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Discussione: Guida a Mazzini (1974)

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    di Giuseppe Galasso – Premessa al volume su Mazzini edito da Il Mulino nella sua collana “Classici della democrazia”, diretta da Vittorio De Caprariis; poi in G. Galasso, “Da Mazzini a Salvemini”, Le Monnier, Firenze 1974, pp. 55-74.



    Per quarant’anni, fra il 1830 e il 1870, negli anni, cioè, centrali e decisivi del secolo scorso, il nome di Giuseppe Mazzini ebbe risonanza larga e molteplice nella vita politica europea. Da Metternich e Napoleone III, dai liberali ai socialisti delle molte scuole e dei molti paesi del continente quel nome rimbalzò, infatti, in quasi tutte le possibili gradazioni della polemica e della condanna politica, intellettuale e morale. Pure, l’uomo tanto odiato fu anche molto amato, e – come scrisse Francesco De Sanctis – “morì, ciò che è raro in Italia, lasciando una scuola fervente, la quale crede empietà il solo discutere le sue dottrine. E morì costringendo i suoi avversari più implacabili all’ipocrisia, e riunendo tutti gli Italiani dietro il suo feretro”. Dopo il 1870, però, nel generale mutamento degli spiriti che caratterizzò allora la vita europea, mentre i vecchi ideali che erano stati l’anima e il fuoco ispiratore del Romanticismo e del nostro Risorgimento venivano soppiantati da miti nuovi e più corposi, come il socialismo e l’imperialismo, anche il nome di Mazzini subì una eclisse che parve a molti, ed in certo senso fu, definitiva. E se su scala europea i Marx e i Bakunin bollavano il nome e gli atti di lui tacciandoli addirittura di ridicolo e lasciando eredi di questa condanna i loro seguaci; su scala italiana, da una parte, il nazionalismo deformava in maniera irriconoscibile il concetto mazziniano della nazione e dei destini d’Italia e, d’altra parte, le correnti più vive del pensiero e dell’azione liberale respingevano – anch’esse non senza sorridenti disdegni – nel limbo, nobile ma infecondo, dell’ideologia e dell’astrazione i capisaldi essenziali del pensiero mazziniano; la missione dei singoli popoli, la fratellanza, la giustizia, la repubblica. Sicché un po’ prima e un po’ dopo del primo conflitto mondiale il mazzinianesimo apparve veramente svuotato di ogni reale significato nella vita politica contemporanea, a dispetto anche delle saltuarie affermazioni elettorali che il partito repubblicano, di derivazione e di scuola mazziniana, andava cogliendo qua e là per l’Italia.
    E tuttavia fu proprio in questo torno di tempo che il nome di Mazzini riebbe una certa risonanza internazionale e su scala, questa volta, addirittura mondiale: in Cina, dove al conte Sforza – allora giovane diplomatico in quel paese – che gli aveva prestato alcuni volumi di scritti mazziniani, Sun Yat-sen dichiarava di sentire il Mazzini più vicino a sé “dei più moderni riformatori sociali europei”; presso i popoli arabi, che maturarono i primi tempi del loro “risorgimento” in un clima di fiducia democratica in cui qualche eco mazziniana pure risuona; e ancor più in India, dove l’influenza di Mazzini si fece sentire al punto che ritratti di lui furono portati alla testa di manifestazioni anti-britanniche già molto tempo prima di Gandhi. Questo rifiorire della fortuna di Mazzini aveva naturalmente le sue ragioni, che possono essere individuate da un lato nel prestigio acquistato dall’Italia con il suo sforzo di resurrezione nazionale e d’altro lato nella stessa dottrina mazziniana del popolo e della nazione: eccezionalmente idonea a colpire – con il suo senso mistico della comunità popolare, con la sua affermazione della individualità e della missione di ogni popolo, con la sua teoria del diretto e immediato rapporto tra popolo e Dio – gli uomini dei paesi coloniali o decaduti o comunque dipendenti, che aspiravano a fare delle loro patrie altrettante realtà significative ed autonome nel mondo ampliato e trasformato dalla diffusione della civiltà europea, e che appartenevano (è opportuno aggiungere) a culture il cui posto dei valori etico-religiosi è stato sempre assai alto.
