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Discussione: Anglica catholica

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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Alice Thomas Ellis: Catholicism and Literature



    uca Fumagalli

    The novels of Alice Thomas Ellis (1932-2005), frequently compared by critics to those of Virginia Woolf, Evelyn Waugh and Muriel Spark, reveal behind a provocative and ironic firbankian style, which sometimes results in bitterness, grotesque and even in the horrid, a profound religious dimension.

    Typical of this attitude is The 27th Kingdom (1982), which describes the story of Valentine, a novice of Caribbean origins who comes to Chelsea to upset the life of Aunt Irene and of the small local Catholic community. Between angels and demons, between miracles and scoundrels of sorts, the tone of the book is deliberately modest, the characters appear naive, almost simple, the action is unreal, creating a permanent contrast between the charm of the Church of Rome and the Protestant misunderstandings. Here, exactly as in the debut novel The Sin Eater (1977), the author offers the reader a convincing allegory of Good and Evil, together with the accusation against the modern Church of having surrendered to the world.

    Ellis, whose real name was Ann Margaret Lindholm, was one of the leading writers of the so-called “traditionalist” wing of contemporary British Catholicism. In his works he never fails to criticize the reforms promoted by the Second Vatican Council – a theme to which he dedicated the volume Serpent on the Rock (1994) and part of the reflections contained in God Has Not Changed (2004) – and during an interview stated that since the Tridentine rite was abolished, she went to Mass with great difficulty on Sundays. On the columns of the “Catholic Herald” she also sided against feminism, even if strong and resolute women are often the protagonists of her books. Moreover, she was not afraid to criticize the Archbishop of Liverpool, according to her responsible for the drastic decline of practicing Catholics in his diocese. Long controversies followed that forced her to write exclusively for the cooking column of the weekly (cooking is another great passion of hers, to which she also dedicated a couple of books).

    Despite this, the writer did not lose heart. She was strong and her life had never been easy, at least since, at the age of nineteen, she had challenged her parents, faithful of the Church of Humanity founded by Comte, by converting to Catholicism and entering the convent as a postulant for a short period. In 1956 she married Colin Haycraft, owner of the Duckworth publishing house, and their marriage was blessed with seven children.

    Divided between home and literature, Ellis continued to write several essays and novels such as Unexplained Laughter (1985), later adapted for television, Fairy Tale (1996) and Hotel Lucifer (1999), assigning herself the role of critical conscience of a Catholicism in disarray.

  2. #172
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Henry Edward Manning: la storia dimenticata del grande cardinale inglese amico di San Pio X



    di Luca Fumagalli

    Sperando di fare cosa gradita ai nostri lettori, abbiamo riunito in un unico articolo le quattro parti della biografia di Manning già pubblicate tra aprile e maggio sulle pagine di Radio Spada con il titolo comune “Henry Edward Manning: le opere e i giorni di un grande cardinale vittoriano”. Il testo è stato naturalmente corretto e reso più armonico per l’occasione.

    Prima di iniziare, per approfondire la figura di Manning e quella di molti altri intellettuali del cattolicesimo britannico, si segnala l’uscita del saggio “Dio strabenedica gli inglesi. Note per una storia della letteratura cattolica britannica tra XIX e XX secolo”. Link all’acquisto.

    «Manning mi sembrava (e ancora mi sembra) di gran lunga l’inglese migliore del suo tempo»

    (H. Belloc, Cruise of the Nona, 1925)

    La “leggenda nera”

