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Discussione: Il cavaliere cristiano: monaco e guerriero

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    Predefinito Il cavaliere cristiano: monaco e guerriero

    Il cavaliere cristiano: monaco e guerriero - La Nuova Bussola Quotidiana
    Nei secoli passati è stata forte la distinzione fra la vita contemplativa del monaco e quella attiva degli altri cristiani. Oggi questo monaco e cavaliere vive nel mondo, prega sulla metropolitana con discrezione, combatte la sua battaglia sui blog, con i libri, nel mondo del lavoro. Non che questa battaglia sia meno cruenta di quella combattuta viso a viso, anzi a volte, proprio per la sua natura, potremmo definirla anche più insidiosa.
    Nei secoli passati è stata forte la distinzione fra la vita contemplativa del monaco e quella attiva degli altri cristiani. Una distinzione che certamente esiste, in quanto l’importanza centrale che ha la preghiera incessante nella vita dei monaci non potrebbe essere replicata nella sua stessa estensione e con le stesse modalità da coloro che fanno vita nel mondo. Ma non dimentichiamo che anche nei monaci c’è una parte considerevole di vita attiva, come sintetizza il motto “ora et labora”. Nel prologo alla sua regola, San Benedetto dice: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro; apri l’orecchio del tuo cuore, accogli volentieri le esortazioni del padre, che ti ama, e mettile efficacemente in pratica. Così con la fatica dell’obbedienza ritornerai a Dio, dal quale ti sei allontanato con la pigrizia della disobbedienza. Dunque, mi rivolgo a te, chiunque tu sia, che, rinunciando a ogni personale volontà, impugni le forti e gloriose armi dell’obbedienza per combattere nell’esercito di Cristo, vero re. Innanzitutto chiedi al Signore con preghiera fervorosa che lui stesso conduca a termine ciò che ti accingi a fare; sicchè egli, che si è degnato di annoverarci tra i suoi figli, non debba un giorno rattristarsi per il nostro comportamento cattivo. Dobbiamo mettere a frutto i suoi doni per questi motivi: perché un giorno, come padre corrucciato, non ci tolga l’eredità, ma anche perché come padrone terribile, offeso dalle nostre colpe, non ci condanni al castigo eterno quali servi malvagi, che hanno rifiutato di seguirlo nella gloria. Decidiamoci una buona volta! La Scrittura lo esige dicendoci: «È ormai ora di svegliarci dal sonno» (Rm 13,11). Apriamo gli occhi alla luce divina, ascoltiamo attentamente ciò che la voce del Signore ci grida di continuo: «Ascoltate oggi la sua voce: non indurite il cuore» (Sal 94,8); e ancora: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,7). E che cosa dice? «Venite, figli, ascoltatemi; vi insegnerò il timore di Dio» (Sal 33,12)”.

    Notiamo in questo bel passaggio un tono non solo contemplativo, ma anche militaresco, perchè il santo chiede di combattere nell’esercito di Nostro Signore. Quindi monaco e cavaliere. Non solo soldato, ma anche cavaliere lo vogliamo chiamare. Qualcuno che ha dei codici etici e morali che vanno al di là del suo valore in battaglia.

    Oggi abbiamo bisogno di questa nuova spiritualità monastica che vada oltre il mondo dei monasteri, ma che sia presente in profondità anche in coloro che vivono nel mondo. Diciamo: “labora et ora”. Accanto al monachesimo tradizionale, oggi in affanno, serve un esercito di crociati, templari, cavalieri: serviamo noi.

    Nel suo De laude novae militiae, San Bernardo di Chiaravalle affermava: “Da qualche tempo si diffonde la notizia che un nuovo genere di Cavalleria è apparso nel mondo, e proprio in quella contrada che un giorno Colui che si leva dall’alto visitò essendosi reso manifesto nella carne; in quegli stessi luoghi dai quali Egli con la potenza della sua mano (Is., 10,13) scacciò i principi delle tenebre, possa oggi annientare con la schiera dei suoi forti e, seguaci di quelli, i figli dell’incredulità, riscattando di nuovo il suo popolo e suscitando per noi un Salvatore nella casa di David, suo servo. (~Eph., 2,2; Lc. 69) Un nuovo genere di cavalieri, dico, che i tempi passati non hanno mai conosciuto: essi combattono senza tregua una duplice battaglia, sia contro la carne ed il sangue sia contro gli spiriti maligni del mondo invisibile. (Eph., 6.12) In verità quando valorosamente si combatte con le sole forze fisiche contro un nemico terreno, io non ritengo ciò stupefacente né eccezionale: E quando col valore dell’anima si dichiari guerra ai vizi o ai demoni, neppure allora dirò che questo è segno di ammirazione, sebbene questa battaglia sia degna di lode, dal momento che il mondo è pieno di monaci. Ma quando il combattente ed il monaco con coraggio si cingono ciascuno il suo cingolo chi non potrebbe ritenere un fatto del genere davvero degno d’ogni ammirazione, per quanto finora insolito? E’ davvero impavido e protetto da ogni lato quel cavaliere che come si riveste il corpo di ferro, così riveste la sua anima con l’armatura della fede”.

