Anzitutto un sentito e doveroso ringraziamento ai colleghi de La Stampa, grazie ai quali oggi possiamo aprire la nostra prima pagina con una notizia coi fiocchi: il nuovo verbale dell’ex boss Giovanni Brusca, ora prezioso e attendibile collaboratore di giustizia sulla stagione delle stragi e delle trattative Stato-mafia. Ieri La Stampa aveva la notizia in esclusiva, ma ha deciso di nasconderla in fondo a destra di pagina 9, in un trafiletto di 22 righe, invisibile a occhio umano se non con l’ausilio di un microscopio elettronico ad alta precisione. Eppure il titolo, per i pochi che l’hanno notato, è succulento: “Brusca e l’orologio di Berlusconi”. E i nomi propri presenti nel mini-titolo – Brusca, l’uomo che fece saltare in aria l’autostrada di Capaci; e Berlusconi, il premier più longevo della storia repubblicana, tuttora leader del quarto partito italiano – avrebbero dovuto far sobbalzare i colleghi de La Stampa: ma siamo proprio sicuri che il nuovo verbale di Brusca su B. valga soltanto una brevina?

Il contenuto, poi, è ancora più succulento, perché chiama in causa altri due boss stragisti di prima grandezza: il superlatitante Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Il 16 ottobre Brusca, finora mai smentito in una sola delle centinaia di sentenze di condanna nate dalle sue rivelazioni, ha svelato al procuratore di Palermo Giuseppe Lo Voi che nell’estate del 1995 Messina Denaro gli raccontò che Graviano (il boss di Brancaccio che organizzò le stragi fra il 1992 e il 1994, quando fu arrestato) aveva incontrato B. e notato al suo polso un orologio da 500 milioni di lire. Al che Brusca domandò: “Ma perché, si vedono?”. E Messina Denaro: “Sì”. Poi il pentito se lo scordò “perché mi sembrava una cosa secondaria”. Giudizio condiviso ora da La Stampa. Ma non dai pm, che hanno acquisito il verbale nell’inchiesta Trattativa-bis sul ruolo di Graviano nel patto Stato-mafia e l’hanno trasmesso alla Procura generale in vista del processo d’appello Trattativa-uno.

Per carità, noi non abbiamo titoli per dare lezioni. Ma saremmo curiosi di sapere cosa accadrebbe all’esame di giornalismo se un candidato, alla domanda “Che spazio daresti a Messina Denaro che racconta a Brusca che Graviano incontrava Berlusconi un anno dopo la fine delle stragi e subito dopo la caduta del suo primo governo?”, rispondesse: “Un trafiletto di 22 righe a pagina 9”. Gl’insegnanti lo boccerebbero e gli suggerirebbero di cambiare mestiere. A meno che non fossero i direttori di certi nostri giornaloni, più bravi dei prestigiatori nel far scomparire le notizie importanti e nel far apparire quelle secondarie.

Quelli che per dieci giorni hanno aperto le prime pagine su quel putribondo figuro del padre di Di Maio (e dunque anche del figlio) e le sue tettoie, la sua carriola e i suoi laterizi abusivi. Invece il 20 luglio avevano dedicato un paio di articoletti striminziti alla sentenza della Corte di Assise di Palermo che ha condannato i vertici del Ros dei carabinieri e Marcello Dell’Utri per aver aiutato Cosa Nostra a minacciare e ricattare i governi Amato, Ciampi e Berlusconi a suon di stragi.

E così, proprio quando pensavamo di esserci finalmente liberati di B., ce ne ritroviamo due al posto di uno. Il B. leader “europeista e moderato” che critica il governo populista, viene ricevuto al Quirinale, presenta l’ennesimo libro di Vespa con vari direttoroni sorridenti, annuncia la ricandidatura, illustra la nuova maggioranza con i “responsabili” acquistati per la bisogna, ha grandi spazi e simpatie. Invece il B. frodatore pregiudicato, corruttore pluriprescritto, compare e finanziatore di Cosa Nostra, indagato a Firenze per le stragi del ‘93 sui media non esiste. E comunque è un’altra persona.

A pag. 2-3 raccontiamo tutto ciò che si sa sui rapporti fra i boss e B. (anche diretti, non più soltanto quelli intermediati da Dell’Utri e Mangano): perché l’ultimo verbale di Brusca non è un fulmine a ciel sereno. C’era già la frase sibillina affidata da Graviano, in carcere, qualche mese fa a Fiammetta Borsellino: “Lo dicono tutti che frequentavo Berlusconi… Più che io era mio cugino che lo frequentava”. E c’è la sentenza Trattativa, che riporta le intercettazioni di Graviano in carcere nel 2016- 2017: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia: per questo c’è stata l’urgenza. Lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa”. Riferimento – secondo i pm – all’intenzione di B. di entrare in politica nel 1992 e all’accelerazione del delitto Borsellino.

E ancora, sugli incontri diretti: “25 anni mi sono seduto con te, giusto? Ti ho portato benessere, 24 anni fa mi è successa una disgrazia, mi arrestano, tu cominci a pugnalarmi, per che cosa? Per i soldi, perché tu ti rimangono i soldi… Alle buttane glieli dà i soldi ogni mese. Io ti ho aspettato fino adesso perché ho 54 anni, i giorni passano, gli anni passano, io sto invecchiando e tu mi stai facendo morire in galera”. Infine l’intenzione di ricattarlo.

Infatti i giudici d’Assise ricordano nella sentenza che Graviano “riferisce espressamente di avere conosciuto a incontrato Berlusconi”; che “il conseguente risentimento nei confronti di Berlusconi per non avere mantenuto i patti… conferma l’esistenza delle assicurazioni che Berlusconi e Dell’Utri avevano dato a Graviano” nel 1993-‘94 e spiega “quello che sembra essere un ricatto” ai traditori: i nuovi Salvo Lima, che rischiano ancora grosso. Ora i fini dicitori spiegano la campagna acquisti di B. fra i 5Stelle con la necessità di rassicurare i forzisti in fuga verso Salvini. Ma, se B.2 fosse tuttora sotto ricatto di Graviano&C., i destinatari della rassicurazione di B.1 sarebbero loro. E i nostri esimi colleghi dovrebbero raccontarlo.

Non sia mai: meglio nascondere tutto in una breve e continuare a parlar d’altro.

“DI B. CE N’È DUE”, di Marco Travaglio – l Fatto Quotidiano -16 dicembre 2018