    Che i cattolici britannici ammirassero il carisma e le personalità di Henry Edward Manning lo dimostra la folla enorme che si riversò per le strade di Londra nel 1892 in occasione del suo funerale. Nonostante Manning fosse scomparso il 14 gennaio, lo stesso giorno del principe Alberto Vittorio, il dolore del popolo pareva tutto per il cardinale: decine di migliaia di persone, perlopiù irlandesi ma anche inglesi di ogni estrazione sociale e credo religioso, vollero portare l’estremo saluto alla sua salma, consapevoli di aver perso una delle più grandi personalità dell’epoca (persino Oscar Wilde, durante l’università, conservava nelle sue stanze una fotografia del porporato). Il fatto è ancora più sorprendente se si pensa che Manning, arcivescovo di Westminster e primate della Chiesa cattolica in Inghilterra, incarnava agli occhi dei protestanti la quintessenza di quel “papismo” e di quel “clericalismo” che tanto disprezzavano. Secondo Gladstone la sua morte fu un colpo molto più duro per i cattolici dell’Impero rispetto a quella di J. H. Newman, avvenuta solo un anno e mezzo prima. Se G. K. Chesterton ha lasciato una descrizione commossa di quando, da giovane, fu folgorato dalla visione di Manning, e il poeta Francis Thompson volle dedicargli un’ode funebre, Hilaire Belloc ne fu uno zelante figlio spirituale, e pure il controverso Baron Corvo nel suo Chronicles of the House of Borgia (1901) descrisse quella del cardinale come una «vita di santa abnegazione, di umiltà intensissima, di mortificazione ascetica, di lavoro incessante per il bene spirituale e temporale di tutti gli uomini, senza distinzione di Fede».

    Nessuno pareva quindi in grado di minacciare una reputazione così solida. Anche se non tutti erano disposti a considerare Manning un santo, intorno alla sua figura si concentrava l’affetto della maggior parte dei fedeli britannici. Peccato, però, che nel 1895 il giornalista Edmund Sheridan Purcell diede alle stampe una biografia in due volumi, Life of Cardinal Manning, in cui il cardinale era ritratto come un ecclesiastico consumato dall’ambizione, privo di scrupoli, disposto a tutto per ottenere ciò che voleva. Purcell non aveva una grande simpatia per Manning e si sentiva più affine a Newman, tanto che all’«illustre oratoriano» assegnò il ruolo di vero eroe del cattolicesimo inglese, costantemente impegnato a mandare in fumo i loschi piani dell’arcivescovo di Westminster. Malgrado Life of Cardinal Manning fosse un lavoro raffazzonato, pieno di trascrizioni erronee e strutturalmente debole, risultava una lettura estremamente godibile e in poco tempo divenne un best seller (con malcelata soddisfazione di quell’establishment contro la cui ipocrisia e indifferenza Manning si era più volte scagliato).

    A rincarare la dose ci pensò nel 1918 Lytton Strachey che nel suo Eminent Victorians incluse una breve vita di Manning, frutto di un taglia e cuci delle parti più interessanti del lavoro di Purcell, il tutto insaporito con l’acidità demitizzante e antireligiosa tipica del Bloomsbury Group. Tra indiscrezioni e supposizioni più o meno fantasiose, anche il libro di Strachey fu un successo, contribuendo a radicare definitivamente nell’immaginario collettivo lo stereotipo di un Manning quale ecclesiastico carrierista, spregiudicato e autoritario. Un simile individuo è protagonista pure del romanzo di Robert Player Let’s Talk of Graves, of Worms, and Epitaphs, del 1975, maliziosamente dedicato proprio alla memoria del cardinale inglese. Pure Arnold Lunn, prima di convertirsi al cattolicesimo, pubblicò nel 1924 un libro, Roman Converts, in cui non si faceva alcuno scrupolo a reiterare la “leggenda nera” su Manning.


    D’altronde la reazione da parte cattolica fu inizialmente timida e poco incisiva: al pari di Purcell quasi tutti gli intellettuali inglesi legati a Roma avevano scarsa simpatia per le posizioni intransigenti di Manning, preferendo piuttosto la moderazione di un Newman. Ecco perché oltre a Cardinal Manning: His Life and Labours (1921) di Shane Leslie e Cardinal Manning: A Biography (1985) di Robert Gray non sono molti i libri scritti allo scopo di ristabilire la verità a proposito della vita e delle opere di un cardinale che seguita purtroppo a essere vittima di un giudizio scandalosamente distorto.

    La formazione

    Nato il 15 luglio 1808 a Copped Hall, una splendida magione di Totteridge, oggi nella cintura periferica di Londra, Henry Edward Manning era l’ultimo di otto figli. Il padre, William Manning, non solo era a capo di una fortunata impresa commerciale, ma sedeva anche tra i banchi del parlamento nel ruolo di deputato conservatore. Poco dopo la venuta al mondo dell’ultimogenito, frutto del secondo matrimonio con Mary Hunter, la sua carriera politica raggiunse l’apice quando, per un paio d’anni, tra il 1812 e il 1813, ricoprì il prestigioso incarico di governatore della Banca d’Inghilterra. Dal punto di vista religioso i Manning erano evangelici e William era uno degli uomini più in vista di quella upper class che spendeva denaro ed energie per sostenere la causa della cosiddetta “Low Church”.