    Certo, non v’è dubbio che la dottrina della nazionalità sia stata il vincolo più forte col quale il Mazzini si legò alla realtà storica in cui si trovò a vivere ed operare. Si attaglia soprattutto, se non soltanto a questa dottrina l’affermazione di Delio Cantimori che “le sue posizioni dottrinali e ideali sono in funzione diretta dell’azione politica a lunga scadenza e di grande portata”. E naturalmente, dopo che una esperienza più che secolare ha dimostrato, come osserva il Namier, quanto “la libertà è più sicura nella comunità autolimitantesi, con una nazionalità territoriale”, non è il caso di sottovalutare la “posizione importante tra i profeti della nazionalità” che al Mazzini incontestabilmente spetta. Si è fatto, tuttavia, anche chiaro, dal secolo scorso ad oggi, quanto di caduco e di pericoloso fosse implicito nell’idea mazziniana di nazione, sia in sé che nei posteriori svolgimenti altrui. “Mazzini, infatti, scrisse dei doveri dell’uomo e del cittadino, era un credente nell’umanità e nella nazione, era un democratico e un romantico. Forse non si rendeva conto che i due princìpi potevano entrare in conflitto. Certamente non supponeva che, realizzato lo stato nazionale, questo avrebbe potuto richiedere al cittadino di negare i propri doveri universalmente umani. In realtà l’antinomia s’è fatta, nel nostro secolo, radicale ed ha portato alla catastrofe la nostra civiltà” (C. Antoni). Nel Mazzini stesso l’esigenza nazionale mantenne largamente il primato su quella liberale e forse fu questo l’unico terreno sul quale il suo pensiero non era interamente conforme alle sue pratiche aspirazioni. Egli aveva chiara dinanzi alla mente la possibilità di antitesi tra libertà e nazionalismo: “La religione di patria è santissima”, scriveva, “ma dove il sentimento della dignità individuale, e la coscienza dei diritti inerenti alla natura d’un uomo non la governino – dove il cittadino non si convinca che egli deve dar lustro alla patria, non ritrarlo da essa – è religione che può far la patria potente, non felice; bella di gloria davanti allo straniero, non libera”. Allo stesso modo vide con chiarezza il rapporto storico tra il moto delle nazionalità e quello della democrazia: “l’ordinamento nelle nazionalità… è… riparazione di grandi ingiustizie, conseguenza d’un concetto filosofico-storico, sostituzione del principio della volontà popolare al fatto della conquista feudale-monarchica, applicazione logica della nostra fede nella libertà”. Parimenti deprecava il “gretto spirito di nazionalismo, sostituito a quello della Nazione”; ed auspicava un ordinamento internazionale che significasse “la divisione dell’Umanità in nuclei affratellati in un intento comune, indipendenti nella scelta dei mezzi che devono raggiungerlo; il riparto tra i membri d’una stessa associazione delle varie funzioni, indicate dalle condizioni geografiche, dalle lingue, dalle credenze, dalle tradizioni storiche”. Si tratta, come si vede, si una serie di elementi perfettamente congrui ad una concezione democratica della nazionalità. Ma essi non esauriscono il pensiero mazziniano in questa materia. Anche per Mazzini, come per gli altri romantici, la nazione è un’entità naturale e linguistica; anche per lui i valori supremi della nazionalità non si realizzano se non nell’unità; anche per lui, come per gli altri romantici, la nazione propria aveva una missione particolare da svolgere nei riguardi delle altre nazioni e il primato italiano, l’opera italiana di iniziazione delle altre nazionalità ad una nuova epoca storica costituiva il presente, mentre l’affratellamento delle nazioni nella concordia e nell’uguaglianza (“allora la parola straniero passerà dalla favella degli uomini”) costituiva la prospettiva di un lontano futuro. La “impotenza della Svizzera” gli sembrava un destino da risparmiare all’Italia: “l’Italia, circondata da nazioni unitarie, potenti e gelose, ha bisogno anzi tutto d’esser forte”. Nella pratica, poi, la preoccupazione nazional-unitaria ebbe in Mazzini una generosa preminenza; fu sostenuta da lui con una intolleranza appassionata; e, realizzata sotto la guida dei liberali cavourriani, lo lasciò insoddisfatto e amareggiato in modo che la condizione obiettiva delle cose giustificava solo in parte.
    C’è, comunque, un Mazzini, accanto al teorico della nazionalità, che non si risolve tutto in esso, pur essendo con esso – ovviamente – frammisto e confuso. È il Mazzini teorico della democrazia e, nel significato più largo della parola, del socialismo: il Mazzini, forse, meno conosciuto o, se si vuole, più sfigurato proprio dai suoi ingenui apologeti; ma la cui importanza storica e dottrinaria sembra ricevere col tempo riconoscimenti sempre maggiori. Importanza storica perché è in questo Mazzini – uno dei maggiori tra i rappresentanti del movimento democratico europeo nel secolo scorso – che vanno letti gli incunaboli e pressappoco tutto quanto si fece in Italia di movimento operaio almeno fino al 1870. Importanza dottrinaria perché è a questo Mazzini che ha sentito di potersi rifare, come ad uno dei suoi ispiratori e maestri, la maggior parte dei moderni democratici italiani dal Salvemini in poi; e soprattutto perché è con questo Mazzini che la socialdemocrazia europea va realizzando, con i più recenti sviluppi della sua ideologia, una profonda, ancorché inconsapevole, convergenza.