    Ecco, oggi questo monaco e cavaliere vive nel mondo, prega sulla metropolitana con discrezione, combatte la sua battaglia sui blog, con i libri, nel mondo del lavoro. Non che questa battaglia sia meno cruenta di quella combattuta viso a viso, anzi a volte, proprio per la sua natura, potremmo definirla anche più insidiosa.

    Nel documento citato sopra, San Bernardo dice anche quanto segue: “I Cavalieri di Cristo, al contrario, combattono sicuri la guerra del loro Signore, non temendo in alcun modo né peccato per l'uccisione dei nemici né pericolo se cadono in combattimento. La morte per Cristo, infatti, sia che venga subita sia che venga data, non ha nulla di peccaminoso ed è degna di altissima gloria. Infatti nel primo caso si guadagna [vittoria] per Cristo, nel secondo si guadagna il Cristo stesso. Egli accetta certamente di buon grado la morte del nemico come castigo, ma ancor più volentieri offre se stesso al combattente come conforto. Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per se stesso, dando la morte vince per Cristo. Non è infatti senza ragione che porta la spada: è ministro di Dio per la punizione dei malvagi e la lode dei giusti. (Rm, 13,4; I Pt, 2, 14). Quando uccide un malfattore giustamente non viene considerato un omicida, ma, oserei dire, un «malicida» e vendicatore da parte di Cristo nei confronti di coloro che operano il male, difensore del popolo cristiano“.

    Noi non intendiamo uccidere nessuno, naturalmente, viviamo in tempi diversi. Ma l’essere ancora “malicidi”, cioè combattere il male che è in definitiva rifiutare la signora di Dio sull’uomo e sulla storia, questa è la nostra missione. Questo deve essere fatto nel rispetto della dignità delle persone ma con rispetto ancora maggiore per i diritti di Dio. Oggi non si combatte per uccidere le persone (per fortuna) ma per uccidere le tendenze negative nella società, indotte da una mentalità perversa e mentitrice.

    Ecco che il monaco e il guerriero si incontrano in un moderno tipo di cristiano, che è nel mondo ma che lo sa guardare dal di fuori, che comprende che amare i fratelli significa volere il loro bene, che è l’aderenza alla volontà di Dio su ciascuno di noi, che conosce la propria indegnità e proprio per questo non si pone su una cattedra come se il giudizio venisse da lui e non da Dio, unico ad avere nella loro perfezione le chiavi della misericordia e della giustizia.
    Aurelio Porfiri
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    Predefinito Re: Il cavaliere cristiano: monaco e guerriero

    Nel documento citato sopra, San Bernardo dice anche quanto segue: “I Cavalieri di Cristo, al contrario, combattono sicuri la guerra del loro Signore, non temendo in alcun modo né peccato per l'uccisione dei nemici né pericolo se cadono in combattimento. La morte per Cristo, infatti, sia che venga subita sia che venga data, non ha nulla di peccaminoso ed è degna di altissima gloria. Infatti nel primo caso si guadagna [vittoria] per Cristo, nel secondo si guadagna il Cristo stesso. Egli accetta certamente di buon grado la morte del nemico come castigo, ma ancor più volentieri offre se stesso al combattente come conforto. Affermo dunque che il Cavaliere di Cristo con sicurezza dà la morte ma con sicurezza ancora maggiore cade. Morendo vince per se stesso, dando la morte vince per Cristo. Non è infatti senza ragione che porta la spada: è ministro di Dio per la punizione dei malvagi e la lode dei giusti. (Rm, 13,4; I Pt, 2, 14). Quando uccide un malfattore giustamente non viene considerato un omicida, ma, oserei dire, un «malicida» e vendicatore da parte di Cristo nei confronti di coloro che operano il male, difensore del popolo cristiano“.
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