani di chi fa il prestito, esso non è, in sua mano, mezzo di circolazione, ma esistenza di valore del suo capitale. E in questa forma egli lo trasferisce nel prestito a un terzo. Qualora A avesse dato in prestito il denaro a B e B a C senza la mediazione degli acquisti, allora lo stesso denaro non rappresenterebbe tre capitali, ma uno soltanto, soltanto un valore-capitale.

    Il numero dei capitali che esso rappresenta effettivamente dipende dal numero delle volte in cui esso opera come forma di valore di capitali-merce diversi.

    Quello che A. Smith dice per i prestiti in generale, vale anche per i depositi, i quali sono appunto solo una denominazione particolare dei prestiti che il pubblico fa ai banchieri. Le stesse monete possono servire da strumento per un qualsivoglia numero di depositi.

    «È assolutamente vero che le 1.000 Lst. che un tale deposita oggi presso A, domani vengono di nuovo spese e costituiscono un deposito presso B. Il giorno dopo, date in pagamento da B, esse possono costituire un deposito presso C e così via all’infinito. Le stesse 1.000 Lst. in denaro possono quindi, tramite una serie di trasferimenti, moltiplicarsi in un numero assolutamente indeterminabile di depositi. È quindi possibile che i 9/10 di tutti i depositi del Regno Unito non esistano se non come voci nei registri dei banchieri, che da parte loro ne debbono tenere conto... Così ad esempio in Scozia, dove la circolazione monetaria non superava mai i 3 milioni di Lst., i depositi però erano di 27 milioni. Ora, a meno che non si verifichi un assalto generale alle banche per ritirare i depositi, le medesime 1.000 Lst., seguendo il loro cammino di ritorno, potrebbero con altrettanta facilità servire al rimborso di una somma parimenti indeterminata. Poiché le medesime 1.000 Lst., con cui una persona oggi paga un debito a un negoziante, possono servire domani a questi per pagare ciò che deve al commerciante e il giorno dopo a pagare il debito del commerciante alla banca e così via senza fine; in tal modo le stesse 1.000 Lst. possono passare di mano in mano e da banca a banca e compensare qualsiasi somma di depositi» (The Currency Theory Reviewed, p. 62, 63).

    Quello che accade per il sistema creditizio, dove tutto si raddoppia e si triplica trasformandosi in una pura chimera, si verifica anche per il fondo di riserva, dove si credeva finalmente di afferrare qualche cosa di solido.

    Ascoltiamo di nuovo il sig. Morris, governatore della Banca d’Inghilterra: «Le riserve delle banche private sono in mano alla Banca d’Inghilterra sotto forma di depositi. Il primo effetto di un deflusso d’oro sembra colpire soltanto la Banca d’Inghilterra: ma esso si ripercuoterebbe parimenti sulle riserve delle altre banche, poiché si tratta del deflusso di una parte della riserva che esse hanno nella nostra banca. Si avrebbe una ripercussione analoga sulle riserve di tutte le banche provinciali» (Commercial Distress, 1847-48 [p.277, nn. 3639 e 3642]). In definitiva, dunque, tutti i fondi di riserva si risolvono in realtà nel fondo di riserva della Banca d’Inghilterra . Ma anche questo fondo di riserva a sua volta ha una duplice esistenza. Il fondo di riserva del banking department è uguale all’eccedenza delle banconote che la Banca è autorizzata ad emettere sulle banconote che si trovano in circolazione. Il massimo legale delle banconote che possono essere emesse è 14 milioni (per i quali non è richiesta alcuna riserva metallica; corrisponde approssimativamente all’ammontare del debito dello Stato verso la Banca) più l’ammontare della riserva di metallo prezioso della Banca. Se dunque questa riserva è di 14 milioni Lst., la Banca può emettere 28 milioni di Lst. in banconote e, se ne circolano 20 milioni, il fondo di riserva del banking department = 8 milioni. Questi 8 milioni di banconote costituiscono perciò legalmente il capitale bancario di cui la Banca può disporre ed al tempo stesso il fondo di riserva a garanzia dei suoi depositi. Ora, se si verifica un deflusso di oro che diminuisce la riserva metallica di 6 milioni — il che comporterebbe la distruzione di altrettante banconote — la riserva del banking department si ridurrebbe di conseguenza da 8 a 2 milioni. Da un lato la Banca aumenterebbe di molto il suo saggio dell’interesse; d’altro lato le banche che hanno dei depositi presso la Banca d’Inghilterra e gli altri depositanti vedrebbero diminuire di molto il fondo di riserva a garanzia dei propri crediti presso la Banca. Nel 1857 le quattro più importanti banche azionarie di Londra minacciavano, qualora la Banca d’Inghilterra non ottenesse una «Lettera del Governo» che dichiarasse sospeso il Bank Act del 1844 (La sospensione del Bank Act del 1844 dà facoltà alla Banca di emettere banconote in quantità indeterminata, senza riguardo alla copertura aurea che essa possiede: di creare quindi delle quantità indefinite di capitale monetario cartaceo, fittizio e di fare su questo capitale degli anticipi alle banche ed agli agenti di cambi e, per tramite loro, al commercio [FE]), di richiedere i loro depositi, misura questa che avrebbe significato la bancarotta del banking department. In tal modo il banking department può fallire, come accadde nel 1847, mentre milioni a volontà (adesempio 8 milioni ne 1847) giacciono nel issue department come garanzia per la convertibilità delle banconote in circolazione. Ma anche questo è illusorio.

    «La maggior parte dei depositi dei quali i banchieri stessi non hanno una richiesta immediata, passano nelle mani dei bill-brokers (letteralmente agenti di cambio, in realtà mezzi banchieri) che danno al banchiere, a garanzia dell’anticipo da lui concesso, cambiali commerciali, che essi hanno già scontato per gente di Londra o della provincia. Il bill-broker è responsabile presso il banchiere del rimborso di questo money at call (denaro che è rimborsabile immediatamente a richiesta); e questi affari hanno preso un tale volume che il signor Neave, l’attuale Governatore della Banca (d’Inghilterra, nella sua deposizione afferma: noi sappiamo che un broker disponeva di 5 milioni ed abbiamo fondati motivi per ritenere che un altro aveva fra gli 8 e i 10 milioni; uno ne aveva 4, un altro 3,5 e un terzo più di 8. Io parlo di depositi presso i brokers» (Repor of Committee on Bank Acts, 1857-58, p. V, paragrafo n. 8).

    «I bill-brokers di Londra... conducevano i loro vastissimi affari senza avere nessuna riserva contante; essi si basavano sugli incassi delle loro cambiali che venivano di volta in volta a scadenza o, in caso di bisogno, sulla loro facoltà di ottenere degli anticipi dalla Banca d’Inghilterra contro deposito delle cambiali da essi scontate» [ivi, p. VII, paragrafo n. 17]. «Due società di bill-brokers di Londra sospesero i loro pagamenti nel 1847; ambedue ripresero più tardi la loro attività. Nel 1857 di nuovo la sospesero. Il passivo d una società nel 1847 in cifra tonda ammontava a 2.683.000 Lst. con un capitale di 180.000 Lst.; nel 1857 il suo passivo era di 5.300.00 Lst., mentre il capitale con ogni probabilità non ammontava a più di un quarto di quello che era stato nel 1847. Il passivo dell’altra società oscillava fra i 3 e i 4 milioni con un capitale di non più d 45.000 Lst» (ivi, p. XXI, paragrafo n. 52).
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    Predefinito Rif: Finanza, banche, moneta: la fondamentale analisi marxiana

    CAP. 30

    CAPITALE MONETARIO E CAPITALE EFFETTIVO (1)

    Le uniche questioni difficili che devono ora essere esaminate in rapporto al sistema creditizio sono le seguenti:
    Primo: l’accumulazione del capitale monetario propriamente detto.
    Fino a qual punto essa è o non è un indice della effettiva accumulazione del capitale, ossia della riproduzione allargata?
    La cosiddetta pletora di capitale, espressione questa che viene usata sempre unicamente in riferimento al capitale produttivo d’interesse ossia al capitale monetario, è soltanto un modo particolare per designare la sovrapproduzione industriale o costituisce uno speciale fenomeno collaterale?
    Questa pletora, questa offerta eccessiva di capitale monetario coincide con l’esistenza di masse monetarie stagnanti (lingotti, moneta aurea e banconote) di modo che tale sovrabbondanza di denaro reale è effettivamente espressione e manifestazione di questa pletora di capitale disponibile per il prestito?
    Secondo: fino a qual punto la difficoltà monetaria, ossia la mancanza di denaro disponibile per il prestito, esprime la mancanza di capitale reale (capitale-merce e capitale produttivo)?
    E fino a qual punto, d’altro lato, essa coincide con la mancanza di denaro in quanto tale, mancanza di mezzi di circolazione?
    La forma particolare dell’accumulazione del capitale monetario e del patrimonio monetario, di cui ci siamo in generale fino ad ora occupati, si è risolta in definitiva in una accumulazione dei diritti della proprietà sul lavoro. L’accumulazione del capitale del debito pubblico non esprime altro, come si è visto, che il rafforzarsi di una classe di creditori di Stato autorizzati a prelevare a loro favore certe somme sul gettito delle imposte (I titoli di Stato non sono altro che il capitale immaginario rappresentante la parte determinata del reddito annuo destinata al pagamento dei debiti. Un capitale di pari grandezza è stato sprecato; tale capitale serve da denominatore al prestito, ma non è quello rappresentato dai valori di Stato, poiché esso ormai non esiste più. Frattanto dal lavoro dell’industria devono sorgere nuove ricchezze; una quota annua di tali ricchezze viene assegnata in anticipo a coloro che avevano prestato quelle ricchezze sprecate; tale quota viene tolta per mezzo delle imposte a coloro che producono le ricchezze per essere distribuita ai creditori dello Stato e, in base al rapporto in uso nel paese fra il capitale e l’interesse, si suppone un capitale immaginario di una grandezza pari a quella del capitale da cui potrebbe derivare la rendita annua che i creditori devono ricevere (SISMONDI, Nouveaux Principes [Parigi 1819], II, p. 229 e 230).
    In questo, cioè nel fatto che perfino una accumulazione di debiti possa apparire come accumulazione di capitale, si manifesta nella sua pienezza il capovolgimento che avviene nel sistema creditizio. Questi titoli di credito che sono rilasciati in cambio del capitale dato originariamente in prestito e da tempo speso, questi duplicati cartacei di capitale distrutto, esercitano per chi li possiede la funzione di capitale, in quanto sono merci vendibili e perciò possono essere ritrasformati in capitale.
    I titoli di proprietà su imprese di società, ferrovie, miniere ecc., sono effettivamente, come noi abbiamo parimenti visto, titoli su capitale effettivo. Ciò nondimeno essi non permettono di disporre di questo capitale, che non può venir ritirato: conferiscono semplicemente diritti legali su una parte del plusvalore che dovrà essere da esso creato. Ma anche questi titoli diventano un duplicato cartaceo del capitale effettivo; come se la polizza di carico avesse un valore indipendentemente dal carico e contemporaneamente ad esso. Essi si trasformano in rappresentanti nominali di capitali inesistenti. Poiché il capitale effettivo esiste indipendentemente da esse e non muta affatto di mano se questi duplicati cambiano di mano. Essi diventano forme di capitale produttivo d’interesse, non soltanto perché assicurano certi proventi anche perché con la vendita si può effettuarne il rimborso come valori-capitale. In quanto l’accumulazione di questi titoli esprime l’accumulazione di ferrovie, miniere, navi ecc., essa esprime l’allargamento del processo effettivo di riproduzione, precisamente come l’ampliamento di un ruolo d’imposta, ad esempio quello che riguarda la proprietà mobiliare, è un indice della espansione di tali beni mobili. Ma in quanto duplicati, che sono essi stessi negoziabili come merci e circolano quindi come valori - capitale, essi sono fittizi e il loro valore può accrescersi o diminuire con un movimento del tutto indipendente da quello del valore del capitale effettivo di cui sono titoli. Il loro valore, ossia la loro quotazione in borsa, ha necessariamente una tendenza al rialzo quando il saggio dell’interesse diminuisce, poiché ciò, indipendentemente dai movimenti propri del capitale monetario, è semplice conseguenza della caduta tendenziale del saggio del profitto; di modo che questa ricchezza immaginaria, già per questo motivo cresce nel corso dello sviluppo della produzione capitalistica, in conseguenza dell’aumento di valore di ognuna delle sue parti aliquote, aventi determinato valore nominale originario (Una parte del capitale monetario accumulato disponibile per il prestito non è in realtà che una semplice espressione di capitale industriale. Se, ad esempio, l’Inghilterra verso il 1857 ha investito 80 milioni di Lst. nelle ferrovie americane ed in altre imprese, questo investimento fu quasi interamente reso possibile dalla esportazione di merci inglesi, per le quali gli americani non dovevano effettuare alcun rimborso. L’esportatore inglese spiccò per queste merci cambiali sull’America, che furono acquistate dagli azionisti inglesi e spedite in America in pagamento dell’importo delle azioni). I profitti e le perdite provenienti dalle oscillazioni di prezzo di questi titoli di proprietà, come pure il loro accentramento nelle mani di re delle ferrovie ecc., diventano sempre più, secondo la natura delle cose, risultato del giuoco, che si presenta, invece del lavoro, come il modo originario di appropriarsi il capitale e prende anche il posto della violenza diretta. Questo tipo di patrimonio monetario fittizio non rappresenta soltanto, come abbiamo già accennato, una parte considerevole del patrimonio monetario dei privati, ma anche del capitale bancario.
    Si potrebbe — e di ciò facciamo qui solo un rapido cenno - intendere per accumulazione del capitale monetario anche l’accumulazione della ricchezza in mano dei banchieri (il cui mestiere consiste nel dare il denaro in prestito) intermediari fra i capitalisti monetari privati da un lato e lo Stato, i comuni, coloro che prendono in prestito per la riproduzione, dall’altro; poiché essi sfruttano tutta l’enorme espansione del sistema creditizio, tutto il credito, come se fosse loro capitale privato. Questi tali possiedono il capitale e i redditi sempre in forma di denaro o in forma di crediti su denaro. L’accumulazione del patrimonio di questa classe può svilupparsi di per se stessa in una direzione molto diversa da quella dell’accumulazione reale, dimostrando però in ogni caso che questa classe intasca una buona parte dell’accumulazione reale.
    Riassumendo in termini più concisi la questione: i titoli di Stato, le azioni e gli altri titoli di qualsiasi tipo sono sfere d’investimento per il capitale prestabile, per il capitale che è destinato a diventare produttivo d’interesse. Esse sono forme con cui il capitale è data in prestito. Ma non rappresentano esse stesse il capitale da prestare, di cui costituiscono l’investimento.
    D’altro lato per quanto riguarda la funzione che il credito esercita nel processo di riproduzione: ciò di cui l’industriale e il commerciante hanno bisogno quando vogliono scontare una cambiale oppure contrarre un prestito, non sono le azioni né i titoli di Stato. Ciò di cui essi hanno bisogno è il denaro. Essi impegnano o vendono dunque quei titoli quando non è possibile procurarsi il denaro in altro modo.
    È precisamente dell’accumulazione di questo capitale da darsi in prestito che ci dobbiamo qui occupare e in particolare di quella del capitale monetario prestabile.
    Non si tratta qui del prestito di case, di macchine o di altro capitale fisso. Non si tratta neppure di anticipi che gli industriali o i commercianti si fanno reciprocamente sotto forma di merci, nel quadro del processo di riproduzione, punto questo che dovrà tuttavia esser da noi analizzato prima o dopo; si tratta esclusivamente, dei prestiti monetari che i banchieri nella loro qualità d’intermediari concedono agli industriali e ai commercianti.
    Analizziamo dunque innanzitutto il credito commerciale, ossia il credito che i capitalisti occupati nella riproduzione si accordano reciprocamente.
    Esso costituisce la base del sistema creditizio. Suo rappresentante è la cambiale, titolo di credito con termine di pagamento determinato, document of deferred payment (Documento di pagamento differito ). Ognuno fa credito con una mano, e riceve credito con l’altra.
    Prescindiamo completamente, per ora, dal credito bancario, che costituisce un momento assolutamente distinto essenzialmente diverso. Nella misura in cui queste cambiali circolano di nuovo come mezzo di pagamento fra i commercianti stessi, passando dall’uno all’altro attraverso la girata, nella quale però non interviene lo sconto, non vi è altro che trasferimento del titolo di credito da A a B, e nulla muta assolutamente nella sostanza. Ciò pone soltanto una persona al posto di un’altra. E perfino, in questo caso, la liquidazione può avvenire senza l’intervento di denaro. Il filandiere A per esempio ha una cambiale da pagare al mediatore di cotone B, e questi all’importatore C. Ora se C, come si verifica abbastanza sovente, è al tempo stesso esportatore di filati, egli può allora acquistare il filato da A con una cambiale e a sua volta il filandiere A può pagare il mediatore B con la cambiale ricevuta in pagamento da C. In questo caso al massimo si deve pagare un saldo di denaro. Tutta la transazione media allora soltanto lo scambio di cotone e di filati. L’esportatore rappresenta soltanto il filandiere, il mediatore di cotone il piantatore di cotone.
    A proposito del ciclo di questo credito puramente commerciale si devono fare due osservazioni.
    Primo: Il saldo di questi titoli di credito reciproci dipende dal riflusso del capitale; vale a dire da M — D, che è soltanto prorogato. Se il filandiere ha ricevuto una cambiale dal fabbricante di cotonati, questi sarà in grado di pagare non appena sia riuscito a vendere nel frattempo i cotonati che egli ha sul mercato. Se il trafficante di grano ha dato una cambiale al suo agente, questi può pagare il denaro se nel frattempo il grano viene venduto al prezzo previsto. Questi pagamenti dipendono quindi dalla fluidità della riproduzione, ossia del processo di produzione e di consumo. Ma poiché i crediti sono reciproci, la solvibilità di ognuno dipende al tempo stesso dalla solvibilità di un altro; poiché ciascuno al momento di emettere la sua cambiale può aver calcolato sul riflusso del capitale nella propria impresa o sul riflusso nell’impresa di un terzo che nel frattempo gli deve pagare una cambiale. Indipendentemente dalla prospettiva di tali riflussi, il pagamento può essere possibile unicamente con il capitale di riserva che il traente di una cambiale tiene a disposizione per far fronte ai suoi impegni nel caso che tali riflussi ritardino.
    Secondo: Questo sistema creditizio non elimina la necessità dei pagamenti in denaro contante. Vi sono innanzitutto delle spese che devono sempre essere pagate in contanti, salari, imposte, ecc. Può anche darsi, ad esempio, che B, che ha ricevuto da C una cambiale come pagamento, debba egli stesso, prima che questa cambiale venga a scadenza, soddisfare una cambiale che gli è scaduta con D, ed a tal fine deve avere del denaro in contanti. Un ciclo così completo della riproduzione come quello che abbiamo sopra presupposto fra il piantatore di cotone e il filandiere, e viceversa, può costituire soltanto un’eccezione e deve sempre essere interrotto in molti punti. Abbiamo visto che nel processo di riproduzione (Libro II, sez. III) i produttori del capitale costante si scambiano in parte tra loro capitale costante. Le cambiali si possono perciò più o meno compensare. Lo stesso fatto si verifica secondo la linea ascendente della produzione, quando il mediatore di cotone spicca cambiali sul filandiere, il filandiere sul fabbricante di cotonati, questi sull’esportatore, questi a sua volta sull’importatore (forse ancora di cotone). Ma non vi è contemporaneamente ciclo delle transazioni e quindi il cerchio dei crediti non si chiude. Il credito, ad esempio, del filandiere verso il tessitore non viene saldato dal credito che il commerciante di carbone ha verso il costruttore di macchine; il filandiere non ha mai nella sua impresa da avanzare pretese di compensazione sul costruttore di macchine, perché il suo prodotto, il filo, non entra come elemento nel processo di riproduzione di quest’ultimo. Tali crediti devono quindi essere saldati in denaro.

    I confini di questo credito commerciale, considerati isolatamente, sono:
    1) La ricchezza degli industriali e dei commercianti, ossia la loro disponibilità di capitale di riserva nel caso che i riflussi ritardino;
    2) Questi riflussi stessi possono ritardare di qualche tempo, oppure può accadere che i prezzi delle merci nel frattempo diminuiscono, come pure che le merci rimangano momentaneamente invendibili a causa di un ingorgo dei mercati. Quanto più lontana è la scadenza della cambiale tanto maggiore deve essere il capitale di riserva, e tanto maggiore è la possibilità di una diminuzione o di un ritardo nel riflusso in seguito a una caduta dei prezzi o alla saturazione dei mercati. Inoltre quanto più la transazione originaria era determinata da speculazioni al rialzo o al ribasso del prezzo delle merci, tanto più incerti sono i rientri.

    Ma è chiaro che con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro e quindi della produzione su vasta scala,
    1) i mercati si estendono e si allontanano dal luogo di produzione,
    2) i crediti in conseguenza devono essere a più lunga scadenza, e, quindi,
    3) l’elemento della speculazione deve impadronirsi sempre più delle transazioni.

    La produzione su vasta scala e destinata a mercati lontani getta il prodotto complessivo nelle mani del commercio; ma è impossibile che il capitale della nazione si raddoppi così da permettere al commercio da solo di acquistare con capitale proprio tutto il prodotto complessivo nazionale e rivenderlo. Il credito è dunque qui indispensabile; il credito, il cui volume si espande con l’accrescersi del valore della produzione e la cui durata si prolunga con il progressivo allontanarsi dei mercati. Si produce qui un’azione reciproca. Lo sviluppo del processo di produzione amplia il credito, e il credito a sua volta porta all’ampliamento delle operazioni commerciali e industriali.
    Se noi esaminiamo ora questo credito, separatamente dal credito bancario, è evidente che esso aumenta con l’espansione del capitale industriale stesso. Capitale da prestito e capitale industriale sono qui identici; i capitali dati in prestito sono dei capitali-merce, destinati al definitivo consumo individuale, oppure alla sostituzione degli elementi costanti del capitale produttivo. Ciò che quindi appare qui come capitale dato in prestito è sempre capitale che si trova in una fase determinata del processo di riproduzione, ma che la compravendita fa passare di mano in mano, mentre l’equivalente rispettivo viene pagato dal compratore solo più tardi, alla scadenza pattuita.
    Il cotone, ad esempio, passa contro cambiale al filandiere, i filati a loro volta contro cambiale al fabbricante di cotonati, questi cotonati contro cambiale al commerciante, poi contro cambiale all’esportatore, per finire, sempre contro cambiale, nelle mani di un commerciante delle Indie che li vende per acquistare, per esempio, dell’indaco, e così via. Durante questi passaggi da una mano all’altra, il cotone compie la sua trasformazione in cotonati che vengono infine trasportati in India, scambiato con dell’indaco che è spedito in Europa per essere qui immesso nuovamente nella riproduzione. Le diverse fasi del processo di riproduzione sono qui mediate dal credito, senza che il filandiere abbia pagato i cotonati, il fabbricante di cotonati i filati, il commerciante i cotonati, ecc. Nelle prime fasi del suo processo, la merce, ossia il cotone, passa attraverso le sue diverse fasi di produzione, e questo passaggio è mediato dal credito. Ma quando il cotone ha ricevuto nella produzione la sua forma definitiva di merce, il medesimo capitale-merce passa soltanto fra le mani di vari commercianti, i quali ne curano il trasporto verso il mercato lontano: l’ultimo di essi lo vende infine al consumatore e acquista in cambio altre merci che entrano nel consumo oppure nel processo di riproduzione.

    Occorre quindi distinguere due fasi: nella prima, il credito è l’intermediario di effettive fasi successive della produzione del medesimo articolo; nella seconda, rende semplicemente possibile il trasferimento, che include il trasporto dalle mani di un commerciante a quelle dell’altro, quindi l’atto M — D. Ma anche in questa seconda fase la merce si trova pur sempre nel l’atto di circolazione, ossia in una fase del processo di riproduzione.
    In conseguenza, ciò che viene qui dato in prestito non è mai capitale inattivo, ma capitale che deve mutare forma tra le mani del suo possessore, per il quale esso ha esclusivamente la forma di capitale-merce, ossia di capitale che deve essere ritrasformato e, almeno in un primo tempo, convertito in denaro. È quindi la metamorfosi della merce che viene qui mediata dal credito e non soltanto l’atto M — D, ma anche D — M e l’effettivo processo di produzione.
    Credito abbondante nel ciclo riproduttivo — a prescindere dal credito bancario — non significa che vi sia molto capitale inattivo che è offerto in prestito e cerca investimenti che diano ampi profitti; indica al contrario una grande attivazione di capitale nel processo di riproduzione.
    Il credito media qui dunque:
    I) per quanto riguarda i capitalisti industriali, il passaggio del capitale industriale da una fase all’altra, il legame delle diverse sfere di produzione connesse e concatenate l’una con l’altra;
    2) per quanto riguarda i commercianti, il trasporto e il trasferimento delle merci da una mano all’altra fino alla loro vendita definitiva per denaro o al loro scambio con un’altra merce.