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    Predefinito Re: Guida a Mazzini (1974)

    Diciamo, peraltro, subito che è proprio questo il Mazzini più difficile a leggersi. Già, esso è strettamente congiunto con il Mazzini teorico della nazionalità, il primo Mazzini, che abbiamo già indicato. Su questo Mazzini grava, inoltre, in misura ancora maggiore che sul primo, quella ispirazione religiosa, e addirittura confessionale, che spinse il Salvemini a definire, non a torto, la dottrina politica mazziniana come un sistema di “teocrazia popolare”. E, infine, ha fatto ostacolo alla esatta comprensione e valutazione di questo Mazzini il confronto malamente instaurato con Marx e con il socialismo di derivazione marxiana.
    Al Mazzini è stata imputata, pur di recente, e non senza fondamento, una profonda insensibilità verso il mondo della storia: “la posizione fondamentale del Mazzini di fronte al mondo della storia rimane…”, ha scritto il Sestan, “la posizione del profeta animato da una fede ardente, incrollabile nel futuro, ma da un tiepido interesse per il passato, o del passato solo in quanto proteso a preparare e spiegare l’avvenire”. Crediamo, tuttavia, che non sia stato messo ancora nel debito rilievo l’esatta percezione che il Mazzini ebbe della congiuntura storica in cui visse ed operò. “Tre grandi fatti contrassegnano l’Epoca nuova che sta per sorgere. Il primo, visibile più o meno in ogni terra d’Europa, è il moto di emancipazione intellettuale ed economica che va svolgendosi nelle classi Operaie, e trasformerà a poco a poco le condizioni imposte oggi al lavoro, il riparto della produzione e le basi della proprietà. È il più importante dei tre fatti… Il secondo è il moto, contrastato invano dalle monarchie, che tende a rifare la Carta d’Europa e sostituisce alle vecchie teoriche di ponderazione, d’equilibrio, di diritti dinastici sancite nei trattati di Vestfalia, di Münster, di Utrecht e d’Amiens, il diritto popolare della Nazionalità. Conseguenza inevitabile di quel moto è un mutamento radicale nei princìpi che governano le relazioni internazionali e nei caratteri delle Alleanze (e) prominente fra tutti, per importanza numerica e geografico-politica, è il ridestarsi a coscienza di vita dell’elemento Slavo… Il terzo fatto è la manifesta tendenza della civiltà Europea a conquistare le vaste regioni Orientali”. Non è facile trovare nei contemporanei di Mazzini una tale completezza e organicità di visione storica. Certo appaiono qui convinzioni che in lui maturarono con gli anni. Le parole che abbiamo citato sono del 1866: avesse scritto trentacinque o trent’anni prima, il movimento operaio non sarebbe stato giudicato come il più importante dei tre fenomeni indicati; il moto delle nazionalità avrebbe primeggiato su di esso; e con tutta probabilità al terzo fenomeno, l’espansione mondiale della civiltà europea, non sarebbe stato fatto alcun riferimento. E tuttavia non si può negare che, fin dagli inizi della sua attività, la fede del Mazzini fu soprattutto fede nella ineluttabilità storica del compito al quale egli si sentiva chiamato; fede religiosa, quindi, ma non semplice profetismo, fondata come fu – quella fede – su d’una vasta esperienza internazionale e sulla instancabile partecipazione al dibattito politico e ideologico dell’epoca.
    Del resto la consapevolezza storica del pensiero e dell’azione mazziniana non riposa soltanto sulla comprensione dei fattori politici e sociali agenti sulla scena europea del tempo. Essa affonda, al di là di questa stessa comprensione, nella esigenza profondamente sentita di una fede nuova, di un nuovo pensiero religioso. “Il mondo ha sete in oggi, checché per altri si dica, di autorità. Le agitazioni, le insurrezioni sono dirette non già contro l’idea, ma contro la parodia del potere, contro un fantasma d’autorità, contro forme incadaverite dalle quali non può uscire oggimai eccitamento, fecondazione alla vita”. Da questo punto di vista, anche alla storia etico-religiosa, come a quella politica, del secolo scorso Mazzini appartiene non solo di pieno diritto, ma ancora con piena consapevolezza. Inquadrate in questo complesso contesto di riferimenti storici, le sue dottrine acquistano certo maggiore rilievo.
    Le prime radici del pensiero democratico mazziniano nascono dalla polemica contro la rivoluzione francese dell’ ’89 e contro la dottrina dei diritti e della sovranità dell’individuo, che il Mazzini vede a quella strettamente connessa. “Il passato ci è fatale. La Rivoluzione francese, io lo affermo convinto, ci schiaccia. Essa preme, quasi incubo, il nostro core e gli contende di battere. Abbagliati dallo splendore delle sue lotte gigantesche, affascinati dal suo guardo di vittoria, noi duriamo anch’oggi prostrati davanti ad essa. Uomini e cose, aspettiamo tutto dai suoi programmi”. Naturalmente, il fine della polemica mazziniana è tutt’altro che controrivoluzionario. Esso sta, invece, in uno sforzo di superamento e di arricchimento delle conquiste rivoluzionarie. Senza nulla togliere alla grandezza e all’importanza di essa, Mazzini propugna decisamente il distacco della nuova democrazia dalla vecchia tradizione rivoluzionaria. D’accordo – forse senza saperlo – con lo Hegel, egli vide i fatti dell’ ’89 come epilogo della storia precedente anziché come prologo della storia posteriore; e d’accordo – questo certo senza saperlo – con la più recente storiografia, intuì ed esaltò l’animus religioso della grande stagione illuministica e rivoluzionaria. “Il XVIII secolo, troppo generalmente guardato come secolo di scetticismo e di negazione, devoto soltanto a un’opera critica, ebbe la propria fede, la propria missione e concetti pratici atti a compirla. La sua fu fede titanica, senza limiti, nella potenza, nella libertà umana. Definire, mi si conceda l’espressione, l’attivo della prima epoca del mondo Europeo: compendiare, ridurre a formola concreta, ciò che i diciotto secoli del Cristianesimo avevano esaminato, svolto e conquistato: costituire l’individuo com’era chiamato ad essere, libero, attivo, sacro, inviolabile: fu quella la sua missione. E la compì colla Rivoluzione francese, traduzione politica della rivoluzione protestante, manifestazione altamente religiosa, comunque pensino gli scrittori superficiali ai quali i traviamenti di alcuni individui, attori secondari nel dramma, somministrarono norme di giudizio su tutto il periodo. Lo stromento adoperato da esso per operare la rivoluzione e raggiungere il fine della sua missione, fu il diritto. In una teoria del diritto fu la sua forza, il suo mandato, la legittimità dei suoi atti: in una Dichiarazione dei Diritti la sua formola suprema. Che altro infatti è l’uomo, l’individuo, se non il diritto? Non rappresenta egli, nella serie dei termini del progresso, la persona umana e l’elemento dell’emancipazione individuale?”. Ma questo è ormai un passato, o meglio, un patrimonio definitivamente acquisito alla storia e alla civiltà. Il presente pone compiti nuovi e diversi. “L’opera del secolo XVIII è compita. I padri nostri riposano tranquilli e alteri nelle loro tombe. Essi dormono, come guerrieri dopo la battaglia, ravvolti nella bandiera: non temete di offenderli… Inoltriamo, in nome di Dio… Oggi dobbiamo fondare la politica del XIX secolo (e) iniziare l’Epoca nuova. Dalla sua iniziazione dipende il compimento materiale dell’antica”.


