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Discussione: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

  1. #1
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    Predefinito Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    https://www.corriere.it/opinioni/19_...c9cbcb3c.shtml


    La fiducia nasce dal basso

    Riferendoci agli italiani parliamo spesso di rancore,di risentimento, di cattiveria;
    ma lasciamo spesso da parte uno stato d’animo anche più pericoloso degli altri
    E invece nella psicologia collettiva la sfiducia circola in abbondanza
    di Giuseppe De Rita


    Per descrivere lo stato d’animo degli italiani parliamo spesso di rancore, di risentimento, di cattiveria al limite; ma ne lasciamo spesso da parte uno più pericoloso degli altri: la sfiducia. E invece nella psicologia collettiva circolano in abbondanza la sfiducia nella capacità di tutti (politica, governo, classe dirigente) di immaginare e perseguire un nuovo ciclo di sviluppo; la sfiducia nella solidità dei conti pubblici (per la prima volta lo scorso mese, dopo decenni, gli italiani non hanno comprato titoli di Stato); la sfiducia nelle imprese e nelle banche (si fanno pochi investimenti e si è talvolta tentati di ritirare i soldi dal conto corrente); la sfiducia per una dinamica economica sentita come sempre incerta, con la conseguente propensione a privilegiare il risparmio e a concentrarlo in contanti. Non c’è bisogno di commissionare sondaggi per avere consapevolezza del clima di quasi inerte sfiducia che grava sul Paese. Con crescente frequenza sentiamo allora dire che se non usciamo da tale clima non avremo per lungo tempo sviluppo economico, mobilità sociale, coesione civile, perché è la sfiducia, più del rancore, che ottunde l’intelletto e depotenzia ogni spirito di iniziativa. Si moltiplicano così gli appelli a far rivivere speranze e fiducia nel cervello e nel cuore degli italiani; ma, cedendo al vizio retorico che ci è proprio, finiamo per essere tutti dei pensosi predicatori del dovere di essere proiettati in avanti. Il punto è sollecitare più etica delle responsabilità, più tensione al futuro, più confidenza nell’arricchimento dei rapporti umani, più alto spirito civico, magari più speranza esistenziale.
    Ma la fiducia (specie se collettiva) non fiorisce per nobili esortazioni dall’alto: la fiducia è un sentimento al tempo stesso intimo e complesso, tanto che Enzo Bianchi sostiene che essa è strettamente legata alla parola «fede» (sia religiosa che nunziale); e quindi non può, come sentimento intimo e complesso, venire dall’alto. Deve e può nascere dal basso, come è avvenuto del resto in Italia, dove i periodi di maggiore fiducia collettiva sono stati quelli in cui milioni di persone hanno vissuto «terra-terra» la speranza di «star meglio»: gli anni della ricostruzione postbellica, del miracolo italiano, della prima opulenza consumistica, della moltiplicazione delle imprese, dell’orgoglio del primo «made in Italy», dello sfondamento internazionale delle filiere del lusso e dell’enogastronomia. Ed erano periodi in cui nessuno ci predicava fiducia dall’alto, essa operava piuttosto nella quotidianità dei comportamenti quotidiani, sempre attenti a valorizzare la propria storia e la propria memoria collettiva.