    L’estensione massima del credito corrisponde in questo caso alla più completa utilizzazione del capitale industriale, ossia alla esplicazione più intensa possibile della sua forza di riproduzione, senza riguardo ai limiti del consumo. Questi limiti del consumo vengono allargati dalla intensificazione del processo di riproduzione stesso, che da un lato accresce il consumo di reddito da parte degli operai e dei capitalisti, d’altro lato si identifica con l’intensificazione del consumo produttivo. Fino a che il processo di riproduzione fluisce normalmente ed assicura in tal modo i riflussi, questo credito si mantiene e si amplia, e questo ampliamento è fondato sull’ampliamento del processo stesso della riproduzione. Non appena subentra un ristagno provocato da ritardo dei riflussi, da saturazione dei mercati, da caduta dei prezzi, la sovrabbondanza di capitale industriale persiste sempre, ma in forma che non gli permette di adempiere alla sua funzione. Massa di capitale-merce, ma invendibile. Massa di capitale fisso, ma in gran parte inattivo a causa del ristagno della riproduzione. Il credito si contrae:
    1) perché questo capitale è inattivo, ossia ristagna in una delle fasi della sua riproduzione, perché non può compiere la sua metamorfosi;
    2) perché è infranta la fiducia nella fluidità del processo di riproduzione;
    3) perché diminuisce la domanda di questo credito commerciale.
    Il filandiere che restringe la sua produzione e ha in magazzino una grande quantità di filo invenduto, non ha bisogno di acquistare del cotone a credito; il commerciante non ha bisogno di acquistare delle merci a credito, avendone a disposizione più del necessario. Quando subentra quindi una perturbazione in questa espansione o anche soltanto nella normale intensità del processo di riproduzione, si verifica contemporaneamente una mancanza di credito; diventa più difficile acquistare merci a credito. La richiesta di pagamento in contanti e la cautela nella vendita a credito sono tuttavia fenomeni particolarmente caratteristici nella fase del ciclo industriale che segue una crisi. Durante la crisi stessa, quando ognuno ha da vendere ma non può vendere ed è tuttavia costretto a vendere per far fronte ai pagamenti, è la massa non del capitale inattivo in cerca di investimento, ma del capitale ostacolato nel suo processo di riproduzione, che raggiunge il suo massimo proprio quando anche la mancanza di credito raggiunge il suo culmine (e quindi il saggio di sconto per il credito bancario raggiunge il suo massimo). Il capitale già investito si trova infatti inattivo in grandi quantità, perché il processo di riproduzione ristagna. Le fabbriche rimangono ferme, le materie prime si accumulano, i prodotti finiti saturano il mercato di merci. Non vi è quindi nulla di più errato che attribuire tale stato di cose a una mancanza di capitale produttivo. Si ha, al contrario, una sovrabbondanza di capitale produttivo, sia in rapporto alla scala normale, ma momentaneamente contratta della riproduzione, sia in rapporto al consumo paralizzato. Supponiamo che tutta quanta la società si componga unicamente di capitalisti industriali e di operai salariati. Facciamo inoltre astrazione dalle variazioni di prezzo che impediscono a grandi porzioni del capitale totale di ricostituirsi nelle loro condizioni medie e che a causa della concatenazione generale di tutto quanto il processo di produzione, quale viene sviluppato particolarmente dal credito devono necessariamente provocare dei ristagni generali, sempre momentanei. Facciamo parimenti astrazione dagli affari puramente apparenti e dalle transazioni a carattere speculativo che il sistema creditizio stimola. Una crisi potrebbe allora trovare una spiegazione unicamente in una sproporzione della produzione nei diversi rami e in una sproporzione fra il consumo dei capitalisti stessi e la loro accumulazione. Ma, allo stato attuale delle cose, la ricostituzioni dei capitali impiegati nella produzione dipende soprattutto dalla capacità di consumo delle classi non produttive; mentre la capaciti di consumo dei lavoratori è limitata in parte dalle leggi del salario in parte dal fatto che essi vengono impiegati soltanto fino a quando possono essere impiegati con profitto per la classe dei capitalisti.
    La causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre la povertà e la limitazione di consumo delle masse in contrasto con la tendenza della produzione capitalistica a sviluppare le forze produttive a un grado che pone come unico suo limite la capacità di consumi assoluta della società.
    Di una reale mancanza di capitale produttivo, almeno presso nazioni capitalisticamente sviluppate, si può parlare unicamente in caso di cattivi raccolti generali sia dei prodotti alimentari di prima necessità, sia delle più importanti materie prime industriali. Ma a questo credito commerciale viene ad aggiungersi il credito monetario propriamente detto. Gli anticipi che gli industriali ed i commercianti si fanno reciprocamente vengono complicati dagli anticipi monetari che ad essi fanno i banchieri e coloro che danno denaro a prestito. Nello sconto delle cambiali l’anticipo è puramente nominale. Un fabbricante vende il suo prodotto contro cambiale che egli sconta presso un bill-broker. Quest’ultimo non fa in realtà che anticipare il credito del suo banchiere, che a sua volta gli anticipa il capitale monetario dei suoi depositanti rappresentati dagli stessi industriali e commercianti, ma anche da operai (per mezzo delle casse di risparmio), da proprietari terrieri che vivono di rendita e dalle altre classi improduttive. Si elimina così per ogni singolo fabbricante o commerciante la necessità di un forte capitale di riserva, come pure la loro dipendenza dai riflussi effettivi. D’altra parte però, l’intero processo viene complicato, in parte dalla semplice speculazione cambiaria, in parte dalle transazioni mercantili che hanno per scopo la pura e semplice fabbricazione di cambiali, a tal punto che l’apparenza di una impresa molto solida e di riflussi sicuri, può tranquillamente continuare ad esistere, anche dopo che in realtà i riflussi sono stati compiuti già da lungo tempo soltanto a spese in parte di prestatori, in parte di produttori, truffati gli uni e gli altri. Per questo l’impresa appare sempre quasi eccessivamente sana proprio immediatamente prima del crollo. La prova migliore ci viene fornita ad esempio dai Reports on Bank Acts del 1857 e del 1858, nei quali tutti i direttori di banca, commercianti, in breve tutti i competenti invitati a testimoniare, Lord Overstone in testa, si congratulavano vicendevolmente per la prosperità e solidità degli affari — proprio un mese prima che scoppiasse la crisi nell’agosto 1857. E, fatto curioso, nella sua History of Prices, Tooke, lo storico di quella crisi, fa rivivere ancora una volta questa illusione. Gli affari sono sempre sanissimi e il loro svolgimento progredisce ad un ritmo favorevole fino a che il crollo avviene tutto in una volta. Torniamo ora all’accumulazione del capitale monetario.
    Non ogni aumento del capitale monetario prestabile indica una effettiva accumulazione di capitale o di allargamento del processo di riproduzione. Ciò si manifesta con particolare evidenza nella fase del ciclo industriale che segue immediatamente il superamento della crisi, quando il capitale da prestito rimane in massa inattivo. In questo periodo, durante il quale il processo di produzione è limitato (dopo la crisi del 1847 la produzione dei distretti industriali inglesi presentava la riduzione di un terzo), e i prezzi delle merci toccano il loro livello più basso, mentre lo spirito d’intrapresa è paralizzato, noi vediamo che il saggio dell’interesse è ridotto ad un livello basso, sintomo questo che indica semplicemente l’incremento del capitale da prestito dovuto proprio alla concentrazione ed alla paralisi del capitale industriale. Il fatto che, da un lato, con la caduta dei prezzi delle merci, la contrazione delle transazioni e la diminuzione del capitale investito in salari, venga richiesta una quantità minore di mezzi di circolazione; che, d’altro lato, dopo la liquidazione dei debiti contratti all’estero in parte col deflusso di oro e in parte con la bancarotta, non vi sia richiesta di denaro supplementare per la funzione di moneta mondiale, che infine il volume degli affari condotti mediante sconti cambiari si riduca in proporzione al numero e all’ammontare di queste cambiali stesse, — tutto ciò è evidente. La domanda di capitale monetario da prestito, sia come mezzo di circolazione, sia come mezzo di pagamento (di nuovi investimenti di capitale non è ancora il caso di parlare) si riduce, di modo che esso è relativamente abbondante: ma anche l’offerta del capitale monetario da prestito si accresce positivamente, in tali circostanze, come vedremo più tardi. È cosi che dopo la crisi del 1847 regnava «una riduzione degli scambi ed una grande sovrabbondanza di denaro» (Commercial Distress, 1847-48, Deposizione n. 1664). Il saggio dell’interesse era molto basso a causa «dell’annientamento quasi completo del commercio e della impossibilità pressochè assoluta di investire il denaro» (ivi p. 21 [n 231]. Testimonianza di Hodgson, direttore della Royal Bank di Liverpool). Quali assurdità questi signori (e Hodgson è pur sempre uno dei migliori) vadano raccontando per spiegarsi questo fatto, si può dedurre dalla frase seguente: «La scarsità del denaro (1847) aveva la sua origine in una effettiva riduzione del capitale monetario nel paese, dovuta in parte alla necessità di pagare in oro le importazioni provenienti da tutti i paesi del mondo, e in parte alla conversione del capitale di circolazione (floating capital) in capitale fisso» [ p. 39, nn.464, 466]. Non è possibile comprendere in qual modo la conversione del capitale di circolazione in capitale fisso possa far diminuire il capitale monetario del paese: poiché nelle ferrovie, ad esempio, nelle quali allora era stato principalmente investito capitale, l’oro o la carta moneta non furono materialmente usati per costruire viadotti o rotaie, e il denaro per le azioni ferroviarie, in quanto depositato semplicemente a copertura dei pagamenti, adempiva esattamente la stessa funzione di tutto l’altro denaro depositato presso le banche ed accresceva per di più, sia pure momentaneamente, il capitale monetario da prestito, come abbiamo già precedentemente messo in rilievo; nella misura in cui poi questo denaro fu effettivamente speso nella costruzione, esso circolava nel paese come mezzo di acquisto e di pagamento. Il capitale monetario potrebbe risentire le conseguenze di tale conversione soltanto nel caso in cui il capitale fisso fosse costituito da articoli non esportabili, e quindi con l’impossibilità dell’esportazione scompare il capitale disponibile che è alimentato dai rientri per gli articoli esportati e in conseguenza fanno difetto anche i rientri in contanti o in lingotti. Ma allora, per di più, articoli di esportazione inglese giacevano invendibili in grandi quantità sui mercati esteri. I commercianti ed i fabbricanti di Manchester ecc., che avevano investito in azioni ferroviarie una parte del loro capitale abitualmente impiegato nelle loro imprese e che dipendevano quindi per la gestione dei loro affari dal capitale dato in prestito, avevano in realtà immobilizzato il loro floating capital e dovevano subirne le conseguenze. Ma sarebbe stata esattamente la stessa cosa se essi avessero investito il capitale sottratto alla normale gestione dei loro affari, invece che nelle ferrovie, nelle miniere, il cui prodotto stesso è di nuovo floating capital, ferro, carbone, rame, ecc. La effettiva riduzione del capitale monetario disponibile causata da cattivo raccolto, importazione di grano ed esportazione d’oro, era naturalmente un fatto che non aveva nulla a che vedere con la fraudolenta speculazione ferroviaria. «Quasi tutte le ditte commerciali avevano cominciato, in grado maggiore o minore, a dissanguare le proprie imprese per investire il denaro nelle ferrovie» [ ivi, p. 18, n. 177]. «I prestiti così estesi fatti alle ferrovie dalle ditte commerciali, inducevano queste ultime ad appoggiarsi troppo, attraverso lo sconto delle cambiali, alle banche per la gestione dei propri affari commerciali» (il già citato Hodgson, [ivi, n. 43 n. 526]). «A Manchester si verificarono delle perdite colossali a causa della speculazione nelle ferrovie» (R. Gardner, già Citato nel Libro I, cap. XIII, 3, e più volte altrove. Deposizione n. 4884, ivi [ p.369]).
    Una delle cause principali della crisi del 1847 consisteva nell’enorme saturazione del mercato e nella sconfinata losca speculazione che si era verificata nelle operazioni mercantili con le Indie orientali. Ma anche altre circostanze portarono alla rovina ditte molto prospere di questo ramo:
    «Esse avevano mezzi in abbondanza, che però non potevano esser resi liquidi. Tutto il loro capitale giaceva immobilizzato in proprietà fondiarie nell’isola Mauritius, oppure in fabbriche di indaco e di zucchero. Mentre esse avevano contratto degli impegni che ammontavano fino a 5-600.000 Lst., non avevano a loro disposizione alcun mezzo liquido per pagare le loro cambiali ed in definitiva si vide che per pagare le loro cambiali dovevano esclusivamente fare assegnamento sul loro credito» (Ch. Turner, grosso mercante di Liverpool, che commerciava con le Indie orientali, n. 730, ivi). Più oltre Gardner (n. 4872, ivi): «Immediatamente dopo il trattato con la Cina furono fatte balenare al paese prospettive tali di un potente ampliamento del nostro commercio con la Cina che furono costruite appositamente per questo tipo di commercio numerose grandi fabbriche per approntare tessuti di cotone particolarmente smerciabili sul mercato cinese: e queste vennero ad aggiungersi a tutte le nostre fabbriche già preesistenti».
    «4874. Quale fu il risultato di questi affari? Esso fu così disastroso da far impallidire qualsiasi descrizione; non credo che ci siano stati rimborsati più di due terzi dell’importo complessivo delle nostre spedizioni in Cina nel 1844 e 1845; poiché il tè costituisce l’articolo principale delle reimportazioni dalla Cina e ci erano state fatte balenare le più rosee speranze, noi industriali calcolavamo con sicurezza su una forte riduzione del dazio sul tè».
    Ed ecco ora, ingenuamente espresso il Credo caratteristico del fabbricante inglese: «ll nostro commercio con un mercato estero non trova un limite nella sua capacità di acquistare le nostre merci, ma piuttosto nel fatto che noi siamo in grado di consumare i prodotti che ci vengono forniti in cambio dei nostri prodotti industriali». (I paesi relativamente poveri con cui l’Inghilterra si trova in rapporti commerciali sono naturalmente in grado di pagare e di consumare qualsiasi ammontare dei prodotti industriali inglesi, ma sfortunatamente la ricca Inghilterra non può smaltire i prodotti forniti in cambio).
    «4876, Io cominciai ad inviare una piccola quantità di merci che furono vendute con una perdita di circa il 15%, nella assoluta convinzione che il prezzo a cui i miei agenti avrebbero potuto acquistare il tè, rivenduto mi avrebbe dato un profitto così forte qui, da coprir tale perdita; ma anziché conseguire un profitto subii talvolta delle perdite che variavano dal 25 fino al 50%».
    «4877. I fabbricanti esportavano a loro rischio e pericolo? Per la maggior parte sì i commercianti, sembra, si accorsero ben presto che questi affari non rendevano e, in luogo di parteciparvi personalmente, incoraggiavano i fabbricanti a consegnare. Nel 1857, invece, perdite e fallimenti si riversarono principalmente sui commercianti, i fabbricanti avendo questa volta trasferito loro l’incombenza di saturare a “loro rischio” i mercati esteri». Una espansione del capitale monetario, proveniente dal fatto che in seguito allo sviluppo del sistema bancario il denaro che per il passato serviva da tesoro privato o da riserva contante si trasforma per un tempo determinato in capitale da prestito (vedere nell’esempio di Ipswich, più sotto riportato, come i depositi degli affittuari prima del 1857, in pochi anni, si quadruplicarono), non indica un incremento del capitale produttivo, più di quanto non lo indichi l’aumento verificatosi nei depositi presso le banche azionarie di Londra, non appena esse cominciarono a pagare interesse sui depositi. Fintanto che la scala della produzione si mantiene invariata, una espansione di questo tipo provoca unicamente una abbondanza del capitale monetario da prestito rispetto al capitale produttivo. In conseguenza il saggio dell’interesse diminuisce.
    Quando il processo di riproduzione raggiunge ancora una volta quella fase di prosperità che precede la fase di eccessiva tensione, il credito commerciale si estende fortemente, il che ha ancora una volta una «sana » base costituita dalla facilità dei riflussi e dalla espansione della produzione. In circostanze tali il saggio dell’interesse, pur superando il suo minimo, è ancora basso. È questo in realtà il solo momento in cui si può dire che il basso saggio dell’interesse e quindi la relativa abbondanza di capitale suscettibile di essere prestato coincidono con una espansione effettiva del capitale industriale. La facilità e la regolarità dei riflussi, unitamente all’espansione del credito commerciale, assicurano l’offerta di capitale da prestito nonostante che la domanda sia in aumento ed impediscono che il saggio d’interesse si accresca. D’altro lato, proprio in questo periodo cominciano a presentarsi in numero notevole i cavalieri d’industria, che trafficano senza capitale di riserva o del tutto senza capitale e che per le loro operazioni si fondano quindi esclusivamente sul credito monetario. Al che vengono ancora ad aggiungersi in questo periodo il forte sviluppo del capitale fisso in tutte le sue forme e la costituzione di numerose nuove imprese aventi un raggio d’azione molto vasto. Il saggio d’interesse raggiunge ora il suo livello medio, toccando di nuovo il suo massimo quando sopravviene la nuova crisi e il credito viene interrotto di punto in bianco, mentre i paga menti si arenano, il processo della riproduzione si paralizza e, a parte le eccezioni precedentemente ricordate, contemporaneamente ad una qualsiasi assoluta mancanza di capitale da prestito si ha una sovrabbondanza di capitale industriale inattivo.
    Nell’insieme dunque il movimento del capitale da prestito, quale si esprime nel saggio d’interesse, si sviluppa in direzione opposta al movimento del capitale industriale. Soltanto nella fase in cui il saggio d’interesse basso, ma superiore al suo minimo, coincide con il «miglioramento» e con il rinascere della fiducia dopo la crisi, particolarmente nella fase in cui esso tocca il suo livello medio, il punto intermedio, a pari distanza dal minimo e dal massimo, soltanto in questi due momenti la sovrabbondanza del capitale da prestito corrisponde ad una contemporanea e forte espansione del capitale industriale. All’inizio del ciclo industriale, invece, il saggio d’interesse basso coincide con la contrazione del capitale industriale, mentre alla fine del ciclo stesso il saggio d’interesse alto coincide con la sovrabbondanza di esso. Il basso saggio d’interesse che accompagna il «miglioramento» significa che il credito commerciale, bastando per il momento a se stesso, non ha bisogno di ricorrere in forti misure al credito bancario. Il ciclo industriale ha la caratteristica che, una volta dato il primo impulso, esso si deve riprodurre periodicamente[1]. Nella fase della depressione la produzione scende al di sotto del livello che aveva raggiunto nel periodo precedente e di cui sussiste ora la base tecnica.
    Durante la prosperità — che costituisce il periodo intermedio — essa continua a svilupparsi su questa base. Nel periodo della sovrapproduzione e della speculazione essa tende al massimo le forze produttive fino ad oltrepassare i limiti capitalistici del processo di produzione. Il fatto che in periodi di crisi vi sia mancanza di mezzi di pagamento è così evidente da non richiedere spiegazione. La convertibilità delle cambiali si è sostituita alla metamorfosi delle merci stesse, fenomeno questo che si manifesta soprattutto in questo periodo e con una intensità tanto maggiore, quanto maggiore è il numero delle ditte commerciali che lavorano a credito. Una legislazione bancaria inconsulta e stupida, come quella del 1844-45, può aggravare ulteriormente questa crisi monetaria. Non esiste tuttavia legislazione bancaria che possa scongiurarla.
    In un sistema di produzione in cui tutto il meccanismo del processo di produzione riposa sul credito, deve evidentemente prodursi una crisi, una affannosa ricerca dei mezzi di pagamento, al momento in cui improvvisamente il credito viene a mancare e tutti i pagamenti devono essere fatti in contanti. A prima vista sembra quindi che la crisi nel suo complesso, sia unicamente una crisi creditizia e monetaria. Ed effettivamente si tratta in realtà unicamente della convertibilità delle cambiali in denaro. Ma queste cambiali rappresentano, per la maggior parte, acquisti e vendite reali che, avendo assunto un’estensione di gran lunga superiore al bisogno sociale, sono in definitiva la base di tutta la crisi. Inoltre una massa enorme di queste cambiali rappresenta soltanto affari truffaldini che vengono ora finalmente a galla e scoppiano; inoltre rappresentano speculazioni fatte con capitale altrui e non riuscite; in fine capitali-merce deprezzati o del tutto invendibili, oppure riflussi che non possono più attuarsi. Tutto questo sistema artificiale di ampliamento violento del processo di riproduzione, non può naturalmente essere risanato per il fatto che una banca, ad esempio la Banca d’Inghilterra, fornisca in carta a tutti gli speculatori il capitale che fa loro difetto ed acquisti al loro antico valore nominale tutte le merci ora deprezzate. Del resto tutto qui si presenta deformato, perché in questo mondo di carta non appaiono mai il prezzo reale ed i suoi reali elementi, ma soltanto lingotti, denaro sonante, banconote, cambiali, titoli. Questa deformazione è soprattutto visibile in quei centri in cui, come Londra, confluiscono tutte le operazioni finanziarie del paese, cosicché il processo nel suo insieme sfugge alla comprensione. È meno sensibile invece nei centri di produzione. Si deve inoltre ancora notare a proposito della sovrabbondanza del capitale industriale che si manifesta nelle crisi: i1 capitale-merce è di per sé contemporaneamente capitale monetario, ossia una somma di valore determinata, espressa nel prezzo della merce. In quanto valore d’uso esso rappresenta una quantità determinata di oggetti d’uso determinati, di cui vi è sovrabbondanza in periodi di crisi. Ma in quanto capitale monetario in sé, in quanto capitale monetario potenziale, esso è soggetto ad un movimento di espansione e di contrazione che non conosce sosta. Alla vigilia della crisi e durante il corso della crisi stessa il capitale-merce è contratto nella sua qualità di capitale monetario potenziale. Per chi lo possiede, come pure per i suoi creditori (ed anche in quanto serve da garanzia di cambiali e di prestiti) esso rappresenta una quantità minore di capitale monetario rispetto al momento in cui fu acquistato ed in cui furono concluse le operazioni di sconto e di pegno che vi si riferivano. Se questo è il senso dell’affermazione che il capitale monetario di un paese risulta diminuito in periodi di crisi, ciò significa semplicemente che i prezzi delle merci sono diminuiti. Un simile tracollo dei prezzi non fa d’altro lato che compensare il gonfiamento eccessivo che essi avevano subito nel periodo precedente. Le entrate delle classi improduttive e di coloro che vivono di redditi fissi si mantengono per la maggior parte stazionarie durante il periodo del rigonfiamento dei prezzi, che si accompagna alla sovrapproduzione e alla sovraspeculazione. La loro capacità di consumo risulta quindi relativamente diminuita, e per conseguenza la loro capacità di ricostituire quella parte della riproduzione complessiva che dovrebbe normalmente entrare nel loro consumo. Anche nel caso in cui la loro domanda rimanga nominalmente invariata, essa in realtà si contrae. Per quanto riguarda l’importazione e l’esportazione si deve notare che tutti i paesi vengono, l’uno dopo l’altro, coinvolti nella crisi. E si vede allora che, a parte qualche eccezione, quasi tutti hanno importato ed esportato troppo, quindi la bilancia dei pagamenti è sfavorevole per tutti. Non si può dunque dire che la bilancia sia responsabile della situazione. Ad esempio l’Inghilterra soffre di deflussi d’oro. Essa ha importato troppo. Ma al tempo stesso tutti gli altri paesi sono oberati di merci inglesi. Anche essi hanno quindi ecceduto nelle importazioni o sono stati costretti a farlo. (Si deve tuttavia fare una distinzione fra quel paese che esporta a credito e quelli che non lo fanno, oppure lo fanno soltanto in misura ridotta. Questi ultimi però importano a credito, eccettuato il caso in cui le merci vengano loro spedite soltanto a consegna). Può accadere che la crisi scoppi in un primo tempo in Inghilterra, paese che più di tutti gli altri concede credito e meno ne domanda, la sua bilancia dei paga menti, la bilancia dei pagamenti che vengono a scadenza, che devono essere liquidati senza indugio, essendo passiva, sebbene la bilancia commerciale generale sia attiva. Fenomeno questo che si spiega con il credito che essa ha concesso e con la massa di capitali che ha dato in prestito all’estero, di modo che in aggiunta ai rientri commerciali ordinari le affluiscono masse di rientri sotto forma di merci. (La crisi tuttavia di quando in quando ha avuto inizio in America, il paese che assorbe in grado maggiore il credito commerciale e di capitale inglese). La crisi in Inghilterra, generata e accompagnata dal deflusso dell’oro, salda la bilancia inglese dei pagamenti, in parte tramite il fallimento dei suoi importatori (argomento su cui ritorneremo più tardi), in parte tramite la svendita di una parte del suo capitale-merce a prezzi ridotti all’estero, in parte tramite la vendita di titoli esteri, l’acquisto di titoli inglesi ecc. Viene ora il turno di un altro paese. La bilancia dei pagamenti era momentaneamente attiva; ma ora la crisi sopprime o per lo meno abbrevia il lasso di tempo che in tempi normali intercorre fra la bilancia dei pagamenti e la bilancia commerciale; tutti i pagamenti devono essere effettuati contemporaneamente. La medesima storia torna a ripetersi. Questo paese deve esportare l’oro, l’Inghilterra ne importa. Ciò che in un paese appare come sovra importazione, per l’altro appare come sovra esportazione e viceversa. Ma in tutti i paesi vi è stata una sovra importazione e una sovra esportazione (non parliamo qui di cattivi raccolti ecc., ma di crisi generale); ossia di sovrapproduzione stimolata dal credito e dal generale aumento dei prezzi che vi è connesso. Nel 1857 la crisi scoppiò negli Stati Uniti. Ne seguì un deflusso dell’oro dall’Inghilterra verso l’America. Ma non appena il processo inflazionistico fu cessato in America, la crisi scoppiava in Inghilterra e l’oro defluiva dall’America verso l’Inghilterra. Lo stesso fatto si verificava fra l’Inghilterra e il continente. In periodi di crisi generale tutte la nazioni hanno, o per lo meno quelle commercialmente sviluppate, la bilancia dei pagamenti sfavorevole e sempre una dopo l’altra, come un fuoco di fila, non appena giunge il suo turno di pagamento. Una volta che la crisi si è iniziata, ad esempio in Inghilterra, i termini di questi pagamenti si susseguono a brevissima distanza l’uno dall’altro. Si vede allora che tutte queste nazioni hanno contemporaneamente importato ed esportato in quantità eccessiva (ossia prodotto e commerciato in eccedenza), di modo che per ognuna di esse i prezzi erano esageratamente elevati ed il credito aveva avuto un’espansione troppo forte. E lo stesso collasso colpisce tutte. Il fenomeno del deflusso dell’oro si manifesta successivamente per ognuna di esse e mostra proprio con il suo carattere generale
    1) che questo deflusso dell’oro è semplicemente un fenomeno, non la causa della crisi;
    2) che l’ordine di successione in cui tutte le nazioni vengono colpite indica semplice mente quando è venuto per esse il momento della resa finale dei conti, il loro turno di essere coinvolte nella crisi i cui elementi latenti si manifestano anche per esse.
    È una caratteristica degli scrittori inglesi di economia — e a partire dal 1830 la letteratura economica degna di nota si riduce in massima parte ad una letteratura sul currency, il credito, le crisi, — di considerare l’esportazione dei metalli preziosi, in periodi di crisi, nonostante le variazioni del corso dei cambi, unicamente da un punto di vista inglese, come un fenomeno puramente nazionale, e di chiudere risolutamente gli occhi davanti al fatto che, se la loro Banca in periodi di crisi eleva il saggio dell’interesse, tutte le altre banche europee fanno lo stesso e che se il grido d’allarme per il deflusso dell’oro viene lanciato in Inghilterra, domani risuona in America e dopodomani in Germania e in Francia. Nel 1847 l’Inghilterra doveva far fronte a numerose scadenze in corso (la maggior parte per importazioni di grano). «Sfortunatamente essa vi fece fronte in gran parte con la bancarotta». (La ricca Inghilterra si procurava ossigeno facendo appello alla bancarotta contro il continente e l’America). «Ma quando non si ricorse alla bancarotta, si fece fronte a questi impegni con le esportazioni di metalli preziosi» (Report of Committee on Bank Acts, 1857). Nella misura in cui quindi la crisi in Inghilterra viene aggravata dalla legislazione bancaria, questa legislazione non è che un mezzo, in tempo di carestia, per defraudare le nazioni esportatrici di grano prima del loro grano e poi del denaro con cui dovrebbe essere pagato il loro grano. Un divieto di esportazione del grano, in tali periodi, da parte di paesi che soffrono essi stessi in grado maggiore o minore del rincaro dei prezzi, rappresenterebbe quindi un mezzo molto razionale per ostacolare questo piano della Banca d’Inghilterra di «fare fronte con la bancarotta» agli impegni relativi alle importazioni di grano. È molto meglio che i produttori di grano e gli speculatori perdano una parte del loro profitto a vantaggio del proprio paese, anziché perdere il loro capitale a vantaggio dell’Inghilterra.

  4. #4
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    Predefinito Rif: Finanza, banche, moneta: la fondamentale analisi marxiana

    (segue dal cap. 30)...Da quanto si è detto risulta che il capitale-merce durante la crisi, e in generale durante periodi di ristagno degli affari, perde in gran parte la sua proprietà di rappresentare capitale monetario potenziale. Lo stesso si può dire per il capitale fittizio, i titoli fruttiferi, in quanto questi circolano in borsa come capitale monetario. Il loro prezzo diminuisce con l’aumento dell’interesse. Esso diminuisce inoltre a causa della mancanza generale di credito, che costringe il loro proprietario a svenderli in massa sul mercato per procurarsi denaro. Per le azioni infine questo prezzo diminuisce, in parte a causa della riduzione dei redditi a cui esse danno diritto, in parte perché le imprese che esse rappresentano hanno troppo spesso carattere fittizio. Questo capitale monetario fittizio durante le crisi risulta fortemente ridotto e quindi diminuisce anche la possibilità per il proprietario di venderlo per procurarsi denaro. La diminuzione delle espressioni monetarie di questi titoli nel bollettino dei cambi non riguarda tuttavia il capitale reale che essi rappresentano, riguarda invece moltissimo la solvibilità dei loro proprietari.




    CAP. 31

    CAPITALE MONETARIO E CAPITALE EFFETTIVO (2) (Continuazione)

    Non abbiamo ancora esaurito la questione fino a qual punto l’accumulazione del capitale sotto forma di capitale monetario da prestito coincida con l’accumulazione effettiva, con l’allargamento del processo di riproduzione.

    La trasformazione del denaro in capitale monetario da prestito presenta delle difficoltà molto minori che non la trasformazione del denaro in capitale produttivo. Dobbiamo qui distinguere due fenomeni:

    1) la semplice trasformazione del denaro in capitale da prestito;

    2) la trasformazione del capitale o del reddito in denaro, che a sua volta viene convertito in capitale da prestito.

    È solamente questo secondo caso, che può comprendere una accumulazione positiva di capitale da prestito collegata con un’accumulazione effettiva del capitale industriale.

    1. TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE DA PRESTITO.

    Come abbiamo già visto, si può verificare una accumulazione, una sovrabbondanza di capitale da prestito, che sia connessa con l’accumulazione produttiva, soltanto nel senso che queste due accumulazioni sono inversamente proporzionali l’una all’altra.

    Questo caso si verifica in due fasi del ciclo industriale: ossia nel momento in cui il capitale industriale, in entrambe le sue forme di capitale produttivo e di capitale-merce, è contratto, quindi all’inizio del ciclo che segue la crisi; poi nel momento in cui la ripresa ha inizio, ma il credito commerciale ricorre ancora scarsamente al credito bancario. Nel primo caso il capitale monetario, che precedentemente era impiegato nella produzione e nel commercio, appare capitale da prestito inutilizzato; nel secondo caso comincia ad essere impiegato in una misura crescente, ma ad un saggio d’interesse molto basso, perché ora sono i capitalisti industriali e commerciali che dettano le loro condizioni ai capitalisti monetari. La sovrabbondanza del capitale da prestito esprime nel primo caso un ristagno del capitale industriale e nel secondo una relativa indipendenza del credito commerciale dal credito bancario, in virtù della fluidità dei rientri, delle brevi scadenze dei crediti e del fatto che si lavora prevalentemente con capitale proprio. Gli speculatori che contano sul capitale creditizio altrui, non sono ancora entrati in campo; coloro che lavorano con capitale proprio sono ancora ben lungi dall’intraprendere operazioni di puro credito.

    Nella prima fase la sovrabbondanza del capitale da prestito esprime precisamente il contrario della accumulazione effettiva.

    Nella seconda fase essa coincide con una rinnovata espansione del processo di riproduzione, l’accompagna, ma non ne è la causa.

    La sovrabbondanza del capitale da prestito già diminuisce e non è più che relativa in rapporto alla domanda. In entrambi i casi l’allargamento del processo effettivo di accumulazione viene stimolato in quanto il basso saggio d’interesse, che nel primo caso coincide con prezzi bassi e nel secondo con prezzi in lento aumento, accresce la parte del profitto che si trasforma in guadagno d’imprenditore. Ciò vale in misura ancora maggiore quando il saggio dell’interesse sale al suo livello medio nel periodo che segna il culmine della prosperità, periodo in cui si accresce, ma non alla stregua del profitto.

    Abbiamo visto d’altro lato, che si può verificare una accumulazione del capitale da prestito, senza che vi sia traccia di accumulazione effettiva, mediante mezzi puramente tecnici, quali una espansione e concentrazione del sistema bancario, una economia nella riserva di circolazione od anche nei fondi di riserva dei mezzi di pagamento dei privati, mezzi di pagamento che in questo modo vengono continuamente trasformati, per breve tempo, in capitale da prestito. Quantunque questo capitale da prestito, che in conseguenza viene denominato anche capitale fluttuante (floating capital), conservi sempre questa forma di capitale da prestito soltanto per periodi brevi (come pure brevi sono i periodi concessi per lo sconto), esso si trova in continuo movimento di flusso e riflusso. Ritirato dall’uno viene reso dall’altro. La massa del capitale monetario da prestito (non parliamo qui di prestiti della durata di anni, ma soltanto di prestiti a breve scadenza su cambiali e depositi) si accresce così, in realtà, del tutto indipendentemente dalla accumulazione effettiva.

    Bank Committee, 1857. Domanda 501 (Il sig. Weguelin, governatore della Banca d’Inghilterra):

    «Che cosa intende Lei per floating capital? È il capitale disponibile per prestiti monetari a breve termine... (502). Biglietti della Banca d’Inghilterra... delle banche provinciali e l’ammontare di denaro che esiste nel paese.

    (Domanda Non sembra, secondo le deposizioni rese alla Commissione, che, se per floating capital Lei intende la circolazione attiva (ossia dei biglietti della Banca d’Inghilterra [FE]) si possano verificare delle oscillazioni molto considerevoli in questa circolazione attiva?» (Sussiste tuttavia una forte differenza, secondo che questa circolazione attiva venga anticipata dal capitalista finanziario, oppure dal capitalista riproduttivo stesso. — Risposta di Weguelin «Io includo nel floating capital le riserve dei banchieri per le quali si hanno delle fluttuazioni sensibili». Ossia, si verificano delle fluttuazioni importanti in quella parte dei depositi che i banchieri non hanno di nuovo dato in prestito, ma che figurano come loro riserva ed in gran parte anche come riserva della Banca d’Inghilterra, presso la quale essi si trovano depositati. Finalmente lo stesso signore dice che il floating capital é bullion, ossia lingotti e moneta metallica (503). È in generale davvero stupefacente come, in questo gergo creditizio del mercato monetario, tutte le categorie dell’economia politica assumano un altro senso ed un’altra forma. Floating capital è l’espressione che viene là usata per circulating capital, che è, naturalmente, qualche cosa di fondamentalmente diverso e money (moneta) diventa capital, bullion (lingotti d’oro) è capitale, le banconote rappresentano solo circulation e il capitale è a commodity (una merce) e i debiti sono commodities e il fixed capital (capitale fisso) è denaro investito in titoli difficilmente negoziabili!

    «Le banche per azioni di Londra... hanno accresciuto i loro depositi da 8.850.774 Lst. nel 1847 a 43.100.724 Lst. nel 1857... Le deposizioni e le testimonianze presentate alla Commissione, permettono di concludere che gran parte di questa ingente somma proviene da fonti che precedentemente non erano utilizzabili per questo scopo; e che l’abitudine di aprire un conto presso il banchiere e di depositare del denaro presso di lui si è comunicata a numerose classi, che precedentemente non investivano il loro capi tale (!) in questo modo. Il signor Rodwell, Presidente dell’Associazione delle Banche private provinciali» (contrapposte alle banche per azioni [F.E.]) «e delegato da essa a deporre davanti alla Commissione, afferma che nella zona di Ipswich questa abitudine è ultimamente quadruplicata fra gli affittuari ed i piccoli commercianti di quel distretto; che quasi tutti gli affittuari, anche quelli che pagano soltanto 50 Lst. di affitto annuo, hanno ora i loro depositi in banca. La massa di questi depositi trova naturalmente la via per venire impiegata negli affari e gravita particolarmente verso Londra, centro dell’attività commerciale, dove essi sono innanzitutto impiegati per lo sconto delle cambiali e per anticipi di altra natura ai clienti dei banchieri londinesi. Ma una gran parte di essi, quella per cui i banchieri stessi non hanno una richiesta immediata, passa nelle mani dei bill-brokers, che rimettono in cambio ai banchieri delle cambiali commerciali, che essi hanno già scontato una volta per terzi a Londra o in provincia» (Bank Committee, 1858, p. V [paragrafo n. 8]).

    In quanto il banchiere concede degli anticipi al bill-broker su cambiali che quest’ultimo ha già scontato una volta, egli in realtà, compie su questa cambiale una operazione di risconto; ma in effetti moltissime di queste cambiali sono già state riscontate dal bill-broker e con lo stesso denaro con cui il banchiere torna a scontare la cambiale del bill-broker, questi risconta nuove cambiali. Il risultato di tutto ciò: «Si sono venuti creando estesi crediti fittizi in conseguenza delle cambiali di comodo e del credito in bianco, fenomeno questo che è stato molto facilitato dal comportamento delle banche per azioni di provincia, che scontavano tali cambiali e poi le lasciavano riscontare dai bill-brokers sul mercato londinese; in tale transazione, ciò che contava era unicamente il credito della banca, mentre la qualità della cambiale veniva completamente trascurata» (ivi [ p. XXI, paragrafo n. 52]).

    A proposito di queste operazioni di risconto e dell’aiuto che questo incremento puramente tecnico del capitale monetario da prestito offre alla speculazione creditizia, è interessante il seguente passo tolto dall’Economist: «Per molti anni il capitale» (ossia il capitale monetario da prestito) «si accumulava in alcuni distretti del paese più rapidamente di quanto potesse essere impiegato, mentre in altri distretti la possibilità di investirlo si accresceva più rapidamente del capitale stesso. Mentre così i banchieri dei distretti agricoli non avevano possibilità di impiegare in forma redditizia e sicura i loro depositi nella propria zona, ai banchieri dei distretti industriali e delle città commerciali veniva richiesto più capitale di quanto non potessero fornire. In conseguenza di tali differenti condizioni nei vari distretti, si è venuta creando in questi ultimi anni e sviluppando con una rapidità vertiginosa un nuovo tipo di imprese che si dedicano alla distribuzione del capitale e che quantunque vengano abitualmente chiamate bill-brokers, sono in realtà dei banchieri che operano su scala molto larga. L’attività di queste imprese consiste nel prelevare, per periodi determinati e a interessi fissati in anticipo, il capitale in eccedenza dalle banche di quei distretti dove esso non potrebbe essere impiegato, come pure i fondi temporaneamente inoperosi delle società per azioni e delle grandi ditte commerciali e nell’anticipare questo denaro, a interessi più elevati, alle banche di quei distretti dove maggiore è la richiesta di capitale; di regola riscontando cambiali dei loro clienti... È così che Lombard Street è diventato il grande centro dove si attua il trasferimento di capitale inoperoso da quella parte del paese in cui esso non può venire impiegato utilmente ad un’altra dove invece è richiesto e ciò si verifica per le diverse parti del paese, come anche per gli individui che si trovano nella situazione analoga. Originariamente queste imprese si limitavano quasi esclusivamente ad operazioni di prestito su garanzie bancarie. Ma a mano a mano che il capitale del paese si accrebbe rapidamente e fu sempre più economizzato con la creazione di banche, i fondi a disposizione di questi istituti di sconto diventarono così cospicui, che essi cominciarono a fare anticipi dapprima su dock warrants (fidi di deposito) e poi anche sulle polizze di carico che rappresentavano prodotti non ancora giunti a destinazione, quantunque qualche volta, se non regolarmente, fossero già state emesse per esse cambiali sul sensale di merci. Questa prassi non tardò a modificare tutto il carattere del commercio inglese. Le facilitazioni offerte in Lombard Street rafforzavano singolarmente in Mincing Lane la posizione dei sensali di merci, che a loro volta trasferivano tutto il vantaggio ai commercianti importatori; questi ultimi partecipavano a tali speculazioni creditizie con un tale ardore, che, mentre 25 anni prima il prendere a credito sulle proprie polizze di carico od anche sui propri dock warrants avrebbe rovinato la reputazione di un commerciante, negli ultimi anni questa pratica è divenuta così diffusa da poter essere considerata la regola e non più, come 25 anni or sono, una rara eccezione. Questo sistema ha preso una tale estensione che in Lombard Street sono state prese in prestito delle somme molto elevate su cambiali emesse su raccolti non ancora giunti a maturazione in colonie lontane. La conseguenza di tali facilitazioni era che i commercianti importatori estendevano le loro operazioni estere ed investivano il loro capitale fluttuante (floating), con cui essi avevano fino allora finanziato la loro impresa, nel più pericoloso degli investimenti, ossia nelle piantagioni coloniali, sulle quali essi non avevano controllo alcuno o soltanto minimo. Vediamo così la concatenazione diretta dei crediti. Il capitale del paese, che è ammassato nei nostri distretti agricoli, affluisce in piccole quantità sotto forma di depositi nelle banche provinciali e si accentra in Lombard Street per essere impiegato. Ma è stato utilizzato, in primo luogo, per l’ampliamento degli affari nei nostri distretti minerari ed industriali, mediante il risconto delle cambiali per le banche di questi distretti; in secondo luogo anche per accordare maggiore facilitazione agli importatori di prodotti esteri mediante anticipi su dock warrants e polizze di carico, che permettono di liberare il capitale commerciale “legittimo” delle ditte impegnate nel commercio estero e coloniale e di poterlo investire nel tipo pericoloso degli investimenti, nelle piantagioni coloniali» (Economist [ nov.] 1847).

    È questa la «bella» concatenazione di crediti.

    Il depositante rurale crede di affidare i suoi depositi semplicemente al suo banchiere e pensa inoltre che il banchiere, se concede dei prestiti, lo faccia soltanto a privati di sua conoscenza. Egli non immagina neppure lontanamente che il banchiere pone il suo deposito a disposizione di un bill-broker londinese, sulle cui operazioni né lui né il depositante possono esercitare alcun controllo.

    Abbiamo già visto come le grandi imprese pubbliche, quali ad esempio, le ferrovie possono accrescere momentaneamente il capitale da prestito, per il fatto che le somme depositate rimangono sempre per un certo tempo, fino alla loro utilizzazione effettiva, a disposizione delle banche.

    La massa del capitale da prestito è, per altro, una cosa completamente diversa dalla quantità della circolazione. Per quantità della circolazione intendiamo qui la somma di tutte le banconote e di tutto il denaro metallico che si trova e circola in un paese, inclusi i lingotti di metallo prezioso. Una parte di questa quantità costituisce la riserva delle banche, una grandezza che varia in continuazione.

    «Il 12 novembre 1857» (data della sospensione della Legge bancaria del 1844) «la riserva complessiva della Banca d’Inghilterra e delle sue succursali, ammontava soltanto a 580.751 Lst.; la somma dei depositi per lo stesso giorno era di 22 1/2 milioni di Lst., di cui circa 6 milioni e mezzo appartenevano ai banchieri londinesi» (Bank Acts, 1858, p. LVII).

    Le variazioni del saggio dell’interesse (prescindendo dalle variazioni che si verificano in periodi relativamente lunghi e dalla differenza del saggio d’interesse nei diversi paesi; le prime sono causate dalle variazioni nel saggio generale del profitto, le seconde dalle differenze nei saggi del profitto e nello sviluppo del credito) dipendono dall’offerta del capitale da prestito (supponendo uguali tutte le altre circostanze, grado di fiducia, ecc.), ossia del capitale che viene dato in prestito nella forma di denaro, moneta metallica e banconote, a differenza del capitale industriale, che tra gli agenti della riproduzione viene prestato come tale in forma di merce tramite il credito commerciale.

    Nondimeno la massa di questo capitale monetario da prestito è differente e indipendente dalla massa del denaro in circolazione.

    Se ad esempio 20 € venissero dati in prestito cinque volte al giorno, il capitale monetario dato in prestito sarebbe di 100 € e questo significherebbe al tempo stesso che questi 20 € avrebbero inoltre operato almeno quattro volte come mezzo di acquisto o di pagamento; poiché, qualora l’acquisto o il pagamento non fossero intervenuti e quindi questo capitale non avesse rappresentato almeno quattro volte la forma modificata di capitale (merce, ivi compresa anche la forza-lavoro), questo capitale non costituirebbe un capitale di 100 €, ma soltanto cinque crediti di 20 € l’uno.

    Per i paesi a credito sviluppato possiamo supporre che tutto il capitale monetario disponibile per il prestito esista sotto la forma di depositi presso le banche e presso coloro che danno il denaro in prestito. Ciò vale per lo meno per il commercio in generale. Inoltre, in periodi in cui gli affari sono prosperi, prima che la speculazione vera e propria si scateni, quando il credito è facile e la fiducia si rafforza, la maggior parte delle funzioni della circolazione viene attuata mediante un semplice trasferimento di credito, senza intervento del denaro metallico o cartaceo.

    La semplice possibilità di grandi importi di depositi con una quantità relativamente piccola di mezzi di circolazione, dipende unicamente:

    1) dal numero degli acquisti e dei pagamenti che la medesima moneta compie;

    2) dal numero dei suoi rientri, ossia dal numero delle volte che essa ritorna alle banche sotto forma di deposito, così che la sua ripetuta funzione di mezzo di acquisto e di mezzo di pagamento, avviene per mezzo della sua rinnovata trasformazione in deposito. Ad esempio: un piccolo commerciante al minuto depone ogni settimana alla banca 100 € in denaro; il banchiere se ne serve per rimborsare al fabbricante una parte del suo deposito; quest’ultimo li usa per pagare i suoi operai; questi pagano con essi i loro conti al piccolo commerciante, che di nuovo li depone alla banca. I 100 € depositati dal piccolo commerciante hanno servito così prima a rimborsare un deposito del fabbricante, poi a pagare i lavoratori, poi a pagare il piccolo commerciante stesso, infine al deposito di una parte del capitale monetario dello stesso piccolo commerciante; cosicché al termine di 20 settimane, se non avesse egli stesso emesso cambiali su questo denaro, egli avrebbe con gli stessi 100 € depositato presso il banchiere 2.000 €.

    In che misura questo capitale monetario sia utilizzato si vede soltanto nel deflusso e nell’afflusso dei fondi di riserva delle banche. È per questo che il signor Weguelin, governatore della Banca d’Inghilterra nel 1857, conclude che l’oro della Banca d’Inghilterra costituisce l’unico capitale di riserva:

    «1258. Secondo il mio punto di vista il saggio di sconto è effettivamente determinato dal l’ammontare del capitale inutilizzato esistente nel paese. L’ammontare del capitale inutilizzato è rappresentato dalla riserva della Banca d’Inghilterra, che è di fatto una riserva aurea. Quando allora è in atto un processo di deflusso dell’oro, l’ammontare del capitale inutilizzato nel paese diminuisce e si accresce in conseguenza il valore della parte che ancora rimane».

    «1364. [ W. Newmarch]: La riserva aurea della Banca d’Inghilterra costituisce in realtà la riserva centrale o il tesoro in contanti, sulla cui base viene regolato tutto il movimento di affari del paese... È su questo tesoro o questa riserva che si riversano sempre l’azione delle quotazioni estere sui cambi» (Report on Bank Acts, 1857).

    La statistica delle esportazioni e delle importazioni ci fornisce un indice dell’accumulazione del capitale reale, ossia del capitale produttivo e del capitale-merce. E si vede sempre, durante i periodi di sviluppo dell’industria inglese che si svolgono in cicli decennali (1815-1870), che il punto massimo dell’ultimo periodo di prosperità precedente la crisi, riappare di nuovo, come punto minimo del susseguente periodo di prosperità, per risalire poi ad un nuovo punto massimo assai più elevato.

    Il valore reale o il valore dichiarato dei prodotti esportati dalla Gran Bretagna e dall’Irlanda nell’anno di prosperità 1824 era di 40.396.300 Lst. L’ammontare delle esportazioni si riduce poi, con la crisi del 1825, al di sotto di questa cifra e oscilla fra i 35 e i 39 milioni all’anno. Con il ritorno della prosperità nel 1834, sale oltre il livello massimo precedente, a 41.649.191 Lst. e raggiunge nel 1836 il nuovo massimo di 53.368.571 Lst. Nel 1837 esso cade di nuovo a 42 milioni, di modo che il nuovo numero è pur sempre più elevato del vecchio punto massimo e oscilla in seguito fra i 50 e i 53 milioni. Il ritorno della prosperità eleva l’ammontare delle esportazioni nel 1844 a 58 1/2 milioni, cifra che di nuovo oltrepassa di gran lunga il massimo del 1836. Nel 1845 raggiunge i 60.111.082 Lst. e cade a poco più di 57 milioni nel 1846, è di 59 milioni nel 1847, di 53 milioni nel 1848, sale nel 1849 a 63 1/2 milioni, nel 1853 a quasi 99 milioni, nel 1854 a 97 milioni, nel 1855 a 94 1/2 milioni, nel 1856 a quasi 116 milioni e raggiunge il massimo nel 1857 con 122 milioni. Nel 1858 scende a 116 milioni, ma già nel 1859 sale a 130 milioni, nel 1860 a quasi 136 milioni, nel 1861 soltanto a 125 milioni (questo minimo è di nuovo superiore al precedente massimo), nel 1863 a 146 1/2 milioni.

    Lo stesso fenomeno si potrebbe naturalmente dimostrare nel caso della importazione, che è un indice dell’ampliamento del mercato; ma noi ci occupiamo qui unicamente della scala della produzione. (Questo vale per l’Inghilterra naturalmente soltanto per il periodo dell’effettivo monopolio industriale; vale però in generale per tutti i paesi aventi una grande industria moderna, fino a che il mercato mondiale si trova ancora in fase di espansione. F.E.).

    2. TRASFORMAZIONE DEL CAPITALE O DEL REDDITO IN DENARO, CHE È TRASFORMATO IN CAPITALE DA PRESTITO.

    Noi consideriamo qui l’accumulazione del capitale monetario in quanto essa non è indice di un ristagno nel deflusso del credito commerciale, né di una maggiore economia sia dei mezzi realmente in circolazione, sia del capitale di riserva degli agenti occupati nella riproduzione.

    Oltre questi due casi, si può verificare una accumulazione di capitale monetario in seguito a un afflusso d’oro eccezionale, come si verificò nel 1852 e nel 1853 in seguito alla scoperta delle nuove miniere d’oro australiane e californiane. Tale oro fu depositato alla Banca d’Inghilterra. I depositanti ricevettero in cambio banconote che essi non depositarono a loro volta direttamente presso banchieri. Come conseguenza si ebbe un aumento eccezionale dei mezzi di circolazione (deposizione di Weguelin, Bank Committee, 1857, n. 1329). La Banca cercava di valorizzare questi depositi riducendo il saggio di sconto al 2%. La massa aurea ammassata alla Banca si accresceva durante sei mesi del 1853 a 22-23 milioni.

    Va da sé che l’accumulazione di tutti i capitalisti che danno denaro in prestito avviene sempre direttamente sotto forma di denaro, mentre noi abbiamo visto che l’accumulazione reale dei capitalisti industriali si effettua, di regola, mediante l’accrescimento degli elementi del capitale riproduttivo stesso.