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    Predefinito Re: Guida a Mazzini (1974)

    Dunque, una nuova epoca della storia da inaugurare; e cioè, per Mazzini, una nuova fede da fondare, una nuova idea da far risplendere ai cuori e alle menti degli uomini. A far ciò la teorica settecentesca dei diritti non è più sufficiente. La critica del Mazzini al giusnaturalismo rivoluzionario è profonda e per molti versi non priva di spregiudicatezza. Essa insiste tanto sull’insufficienza del principio giusnaturalismo quale elemento ordinatore della società e promotore del progresso, quanto sulla sua incapacità a dominare le motivazioni dell’individualismo egoista. “Il diritto è fede dell’individuo (e) non può che ordinare la resistenza, distruggere, non fondare. (Esso) non scende che da una volontà. Nulla quindi impedisce la lotta contro il diritto: ogni individuo offeso può ribellarglisi contro; e tra i due contendenti solo giudice supremo è la forza. Fu questa infatti la risposta che le società fondate sul diritto diedero sovente agli oppositori… Inoltre, la dottrina dei diritti non racchiude in sé la necessità del progresso; lo ammette come semplice fatto. L’esercizio dei diritti essendo necessariamente facoltativo, il progresso rimane abbandonato all’arbitrio di una libertà senza norma e fine. E il diritto uccide il sacrificio e cancella dal mondo il martirio: in ogni teoria di diritti individuali gli interessi soli siedono dominatori, e il martirio diventa assurdo: quali interessi possono vivere oltre la tomba? Pur nondimeno, il martirio è sovente il battesimo di un mondo, la iniziazione del progresso”. Sono queste deficienze di principio a dar conto di quelle, ancor più gravi, che agli occhi di Mazzini presentano in concreto gli orientamenti politici delle scuole che al giusnaturalismo in vario modo risalgono. “L’ordinamento politico che essi invocano e onorano del nome sociale è una serie di difese innalzate a leggi mallevadrici della libertà per ciascuno di seguire il proprio fine, i propri interessi, le proprie tendenze: la loro definizione della Legge non oltrepassa l’espressione della volontà generale: la loro formola d’associazione è la Società dei Diritti; la loro credenza non esce dai limiti segnati, quasi mezzo secolo addietro, da un uomo che incarnava in sé la battaglia, in una Dichiarazione dei Diritti; le loro teoriche del Potere sono teoriche di diffidenza: il loro problema organico, vecchio avanzo di costituzionalismo intonacato, si riduce a trovare un punto intorno al quale oscillino perpetuamente, in una lotta senza risultati, l’individuo e l’associazione, la libertà e la legge comune: il loro popolo è sovente una casta, la più numerosa per vero dire e la più utile, in aperta ribellione contro altre caste, per godere alla sua volta i diritti compartiti a tutti da Dio”. Siamo di fronte ad un distacco pieno e consapevole dai princìpi del liberalismo puro, maturato attraverso spunti critici pregni qua e là, se non nel loro insieme, di viva modernità. A questo distacco risalgono molte delle posizioni assunte da Mazzini nel corso della sua attività politica: dall’avversione ben presto professata per gli uomini che in Francia avevano fatto la rivoluzione di luglio all’opposizione sempre mantenuta nei riguardi dei liberali italiani.
    Il fine di questa polemica mazziniana – lo abbiamo già detto – è tutt’altro che controrivoluzionario. È vero, tuttavia, che nella critica all’ ’89 e ai suoi princìpi il Mazzini fu vicino al pensiero dei romantici reazionari del suo tempo, e soprattutto a Giuseppe de Maistre, suddito sabaudo al pari di lui? L’accostamento riesce spontaneo. Esso è stato fatto in particolare da Adolfo Omodeo; ed è rafforzato ulteriormente dagli accesi colori mistico-religiosi coi quali il Mazzini presenta la nuova epoca della civiltà da iniziare sulle rovine di quella che l’ ’89 appunto ha concluso. Non più il diritto a fondamento del consorzio civile, ma il dovere, fede comune e collettiva, che edifica e associa, sottomettendo l’individuo al fine generale. E il dovere sta nel collaborare all’azione che Dio svolge nell’universo, assegnando a ciascuno – popoli e individui – la propria missione. Dio oggi chiama ad abbattere “tutti gli altari del vecchio mondo” per innalzarne due nuovi, dei quali “il dito del popolo iniziatore scriverà sull’uno: Patria, e sull’altro: Umanità”. In tal modo l’uomo compirà un nuovo passo verso il fine ignoto che Dio assegna alla storia. L’associazione