    Nel 1815 la famiglia si trasferì a Sundridge, nel Kent, e nel 1822 il giovane Henry venne iscritto ad Harrow, una delle scuole più prestigiose del Paese. Di indole schiva e solitaria, non ottenne risultati rimarchevoli, ma i suoi voti furono comunque abbastanza buoni per valergli, nel 1827, l’ammissione al Balliol College di Oxford.

    Henry, poco incline all’ascetismo, alternava volentieri lo studio al divertimento e allo sport, trascorrendo ore in sella al cavallo, giocando a cricket o prendendo a pugni il sacco con i guantoni da boxe. Nonostante fosse un tipo solare, apprezzato sia dai compagni che dalle donne – pare venisse considerato uno degli studenti più belli di Oxford – l’unica vera amicizia che il ragazzo strinse negli anni dell’università fu quella con il futuro primo ministro William Gladstone, destinata, pur tra alti e bassi, a durare per tutta la vita.


    Nel 1829, in virtù delle sue apprezzatissime qualità oratorie, Henry venne eletto presidente della Union Debating Society. Rifiutò la nomina, preferendo prepararsi al meglio per gli esami finali, che affrontò ottenendo il massimo dei voti. In quanto figlio minore di un noto esponente del laicato anglicano, il giovane Manning sapeva di essere quasi di certo destinato a una carriera in ambito ecclesiastico, eppure, almeno per qualche tempo, fu seriamente tentato dalla politica. Nel 1831, però, la bancarotta del padre troncò sul nascere ogni sua velleità: «Chissà», scrive Robert Gray, «come sarebbe stata diversa l’Età Vittoriana se Gladstone avesse perseverato nella sua iniziale ambizione di diventare sacerdote e Manning fosse stato eletto in parlamento».

    A questo punto, con l’azienda familiare in liquidazione, Henry fu lasciato libero di scegliere la propria strada. La famiglia vantava ancora importanti legami nella City e venne pure presa in considerazione l’ipotesi di una laurea in legge. Infine, dopo lunga e sofferta meditazione, il giovane si risolse definitivamente a prendere gli ordini anglicani; al suo tutore confidò che maturò la decisione mentre si trovava in una libreria, intento a sfogliare una raccolta dei sermoni di John Wesley.

    Arcidiacono

    Al Merton College Manning ricevette un’educazione teologica confusa ed eterogenea, costretto a leggere «chilometri di autori anglicani» che mostravano più che altro l’incertezza dottrinale che regnava nella Chiesa d’Inghilterra. A questo periodo, data la vicinanza tra il Merton e l’Oriel, risale anche l’inizio dell’amicizia con John Henry Newman.

    Nel gennaio del 1833, dopo l’ordinazione al diaconato, Manning venne mandato ad Upwalden, in Sussex, ad assistere John Sargent, già rettore di Lavington e Graffham. In primavera si fidanzò con la figlia di quest’ultimo, Caroline, e quando il reverendo morì improvvisamente a maggio, la vedova fece di tutto affinché Henry potesse ereditarne l’incarico: fu così che il 9 giugno venne ordinato dal vescovo Maltby di Chichester, divenendo nuovo rettore di Lavington. Una manciata di mesi più tardi, precisamente il 7 novembre, poté infine sposare la ragazza che amava.


    l loro felice matrimonio durò fino alla prematura scomparsa di Caroline, nel 1837, causata della tubercolosi. Manning, che da allora mantenne sempre il più stretto riserbo sulla moglie e sul periodo trascorso insieme a lei, volle dedicarle una vetrata della cattedrale di Chichester. Fortunatamente non ha più alcun seguito l’illazione di Strachey secondo il quale il futuro cardinale col tempo arrivò a salutare la morte della moglie come una provvidenziale liberazione da un fardello che gli avrebbe impedito l’accesso al sacerdozio cattolico.

