Israele minaccia Damasco



La settimana scorsa il quotidiano kuwaitiano Al Rai ha pubblicato un reportage nel quale viene annunciata un’imminente operazione aerea israeliana in Siria: oltre ai depositi di armi utilizzati da Hezbollah, nel mirino dello Stato ebraico ci sarebbero le fabbriche di razzi a media e lunga gittata che minacciano gran parte d’Israele. La fonte del report, che Al Rai indica come vicina agli ambienti occidentali, precisa che negli ultimi mesi l’aviazione israeliana avrebbe effettuato un alto numero di missioni intelligence sia in Siria che nel Libano meridionale e Tzahal avrebbe già rinforzato la sua presenza nel Golan e nell’area del monte Dov, pochi chilometri a sud delle fattorie di Sheba’a, la zona agricola che il Libano rivendica come sua e che Israele considera come parte dei territori siriani conquistati durante la Guerra dei sei giorni.
Il rischio di un attacco e la paura che gli israeliani possano ripetere una nuova Operazione Frutteto hanno indotto Damasco ad innalzare l’allerta al massimo livello: il 6 settembre 2007, le Forze Aeree Israeliane (IAF) penetrarono nella regione di Deir ez-Zor e, dopo aver accecato tutti i sistemi siriani di difesa aerea, distrussero un presunto sito nucleare costruito nei pressi del fiume Eufrate.
Con la sua recente visita in Libano, il presidente siriano Bashar Assad ha di fatto ristabilito l’influenza di Damasco su Beirut. Il governo di Saad Hariri sembra ormai in balia della linea politica assunta dall’alleanza tra il Movimento sciita di liberazione guidato da Seyyed Hassan Nasralla e la Siria. E’ degli scorsi giorni la notizia secondo cui lo Stato Maggiore siriano ed Hezbollah avrebbero deciso di dare vita ad una cooperazione militare che prevede la creazione di un comando unificato, al quale verrebbe demandata la gestione strategico-operativa del campo di battaglia e di una struttura d’intelligence congiunta attraverso la quale dovrebbero essere trattate e scambiate le informazioni relative alle forze aeree e ai bersagli strategici israeliani.
La Siria, dal canto suo, sta cercando di trarre vantaggio dalla chiusura ai velivoli militari israeliani dello spazio aereo turco e, in caso di attacco, potrebbe cercare di infliggere pesanti danni alla flotta aeromobile israeliana, fornendo ad Hezbollah tutte le informazioni necessarie a colpire gli aeroporti militari e civili d’Israele.
Nel vicino Medio Oriente il fronte anti-israeliano sta certamente vivendo una nuovo primavera: a fine agosto, dopo la sospensione americana del pacchetto di aiuti militari destinato per il 2009 al governo di Beirut - 100 milioni di dollari che si sarebbero dovuti aggiungere ai 720 milioni forniti al Paese dei cedri tra il 2006 e il 2008 - il moderato presidente del Libano, Michel Suleiman, ha preso una decisione destinata a cambiare in modo determinante gli equilibri politici e militari dell’intera regione. Suleiman ha accolto l’appello del segretario generale di Hezbollah, Seyyed Hassan Nasralla, e ha chiesto ufficialmente alla Repubblica Islamica di equipaggiare con armi moderne le Forze Armate Libanesi (LAF).
Ma che l’asse Tehera-Damasco-Beirut fosse destinato ad un ulteriore rafforzamento lo si era già capito all’indomani dell’incidente di frontiera che, lo scorso 3 agosto, ha visto coinvolti l’esercito israeliano e i militari della LAF. A poche ore dal sanguinoso scontro armato avvenuto tra le località di Adaysse e Kfar Kila, il presidente Assad e il ministro degli Esteri iraniano, Manoucher Mottaki, si erano incontrati nel porto siriano di Latakia per discutere la situazione mediorientale e concordare una linea condotta comune. Negli stessi giorni, analoghi colloqui erano intercorsi tra l’inviato di Teheran e la sua controparte libanese, Ali al-Shami, deputato eletto nelle liste di Amal, il movimento sciita alleato di Hezbollah che partecipa al governo di unità nazionale guidato da Saad Hariri.
Mentre gli Stati Uniti stanno cercando di lanciare un negoziato di pace tra Israele, Siria e Libano, a Tel Aviv c’è chi vuole indebolire gli avversari chiudendo la principale linea di rifornimento che alimenta gli arsenali di Damasco e Teheran. Benjamin Netanyahu ha già chiesto alla Russia di bloccare la vendita di armi alla Siria e, il prossimo 5 settembre, il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, si recherà a Mosca per incontrare l’omologo russo Anatoli Seryukov.
Durante il meeting dovrebbe essere discussa la fornitura russa alla Siria dei missili supersonici P-800 Yakhont, che Israele considera pericolosi per le sue navi militari nel Mar Mediterraneo, ma si parlerà anche dei sistemi di difesa aerea S-300 che Damasco e Teheran stanno cercando di acquisire dalla Almaz-Antey e del sostegno russo alle sanzioni stabilite dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro il programma nucleare iraniano.
Sono molti i segnali che in queste ultime settimane evidenziano come Israele si stia preparando ad effettuare un’azione di forza: attaccare l’Iran o la Siria o reagire a qualsiasi provocazione libanese, le opzioni riguardano solo il come. Analizzando le opinioni di alcuni personaggi della politica israeliana presente e passata, Jeffrey Goldberg, giornalista americano del The Atlantic, afferma che ci sono più del 50% di probabilità che lo Stato ebraico lanci un raid entro il prossimo luglio.
Una possibilità confermata dalle crescenti quantità di materiale militare approvvigionato nelle ultime settimane - tra cui i 284 milioni di galloni di JP-8 (carburante aeronautico) e i 160 milioni di galloni di gasolio e benzina per auto-trazione arrivati direttamente dagli Stati Uniti - e dalla nomina a nuovo Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane di un personaggio inquieto quale è il Generale Yoav Galant. Ex comandante dell’unità di elite Flottiglia 13, che nella sua brillante carriera ha registrato ben poche esitazioni e che i palestinesi considerano come uno dei maggiori responsabili dei massacri ordinati durante l’Operazione Piombo Fuso.



Israele minaccia Damasco, Eugenio Roscini Vitali