sarà il metodo di realizzazione, su scala nazionale ed internazionale, della nuova epoca; e il popolo – “libero e indipendente, con ordini che pongano in armonia le facoltà individuali e il pensiero sociale, vivente del proprio lavoro e dei suoi frutti, concorde nel procacciare la più grande utilità possibile comune e nondimeno nel rispetto dei diritti dell’io”; “affratellato in una sola fede, in una sola tradizione, in un solo pensiero d’amore, e avvicinato al compimento successivo della propria missione” – sarà veramente il Cesare di questo nuovo impero umano e divino di pace e di amore. La democrazia assumeva perciò, nel pensiero di Mazzini, un significato chiaramente metapolitico. Così, egli scriveva, “poniamo Dio stesso mallevadore del popolo e della sua sovranità. Porgiamo nel carattere stesso dell’epoca una nuova base al suffragio universale. Innalziamo la questione politica all’altezza di un concetto filosofico. Costituiamo un apostolato all’Umanità, rivendicando quel diritto comune delle nazioni che dovrebbe essere il segno della nostra credenza. Diamo consecrazione a quei moti spontanei, subiti, collettivi dei popoli che devono iniziare e tradurre in atto la nuova sintesi. Poniamo la prima pietra di una Fede Umanitaria”.


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    Predefinito Re: Guida a Mazzini (1974)

    Senonché – è stato anche osservato – c’è qualcosa che allontana il Mazzini dai reazionari, oltre il fine, che in lui, lungi dall’essere reazionario, è volto a costruire una nuova dottrina rivoluzionaria. Questo qualcosa è soprattutto il concetto che l’instaurazione del nuovo regno non sarà fatta in espiazione delle colpe che la storia trascorsa ha accumulato sulla coscienza dell’uomo, bensì, al contrario, in obbedienza ad una legge di progresso che è dovuta alla presenza di Dio nella storia. Nel Mazzini, cioè, abbiamo in ultima analisi una visione democratica e progressiva invece di quella teocratica e tradizionalistica del de Maistre. Il progresso è per lui la legge fondamentale della vita e la caratterizzazione che ne deriva a tutto l’insieme delle dottrine mazziniane non sarà mai abbastanza sottolineata.
    E tuttavia queste precisazioni non sono, a nostro parere, sufficienti. Bisogna aggiungere che il proprio e il nuovo dell’antitesi istituita dal Mazzini tra i princìpi del mero diritto e quelli del dovere – ciò che ancora oggi parla al lettore del nostro secolo attraverso quelle che il Salvatorelli ha definito “mistiche penombre” del pensiero mazziniano – sta nell’appassionata ricerca di una nuova etica sociale, di un nuovo principio che arricchisca ed inveri in un concetto più alto le tradizioni e il patrimonio morale e politico della democrazia. Perciò egli osserva che lo stesso termine di “democrazia” mal risponde “all’intelletto dell’Epoca futura, che noi, repubblicani, dobbiamo iniziare. L’espressione governo sociale sarebbe da preferirsi, come indicatrice del pensiero di associazione che è la vita dell’Epoca”. Perciò egli chiama alla più stretta unità possibile, anzi all’unità tout court del pensiero e dell’azione: “una idea, e l’esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi”. Perciò, soprattutto, i problemi politici e sociali della sua epoca gli appaiono tutti incentrati intorno ad un’unica suprema necessità: “la questione vitale che s’agita nel nostro secolo è una questione di Educazione”. Il fondamento dell’etica sociale è nella natura stessa dell’uomo; guai a “trascurare il fatto principale dell’umana natura, la socialità”; sarebbe “un impiantar l’egoismo dell’anima e ordinare per ultimo il dominio dei forti sui deboli, di quei che possiedono mezzi su quei che ne sono privi”: male morale e sociale. Essere uomini significa soprattutto essere “creature ragionevoli, socievoli e capaci, per mezzo unicamente dell’associazione, d’un progresso a cui nessuno può assegnare limiti; e questo è quel tanto che oggi sappiamo della Legge di vita data all’Umanità”. La natura essendone sociale, l’uomo non può interamente realizzare la propria umanità se non nella massima integrazione sociale. La repubblica è l’unica forma istituzionale che Mazzini creda legittima appunto perché è la sola ad assicurare che privilegi e divisione dei poteri e di classi non rompano l’armonia e l’unità del corpo sociale; anche a prescindere dal fatto che “la serie progressiva dei mutamenti europei guida inevitabilmente la società allo stabilimento del principio repubblicano”.