    Il peso della memoria nel creare fiducia è stato da noi italiani sempre sottovalutato, forse perché siamo prigionieri del pregiudizio sessantottino che la memoria ci uccide, ci ancora al passato e riduce la nostra capacità di guardare al futuro. Ma forse è tempo di ritrovare e rivalutare le nostre memorie, il passato che continua ad operare in noi. Sfiducia e disprezzo del passato (fino quasi alla coazione a «punirlo») non sono opzioni rivoluzionarie, ma regressive. Solo chi sa lavorare sugli assi lunghi della memoria ha l’occasione e le carte giuste per far fiduciosi passi in avanti.
    Vorrei in proposito fare tre citazioni personalizzate. La prima riguarda un amico imprenditore valdostano che ha celebrato in questi mesi il bicentenario della sua azienda: mi ha detto che è impossibile per chiunque di noi andare così indietro nel tempo e capire una storia così lontana (senza neppure una fotografia dell’oscuro fabbro fondatore); ma lui ha voluto ripercorrerla anche nei minimi particolari. Ed alla fine, se ha una buona fetta del mercato mondiale di piccozze e ramponi, e se ha avuto l’anno scorso il prestigioso riconoscimento del Compasso d’oro, sa (e lo dice) che la sua fiducia di imprenditore nasce dalla storia.
    La seconda citazione non è bicentenaria, ma centenaria. Per motivi tutti personali ho avuto modo di riascoltare molte canzoni napoletane e mi ha sorpreso quanto siano dolorosamente legate alla nostalgia e alla dimensione identitaria dei nostri emigrati in America. Una mi ha particolarmente colpito («Lacreme napulitane», del 1925), che parte dalla struggente nostalgia delle tradizionali feste natalizie e finisce con una drammatica ultima frase («io resto a fatica’ pe tutte quante, io so’ carne ’e maciello, so’ emigrante»). Son passati decenni e i nipoti e pronipoti di quella generazione dolente oggi magari sono immemori e baldanzosi ultras di curve calcistiche; ma mi ha fatto piacere constatare che molti esponenti delle classi dirigenti meridionali abbiano sentito (e fatto sentire) che alla nostra generazione non è dato di considerare con paura e disprezzo la «carne di macello» che arriva in Italia, ricalcando le ciniche propensioni che molti americani ebbero verso i milioni di emigranti che arrivavano da loro a cavallo del ’900.
    E la terza citazione, stavolta molto ravvicinata nel tempo, quasi attuale, viene da un volumetto arrivatomi per le feste natalizie dalla Fondazione per il Sud. Si intitola «Vico esclamativo» ed è la raccolta di venticinque storie di ragazzi napoletani del famigerato Rione Sanità, tutti passati (alcuni drammaticamente) fra malavita e carcere, e poi tornati a vivere e lavorare con dignità nella cooperativa-fondazione che gestisce ad ottimo livello le catacombe di San Gennaro a Capodimonte (andare a vedere per credere). Basterebbe leggere la prima storia, di Salvatore, per capire che quei ragazzi hanno fatto della loro storia la molla per avere fiducia in se stessi, nel proprio rione, nella vita. Una fiducia nata dal basso, da un livello che più basso non si può. Come basso era il livello del fabbro valdostano di duecento anni fa; e come era basso il livello dei nostri emigranti. È dal basso che nasce la fiducia, non dimentichiamolo, specialmente noi, me compreso, che amiamo predicarla dall’alto.

    15 gennaio 2019 (modifica il 15 gennaio 2019 | 215)
    I partiti populisti, diversi dai partiti popolari, alimentano e sfruttano rabbia e paure della gente senza riuscire a dare soluzioni.

    Anzi peggiorando in breve tempo la situazione.

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  2. #2
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    Beh, finché ci saranno in giro dei gufastri come voi e come i giornalai in S.P.E. che istruiscono la Plebe al disfattismo e al pessimismo, è normale che ci sia sfiducia in giro.

    Gente come voi meriterebbe non uno ma TRE governi Monti, non uno ma DIECI Juncker alla guida della Commissione euro-perettara.

    A proposito... Non abbiamo ancora capito se le dichiarazioni di ieri del sig. Juncker le abbia fatte prima o dopo le libagioni di cui si vocifera in giro.



    Kobra (Democritico)
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    Quando lo Stato non fa l'interesse del Cittadino,
    è il Cittadino che diventa Stato.

  3. #3
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    Citazione Originariamente Scritto da Kobra Visualizza Messaggio
    Beh, finché ci saranno in giro dei gufastri come voi e come i giornalai in S.P.E. che istruiscono la Plebe al disfattismo e al pessimismo, è normale che ci sia sfiducia in giro.

    Gente come voi meriterebbe non uno ma TRE governi Monti, non uno ma DIECI Juncker alla guida della Commissione euro-perettara.

    A proposito... Non abbiamo ancora capito se le dichiarazioni di ieri del sig. Juncker le abbia fatte prima o dopo le libagioni di cui si vocifera in giro.

    Kobra (Democritico)
    Sei come il toro che dice cornuto all'asino.


    Comunque la fiducia la devi anche creare. Dire che gli spread te li mangi a colazione e te ne freghi non è di certo un buon viatico.
    I partiti populisti, diversi dai partiti popolari, alimentano e sfruttano rabbia e paure della gente senza riuscire a dare soluzioni.

    Anzi peggiorando in breve tempo la situazione.

  4. #4
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    Citazione Originariamente Scritto da Dav. c. G. Visualizza Messaggio
    Sei come il toro che dice cornuto all'asino.
    Beh, se voi siete l'asino ricordate che noi abbiamo le corna.



    Kobra (Democritico)
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    Quando lo Stato non fa l'interesse del Cittadino,
    è il Cittadino che diventa Stato.