    Il lavoro a Lavington mostrò immediatamente a Manning i limiti dell’impostazione evangelica, che dava eccessivo risalto all’individuo e alla sue emozioni. Questo fatto, in aggiunta alla pubblicazione del primo Tracts for the Times e alla nascita del Movimento di Oxford, lo spinse poco alla volta verso l’anglo-cattolicesimo di Newman e sodali. Manning condivideva il fervore con cui l’amico rivendicava per l’anglicanesimo un’autentica successione apostolica e il suo disprezzo per quelle idee liberali che si stavano diffondendo a macchia d’olio, permeando di relativismo e di caos morale la stessa Chiesa d’Inghilterra. Essendo lontano da Oxford, il rettore di Lavington non fu mai una figura centrale del Movimento, limitandosi a sbrigare dei lavori di traduzione per Newman; ciononostante, oltre ad approfondire il pensiero cristiano dei primi secoli e a riscoprire l’importanza della tradizione per una corretta interpretazione delle Sacre Scritture, fece di tutto per diffondere le idee anglo-cattoliche nella sua parrocchia e in quelle vicine.

    Ricordato per la profonda spiritualità e le sue meravigliose prediche, Manning ristabilì a Lavington la celebrazione liturgica quotidiana, visitava di frequente le case dei parrocchiani e non era raro vederlo passeggiare per il paese vestito in abito talare, a sottolineare la dignità del sacerdote. Inoltre si impegnò parecchio anche in campo educativo, ribadendo più volte, pubblicamente, che solamente alla Chiesa anglicana spettava il diritto di gestire il sistema scolastico del Paese (secondo lui un’educazione senza religione era una contraddizione in termini).

    Nel 1938 compì il primo dei suoi numerosi viaggi a Roma. Ebbe occasione di incontrare Nicholas Patrick Wiseman, allora rettore del Collegio Inglese, ma non fu particolarmente colpito né dalla città né dai fasti del cattolicesimo. Se ne tornò a casa solamente col desiderio di contribuire al Colonial Bishoprics Fund per creare nuove diocesi anglicane nel resto del mondo.




    Due anni più tardi Manning venne nominato arcidiacono di Chichester per aiutare il vescovo Shuttleworth nella gestione del clero diocesano e per supervisionare lo stato degli edifici ecclesiastici. Da allora prese l’abitudine di pubblicare annualmente una lettera aperta, denominata “Charge”, in cui metteva nero su bianco le sue riflessioni sullo stato della Chiesa inglese. I testi, brillanti e ben curati, iniziarono a circolare rapidamente facendogli guadagnare un numero crescente di estimatori in tutto il Paese.

    Dal punto di vista teologico Manning fu debitore di Newman e del Movimento di Oxford, ma da nessuno, se non dal suo cuore, imparò la compassione per gli ultimi e gli emarginati: «La sua lotta contro il mondo», nota ancora Gray, «non fu condotta, come quella di Newman, a una distanza confortevole dalle sofferenze che il mondo stesso causava». Spirito troppo pratico ed empatico per ignorare il problema della povertà dilagante – lo ricorda anche Evelyn Waugh nella sua biografia di mons. Ronald Knox – il nuovo arcidiacono diede il via a varie opere di carità, facendo della questione sociale uno dei suoi campi di battaglia prediletti.

    Non per questo ignorava le polemiche teologiche che all’epoca stavano attraversando il mondo anglicano sul problema del rapporto tra stato e Chiesa nazionale, le medesime polemiche che avrebbero portato, nel 1843, alla pubblicazione dell’ultimo Tract di Newman e all’allontanamento di quest’ultimo da Oxford. Sebbene non ne condividesse le scelte, Manning andò spesso a visitarlo nel suo ritiro a Littlemore, convinto che le divergenze d’opinione non dovessero mai ostacolare una sincera amicizia.

    Conformemente al suo spirito pugnace, l’arcidiacono entrò comunque a gamba tesa nel dibattito con un grosso tomo dedicato a Gladstone, dal titolo The Unity of the Church (1842) . Il libro, un prodotto decisamente mediocre, rifletteva la confusione dottrinale dell’autore: se gli argomenti erano tutti contro l’anglicanesimo e, anzi, sembravano dare ragione alla Chiesa cattolica, le conclusioni erano invece misteriosamente a suo favore.