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    Predefinito Re: Guida a Mazzini (1974)

    Nello stesso momento in cui si è staccato dalla fede settecentesca nel diritto di natura, il Mazzini ha, dunque, maturato una concezione solidaristica della vita politica, che ristabilisce su un piano di più alto impegno morale dei singoli e delle collettività l’egualitarismo settecentesco, la fiducia illuministica nel progresso, lo spirito di fratellanza del razionalismo umanitario. E solo si può recriminare che nei suoi scritti questa sintesi originale dei vecchi motivi rivoluzionari con le nuove esigenze della democrazia ottocentesca vada in parte dispersa per la esuberanza retorica del nostro autore e per la particolare natura del suo linguaggio, poiché – come è stato a ragione osservato dal Salvatorelli – “il linguaggio politico-morale del Mazzini mantenne sempre qualche cosa di rudimentale, di semplicistico, rispondente all’impazienza del suo pensiero, che moveva all’assalto delle posizioni ideali intraviste senza fermarsi a riconoscere il terreno”.
    È sul fondamento di quest’etica di solidarietà umanitaria, venata di profonde ispirazioni cristiane, che il Mazzini tratta la questione sociale, “la più santa e a un tempo la più pericolosa del periodo in cui viviamo”, come scriveva, un anno prima di morire, nel 1871. Ed è sul fondamento di quest’etica che egli trova le parole più belle ed efficaci della sua diuturna polemica.
    È chiaro innanzitutto che, con queste premesse, la democrazia mazziniana non può essere un fatto puramente politico. Essa è, insieme, il regno dell’ordine politico e della giustizia sociale: “lungi dal tendere, come molti credono o fingono di credere, al disordine o all’anarchia, la democrazia, come il mondo, di ch’essa in quest’epoca nostra è spirito e moto, tende a unità. Bensì vive ammaestrata dall’esperienza, e sa che nessuna unità è lungamente possibile dove siede a governo l’ineguaglianza, dove il desiderio di dominio da un alto e la diffidenza e l’odio dall’altro vietano ogni comunanza di idee e rompono, prefiggendosi interessi, in classi distinte l’umanità”. E fissando i compiti della rappresentanza nazionale, il Mazzini precisa innanzitutto che, “conservatrice gelosa della eguaglianza politica, essa deve dirigere le istituzioni successivamente create al progresso dell’Eguaglianza sociale”.
    Ma che significa “eguaglianza sociale”? e quale principio può consentire di realizzarla? La posizione del Mazzini su questi problemi è caratterizzata da alcuni elementi fondamentali: ripulsa di principio del collettivismo, ripulsa della lotta di classe come canone di interpretazione storica e politica e come criterio d’azione; e quindi affermazione di principio dei metodi gradualistici e riformistici. Egli vede chiaramente il nesso tra i problemi del miglioramento sociale e quelli del potere: “la questione politica, cioè a dire, l’organizzazione del potere in un senso favorevole al progresso intellettuale ed economico del popolo, e tale che renda impossibile l’antagonismo alla causa del progresso, è una condizione necessaria alla rivoluzione sociale”. Ma la lotta di classe gli appare controproducente sia sul piano degli sforzi per raggiungere l’indipendenza e l’unità nazionale (sua prima e massima cura) sia sul piano dei valori morali ai quali (nuova fede di un’epoca nuova) solo un’educazione superiore può avviare. Con gli anni sarà su questo secondo piano che il Mazzini diventerà antisocialista con maggior pervicacia. Parallelamente al suo interesse per le questioni e le lotte sociali, cresce, cioè, la sua convinzione sulla loro natura squisitamente etica ed educativa. La nuova fede nei princìpi del dovere e del progresso non conosce distinzioni sociali, né verso l’alto né verso il basso della società. E perciò più di una volta egli farà appello alle stesse classi medie, affinché intendano l’ora e i suoi problemi e vadano incontro agli uomini del lavoro con le opportune concessioni economiche e sociali.
    Ancor più netta e recisa è poi l’opposizione al collettivismo e al comunismo nel senso stretto della parola. Quanto più è radicale la sua critica all’ordinamento della società capitalistica, tanto più è ferma la sua rivendicazione del diritto dell’uomo, di ogni uomo, alla proprietà. Oggi, egli osserva, la proprietà è mal costituita: “perché l’origine del riparto attuale sta generalmente nella conquista, nella violenza colla quale, in tempi lontani da noi, certi popoli e certe classi invadenti s’impossessarono della terra e dei frutti di un lavoro non compìto da essi…, perché la basi del riparto dei frutti di un lavoro compìto dal proprietario e dall’operaio non sono fondate sopra una giusta eguaglianza proporzionata al lavoro stesso…, perché, conferendo a chi l’ha diritti politici e legislativi che mancano all’operaio, tende ad essere monopolio di pochi e inaccessibile ai più…, perché il sistema delle tesse… tende a mantenere un privilegio di ricchezza nel proprietario, aggravando le classi povere e togliendo loro ogni possibilità di risparmio”. Ma da ciò all’abolizione della proprietà ce ne corre. “Il principio, l’origine della Proprietà sta nella natura umana e rappresenta le necessità della vita materiale dell’individuo ch’egli ha il dovere di mantenere. Come, per mezzo della religione, della scienza, della libertà, l’individuo è chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare il mondo morale ed intellettuale, egli è pure chiamato a trasformare, a migliorare, a padroneggiare, per mezzo del lavoro materiale, il mondo fisico. E la proprietà è il segno, la rappresentazione del compimento di quella missione, della quantità di lavoro con quale l’individuo ha trasformato, sviluppato, accresciuto le forze produttrici della natura. La proprietà è dunque eterna nel suo principio”. In questo passo, fondamentale per intendere la concezione mazziniana della proprietà, sono chiaramente riconoscibili tre distinte affermazioni: il diritto-dovere, che spetta ad ogni uomo, di organizzare da sé la sua vita materiale; la perfetta parificazione del lavoro manuale con quello intellettuale e con ogni altra manifestazione della vita spirituale; il lavoro come unica fonte legittima della proprietà. E si tratta di affermazioni che, singolarmente prese, possono anche apparire patrimonio comune di determinate tradizioni di pensiero economico e sociale, ma che nel loro insieme conferiscono alle teorie sociali del Mazzini il loro particolare calore e colore.