    Lo sviluppo del sistema creditizio e l’enorme concentrazione degli affari riguardanti i prestiti monetari nelle mani di grandi banche, deve dunque già per se stessa affrettare l’accumulazione del capitale da prestito, come una forma distinta dalla accumulazione reale. Questo rapido sviluppo del capitale da prestito è quindi un risultato della accumulazione reale, essendo questa una conseguenza dello sviluppo dei processo della riproduzione e il profitto, che costituisce la fonte di accumulazione di questi capitalisti monetari, rappresenta soltanto una detrazione dal plusvalore, guadagnato dai capitalisti riproduttori (al tempo stesso appropriazione di una parte dell’interesse sui risparmi altrui). Il capitale da prestito si accumula contemporaneamente a spese degli industriali e dei commercianti. Noi abbiamo visto come, nelle fasi sfavorevoli del ciclo industriale, il saggio d’interesse si può elevare a un punto tale, da assorbire temporaneamente tutto quanto il profitto di certi rami d’industria particolarmente svantaggiati. Cadono contemporaneamente i prezzi dei titoli di Stato e di altri titoli. Questo è il momento in cui i capitalisti monetari acquistano in massa questi valori deprezzati che, nelle fasi ulteriori, risalgono di nuovo al loro valore normale ed anche ad un valore superiore. Allora i capitalisti se ne disfano e si appropriano in tal modo di una parte del capitale monetario del pubblico. La parte che essi non vendono produce interessi più elevati, essendo stata acquistata al di sotto del prezzo. Ma tutto il profitto che i capitalisti monetari realizzano e che essi ritrasformano in capitale, essi lo trasformano dapprima in capitale monetario da dare a prestito. Una accumulazione di questo capitale monetario, distinto dall’accumulazione reale, sebbene ne sia una filiazione, si verifica, se noi consideriamo soltanto i capitalisti monetari, i banchieri ecc., per se stessi, come accumulazione di questa classe particolare di capitalisti. Ed essa si deve accrescere a misura che si estende il sistema creditizio che accompagna lo sviluppo reale del processo di riproduzione.

    Se il saggio dell’interesse è basso, allora la conseguenza di questa svalutazione del capitale monetario cade principalmente sui depositanti e non sulle banche. Prima dello sviluppo delle banche azionarie i 3/4 di tutti i depositi bancari che si trovano in Inghilterra non producevano interessi. Attualmente, quando si pagano degli interessi, il saggio è almeno dell’1% inferiore al saggio dell’interesse del giorno.

    Per quanto riguarda l’accumulazione monetaria delle altre classi di capitalisti, noi non prendiamo in considerazione la parte che viene investita in titoli fruttiferi e accumulata sotto questa forma. Noi consideriamo semplicemente quella parte che viene gettata sul mercato sotto forma di capitale monetario disponibile per il prestito.

    Noi abbiamo qui, innanzitutto, quella parte del profitto che non è spesa come reddito, ma è destinata all’accumulazione, per la quale i capitalisti industriali in un primo tempo non trovano impiego nel proprio ramo di attività. Questo profitto esiste immediatamente nel capitale-merce, del cui valore esso rappresenta una parte e insieme con questo viene realizzato in denaro. Se non è ritrasformato (non consideriamo per il momento il commerciante di cui parleremo a parte) negli elementi di produzione del capitale-merce, esso deve conservare per un certo tempo la forma di denaro. Questa massa si accresce con la massa del capitale stesso, anche se il saggio del profitto diminuisce. La parte che deve essere spesa come reddito è consumata a poco a poco, ma nel frattempo essa costituisce, come deposito, capitale da prestito presso il banchiere. Dunque anche l’accrescimento di quella parte del profitto che è speso come reddito si esprime in una accumulazione progressiva, ma continuamente rinnovata del capitale da prestito. Lo stesso si può dire per l’altra parte che è destinata all’accumulazione. Con lo sviluppo del sistema creditizio e della sua organizzazione, l’accrescimento stesso del reddito, ossia del consumo dei capitalisti e dei commercianti, si esprime come accumulazione del capitale da prestito. E questo vale per tutti i redditi, nella misura in cui essi sono consumati a poco a poco, quindi per la rendita fondiaria, il salario ne1le sue forme più elevate, le entrate delle classi improduttive ecc. Essi tutti assumono per un certo tempo la forma del reddito monetario e sono quindi trasformabili in depositi e perciò in capitale da prestito. Ogni reddito, sia destinato al consumo sia all’accumulazione, non appena assume una forma monetaria di qualsiasi tipo, è una parte di valore del capitale-merce trasformato in denaro e quindi espressione e risultato dell’accumulazione reale, ma non il capitale produttivo stesso. Quando un filandiere ha dato i suoi filati in cambio di cotone, quella parte però che costituisce reddito la dà in cambio di denaro, allora la sostanza effettiva del suo capitale industriale sono i filati, passati fra le mani del tessitore o anche del consumatore privato e questi filati rappresentano l’esistenza, sia per la riproduzione, sia per il consumo, del valore capitale e del plusvalore che in esso è racchiuso. La grandezza del plusvalore trasformato in denaro dipende dalla grandezza del plusvalore racchiuso nei filati. Ma non appena avvenuta la sua trasformazione in denaro, questo denaro non rappresenta altro che la presenza come valore di questo plusvalore. Ed in quanto tale esso diventa elemento del capitale da prestito. Perché questo accada basta che esso si trasformi in deposito, a meno che esso non venga dato in prestito direttamente dal suo proprietario. Per essere ritrasformato in capitale produttivo esso deve invece aver già raggiunto un limite minimo determinato.
    Ultima modifica di Stalinator; 03-09-10 alle 12:08

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    Predefinito Rif: Finanza, banche, moneta: la fondamentale analisi marxiana

    CAP. 32

    CAPITALE MONETARIO E CAPITALE EFFETTIVO (3)
    (Fine)

    La massa del denaro che deve così essere ritrasformata in capitale è il risultato del processo di riproduzione in massa, ma, considerata in sé, come capitale monetario da prestito, non rappresenta essa stessa una massa di capitale riproduttivo.

    Il punto più importante che risulta da quanto siamo venuti fino ad ora esaminando, è che l’espansione di quella parte del reddito che è destinata al consumo (non viene a questo proposito considerato l’operaio, essendo il suo reddito uguale al capitale variabile; si presenta in primo luogo come accumulazione di capitale monetario L’accumulazione del capitale monetario comprende, quindi, un elemento che è sostanzialmente distinto dalla accumulazione effettiva del capitale industriale; poiché quella parte del prodotto annuo che è destinata al consumo in nessun modo diventa capitale. Una parte di essa sostituisce capitale, ossia il capitale costante dei produttori dei mezzi di consumo, ma, nella misura in cui si trasforma effettivamente in capitale, essa esiste nella forma naturale di reddito dei produttori di questo capitale costante. Lo stesso denaro che rappresenta il reddito, che serve da semplice intermediario del consumo, si trasforma sistematicamente, per un certo tempo, in capitale monetario da prestito. Nella misura in cui questo denaro rappresenta salario, esso è al tempo stesso la forma monetaria del capitale variabile; e nella misura in cui esso sostituisce il capitale costante dei produttori dei mezzi di consumo, esso è la forma momentanea assunta temporaneamente dal loro capitale costante e serve all’acquisto degli elementi naturali del loro capitale costante che essi devono sostituire. Né sotto l’una né sotto l’altra forma esso esprime di per sé l’accumulazione, quantunque la sua massa cresca con l’estensione del processo di riproduzione. Ma esso assolve per un certo tempo la funzione di denaro da prestito, quindi di capitale monetario. Sotto questo aspetto quindi l’accumulazione del capitale monetario deve sempre riflettere una accumulazione di capitale maggiore di quella effettivamente esistente, in quanto l’ampliamento del consumo individuale, essendo mediato dal denaro, appare come una accumulazione di capitale monetario, perché fornisce la forma monetaria per l’accumulazione propriamente detta, per il denaro che dischiude nuovi investimenti di capitale.

    L’accumulazione del capitale monetario da prestito esprime quindi in parte unicamente il fatto che tutto il denaro in cui si tra sforma il capitale nel corso del suo ciclo, non assume la forma di denaro che i capitalisti riproduttivi anticipano, ma di denaro che essi prendono in prestito; cosicché in realtà l’anticipo del denaro, che deve aver luogo nel processo di riproduzione, appare come anticipo di denaro prestato. In realtà, sulla base del credito commerciale, l’uno presta all’altro il denaro di cui ha bisogno nel processo di riproduzione. Ma tutto ciò avviene in una forma tale che il banchiere, presta a una parte dei capitalisti riproduttivi quanto ha ricevuto in prestito da altri capitalisti riproduttivi, assumendo la veste di benefattore; ed al tempo stesso in una forma tale che la disponibilità di questo capitale viene ad accentrarsi completamente nelle mani dei banchieri, quali intermediari.

    Si devono ancora menzionare alcune forme particolari dell’accumulazione del capitale monetario.

    Il capitale viene reso libero, in seguito, per esempio, ad una caduta del prezzo degli elementi della produzione, materie prime ecc. Se l’industriale non può estendere immediatamente il suo processo di riproduzione, una parte del suo capitale monetario viene eliminato dalla circolazione come eccedente e si trasforma in capitale monetario da prestito. In secondo luogo il capitale nella forma monetaria viene reso libero, particolarmente presso il commerciante, non appena subentrano delle interruzioni negli affari. Se il commerciante ha terminato una serie di transazioni e in seguito a tale interruzione non può immediata mente iniziarne una nuova serie, il denaro realizzato rappresenta per lui unicamente un tesoro, del capitale. eccedente. Ma al tempo stesso esso rappresenta direttamente una accumulazione di capitale monetario da prestito. Nel primo caso, l’accumulazione del capitale monetario esprime la ripetizione del processo di riproduzione sotto condizioni più favorevoli, una effettiva liberazione di una parte del capitale precedentemente vincolato, quindi, la possibilità di espandere il processo di riproduzione con gli stessi mezzi monetari. Nell’altro caso esprime invece una semplice interruzione nel flusso delle transazioni. Ma in entrambi i casi il denaro si trasforma in capitale monetario da prestito, rappresenta accumulazione dello stesso, agisce parimenti sul mercato monetario e sul saggio dell’interesse, sebbene esprima qui un’accelerazione, là un rallentamento dell’effettivo processo di accumulazione. Alla accumulazione del capitale monetario contribuiscono, infine, coloro che hanno racimolato un gruzzoletto e si ritirano dalla riproduzione. E quanto maggiore è il profitto che è stato realizzato nel corso del ciclo industriale, tanto maggiore è il numero di queste persone. L’accumulazione del capitale monetario da prestito esprime qui, da un lato, una accumulazione effettiva (considerando il suo volume relativo) e dall’altro lato soltanto la misura della trasformazione dei capitalisti industriali in semplici capitalisti monetari.

    Per quanto riguarda l’altra parte del profitto, che non è destinata ad essere consumata come reddito, essa si trasforma in capitale monetario unicamente quando non può essere immediatamente impiegata per l’ampliamento dell’impresa nella sfera della produzione in cui essa è stata conseguita. Ciò può esser dovuto a due cause. Questa sfera è satura di capitale. Oppure l’accumulazione, per poter operare come capitale, deve aver raggiunto prima una certa consistenza, in rapporto alle proporzioni dell’investimento del capitale nuovo nell’impresa data. L’accumulazione si trasforma quindi dapprima in capitale monetario da prestito e serve all’espansione della produzione in altre sfere. Presupponendo invariate tutte le altre circostanze, la massa di profitto destinata ad essere ritrasformata in capitale dipenderà dalla massa del profitto conseguito e quindi dall’espansione del processo di riproduzione stesso. Ma se l’impiego di questa nuova accumulazione incontra delle difficoltà, se mancano le sfere di investimento e si ha di conseguenza una saturazione dei rami di produzione ed una eccessiva offerta di capitale da prestito, questa pletora di capitale monetario da prestito attesta semplicemente i limiti della produzione capitalistica. La speculazione creditizia che ne segue prova che non esiste nessun ostacolo positivo all’impiego di questo capitale eccedente. Vi è tuttavia un ostacolo dovuto alle leggi della sua valorizzazione, ai limiti in cui il capitale può valorizzarsi in quanto capitale. Una pletora di capitale monetario in quanto tale non esprime necessariamente una sovrapproduzione, ma può indicare semplicemente anche una mancanza di sfere di investimento per il capitale.

    L’accumulazione del capitale da prestito consiste semplicemente nel fatto che il denaro si deposita come denaro da prestito. Questo processo è molto diverso dall’effettiva trasformazione in capitale; è semplicemente l’accumulazione di denaro in una forma in cui può venire trasformato in capitale. Ma questa accumulazione può, come abbiamo visto, esprimere degli elementi che sono assolutamente distinti dalla accumulazione effettiva. Se l’accumulazione effettiva si allarga continuamente, questa accumulazione allargata di capitale monetario può essere in parte il risultato di questo processo, in parte il risultato di elementi che l’accompagnano, ma che sono da esso sostanzialmente distinti, in parte, infine, anche il risultato di arresti della accumulazione effettiva. Già per il fatto che l’accumulazione del capitale da prestito si estende per effetto di tali elementi indipendenti dalla accumulazione effettiva, ma che tuttavia l’accompagnano, si deve creare in determinate fasi del ciclo una costante pletora di capitale monetario e questa pletora deve svilupparsi con il perfezionarsi del credito. Con essa si deve quindi contemporaneamente accentuare la necessità di spingere il processo di produzione al di là dei suoi limiti capitalistici: eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito. Contemporaneamente ciò deve assumere sempre delle forme che provocano una reazione.

    È inutile soffermarsi qui sulla accumulazione del capitale monetario proveniente dalla rendita fondiaria, dal salario ecc. Occorre mettere in rilievo unicamente che il compito del risparmio effettivo e della rinuncia (da parte di tesaurizzatori), in quanto fornisce elementi di accumulazione, viene lasciato, tramite la divisione del lavoro che si manifesta nel progresso della produzione capitalistica, a coloro che ricevono in misura minima tali elementi e molto spesso per di più perdono i loro risparmi, come i lavoratori quando le banche falliscono. Da un lato il capitale del capitalista industriale non viene « risparmiato da lui stesso, ma, in rapporto alla grandezza del suo capitale, egli dispone di risparmi altrui; d’altro lato il capitalista monetario trasforma i risparmi altrui in capitale proprio ed il credito, che i capitalisti riproduttivi si concedono reciprocamente e che il pubblico dà loro, in sua fonte privata di arricchimento. Cade così l’ultima illusione del sistema capitalistico, che il capitale sia il frutto del proprio risparmio e del proprio lavoro. Non soltanto il profitto consiste nell’appropriazione di lavoro altrui, ma il capitale con cui questo lavoro altrui viene posto in movimento e viene sfruttato consiste in proprietà altrui, che il capitalista monetario pone a disposizione del capitalista industriale, sfruttando a sua volta anche quest’ultimo.

    Si devono ancora fare alcune osservazioni a proposito del capitale di credito.

    Il numero delle volte che la stessa moneta può figurare come capitale da prestito, dipende, come abbiamo già precedentemente messo in rilievo:

    1) daI numero di volte che essa realizza valori-merce nell’acquisto o nel pagamento, cioè trasferisce capitale e inoltre dal numero di volte che essa realizza reddito. Il numero di volte in cui cambia di mano come valore realizzato di capitale o di reddito dipende quindi evidentemente dal volume e dalla massa degli scambi effettivi;

    2) dall’economia dei pagamenti e dallo sviluppo e organizzazione del credito;

    3) infine dalla concatenazione e dalla rapidità d’azione dei crediti, in virtù delle quali la moneta, fissata in un posto come deposito, esce immediatamente in un altro come prestito.

    Supponendo anche che la forma sotto la quale esiste il capitale da prestito sia semplicemente quella di denaro effettivo, di oro o argento, di quella merce la cui sostanza serve da misura dei valori, è pur sempre necessario che una parte notevole di questo capitale monetario sia puramente fittizia, ossia un semplice titolo sul valore, precisamente come i segni di valore. Nella misura in cui il denaro opera nel ciclo del capitale, esso costituisce per il momento capitale monetario; non si trasforma però in capitale monetario da prestito, bensì viene scambiato con elementi del capitale produttivo, o viene speso sotto forma di mezzo di circolazione nella realizzazione del reddito e non può quindi trasformarsi per il suo possessore in capitale da prestito. Ma, nella misura in cui esso si trasforma in capitale da prestito e lo stesso denaro rappresenta ripetutamente del capitale da prestito, è evidente che esso esiste unicamente in un solo punto come denaro metallico; in tutti gli altri punti esso esiste soltanto nella forma di diritto sul capitale. L’accumulazione di questi diritti, secondo le nostre premesse, deriva dall’accumulazione effettiva, ossia dalla trasformazione del valore del capitale-merce ecc. in denaro. Ma tuttavia l’accumulazione di questi diritti o titoli differisce, in quanto tale, sia dall’accumulazione effettiva dalla quale essa deriva, che dall’accumulazione futura (il nuovo processo di produzione) che è mediata dal prestito di denaro.

    Prima facie ( a prima vista) il capitale da prestito esiste sempre sotto forma di denaro , più tardi come un diritto sul denaro, poiché il denaro nella cui forma esso esisteva originariamente, si trova ora in mano di chi ha preso a prestito nella forma effettiva di denaro.

    Per chi ha concesso il prestito esso si è convertito in un diritto sul denaro, in un titolo di proprietà. La stessa massa di capitale effettivo può quindi rappresentare masse molto diverse di capitale monetario. Semplice denaro, sia che rappresenti capitale realizzato o reddito realizzato, diventa capitale da prestito mediante il semplice atto del prestito, mediante le sue trasformazioni in deposito, se consideriamo la forma generale assunta in un sistema di credito sviluppato. Il deposito è capitale monetario per il depositante. Ma può accadere che in mano del banchiere esso diventi soltanto capitale monetario potenziale, che giace inoperoso nella sua cassaforte anziché in quella del suo proprietario.

    Con l’accrescimento della ricchezza materiale si accresce la classe dei capitalisti monetari; aumenta da un lato il numero e la ricchezza dei capitalisti che si ritirano, dei rentiers; e in secondo luogo viene stimolato lo sviluppo del sistema creditizio e si accresce quindi il numero dei banchieri, di coloro che danno il denaro in prestito, dei finanzieri ecc. Con lo sviluppo del capitale monetario disponibile si sviluppa la massa dei titoli fruttiferi, titoli di Stato, azioni ecc. come è esposto precedentemente. Ma contemporaneamente si accresce la domanda di capitale monetario disponibile, poiché i jobbers, gli speculatori che trafficano con questi titoli, esercitano un influsso determinante sul mercato monetario. Qualora tutti gli acquisti e le vendite di questi titoli rappresentassero unicamente degli investimenti effettivi di capitale, sarebbe giusto dire che essi non possono influire sulla domanda del capitale da prestito, poiché se A vende il suo titolo, ne ricava esattamente tanto denaro quanto B ne investe nel titolo. Ciò nonostante persino nel caso in cui il titolo esiste, ma non esiste il capitale (almeno non come capitale monetario) che rappresentava originariamente, esso crea pur sempre pro tanto una nuova domanda di tale capitale monetario. Ma in ogni caso è allora capitale monetario di cui B disponeva precedentemente, mentre ora è A che ne dispone.

    Bank Acts 1857, n. 4886: «Secondo il suo punto di vista, indico esattamente le cause che determinano il saggio di sconto, quando affermo che esso è regolato dalla quantità di capitale che si trova sul mercato, che è disponibile per lo sconto delle cambiali commerciali, distinte dagli effetti di altro tipo? (Chapman No; io penso che il saggio dell’interesse è influenzato da tutti i titoli facilmente convertibili (all convertible securities of a current character); non sarebbe giusto limitare la questione semplicemente allo sconto delle cambiali; poiché quando esiste una forte domanda di denaro su (depositi di) consolidati, o anche buoni del tesoro, come si è verificato recentemente in misura sensibile e ad un saggio d’interesse molto più elevato di quello commerciabile, sarebbe assurdo dire che il nostro mondo commerciale non ne risenta; esso ne risente fortemente».

    «4890. Se si trovano sul mercato titoli solidi e ricercati, riconosciuti come tali dai banchieri ed i proprietari vogliono farsi prestare denaro su di essi, tutto ciò deve avere sicuramente la sua ripercussione sulle cambiali commerciali; non posso ad es. pretendere che un tale mi presti il suo denaro al 5% su cambiali commerciali, se egli contemporaneamente può dare in prestito questo denaro al 6% su consolidati ecc.; ciò si ripercuote allo stesso modo su di noi; nessuno mi può chiedere di scontare la sua cambiale al 5 1/2 % quando posso dare in prestito il mio denaro al 6%». «4892. Non parliamo qui di coloro che acquistano titoli per 2000 o 5000 o 10.000 Lst. a scopo di investimento sicuro di capitale, come se essi confluissero sensibilmente sul mercato monetario. Quando Lei mi pone la questione del saggio d’interesse su (deposito di) consolidati, io parlo di persone che fanno affari dell’ordine di grandezza di centinaia di migliaia di Lst., dei cosiddetti jobbers, che sottoscrivono prestiti pubblici per grossi importi o acquistano sul mercato e devono poi conservare questi titoli fino a che possono disfarsene con profitto: costoro sono costretti a farsi prestare del denaro a questo fine».

    Con lo sviluppo del sistema creditizio vengono creati grandi mercati finanziari accentrati, centri quali Londra, che sono al tempo stesso sede del commercio di tali titoli. I banchieri mettono in gran quantità a disposizione di questa razza di commercianti il capitale monetario del pubblico e si ingrandisce così la genìa di questi speculatori « Il denaro costa di solito meno caro alla borsa dei valori che in qualsiasi altro luogo » dice nel 1848 l’allora governatore della Banca d’Inghilterra al Comitato segreto dei Lords (Commercial Distress 1848, stampato 1857, n. 219).

    È già stato messo in rilievo, quando si è esaminato il capitale produttivo d’interesse, che per un lungo periodo di anni e rimanendo invariate le altre circostanze, l’interesse medio è determinato dal saggio medio del profitto e non dal guadagno d’imprenditore, che in realtà non è altro se non il profitto decurtato dell’interesse.

    È stato del pari notato e la cosa sarà analizzata ulteriormente che anche per le variazioni dell’interesse commerciale — dell’interesse calcolato nell’ambito del mondo commerciale, da coloro che danno il denaro in prestito per lo sconto di cambiali e per i prestiti propriamente detti — sopravviene, nel corso del ciclo industriale, una fase durante la quale il saggio d’interesse supera il suo minimo e raggiunge il livello medio normale (che più tardi verrà superato), tale movimento essendo la conseguenza dell’aumento del profitto.

    Ma si devono qui fare due considerazioni:

    Primo: se il saggio d’interesse si mantiene elevato per un lungo periodo (ci riferiamo qui al saggio d’interesse in un paese determinato quale l’Inghilterra, in cui il saggio d’interesse medio è fissato per un periodo abbastanza lungo e si presenta anche nell’interesse pagato per prestiti a lungo termine, il che si può chiamare interesse privato), ciò è prima facie (a prima vista) prova del fatto che durante questo periodo il saggio del profitto è elevato, ma non dimostra necessariamente che sia elevato anche il saggio del guadagno d’imprenditore. Questa ultima differenza viene meno, in misura maggiore o minore, per i capitalisti che lavorano principalmente con il loro proprio capitale; essi realizzano il saggio elevato del profitto, poiché pagano l’interesse a se stessi. La possibilità di un saggio dell’interesse elevato per un lungo periodo — non parliamo qui della fase della depressione vera e propria — si presenta quando il saggio del profitto è alto. Ma è possibile che questo elevato saggio del profitto, una volta che sia stato detratto il saggio elevato dell’interesse, non lasci che un saggio poco elevato del guadagno d’imprenditore. Questo ultimo può ridursi mentre il saggio del profitto rimane elevato. E ciò è possibile, perché le imprese, una volta avviate, devono essere proseguite. Durante questa fase si lavora in gran parte esclusivamente con capitale di credito (capitale altrui); e il saggio del profitto elevato può avere qualche volta un carattere di speculazione di previsione. Un saggio d’interesse elevato può essere pagato con un saggio di profitto elevato, ma con guadagno d’imprenditore decrescente. Esso può essere pagato — e ciò si verifica in parte in periodi di speculazione — non dal profitto, ma dallo stesso capitale altrui preso in prestito, situazione questa che si può prolungare per un certo tempo.

    Secondo: L’affermazione che la domanda di capita monetario e quindi il saggio dell’interesse aumenta perché il saggio di profitto è elevato, non significa che il saggio d’interesse sia elevato perché aumenta la domanda di capitale industriale.

    In periodi di crisi da domanda di capitale da prestito e quindi il saggio dell’interesse, toccano il loro massimo; il saggio del profitto e con esso la domanda di capitale industriale praticamente scompaiono. In tali periodi ognuno prende a prestito solo per pagare, per liquidare degli impegni già contratti. Invece, in periodi di ripresa dopo una crisi, il capitale da prestito viene richiesto per acquistare e per trasformare il capitale monetario in capitale produttivo o commerciale.

    E viene allora richiesto dal capitalista industriale o dal commerciante. Il capitalista industriale lo spende in mezzi di produzione e in forza-lavoro.

    La domanda crescente di forza-lavoro non può per se stessa essere causa di un aumento del saggio dell’interesse, in quanto quest’ultimo è determinato dal saggio del profitto.

    Un salario più elevato non è mai causa di un profitto più elevato, quantunque, se noi consideriamo certe fasi del ciclo industriale, ne possa essere una conseguenza.

    La domanda di forza-lavoro può aumentare perché lo sfruttamento del lavoro si svolge in condizioni particolarmente favorevoli, ma la domanda crescente di forza-lavoro e in conseguenza di capi tale variabile, non accresce il profitto in sé e per sé, lo riduce invece pro tanto. Ma la domanda di capitale variabile può tuttavia aumentare e con essa aumenta anche la domanda di capitale monetario; il che può far salire il saggio dell’interesse. Il prezzo di mercato della forza-lavoro supera allora la sua media, viene impiegato un numero di lavoratori superiore alla media e contemporaneamente aumenta il saggio dell’interesse, accrescendosi in quelle circostanze la domanda di capitale monetario. La domanda crescente di forza- lavoro rincara questa merce al pari si qualsiasi altra, fa salire il suo prezzo, ma non il profitto, che si fonda principalmente proprio sul prezzo relativamente basso di questa merce. Ma essa accresce al tempo stesso — nelle condizioni presupposte — il saggio dell’interesse, in quanto fa aumentare la domanda di capitale monetario. Se il capitalista monetario, anziché dare il denaro in prestito, si trasformasse in un capitalista industriale, il fatto che egli deve pagare il lavoro più caro non verrebbe ad accrescere in sé e per sé il suo profitto, ma lo diminuirebbe pro tanto. Ciò nonostante, in determinate circostanze il suo profitto può salire, ma non per il fatto che egli paga il lavoro più caro. Quest’ultima circostanza, in quanto accresce la domanda di capitale monetario, è tuttavia sufficiente per far aumentare il saggio dell’interesse. Se il salario si accresce per qualsiasi causa, mentre la congiuntura per il resto è sfavorevole, l’aumento del salario farebbe diminuire il saggio del profitto e aumentare il saggio dell’interesse nella misura in cui esso accresce la domanda di capitale monetario.

    A prescindere dal lavoro, ciò che Overstone chiama «domanda di capitale» è soltanto domanda di merci. La domanda di merci accresce il loro prezzo sia se essa supera la media sia se l’offerta cade al di sotto della media. Se il capitalista industriale o il commerciante deve pagare ad es. ora 150 Lst. per la stessa massa di merci per cui precedentemente ne pagava 100, egli dovrebbe in tali circostanze prendere in prestito 150 Lst. in luogo delle 100 Lst. di prima e se il saggio dell’interesse fosse del 5%, egli dovrebbe pagare 7 1/2 Lst. mentre precedentemente pagava 5 Lst. La massa dell’interesse che egli deve pagare si accrescerebbe, perché si accresce la massa del capitale presa in prestito.

    Il tentativo del sig. Overstone consiste semplicemente nel presentare come identici gli interessi del capitale da prestito e del capitale industriale, mentre il suo Bank Act è congegnato in modo da sfruttare proprio la differenza di questi interessi a beneficio del capitale monetario.

    È possibile che la domanda di merci, nel caso che la loro offerta sia caduta al di sotto della media, non assorba una quantità di capitale monetario maggiore di prima. La stessa somma, forse una somma più piccola, deve essere pagata per il loro valore complessivo, ma per questa medesima somma si riceve una quantità minore di valori d’uso. In questo caso la domanda di capitale monetario da prestito rimane invariata e quindi il saggio dell’interesse non sale, sebbene la domanda della merce sia aumentata in rapporto alla sua offerta e per conseguenza sia aumentato anche il suo prezzo. Il saggio dell’interesse può essere influenzato solo nel caso in cui si accresce la domanda complessiva di capitale da prestito, il che non si verifica nelle condizioni suddette.

    Ma l’offerta di un articolo può anche cadere al di sotto della media, come si verifica in caso di cattivo raccolto di grano, cotone ecc. e la domanda del capitale da prestito può aumentare, perché si specula al rialzo ulteriore e il modo più semplice per far salire i prezzi consiste nel sottrarre temporaneamente una parte dell’offerta al mercato. Ma per pagare la merce acquistata senza venderla, il denaro viene procurato facendo ricorso al « sistema delle cambiali» commerciali. In questo caso la domanda del capitale da prestito si accresce ed il saggio d’interesse può salire in seguito a questo tentativo di impedire artificialmente l’afflusso delle merci sul mercato. Il saggio più elevato dell’interesse esprime allora una riduzione artificiale dell’offerta del capitale-merce.

    D’altro lato la domanda di un articolo può accrescersi perché la sua offerta si è accresciuta e il prezzo dell’articolo è inferiore al suo livello medio.

    In questo caso la domanda di capitale da prestito può rimanere invariata o anche diminuire, perché con la stessa somma di denaro si può ottenere una maggiore quantità di merci. Potrebbero anche verificarsi degli accaparramenti di merci a scopo speculativo, sia per sfruttare il momento favorevole ai fini della produzione, sia nell’attesa di futuri aumenti di prezzo. In questo caso la domanda di capitale da prestito potrebbe accrescersi e l’elevato saggio d’interesse sarebbe allora indice di un investimento di capitale in scorte eccedenti gli elementi del capitale produttivo.

    Ci occupiamo qui solo della domanda di capitale da prestito, che è influenzata dall’offerta e dalla domanda del capitale-merce.

    Si è già precedentemente spiegato, come la condizione mutevole del processo di riproduzione nelle fasi del ciclo industriale influisca sull’offerta del capitale da prestito. Astutamente Overstone identifica il principio volgare secondo cui il saggio di mercato dell’interesse è determinato dall’offerta e dalla domanda di capitale (da prestito) con il suo proprio punto di vista, secondo cui il capitale da prestito è identico con il capitale in generale e in tal modo egli cerca di fare dell’usuraio il solo capitalista e del suo capitale il solo capitale.

    In periodi di depressione la domanda del capitale da prestito è domanda di mezzi di pagamento e niente altro; in nessun caso è domanda di denaro come mezzo di acquisto. Il saggio dell’interesse può salire molto in alto, indipendentemente dal fatto che vi sia sovrabbondanza o penuria di capitale reale, — capitale produttivo e capitale- merce. La domanda di mezzi di pagamento è una semplice domanda di convertibilità in denaro, quando i commercianti ed i produttori possono offrire delle garanzie sufficienti; è una domanda di capitale monetario quando ciò non si verifica, quando cioè un anticipo di mezzi di pagamento dà loro non solo la forma monetaria, ma l’equivalente che loro manca, sotto una forma o l’altra, per il pagamento. Questo è il punto in cui entrambe le posizioni che la teoria corrente assume nel giudicare le crisi sono giuste ed errate allo stesso tempo. Coloro che dicono che esiste semplicemente una carenza di mezzi di pagamento hanno soltanto in mente quelle persone che posseggono garanzie bona fide (effetti garantiti da merce), o sono dei pazzi che credono sia dovere e facoltà di una banca trasformare, con pezzi di carta, tutti gli speculatori falliti in capitalisti solidi e solvibili. Coloro che dicono che esiste una semplice carenza di capitale, fanno puramente un gioco di parole, poiché in tali periodi vi è una massa di capitale inconvertibile in seguito alla sovra-importazione ed alla sovrapproduzione, oppure si riferiscono esclusivamente a quegli avventurieri del credito che ora sono di fatto messi in condizioni di non poter più a lungo ottenere capitale altrui con il quale portare avanti i loro affari e pretendono che la banca non soltanto li aiuti a restituire il capitale perduto, ma li metta per di più in grado di continuare le loro speculazioni fraudolente.

    È un principio fondamentale della produzione capitalistica che il denaro si contrappone alla merce quale forma autonoma del valore, ossia che il valore di scambio deve assumere nel denaro una forma autonoma e ciò è possibile unicamente quando una merce determinata diventa la materia al cui valore si devono commisurare tutte le altre merci, cosicchè proprio per ciò diventa la merce universale, la merce par excellence in contrapposizione a tutte le altre merci. Ciò si deve manifestare — soprattutto presso le nazioni capitalistiche sviluppate, che sostituiscono il denaro in grandi quantità — in due modi: da un lato mediante operazioni di credito, dall’altro mediante moneta di credito. In periodi di depressione, quando il credito si restringe oppure cessa del tutto, il denaro improvvisamente si contrappone in assoluto a tutte le merci quale unico mezzo di pagamento e autentica forma di esistenza del valore. Di qui la svalorizzazione generale delle merci, la difficoltà, anzi l’impossibilità di trasformarle in denaro, ossia nella loro forma puramente fantastica. In secondo luogo, la moneta di credito stessa è denaro unicamente nella misura in cui rappresenta, in assoluto, nell’importo del suo valore nominale, il denaro effettivo. Con il deflusso dell’oro la sua convertibilità in denaro, ossia la sua identità con l’oro reale, diventa problematica. Di qui misure coercitive, aumento del saggio dell’interesse ecc. al fine di assicurare le condizioni di questa convertibilità. Ciò può essere più o meno portato a eccessi mediante un’errata legislazione fondata su errate teorie del denaro e imposta alla nazione nell’interesse di trafficanti di denaro, tipo Overstone e compagni. Ma la causa prima si trova nel fondamento stesso del sistema di produzione. Una svalorizzazione della moneta di credito (senza parlare dell’eventualità, del resto puramente immaginaria, che essa perda le sue caratteristiche di denaro) scuoterebbe tutti i rapporti esistenti. Il valore delle merci viene quindi sacrificato al fine di salvaguardare l’esistenza immaginaria e indipendente di questo valore nel denaro.

    Come valore in denaro esso in generale è sicuro soltanto fino a che è sicuro il denaro. Per qualche milione in denaro devono quindi essere sacrificati molti milioni di merci. Ciò è inevitabile nella produzione capitalistica e costituisce una delle sue attrattive. Nei modi di produzione precedenti ciò non si verifica perché, data la ristrettezza della base su cui si muovono, non si sviluppa né il credito, né la moneta di credito. Fino a che il carattere sociale del lavoro appare come l’esistenza monetaria della merce e quindi come una cosa al di fuori della produzione reale, le crisi monetarie sono inevitabili, indipendentemente dalle crisi reali o come aggravamento di esse. D’altra parte è evidente che, fino a quando il credito di una banca non viene scosso, essa attutisce in tali casi il panico accrescendo la moneta di credito, mentre lo accentua quando invece la ritira. Tutta la storia dell’industria moderna dimostra che in realtà, se la produzione interna fosse organizzata, il denaro sarebbe richiesto soltanto per il saldo del commercio internazionale, ogniqualvolta il suo equilibrio è momentaneamente alterato. Che il mercato interno non abbia ormai più bisogno della moneta metallica, lo dimostra la sospensione dei pagamenti in contanti delle cosiddette banche nazionali, sospensione a cui si ricorre in tutti i casi estremi come all’unico rimedio.

    Se si trattasse solo di due individui, sarebbe ridicolo parlare di una bilancia di pagamenti sfavorevole ad entrambi nelle loro reciproche operazioni. Se essi sono reciprocamente debitore e creditore l’un dell’altro, è chiaro che se i loro crediti non si compensano, l’uno deve essere il debitore dell’altro per la differenza. Per quanto riguarda le nazioni invece non è affatto così. E che non sia così lo riconoscono tutti gli economisti quando affermano che la bilancia dei pagamenti può essere favorevole o sfavorevole ad una nazione, anche se la sua bilancia commerciale deve in definitiva pareggiarsi.

    La bilancia dei pagamenti si distingue dalla bilancia commerciale per il fatto che essa è una bilancia commerciale che viene a scadenza in un momento determinato.

    Le crisi non fanno che condensare in un periodo breve la differenza fra la bilancia dei pagamenti e la bilancia commerciale: e le condizioni determinate che si sviluppano presso la nazione colpita dalla crisi, per la quale si presenta quindi ora il termine di pagamento — tali condizioni portano già con sé una tale contrazione dei termini di compensazione. Innanzi tutto l’esportazione dei metalli preziosi, poi la vendita delle merci affidate a commissionari; l’esportazione di merci per svenderle o per procurarsi, all’interno, degli anticipi di denaro su queste merci; l’aumento del saggio dell’interesse, la denuncia dei crediti, la caduta dei titoli, la alienazione di titoli esteri, il richiamo esercitato sul capitale estero dall’investimento in questi titoli svalorizzati, infine la bancarotta che liquida una massa di obbligazioni. Molto sovente viene inviato anche del metallo nel paese colpito dalla crisi, perché qui le cambiali non sono solide e il pagamento per maggiore garanzia viene fatto in metallo. S’aggiunge ancora la circostanza che, per quanto riguarda l’Asia, tutte le nazioni capitalistiche sono per lo più con temporaneamente, in modo diretto o indiretto, sue debitrici. Non appena queste diverse circostanze esercitano il loro pieno effetto sull’altra nazione interessata, subentra anche presso di questa la esportazione di oro e di argento, in breve scade il termine di pagamento e si ripetono gli stessi fenomeni.

    Nel credito commerciale l’interesse, come differenza fra il prezzo a credito e il prezzo in contanti, entra nel prezzo delle merci soltanto se le cambiali hanno una durata maggiore dell’usuale. Altrimenti no.

    E ciò si spiega con il fatto che ognuno prende questo credito con una mano e lo dà con l’altra. (Ciò non si accorda con la mia esperienza. F.E.). Ma nella misura in cui lo sconto entra qui in questa forma, esso non è regolato dal credito commerciale, ma dal mercato monetario.