    Una polemica mancata

    Manning era in cerca di certezze dottrinali e, allo stesso tempo, iniziava ad accorgersi di come la Chiesa d’Inghilterra fosse impotente, ormai ridotta a mero strumento politico nella mani del governo. Per il momento, comunque, si rifiutava di accettare la conclusione di Newman secondo cui la lotta per dimostrare la cattolicità dell’anglicanesimo fosse una causa persa. Come confidò per lettera al suo nuovo mentore, il reverendo Robert Wilberforce – che sarebbe morto nel 1857 da cattolico, poco prima dell’ordinazione sacerdotale – «Mi pare che la nostra teologia sia nel caos, non abbiamo principi, nessuna forma, nessun ordine, o struttura, o scienza. Mi sembra inevitabile che ci debba essere una tradizione evangelica intellettualmente vera ed esatta, e che la teologia scolastica costituisca (più o meno) una simile tradizione. Noi l’abbiamo rigettata e non l’abbiamo sostituita con niente».



    Qualcosa iniziò a mutare nel suo atteggiamento quando, poco dopo l’ingresso ufficiale nella Chiesa di Roma, nel 1845, Newman pubblicò An Essay on the Development of Christian Doctrine. L’obiettivo principale dell’autore era quello di dimostrare che il cattolicesimo era dalla parte della ragione nel predicare dottrine apparentemente senza alcun legame con le pratiche della Chiesa primitiva, e nel fare ciò colse pure l’occasione per attaccare apertamente la teologia anglicana.

    Per Gladstone era assolutamente necessaria una risposta e non ci pensò due volte a contattare Manning che sapeva essere, nel mondo anglo-cattolico, lo spirito più pugnace. L’arcidiacono si mise subito al lavoro, ma i dubbi e le esitazioni lo fecero vacillare al punto che il manoscritto non vide mai la luce. Sebbene considerasse An Essay un lavoro di puro genio, la sua indole, istintivamente attratta dai principi immutabili, gli fece intuire prima di altri che Newman si stava avventurando su un terreno scivoloso («La sua mente è sottile fino all’eccesso»). Più che dalla teoria dell’evoluzione dei dogmi Manning fu dunque colpito dalle argomentazioni dell’amico che, tra storia e teologia, dimostrava chiaramente come la Chiesa di Roma fosse l’unica fondata sulla roccia della certezza dottrinale, garantita da un’autorità infallibile.

    L’arcidiacono, roso da dubbi crescenti che Gladstone si ostinava a non comprendere, nel 1847 finì per ammalarsi gravemente e fu costretto a trascorrere tre mesi a letto. Durante quel periodo la paura di morire, reale o immaginaria, andò a sommarsi alle usuali preoccupazioni sulla stato della propria anima. Fu perciò molto sollevato quando, una volta guarito, poté accostarsi al confessionale, molto probabilmente per la prima volta in vita sua. Per la convalescenza gli fu consigliato di passare del tempo in Italia, a Roma, dove arrivò a fine novembre, non prima di aver assistito con commossa partecipazione a diverse celebrazioni liturgiche in Francia.

    Cambio di rotta

    A differenza di Newman, che mai apprezzò Roma e i romani, Manning imparò ad amare la Città Eterna nonché a parlare fluentemente l’italiano.

    Giuntovi con la curiosità di essere aggiornato sulle ultime novità politiche, per un periodo frequentò Padre Gioacchino Ventura, discepolo di Lamennais, e quei cattolici liberali che gravitavano intorno al Circolo Romano, un’organizzazione di stampo radicale. Nonostante i lunghi colloqui con Ventura, che fu anche il primo a introdurlo alla questione irlandese, Manning era sempre più convinto dell’origine divina della Chiesa cattolica ed era solidale con il Papa che stava attraversando uno dei tanti periodi delicati di quello che si sarebbe rivelato un pontificato difficilissimo: «E’ impossibile non amare Pio IX. Il suo è il volto più inglese che abbia mai visto in Italia». In aprile, insieme ad altri turisti britannici venne presentato al Papa e il mese dopo gli fu concesso l’onore di un’udienza privata di circa mezz’ora. Per l’arcidiacono fu un momento particolarmente significativo poiché, parlando col Pontefice, si rese conto – e fu come un fulmine a ciel sereno – che la Chiesa anglicana, nel Continente, era poco conosciuta e stimata, trattata dai più alla stregua di una curiosa setta pagana.