  5. #5
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    il semplice fatto che metà degli Italiani non vada più neppure a votare la dice lunga sul quanta fiducia venga data al sistema politico attuale
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  6. #6
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    Cari amici non solo fiducia ma soprattutto abbiate Fede nel Beneamato Partito Democratico oppure finirete nell'inferno sovranista o nel purgatorio populista.
    Siate bravi e costruiremo il paradiso liberista.
    Extra PD nulla Salus.
    Penitenziagite!
    Come dice il mio amico Dav: "La narrazione sul Pd di questi anni è opera di quelle 2 bande di falsari, cialtroni ed incapaci che stanno sfasciando il nostro paese. Ne stiamo avendo conferma ogni giorno che passa."

  7. #7
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    Citazione Originariamente Scritto da Kobra Visualizza Messaggio
    Beh, se voi siete l'asino ricordate che noi abbiamo le corna.
    Kobra (Democritico)
    .... resta da capire dove siano innestate ...
    Le plus grand soin d’un bon gouvernement devrait être d’habituer peu à peu les peuples à se passer de lui.

  8. #8
    Piddino Intransigente
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    Citazione Originariamente Scritto da elnick Visualizza Messaggio
    .... resta da capire dove siano innestate ...
    Ha le corna come il diavolo, ed è un demonio perché mette in dubbio la nostra Fede nel Beneamato Partito Democratico.
    È uno sgherro delle legioni demoniache che stanno dietro Salvini
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    Come dice il mio amico Dav: "La narrazione sul Pd di questi anni è opera di quelle 2 bande di falsari, cialtroni ed incapaci che stanno sfasciando il nostro paese. Ne stiamo avendo conferma ogni giorno che passa."

  9. #9
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    Citazione Originariamente Scritto da Dav. c. G. Visualizza Messaggio
    Comunque la fiducia la devi anche creare. Dire che gli spread te li mangi a colazione e te ne freghi non è di certo un buon viatico.

    ci vuole baldanza, la sfiducia si nutre di guferie piddine e pulsioni decerebratamente europeiste
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  10. #10
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    Predefinito Re: Lo stato d'animo più pericoloso per il futuro del paese: la sfiducia

    Censis, italiani pessimisti e rancorosi: per 6 su 10 l'immigrazione è un male - Rai News


    Il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari (contro una media Ue del 52%) e il 45% anche da quelli comunitari (rispetto al 29% medio). I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% di chi ha più di 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori. E' la fotografia scattata dal Censis nel suo Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese. Il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 63% che rappresentano un peso per il nostro sistema di welfare e solo il 37% sottolinea il loro impatto favorevole sull’economia. Per il 75% l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità. Cosa attendersi per il futuro? Il 59,3% degli italiani è convinto che tra dieci anni nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse "Le radici sociali di un sovranismo psichico: dopo il rancore, la cattiveria. La delusione per lo sfiorire della ripresa e per l’atteso cambiamento miracoloso ha incattivito gli italiani. Ecco perché si sono mostrati pronti ad alzare l’asticella. Si sono resi disponibili a compiere un salto rischioso e dall’esito incerto, un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, se la scommessa era poi quella di spiccare il volo". E' la fotografia scattata dal Censis. E non importa se si rendeva necessario forzare gli schemi politico-istituzionali e spezzare la continuità nella gestione delle finanze pubbliche. È stata quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite, purché l’altrove vincesse sull’attuale. È una reazione pre-politica con profonde radici sociali, che alimentano una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Nel 2017 il 12,4% degli occupati nella classe d'età 20-29 anni era a rischio povertà. Si tratta di circa 330.000 persone, in crescita rispetto al 2016 di circa 10.000 unità. L'incidenza del rischio risulta più accentuata tra gli occupati che svolgono un lavoro in forma autonoma o indipendente (18,1%), rispetto a chi lavora alle dipendenze (11,2%). Il rischio di povertà tra le persone con meno di 14 anni aumenta di quasi 5 punti percentuali, passando dal 20,4% al 25,1%. Fra i 15 e i 24 anni si osserva una incidenza ancora maggiore, con un incremento in termini percentuali di quasi 6 punti: un giovane su quattro è a rischio poverta', condizione questa che si riduce fra gli individui nella classe d'età 25-34 anni (poco sopra il 20%) e soprattutto tra gli anziani con almeno 65 anni (17,1%). E' quanto emerge dai dati del 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese. Sono 163.000 nella classe d'eta' 25-34 anni i sottoccupati (il 4% degli occupati), pari al 23,5% dei sottoccupati complessivi. E gli occupati in part time involontario sono 16 su 100 giovani occupati di 25-34 anni, ovvero 675.000 persone (il 24,3% di tutti gli occupati con part time
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