    Se l’offerta e la domanda di capitale monetario, che determinano il saggio dell’interesse, fossero identiche all’offerta e alla domanda di capitale effettivo, come Overstone sostiene, l’interesse dovrebbe essere simultaneamente elevato o basso a seconda che si considerino diverse merci, o la medesima merce in fasi diverse (materia prima, semilavorato, prodotto finito). Nel 1844 il saggio d’interesse della Banca d’Inghilterra oscillò fra il 4% (da gennaio fino a settembre) e il 2 1/2-3% da novembre alla fine dell’anno. Nel 1845 esso fu del 21/2, 23/4, 3% dal gennaio fino all’ottobre, fra il 3 e il 5% negli ultimi mesi. Il prezzo medio del cotone fair Orleans era di 6 1/4 pence nel 1844 e di 47/8 pence nel 1845. Il 3 marzo 1844 Liverpool aveva una scorta di cotone di 627.042 balle ed il 3 marzo 1845 di 773.800 balle. A giudicare dal basso prezzo del cotone, anche il saggio d’interesse doveva essere tale nel 1845 e lo fu in realtà durante la maggior parte di questo periodo. Ma, a giudicare dal prezzo dei filati, esso avrebbe dovuto essere elevato, perché i prezzi erano relativamente alti e il profitto assolutamente elevato. Nel 1845 cotone da 4 pence la libbra poteva con 4 pence di spese di filatura dare filati (n. 40 secunda mule twist di buona qualità) che al filandiere costavano 8 pence e che egli in settembre ed ottobre 1845 poteva vendere a 10 1/2 o 111/2 pence la libbra. (Vedere più sotto deposizione di Wylie).

    Tutta la questione può essere risolta nel modo seguente: l’offerta e la domanda di capitale da prestito sarebbero identiche all’offerta ed alla domanda di capitale in generale (quantunque questa ultima frase sia assurda; per l’industriale o il commerciante la merce è una forma del suo capitale, ma egli non domanda mai il capitale come tale, ma sempre unicamente questa merce particolare in quanto tale, l’acquista e la paga come merce, grano o cotone, indipendentemente dalla funzione che essa deve assolvere nel ciclo del suo capitale), se nessuno prestasse il denaro e se i capitalisti che fanno dei prestiti fossero in possesso di macchine, di materie prime ecc. e le dessero in prestito o le affittassero, come fanno ora per le case, ai capitalisti industriali, proprietari essi stessi di una parte di questi oggetti. In tali condizioni l’offerta del capitale da prestito sarebbe identica alla offerta di elementi di produzione per il capitalista industriale, di merci per il commerciante. Ma è chiaro che la ripartizione del profitto fra chi dà a prestito e chi prende a prestito verrebbe in prima istanza a dipendere interamente dal rapporto secondo cui questo capitale è dato in prestito, dal rapporto tra il capitale dato a prestito e il capitale che è proprietà di colui che lo impiega.

    Secondo il sig. Weguelin (Bank Acts 1857) il saggio dell’interesse è determinato dalla «massa del capitale inattivo» (252); è «unicamente un indice della massa del capitale inattivo che cerca investimento» (271); più tardi egli chiama questo capitale inattivo floating capital (485) e intende con ciò «biglietti della Banca d’Inghilterra e altri mezzi di circolazione nel paese; ad es. i biglietti delle banche provinciali e le monete esistenti nel paese... io includo nel floating capital anche le riserve delle banche» (502, 503) e più tardi anche i lingotti d’oro (503). Lo stesso Weguelin dice che la Banca d’Inghilterra ha un forte influsso sul saggio dell’interesse in periodi «in cui noi (la Banca d’Inghilterra) abbiamo effettivamente nelle nostre mani la maggior parte del capitale inattivo» (1198), mentre, secondo le precedenti deposizioni del signor Overstone, la Banca d’Inghilterra «non è un posto per il capitale». Weguelin soggiunge: «Secondo il mio punto di vista il saggio è regolato dalla quantità del capitale inattivo esistente nel paese. La quantità del capitale inattivo è rappresentata dalla riserva della Banca d’Inghilterra, che in effetti è una riserva metallica. La riduzione del tesoro metallico riduce quindi la quantità del capitale inattivo del paese ed accresce il valore della parte residua» (1258).

    J. Stuart MilI dice (2102): «È necessario per la Banca, se vuole mantenere solvibile il suo banking department, fare quanto è in suo potere per alimentare le riserve di questo department; non appena quindi riscontra che è in corso un deflusso, essa si deve assicurare una riserva e diminuire le sue operazioni di sconto o vendere titoli » [188].

    La riserva, in quanto si prende in considerazione soltanto il banking department, è tale unicamente per i depositi. Secondo gli Overstone il banking depariment deve agire come banchiere, senza curarsi dell’emissione « automatica » delle banconote. Ma in periodi di effettiva difficoltà la Banca, indipendentemente dalla riserva del banking department, che consiste soltanto in banconote, vigila sul tesoro metallico e vi è costretta se non vuole fallire. Infatti, nella stessa misura in cui si esaurisce il tesoro metallico, si esaurisce anche la riserva di banconote e nessuno lo potrebbe sapere meglio del signor Overstone, che ha così saggiamente dato origine a questo stato di cose con il suo Bank Act del 1844.
    Ultima modifica di Stalinator; 03-09-10 alle 12:11

  6. #6
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    CAPITOLO 33

    IL MEZZO DI CIRCOLAZIONE NEL SISTEMA CREDITIZIO



    «Il grande regolatore della velocità della circolazione è il credito. Ciò spiega il motivo per cui una forte crisi sul mercato monetario coincide abitualmente con una circolazione abbondante» (The Currency Theory Reviewed, p. 65). Ciò ha un duplice significato. Da un lato i metodi che portano a un’economia di mezzi di circolazione sono fondati sul credito. Ma in secondo luogo: prendiamo, ad esempio, una banconota da 500 €.

    Oggi A la dà a B in pagamento di una cambiale; B la deposita lo stesso giorno presso il suo banchiere; questi se ne serve per scontare, sempre in questo stesso giorno una cambiale di C; C la rimette alla sua banca che la anticipa al bill-broker ecc. La velocità con la quale qui la banconota circola, serve ad acquisti o a pagamenti, è mediata dalla velocità con cui essa ritorna sempre sotto forma di deposito all’uno per passare in seguito a un altro sotto forma di prestito. L’economia pura e semplice del mezzo di circolazione appare più altamente sviluppata nel Clearing House, nel semplice scambio di cambiali scadute e nella funzione prevalente del denaro come mezzo di pagamento per pareggiare semplici eccedenze. Ma l’esistenza di queste cambiali si fonda a sua volta sul credito, che gli industriali e i commercianti si accordano reciprocamente.

    Se il credito diminuisce, diminuisce di conseguenza il numero delle cambiali, particolarmente di quelle a lunga scadenza, quindi anche l’efficacia di questo metodo delle compensazioni.

    E questa economia, che consiste nell’eliminare il denaro dagli scambi, mentre si fonda interamente sulla funzione del denaro come mezzo di pagamento, la quale funzione a sua volta si fonda sul credito, non può (indipendentemente dalla tecnica più o meno sviluppata nella concentrazione di questi pagamenti) che essere di due tipi: titoli di credito reciproci, rappresentati da cambiali o da assegni, si compensano presso lo stesso banchiere, che trascrive unicamente il credito dal conto dell’uno su quello dell’altro, oppure vengono compensati reciprocamente da banchieri diversi.

    (Numero medio delle giornate durante le quali una banconota rimane in circolazione:


    La concentrazione di 8-10 milioni di cambiali in mano di un bill-broker, come ad es. la ditta Overend, Gurney & Co., era uno dei mezzi principali per estendere localmente la scala di queste compensazioni. Una tale economia accresce l’efficacia del mezzo di circolazione, in quanto ne viene richiesta una quantità minore per il semplice saldo del bilancio. D’altro lato la velocità del denaro che circola come mezzo di circolazione (velocità che serve anche ad economizzarlo) dipende interamente dal flusso degli acquisti e delle vendite o anche dalla concatenazione dei pagamenti, in quanto essi avvengono successivamente in denaro. Ma il credito media e accresce con ciò la velocità della circolazione. La singola moneta può, ad esempio, circolare soltanto cinque volte e rimanere più a lungo nelle mani del singolo — come semplice mezzo di circolazione, senza l’intervento del credito, — se A, il suo proprietario originale acquista da B, B da C, C da D, D da E ed E da F, quindi il suo trasferimento da una mano all’altra è effettuato unicamente da acquisti e vendite effettive. Ma se B deposita il denaro, che ha ricevuto in pagamento da A, presso il suo banchiere, questi lo rimette a C nello sconto di una cambiale, questi acquista da D, D lo deposita presso il suo banchiere e il banchiere lo dà in prestito ad E, che acquista da F, allora anche la sua velocità come semplice mezzo di circolazione (mezzo di acquisto) è mediata da molteplici operazioni di credito: il deposito fatto da B presso il suo banchiere, lo sconto fatto da questi in favore di C, il deposito fatto da D presso il suo banchiere e lo sconto di questi in favore di E; quindi quattro operazioni di credito. Senza queste operazioni di credito la stessa moneta non avrebbe potuto effettuare cinque acquisti successivi nel tempo dato. Per il fatto che ha cambiato di mano senza la mediazione di una compravendita effettiva — come deposito e nello sconto — essa ha cambiato di mano più rapidamente nella serie dei trasferimenti effettivi.

    Si è visto sopra come una medesima banconota possa costituire depositi presso diversi banchieri. Parimenti può costituire diversi depositi presso lo stesso banchiere.

    Con la banconota depositata da A, questo banchiere sconta la cambiale di B, B paga C, C deposita questa stessa banconota presso lo stesso banchiere, che la dà via.

    Esaminando la circolazione monetaria semplice (Libro 1, cap. III, 2 ) noi abbiamo già dimostrato che la massa del denaro effettivamente in circolazione, presupponendo come date la velocità della circolazione e l’economia dei pagamenti, è determinata dal prezzo delle merci e dalla massa delle transazioni. La medesima legge si applica alla circolazione delle banconote. Nella seguente tabella si trova elencata per ogni anno la media annuale dei biglietti della Banca d’Inghilterra in mano del pubblico, e precisamente l’importo dei biglietti da 5 e 10 Lst., quello dei biglietti da 20-100 Lst. e quello dei biglietti più grossi da 200-1.000 Lst., come pure la percentuale della circolazione complessiva fornita da ciascuno di questi tipi. Gli importi sono dati in migliaia, omettendo le ultime tre cifre.


    La somma totale delle banconote in circolazione si è, quindi, effettivamente ridotta dal 1844 fino al 1857, sebbene il movimento commerciale, quale risulta dalle esportazioni e dalle importazioni, si sia più che raddoppiato. Le banconote di piccolo taglio da 5 e 10 Lst. sono aumentate, come si vede dalla tabella, da 9.263.000 Lst. nel 1844 a 10.659.000 Lst. nel 1857. E ciò si è verificato contemporaneamente a un forte accrescimento della circolazione aurea proprio in quel periodo. Al contrario si è avuta una diminuzione dei biglietti di grosso taglio (200-1.000 Lst.) da 5.856.000 Lst. nel 1852 a 3.241.000 Lst. nel 1857. Quindi una diminuzione di oltre 2 1/2 milioni di Lst. Ciò viene spiegato come segue: «l’8 giugno 1854, i banchieri privati di Londra permisero alle banche azionarie di partecipare alla organizzazione del Clearing House e poco dopo il clearing definitivo fu installato alla Banca d’Inghilterra. I saldi giornalieri venivano effettuati mediante trascrizioni sui conti, che le diverse banche tenevano alla Banca d’Inghilterra. Con l’introduzione di questo sistema i biglietti di grosso taglio di cui le banche si servivano precedentemente per la compensazione dei loro reciproci conti, sono diventati superflui» (Bank Acts, 1858, p. V).

    A proposito della misura in cui l’uso del denaro nel commercio all’ingrosso è stato ridotto al minimo, si confronti la tabella riportata nel Libro I, cap. III, nota 103, che è stata fornita alla Commissione bancaria da Morrison, Dillon & Co., una fra le più importanti di quelle ditte di Londra presso le quali un commerciante al minuto può acquistare tutto il suo rifornimento di merci di qualsiasi tipo.

    Secondo la testimonianza di W. Newmarch al [Bank Committee] Bank Acts 1857, n. 1741, vi furono altre circostanze che contribuirono al risparmio dei mezzi di circolazione: l’affrancatura delle lettere fissata a un penny, le ferrovie, i telegrafi, in breve il miglioramento dei mezzi di comunicazione; cosicché attualmente l’Inghilterra, disponendo approssimativamente della medesima circolazione di banconote, può fare affari per un volume cinque o sei volte maggiore. La ragione principale di ciò sarebbe da attribuirsi alla eliminazione dalla circolazione delle banconote di un valore superiore alle 10 Lst. Per Newmarch questa è la spiegazione naturale del fatto che in Scozia e in Irlanda, dove circolano anche biglietti da 1 Lst., la circolazione dei biglietti si è accresciuta di circa il 31% (1747). Egli stima che la circolazione complessiva delle banconote nel Regno Unito, ivi compresi i biglietti da 1 Lst., ammonti a 39 milioni (1749).

    La circolazione aurea = 70 milioni di Lst. (1750). In Scozia la circolazione delle banconote era nei 1834 = 3.120.000 Lst.; nel 1844 = 3.020.000 Lst.; 1854 4.050.000 Lst. (1752).

    Già da ciò si può dedurre che in nessun caso è facoltà della banca con diritto di emissione di aumentare il numero delle banconote in circolazione, finché queste banconote possono essere in qualsiasi momento convertite in denaro. (Non si fa qui affatto questione di carta-moneta inconvertibile; banconote inconvertibili possono diventare mezzo generale di circolazione soltanto in quei paesi in cui esse sono effettivamente sostenute dal credito dello Stato, come attualmente, ad esempio, in Russia. Esse cadono perciò sotto le leggi della carta-moneta statale inconvertibile che noi abbiamo già analizzato.- Libro 1, cap. III, 2, c: La moneta. Il segno del valore. F. E.

    La quantità delle banconote in circolazione è determinata dai bisogni del movimento commerciale e ogni banconota superflua ritorna immediatamente a chi l’ha emessa. Poiché in Inghilterra soltanto i biglietti della Banca d’Inghilterra circolano universalmente come mezzo legale di pagamento, noi possiamo trascurare qui la circolazione, di scarsa importanza e puramente locale, dei biglietti delle banche di provincia.

    Il sig. Neave, governatore della Banca d’Inghilterra, dichiara dinanzi al Bank Committee, 1858:

    «N. 947 (Domanda Qualsiasi provvedimento Lei possa prendere, l’importo delle banconote in mano del pubblico, secondo Lei, rimane invariato; ossia circa 20 milioni di Lst.? In tempi normali per l’uso del pubblico pare vi sia bisogno di circa 20 milioni di sterline. In certi momenti, che ricorrono periodicamente durante l’anno, tale bisogno si può accrescere di un milione o un milione e mezzo. Quando il pubblico richiede una quantità maggiore di denaro, può, come dicevo, ottenerla dalla Banca d’Inghilterra».

    «948. Lei ha affermato che, durante il panico, il pubblico non voleva permetterle di diminuire l’ammontare dei biglietti; vuol dirci le ragioni di questo fatto? In periodi di panico il pubblico ha, a me pare, pieno diritto di procurarsi banconote; e naturalmente se la Banca ha l’obbligazione, il pubblico può, in base a questa obbligazione, prelevare i biglietti dalla Banca».

    «949. Pare, dunque, che occorrano sempre circa 20 milioni in biglietti della Banca d’Inghilterra? 20 milioni di biglietti in mano del pubblico; è variabile, 18 e mezzo, 19 o 20 e così via. Ma in media possiamo dire 19-20 milioni».

    Deposizione di Thomas Tooke davanti alla Commissione della Camera dei Lords sulla commercial distress (Crisi commerciale).

    (Commercial Distress 1848-57 [p. 347], n. 3094: «La Banca non ha alcun potere di accrescere a suo arbitrio l’ammontare delle banconote in mano del pubblico; essa ha il potere di diminuire l’ammontare delle banconote in mano del pubblico, ma soltanto per mezzo di una operazione forzosa».

    J. C. Wright, da 30 anni banchiere in Nottingham, dopo avere minutamente esposto come sia assolutamente impossibile che le banche di provincia possano mantenere in circolazione una quantità di biglietti maggiore di quanto il pubblico non ne abbia bisogno e desideri, dice a proposito dei biglietti della Banca d’Inghilterra (Commercial Distress 1848-57).

    n. 2844: «Io non conosco alcun limite (alla emissione dei biglietti) per la Banca d’Inghilterra, ma ogni eccedenza della circolazione si trasformerà in depositi ed assumerà in tal modo un’altra forma».

    Lo stesso vale per la Scozia, dove la circolazione è quasi soltanto cartacea, perché là, come in Irlanda, sono ammessi anche i biglietti da 1 Lst. e perché the “Scotch hate gold” (Gli scozzesi odiano l’oro.) Kennedy, direttore di una banca scozzese dichiara che le banche non possono nemmeno contrarre la loro circolazione di banconote ed è del parere che «in quanto le transazioni interne richiedono banconote oppure oro per essere concluse, i banchieri devono fornire la quantità dei mezzi di circolazione richiesta da queste transazioni, sia su domanda dei loro depositanti, sia altrimenti... Le banche scozzesi possono restringere i loro affari, ma non possono esercitare alcun controllo sulla loro emissione di banconote» (ivi, nn. 3446-48). Lo stesso afferma Anderson, direttore della Union Bank of Scotland, (ivi, n. 3578): «Il sistema del reciproco scambio di banconote » (fra le banche scozzesi) « impedisce un’eccessiva emissione di banconote da parte di una singola banca? — Certamente; ma noi abbiamo un mezzo più efficace di questo scambio di banconote» (che in realtà non ha nulla a che vedere con ciò, ma assicura la capacità di circolazione delle banconote di ogni banca in tutta la Scozia) «e questo mezzo è l’uso generale in Scozia di avere un conto in banca; chiunque abbia in qualche modo denaro, ha anche un conto presso qualche banca, alla quale versa giornalmente tutto il denaro di cui non ha bisogno immediato, cosicché, alla fine di ogni giornata d’affari, tutto il denaro si trova presso le banche, eccettuato quello che ciascuno ha in tasca».

    Egualmente, per l’Irlanda, vedere le deposizioni del governatore della Banca d’Irlanda, MacDonnell, e di Murray, direttore della Provincial Bank of Ireland, davanti alla stessa Commissione.

    Come è indipendente dai voleri della Banca d’Inghilterra, la circolazione delle banconote è parimenti indipendente dal livello del tesoro aureo che si trova nei forzieri della banca e che garantisce la convertibilità di queste banconote. «Al 18 settembre 1846, la circolazione dei biglietti della Banca d’Inghilterra era di 10.900.000 Lst. e la sua riserva metallica di 16.273.000 Lst.; al 5 aprile 1847, la circolazione era di 20.815.000 Lst. e la riserva metallica 10.246.000 Lst. Quindi, nonostante l’esportazione di 6 milioni di metallo prezioso, non si verificava alcuna contrazione della circolazione» (J. G. KINNEAR, The Crisis and the Currency, Londra, 1847, p. 5). Si comprende tuttavia che ciò vale soltanto per le condizioni che oggi regnano in Inghilterra, e anche là soltanto fin dove la legislazione riguardante il rapporto fra l’emissione delle banconote e la riserva metallica non dà altre disposizioni.

    Sono quindi soltanto le necessità del commercio stesso che esercitano un influsso sulla quantità del denaro in circolazione, banconote e oro. Si devono qui prendere innanzitutto in considerazione le oscillazioni periodiche che si ripetono ogni anno, qualunque possa essere la situazione generale degli affari, cosicché da 20 anni in qua, «la circolazione in un mese determinato è alta, in un altro è bassa, e in un terzo mese determinato raggiunge un livello medio» (New march, Bank Acts, 1857, n. 1650).

    E’ così che al mese di agosto di ogni anno alcuni milioni, generalmente in oro, passano dalla Banca d’Inghilterra nella circolazione interna, per pagare le spese del raccolto; poiché si tratta principalmente del pagamento di salari, in questo caso le banconote servono meno per l’Inghilterra. Prima della fine dell’anno questo denaro rifluisce poi di nuovo alla Banca. In Iscozia, invece, in luogo delle sovrane si hanno esclusivamente sterline-carta; perciò, nel caso corrispondente, e precisamente due volte all’anno, in maggio e in novembre, in Iscozia la circolazione delle banconote aumenta da 3 a 4 milioni; al termine di 15 giorni si inizia il riflusso che nello spazio di un mese è quasi giunto a compimento (Anderson, C. D., 1848-57, numeri 3595-3600).

    La circolazione dei biglietti della Banca d’Inghilterra subisce ancora una oscillazione temporanea ogni tre mesi in seguito al paga mento trimestrale dei « dividendi », ossia degli interessi del debito pubblico, per cui dapprima le banconote vengono sottratte alla circolazione e poi di nuovo distribuite fra il pubblico; esse rifluiscono tuttavia molto presto. Weguelin (Bank Acts, 1857, n. 38) valuta a due milioni e mezzo l’ammontare della oscillazione da ciò provocata nella circolazione delle banconote. Invece il signor Chapman, della famosa ditta Overend, Gurney & Co., calcola l’ammontare della perturbazione in tal modo provocata sul mercato monetario a una cifra molto più elevata. « Se voi ritirate dalla circolazione 6 o 7 milioni sotto forma di imposte, al fine di pagare i dividendi, vi deve essere qualcuno che nel frattempo mette a disposizione questo ammontare (Bank Acts, 1857, n. 5196).

    Molto più importanti e durature sono le oscillazioni nell’ammontare dei mezzi di circolazione, che corrispondono alle diverse fasi del ciclo industriale. Sentiamo a questo proposito un altro associé di questa ditta, il rispettabile quacchero Samuel Gurney (Commercial Distress, 1848-57, n. 2645):

    «Alla fine di ottobre (1847) vi erano 20.800.000 Lst. di banconote nelle mani del pubblico. In quel periodo vi era una grande difficoltà di procurarsi banconote sul mercato monetario. Situazione questa derivante dal timore generale che, in seguito alle restrizioni del Bank Act del 1844, non fosse possibile procurarsi tali banconote. Attualmente (marzo 1848) l’ammontare delle banconote in mano del pubblico è di 17.700.000 Lst., ma poiché al presente non sussiste alcun panico commerciale, tale ammontare è più che sufficiente. Non esiste in Londra un banchiere o un trafficante in denaro che non disponga di una quantità di banconote maggiore di quanto egli abbia bisogno».

    «2650. L’importo delle banconote.., che non si trovano in deposito alla Banca d’Inghilterra, costituisce un indice assolutamente insufficiente del livello della circolazione attiva, quando non si consideri nel medesimo tempo... la situazione del mondo commerciale e del credito».

    «2651. L’impressione che, nell’attuale ammontare della circolazione, una parte sovrabbondante sia in mano del pubblico, proviene per la maggior parte dal grave stato di ristagno in cui oggi ci troviamo. Qualora i prezzi fossero elevati e gli affari animati, 17.700.000 Lst. ci darebbero un’impressione di ristrettezza».

    (Fino a che la situazione degli affari è tale che i riflussi degli anticipi fatti avvengono regolarmente e quindi il credito è saldo, la circolazione si estende e si contrae semplicemente secondo i bisogni degli industriali e dei commercianti. Poiché, almeno in Inghilterra, l’oro non conta nel commercio all’ingrosso e la circolazione aurea, fatta eccezione per le oscillazioni stagionali, può essere considerata come una grandezza abbastanza costante per un periodo relativamente lungo, la circolazione dei biglietti della Banca d’Inghilterra costituisce l’indice sufficientemente esatto di questi cambiamenti. Nel periodo di stasi che segue una crisi la circolazione è ridotta al minimo, mentre con la ripresa della domanda subentra anche una maggiore domanda di mezzi di circolazione, che diventa più intensa con l’accrescersi della prosperità; la quantità di mezzi di circolazione raggiunge il suo massimo al momento di massima espansione e di massima speculazione: allora scoppia la crisi e da un giorno all’altro le banconote, ieri ancora così abbondanti, scompaiono dal mercato, e con esse coloro che scontavano le cambiali, concedevano anticipi su titoli, acquistavano merci. La Banca d’Inghilterra deve venire in aiuto, ma anche le sue forze sono ben presto esaurite, il Bank Act del 1844 la costringe a diminuire la sua circolazione cartacea proprio nel momento in cui tutto il mondo reclama banconote, quando coloro che posseggono merci non possono venderle e pur tuttavia devono pagare e sarebbero disposti a fare qualsiasi sacrificio pur di ottenere delle banconote. «Durante il periodo di panico» dice il sopra citato banchiere Wright, Commercial Distress, 1848- 57, n. 2930, «il paese ha bisogno di una circolazione doppia di quella richiesta in periodi normali, per il fatto che il mezzo di circolazione viene immagazzinato dai banchieri e da altre persone».

    Quando la crisi ha inizio, si tratta soltanto di una questione di mezzi di pagamento. Ma poiché ognuno dipende dall’altro per i rientro di questi mezzi di pagamento, e nessuno sa se l’altro sarà in condizione di pagare alla scadenza, subentra una vera caccia al tesoro per procacciarsi i mezzi di pagamento che si trovano sul mercato, cioè per le banconote. Ognuno accumula tutte quelle che può ricevere, e in tal modo le banconote scompaiono dalla circolazione proprio quando se ne ha maggiormente bisogno. Samuel Gurney [ Commercial Distress, 1848-57, n. 11161 calcola che il numero delle banconote poste sotto chiave al momento del panico, nell’ottobre 1847, fosse di 4-5 milioni di Lst. F.E.).

    In questo campo è particolarmente interessante la deposizioni fatta al Bank Committee del 1857 dall’associé di Gurney, il già ricordato Chapman. Do qui in riassunto il contenuto principale della deposizione stessa, sebbene siano trattati anche alcuni punti che noi esamineremo solo più tardi.

    Il signor Chapman si esprime come segue:

    «4963. Non ho nessuna esitazione ad affermare che non considero giusto che il mercato monetario debba essere sottoposto a potere di un qualsiasi singolo capitalista (come ce ne sono a Londra) il quale può provocare un’incredibile mancanza di denaro e difficoltà monetarie proprio in momenti in cui il livello della circolazione è molto basso... Ciò può accadere... vi è più di un capitalista che può ritirare dalla circolazione 1 oppure 2 milioni di Lst., quando in tal modo può raggiungere uno scopo».

    «4965. Uno speculatore importante può vendere 1 o 2 milioni di consolidato e sottrarre così il denaro al mercato. Qualche cosa di simile è accaduto molto recentemente creando un imbarazzo di estrema gravità» [471].

    «4967. Le banconote sono allora senza dubbio improduttive. Ma ciò non significa nulla, quando serve a realizzare uno scopo importante; lo scopo fondamentale è di buttare giù i prezzi dei fondi pubblici, di creare difficoltà monetarie, e il capitalista ha pieni poteri per fare tutto ciò ». Un esempio: una mattina vi era una forte domanda di denaro alla borsa dei fondi pubblici; nessuno ne conosceva la ragione; qualcuno domandò a Chapman di prestargli 50.000 Lst. al 7%. Chapman era sorpreso, il suo saggio di interesse essendo molto più basso; egli accettò. Subito dopo la stessa persona ritornò, prese altre 50.000 Lst. al 7 1/2%, poi 100.000 Lst. all’8% e voleva averne ancora di più all’8 1/2%. Lo stesso Chapman cominciò a preoccuparsi. Si venne poi a sapere che improvvisamente una somma importante di denaro era stata sottratta al mercato. Ma dice Chapman, « io ho tuttavia dato in prestito una somma importante all’8%; avevo timore di spingermi oltre; non sapevo quello che poteva capitare».

    Non si deve dimenticare che, sebbene si affermi che 19-20 milioni di banconote si trovino quasi costantemente nelle mani del pubblico, da un lato la parte di queste banconote che circola effettivamente e, dall’altro, quella che giace inutilizzata presso il banchiere sotto forma di riserva, variano continuamente e in misura sensibile l’una rispetto all’altra. Se questa riserva è abbondante, e in conseguenza la circolazione effettiva è bassa, ciò significa dal punto di vista del mercato monetario, che la circolazione è piena (circolazione è piena, il denaro è abbondante ) se invece la riserva è piccola, quindi la circolazione effettiva è piena, allora il linguaggio del mercato monetario dice che la circolazione è bassa (La circolazione è bassa, il denaro è scarso), vale a dire quella parte che rappresenta capitale da prestito inutilizzato è piccola. Una reale espansione o contrazione della circolazione, che sia indipendente dalle fasi del ciclo industriale — in modo però che l’importo di cui il pubblico ha bisogno rimanga invariato — si verifica soltanto per motivi tecnici, ad esempio, nei giorni in cui si pagano le imposte oppure gli interessi del debito pubblico. Quando si pagano le imposte, le banconote e l’oro affluiscono alla Banca d’Inghilterra in misura superiore al normale, provocando una contrazione effettiva della circolazione, senza riguardo ai bisogni di quest’ultima. Il caso contrario si verifica quando vengono pagati i dividendi sul debito pubblico. Nel primo caso si contraggono prestiti presso la banca per ottenere mezzi di circolazione. Nel secondo caso il saggio d’interesse delle banche private diminuisce a causa del momentaneo aumento delle loro riserve. Ciò non ha nulla a che fare con la massa assoluta del mezzo di circolazione, ma interessa soltanto quella banca che fa circolare questi mezzi di circolazione, per la quale questo processo si presenta come alienazione di capitale da prestito e che perciò intasca il relativo profitto.

    Nel primo caso si verifica un semplice spostamento temporaneo del mezzo di circolazione, a cui la Banca d’Inghilterra pone rimedio concedendo anticipi a basso saggio d’interesse e a breve termine, poco prima della scadenza delle imposte trimestrali e dei dividendi anch’essi trimestrali; queste banconote in soprannumero in tal modo anticipate colmano dapprima i vuoti provocati dal pagamento delle imposte, mentre il loro ritorno alla banca, che si verifica senza indugio, fa ritornare subito dopo le banconote eccedenti che il pagamento dei dividendi aveva dato in mano al pubblico.

    Nel secondo caso, la circolazione bassa o piena è sempre soltanto una differente ripartizione della stessa massa di mezzi di circolazione in circolazione attiva e depositi, cioè strumento di prestiti.

    D’altro lato, se ad esempio, in seguito ad afflusso d’oro alla Banca d’Inghilterra il numero delle banconote emesse in contropartita si accresce, tali banconote contribuiscono ad operazioni di sconto al di fuori dell’ambito della banca e vi rifluiscono con il pagamento di prestiti, cosicché la massa assoluta delle banconote in circolazione si accresce solo momentaneamente.

    Se la circolazione è piena a causa della estensione degli affari (fatto che si può produrre anche con prezzi relativamente bassi) il saggio d’interesse può essere relativamente elevato in seguito alla domanda di capitale da prestito intensificata per l’aumento di profitti e l’accrescersi dei nuovi campi di investimento. Se è bassa, a causa della contrazione degli affari, o, anche, a causa di una grande fluidità del credito, allora il saggio d’interesse può essere basso, anche se i prezzi sono elevati. (Vedere Hubbard).

    La quantità assoluta della circolazione esercita una influenza determinante sul saggio dell’interesse soltanto in periodi di difficoltà monetaria. La domanda di circolazione piena, in tal caso, o esprime soltanto una domanda di mezzi di tesaurizzazione (astraendo dalla ridotta velocità con cui circola il denaro e con cui le stesse identiche monete si trasformano continuamente in capitale da prestito), provocata dalla mancanza di credito, come nel 1847, quando la sospensione del Bank Act non causò una espansione della circolazione, ma fu sufficiente a riportare alla luce le banconote tesaurizzate e a rimetterle in circolazione; oppure talvolta possono essere effettivamente richiesti più mezzi di circolazione, come nel 1857, quando la circolazione si accrebbe effettivamente per qualche tempo, dopo la sospensione del Bank Act.

    Per il resto la massa assoluta della circolazione non influisce sul saggio dell’interesse, poiché la circolazione — presupposte costanti l’economia e la velocità della circolazione — è determinata innanzitutto dal prezzo delle merci e dalla massa delle transazioni (nel qual caso, per lo più, un elemento paralizza l’azione dell’altro) e in secondo luogo dalla situazione del credito; mentre a sua volta essa non determina affatto quest’ultimo; e, infine, perché non vi è una relazione necessaria fra il prezzo delle merci e l’interesse.

    Durante il Bank Restriction Act (1797-1820) si verificò una sovrabbondanza di mezzi di circolazione e il saggio dell’interesse si mantenne costantemente assai più elevato di quel che fu alla ripresa dei pagamenti in contanti. Esso subì una rapida diminuzione più tardi, con la limitazione della emissione delle banconote e l’aumento del corso dei cambi. Nel 1822, 1823, 1832, la circolazione generale fu bassa e il saggio dell’interesse parimenti basso. Nel 1824, 1825, 1836 la circolazione fu elevata e il saggio d’interesse aumentò. Durante l’estate 1830 la circolazione fu elevata, il saggio d’interesse basso. Dopo le varie scoperte di giacimenti auriferi, la circolazione monetaria si accrebbe in tutta l’Europa, il saggio dell’interesse aumentò. Il saggio dell’interesse non dipende dunque dalla quantità del denaro in circolazione.

    La differenza fra l’emissione di mezzi di circolazione e i prestiti di capitali si vede nel modo più chiaro nell’effettivo processo di riproduzione. Abbiamo visto (Libro 11, sezione III) in qual modo si attua lo scambio delle diverse parti costitutive della produzione. Il capitale variabile, ad esempio, si compone sostanzialmente dei mezzi di sussistenza dei lavoratori, di una parte del loro prodotto. Esso tuttavia è stato pagato loro in denaro poco alla volta. Il capitalista deve anticipare questo denaro, e dipende in misura considerevole dall’organizzazione del sistema creditizio se la settimana successiva egli potrà pagare il nuovo capitale variabile con il vecchio denaro con cui egli aveva pagato la settimana precedente. Lo stesso vale per gli atti di scambio fra le diverse parti costitutive di un capitale sociale complessivo, ad esempio, fra i mezzi di consumo e i mezzi di produzione dei mezzi di consumo. Il denaro necessario per la loro circolazione deve, come noi abbiamo visto, essere anticipato da uno o da entrambi gli autori dello scambio. Questo denaro rimane poi in circolazione ma fa sempre ritorno, compiuto lo scambio, a colui che l’ha anticipato, essendo stato da lui anticipato oltre il suo capitale industriale effettivamente occupato (vedi Libro Il, cap. 20). In un sistema creditizio sviluppato, in cui il denaro è concentrato nelle banche, sono queste che, almeno nominalmente, lo anticipano. Questo anticipo concerne soltanto il denaro che si trova in circolazione. Un anticipo di circolazione, non un anticipo dei capitali che il sistema creditizio fa circolare.

    Chapman [ Acts, 1857]: «5062. Possono presentarsi momenti in cui l’ammontare delle banconote nelle mani del pubblico sia molto forte e sia tuttavia impossibile procurarsene». Il denaro esiste anche in periodi di panico; ma ciascuno si guarda bene dal trasformarlo in capitale da prestito, in denaro da prestito e lo tiene ben stretto per una effettiva necessità di pagamento.

    «5099. Le banche dei distretti rurali inviano a Lei ed alle altre case di Londra le eccedenze dei loro capitali non investite? Certamente».

    «5100. D’altro lato i distretti industriali del Lancashire e del Yorkshire fanno scontare presso di voi cambiali necessarie al loro commercio? Certamente».

    «5101. Di modo che con tale procedimento il denaro eccedente di un distretto viene utilizzato per soddisfare i bisogni di un altro distretto? Esattamente».

    Chapman afferma che negli ultimi tempi le banche hanno seguito sempre meno l’abitudine di investire a termine piuttosto breve il loro capitale monetario eccedente nell’acquisto di consolidati e buoni del tesoro, ossia da quando è venuto in uso di dare in prestito questo denaro at call (da un giorno all’altro, il cui rimborso può essere richiesto ogni momento). Egli stesso ritiene che l’acquisto di tali titoli non sia affatto utile per i suoi affari. Egli investe il suo denaro in cambiali buone, una parte delle quali viene ogni giorno a scadenza, cosicchè egli sa sempre su quale somma liquida possa di giorno in giorno contare (5001-5005).

    Anche l’incremento delle esportazioni significa sempre, più o meno per ogni paese, ma soprattutto per il paese che concede il credito, un’accresciuta domanda sul mercato monetario interno, che viene però sentita come tale soltanto in periodi di difficoltà monetaria. Quando le esportazioni aumentano, i fabbricanti emettono di regola cambiali a lunga scadenza sugli esportatori, contro consegna di prodotti inglesi (5126).

    «5127. Non si verifica spesso il caso che esista un accordo per cui queste cambiali vengono rinnovate di tempo in tempo? (Chapman Questo è un fatto che essi ci nascondono; noi non ammetteremmo mai cambiali di questo tipo... Può certamente verificarsi, ma io non sono in grado di dire nulla in proposito». (L’innocente Chapman!).

    «5129. Quando si verifica un forte incremento delle esportazioni, come quello che nel solo scorso anno raggiunse i 20 milioni di Lst., non provoca forse questo fatto di per se stesso una forte domanda di capitale per lo sconto delle cambiali relative a queste esportazioni? Indubbiamente».

    «5130. Poiché l’Inghilterra, di regola, concede credito all’estero per tutte le sue esportazioni, non provoca forse tutto ciò l’assorbimento di un corrispondente capitale addizionale, per la durata di questo credito? L’Inghilterra offre un credito enorme; ma in compenso essa richiede credito per le sue materie prime. Si emettono cambiali su di noi a 60 giorni di scadenza, come fa sempre l’America, e a 90 giorni, come fanno altri paesi. D’altro lato noi concediamo credito; quando inviamo delle merci in Germania, diamo due o tre mesi».

    Wilson domanda a Chapman (5131) se contro queste materie prime e prodotti coloniali importati non vengano emesse cambiali sull’Inghilterra al momento stesso del loro imbarco e se queste cambiali non arrivano contemporaneamente alle polizze di carico. Chapman pensa che sia così, ma non sa nulla di queste pratiche «commerciali» e consiglia di rivolgersi a gente più esperta. Nelle esportazioni verso l’America, dice Chapman, «le merci sarebbero simbolizzate nel transito»[5133] questo strano gergo significa che l’esportatore inglese emette una cambiale a quattro mesi contro le merci su una delle grandi banche americane di Londra e che la banca riceve copertura dall’America.

    «5136. Non è forse vero che di solito gli affari con i paesi lontani vengono svolti dal commerciante, che aspetta il rientro del suo capitale dopo la vendita delle merci? Può darsi che vi siano ditte aventi un forte capitale privato, le quali siano in grado di sborsare il proprio capitale, senza prendere anticipi sulle merci; ma queste merci sono in generale trasformate in anticipi mediante le accettazioni di ditte molto note».

    «5137. Queste ditte sono.., a Londra, a Liverpool ed altrove».