    Sulla via del ritorno a casa l’arcidiacono si fermò a Milano per visitare la tomba di San Carlo Borromeo: «Durante la preghiera volevo conferme che San Carlo, incarnazione del Concilio di Trento, avesse ragione e noi torto. Il diacono stava cantando il Vangelo, e le ultime parole, et erit unum ovile et unus pastor, mi colpirono come se non le avessi mai sentite prima».

    Nel frattempo le prove a sfavore della Chiesa d’Inghilterra andavano accumulandosi, e nel 1850, con lo scoppio di quello che giornalisticamente venne chiamato “caso Gorham”, Manning capì che per lui era venuto il momento di un cambio di rotta esistenziale.

    Vicario di Brampford Speke, il reverendo George Cornelius Gorham era stato destituito dal suo ordinario, il Vescovo di Exter, Henry Phillpotts, per aver negato la dottrina della rigenerazione battesimale. Gorham aveva fatto ricorso al Privy Council che finì per dettare sentenza a suo favore, annullando conseguentemente il provvedimento vescovile. Lo scandalo che ne venne fu notevole: non solo lo stato interveniva nell’ambito ecclesiastico – prassi del resto diffusa e che già vent’anni prima aveva causato la nascita del Movimento di Oxford – ma addirittura si arrogava il diritto di definire, seppur per via traversa, questioni di natura dottrinale.

    Si trattò di un abuso senza precedenti e ciò convinse l’arcidiacono a rassegnare le proprie dimissioni nel marzo del 1851. Dopo un lungo travaglio interiore, trovò la forza per mettere da parte ogni scrupolo residuo nei confronti dei famigliari e degli amici, venendo infine accolto nella Chiesa cattolica il 6 aprile da Padre Brownbill presso la cappella dei gesuiti di Farm Street. Fino ad allora nessuno così in alto nella gerarchia anglicana aveva mai imboccato la strada per Roma.

    Basterebbe solo questo fatto per smentire i tanti che hanno tentato di accusare Manning di essere un “carrierista” o un “populista”, cioè di appoggiare furbescamente una causa con l’obiettivo esclusivo di trarne un qualche vantaggio personale (l’ha fatto pure Disraeli nel suo romanzo Lothair, del 1870, dove Manning compare nei panni del machiavellico cardinale Grandison). Non solo lasciando l’anglicanesimo egli rinunciò a un incarico episcopale quasi certamente garantito, ma, come sottolinea Robert Gray, «era diventato devoto di Pio IX quando il Papa veniva accusato da tutte le parti di essere un traditore» e «si fece cattolico in Inghilterra quando gli inglesi erano imbevuti di pregiudizio protestante». Per di più la Chiesa cattolica britannica, la cui gerarchia era stata appena restaurata ufficialmente dal Papa con il breve Universalis Ecclesiae, era all’epoca una risibile minoranza costituita soprattutto da immigrati irlandesi. Inoltre il nuovo arcivescovo di Westminster, il cardinale Nicholas Patrick Wiseman, aveva un bel daffare a mantenere la concordia tra i vari vescovi, memori della mutua indipendenza dei vicari apostolici, e a tenere buoni i “vecchi cattolici”, ossia i discendenti di quelle famiglie che avevano resistito nell’antica Fede durante la Riforma e che ora guardavano con fastidio alle ingerenze di Roma nei loro affari. Infilandosi in un simile ginepraio, solo uno folle avrebbe potuto pensare di assicurarsi una facile carriera.

    L’ordinazione



    Wiseman, la cui politica era quella di guadagnare convertiti illustri dall’anglicanesimo, salutò con grande gioia l’ingresso di Manning nella Chiesa cattolica. Quando poi seppe che l’ex arcidiacono aveva intenzione di diventare sacerdote, fece quanto in suo potere per accelerarne l’ordinazione. Si levò qualche voce di protesta, ma Pio IX, che apprezzava Manning e che gli aveva inviato in regalo un cameo col profilo di Cristo, appoggiò il piano, cosicché questi venne ordinato senza ulteriori indugi il 14 giugno 1851.

    Manning fu quindi inviato a Roma per completare la sua formazione, dovendo giocoforza rinunciare alla proposta fattagli da Newman di diventare suo vice all’Università di Dublino, dove allora occupava l’incarico di rettore. Ovviamente non era molto contento alla prospettiva di tornare di nuovo a vestire i panni dello studente, tuttavia la scelta di Wiseman – intesta ad allargare gli orizzonti di quello che già presentiva avrebbe potuto essere un validissimo collaboratore – finì per segnare profondamente il nuovo convertito, consolidando in lui l’idea di Roma quale ultimo baluardo della Fede.