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  6. #6
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    Predefinito Re: Guida a Mazzini (1974)

    Su queste basi la critica mazziniana alle concezioni collettivistiche e comunistiche è serrata ed appassionata, e di qui si diparte l’indicazione di quella che si potrebbe dire la “regola aurea” del socialismo mazziniano: “non bisogna abolire la proprietà perché oggi è di pochi; bisogna aprire la via perché i molti possano acquistarla”. E ciò è possibile se il principio della proprietà, che è il lavoro, viene congiunto al fatto, facendo sì che soltanto il lavoro possa produrre proprietà. E se a ciò sono necessarie riforme anche profonde nella struttura attuale della proprietà, la cosa non sorprende: “i modi coi quali la proprietà si governa sono mutabili, destinati a subire, come tutte l’altre manifestazioni della vita umana, la legge del Progresso. Quei che trovano la proprietà costituita in un certo modo, dichiarano quel modo inviolabile e combattono quanti intendono a trasformarla, negano dunque il Progresso: basta aprire due volumi di storia appartenente a due epoche diverse, per trovarvi un cangiamento nella costituzione della Proprietà”. Nella società capitalistica la riforma della proprietà ha soprattutto un senso: “l’unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani”, da realizzarsi attraverso “la formazione progressiva di associazioni cooperative (fratellanze), che acquistando col credito dello Stato capitali e terre, si sostituiscano alla proprietà capitalistica e trasformino la società scissa in differenze di classe in una società di produttori, dove tutti siano operai, e il lavoro sia l’unico fondamento del diritto alla vita, e il diritto ai frutti del lavoro sia la sola proprietà legittima” (R. Mondolfo).
    Al Mazzini – come ad ogni altro autore – non bisogna chiedere di più di quanto egli possa dare. Così, non bisogna chiedergli una dottrina articolata e istituzionale delle libertà democratiche. Fermissimo nel sostenere quale unica matrice legittima dello stato democraticamente bene ordinato un’assemblea costituente che fissi la forma istituzionale e gli organi e i modi di manifestarsi della volontà popolare sovrana; altrettanto fermo nel rivendicare il valore educativo, oltre che politico, del suffragio universale; egli è poi assai meno sicuro quando scende sul terreno degli istituti in cui la democrazia si concreta e – come acutamente ebbe a osservare il Salvemini – “la teoria, che dà della libertà in generale e delle libertà politiche in particolare, non è tale da togliere ogni dubbi sui pericoli di eccessivo autoritarismo e, si oserebbe dire, giacobinismo, a cui sarebbe esposta la repubblica unitaria mazziniana col suo popolo deificato”. Un posto centrale occupa, ad es., nella dottrina politica mazziniana la teorizzazione delle funzioni di guida che il genio e la virtù debbono esercitare nei confronti della masse popolari. Sono gli uomini geniali, gli uomini virtuosi che, intuite le esigenze poste nella loro epoca della legge divina del progresso, hanno il compito di guidare le masse verso la democrazia. Abbiamo qui la contaminazione di due influenze egualmente vive nello spirito del Mazzini: l’influenza determinante del Saint-Simon, con la sua rivendicazione del governo per i saggi, per i filosofi; e l’influenza del moralismo rivoluzionario settecentesco, filtrata fino a lui attraverso i contatti con Filippo Buonarroti, per ciò che riguarda la funzione delle minoranze rivoluzionarie. Ed è evidente che, già da sole, ma ancor più nel momento in cui sono connesse, queste due influenze cospirano a dare alla repubblica vagheggiata dal Mazzini una tinta nello stesso tempo utopistica e giacobina.