    «5138. Non vi è quindi alcuna differenza se il fabbricante deve prestare il proprio denaro o se trova un commerciante a Londra o a Liverpool che lo anticipa per lui; rimane sempre un anticipo fatto in Inghilterra?Esattamente. Il fabbricante deve intervenire in pochi casi» (nel 1847 esso intervenne invece in quasi tutti i casi). «Ad esempio, un commerciante in manufatti di Manchester, acquista merci e le imbarca tramite una ditta seria di Londra; non appena la ditta di Londra è sicura che tutto è stato imballato secondo gli accordi, egli emette una cambiale a scadenza di sei mesi sulla ditta di Londra contro queste merci in viaggio verso la Cina, l’India o altrove; interviene allora il mondo bancario e gli sconta questa cambiale; cosicché, al momento in cui il commerciante deve pagare queste merci, egli trova il denaro pronto grazie allo sconto di quella cambiale».

    «5139. Ma anche se quello ha il denaro il banchiere glielo ha dovuto anticipare? Il banchiere ha la cambiale, il banchiere ha acquistato la cambiale; egli impiega il suo capitale bancario in questo modo, ossia nello sconto delle cambiali commerciali». (Quindi anche Chapman considera lo sconto delle cambiali non come un anticipo, ma come un acquisto di merci. F.E.).

    «5140. Ma ciò costituisce pur sempre una parte delle richieste sul mercato monetario di Londra? Indubbiamente; costituisce l’attività principale del mercato monetario e della Banca di Londra. La Banca d’Inghilterra è contenta quanto noi di ricevere queste cambiali, sapendo che esse costituiscono un buon investimento»;

    «5141. La domanda sul mercato monetario si accresce nella stessa misura in cui si accresce l’esportazione? Nella misura in cui la prosperità del paese si accresce, noi (i Chapman ) vi partecipiamo».

    «5142. Se si verifica, quindi, una subitanea espansione di questi diversi campi di investimento del capitale, ne consegue naturalmente un aumento del saggio d’interesse? Senza dubbio».

    5143. Chapman « non riesce a capire come mai, mentre le nostre esportazioni erano così forti, avessimo tante possibilità di investimento per l’oro».

    5144. Il degno Wilson domanda: «Non potrebbe darsi che noi concediamo sulle nostre esportazioni crediti maggiori di quelli che noi riceviamo sulle nostre importazioni? Vorrei mettere in dubbio questa asserzione. Se qualcuno fa accettare cambiali emesse contro le sue merci spedite da Manchester alle Indie, non possono accettare a meno di 10 mesi. È certo che noi abbiamo dovuto pagare l’America per il suo cotone un po’ di tempo prima di essere stati pagati dalle Indie; ma l’esame degli effetti di questo sistema è un argomento piuttosto delicato».

    «5145. Se noi avessimo un aumento di 20 milioni di Lst. nell’esportazione dei manufatti, come si è verificato lo scorso anno, noi dovremmo allora avere avuto già prima un aumento molto forte nella importazione di materie prime» (e già in tal modo la sovra esportazione è identica con la sovra importazione, e la sovrapproduzione con il sovracommercio) « per produrre questa accresciuta quantità di merci? Indubbiamente».

    «[5146] Noi sappiamo che abbiamo dovuto pagare un conguaglio molto considerevole; ossia la bilancia deve essere stata in questo periodo a noi sfavorevole, ma alla lunga il corso dei cambi con l’America ci è favorevole e da molto tempo abbiamo ricevuto dall’America importazioni di metallo prezioso di notevole entità».

    5148. Wilson domanda a questo usuraio di Chapman se egli non consideri i suoi interessi elevati come un indice di grande prosperità e di alti profitti. Chapman, evidentemente meravigliato della ingenuità di questo sicofante, risponde affermativamente, ma è tuttavia abbastanza onesto per fare la seguente riserva: «Vi sono alcuni che non possono fare diversamente: devono far fronte ai loro impegni e vi fanno fronte, sia che possano ottenere un profitto o no; ma se persistesse» (il saggio d’interesse elevato) «sarebbe un indice di prosperità». Entrambi dimenticano che un saggio elevato può egualmente indicare, come accadde neI 1857, che i cavalieri del credito infestano il paese, e che questi signori, i quali possono pagare interessi elevati perché pagano con denaro preso dalle tasche altrui (mentre contribuiscono alla determinazione del saggio dell’interesse anche per tutti gli altri), nel frattempo vivono allegramente su profitti anticipati. Al tempo stesso proprio questo fatto può significare affari molto vantaggiosi per i fabbricanti e per gli altri. A causa del sistema degli anticipi, i riflussi sono completamente illusori. Ciò spiega anche la dichiarazione seguente, che tuttavia per quanto riguarda la Banca d’Inghilterra non richiede nessuna spiegazione, poichè tale Banca sconta a un saggio inferiore delle altre quando il saggio d’interesse è elevato.

    «5156. Posso bene affermare », dice Chapman, « che nel momento attuale in cui noi abbiamo da molto tempo un saggio di interesse elevato, l’ammontare dei nostri sconti è al suo massimo». (Ciò veniva detto da Chapman il 21luglio 1857, un paio di mesi prima del crack).

    «5157. Nel 1852» (quando il saggio dell’interesse era basso) «tale ammontare era ben lungi dall’essere così elevato». Perchè in realtà la situazione degli affari era molto più sana.

    «5159. Qualora vi fosse sul mercato una inondazione di denaro... e il saggio di sconto fosse basso, noi avremmo una diminuzione di cambiali... Nel 1852 eravamo in una situazione fondamentalmente diversa. Le esportazioni e le importazioni del paese in quel periodo non reggevano il confronto con oggi».

    «5161. Con questi saggi di sconto elevati le nostre operazioni di sconto sono allo stesso livello del 1854» (quando l’interesse era del 5-5 1/2%).

    Molto divertente è vedere nella deposizione di Chapman come queste persone considerano in realtà il denaro pubblico come loro proprietà e credono di aver diritto alla costante convertibilità delle cambiali da essi scontate. L’ingenuità delle domande e delle risposte è grande. È compito del legislatore far sì che le cambiali accettate dalle grandi banche siano sempre convertibili e che la Banca d’Inghilterra continui in tutti i casi a scontarle ai bill-brokers. E con tutto ciò, nel 1857, tre di questi bill-brokers fallirono per circa 8 milioni, mentre il loro capitale, confrontato con questi debiti, era irrisorio.

    «5177. Vuole dire con ciò che secondo il Suo punto di vista queste» (accettazioni di Baring o Lloyd) «dovrebbero essere scontabili obbligatoriamente, allo stesso modo come i biglietti della Banca d’Inghilterra sono ora obbligatoriamente convertibili in oro? Io sono del parere che sarebbe una cosa molto riprovevole se non fossero scontabili; sarebbe un fatto oltremodo irregolare che una persona dovesse sospendere i pagamenti, perché possiede effetti di Smith, Payne & Co. o di Jones Lloyd & Co. e non può farli scontare».

    «5178. L’effetto di Baring non implica l’obbligo di pagare una certa somma di denaro, quando la cambiale viene a scadenza? Ciò è esatto; ma i signori tipo Baring, quando si assumono una tale obbligazione, non pensano neppure per scherzo di doverla pagare in sterline-oro; essi calcolano di pagana nei Clearing House».

    «5180. Lei ritiene che si debba inventare un meccanismo che dia al pubblico il diritto di ricevere il denaro prima della scadenza della cambiale, in modo che un altro sia costretto a scontargliela? No, non da parte dell’accettante; ma se Lei con ciò vuoi dire che non dobbiamo avere la possibilità di far scontare cambiali commerciali, dobbiamo allora mutare tutto quanto l’ordinamento delle cose».

    «5182. Lei crede, quindi, che essa » (una cambiale commerciale) « dovrebbe essere convertibile in denaro, precisamente come un biglietto della Banca d’Inghilterra deve essere convertibile in oro? — Decisamente, in certi casi».

    «5184. Lei crede dunque che l’ordinamento del currency (circolazione) dovrebbe essere organizzato in modo tale che una cambiale commerciale di indubbia solvibilità dovrebbe essere in tutti i tempi convertibile in denaro, come un biglietto di banca? Io penso così».

    «5185. Ma Lei non arriva al punto di dire che la Banca d’Inghilterra o un’altra banca qualsiasi dovrebbe essere legalmente obbligata a scontarla? Io arrivo infatti a dire che se facciamo una legge per regolare il currency, dobbiamo prendere delle misure per eliminare la possibilità che le cambiali commerciali del paese, se sono indubbiamente solvibili e legali, possano diventare inconvertibili ». È la convertibilità della cambiale commerciale contrapposta alla convertibilità delle banconote.

    «5190. I commercianti di denaro del paese rappresentano in realtà unicamente il pubblico» come fu ripetuto dal signor Chapman davanti alle assisi nel caso Davidson. Vedere Great City Frauds (Le grandi frodi della City).

    «5196. Nei termini trimestrali » (quando si pagano i dividendi) « dobbiamo... assolutamente rivolgerci alla Banca d’Inghilterra. Quando vengono ritirati dalla circolazione 6 o 7 milioni del reddito dello Stato per l’anticipazione dei dividendi, bisogna che vi sia qualcuno che, nel frattempo, metta a disposizione questa somma». (In questo caso si tratta dunque di offerta di denaro, non di capitale o capitale da prestito).

    «5169. Chiunque conosca il nostro mondo commerciale deve sapere che quando noi ci troviamo in una situazione tale che i buoni del tesoro diventano invendibili, le obbligazioni della Compagnia delle Indie sono inutilizzabili, le migliori cambiali commerciali non possono essere scontate, regna grande apprensione tra coloro che sono costretti dai loro affari a dover effettuare, dietro semplice richiesta, pagamenti nel mezzo di circolazione ordinario del paese, caso questo che si verifica per tutti i banchieri. Ne consegue che ciascuno raddoppia la sua riserva. Giudichi Lei che cosa può accadere in tutto il paese, se ciascuno dei banchieri di provincia, e ve ne sono circa 500, deve incaricare il suo corrispondente di Londra di rimettergli 5.000 Lst. in banconote. Anche se prendiamo come media una somma così piccola, il che è già completamente assurdo, si tratterebbe sempre di 2 milioni e mezzo di Lst. che vengono sottratte alla circolazione. Come potranno essere sostituite?».

    D’altro lato i capitalisti privati e altri, che posseggono denaro, non lo vogliono dare a nessun interesse, dicendo, secondo Chapman:

    «5195. Preferiamo non ricevere alcun interesse, piuttosto di non essere sicuri di avere il denaro nel caso ci servisse».

    «5173. Il nostro sistema è il seguente: abbiamo obbligazioni per 300 milioni di Lst. il cui pagamento nella moneta corrente del paese può essere richiesto in ogni singolo momento; e questa moneta del paese, se noi la usiamo tutta per questo scopo, ammonta a 23 milioni di Lst., o qualche cosa di simile; non è questa una situazione che ci può far venire le convulsioni in ogni momento?».

    Da qui, nelle crisi, l’improvviso capovolgimento del sistema creditizio nel sistema monetario.

    Indipendentemente dal panico interno che si verifica durante le crisi, si può parlare di quantità di denaro soltanto in quanto si tratti di metallo, cioè la moneta mondiale. E proprio questo Chapman lo esclude, parlando soltanto di 23 milioni di banconote.

    Lo stesso Chapman:

    «5218. La causa iniziale della perturbazione del mercato monetario (aprile e più tardi ottobre 1847) fu senza dubbio il fatto che era necessaria una grande quantità di denaro per regolare il corso dei cambi, in conseguenza delle importazioni eccezionali dell’anno».

    Innanzitutto, questa riserva di moneta del mercato mondiale si trovava allora ridotta al minimo. In secondo luogo essa serviva al tempo stesso come garanzia per la convertibilità della moneta di credito, delle banconote. Essa accoppiava così due funzioni completamente diverse, che tuttavia provenivano entrambe dalla natura del denaro, poichè il denaro reale è sempre moneta del mercato mondiale e la moneta di credito si fonda sempre sulla moneta del mercato mondiale.

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    Predefinito Rif: Finanza, banche, moneta: la fondamentale analisi marxiana

    (segue dal cap. 33)...Nel 1847, senza la sospensione del Bank Act del 1844, «i Clearing Houses non avrebbero potuto compiere le loro operazioni (5221)».
    Eppure Chapman aveva un presentimento della crisi imminente:
    «5236. Vi sono certe situazioni del mercato monetario (e quella odierna non è molto dissimile) in cui il denaro è molto scarso e si deve ricorrere alla Banca».
    «5239. Per quanto riguarda le somme che noi ritirammo alla Banca venerdì, sabato e lunedì, il 19, 20 e 22 ottobre 1847, saremmo stati molto felici il mercoledì seguente se avessimo potuto riprendere le cambiali: non appena il panico fu passato, il denaro cominciò a rifluirci immediatamente. Il mercoledì 23 ottobre fu sospeso il Bank Act e con ciò la crisi era superata».

    Chapman riteneva (5274) che le cambiali contemporaneamente pendenti su Londra ammontassero a 100-120 milioni di Lst. Somma questa che non include le cambiali emesse localmente nelle piazze di provincia.
    «5287. Mentre nell’ottobre 1856 l’ammontare delle banconote in mano del pubblico saliva a 21.155.000 Lst., vi era tuttavia una straordinaria difficoltà di procurarsi denaro: nonostante che il pubblico ne possedesse una tale quantità, noi non potevamo mettervi le mani sopra».

    Ciò avveniva a causa dell’inquietudine, creata dalla difficoltà monetaria in cui si era venuta a trovare per un certo tempo (marzo 1856) la Eastern Bank.

    5290-92. Non appena il panico fu superato «tutti i banchieri che ricavano il loro profitto dall’interesse, ricominciarono immediatamente a impiegare il loro denaro».

    5302. Chapman spiega che l’inquietudine provocata dalla diminuzione della riserva bancaria non deriva dal timore per i depositi, ma dal fatto che coloro che possono trovarsi nella necessità di pagare improvvisamente forti somme di denaro, sanno molto bene che in caso di difficoltà sul mercato monetario possono essere costretti a rivolgersi alla Banca come alla loro ultima fonte di aiuto; e che «se la Banca ha una riserva molto piccola, non ci accoglie con piacere, al contrario».

    Del resto è interessante osservare la facilità con cui la riserva svanisce in quanto grandezza concreta. I banchieri conservano un minimo necessario per i loro affari correnti in parte presso di loro, in parte presso la Banca d’Inghilterra. I bill-brokers tengono il «libero denaro bancario del paese» senza riserva. E la Banca d’Inghilterra detiene, a copertura dei suoi impegni relativi ai depositi, soltanto la riserva dei banchieri ecc., insieme con i public deposits (Depositi dello Stato) ecc., che essa lascia scendere al livello più basso, ad esempio, fino a 2 milioni. Al di fuori di questi due milioni in carta, tutto quest’imbroglio in periodo di difficoltà monetaria (e questa diminuisce la riserva, perché le banconote, che affluiscono in cambio di metallo che esce, devono essere annullate) non ha assolutamente altra riserva all’infuori della riserva metallica, ogni diminuzione della quale, derivante dal deflusso aureo, non fa che accentuare la crisi.

    «5306. Se non vi fosse denaro a disposizione per dar corso alle compensazioni nel Clearing House, non vedo altra via d’uscita che quella di unirci e di fare i nostri pagamenti in cambiali di prim’ordine sull’erario, su Smith, Payne & Co. ecc.».

    «5307. Quindi, nel caso che il governo mancasse di fornirLe mezzi di circolazione Lei ne creerebbe per Lei stessa? Che cosa potremmo fare? Il pubblico viene qui e ci strappa il mezzo di circolazione dalle mani; esso non esiste».

    «5308. Voi fareste dunque semplicemente a Londra ciò che si fa ogni giorno a Manchester? Certamente».

    Eccellente è la risposta di Chapman alla domanda posta da Cayley (Birmingham man della scuola di Attwood) a proposito della concezione del capitale formulata da Overstone:

    «5315. È stato detto davanti alla Commissione che in una situazione di scarsità monetaria come quella del 1847, non si ricerca denaro, ma capitale. Qual è il suo pensiero in proposito? Non la comprendo: noi commerciamo soltanto in denaro; non comprendo che cosa Lei intende dire»

    «5316. Se Lei per questo (capitale commerciale) intende la quantità di denaro proprio che uno ha investito nei suoi affari, se Lei chiama ciò capitale, non si tratta d’ordinario che di una parte minima del denaro di cui egli si serve nei suoi affari, grazie al credito che il pubblico gli concede» tramite la mediazione dei Chapman.

    «5339. È per mancanza di ricchezza che sospendiamo i nostri pagamenti in contanti? Niente affatto.., non ci manca la ricchezza, ma ci muoviamo in un sistema altamente artificioso, e quando si produce una domanda enorme, minacciosa (superincumbent) del nostro mezzo di circolazione, possono intervenire delle circostanze che ci impediscono di trovare questo mezzo di circolazione. E questa una ragione perchè tutta l’industria commerciale del paese resti paralizzata? Dobbiamo sbarrare tutte le vie che conducono al lavoro?».

    «5338. Se fossimo posti davanti al problema di scegliere se conservare i pagamenti in contanti oppure l’industria del paese, so bene a quale dei due rinunzierei».

    A proposito dell’accaparramento delle banconote «al fine di acuire le difficoltà monetarie e di trarre profitto dalle conseguenze che ciò comporta» (5358), egli afferma che questo può accadere facilmente. Tre grandi banche sarebbero sufficienti allo scopo.

    «5383. Non deve Lei sapere, in quanto persona bene al corrente delle transazioni più importanti della nostra capitale, che vi sono dei capitalisti che utilizzano queste crisi per trarre enormi profitti dalla rovina delle vittime? Su questo punto non vi può essere dubbio alcuno».

    Ed al signor Chapman dobbiamo credere, quantunque egli si sia in definitiva rotto il collo nel tentativo « di trarre enormi profitti dalla rovina delle vittime ». Infatti, quando il suo associé Gurney dice: ogni mutamento negli affari è profittevole per colui che sa come stanno le cose, Chapman risponde: «Una parte della società non sa nulla dell’altra. Il fabbricante, ad es., che esporta sul continente o che importa materie prime, non sa nulla di colui che lavora in lingotti d’oro» (5046). E accadde così, un bel giorno, che Gurney e Chapman stessi non «sapevano come stavano le cose» e dichiararono uno scandaloso fallimento.

    Abbiamo già visto precedentemente che l’emissione di banconote non significa sempre anticipo di capitale. La deposizione seguente fatta da Tooke nel 1848 davanti alla Commissione dei Lords per il Conmercial Distress, prova semplicemente che un anticipo di capi tale, anche quando la Banca lo effettua mediante una emissione di nuove banconote, non comporta necessariamente un accresci mento della massa delle banconote in circolazione.

    «3099. Ritiene Lei che la Banca d’Inghilterra, ad esempio, potrebbe accrescere sensibilmente i suoi anticipi senza che ciò provochi un aumento dell’emissione di banconote? Vi sono fatti in abbondanza che lo provano. Uno degli esempi più lampanti si ebbe nel 1835, ancorché la Banca utilizzò i depositi delle Indie occidentali e i prestiti della Compagnia delle Indie orientali per accrescere gli anticipi al pubblico; per lo stesso periodo l’ammontare delle banconote in mano del pubblico diminuì effettivamente un poco.... Qualche cosa di simile si può osservare nel 1846, al momento in cui furono versati alla Banca i depositi delle ferrovie; i titoli» (in sconto e in deposito) «si accrebbero di circa 30 milioni, mentre non si ebbe nessun effetto rilevante all’ammontare delle banconote nelle mani del pubblico».

    Oltre alle banconote, il commercio all’ingrosso ha però un secondo e per lui molto più importante mezzo di circolazione: la cambiale. Il sig. Chapman ci ha mostrato quale importanza essenziale abbia per un regolare andamento degli affari che buone cambiali siano accettate in pagamento dappertutto e in tutti i casi:

    «Se il Tausves Jontof non ha più valore,

    ahimè, ahimè, che cosa più vale?»

    (Heine, Disputation)

    Qual è ora il rapporto reciproco fra questi due mezzi di circolazione?

    Dice Gilbart a questo proposito: «La limitazione dell’ammontare della circolazione delle banconote accresce regolarmente l’ammontare della circolazione delle cambiali. Vi sono due tipi di cambiali — cambiali commerciali e cambiali bancarie — ... quando il denaro si fa scarso, coloro che danno il denaro a prestito dicono: “Spiccate cambiali su di noi e noi le accetteremo” e quando un banchiere di provincia sconta una cambiale ad un cliente, non gli dà del denaro contante, ma la sua propria cambiale a 21 giorni di scadenza sul suo agente di Londra. Queste cambiali servono da mezzo di circolazione» . (J. W. GILBART, An Inquiry into the Causes of the Pressure ecc., p. 31).

    Ciò viene, in una forma leggermente modificata, confermato da Newmarch, Bank Acts, 1857, n. 1426: «Non vi è alcun nesso fra le oscillazioni nell’ammontare delle cambiali in circolazione e in quello delle banconote in circolazione.., l’unica conseguenza pressoché uniforme è... che, non appena avviene la più piccola difficoltà nel mercato monetario, indicata da un aumento del saggio di sconto, il volume della circolazione cambiaria viene notevolmente aumentato e viceversa».

    Le cambiali emesse in questi periodi non sono tuttavia soltanto le cambiali bancarie a breve scadenza, di cui parla Gilbart. Al contrario sono in gran parte delle cambiali di comodo che non rappresentano affatto degli affari reali, oppure rappresentano soltanto affari che sono avviati unicamente al fine di poter emettere delle cambiali; di entrambi questi tipi di cambiali abbiamo dato esempi sufficienti. Per questo l’Economist (Wilson), confrontando la sicurezza di queste cambiali con quella delle banconote, dice: « Le banconote convertibili a vista non possono mai rimanere fuori in quantità eccedente perché l’eccedenza rifluirebbe sempre alla banca per il cambio, mentre le cambiali a due mesi possono essere emesse in grande eccedenza, non essendovi mezzo alcuno per controllarne l’emissione fino al momento della scadenza quando già forse esse sono di nuovo sostituite da altre. È per noi assolutamente incomprensibile che una nazione possa ammettere la sicurezza della circolazione delle cambiali ad un termine futuro e debba invece sollevare difficoltà contro una circolazione di carta-moneta pagabile a vista » (Economist [ maggio], 1847, p. 575).

    La quantità delle cambiali in circolazione è quindi, al pari delle banconote, determinata unicamente dai bisogni del commercio; in periodi normali, dopo il 1850, circolavano nel Regno Unito, accanto a 39 milioni di banconote, circa 300 milioni di cambiali, di cui 100-120 milioni soltanto su Londra. Il volume della circolazione delle cambiali non esercita alcuna influenza sul volume della circolazione delle banconote e viene influenzata da quest’ultima soltanto in periodi di ristrettezza monetaria, quando la quantità delle cambiali si accresce, mentre la loro qualità peggiora. Infine, al momento della crisi, la circolazione delle cambiali viene meno completamente alla sua funzione; nessuno sa più che farsene di promesse di pagamento, ognuno accettando solo pagamenti in contanti; la banconota soltanto, almeno fino ad ora in Inghilterra, conserva la capacità di circolare, perché dietro la Banca d’Inghilterra sta la nazione con tutta la sua ricchezza.

    Abbiamo visto come lo stesso sig. Chapman, che pure nel 1857 rappresentava un magnate del mercato monetario, si lamentasse amaramente del fatto che a Londra vi fossero alcuni grandi capitalisti così potenti da poter in un determinato momento scompaginare tutto il mercato monetario e depredare così nel modo più vergognoso i piccoli commercianti di denaro. Vi sono quindi alcuni grossi pescecani che possono aggravare sensibilmente una situazione di difficoltà monetaria, vendendo 1-2 milioni di consolidati e sottraendo in tal modo al mercato un corrispondente ammontare di banconote (e al tempo stesso di capitale da prestito disponibile). Per trasformare con una simile manovra una difficoltà monetaria in una situazione di panico, sarebbe sufficiente l’azione combinata di tre grosse banche.

    La più grande potenza finanziaria di Londra è naturalmente la Banca d’Inghilterra, la quale tuttavia per la sua posizione di istituto semistatale si trova nella impossibilità di esercitare il suo dominio in un modo tanto brutale. Anch’essa però conosce il modo — particolarmente dopo l’introduzione del Bank Act del 1844— di curare i propri interessi.

    La Banca d’Inghilterra ha un capitale di 14.553.000 Lst. e può disporre inoltre di circa 3 milioni di lire sterline di «residui», ossia profitti non distribuiti, come pure di tutte le entrate dello Stato, imposte ecc., che devono essere depositate presso di essa fino al momento in cui vengono usate. Se si aggiungono ancora la somma degli altri depositi (in tempi normali circa 30 milioni di Lst.) e le banconote emesse senza copertura, si troverà che Newmarch fa una valutazione piuttosto moderata, quando (Bank Acts, 1857, n. 1889) dice: «Mi sono convinto che la somma complessiva dei fondi permanentemente impiegati sul mercato monetario (di Londra) può essere stimata a circa 120 milioni di Lst., e la Banca d’Inghilterra dispone di una parte molto considerevole di questi 120 milioni, all’incirca del 15-20%».

    In quanto la Banca emette dei biglietti che non sono coperti dalla riserva metallica nei suoi forzieri, essa crea segni di valore che costituiscono non solo mezzi di circolazione, ma anche capitale addizionale — sia pure fittizio — corrispondente all’ammontare nominale di questi biglietti senza copertura. E questo capitale addizionale le apporta un profitto addizionale. In Bank Acts, 1857, Wilson domanda a Newmarch:

    «1563. La circolazione delle banconote proprie di una banca, ossia l’ammontare medio che resta nelle mani del pubblico costituisce un incremento al capitale effettivo di quella banca, non è vero? Senza dubbio».

    «1564. Qualsiasi profitto, quindi, che la Banca ritrae da questa circolazione, è un profitto che proviene dal credito e non da un capitale che essa possiede effettivamente? Certamente».

    Lo stesso si può dire naturalmente anche per le banconote delle banche d’emissione private. Nelle sue risposte nn. 1866-1868 Newmarch ritiene che i due terzi di tutte queste banconote private (l’altro terzo deve avere una copertura metallica presso queste banche) rappresentano «una creazione di un capitale corrispondente» per il fatto che viene in tal modo economizzato l’equivalente in moneta metallica Il profitto del banchiere può perciò non essere più elevato di quello di altri capitalisti. Rimane il fatto che egli trae profitto da questo risparmio nazionale in moneta metallica. Il fatto che un risparmio nazionale si presenti come profitto privato, non scandalizza per niente l’economia borghese, poichè il profitto in genere è comunque appropriazione di lavoro nazionale. C’è forse qualche cosa di più pazzesco dell’esempio offertoci dalla Banca d’Inghilterra per il periodo 1797-1817? Mentre le sue banconote hanno credito unicamente per il fatto di essere garantite dallo Stato, essa si fa pagare dallo Stato e quindi dal pubblico, nella forma di interessi su prestiti, per il potere che lo Stato le conferisce di convertire questi stessi biglietti di carta in denaro e di darli poi in prestito allo Stato?

    Le banche dispongono ancora di altri mezzi per creare capitale. Secondo lo stesso Newmarch, le banche di provincia hanno l’abitudine, come si è detto precedentemente, di inviare i loro fondi eccedenti (ossia biglietti della Banca d’Inghilterra) ai bill-brokers, che inviano loro in contropartita cambiali scontate. Con queste cambiali la Banca soddisfa i suoi clienti, essendo sua regola non rimettere in circolazione le cambiali ricevute dai suoi clienti locali, al fine di mantenere segrete le operazioni commerciali di questi clienti nella loro particolare zona. Queste cambiali ricevute da Londra non servono soltanto per essere distribuite ai clienti, che devono fare pagamenti diretti a Londra, a meno che essi non preferiscano farsi rilasciare un assegno dalla Banda locale su Londra, esse servono anche ad effettuare pagamenti nella provincia per il fatto che la girata del banchiere assicura loro il credito locale. Nel Lancashire, ad esempio, tali tipi di cambiali hanno estromesso dalla circolazione i biglietti delle banche locali ed una gran parte dei biglietti della Banca d’Inghilterra (Bank Acts, 1857, numeri 1568-74).

    Noi vediamo qui dunque come le banche creano credito e capitale:

    1) mediante emissione di proprie banconote;

    2) rilasciando assegni su Londra fino a 21 giorni di scadenza, i quali vengono però pagati loro in contanti il giorno stesso in cui sono rilasciati;

    3) dando in pagamento cambiali scontate, la cui capacità di costituire credito è assicurata, almeno per quel determinato distretto, in primo luogo ed essenzialmente dalla girata della banca.

    Il potere della Banca d’Inghilterra si manifesta nel fatto che essa regola il saggio di mercato dell’interesse. In periodi in cui il corso degli affari è normale, può accadere che essa non possa arginare un moderato deflusso d’oro dalla sua riserva metallica con l’aumento del saggio di sconto, per il fatto che la richiesta dei mezzi di pagamento è soddisfatta dalle banche private, dalle banche azionarie e dai bill-brokers, che negli ultimi trent’anni hanno notevolmente aumentato la potenza del capitale. Essa può in tal caso far ricorso a altri mezzi. Ma nei momenti critici vale pur sempre la dichiarazione fatta dal banchiere Glyn (della casa Glyn, Mills, Currie & Co.) alla [Commissione sul] Commercial Distress, 1848-57:

    «1709. In periodi di acuta crisi monetaria per il paese, è la Banca d’Inghilterra che regola il saggio dell’interesse e « 1710. In periodi di crisi eccezionali.., quando gli sconti fatti dai banchieri privati o dai brokers vengono relativamente limitati, ricadono sulla Banca d’Inghilterra, che ha allora il potere di determinare il saggio di mercato dell’interesse».

    È vero che in quanto istituto pubblico, posto sotto la protezione dello Stato e dotato di privilegi statali, essa non può abusare senza riguardo di questo suo potere, come se lo possono permettere le imprese private. Perciò anche Hubbard dice davanti alla Commissione bancaria, Bank Acts, 1857:

    «2844. (Domanda Non è forse vero che quando il saggio di sconto raggiunge il suo massimo, la Banca d’Inghilterra concede condizioni migliori, mentre quando tocca il minimo sono i brokers (agenti) che fanno le condizioni più convenienti? (Hubbard Ciò si verifica sempre perché la Banca d’Inghilterra non si spinge mai così in basso come i suoi concorrenti, mentre, quando il saggio è al massimo, essa non si spinge mai tanto in alto».

    Nondimeno, quando, in periodi di difficoltà monetaria, la Banca dà un giro di vite, per usare una espressione corrente, ossia eleva ulteriormente il saggio dell’interesse che è già al di sopra della media, questo fatto ha serie ripercussioni nel mondo degli affari. «Non appena la Banca d’Inghilterra dà il giro di vite, cessano nel paese tutti gli acquisti destinati all’esportazione.., gli esportatori attendono che la depressione dei prezzi abbia raggiunto il punto più basso e soltanto allora, e non prima, si mettono a comperare. Ma quando questo punto è stato raggiunto, i corsi sono già nuovamente regolati: l’esportazione d’oro è cessata prima che questo punto più basso. della depressione sia stato toccato. Gli acquisti di merce per l’esportazione possono eventualmente far rientrare una parte dell’oro inviato all’estero, ma essi avvengono troppo tardi per impedire il deflusso» (J. W. GILBART, An Inquiry into the Causes of the Pressure on the Money Market, Londra, 1840, p. 35).

    «Un’altra conseguenza, che deriva dalla regolazione del mezzo di circolazione per mezzo del corso dei cambi esteri è di provocare in tempo di difficoltà monetaria un enorme aumento del saggio dell’interesse» (ivi, p. 40). «Le spese derivanti dalla ristabilizzazione del corso dei cambi, cadono sulla industria produttiva del paese, mentre nel corso di questo processo il profitto della Banca d’Inghilterra si è positivamente accresciuto per il fatto che essa continua la sua attività con un ammontare minore di metallo prezioso» (ivi, p. 52).

    Ma, dice l’amico Samuel Gurney «queste forti oscillazioni del saggio dell’interesse sono vantaggiose per i banchieri e i commercianti di denaro: tutte le oscillazioni degli affari sono vantaggiose per coloro che conoscono il mestiere». E anche se sono i vari Gurney che raccolgono i frutti migliori approfittando senza scrupoli della situazione precaria degli affari, mentre la Banca d’Inghilterra non si può permettere ciò con la stessa libertà, essa pure realizza graziosi profitti — senza parlare dei profitti privati che cadono di per se stessi in grembo ai signori direttori in seguito alle eccezionali possibilità che essi hanno di conoscere la situazione generale degli affari.

    Secondo una deposizione fatta al Lords Committee (Commissione della Camera dei Lords) del 1817, alla ripresa dei pagamenti in contanti i profitti della Banca d’Inghilterra per l’intero periodo dal 1717 al 1817 ammontavano a:
    Versamenti straordinari e aumenti di dividendi 7.451.136
    Nuove azioni ripartite fra gli azionisti 7.276.500
    Aumento di valore del capitale 14.553.000
    Totale 29.280.636

    per un capitale di 11.642.400 Lst. in 19 anni (D. HARDCASTLE, Banks and Bankers, 2 ediz., Londra, 1843, p. 120). Se calcoliamo con il medesimo principio il guadagno totale della Banca d’Irlanda, che sospese del pari nel 1797 i pagamenti in contanti, abbiamo il seguente risultato:

    Dividendi a scadenza 1821 4.736.085
    Versamenti straordinari dichiarati 1.225.000
    Aumento dell’attivo 1.214.800
    Aumento di valore del capitale 4.185.000
    Totale 11.360.885

    per un capitale di 3 milioni di Lst. (ivi, p. 363 [364]).

    Che cosa vuol dire l’accentramento!
    Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno ad essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale non solo da decimare periodicamente i capitalisti industriali, ma anche da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva — e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa. Le leggi del 1844 e del 1845 costituiscono una prova della forza crescente di questi banditi ai quali si uniscono i finanzieri e gli stock - jobbers (Speculatori di Borsa).Chiunque ancora mettesse in dubbio che questi rispettabili banditi sfruttano la produzione nazionale e internazionale soltanto nell’interesse della produzione e degli sfruttati stessi, costui sarà certamente un po’ meglio istruito dal seguente sermone sull’alta dignità morale del banchiere: «Gli istituti bancari sono istituzioni religiose e morali. Quante volte la paura di essere visti dall’occhio attento e ammonitore del suo banchiere non ha distolto il giovane commerciante dalla compagnia di amici agitati e dissoluti? Quanto si preoccupa di godere buona reputazione presso il banchiere, di apparirgli sempre ineccepibile? Un aggrottamento di ciglia del banchiere ha su di lui un effetto maggiore delle prediche morali dei suoi amici; non trema egli al pensiero di poter essere sospettato colpevole di un inganno o della più piccola affermazione inesatta, per timore che ciò possa provocare diffidenza e quindi una restrizione o una sospensione del suo credito bancario? Il consiglio del banchiere è per lui più importante di quello del sacerdote». (G. M. BELL, direttore di banca scozzese: The Philosophy of Joint Stock Banking, Londra, 1840, pp. 46, 47).

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    Predefinito Rif: Finanza, banche, moneta: la fondamentale analisi marxiana

    CAPITOLO 34

    IL CURRENCY PRINCIPLE E LA LEGISLAZIONE INGLESE DEL 1844

    (La teoria di Ricardo sul valore del denaro in rapporto ai prezzi delle merci è stata esaminata in uno scritto precedente (“K. M Zur Kritik der politischen Oekonomie, Berlino, 1859, p. 150 sgg. - Editori Riuniti, Roma, 1969, p. 149); ora noi possiamo quindi limitarci ai punti fondamentali.

    Secondo Ricardo, il valore del denaro — metallico — è determinato dal tempo di lavoro in esso oggettivato, ma soltanto nella misura in cui la quantità del denaro si trova in una giusta proporzione con la quantità e il prezzo delle merci che devono essere scambiate. Se la quantità del denaro sale al di sopra di questa proporzione, il suo valore diminuisce e i prezzi delle merci salgono; se essa cade al di sotto della proporzione giusta, il suo valore sale e i prezzi delle merci diminuiscono (restando invariate le altre condizioni). Nel primo caso il paese in cui esiste questa eccedenza d’oro, esporterà l’oro caduto al di sotto del suo valore e importerà merci; nel secondo caso l’oro affluirà verso quei paesi in cui è valutato al di sopra del suo valore, mentre le merci deprezzate defluiranno da questi stessi paesi verso altri mercati dove esse potranno ottenere prezzi normali. Poichè, in base a queste premesse, «l’oro stesso, sia in moneta che in verghe, può diventare segno di valore di un valore metallico maggiore o minore del proprio, s’intende che le banconote convertibili eventualmente in circolazione condividano questa stessa sorte. Benché le banconote siano convertibili, benché dunque il loro valore reale corrisponda al loro valore nominale, la massa complessiva del denaro circolante, oro e biglietti (the aggregate currency consisting of metal and of convertible notes) potrà essere sovrapprezzata e deprezzata, a seconda che la sua quantità complessiva, per le ragioni spiegate prima, salga al di sopra o scenda al di sotto del livello determinato dal valore di scambio delle merci in circolazione e dal valore metallico dell’oro. Carta moneta inconvertibile da questo punto di vista ha il vantaggio, nei confronti della carta moneta convertibile, di poter essere deprezzata in duplice modo. Può scendere al di sotto del valore del metallo che pretende di rappresentare, perché è spesa in misura troppo elevata, oppure può scendere perchè il metallo da essa rappresentato è sceso al di sotto del proprio valore. Questo deprezzamento, non della carta nei confronti dell’oro, bensì dell’oro e della carta presi insieme, ossia della massa complessiva dei mezzi di circolazione di un paese, è una delle invenzioni principali di Ricardo, che Lord Overstone e compagni costrinsero al proprio servizio facendone uno dei principi fondamentali della legislazione bancaria del 1844 e 1845 ad opera di Sir Robert Peel (ivi, p. 155 ).

    Noi non abbiamo bisogno di dimostrare ancora una volta quanto sia erronea questa teoria ricardiana che abbiamo già discusso nello scritto sopra citato. A noi interessa soltanto il modo e la maniera in cui i principi di Ricardo sono stati rielaborati dalla scuola dei teorici della banca, che impose i Bank Acts di Peel sopra citati.

    «Le crisi commerciali del secolo XIX, in particolare le grandi crisi del 1825 e del 1836, non produssero un ulteriore svolgimento della teoria ricardiana del denaro, diedero origine però a una sua nuova applicazione. Non si trattava più di singoli fenomeni economici, come per Hume il deprezzamento della carta moneta durante il Settecento e all’inizio dell’Ottocento, bensì delle grandi tempeste sul mercato mondiale, in cui si scarica l’antagonismo di tutti gli elementi del processo di produzione borghese, origine e prevenzione delle quali venivano ricercate entro la sfera più superficiale e più astratta di questo processo, entro la sfera della circolazione del denaro. Il presupposto propriamente teorico, da cui parte la scuola dei meteorologi dell’economia, consiste di fatto in nient’altro che nel dogma affermante che Ricardo ha scoperto le leggi della circolazione puramente metallica. Quel che rimaneva da fare per essi era l’assoggettamento della circolazione creditizia e della circolazione dei biglietti di banca a queste leggi.