    Si mise in viaggio con il fratello Charles e il poeta Aubrey de Vere che lui stesso accolse nella Chiesa ad Avignone. De Vere fu solo il primo di molti uomini illustri che si fecero cattolici per merito di Manning. Quest’ultimo iniziò proprio in quel periodo ad appuntare su uno speciale quadernetto i loro nomi, e quando nel 1865 erano diventati 343, l’ex arcidiacono veniva ormai soprannominato “L’apostolo dei nobili”. In loro compagnia, in direzione dell’Italia, vi era anche un sacerdote, George Talbot, destinato a giocare un ruolo di primo piano nella futura carriera di Manning.

    Mons. Talbot, quinto figlio del Barone Talbot de Malahide, aveva otto anni meno di Manning ma godeva già di un discreto potere, svolgendo, nei fatti, il ruolo di agente di collegamento tra Pio IX e l’Inghilterra. Studente a Eton e a Oxford, aveva preso gli ordini anglicani prima di farsi cattolico e di essere ordinato sacerdote nel 1846. Wiseman lo aveva quindi mandato a Roma come suo rappresentate e Talbot, affabile quanto determinato, era diventato rapidamente ciambellano papale e intimo di Pio IX che lo chiamava «il mio buon Giorgio». Se l’amicizia tra lui e Manning maturò molto probabilmente più avanti, quel primo viaggio insieme fu comunque importante per mettere in contatto due uomini uniti da una grande ammirazione sia per l’arcivescovo di Westminster che per il Papa.


    Per intercessione di Pio IX, di cui divenne amico personale, Manning venne fatto studiare presso l’Accademia Ecclesiastica, un’istituzione blasonata che curava la preparazione dei sacerdoti che avrebbero occupato un qualche incarico di servizio per la Santa Sede. L’ex arcidiacono, che trascorreva lunghe ore nella biblioteca dell’istituto, alle lezioni preferiva intrattenersi a colloquio con i gesuiti Giovanni Perrone e Carlo Passaglia, due famosi docenti del Collegio Romano, reazionario il primo, liberale il secondo.

    Nel frattempo Wiseman premeva per un suo ritorno in patria: data la scarsa collaborazione degli ordini religiosi inglesi, aveva in animo di creare una fraternità sacerdotale, direttamente assoggettata a lui, con l’obiettivo di prendersi cura dei cattolici più poveri di Londra, in forte crescita a seguito della massiccia immigrazione irlandese. Manning gli sembrava l’uomo giusto per dare corpo al progetto, abile e dotato di senso pratico, un ottimo candidato pure per occupare il ruolo di vescovo ausiliario.

    Del resto lo scoppio della Guerra di Crimea, nel 1854, diede ampia prova del talento gestionale del nuovo convertito: grazie ai suoi contatti governativi e alla collaborazione del vescovo Grant di Southwark, Manning riuscì a garantire ampie libertà ai cappellani cattolici dell’esercito nonché a organizzare un gruppo di suore infermiere in appoggio agli sforzi di Florence Nightingale.

    Gli Oblati di San Carlo e il Capitolo di Westminster

    Nel 1856 Manning terminò gli studi. Pio IX cercò di tenerlo con sé a Roma offrendogli la posizione di ciambellano papale, ma l’ex arcidiacono preferì tornarsene a Londra per dare corpo al progetto della fraternità sacerdotale tanto caro a Wiseman. Fu così che l’anno successivo vennero fondati gli Oblati di San Carlo, con sede a Bayswater. Manning, che ne divenne il primo superiore, si ispirò all’omonima congregazione voluta nel XVI secolo, a Milano, da San Carlo Borromeo, modificandone di poco la regola per adattarla meglio alla situazione inglese (l’approvazione definitiva dalla Santa Sede giunse nel 1877).



    Questo è anche il periodo in cui la sua simpatia per Newman raggiunse lo zenit, tanto che l’amico volle omaggiarlo dedicandogli Sermons Preached on Various Occasions, un volume che tra l’altro contiene la famosa predica sulla “Seconda primavera” del cattolicesimo inglese.