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    Predefinito Re: Guida a Mazzini (1974)

    Allo stesso modo, non bisogna chiedere al Mazzini una fondazione analitica e critica delle sue dottrine sociali sul terreno dell’economia politica. L’uomo si misurò, nella polemica e nella lotta, con tutte, praticamente, le tendenze innovatrici del suo tempo, che erano poi le tendenze politiche e sociali agitantisi nel mondo franco-inglese, in cui egli trascorse la parte maggiore della sua vita. Ma sempre restò sul piano dell’analisi politica e della ricerca morale fino al punto da non avvertire o da non rendersi ben conto di quale potente novità si andasse determinando nel mondo della produzione e del lavoro con quella “rivoluzione industriale” che pure nell’Inghilterra dei suoi tempi era stata in gran parte già consumata. Basti pensare che l’analisi più impegnativa della società capitalistica e della sua fisionomia economica e produttiva che sia dato trovare nelle pagine del Mazzini è tutta compresa in uno scorcio del “Doveri dell’Uomo”, dove sono rapidamente riassunte le diverse posizioni e possibilità dei capitalisti, degli intraprenditori e degli operai, che sono le tre classi che egli vede separate e contrapposte dal loro vario rapporto con gli strumenti della produzione. Ed è anche da notare che in ultima istanza – se la posizione economico-sociale di lui è chiaramente orientata contro la libera concorrenza capitalistica e contro l’oppressione capitalistica dei lavoratori – la sola alternativa che gli appare auspicabile consiste nell’associazione volontaria dei piccoli produttori, anche se qua e là egli riconosce la opportunità della gestione statale o collettiva di alcuni servizi; e nell’idea risuona forse una inconsapevole reminiscenza di moduli politici rousseauiani, da piccola repubblica perfettamente democratica. Gli è che il Mazzini aveva dinanzi alla mente, assai più che il proletariato dell’industrialismo moderno, il vecchio e tradizionale artigianato delle città italiane.
    Sarebbe tuttavia errore imperdonabile liquidare tutto il mazzinianesimo politico per l’incertezza delle sue dottrine costituzionali. Vive, di esso, ed è destinato a vivere sempre più e sempre meglio, il soffio di laica religiosità che dettò al Mazzini la dottrina dei doveri come prosecuzione ed ampliamento di quella dei diritti. Giunti in questo secolo alla prova della massime tensioni politiche e sociali, i grandi paesi dell’occidente hanno dovuto far ricorso ad un’ispirazione analoga per giustificare ed operare il passaggio da un regime di mero liberalismo ad una democrazia socialmente avanzata e vitale. E sarebbe errore altrettanto imperdonabile liquidare tutto il mazzinianesimo sociale per la fragilità dei suoi fondamenti in fatto di teoria economica. Anche qui l’evoluzione posteriore ha offerto alle dottrine mazziniane una riconsacrazione insospettata, con l’espansione del movimento cooperativo, con istituti come l’azionariato operaio, ma soprattutto con i limiti che il socialismo occidentale ha sentito di doversi porre, per restare sul terreno della libertà, in materia di collettivismo e di modalità delle riforme: che è quanto dire di inquadramento del socialismo nella democrazia secondo uno schema tipicamente mazziniano.
    “Nato più ad ispirare che a cospirare”, ebbe a dire del Mazzini politico il Tommaseo; e “nato più ad ispirare che ad ordinare” potremmo ripetere noi del Mazzini teorico di democrazia e di giustizia sociale. Il corso delle cose ha reso anche in ciò buon giudice il De Sanctis: “Quando si farà qualche passo nella via dell’uguaglianza e della libertà, qualche progresso nella via dell’emancipazione religiosa, qualche cammino nella via dell’educazione nazionale, certo voi, nella vostra giustizia, guarderete lì in fondo, e vedrete l’uomo che aveva levato quella bandiera, lo ricorderete con rispetto, e direte: ‘Ecco il precursore!’. Questo è il vero carattere, questa è la vera importanza e la vera gloria di Mazzini”.

    Giuseppe Galasso
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