    «Il fenomeno più generale e più manifesto delle crisi commerciali è una caduta generale, improvvisa dei prezzi delle merci facente seguito a un loro aumento generale prolungato. La caduta generale dei prezzi delle merci può essere espressa come aumento del valore relativo del denaro a paragone di tutte le merci, e l’aumento generale dei prezzi, viceversa, come caduta del valore relativo del denaro. In entrambe le espressioni il fenomeno è enunciato, non spiegato. Il diverso frasario lascia invariato il tema stesso come lo lascerebbe invariato la sua traduzione dal tedesco in inglese. La teoria ricardiana del denaro giungeva quindi molto gradita poichè a una tautologia dà l’apparenza di un rapporto causale.

    Da dove viene la periodica caduta generale dei prezzi delle merci? Dall’aumento periodico del valore relativo del denaro.

    Da dove, viceversa, viene il generale aumento periodico dei prezzi delle merci? Da una caduta periodica del valore relativo del denaro.

    Con la stessa precisione si potrebbe dire che l’aumento e la caduta periodica dei prezzi derivano dal loro aumento e dalla loro caduta periodica.

    Una volta ammessa la trasformazione della tautologia in rapporto causale, tutto il resto viene con facilità. L’aumento dei prezzi delle merci deriva dalla diminuzione del valore del denaro, la diminuzione del valore del denaro però, come sappiamo da Ricardo, deriva da una circolazione traboccante, ossia dal fatto che la massa del denaro circolante sale al di sopra dei livello determinato dal suo valore immanente e dai valori immanenti delle merci. Così, viceversa, la diminuzione generale dei prezzi delle merci deriva dall’aumento del valore del denaro al di sopra del suo valore immanente in seguito a una circolazione al di sotto del livello normale. I prezzi salgono e cadono quindi periodicamente, perchè periodicamente circola troppo o troppo poco denaro. Ora, se per caso si dimostra che l’aumento dei prezzi ha coinciso con una circolazione di denaro diminuita, e la diminuzione dei prezzi con una circolazione aumentata, ciò nonostante si potrà sostenere che a causa di una qualsiasi diminuzione o di un qualsiasi aumento della massa di merci in circolazione, seppure aumento o diminuzione non siano affatto comprovabili statisticamente, la quantità del denaro circolante sia stata aumentata o diminuita, se non assolutamente, pur tuttavia relativamente. Ora, abbiamo visto che secondo Ricardo queste oscillazioni generali dei prezzi devono verificarsi anche per una circolazione puramente metallica, che si compensano però in virtù del loro alternarsi p. es. una circolazione al di sotto del livello normale, una caduta dei prezzi delle merci, che provoca un’esportazione delle merci all’estero, che a sua volta però provoca l’afflusso di denaro all’interno, e questo afflusso di denaro provoca a sua volta di nuovo però un aumento dei prezzi delle merci. Il contrario accade allorché si tratti di una circolazione al di sopra del livello normale, nella quale siano importate merci e sia esportato denaro. Ora, siccome però, malgrado queste oscillazioni generali dei prezzi, che derivano dalla natura della stessa circolazione metallica secondo Ricardo, la forma violenta e forzosa delle oscillazioni, la loro forma di crisi, fa parte dei periodi di un sistema creditizio sviluppato, diventa cosa chiara come la luce del sole che l’emissione dei biglietti di banca non è esattamente regolata in base alle leggi della circolazione metallica. La circolazione metallica ha il suo toccasana nell’importazione e nell’esportazione dei metalli nobili, i quali entrano subito in circolazione come moneta e in tal modo, mediante il loro afflusso o deflusso, fanno scendere e salire i prezzi delle merci. Lo stesso effetto sui prezzi delle merci deve allora essere prodotto dalle banche imitando le leggi della circolazione metallica. Se dall’estero affluisce oro, si ha la dimostrazione che la circolazione è al di sotto del livello normale, il valore del denaro è troppo elevato e i prezzi sono troppo bassi e che, di conseguenza, devono essere immessi nella circolazione biglietti di banca in proporzione dell’oro di nuova importazione. Nel caso opposto, dovranno essere sottratti alla circolazione nella proporzione in cui l’oro defluisce dal paese. In altri termini, l’emissione delle banconote dovrà essere regolata secondo l’importazione e l’esportazione dei metalli nobili, ossia secondo il corso dei cambi. L’erroneo presupposto di Ricardo per il quale l’oro non è che moneta e quindi tutto l’oro importato aumenta il denaro circolante e quindi fa salire i prezzi, che tutto l’oro esportato diminuisce la moneta e quindi fa scendere i prezzi, questo presupposto teorico diventa qui l’esperimento pratico di far circolare una quantità di moneta identica alla quantità di oro presente di volta in volta. Lord Overstone (il banchiere Jones Lloyd), il colonnello Tòrrens, Norman, Clay, Arbuthnot e un numero infinito di altri scrittori, noti in Inghilterra sotto il nome di scuola del currency principle, hanno non soltanto predicato questa dottrina, ma ne hanno fatto, per mezzo degli Atti sulla Banca d’Inghilterra di Sir Robert Peel del 1844 e 1845, la base della vigente legislazione bancaria inglese e scozzese. Il loro vergognoso fiasco, teorico e pratico, dopo esperimenti su scala nazionale massima, potrà essere illustrato soltanto nella teoria del credito» (ivi, pp. 165-168 - Ediz. it. cit., pp. 162-164).

    La critica di questa scuola fu fatta da Thomas Tooke, James Wilson (nell’Economist del 1844-47) e John Fullarton.

    Fino a qual punto tuttavia anche questi economisti non abbiano compreso la natura del denaro e quale confusione regni tra loro sul rapporto che intercorre fra denaro e capitale, è stato già da noi messo in rilievo diverse volte, particolarmente nel Cap. XXVIII del presente Libro . Ci limiteremo ad aggiungere qui qualche osservazione sui dibattiti della commissione della Camera dei comuni del 1857 a proposito delle leggi bancarie di Peel (Bank Committee, 1857) F.E.).

    J. G. Hubbard, ex governatore della Banca d’Inghilterra, così depone:

    «2400. L’effetto dell’esportazione dell’oro.., non si riflette assolutamente sui prezzi delle merci. Ma ha invece una influenza molto importante sul prezzo dei titoli, perché, nella misura in cui il saggio dell’interesse muta, è inevitabile che il valore delle merci in cui si concretizza questo interesse venga fortemente influenzato». Egli presenta due tabelle, relative agli anni 1834-43 e 1844-53, che dimostrano come il movimento dei prezzi di quindici degli articoli commerciali più importanti fosse completamente indipendente dall’afflusso e deflusso dell’oro e dal saggio dell’interesse.

    Queste tabelle dimostrano al contrario che esiste uno stretto rapporto tra l’afflusso e deflusso dell’oro, il quale in realtà è «il rappresentante del nostro capitale in cerca di investimento », e il saggio d’interesse.

    — «Nel 1847 un forte ammontare di titoli americani fu ritrasferito in America e del pari titoli russi in Russia, e altri titoli continentali in quei paesi dai quali noi attingevamo le nostre importazioni di grano».

    I quindici articoli principali posti a base della seguente tabella di Hubbard sono: cotone, filati di cotone, tessuti di cotone, lana, tessuti di lana, lino, tela, indaco, ferro grezzo, latta, rame, sego, zucchero, caffè, seta.




    Hubbard aggiunge la postilla seguente: «Come nel decennio 1834-43, così in quello 1844-53 le fluttuazioni dell’oro della Banca d’Inghilterra erano invariabilmente accompagnate da un aumento o da una diminuzione del valore di prestito del denaro anticipato per lo sconto; e d’altro lato i mutamenti dei prezzi delle merci all’interno appaiono assolutamente indipendenti dalla massa della circolazione, espressa dalle fluttuazioni dell’oro della Banca d’Inghilterra» (Bank Acts, Report, 1857, lI, pp. 290 e 291).

    Poiché la domanda e offerta delle merci regola il loro prezzo di mercato, si vede qui chiaramente come sia in errore Overstone quando identifica la domanda di capitale monetario da prestito (o piuttosto le differenze tra domanda e offerta), come si esprime nel saggio di sconto, con la domanda di «capitale» effettivo. L’asserzione che i prezzi delle merci sono regolati dalle oscillazioni nell’ammontare del currency si nasconde ora sotto la frase che le oscillazioni del saggio di sconto esprimono le oscillazioni nella domanda di capitale materiale effettivo, distinto dal capitale monetario. Abbiamo visto che sia Norman sia Overstone di fatto sostenevano ciò davanti alla medesima Commissione e che specialmente Overstone era costretto a ricorrere a scappatoie ben meschine, finché alla fine veniva ridotto con le spalle al muro (Cap. XXVI). Si ritorna sempre in realtà all’antica fandonia, che le variazioni nella massa dell’oro esistente, accrescendo o riducendo la quantità del mezzo di circolazione del paese, devono far aumentare o diminuire i prezzi delle merci di questo paese. Se l’oro viene esportato, i prezzi delle merci, secondo questa teoria del currency, devono aumentare nel paese in cui l’oro affluisce e in conseguenza deve accrescersi il valore delle esportazioni del paese esportatore d’oro sul mercato del paese importatore d’oro; d’altro lato il valore delle esportazioni del paese importatore d’oro diminuirebbero sul mercato del paese esportatore d’oro, mentre si accrescerebbe sul mercato del paese d’origine in cui l’oro affluisce. Ma in realtà la diminuzione della massa d’oro non fa che aumentare il saggio dell’interesse, mentre l’aumento delle quantità d’oro lo fa diminuire; e qualora queste oscillazioni del saggio dell’interesse non influissero sulla determinazione dei prezzi di costo o sulla determinazione della domanda e dell’offerta, esse non apporterebbero alcuna modificazione ai prezzi delle merci.

    Nello stesso rapporto N. Alexander, direttore di una importante ditta che fa commercio con le Indie, così si esprime a proposito del forte deflusso di argento verso le Indie e la Cina intorno al 1855, dovuto in parte alla guerra civile cinese, che ostacolò lo smercio dei tessuti inglesi in Cina, in parte alla malattia che colpi i bachi da seta in Europa e che ridusse fortemente l’industria della seta in Italia ed in Francia:

    «4337. Il deflusso avviene verso la Cina o verso le Indie? Si invia argento in India e con una buona parte di tale argento si acquista l’oppio che va tutto in Cina, al fine di. costituire fondi per l’acquisto della seta, e la situazione dei mercati indiani è tale che (nonostante l’accumulazione dell’argento che avviene in tali mercati) il commerciante trae maggior profitto a spedirvi argento anziché tessuti o altri manufatti inglesi».

    «4388. Non si è forse verificato un forte deflusso dalla Francia, che ci ha portato l’argento? Certamente, un deflusso molto forte».

    «4344. Invece di importare seta dalla Francia e dall’Italia, noi spedimmo a questi paesi grandi quantità di seta bengalese e cinese».

    Si inviava quindi in Asia argento — il metallo monetario di questa parte del mondo — in luogo delle merci, non perché erano aumentati i prezzi di queste merci nel paese di produzione (Inghilterra), ma perché erano diminuite — diminuite a causa della sovraimportazione — nei paesi di dove esse venivano importate; sebbene questo argento dovesse essere portato dalla Francia in Inghilterra e pagato parzialmente in oro. Secondo la teoria del currency, in seguito a tale importazione i prezzi avrebbero dovuto cadere in Inghilterra e aumentare in Cina e in India.

    Un altro esempio. Davanti alla Commissione dei Lords (Commerciai Distress, 1848-1857) Wylie, uno dei primi commercianti di Liverpool, depone come segue:

    «1994. Alla fine del 1845 non vi era attività più vantaggiosa, che desse un profitto maggiore» (della filatura del cotone). «Le riserve di cotone erano considerevoli e si poteva avere buon cotone per la lavorazione a 4 pence la libbra e con tale cotone poteva essere filato del good secunda mule twist N. 40 (Filo di seconda qualità) con una eguale spesa di 4 pence, il che per il filandiere importava una spesa complessiva di 8 pence. Questo filo fu venduto in grande quantità nel settembre e nell’ottobre 1845 e furono anche conclusi grossi contratti di forniture a 10,5 e 11,5 pence la libbra, e in alcuni casi i filandieri hanno realizzato un profitto corrispondente al prezzo di acquisto del cotone».

    «1996. Gli affari rimasero redditizi fino all’inizio del 1846».

    «2000. Alla data del 3 marzo 1844 le scorte di cotone (627.042 balle) erano più del doppio di quelle attuali (301.070 balle in data 7 marzo 1848) e tuttavia il prezzo era più alto di 1 e 1/4 pence la libbra » (6 1/4 in luogo di 5 pence). In pari tempo il filo — good secunda mule twist N. 40 — era diminuito da 11 e 1/2-12 a 9 e 1/2 pence in ottobre e a 7 e 3/4 alla fine del dicembre 1847; c’era del filo che si vendeva allo stesso prezzo del cotone col quale era stato fatto» (ivi, nn. 2021, 2023).

    Ciò mette in giusta luce l’interessata sentenza di Overstone che il denaro è «caro» perché il capitale è «scarso». Il 3 marzo 1844 il saggio d’interesse bancario era del 3%; nell’ottobre e novembre 1847 salì all’8 e 9% e il 7 marzo 1848 era ancora del 4%. A causa del completo arresto nelle vendite e del panico, con relativo aumento del saggio dell’interesse, i prezzi del cotone caddero molto al di sotto del prezzo che avrebbe dovuto corrispondere al livello della offerta. La conseguenza di ciò fu da un lato una diminuzione enorme dell’importazione nel 1848 e d’altro lato la riduzione della produzione in America; conseguentemente un nuovo aumento dei prezzi del cotone nel 1849. Secondo Overstone le merci erano troppo care perché vi era troppo denaro nel paese.

    «2002. Il recente peggioramento nella situazione dell’industria cotoniera non è dovuto alla mancanza di materia prima, poiché il prezzo è più basso, sebbene la scorta di cotone grezzo sia notevolmente diminuita». Ma ecco che Overstone confonde in modo edificante il prezzo, ossia il valore della merce, con il valore del denaro, ossia il saggio dell’interesse. Nella sua risposta alla domanda 2026, Wylie dà il suo giudizio complessivo sulla teoria del currency, dopo che Cardwell e Sir Charles Wood nel maggio 1847 «avevano sostenuto la necessità di applicare integralmente il Bank Act del 1844»:

    «Mi sembra che questi principi siano di tal natura da attribuire al denaro un valore artificiosamente elevato e a tutte le merci un valore artificiosamente basso e rovinoso». Egli dice poi a proposito degli effetti di questo Bank Act sugli affari in generale:

    «Poiché le cambiali a quattro mesi di scadenza, che sono le tratte normali delle città manifatturiere sui commercianti e banchieri per merci acquistate e destinate agli Stati Uniti, non potevano essere scontate se non con forti sacrifici, ne conseguì un forte intralcio alla esecuzione delle ordinazioni, che si prolungò fino al decreto governativo del 25 ottobre» (sospensione del Bank Act), «allorché queste tratte a quattro mesi di scadenza poterono essere di nuovo scontate (2097)». Quindi anche in provincia la sospensione del Bank Act fu una salvezza.

    «2102. Nell’ottobre precedente» (1847) «quasi tutti i compratori americani, che acquistano delle merci qui, avevano immediatamente ridotto i loro acquisti il più possibile; e quando la notizia del rincaro del denaro giunse in America, cessarono tutte le nuove ordinazioni».

    «2134. Grano e zucchero costituirono dei casi speciali. Il mercato del grano fu influenzato dalle previsioni sul raccolto e quello dello zucchero dalle enormi riserve e importazioni».

    «2163. Per quanto riguarda i nostri impegni finanziari in America, molti di essi furono liquidati mediante vendite forzate di merci in deposito, e molti, io temo, furono annullati dalla nostra bancarotta».

    «2196. Se ben mi ricordo, alla nostra Borsa-valori fu pagato nell’ottobre 1847 fino al 70% d’interesse».

    (La crisi del 1837 con i suoi lunghi strascichi, sui quali nel 1842 si innestò ancora una vera e propria crisi supplementare, e l’accecamento interessato degli industriali e dei commercianti, che non volevano assolutamente vedere la sovrapproduzione — secondo l’economia volgare questa era assurda ed impossibile! — avevano finito col creare nei cervelli quella confusione che permise alla scuola del currency di tradurre in pratica il suo dogma su scala nazionale. Fu così promulgata la legislazione bancaria del 1844-45.

    Il Bank Aet del 1844 divide la Banca d’Inghilterra in due dipartimenti: il dipartimento di emissione e il dipartimento bancario. Il primo riceve garanzie — in maggior parte debito pubblico — per 14 milioni e l’intera riserva metallica, di cui al massimo 1/4 può consistere in argento, ed emette a sua volta un ammontare di banco note uguale all’ammontare complessivo di entrambi. Nella misura in cui queste banconote non si trovano nelle mani del pubblico, esse giacciono nel dipartimento bancario e costituiscono unitamente alla scarsa quantità di moneta necessaria all’uso giornaliero (circa un milione) la riserva liquida di questo dipartimento. Il dipartimento d’emissione dà al pubblico oro in cambio di banconote e banconote in cambio di oro; gli altri rapporti con il pubblico sono invece di competenza del dipartimento bancario. Le banche private in Inghilterra e nel Galles che erano state autorizzate nel 1844 a emettere dei biglietti propri, conservano questo diritto, ma la loro emissione è contingentata. Se una di queste banche cessa di emettere banconote proprie, la Banca d’Inghilterra può aumentare l’ammontare delle sue banconote scoperte per un valore pari ai due terzi del contingente soppresso. In tal modo questo ammontare nel 1892 era salito da 14 a 16 milioni di Lst. (esattamente 16.450.000 Lst.).

    Per ogni cinque sterline oro, quindi, che escono dalla riserva della Banca, rientra al dipartimento di emissione un biglietto di cinque sterline che viene annullato; per ogni cinque sterline oro che affluiscono alla riserva viene messo in circolazione un nuovo biglietto di cinque sterline. In tal modo la circolazione cartacea ideale di cui parla Overstone e che si conforma esattamente alle leggi della circolazione metallica, è realizzata nella pratica e con ciò, secondo le affermazioni dei sostenitori del currency, le crisi sono rese per sempre impossibili.

    Ma in realtà la suddivisione della Banca in due dipartimenti indipendenti toglieva alla direzione la possibilità di manovrare liberamente nei momenti decisivi con tutti i suoi mezzi disponibili, così che si sono potuti presentare dei casi in cui il dipartimento bancario si trovava sulla soglia del fallimento, mentre il dipartimento d’emissione conservava intatti alcuni milioni in oro e per di più ancora i suoi 14 milioni di garanzia. E ciò poteva verificarsi tanto più facilmente in quanto quasi in ogni crisi vi è un periodo in cui si verifica un forte deflusso d’oro verso l’estero che deve essere per la maggior parte coperto con la riserva metallica della Banca. Ma per ogni moneta da cinque sterline oro che se ne va all’estero, viene sottratta alla circolazione del paese una banconota da cinque sterline, ossia viene ridotta la massa del mezzo di circolazione proprio nel momento in cui il bisogno di questo mezzo di circolazione è maggiore e più urgente. Il Bank Act del 1844 induce perciò, all’inizio di una crisi, tutti coloro che appartengono al mondo commerciale, a costruirsi, prima che sia troppo tardi, una riserva di biglietti, cioè ad accelerare e aggravare la crisi; con questo artificiale aumento della domanda di prestiti monetari, ossia di mezzi di pagamento, e con la simultanea restrizione dell’offerta, che si verificano proprio al momento decisivo, il Bank Act spinge il saggio d’interesse in periodi di crisi ad un’altezza prima sconosciuta; anziché eliminare le crisi, esso le acuisce a un punto tale che deve crollare o tutto il mondo industriale, oppure il Bank Act. Due volte, il 25 ottobre 1847 ed il 12 novembre 1857, la crisi era giunta a questo punto; il governo allora liberava la Banca dalla limitazione dell’emissione, sospendendo il Bank Act del 1844 e tale misura bastò ogni volta a stroncare la crisi. Nel 1847 bastò la certezza di poter nuovamente ricevere banconote su garanzie di prim’ordine per poter portare di nuovo alla luce ed in circolazione i 4 -5 milioni di banconote che erano stati incettati; nel 1857 fu emesso quasi un milione di banconote in più della quantità stabilita dalla legge, ma solo per brevissimo tempo.

    Si deve altresì ricordare che la legislazione del 1844 mostra ancora l’impronta di reminiscenze dei primi venti anni del secolo, epoca della sospensione dei pagamenti a contanti della Banca e del deprezzamento delle banconote. Il timore che la fiducia nelle banconote possa venire meno è ancora chiaramente visibile, timore assolutamente superfluo perchè già nel 1825 l’emissione di un’antica provvista di banconote da. 1 Lst. fuori corso aveva stroncato la crisi, dimostrando così che anche allora, nel periodo in cui la diffidenza era più forte e più diffusa, la fiducia nelle banconote non poteva essere scossa. Ciò del resto è pienamente comprensibile; infatti, questi segni di valore hanno dietro di sè tutta la nazione con il suo credito. F.E.).

    Ascoltiamo ancora qualche testimonianza sulle conseguenze del Bank Act.

    J. St. Mill ritiene che il Bank Act del 1844 sia riuscito a contenere la sovraspeculazione. Questo saggio uomo parlò felicemente il 12 giugno 1857. Quattro mesi più tardi la crisi si scatenava. Egli si congratula letteralmente «con i direttori di banca e il mondo del commercio in generale » per il fatto che essi comprendono molto meglio di prima « la natura di una crisi commerciale e il danno gravissimo che essi recano a se stessi e al pubblico favorendo la sovraspeculazione» (Bank Committee, 1857, n. 2031).

    Il saggio Mill pensa che, se vengono emesse banconote da 1 Lst. «come anticipi ai fabbricanti e ad altri che pagano i salari... queste banconote possono cadere fra le mani di altre persone che le spendono per fini di consumo, e in tal caso le banconote costituiscono di per se stesse una domanda di merci e possono tendere a provocare temporaneamente un aumento dei prezzi» [n 2066]. Suppone forse il signor Mill che i fabbricanti pagheranno salari più elevati perchè li pagano in carta invece che in oro? Oppure crede che se il fabbricante riceve il suo anticipo in banconote da 100 Lst., e le cambia contro oro, questo salario costituirebbe una domanda minore che se fosse direttamente pagato in banconote da 1 Lst? Non sa, dunque, per esempio, che in certi distretti minerari il salario è stato pagato in banconote di banche locali, cosicchè diversi lavoratori ricevevano insieme una banconota da 5 Lst? Accresce ciò la loro domanda? Oppure i banchieri anticiperanno più facilmente e in maggiore quantità denaro ai fabbricanti in banconote di piccolo taglio piuttosto che di grosso taglio?

    (Questo strano terrore di Mill per le banconote da 1 Lst. non sarebbe comprensibile se tutta la sua opera di economia politica non fosse impregnata di un eclettismo che non arretra davanti ad alcuna contraddizione. Da un lato egli dà ragione in molte cose a Tooke contro Overstone, dall’altro egli crede che i prezzi delle merci siano determinati dalla quantità del denaro esistente. Egli non è affatto persuaso che per ogni banconota da 1 Lst. emessa — supposte uguali tutte le altre circostanze — entri una sovrana (Sterlina oro) nel tesoro della banca; egli teme che la massa del mezzo di circolazione possa essere accresciuta e di conseguenza svalorizzata, ossia che i prezzi delle merci aumentino. E’ ciò, e niente altro, quel che si nasconde dietro gli scrupoli di cui sopra. F.E.).

    A proposito della bipartizione della Banca e delle eccessive precauzioni per assicurare il rimborso delle banconote, Tooke dice davanti al Commercial Distress 1848-57:

    Le maggiori oscillazioni del saggio dell’interesse nel 1.847 in confronto a quelle del 1837 e 1839, sono dovute soltanto alla suddivisione della Banca in due dipartimenti (3010). La sicurezza delle banconote non fu scossa nè nel 1825, nè nel 1837 e ‘39 (3015). La domanda di oro nel 1825 non mirava soltanto a colmare il vuoto prodotto dal deprezzamento dei biglietti da 1 Lst. delle banche provinciali; questo vuoto poteva essere colmato soltanto dall’oro, fino a che anche la Banca d’Inghilterra emise biglietti da 1 Lst. (3022). Nel novembre e dicembre 1825 non si aveva la minima domanda d’oro per l’esportazione (3023).

    «Per quanto riguarda una eventuale perdita di credito della Banca all’interno ed all’estero, una sospensione del pagamento dei dividendi e dei depositi avrebbe conseguenze molto più serie di una sospensione del pagamento delle banconote» (3028).

    «3035. Non vuole Lei dire che qualsiasi fatto che compromettesse in definitiva la convertibilità delle banconote potrebbe in un momento di crisi commerciale creare nuove e serie difficoltà? — Assolutamente in nessun caso».

    Nel corso del 1847 « una accresciuta emissione di banconote avrebbe potuto contribuire a colmare la riserva aurea della Banca, come si verificò nel 1825 » (3058).

    Davanti al (Committee on) Bank Acts, 1857, Newmarch afferma:

    «1357. Il primo cattivo effetto... di questa separazione in due dipartimenti (della Banca) e della bipartizione della riserva aurea che necessariamente ne conseguiva, fu che l’attività bancaria della Banca d’Inghilterra, ossia tutto quel ramo delle sue operazioni che la mettono in rapporto più diretto con il commercio del paese, fu continuata con solo la metà dell’ammontare della precedente riserva. In seguito a questa scissione della riserva è accaduto che, non appena la riserva del dipartimento bancario diminuiva di pochissimo, la Banca era costretta ad elevare il suo saggio di sconto. Questa riduzione della riserva ha quindi provocato una serie di tangibili variazioni del saggio di sconto».

    «1358. Tali variazioni a partire dal 1844» (fino al giugno 1857) «sono state circa 60, mentre per un uguale periodo di tempo prima del 1844 non ammontavano che ad una dozzina».

    Di particolare interesse è anche la deposizione di Palmer, direttore della Banca d’Inghilterra dal 1811 e per un certo periodo di tempo anche suo governatore, davanti alla Commissione dei Lords Commercial Distress (1848-57):

    «828. Nel dicembre 1825 non restavano alla Banca che 1.100.000 Lst. oro all’incirca. Essa avrebbe allora senza alcun dubbio dovuto fallire se questo Act» (del 1844) «fosse in quel tempo esistito. In dicembre, io credo, essa emise in una settimana, 5 o 6 milioni di banconote e ciò diminuì notevolmente il panico allora esistente».

    «825. La prima volta» (dopo il 10 luglio 1825) «in cui la legislazione bancaria attuale sarebbe crollata se la Banca avesse tentato di portare a termine le transazioni in corso, fu il 28 febbraio 1837; allora la Banca possedeva da 3.900.000 Lst. a 4.000.000 di Lst. e avrebbe avuto nella riserva soltanto 650.000 Lst. Un secondo periodo è quello del 1839, che si prolungò dal 9 luglio fino al 5 dicembre».

    «826. Quale era l’ammontare della riserva in questo caso? La riserva consisteva il 5 settembre in un deficit complessivo di 200.000 Lst. (The reserve was minus altogether 200.000 Lst.). Il 5 novembre essa era salita a circa 1 -1 e 1/2 milioni».

    «830. La legge del 1844 avrebbe impedito alla Banca di venire in aiuto, nel 1837, al commercio con l’America».

    «831. Tre delle principali case americane fallirono. Quasi tutte le ditte che avevano affari con l’America erano rimaste senza crediti e se la Banca non fosse venuta loro in aiuto, non credo che più di 1 o 2 ditte si sarebbero mantenute in piedi».

    «836. La crisi del 1837 non è da paragonarsi a quella del 1847. Quella del 1837 si limitò principalmente al commercio con l’America».

    «838». (All’inizio del giugno 1837 la direzione della Banca discusse il problema sul modo di impedire la crisi) «A questo proposito, alcuni signori furono dell’avviso.., che il principio giusto fosse di elevare il saggio dell’interesse, in modo che i prezzi delle merci sarebbero caduti: in breve rendere il denaro caro e le merci a buon mercato, in modo da far fronte ai pagamenti all’estero (by which the foreign payments would be accomplished)».

    «906. L’introduzione di una limitazione artificiosa dei poteri della Banca mediante la legge del 1844, in luogo dell’antico e naturale limite posto ai suoi poteri dal reale ammontare della sua riserva metallica, diede origine ad un peggioramento artificioso degli affari ed ebbe un effetto sul prezzo delle merci, che non si sarebbe verificato senza questa legge».

    « 968. Sotto l’effetto della legge del 1844 non si può, in condizioni normali, ridurre la riserva metallica della Banca in modo sensibile al di sotto dei 9 e 1/2 milioni. Ciò provocherebbe una pressione sui prezzi e sul credito, che porterebbe nell’attuale corso dei cambi un cambiamento tale da far aumentare l’importazione d’oro e da accrescere con ciò l’ammontare dell’oro nel dipartimento di emissione ».

    «996. Con la limitazione attuale Lei (la Banca) non dispone dell’argento che è necessario in quei periodi in cui si usa l’argento al fine di influire nel corso dei cambi esteri».

    «999. Quale era lo scopo del regolamento che limitava la riserva d’argento della Banca a 1/5 della sua riserva metallica? A questa domanda non posso rispondere».

    Lo scopo era di rendere caro il denaro; proprio il medesimo scopo che, indipendentemente dalla teoria del currency, tende a perseguire la divisione della Banca in due sezioni, e l’obbligo per le banche scozzesi e irlandesi di tenere una riserva aurea per l’emissione di banconote al di là di un certo ammontare. Si verificò in tal, modo un decentramento della riserva metallica nazionale, che le rendeva più difficile correggere i corsi dei cambi sfavorevoli. Tutte queste misure tendono all’aumento del saggio dell’interesse: il fatto che la Banca d’Inghilterra non possa emettere più di 14 milioni di biglietti oltre la relativa riserva aurea; che il dipartimento bancario debba essere amministrato come una banca ordinaria, riducendo il saggio dell’interesse in periodi di abbondanza di denaro ed elevandolo in periodi di scarsità; la limitazione della riserva d’argento, mezzo principale per rettificare il corso dei cambi con il continente e l’Asia; i regolamenti riguardanti le banche scozzesi ed irlandesi che non hanno mai bisogno d’oro per l’esportazione debbono ora tenerlo in riserva sotto il pretesto di una convertìbilità, di fatto puramente illusoria, delle loro banconote. Il fatto è che la legge del 1844 provocava per la prima volta nel 1857 un assalto all’oro nelle banche scozzesi. La nuova legislazione bancaria non fa del pari differenza alcuna fra deflusso d’oro all’estero e all’interno, sebbene l’effetto che ne consegue sia naturalmente del tutto diverso. Da qui le continue violente oscillazioni del saggio di mercato dell’interesse. Per quanto riguarda l’argento, Palmer dice due volte, 992 e 994, che la banca può acquistare argento in cambio dei biglietti solo quando il corso dei cambi è favorevole per l’Inghilterra, e vi è quindi sovrabbondanza di argento; poiché:

    «1003. L’unico scopo per cui una parte considerevole della riserva metallica può essere mantenuta in argento, è che si possono in tal modo facilitare i pagamenti all’estero, nei momenti in cui il corso dei cambi è sfavorevole all’Inghilterra».

    «1004. L’argento è una merce che, essendo denaro in tutto il reato del mondo, serve meglio di qualsiasi altra merce... a questo scopo » (pagamenti all’estero). «Solo gli Stati Uniti hanno in questi ultimi tempi accettato esclusivamente dell’oro».

    Secondo il suo punto di vista non occorreva che la Banca in periodi di scarsità di denaro facesse salire il saggio dell’interesse oltre il vecchio livello del 5%, fino a che le condizioni sfavorevoli del cambio non attirassero l’oro all’estero. Se non vi fosse stata la legge del 1844 essa avrebbe potuto scontare senza difficoltà tutte le cambiali di prima qualità (first class bills) che le venissero presentate (1018-20). Ma con la legge del 1844, e data la situazione in cui si trovava la Banca nell’ottobre 1847, «non vi era saggio dell’interesse che la Banca non potesse richiedere a ditte solide e che esse non fossero disposte a pagare, per continuare i loro pagamenti» [1022].

    E questo elevato saggio d’interesse era proprio lo scopo perseguito dalla legge.

    «1029. Debbo distinguere nettamente tra l’influenza del saggio dell’interesse sulla domanda estera (di metallo prezioso) ed un aumento dell’interesse al fine di impedire un assalto alla banca durante un periodo di carenza di credito all’interno».

    «1023. Prima della legge del 1844, quando i corsi erano favorevoli all’ Inghilterra e tuttavia vi era nel paese dell’inquietudine o anche vero e proprio panico, non era posto nessun limite all’emissione delle banconote, la sola misura che potesse alleggerire questa situazione di scarsità di denaro».

    Così parla un uomo che per ben 39 anni è stato alla direzione della Banca d’Inghilterra.

    Ascoltiamo ora un banchiere privato, Twells, socio di Spooner, Attwoods & Co. dal 1801. È il solo fra tutti i testimoni che hanno depositato davanti al Bank Committee del 1857 che ci lascia intravedere la situazione reale del paese e che prevede l’approssimarsi della crisi. Inoltre egli è una specie di little man di Birmingham, poiché i suoi associati, i fratelli Attwood sono i fondatori di questa scuola (vedi Zur Kritik der politischen Oeko noinie, p. 59). Egli afferma: «4488. Quali pensa che siano state le conseguenze della legge del 1844? In qualità di banchiere io Le direi che questa legge ha avuto dei risultati eccellenti in quanto ha permesso ai banchieri e ai capitalisti (monetari [ di qualsiasi tipo di raccogliere una ricca messe. Ma essa ha avuto conseguenze pessime per il commerciante onesto e laborioso, che ha bisogno di un saggio di sconto stabile al fine di fare i suoi contratti con sicurezza... questa legge ha trasformato il prestito di denaro in un affare dei più profittevoli». «4489. Essa (la legge bancaria) permette alle banche azionarie di Londra di pagare ai loro azionisti dividendi del 20-22%? Una banca recentemente pagava il 18% e, credo, un’altra il 20%; esse hanno quindi motivo per schierarsi decisamente in favore della legge». «4490. Essa colpisce fortemente... i piccoli uomini d’affari e rispettabili commercianti che non hanno un grande capitale... L’unico mezzo a mia disposizione per provarlo è che vedo una sor prendente massa delle loro accettazioni che non vengono pagate. Queste accettazioni hanno sempre un valore piccolo, da 20 a 100 Lst. all’incirca, molte di esse non vengono pagate e ritornano per mancanza di pagamento in tutte le parti del paese, e questo è già un sintomo della depressione... nel piccolo commercio».

    4494. Egli dichiara che gli affari al momento non danno profitto. Le sue osservazioni che seguono sono importanti perché mostrano che egli percepiva la latente esistenza della crisi, prima che qualsiasi altro se ne accorgesse. «I prezzi in Mincing Lane si mantengono ancora a un certo livello, ma non si vende, non si può vendere a nessun prezzo; ci si tiene al prezzo nominale».

    4495. Egli racconta un caso: un francese invia ad un mediatore di Mincing Lane merci per 3.000 Lst., per venderle ad un certo prezzo. Il mediatore non può fare quel prezzo, il francese non può vendere sotto quel prezzo. La merce resta in deposito, ma il francese ha bisogno di denaro. Il mediatore gli anticipa allora 1.000 Lst. in modo che il francese emette sul mediatore una cambiale di 1.000 Lst. a tre mesi con la garanzia delle merci. Dopo tre mesi la cambiale viene a scadenza, ma le merci giacciono sempre invendute. Il mediatore deve allora pagare la cambiale e sebbene egli abbia una copertura del valore di 3.000 Lst., non può renderla liquida e si trova in difficoltà. Così uno trascina l’altro a fondo. «4496. Per quanto riguarda le forti esportazioni... quando gli affari all’interno sono depressi, ne deriva anche necessariamente una forte esportazione». «4497. Crede Lei che il consumo interno sia diminuito? In modo considerevole... In modo incredibile.., i piccoli commercianti rappresentano a questo proposito l’autorità più competente». «4498. E tuttavia le importazioni sono molto forti; non sta questo ad indicare un forte consumo? Certamente, se Lei riesce a venderle; ma molti magazzini sono stipati di questi articoli; nell’esempio che ho citato or ora, sono state importate merci per 3.000 Lst. che non possono essere vendute».

    «4514. Se il denaro è caro, allora Lei direbbe che il capitale è a buon mercato? Certamente». Twells non condivide affatto l’opinione di Overstone, per cui un saggio d’interesse elevato è lo stesso che il capitale caro.

    Come si fanno ora gli affari:

    «4516.Altri si impegnano a fondo, concludono un numero enorme di affari di esportazione e importazione, rischiando molto di più di quello che i loro capitali consentano. Su questo punto non vi può essere il più piccolo dubbio. Queste persone possono avere fortuna: esse possono accumulare un grande patrimonio per qualche caso fortuito e pagare fino all’ultimo soldo. Questo rappresenta per la maggior parte il sistema con cui attualmente si conduce una parte notevole degli affari. Queste persone perdono volentieri il 20, 30 e 40% su un carico: il prossimo affare li può ripagare. Se poi un affare dopo l’altro va male, essi sono a terra; e questo è proprio il caso a cui abbiamo spesso assistito negli ultimi tempi; case commerciali sono fallite senza lasciare uno scellino di attivo».

    «4791. Il basso saggio dell’interesse (durante gli ultimi 10 anni [F E.]) ha, è vero, conseguenze dannose per i banchieri, ma senza sottoporLe i libri contabili potrei indicarLe solo con molta difficoltà quanto attualmente sia più elevato il profitto (suo proprio [FE]) in confronto di prima. Se il saggio dell’interesse è basso a causa di una eccessiva emissione di banconote, abbiamo dei depositi importanti; se il saggio dell’interesse è elevato, ci porta un guadagno immediato».

    «4794. Quando è possibile procurarsi del denaro ad un moderato saggio d’interesse, ne abbiamo una richiesta maggiore: diamo di più in prestito; le cose vanno (per noi, i banchieri [FE]) in questo modo. Quando il saggio d’interesse aumenta otteniamo di più di quando esso è basso; riceviamo di più di quello che dovremmo avere».

    Abbiamo visto che il credito dei biglietti della Banca d’Inghilterra è considerato da tutti gli esperti come incrollabile. Ciò nonostante la legge bancaria stabilisce che vi siano assolutamente 9-10 milioni in oro per la loro convertibilità. La sacrosanta inviolabilità di questo tesoro, viene così attuata in modo del tutto diverso dagli antichi tesaurizzatori.

    W. Brown (Liverpool) afferma, Commercial Distress, 1847-58,

    n. 2311: «Per quanto riguarda l’utilità che questo denaro» (la riserva metallica nel dipartimento di emissione) «aveva allora, si sarebbe potuto benissimo gettarlo in mare, non era possibile impiegarne nemmeno la più piccola parte, senza violare la legge del Parlamento».

    L’imprenditore edile E. Capps, lo stesso che è stato citato precedentemente e dalla cui deposizione è stata ripresa anche la descrizione sul sistema moderno di costruzioni edilizie a Londra (Libro II, cap. XII) riassume il suo punto di vista sulla legge bancaria del 1844 come segue (Bank Acts, 1857):

    «5508. Lei è quindi in generale dell’opinione che il sistema attuale) » (la legislazione bancaria) « è una istituzione molto ben organizzata per trasferire periodicamente i profitti delle industrie nelle tasche degli usurai? Questo è il mio punto di vista. Io so che nell’edilizia ha avuto questo effetto».

    Come abbiamo già fatto notare, la legge bancaria del 1845 impose alle banche scozzesi un sistema molto simile a quello inglese. Furono obbligate a tenere per la loro emissione di banconote una riserva superiore all’ammontare fissato per ogni banca. Per quanto riguarda gli effetti derivanti da questo ordinamento, ecco alcune deposizioni dinanzi al Bank Committee, 1857.

    Kennedy, direttore di una banca scozzese:

    «3375. Vi era in Scozia, prima della legge del 1845, qualche cosa che si potrebbe chiamare una circolazione aurea? Nulla del genere. Si è avuta da allora una circolazione addizionale di oro? Assolutamente no; la gente non vuole avere oro (the people dislike gold)».

    3450. Le 900.000 Lst. oro circa che le banche scozzesi devono tenere a titolo di riserva dopo il 1845, secondo la sua opinione sono soltanto dannose e «immobilizzano e tengono improduttiva una parte corrispondente del capitale scozzese».

    E Anderson, direttore della Union Bank of Scotland:

    «3558. La sola volta che le banche scozzesi hanno richiesto una forte quantità di oro alla Banca d’Inghilterra, fu a causa del corso del cambio estero? Effettivamente è così; e questa domanda non è per nulla diminuita per il fatto che teniamo oro in Edimburgo».

    «3590. Fino a che abbiamo in deposito alla Banca d’Inghilterra (o presso le banche private inglesi) lo stesso ammontare di titoli, siamo in grado come prima di provocare un deflusso d’oro alla Banca d’Inghilterra».

    Infine anche un articolo dell’Economist (Wilson):

    «Le banche scozzesi hanno presso i loro agenti di Londra importi liquidi inutilizzati: questi agenti li tengono presso la Banca d’Inghilterra. Ciò consente alle banche scozzesi, nei limiti di queste somme, di disporre della riserva metallica della banca, e qui essa è pur sempre disponibile quando se ne ha bisogno per fare pagamenti all’estero». Questo sistema fu sconvolto dalla legge del 1845: «In seguito alla legge del 1845 si è verificato in Scozia negli ultimi tempi un forte deflusso di moneta aurea dalla banca d’Inghilterra, per far fronte a una eventuale domanda in Scozia, che forse non sarebbe mai avvenuta... A partire da questa data una forte somma si trova regolarmente immobilizzata in Scozia e un’altra somma notevole si trova costantemente in viaggio avanti e indietro fra Londra e la Scozia. Se vi è un periodo in cui un banchiere scozzese prevede un aumento nella richiesta delle sue banconote, allora una cassa d’oro viene inviata da Londra; non appena questo periodo è passato, la stessa cassa ritorna a Londra, il più delle volte senza essere stata aperta». (Economist, 23 ottobre 1847 [ pag 1214 e sg.]).

    (E che cosa dice di tutto ciò il padre della legge bancaria, il banchiere Samuel Jones Lloyd, alias Lord Overstone?

    Già nel 1848, dinanzi alla Commissione dei Lords per il Commercial Distress, egli ripeteva che «penuria di denaro e alto saggio dell’interesse, causati dalla mancanza di capitale sufficiente, non possono essere attenuati da un’aumentata emissione di banconote» (1514), nonostante che la semplice autorizzazione ad aumentare questa emissione di banconote, rilasciata mediante decreto governativo il 25 ottobre 1847, sia stata sufficiente per smussare la punta più acuta della crisi.

    Egli è sempre del parere che «il saggio elevato dell’interesse e la situazione depressa dell’industria manifatturiera furono la conseguenza necessaria della riduzione del capitale materiale disponibile per scopi industriali e commerciali» (1604). E tuttavia l’industria manifatturiera si trovava da mesi in una situazione di depressione per il fatto che il capitale-merce materiale era sovrabbondante e stipava i magazzini ed era pressoché invendibile: e proprio per questa ragione il capitale produttivo materiale era tenuto totalmente o parzialmente inattivo, perché non si producesse ulteriormente capitale-merce invendibile.

    E di fronte alla Commissione bancaria del 1857 egli dice:

    «In virtù del rigoroso e pronto rispetto dei principi della legge del 1844, tutto si è svolto con regolarità e facilità, il sistema monetario è sicuro e solido, la prosperità del paese è indiscussa, la fiducia del pubblico nella legge del 1844 aumentata di giorno in giorno. Se la Commissione desidera ulteriori prove pratiche della bontà dei principi su cui questa legge si fonda e delle benefiche conseguenze che essa ha assicurato, la risposta giusta e sufficiente è questa: guardatevi attorno; considerate la situazione attuale degli affari nel nostro paese, considerate la soddisfazione del popolo; considerate la ricchezza e la prosperità di tutte le classi sociali; soltanto allora, dopo aver constatato tutto questo, la Commissione sarà in grado di decidere se essa vuole impedire la continuazione di una legge, in virtù della quale si sono ottenuti tali successi» (Bank Committee, 1857, n. 4189).

    A questo ditirambo che Overstone cantò dinanzi alla Commissione il 14 luglio, rispondeva il 12 novembre dello stesso anno l’antistrofe, la lettera alla direzione della Banca con cui il governo sospendeva la meravigliosa legge del 1844, per salvare ciò che era ancora salvabile. — F.E.).

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    CAPITOLO 35

    METALLO PREZIOSO E CORSO DEI CAMBI


    1. IL MOVIMENTO DEL TESORO AUREO

    Per quanto riguarda l’accumulazione di banconote in periodi di difficoltà monetaria si può osservare che essa ripete la tesaurizzazione di metalli preziosi alla quale soleva ricorrere in periodi critici la società ancora allo stato primitivo. La legge del 1844 è interessante nelle sue conseguenze per il fatto che cerca di trasformare in mezzo di circolazione tutti i metalli preziosi che si trovano nel paese; essa cerca di far coincidere il deflusso di oro con una contrazione del mezzo di circolazione e l’afflusso di oro con una espansione del mezzo di circolazione. E proprio in virtù di questa legge è stata offerta la dimostrazione sperimentale del contrario. Con una sola eccezione che menzioneremo subito; la massa dei biglietti della Banca d’Inghilterra in circolazione a partire dal 1844 non ha mai toccato il massimo che la Banca era autorizzata ad emettere. E la crisi del 1857 ha dimostrato d’altro lato che, in certe circostanze, questo massimo non è sufficiente. Fra il 13 ed il 30 novembre 1857 circolavano in media giornalmente 488.830 Lst. in più di questo massimo (Bank Acts, 1858, p. XI). Il massimo legale in tale periodo era di 14.475.000 Lst. più l’ammontare del tesoro metallico nei forzieri della Banca.

    Per quanto riguarda il flusso e deflusso del metallo prezioso si deve notare:

    Primo, si deve fare una distinzione fra il flusso e il deflusso del metallo in una regione che non produce né oro né argento da un lato e dall’altro il flusso dell’oro e dell’argento dalle loro fonti di produzione verso gli altri paesi e la distribuzione di questo metallo addizionale fra questi ultimi.

    Prima che le miniere d’oro della Russia, della California e dell’Australia esercitassero la loro influenza, l’afflusso era appena sufficiente, a partire dall’inizio di questo secolo, a rimpiazzare le monete logorate, a soddisfare la domanda abituale di articoli di lusso e ad alimentare le esportazioni di argento verso l’Asia.

    Ma da allora, in primo luogo, con lo sviluppo delle relazioni commerciali fra l’Asia l’America e l’Europa, le esportazioni di argento verso l’Asia si sono accresciute straordinariamente. La maggior parte di questo argento esportato dall’Europa fu sostituito con oro addizionale. Inoltre una parte dell’oro importato ex novo fu assorbito dalla circolazione monetaria interna. Si calcola che fino al 1857 circa 30 milioni di questo oro addizionale affluissero nella circolazione interna dell’Inghilterra. In seguito, a partire dal 1844, l’ammontare medio delle riserve metalliche si accrebbe in quasi tutte le banche centrali dell’Europa e dell’America del Nord. L’accrescimento della circolazione monetaria interna ebbe contemporaneamente come conseguenza che nei periodi di stasi, susseguenti ai periodi di panico, la riserva bancaria crebbe più rapidamente già per il fatto che una massa maggiore di moneta aurea era eliminata dalla circolazione interna ed immobilizzata. Infine, dopo la scoperta dei nuovi giacimenti d’oro, il consumo dei metalli preziosi per articoli di lusso aumentò in seguito all’accrescersi della ricchezza.

    Secondo. Fra i paesi che non producono oro e argento, il metallo prezioso si trova in un movimento costante di afflusso e deflusso; lo stesso paese ne importa e ne esporta di continuo. È soltanto il prevalere di questo movimento da un lato o dall’altro che decide se in definitiva vi sarà un deflusso o un afflusso, poiché i due movimenti puramente oscillanti e spesso paralleli in gran parte si neutralizzano. Ma ne deriva pure che, per quanto riguarda questo risultato, non viene fatta attenzione alla stabilità e al processo, nel suo insieme parallelo, di questi due movimenti. Si considerano sempre le cose come se una eccedenza della importazione o della esportazione di metallo prezioso fosse soltanto effetto ed espressione del rapporto tra l’importazione e l’esportazione di merci, mentre è al tempo stesso espressione del rapporto fra l’importazione e l’esportazione di metallo prezioso, indipendentemente dal commercio delle merci.

    Terzo. Il prevalere della importazione sulla esportazione e viceversa può essere misurato, in grandi linee, in base all’aumento o alla diminuzione della riserva metallica nelle banche centrali. Il grado di esattezza di questo indice dipende naturalmente innanzitutto dal grado di accentramento del sistema bancario in generale. Da ciò dipende infatti fino a qual punto il metallo prezioso accumulato nella cosiddetta banca nazionale rappresenti in generale il tesoro metallico nazionale. Ammesso per altro che il sistema bancario sia accentrato, questo indice non è esatto, perché in date circostanze, una importazione addizionale di metallo può venire assorbita dalla circolazione interna e dal crescente consumo di oro ed argento per la fabbricazione di articoli di lusso. A ciò si aggiunge che, senza una importazione addizionale, si può verificare una sottrazione di monete d’oro per la circolazione interna, e in tal modo il tesoro metallico può diminuire anche senza un contemporaneo aumento dell’esportazione.

    Quarto. Una esportazione di metallo assume l’aspetto di un deflusso (drain), quando il movimento di diminuzione si prolunga, cosicché la diminuzione si presenta come tendenza del movimento, e la riserva metallica della banca si riduce in modo sensibile al di sotto del suo livello medio fino a raggiungere quasi il suo minimo medio. Tale minimo è fissato in modo più o meno arbitrario essendo esso determinato diversamente in ogni singolo caso dalla legislazione che regola la copertura per il pagamento in contanti delle banconote ecc. A proposito dei limiti quantitativi che un deflusso di questo tipo può raggiungere in Inghilterra, Newmarch dice davanti al [Committee on] Bank Acts, 1857, deposizione n. 1494:«A giudicare dall’esperienza è molto improbabile che il deflusso del metallo dovuto ad una qualsiasi fluttuazione del commercio estero superi i 3 o 4 milioni di Lst.». Nel 1847 la riserva aurea della Bank of England tocca il suo livello più basso, precisamente il 23 ottobre, presentando rispetto al 26 dicembre 1846 una riduzione di 5.198.156 Lst., e rispetto al livello più elevato del 1846 (29 agosto) una riduzione di Lst. 6.453.748.

    Quinto. La destinazione della riserva metallica della cosiddetta Banca Nazionale — destinazione tuttavia che non è la sola a determinare la misura del tesoro metallico, tale tesoro potendo accrescersi per una semplice paralisi del commercio interno ed estero — è triplice:

    1. Fondo di riserva per i pagamenti internazionali, in una parola fondo di riserva di moneta mondiale.

    2. Fondo di riserva per la circolazione metallica interna, che alterna espansione e contrazione.

    3. Fondo di riserva per il rimborso dei depositi e per la convertibilità delle banconote.

    Quest’ultima destinazione è connessa con la funzione bancaria e non ha nulla a che vedere con le funzioni del denaro in quanto semplice denaro. Il fondo di riserva può dunque anche subire alterazioni in conseguenza di situazioni che toccano specificamente una sola di queste tre funzioni, così in quanto fondo internazionale può subire modificazioni a causa della bilancia dei pagamenti, qualunque siano i fattori che la determinano e qualunque sia il suo rapporto con la bilancia commerciale: in quanto fondo di riserva della circolazione metallica interna a causa dell’espandersi o contrarsi di questa circolazione. La terza funzione, quella di fondo di garanzia, non determina, è vero, il movimento autonomo della riserva metallica, ma esercita un’azione duplice. Se vengono emesse le banconote che sostituiscono nella circolazione interna il denaro metallico (quindi anche le monete d’argento nei paesi in cui l’argento serve da misura di valore) viene meno la seconda funzione del fondo di riserva. E una parte del metallo prezioso, che è stato impiegato per questa funzione, emigrerà permanentemente all’estero. In questo caso non vengono prelevate monete metalliche per la circolazione interna; cade con ciò il temporaneo rafforzamento della riserva metallica mediante immobilizzazione di una parte del metallo monetario in circolazione. Inoltre: se in tutte le circostanze si deve conservare un minimo di tesoro metallico per il rimborso dei depositi e la convertibilità delle banconote, ciò si ripercuote in modo particolare sulle conseguenze di un afflusso o di un deflusso d’oro; si ripercuote su quella parte del tesoro che la Banca è obbligata a conservare in tutte le circostanze, oppure su quella di cui cerca invece di liberarsi in un dato momento perché superflua. Nel caso di una circolazione puramente metallica e di un sistema bancario concentrato, la Banca dovrebbe parimenti considerare il suo tesoro metallico come garanzia per il rimborso dei suoi depositi e, verificandosi un deflusso di metallo, potrebbe subentrare lo stesso panico che si ebbe ad Amburgo nel 1857.

    Sesto. Ad eccezione, forse, del 1837, la crisi effettiva è sempre scoppiata dopo che il corso dei cambi aveva subito una svolta, ossia non appena l’importazione di metallo prezioso aveva di nuovo prevalso sulla esportazione.

    Nel 1825 la crisi effettiva scoppiò dopo che il deflusso dell’oro era cessato. Nel 1839 vi fu un deflusso dell’oro senza che si verificasse una crisi. Nel 1847 il deflusso dell’oro cessava in aprile e la crisi si ebbe in ottobre. Nei 1857 il crack si ebbe alla fine di novembre, mentre il deflusso dell’oro verso l’estero era cessato dall’inizio di novembre.

    Ciò si manifesta con particolare evidenza nella crisi del 1847, ancorché il deflusso dell’oro venne a cessare già in aprile, dopo aver provocato un’antecrisi relativamente di modeste proporzioni, mentre la crisi commerciale vera e propria scoppiò solo in ottobre.

    Le dichiarazioni seguenti sono fatte davanti al Secret Committee of the House of Lords on Commercial Distress, 1848; le deposizioni (evidence) furono pubblicate solo nel 1857 (citato anche come Commerciai Distress, 1848-57).

    Deposizioni di Tooke: «Nell’aprile 1847 si ebbe un periodo di difficoltà monetaria che a rigor di termini equivaleva al panico, ma relativamente di breve durata, che non fu accompagnata da fallimenti commerciali di qualche entità. In ottobre le difficoltà erano di gran lunga più intense che in un qualsiasi momento dell’aprile e si ebbe un numero inaudito di fallimenti commerciali» (2996). «In aprile il corso dei cambi, particolarmente con l’America, ci pose nella necessità di esportare una considerevole massa di oro in pagamento di una importazione eccezionalmente forte; soltanto con sforzi straordinari la Banca riuscì a fermare il deflusso dell’oro ed a far risalire il corso dei cambi» (2997). «In ottobre il corso dei cambi era favorevole all’Inghilterra» (2998). «La svolta nel corso dei cambi ebbe inizio nella terza settimana di aprile» (3000). «In luglio e in agosto esso oscillò; a partire dall’inizio di agosto esso fu permanentemente favorevole all’Inghilterra» (3001). Il deflusso dell’oro nell’agosto «fu provocato dalla domanda per la circolazione interna» [3003].

    J. Morris, governatore della Banca d’Inghilterra: quantunque dall’agosto 1847 il corso dei cambi sia stato favorevole all’Inghilterra ed in conseguenza si sia avuta una importazione d’oro, la riserva metallica della Banca subì tuttavia una riduzione. «Nel paese affluirono 2.200.000 Lst. in oro a causa della domanda interna» (137). Ciò si spiega. da un lato con il fatto che la costruzione delle ferrovie offrì lavoro a un numero maggiore di operai, dall’altro con il «desiderio dei banchieri di possedere durante la crisi una propria riserva d’oro» (147).

    Palmer, ex governatore e dal 1811 direttore della Bank of England:

    «684. Durante tutto il periodo che va dalla metà di aprile 1847 fino al giorno in cui fu sospeso il Bank Act del 1844, il corso dei cambi fu sempre favorevole all’Inghilterra».

    Il deflusso metallico, che nell’aprile 1847 aveva provocato di per sé un panico monetario, qui, come sempre, non faceva che precorrere la crisi e quando questa scoppiò gli era già subentrato il movimento opposto. Nel 1839 si ebbero contemporaneamente una forte depressione negli affari ed un deflusso di metallo molto considerevole — per grano ecc. — ma senza crisi e panico monetario.

    Settimo. Non appena le crisi generali si sono esaurite, l’oro e l’argento — a prescindere dall’afflusso di nuove quantità di metallo prezioso fornito dai paesi produttori — si distribuiscono di nuovo nelle proporzioni in cui si trovavano in quanto tesoro particolare dei diversi paesi in condizioni di equilibrio. Rimanendo invariate le altre circostanze, la loro grandezza relativa in ogni paese sarà determinata dall’importanza che ogni paese riveste nel mercato mondiale. Defluiscono dal paese che ne aveva una quota superiore al normale per affluire in un altro; questo movimento di afflusso e deflusso ristabilisce semplicemente quella che era la loro distribuzione originaria fra i vari tesori nazionali. Questa redistribuzione si attua tuttavia sotto l’effetto di diverse circostanze, di cui noi parleremo trattando del corso dei cambi. Non appena si è ristabilita la ripartizione normale — da questo momento in poi — si verifica in un primo tempo un aumento e poi di nuovo un deflusso. (Questa ultima affermazione vale naturalmente soltanto per l’Inghilterra, centro del mercato monetario mondiale. F.E.).

    Ottavo. I deflussi di metallo sono per la maggior parte sintomo di una modificazione della situazione del commercio estero e questa modificazione è a sua volta un sintomo che stanno maturando le condizioni per una nuova crisi.

    Nono. La bilancia dei pagamenti può essere favorevole all’Asia e sfavorevole all’Europa ed all’America. L’importazione di metallo prezioso avviene prevalentemente in due momenti: da un lato nella prima fase di basso saggio dell’interesse, che segue la crisi ed esprime la riduzione della produzione; e poi ha ancora raggiunto il suo livello medio. Questa è la fase in cui i riflussi avvengono facilmente, il credito commerciale è grande, e quindi la domanda di capitale da prestito non aumenta in rapporto all’ampliamento della produzione. In ambedue le fasi in cui il capitale da prestito è relativamente abbondante, l’afflusso eccedente di capitale che esiste sotto forma di oro e argento, cioè sotto una forma in cui esso può operare in un primo momento soltanto come capitale da prestito, deve avere una influenza notevole sul saggio dell’interesse e quindi sul tono di tutta l’attività commerciale.

    D’altro lato: vi è deflusso, forte e continuata esportazione di metallo prezioso quando il flusso dei rientri rallenta, i mercati sono saturi, e l’apparente prosperità viene mantenuta ancora soltanto mediante il credito; quando cioè esiste già una domanda molto intensificata di capitale da prestito, e perciò il saggio dell’interesse ha già raggiunto almeno il suo livello medio. In queste circostanze, che si riflettono appunto nel deflusso di metallo prezioso, si rafforza notevolmente l’effetto del ritiro continuato di capitale in una forma in cui esso esiste direttamente come capitale monetario da prestito. Ciò deve influire direttamente sul saggio dell’interesse. Ma, invece di limitare l’attività creditizia, l’aumento del saggio dell’interesse la allarga e la porta a impegnare all’eccesso tutte le sue risorse. Questo periodo precede quindi il crack.

    Viene chiesto a Newmarch (Bank Acts, 1857):

    «1520. L’importo delle cambiali circolanti aumenta dunque con il saggio dell’interesse?

    Sembra di sì».

    «1522. In tempi normali, tranquilli, il libro mastro è l’effettivo strumento dello scambio; ma quando sorgono difficoltà, quando, per esempio, nelle circostanze che ho già ricordato, il saggio di sconto della banca viene elevato...., allora gli affari si risolvono spontaneamente nell’emissione di cambiali; queste cambiali non solo sono più adatte a servire da prova legale della conclusione dell’affare, ma si adattano anche meglio allo scopo di effettuare nuovi acquisti e sono soprattutto utilizzabili come mezzi di credito, per farsi prestare capitale». Si aggiunga che, quando in circostanze alquanto minacciose la banca aumenta il suo saggio di sconto — il che contemporaneamente fa sussistere la probabilità che la banca rifiuti di scontare cambiali con scadenza superiore a un certo limite — subentra il timore generale che questa tendenza si sviluppi crescendo. Ognuno, e in primo luogo lo speculatore creditizio, cerca quindi di scontare il futuro e di avere a propria disposizione in quel dato momento la maggior quantità possibile di mezzi di credito. I motivi or ora addotti si risolvono dunque nel fatto che la pura e semplice quantità del metallo prezioso, sia importato che esportato, non agisce come tale, ma agisce in primo luogo attraverso il carattere specifico del metallo prezioso come capitale sotto forma monetaria, e in secondo luogo come la piuma che, aggiunta al peso sulla bilancia oscillante, è capace di farla traboccare da una parte; agisce, perché sopravviene in circostanze in cui qualsiasi cosa in più da questa o quella parte è decisiva. Senza questi motivi sarebbe assolutamente incomprensibile come un deflusso d’oro, poniamo di 5-8 milioni di sterline, e questo limite, come mostra l’esperienza, non è stato finora superato, possa avere effetti di qualche importanza; questo eccesso o difetto di capitale, che appare insignificante anche di fronte ai settanta milioni di sterline in oro che circolano in media in Inghilterra, è in effetti, per una produzione che ha il volume dì quella inglese, una grandezza trascurabile . Ma è appunto lo sviluppo del sistema creditizio e bancario che da un lato costringe tutto il capitale monetario al servizio della produzione (o, il che è lo stesso, tramuta ogni entrata monetaria in capitale) e che, d’altro lato, in una certa fase del ciclo, riduce la riserva metallica a un minimo in cui essa non può più adempiere le funzioni che le spettano — è questo sistema creditizio e bancario perfezionato che produce questa ipersensibilità dell’intero organismo. In stadi meno sviluppati della produzione il ridursi o l’aumentare del tesoro rispetto alla sua consistenza media, è una cosa relativa mente indifferente. Così pure, d’altra parte, perfino un deflusso d’oro molto notevole rimane relativamente senza effetto se non avviene nel periodo critico del ciclo industriale.

    Nella spiegazione data si è fatta astrazione dai casi in cui il deflusso metallico avviene in seguito a cattivi raccolti ecc., poiché in questi casi la rottura profonda e .improvvisa dell’equilibrio della produzione, di cui il deflusso è espressione, rende inutile ogni ulteriore spiegazione dei suoi effetti. Questi effetti sono tanto più grandi quanto più tale rottura avviene in un periodo in cui la produzione è intensa.

    Abbiamo inoltre fatto astrazione dalla funzione della riserva metallica come garanzia della convertibilità delle banconote e come perno di tutto il sistema creditizio. La banca centrale è il perno del sistema creditizio. E la riserva metallica da parte sua è il perno della banca . Il rovesciamento del sistema creditizio in sistema monetario è necessario, come ho già messo in evidenza nel Libro I, cap. III , a proposito dei mezzi di pagamento. Tanto Tooke quanto Lloyd-Overstone ammettono che sono necessari i più grandi sacrifici sulla ricchezza reale, per conservare, in momenti critici, la base metallica. La discussione verte soltanto sul grado maggiore o minore, sul modo più o meno razionale di trattare l’inevitabile. Si afferma che perno del sistema è una certa quantità di metallo, insignificante rispetto alla produzione generale. Da ciò deriva, a parte l’orrenda esemplificazione del perno delle crisi, il bel dualismo teorico. In quanto si occupa « del capitale » ex professo l’economia illuminata guarda dall’alto in basso, con il massimo disprezzo, l’oro e l’argento, come se si trattasse in realtà della forma più indifferente e più sterile del capitale. Ma non appena si occupa del sistema bancario, tutto si capovolge, e l’oro e l’argento diventano il capitale par excellence, alla cui conservazione qualsiasi altra forma di capitale e di lavoro deve essere sacrificata. Ma in che cosa si distinguono l’oro e l’argento dalle altre forme della ricchezza? Non per la grandezza del valore, tale grandezza essendo determinata dalla quantità di lavoro che vi si trova oggettivato. Ma come incarnazioni autonome, espressioni del carattere sociale della ricchezza. (La ricchezza della società esiste soltanto come ricchezza di singoli, che ne sono i proprietari privati. Essa si presenta come sociale solo per il fatto che questi singoli individui, al fine di soddisfare i loro bisogni, si scambiano fra di loro valori d’uso qualitativamente diversi. Nella produzione capitalistica essi possono farlo soltanto per mezzo del denaro. Così soltanto per mezzo del denaro la ricchezza del singolo viene realizzata come ricchezza sociale; in questa cosa che è il denaro, è materializzata la natura sociale di questa ricchezza. F.E.). Questa sua essenza sociale appare come qualcosa al di fuori, come cosa, oggetto, merce, accanto e al di fuori degli elementi effettivi della ricchezza sociale. Fino a che la produzione è in movimento, questo aspetto viene dimenticato. Il credito, anch’esso forma sociale della ricchezza, soppianta il denaro e ne usurpa il posto. È la fiducia nel carattere sociale della produzione, che fa apparire la forma monetaria dei prodotti esclusivamente come qualche cosa di passeggero e i come semplice rappresentazione. Ma, non appena il credito viene scosso — e questa fase si presenta immancabilmente nel ciclo della industria moderna — qualsiasi ricchezza reale deve essere trasformata concretamente e improvvisamente in denaro, in oro e in argento, una pretesa assurda che deriva però necessariamente dal sistema stesso. E l’oro e l’argento, che devono soddisfare a queste incredibili pretese, ammontano in tutto a un paio di milioni che giacciono nelle casseforti della banca. Riguardo agli effetti del deflusso dell’oro, il fatto che la produzione, in quanto produzione sociale, non è realmente sottoposta al controllo sociale, si manifesta nel modo più evidente nel fatto che la forma sociale della ricchezza esiste come una cosa al di fuori di essa. Questo il sistema capitalistico lo ha di fatto in comune con i sistemi di produzione precedenti, nella misura in cui questi si fondano sul commercio delle merci e sullo scambio dei privati. Ma soltanto nel sistema capitalistico ciò si presenta nella forma più clamorosa e grottesca di assurda contraddizione e controsenso,

    1) perché nel sistema capitalistico la produzione per il valore d’uso immediato, per l’uso diretto dei produttori è abolita in misura più completa che negli altri sistemi, quindi la produzione esiste soltanto come un processo sociale che si esprime nel concatenamento della produzione e della circolazione;

    2) perché, con lo sviluppo del sistema creditizio, la produzione capitalistica tende continuamente a sopprimere questa barriera metallica, al tempo stesso concreta e fantastica della ricchezza e del suo movimento, ma continuamente sbatte la testa contro di essa.

    Al momento della crisi si ha la pretesa che tutte le cambiali, i titoli, le merci debbano essere a un tratto e contemporaneamente convertibili in moneta bancaria e tutta questa moneta bancaria a sua volta in oro.


    2. IL CORSO DEI CAMBI

    Il barometro del movimento internazionale dei metalli monetari è, come è noto, il corso dei cambi. Se l’Inghilterra deve fare dei pagamenti alla Germania superiori a quelli che la Germania deve fare all’Inghilterra, allora il prezzo del marco espresso in lire sterline aumenta a Londra, e il prezzo della sterlina, espresso in marchi, cade ad Amburgo e a Berlino. Se questa preponderanza di obbligazioni di pagamento dell’Inghilterra verso la Germania non trova compensazione, per esempio, in una maggiore quantità di acquisti da parte della Germania in Inghilterra, il prezzo della sterlina per le cambiali in marchi sulla Germania deve aumentare fino al punto in cui conviene inviare dall’Inghilterra in Germania in pagamento del metallo (oro coniato o lingotti), invece delle cambiali. Questo è lo svolgimento tipico delle cose.

    Se questa esportazione di metallo prezioso assume una estensione maggiore e si prolunga nel tempo, la riserva bancaria inglese è intaccata ed il mercato monetario inglese, e per prima la Banca d’Inghilterra, deve prendere immediate misure di difesa. Queste consistono essenzialmente, come abbiamo già visto, in un aumento del saggio dell’interesse. Nel caso che si produca un notevole deflusso d’oro, il mercato monetario è in generale pesante, ossia la domanda di capitale da prestito nella forma monetaria supera notevolmente l’offerta, e l’aumento del saggio dell’interesse ne è una conseguenza naturale; il saggio di sconto decretato dalla Banca d’Inghilterra corrisponde alla situazione di fatto e si impone sul mercato. Si danno anche dei casi in cui il deflusso di metallo proviene da cause diverse che non sono le ordinarie operazioni commerciali (ad esempio, da prestiti a Stati esteri, da investimenti all’estero e così via), casi questi in cui il mercato monetario di Londra, in quanto tale, non giustifica un aumento sensibile del saggio dell’interesse; la Banca d’Inghilterra deve allora, mediante importanti prestiti sul «mercato aperto», rendere innanzitutto «il denaro scarso , come si usa dire, e creare così artificialmente una situazione che giustifichi un aumento del saggio dell’interesse o lo renda necessario; manovra questa che di anno in anno le diventa più difficile».(F.E.).

    Le conseguenze di questo aumento del saggio dell’interesse sul corso dei cambi vengono mostrate dalle seguenti deposizioni fatte nel 1857 davanti alla Commissione della Camera bassa per le leggi bancarie (citata come Bank Acts o Bank Committee, 1857).

    John Stuart Mill:

    «2176. Quando gli affari diventano difficili... si verifica una diminuzione considerevole nel prezzo dei titoli... Gli stranieri fanno acquistare qui in Inghilterra azioni ferroviarie, oppure quegli inglesi che posseggono azioni ferroviarie straniere, le vendono all’estero... e di altrettanto viene diminuito il trasferimento dell’oro».

    «2182. Una forte e ricca classe di banchieri e trafficanti in titoli, cui in genere si deve il livellamento del saggio dell’interesse e il livellamento della pressione (pressure) commerciale fra i diversi paesi... è sempre all’erta, pronta a comperare titoli, che promettono di salire di prezzo... il paese adatto in cui comperare questi titoli, sarà il paese che invia oro all’estero».

    «2183. Questi investimenti di capitale si verificarono nel 1847 in misura notevole, sufficiente a diminuire il deflusso dell’oro».

    J. G. Hubbard, ex governatore e, a partire dal 1838, membro della direzione della Banca d’Inghilterra:

    «2545. Esiste una grande quantità di titoli europei... che hanno una circolazione nei diversi mercati monetari d’Europa, e non appena questi titoli cadono dell’1 o del 2% su un mercato, vengono subito comperati per essere spediti verso altri mercati, nei quali il loro valore si sostiene ancora».

    «2565. Certi paesi stranieri non hanno forse debiti considerevoli verso i commercianti in Inghilterra ?... Molto considerevoli».

    «2566. L’incasso di questi crediti basterebbe da solo a spiegare un’accumulazione molto forte di capitale in Inghilterra? Nel 1847 la nostra situazione si ristabilì in definitiva per il fatto che demmo un colpo di spugna sui molti milioni di cui l’America e la Russia erano precedentemente debitrici verso l’Inghilterra». (L’Inghilterra era nello stesso tempo debitrice proprio a questi paesi «di tanti e tanti milioni» per importazioni di grano e non dimenticò di «dare un colpo di spugna su una gran parte del proprio debito» per mezzo dei fallimenti dei debitori inglesi. Vedere il rapporto del 1857 sulle leggi bancarie, al cap. 30 [FE].

    «2572. Nel 1847 il corso dei cambi fra l’Inghilterra e Pietroburgo era molto alto. Quando fu emanato il decreto governativo che autorizzava la Banca a emettere le banconote, senza essere vincolata dal limite prescritto dei 14 milioni» (oltre la riserva aurea [FE]) «la condizione era che lo sconto dovesse essere mantenuto all’8%. In quel momento e a quel saggio di sconto, spedire dell’oro da Pietroburgo a Londra e darlo in prestito ai suo arrivo all’8%, fino alla scadenza delle cambiali a tre mesi che erano state spiccate per l’oro venduto, si presentava come un affare molto vantaggioso».

    «2573. In tutte le operazioni che hanno per oggetto l’oro devono essere presi in considerazione molti elementi; tra questi il corso del cambio e il saggio dell’interesse al quale il denaro può essere investito fino a che la cambiale (spiccata per esso [FE]) viene a scadenza».

    Il corso del cambio con l’Asia.

    I punti seguenti sono importanti, da un lato perché essi mostrano come l’Inghilterra, quando il suo corso del cambio con l’Asia è sfavorevole, deve rifarsi con altri paesi le cui importazioni dall’Asia sono pagate per suo tramite. In secondo luogo essi sono importanti perché il sig. Wilson fa di nuovo lo sciocco tentativo di identificare l’effetto di una esportazione di metallo prezioso sul corso dei cambi con l’effetto di una esportazione di capitale in generale su questo corso; ambedue nel caso in cui si tratta di esportazione non come mezzo di pagamento o dì acquisto, ma come investimento di capitale. Innanzitutto è evidente che se un certo numero indeterminato di sterline vengono spedite nelle Indie sotto forma di metalli preziosi o di rotaie per essere là investite nelle ferrovie, si tratta soltanto di due forme diverse di trasferimento di un certo ammontare di capitale da un paese all’altro; e precisamente un trasferimento che non entra nell’ordine delle operazioni commerciali comuni e dal quale il paese esportatore non si attende altro riflusso oltre il reddito annuale che percepirà più tardi sulle entrate di queste ferrovie. Se questa esportazione avviene sotto forma di metallo prezioso, essendo metallo prezioso e, come tale, capitale monetario immediatamente prestabile e base dell’intero sistema monetario, eserciterà, non necessariamente in tutti i casi ma in quei casi precedentemente esposti, una diretta influenza sul mercato monetario e, in conseguenza, sul saggio dell’interesse del paese che esporta questo metallo prezioso. Tale esportazione agisce anche direttamente sul corso del cambio. Infatti il metallo prezioso viene esportato unicamente perché e in quanto le cambiali, ad esempio, sull’India, che vengono offerte sul mercato monetario di Londra, non sono sufficienti per fare queste rimesse straordinarie. Si verifica, in altre parole, una domanda di cambiali sull’India che supera l’offerta e così il corso è momentaneamente sfavorevole all’Inghilterra, non perché essa sia debitrice all’India, ma perché essa deve inviare somme straordinarie alle Indie. A lungo andare un tale invio di metallo prezioso alle Indie deve avere come conseguenza di accrescere la domanda indiana di merci inglesi, facendo indirettamente aumentare la capacità di consumo delle Indie per quanto riguarda le merci europee. Se invece il capitale è inviato sotto forma di rotaie ecc., esso non può avere nessun influsso sul corso dei cambi, per il fatto che l’India non deve eseguire alcun rimborso per questa merce. Per questo stesso motivo non esercita necessariamente un influsso sul mercato monetario. Wilson cerca di stabilire un tale influsso affermando che una simile spesa straordinaria deve produrre una domanda straordinaria di prestiti monetari e influenzare di conseguenza il saggio dell’interesse. Questo fatto si può verificare: ma la pretesa che esso si debba verificare in tutti i casi è completamente sbagliata. In qualunque parte le rotaie siano inviate e fissate, su territorio inglese o su quello indiano, esse non rappresentano altro se non un determinato ampliamento della produzione inglese in una determinata sfera. È una sciocchezza affermare che un ampliamento della produzione, sia pure nell’ambito di confini molto ampi, non possa aver luogo senza provocare un aumento del saggio dell’interesse. I prestiti monetari possono aumentare, ossia può aumentare la somma degli affari che implicano operazioni di credito: ma queste operazioni possono aumentare pur rimanendo invariato il saggio dell’interesse. Ciò si verificava di fatto in Inghilterra dopo il 1840, durante il periodo della febbre delle ferrovie. Ed è evidente che, nella misura in cui viene preso in considerazione il capitale reale, ossia in questo caso le merci, l’effetto sul mercato monetario è identico, si tratti di merci destinate all’estero o al consumo interno. Vi potrebbe essere una differenza soltanto nel caso che gli investimenti di capitale dell’Inghilterra all’estero esercitassero un’azione restrittiva sulla sua esportazione commerciale — l’esportazione che deve essere pagata, dunque porta un riflusso — oppure in quanto questi investimenti di capitale fossero già un sintomo di una tensione eccessiva del credito e dell’inizio di operazioni a fondo speculativo.

    Nel paragrafo seguente si trovano le domande di Wilson e le risposte di Newmarch [ Acts, 1857].

    «1786. Lei ha affermato precedentemente, con riferimento alla domanda d’argento per le Indie, che, secondo il suo punto di vista, il corso del cambio con l’India era favorevole all’Inghilterra, nonostante i continui e importanti invii di metallo prezioso nell’Asia orientale: ha Lei motivi per sostenere questo? Certamente.., io constato che il valore reale delle esportazioni del Regno Unito verso le Indie nel 1851 ammontò a 7.420.000 Lst., a ciò si deve aggiungere l’ammontare delle cambiali dell’India House, cioè dei fondi che la Compagnia delle Indie orientali si procurò per sostenere le proprie spese. Queste cambiali ammontarono nel medesimo anno a 3.200.000 Lst., cosicchè l’esportazione complessiva del Regno Unito verso le Indie ammontò a 10.620.000 Lst. Nel 1855... il valore reale delle esportazioni di merci ammontò a 10.350.000 Lst.; le tratte dell’india House erano di 3.700.000 Lst.; l’esportazione complessiva quindi fu di 14.050.000 Lst. Per il 1851, credo, non siamo in grado di stabilire il valore reale delle merci importate dall’India in Inghilterra; lo possiamo invece stabilire per il 1854 e ‘55. Nel 1855 il valore reale complessivo delle importazioni di merci indiane in Inghilterra fu di 12.670.000 Lst. e questa somma, confrontata con 14.050.000 Lst., fa segnare un avanzo a favore dell’Inghilterra, nel commercio diretto fra i due paesi, di 1.380.000 Lst.».

    A questo proposito Wilson nota che il corso dei cambi può essere influenzato anche dal commercio indiretto. Così ad es. le esportazioni delle Indie verso l’Australia e il Nord-America sono coperte da cambiali su Londra e si ripercuotono perciò nel corso dei cambi come se le merci fossero passate direttamente dalle Indie all’Inghilterra. Inoltre, se si considerassero complessivamente le Indie e la Cina, la bilancia sarebbe sfavorevole all’Inghilterra, la Cina dovendo effettuare continuamente pagamenti importanti alle Indie per l’oppio e l’Inghilterra pagamenti alla Cina e, tramite questo giro le somme, passano alle Indie (1787, 1788).

    1791. Wilson domanda se l’effetto sul corso dei cambi non sarebbe uguale sia che il capitale «venga esportato sotto forma di rotaie e di locomotive, oppure sotto forma di moneta metallica ». Molto giustamente Newmarch risponde a questo proposito che i 12 milioni di Lst. che sono stati inviati negli ultimi anni nelle Indie per la costruzione di ferrovie sono serviti all’acquisto di una rendita annuale che l’India deve pagare all’Inghilterra in termini regolari. « Per quanto riguarda l’effetto immediato sul mercato dei metalli preziosi, l’investimento dei 12 milioni di Lst. può esercitare un effetto del genere solo in quanto si è dovuto spedire del metallo per un effettivo investimento in denaro».

    1797. (Weguelin domanda): «Nel caso in cui non si verifichi riflusso in cambio di questo ferro (le rotaie), come si può parlare di un’azione sul corso dei cambi? Io non credo che quella parte del pagamento che è mandato all’estero sotto forma di merci abbia un’influenza sul corso dei cambi... il corso dei cambi fra due paesi viene influenzato, si può dire esclusivamente, dalla quantità delle obbligazioni o delle cambiali che sono offerte in un paese, in confronto alla quantità offerta in un altro paese. Questa è la teoria razionale del corso dei cambi. Per quanto riguarda l’invio dei 12 milioni, questi 12 milioni in primo luogo sono stati sottoscritti qui; se la situazione degli affari fosse tale che questi 12 milioni fossero depositati in moneta sonante a Calcutta, Bombay e Madras... questa domanda improvvisa si ripercuoterebbe violentemente sul prezzo dell’argento e sul corso dei cambi, come se la Compagnia delle Indie orientali desse domani la notizia che essa eleva le sue tratte da 3 a 12 milioni. Ma la metà di questi 12 milioni viene spesa... nell’acquisto di merci in Inghilterra... rotaie, legno e altro materiale... costituisce una spesa di capitale inglese nella stessa Inghilterra in un tipo determinato di merci da spedirsi alle Indie, e con ciò finisce la cosa».

    1798 (Weguelin): «Ma la produzione di queste merci, ferro e legno, necessarie per le ferrovie provoca un forte consumo di merci straniere e ciò potrebbe pure ripercuotersi sul corso dei cambi? Certamente».

    Ora Wilson esprime l’opinione che il ferro rappresenta in gran parte lavoro e che il salario pagato per questo lavoro rappresenta in gran parte merci importate (1799) e poi domanda ancora:

    «1801. Ma parlando in generale: se le merci, che sono prodotte per mezzo del consumo di queste merci importate, vengono esportate in una forma tale che noi non riceviamo in cambio alcun pagamento, né in prodotti, né in altra maniera; la conseguenza di tutto ciò non sarebbe forse di rendere il corso dei cambi a noi sfavorevole? — È esattamente ciò che si è prodotto in Inghilterra nel periodo dei grandi investimenti ferroviari (1845 [FE]) Per tre, quattro o cinque anni consecutivi avete investito nelle ferrovie 30 milioni di Lst. e il tutto quasi esclusivamente in salari. Per tre anni avete occupato nella costruzione delle ferrovie, delle locomotive, dei vagoni, delle stazioni, un numero di operai superiore a quello impiegato in tutti i distretti industriali messi insieme. Questa gente... spendeva il proprio salario, nell’acquisto di tè, zucchero, alcolici e altri prodotti esteri; questi prodotti dovevano essere importati; ma è certo che durante il periodo in cui avvenne questa forte spesa, il corso dei cambi fra l’Inghilterra e gli altri paesi non fu disturbato in modo sensibile. Non si ebbe nessun deflusso di metallo prezioso, ma piuttosto un afflusso».

    1802. Wilson insiste nel dire che, con l’equilibrio della bilancia e il corso alla pari fra l’Inghilterra e le Indie, l’esportazione eccezionale del ferro e delle locomotive «deve influenzare il corso dei cambi con le Indie». Newmarch non lo può ammettere fintanto che le rotaie vengono esportate come investimento di capitale e le Indie non le devono pagare sotto questa o quella forma; egli aggiunge: «Io sono del principio che nessun paese può avere per un tempo prolungato un corso del cambio sfavorevole con tutti i paesi con cui commercia; un corso del cambio sfavorevole con un paese ne produce necessariamente uno favorevole con un altro».

    A questo punto Wilson gli obietta questa banalità:

    «1803. Ma un trasferimento di capitale non sarebbe lo stesso, se il capitale viene inviato in questa o quella forma? Per quanto riguarda i debiti, certamente».

    «1804. Che quindi Lei spedisca metallo prezioso o merci, l’effetto delle costruzioni ferroviarie in India sul mercato del capitale, qui, sarebbe identico e aumenterebbe egualmente il valore del capitale, come se tutto ciò che è stato spedito fosse metallo prezioso».

    Se i prezzi del ferro non aumentarono, era comunque una prova che il «valore» del «capitale» contenuto nelle rotaie non era aumentato. Ciò di cui si tratta è il valore del capitale monetario, del saggio dell’interesse. Wilson vorrebbe identificare il capitale monetario con il capitale in generale. Sta di fatto, come prima cosa, che in Inghilterra si erano sottoscritti 12 milioni per le ferrovie indiane. Ciò non ha nulla a che fare direttamente con il corso dei cambi e la desti nazione dei 12 milioni è ugualmente indifferente per il mercato monetario. Se il mercato monetario si trova in una situazione favorevole, può darsi che questo non produca alcun effetto; così come appunto le sottoscrizioni ferroviarie inglesi del 1844 e ‘45 non turbarono affatto il mercato monetario. Se il mercato monetario è già relativamente pesante, il saggio dell’interesse potrebbe, è vero, esserne influenzato, ma soltanto nel senso del rialzo, e ciò secondo la teoria di Wilson dovrebbe avere sul corso dei cambi un effetto favorevole all’Inghilterra, ostacolerebbe la tendenza all’esportazione del metallo prezioso, se non verso l’India, verso qualche altro paese. Il signor Wilson salta di palo in frasca. Nella domanda n. 1802 è il corso dei cambi che dovrebbe essere influenzato, nel n. 1804 il «valore del capitale», cioè due cose assolutamente diverse. Il saggio dell’interesse può ripercuotersi sul corso dei cambi, e il corso dei cambi sul saggio dell’interesse, ma il saggio dell’interesse può mantenersi costante, nonostante che il corso dei cambi muti e viceversa. Non può entrare assolutamente in testa a Wilson che, inviando capitale all’estero, la semplice forma nella quale esso è inviato possa produrre un effetto tanto diverso, ossia che la differenza della forma del capitale abbia una tale importanza, e per di più proprio la forma monetaria; tutto ciò è in aperta contraddizione con l’economia illuminata. La risposta di Newmarch a Wilson è insoddisfacente, in quanto non gli fa affatto notare che egli, improvvisamente e senza motivo, è saltato dal corso dei cambi al saggio dell’interesse. Newmarch risponde a quella domanda 1804 in modo poco sicuro, titubante: «Non vi è dubbio alcuno che se i 12 milioni devono essere raccolti, è senza importanza, per quanto riguarda il saggio generale dell’interesse, che questi dodici milioni siano esportati sotto forma di metalli preziosi o di materiali. Io credo tuttavia» (bel passaggio questo per dire poi proprio il contrario) «che ciò non è del tutto senza importanza» (è senza importanza, tuttavia non è senza importanza) «perché nel primo caso i sei milioni di Lst. rifluirebbero immediatamente; nell’altro non rifluirebbero tanto rapidamente. Perciò farebbe» (quale precisione) «qualche differenza, a seconda che questi 6 milioni vengano spesi qui in Inghilterra o siano esportati completamente». Che cosa vuoi dire che i 6 milioni rifluirebbero immediatamente? In quanto i 6 milioni di Lst. sono spesi in Inghilterra, essi esistono sotto forma di rotaie, di locomotive ecc. che vengono spedite alle Indie, dalle quali non ritornano e il loro valore ritorna soltanto con l’ammortamento, quindi molto lentamente, mentre i 6 milioni di metallo prezioso ritornano, forse, molto rapidamente in natura. In quanto i 6 milioni sono stati spesi in salario, essi sono già stati consumati; ma il denaro che ha servito ad anticiparli, circola come prima nel paese o costituisce una riserva. Lo stesso si può dire per i profitti dei produttori di rotaie e quella parte dei 6 milioni che sostituisce il loro capitale costante. Newmarch si esprime quindi con la ambigua frase del riflusso soltanto per non dire direttamente: il denaro è rimasto nel paese, e in quanto esso ha la funzione di capitale monetario da prestito, la sola differenza che esiste per il mercato monetario (indipendentemente dal fatto che la circolazione potrebbe avere forse assorbito una maggiore quantità di moneta metallica), si riduce al fatto che il denaro è speso per conto di A invece che per conto di B. Investimenti di questo tipo, nei quali il capitale che viene trasferito in paesi stranieri consiste di merci e non di metalli preziosi, possono ripercuotersi sul corso dei cambi (e ciò non con il paese in cui è stato investito) solo in quanto la produzione di queste merci esportate esige un’importazione eccezionale di merci straniere. Questa produzione non ha allora per scopo di liquidare questa importazione eccezionale. Lo stesso si verifica però per qualsiasi esportazione a credito, che venga fatta per investimento di capitale o per comuni scopi commerciali. Inoltre questa importazione straordinaria può anche provocare, come reazione, una domanda straordinaria di prodotti inglesi, ad esempio, da parte delle colonie oppure degli Stati Uniti.
    Ultima modifica di Stalinator; 03-09-10 alle 12:41

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    Predefinito Rif: Finanza, banche, moneta: la fondamentale analisi marxiana

    (segue dal cap. 35...)Newmarch aveva detto precedentemente [1786] che a causa delle tratte della Compagnia delle Indie, le esportazioni inglesi verso le Indie erano superiori alle importazioni. Sir Charles Wood lo sottopone a questo proposito a un fuoco incrociato di domande. Questa eccedenza delle esportazioni inglesi verso le Indie sulle importazioni è di fatto dovuta a importazioni dall’India per le quali l’Inghilterra non paga equivalente alcuno: le tratte della Compagnia delle Indie Orientali (attualmente governo delle Indie Orientali), si risolvono in un tributo che viene prelevato dalle Indie. Nel 1856, ad es., le importazioni dall’India in Inghilterra erano di 12.670.000 Lst;. le esportazioni inglesi verso le Indie di 10.350.000 Lst., con una differenza a favore dell’India di 2.250.000 Lst. «Se le cose si arrestassero qui, queste 2.250.000 Lst. verrebbero rimesse all’India sotto una forma o l’altra. Ma a questo punto arrivano le richieste dell’India House. L’India House annuncia di essere in grado di emettere delle tratte sui diversi governatori delle Indie per un ammontare di 3.250.000 Lst. (Questa somma fu prelevata per le spese fatte a Londra dalla Compagnia delle Indie Orientali e per i dividendi da pagare agli azionisti). E ciò non solamente liquida il disavanzo di 2.250.000 Lst. proveniente dalle operazioni commerciali, ma dà anche1 milione di eccedenza» (1917).

    1922. (Wood) «La conseguenza allora di queste tratte dell’India House non è di accrescere le esportazioni verso le Indie, ma di ridurle pro tanto (Proporzionalmente)?» (Dovrebbe dire di ridurre la necessità di coprire le importazioni venute dalle Indie con esportazioni verso le Indie per lo stesso ammontare). Il sig. Newmarch spiega ciò, dicendo che gli Inglesi, in cambio di questi 3.700.000 Lst. importano in India « del buon governo » (1925). Giustamente e con ironia dice Wood, che, come ministro delle Indie, conosceva molto bene il tipo di «buon governo» importato in India dagli inglesi, 1926. «Allora l’esportazione, che, come Lei dice, è causata dalle tratte dell’India House, è una esportazione di buon governo e non di merci». Poiché l’Inghilterra pratica molte esportazioni «di questo tipo» per «buon governo» e per investimenti di capitale in paesi esteri — quindi riceve importazioni che sono assolutamente indipendenti dall’ordinario giro degli affari, tributi in parte per l’esportazione «di buon governo», in parte come reddito di capitali investiti nelle colonie o in altri paesi, tributi per cui essa non deve pagare equivalente alcuno — è chiaro che il corso dei cambi non ne risente se l’Inghilterra si mangia semplicemente questi tributi senza esportare in contropartita; ed è quindi chiaro anche che il corso dei cambi non ne risente se l’Inghilterra investe nuovamente questi tributi non in Inghilterra ma all’estero, in forma produttiva o improduttiva; se ad es. li utilizza per inviare munizioni in Crimea. Inoltre, in quanto le importazioni dall’estero entrano a far parte del reddito dell’Inghilterra — esse devono naturalmente essere state pagate sia nella forma di tributi, per i quali non è necessario un equivalente, sia scambiando cose per questi tributi non pagati, oppure tramite l’ordinario corso del commercio — l’Inghilterra può o consumarle o investirle di nuovo come capitale. Né l’uno né l’altro caso altera il corso dei cambi e questo sfugge al sapiente Wilson. Che una parte del reddito sia costituita da prodotti nazionali o da prodotti esteri, nel quale ultimo caso non si ha che semplice scambio di prodotti nazionali contro prodotti esteri, il consumo produttivo o improduttivo di questo reddito non modifica per nulla il corso dei cambi; quantunque possa modificare la scala della produzione. Da questo punto di vista occorre giudicare quanto segue.

    1934. Wood gli domanda in qual modo l’invio di materiale bellico in Crimea verrebbe a alterare il corso dei cambi con la Turchia. Newmarch risponde: non capisco perché il semplice invio di materiale bellico debba necessariamente alterare il corso dei cambi, ma tale corso verrebbe sicuramente alterato dall’invio di metallo prezioso. In questo caso egli distingue quindi il capitale sotto forma monetaria da altro capitale. Ma ora Wilson domanda:

    «1935. Se Lei organizza una esportazione su vasta scala di un qualsiasi articolo, senza che si abbia un’importazione corrispondente,» (il signor Wilson dimentica che, per quanto concerne l’Inghilterra, si ha un’importazione molto importante per la quale non ha mai avuto luogo un’esportazione corrispondente, se non nella forma di «buon governo» o di precedenti investimenti di capitale; in ogni caso nessuna importazione che entri nel movimento regolare del commercio. Ma questa importazione a sua volta viene scambiata, ad esempio, con prodotti americani, e il fatto che questi prodotti americani siano esportati senza un’importazione corrispondente, non modifica per nulla la cosa, ossia che il valore di questa importazione può essere consumato senza equivalente deflusso verso l’estero; è stata ricevuta senza una esportazione in contropartita e può quindi essere consumata senza entrare nella bilancia commerciale) «in tal caso Lei non paga il debito estero che ha contratto con la sua importazione». (Ma se questa importazione Lei l’ha già pagata in anticipo, ad esempio, mediante credito concesso a paesi esteri, non si contrae con ciò debito alcuno, e la questione non ha nulla a che vedere con la bilancia internazionale; si risolve in una spesa produttiva o improduttiva, indipendentemente dal fatto che i prodotti così consumati siano prodotti nazionali o esteri). «E perciò, con queste transazioni, Lei deve alterare il corso dei cambi, poiché non avendo la sua esportazione una importazione corrispondente, il debito estero non viene pagato. Questo è giusto in generale per tutti i paesi».


    Il discorso di Wilson equivale all’affermazione che ogni esportazione senza una importazione corrispondente è al tempo stesso una importazione senza una esportazione corrispondente, perché le merci estere, quindi importate, entrano nella produzione degli articoli esportati.

    La premessa è che qualsiasi esportazione di questo tipo è basata su una importazione non pagata, o la crea — quindi debito verso l’estero. Ciò è sbagliato anche indipendentemente dalle due circostanze che l’Inghilterra:

    1) riceve importazioni gratuite, per le quali non paga equivalente; ad es., una parte delle sue importazioni indiane. Essa può scambiare queste contro importazioni americane ed esportare queste ultime senza una contro-importazione; in ogni caso, per quanto riguarda il valore, essa ha esportato semplicemente ciò che non le è costato nulla.

    2) essa può avere pagato importazioni, ad es. importazioni americane, che costituiscono capi tale addizionale; se essa le consuma improduttivamente, ad esempio per munizioni di guerra, ciò non crea un debito verso l’America e il corso dei cambi con l’America rimane inalterato.

    Newmarch si contraddice ai nn. 1934 e 1935 e Wood glielo fa rilevare, n. 1938:

    «Se nessuna parte delle merci impiegate nella fabbricazione di articoli che noi esportiamo senza che avvenga riflusso» (spese belliche [FE]) «proviene dal paese al quale questi articoli sono inviati, come può questo fatto alterare il corso dei cambi con questo paese? Supponiamo che il commercio con la Turchia si trovi nel normale stato di equilibrio; come può l’esportazione di materiale bellico in Crimea alterare il corso dei cambi fra Inghilterra e la Turchia? A questo punto Newmarch perde la sua imperturbabilità; dimentica di avere già risposto correttamente alla stessa semplice domanda al n. 1934 e dice: «Noi abbiamo, mi pare, esaurito la questione pratica ed entriamo ora in una sfera molto elevata di discussione metafisica».

    (Wilson ha anche un’altra versione della sua tesi, secondo cui il corso del cambio può essere alterato da qualsiasi trasferimento di capitale da un paese all’altro, sia che tale trasferimento si verifichi nella forma di metallo prezioso sia nella forma di merci. Wilson naturalmente sa che il corso del cambio viene influenzato dal saggio dell’interesse; particolarmente dal rapporto dei saggi dell’interesse in vigore in quei due paesi, del cui reciproco corso del cambio si fa qui questione. Se egli può dunque dimostrare che l’eccedenza di capitale in generale, quindi in primo luogo delle merci di ogni genere, incluso il metallo prezioso, contribuisce ad esercitare una influenza determinante sul saggio dell’interesse, egli si avvicina già di un passo al suo scopo; il trasferimento di una parte importante di questo capitale a un altro paese deve modificare il saggio dell’interesse in entrambi i paesi e precisamente in direzione opposta e con ciò in seconda istanza anche il corso dei cambi fra i due paesi. F.E.).


    Egli dice ora nell’Economist, di cui a quei tempi era direttore [22 maggio] 1847, p. 574:

    «È evidente che una tale eccedenza di capitale, indicata da ingenti scorte di qualsiasi tipo, incluso il metallo prezioso, deve necessariamente portare non soltanto ad una diminuzione dei prezzi delle merci in generale, ma anche ad una diminuzione del saggio dell’interesse per l’uso del capitale (1). Se abbiamo a disposizione una scorta di merci sufficienti a rifornire il paese per i prossimi due anni, potremo disporre di queste merci per un periodo determinato ad un saggio molto più basso che nel caso in cui tale scorta fosse a mala pena sufficiente per due mesi (2). Tutti i prestiti di denaro, in qualsiasi forma vengano fatti, sono soltanto trasferimenti dall’uno all’altro della facoltà di disporre delle merci. Se perciò le merci sono sovrabbondanti l’interesse del denaro deve essere basso, se esse sono scarse, deve essere alto (3). Se le merci affluiscono in quantità maggiore, il numero dei venditori aumenterà rispetto a quello dei compratori, e nella proporzione in cui la quantità delle merci supera i bisogni del consumo immediato, una parte sempre maggiore verrà conservata al fine di essere utilizzata più tardi. In questi casi chi possiede le merci le venderà a condizioni di futuro pagamento o di credito più basse di quelle che farebbe se fosse sicuro di poter vendere tutta la sua scorta in poche settimane (4)».

    Quanto all’affermazione fatta al n. 1 si deve notare che un più forte afflusso di metallo prezioso può avvenire contemporaneamente ad una contrazione della produzione, come si verifica sempre nel periodo che segue una crisi. Nella fase seguente il metallo prezioso può affluire dai paesi che producono in prevalenza metallo prezioso; durante questo periodo l’importazione e l’esportazione di altre merci d’ordinario si bilanciano. In queste due fasi il saggio dell’interesse è basso e aumenta solo lentamente; il motivo di ciò lo abbiamo visto. Questo basso saggio dell’interesse si può spiegare dappertutto senza nessun intervento di «ingenti scorte di qualsiasi tipo». E come si verificherebbe questo intervento? Il basso prezzo dei cotone, ad esempio, rende possibili profitti elevati al filandiere, e così via. Perché il saggio dell’interesse è basso? Non certamente perché il profitto, che può essere realizzato con il capitale preso a prestito, è elevato. Ma semplicemente ed unicamente perché, nelle condizioni esistenti, la domanda di capitale da prestito non si accresce in proporzione di questo profitto; quindi il capitale da prestito ha un movimento diverso da quello del capitale industriale. Ciò che l’Economist vuoi dimostrare è precisamente il contrario; che il suo movimento è identico con il movimento del capitale industriale.

    L’affermazione fatta al n. 2, se riduciamo l’ipotesi assurda di una scorta per due anni a qualcosa che è possibile e pensabile, presuppone una saturazione del mercato delle merci. Ciò provocherebbe una caduta dei prezzi. Una balla di cotone si pagherebbe meno cara. Ma da ciò non si può concludere che si possa avere più a buon mercato il denaro per acquistare una balla di cotone. Questo fatto dipende dalla situazione del mercato monetario. Quando si può prendere denaro a minor prezzo, ciò si verifica unicamente perché il credito commerciale si trova in una situazione tale per cui ha meno bisogno del solito di ricorrere al credito bancario. Le merci che saturano il mercato sono mezzi di sussistenza, oppure mezzi di produzione. Il basso prezzo di entrambe queste categorie eleva il profitto dei capitalisti industriali. Perché farebbe esso diminuire il saggio dell’interesse, se non a causa del contrasto, non dell’identità, fra l’abbondanza del capitale industriale e la domanda di prestiti monetari? Le circostanze sono tali che il commerciante e l’industriale possono più facilmente concedersi reciprocamente del credito; a causa di questa maggiore facilità del credito commerciale, tanto l’industriale che il commerciante hanno meno bisogno del credito bancario; per questo motivo il saggio dell’interesse può essere basso. Questo basso saggio dell’interesse non ha nulla a che fare con l’afflusso di metallo prezioso, sebbene entrambi possano procedere parallela mente e le medesime cause che producono la diminuzione di prezzo degli articoli di importazione possano ugualmente provocare l’eccedenza del metallo prezioso importato. Se il mercato di importazione fosse realmente saturo, ciò proverebbe una diminuzione della domanda di merci d’importazione, il che non sarebbe spiegabile con i prezzi bassi, se non come conseguenza di una contrazione della produzione industriale interna, ma questa sarebbe a sua volta inspiegabile nelle condizioni di una importazione sovrabbondante a prezzi bassi.

    Palesi assurdità per dimostrare che la caduta dei prezzi = caduta dell’interesse.

    Questi due fatti si possono verificare l’uno accanto all’altro. Ma allora come espressione delle opposte direzioni in cui si svolgono il movimento del capitale industriale e il movimento del capitale da prestito, non come espressione della loro identità.

    Perché, secondo quanto è detto al n. 3, l’interesse monetario debba essere basso, se le merci sono in eccedenza, non si può comprendere nemmeno dopo questo ulteriore discorso. Se le merci sono a buon mercato, ho bisogno, per acquistarne una determinata quantità, poniamo di 240.000 € invece dei 480.000 di prima. Ma può darsi che io investa anche questa volta 480.000 € e compri con esse il doppio delle merci di prima ed allarghi la mia impresa anticipando il medesimo capitale, che forse debbo prendere a prestito. Acquisto ora, come prima, per 480.000 €. La mia domanda sul mercato monetario rimane dunque la stessa, anche se la mia domanda sul mercato delle merci aumenta con la caduta dei prezzi delle merci. Ma se questa domanda diminuisce, cioè la produzione non si allarga con la caduta dei prezzi delle merci, il che sarebbe in contraddizione con tutte le leggi dell’Economist, diminuirebbe la domanda del capitale monetario da prestito, nonostante l’accrescersi del profitto; ma questo profitto crescente creerebbe una domanda di capitale da prestito.

    La diminuzione del prezzo delle merci può del resto provenire da tre cause.

    In primo luogo da difetto di domanda. Allora il saggio dell’interesse è basso perché la produzione si arresta, non perché le merci sono a buon prezzo, perché questo buon prezzo è semplicemente espressione di quell’arresto.

    Oppure perché l’offerta è in eccesso rispetto alla domanda. Questo caso si può verificare in conseguenza della saturazione dei mercati, ecc. che conduce alla crisi e può coincidere durante la crisi stessa con un saggio di interesse elevato;

    oppure si può verificare perché il valore delle merci è caduto, quindi la stessa domanda può essere soddisfatta a prezzo più basso.

    Perché dovrebbe in questo ultimo caso cadere il saggio dell’interesse? Perché aumenta il profitto? Se ciò avviene perché è necessario meno capitale monetario per ottenere lo stesso capitale produttivo o capitale-merce, ciò dimostra soltanto che profitto e interesse stanno reciprocamente in rapporto inverso.

    In ogni caso il principio generale dell’Economist è sbagliato. Basso prezzo monetario delle merci e basso saggio dell’interesse non vanno necessariamente di pari passo. In caso contrario i paesi più poveri, in cui i prezzi monetari dei prodotti sono più bassi, avrebbero anche il saggio dell’interesse più basso, e i paesi più ricchi, in cui i prezzi monetari dei prodotti agricoli sono più elevati, avrebbero anche il saggio d’interesse più elevato. In generale l’Economist ammette: la diminuzione del valore del denaro non ha effetto alcuno sul saggio dell’interesse. 100 € apportano sia prima che dopo 105 € se i 100 € hanno un valore minore, lo stesso si verificherà anche per i 5 €. Il rapporto non viene alterato dall’aumento di valore o dalla svalorizzazione della somma originaria. Una determinata quantità di merci, considerata come valore, è uguale ad una certa somma di denaro. Se il suo valore aumenta, esso corrisponde ad una somma di denaro maggiore: se diminuisce si verifica il contrario. Se esso = 2000 allora 5% = 100; se esso = 1000 allora 5% = 50. Ma ciò non modifica il saggio dell’interesse. Tutto ciò che vi è di razionale nella cosa è soltanto che si richiede un maggior prestito monetario, quando sono necessari 480.000 € . invece di 240.000 per acquistare la stessa quantità di merci. Ma ciò prova qui soltanto che sussiste un rapporto inverso fra profitto ed interesse. Infatti il profitto aumenta con la diminuzione del prezzo degli elementi del capitale costante e variabile e l’interesse diminuisce. Ma si può verificare anche il caso opposto e ciò accade spesso. Il cotone ad es. può essere a buon mercato perché non vi è domanda di filati e tessuti; può essere relativamente caro perché un profitto più elevato nella industria cotoniera crea una domanda più forte di cotone. D’altro lato il profitto degli industriali può essere elevato proprio perché il prezzo del cotone è basso. La tabella di Hubbard fa vedere che il saggio dell’interesse e il prezzo delle merci hanno un movimento completamente indipendente l’uno dall’altro; mentre i movimenti del saggio dell’interesse si uniformano esattamente ai movimenti della riserva metallica e del corso dei cambi.

    «Se perciò vi sono merci in eccedenza, l’interesse monetario deve essere basso», dice l’Economist. Proprio il contrario si verifica nelle crisi; le merci sono in eccedenza, non sono convertibili in denaro e quindi il saggio dell’interesse è elevato; in un’altra fase del ciclo domina una forte domanda di merci; quindi i riflussi sono facili, ma al tempo stesso i prezzi delle merci aumentano e a causa dei riflussi facili il saggio dell’interesse è basso. «Se esse (le merci) sono scarse, il saggio dell’interesse deve essere alto». Il contrario di nuovo si verifica in quei periodi di rilassamento che seguono le crisi. Le merci sono scarse, in senso assoluto, non in rapporto alla domanda, e il saggio dell’interesse è basso.

    Ciò che è detto al n. 4, cioè che, in caso di mercato saturo, il possessore di merci cercherà di liberarsene a minor prezzo — se pure potrà venderle — di quel che venderebbe in previsione di un rapido esaurimento delle scorte esistenti, è abbastanza evidente. È però meno evidente perché, per questa ragione, debba cadere il saggio dell’interesse.

    Se il mercato è saturo di merci importate, il saggio dell’interesse può aumentare in seguito all’accresciuta domanda di capitale da prestito da parte di chi possiede queste merci, per non doverle buttare sul mercato. Esso può diminuire perché la fluidità del credito commerciale mantiene ancora relativamente bassa la domanda di credito bancario.

    L’Economist ricorda il rapido effetto avuto sul corso dei cambi nel 1847 dall’aumento del saggio dell’interesse e da altre pressioni esercitate sul mercato monetario. Ma non si deve dimenticare che, nonostante la svolta nel corso dei cambi, l’oro continuò a defluire fino alla fine di aprile; qui la svolta si ebbe soltanto all’inizio di maggio.

    Il 1° gennaio 1847 la riserva metallica della banca ammontava a 15.066.691 Lst.; il saggio dell’interesse era del 3 e 1/2%, il cambio a tre mesi era su Parigi 25,75; su Amburgo 13,10; su Amsterdam 12,3 e 1/4. Il 5 marzo la riserva metallica era caduta a 11.595.535 Lst.; lo sconto era salito al 4%; il corso dei cambi su Parigi cadde a 25,67 e 1/2, su Amburgo a 13,9 e 1/4, su Amsterdam a 12,2 e 1/2. Il deflusso dell’oro continuava; vedi la seguente tabella:


    Per l’anno 1847 l’esportazione complessiva di metallo prezioso dall’Inghilterra ammontò a Lst. 8.602.597. Di queste andarono in



    Nonostante la svolta avvenuta nei corsi alla fine di marzo, il deflusso dell’oro prosegue ancora per un intero mese: verosimilmente verso gli Stati Uniti.

    «Vediamo qui» (dice l’Economist, [ agosto] 1847, p. 954) «quanto rapida e evidente fu l’azione derivante da un aumento del saggio dell’interesse e dalla crisi monetaria che ne seguiva, nel correggere un corso sfavorevole e nel mutare la direzione della corrente d’oro in modo che essa di nuovo fluì verso l’Inghilterra. Tale effetto fu ottenuto del tutto indipendentemente dalla bilancia dei pagamenti. Un saggio di interesse più elevato provocava una diminuzione di prezzo dei titoli sia inglesi che esteri e causava grossi acquisti di titoli per conto dell’estero. Ciò accresceva la somma delle cambiali spiccate dall’Inghilterra, mentre d’altro lato la difficoltà di ottenere denaro a causa dell’elevato saggio dell’interesse era così forte che la domanda di queste cambiali diminuì, mentre si accrebbe la loro somma. Le medesime cause ebbero come risultato che ordinazioni di merci estere furono annullate, gli investimenti di capitali inglesi in titoli esteri furono realizzati e il denaro fu portato in Inghilterra per investimento.

    Così leggiamo ad es. nel Rio de Janeiro Prices Current del 10 maggio: “Il corso dei cambi (con l’Inghilterra) ha registrato un nuovo abbassamento, causato principalmente da una depressione sul mercato, per rimesse contro le somme ricavate da importanti vendite di fondi di Stato (brasiliano) per conto dell’Inghilterra”. Capitale inglese che era stato investito in titoli all’estero, quando il saggio dell’interesse qui era molto basso, fu riportato in questo paese non appena il saggio dell’interesse fu aumentato».

    La bilancia commerciale dell’Inghilterra.

    L’India da sola deve pagare 5 milioni in tributi per « buon governo», interessi e dividendi di capitale inglese ecc., nei quali 5 milioni non sono calcolate le somme che vengono spedite ogni anno in patria, o da impiegati come risparmio suI loro stipendio, o da commercianti inglesi come parte dei loro profitti, per essere investite in Inghilterra. Da ogni colonia inglese debbono essere spedite continuamente, per gli stessi motivi, rimesse di grande entità. La maggior parte delle banche dell’Australia, delle Indie occidentali, del Canada, sono state fondate con capitale britannico e i dividendi debbono essere pagati in Inghilterra. L’Inghilterra possiede inoltre molti titoli di Stati esteri europei, nord e sud-americani, dei quali deve percepire gli interessi. A ciò si aggiunge ancora la sua partecipazione in ferrovie estere, canali, miniere ecc. con i relativi dividendi. Le rimesse per tutte queste partite vengono fatte quasi esclusivamente in prodotti, in eccedenza sull’ammontare delle esportazioni inglesi. Ciò che d’altro lato va dall’Inghilterra all’estero, a coloro che posseggono titoli inglesi e come spese degli inglesi all’estero, è, invece, minimo.

    La questione, per quanto riguarda la bilancia commerciale e il corso dei cambi, è « in ogni dato momento una questione di tempo. Di regola... «l’Inghilterra concede crediti a lunga scadenza sulle sue esportazioni, mentre le importazioni vengono pagate in contanti. In certi momenti questa differenza dell’usance (Termine di scadenza) ha una notevole influenza sul corso dei cambi. In un periodo in cui le nostre esportazioni si accrescono in modo considerevole, come nel 1850, deve essere in corso una continua espansione degli investimenti di capitale britannico, così le rimesse del 1850 possono essere effettuate contro merci che sono state esportate nel 1849. Ma se le esportazioni del 1850 superano di 6 milioni quelle del 1849, l’effetto pratico deve essere che all’estero viene inviato per questa somma più denaro di quello che è rifluito nello stesso anno; in questo modo vengono influenzati il corso dei cambi e il saggio dell’interesse. Quando, invece, i nostri affari si trovano depressi in una crisi e le nostre esportazioni molto ridotte, le rimesse che vengono a scadenza per le più ingenti esportazioni degli anni precedenti, superano di gran lunga il valore delle nostre importazioni; il corso dei cambi si muta in misura corrispondente a nostro favore, il capitale si accumula rapidamente nel paese ed il saggio dell’interesse diminuisce» (Economist, 11 gennaio 1851 [ p30]).

    Il corso del cambio estero si può modificare:

    1) in seguito alla situazione momentanea della bilancia dei pagamenti, quali che possano essere le cause che la determinano: cause puramente commerciali, investimenti di capitale all’estero, o invece spese statali per guerre ecc., in quanto per tutto ciò debbono esser fatti pagamenti a contanti all’estero;

    2) in seguito alla svalorizzazione del denaro in un paese, si tratti di moneta metallica o cartacea. Ciò è puramente nominale. Se 1Lst. rappresentasse solamente la metà del denaro che rappresentava precedentemente, verrebbe ovviamente calcolata 12,5 franchi invece che 25 franchi;

    3) quando si tratta del corso tra due paesi, dei quali uno impiega come «denaro» argento, l’altro oro, il corso del cambio dipende dalle rispettive oscillazioni di valore di questi due metalli, poiché queste oscillazioni alterano evidentemente la parità fra i due. Un esempio di questo ultimo caso ci è fornito dal corso dei cambi del 1850: esso era sfavorevole all’Inghilterra sebbene le sue esportazioni fossero aumentate enormemente, ma tuttavia non si verificò nessun deflusso d’oro. Questo era il risultato del momentaneo aumento del valore dell’argento rispetto al valore dell’oro. (Vedi Economist, 30 novembre 1850 [p 1319 e sg.]).

    La parità del corso del cambio è per Lst.: su Parigi 25,20 franchi; su Amburgo 13 marchi banco Amburgo 10,5 scellini; su Amsterdam 11 fiorini 97 cents. Nella misura in cui il corso dei cambi su Parigi supera 25,20, il cambio diventa più favorevole per i debitori inglesi verso la Francia, o per i compratori di merci francesi. In entrambi i casi occorre una minore quantità di Lst. per raggiungere il proprio scopo. Nei paesi lontani, in cui non è facile procurarsi metallo prezioso quando le cambiali sono rare ed insufficienti per le rimesse da effettuare verso l’Inghilterra, l’effetto naturale è un aumento dei prezzi di quei prodotti che vengono abitualmente spediti in Inghilterra, poiché ora si verifica per queste merci una domanda maggiore, al fine di inviarle in Inghilterra in luogo delle cambiali: questo caso si verifica frequentemente nelle Indie.

    Un corso dei cambi sfavorevole e persino un deflusso dell’oro si può verificare quando in Inghilterra si abbia una grande eccedenza di denaro, un basso saggio dell’interesse e un elevato prezzo dei titoli.

    Nel corso del 1848 l’Inghilterra ricevette grandi quantità di argento dalle Indie, poiché in seguito alla crisi del 1847 ed alla grande mancanza di credito nel commercio indiano, le buone cambiali erano rare e quelle mediocri venivano accettate mal volentieri. Tutto questo argento, appena arrivato, trovò presto la via verso il continente dove la rivoluzione portava dappertutto alla tesaurizzazione. Nel 1850 questo argento rifaceva in gran parte il viaggio di ritorno verso le Indie, poiché il corso del cambio rendeva ora proficua questa operazione.

    Il sistema monetario è essenzialmente cattolico, il sistema creditizio essenzialmente protestante. The Scotch hate gold (gli scozzesi odiano l’oro) . Come carta l’esistenza monetaria delle merci ha soltanto una esistenza sociale. E’ la fede che rende beati. La fede nel valore monetario come spirito immanente delle merci, la fede nel modo di produzione e nel suo ordine prestabilito, la fede nei singoli agenti della produzione come semplici personificazioni del capitale autovalorizzantesi. Ma come il protestantesimo non riesce a emanciparsi dai principi del cattolicesimo, così il sistema creditizio non si emancipa dalla base del sistema monetario.
    Ultima modifica di Stalinator; 03-09-10 alle 12:40

 

 
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