    Una manciata d’anni prima, nel 1855, Wiseman aveva scelto per il ruolo di suo coadiutore George Errington, a cui venne concesso il diritto di successione alla sede di Westminster. Errington, che per un lustro era stato vescovo di Plymouth, rappresentava i “vecchi cattolici” e, più in generale, i “cisalpini”, ovvero coloro che mal sopportavano le intrusioni di Roma nella politica ecclesiastica inglese (Manning e i loro oppositori, fedeli a Roma e al Papa, erano invece soprannominati “ultramontani”). La sua famiglia poteva vantare diversi martiri ed era collaboratore di Wiseman sin dai tempi del Collegio Inglese; ciononostante, a dispetto della confidenza maturata negli anni, il cardinale si era dimostrato sin da subito poco propenso a delegare totalmente la propria autorità senza diritto di appello. Di conseguenza il loro rapporto si era deteriorato rapidamente e già dopo sei mesi Errington aveva scritto alla Santa Sede chiedendo di essere rimosso dall’incarico. Per evitare lo scandalo, si decise di assegnare provvisoriamente a Errington la guida della diocesi di Clifton, giusto il tempo per fare calmare un po’ le acque. Ciò portò all’allontanamento di quest’ultimo da Londra dal 1855 al 1857, proprio gli anni in cui l’astro di Manning stava iniziando a brillare.

    Fu comunque una sorpresa per molti quando il Papa, nel 1857, lo nominò prevosto del Capitolo di Westminster, un’assemblea in supporto al vescovo di cui facevano parte i sacerdoti più validi della diocesi. Manning stesso accolse la nomina con stupore, consapevole ora di trovarsi in una posizione delicatissima: in qualità di superiore degli oblati, infatti, stava portando avanti con entusiasmo le politiche “ultramontane” di Wiseman – e la cosa, inutile dirlo, non piaceva a tutti – mentre come prevosto si trovava ad avere a che fare con i “vecchi cattolici” più ostili al cardinale. A garantirlo nel suo nuovo ruolo, oltre a Pio IX, vi era comunque mons. Talbot, assiduo frequentatore dei palazzi romani anche per perorare la causa dell’amico inglese.

    Da parte sua Wiseman colse al volo l’occasione per convincere il Papa ad allontanare definitivamente Errington dall’incarico di suo coadiutore, togliendogli pure il diritto di successione alla sede di Westminster. La querelle si protrasse ancora per qualche tempo, fino a quando la Santa Sede si risolse ad accogliere la richiesta del cardinale. Ciò avvenne nel 1860, lo stesso anno in cui Manning venne insignito del titolo onorifico di Protonotaro apostolico.

    Avversari da ogni parte



    A partire dal 1861, con il Risorgimento in corso, Manning si ritrovò insieme al convertito William George Ward e a pochi altri a rivestire in Inghilterra il ruolo di infaticabile sostenitore del Pontefice. Nelle sue prediche e negli scritti difese sempre con vigore il potere temporale della Chiesa, animato da toni polemici che piacevano poco ai “cisalpini” alla Newman e che, come prevedibile, diedero il la al progressivo raffreddamento dei rapporti tra i due. Manning, poco tollerante con chi, nel momento della controversia, non gli mostrava il più leale sostegno, polemizzò pure con Gladstone, chiedendo all’amico ragione del perché il governo inglese si spendesse così tanto per l’unità italiana mentre sembrava del tutto insensibile alle rivendicazioni nazionaliste dell’Irlanda.

    Come se la situazione non fosse già abbastanza complicata, in senso alla gerarchia inglese seguitavano le solite polemiche sulle prerogative dei singoli vescovi e su quanto dovesse pesare, nelle scelte più importanti, l’autorità dell’arcivescovo di Westminster. A guidare la compagine di chi rivendicava una maggior autonomia vi era il vescovo di Birmingham, William Bernard Ullathorne, tra i pochi a possedere l’abilità sufficiente per poter seriamente minacciare la posizione di un Wiseman sempre più debole e stanco. Manning non fu abbastanza abile da evitare che il caso venisse sottoposto a Roma e, a peggiorare le cose, cominciò a circolare anche la voce che Errington – sostenuto dalla maggioranza dei vescovi – fosse intenzionato a reclamare i suoi vecchi diritti di successione.

    Prima della morte di Wiseman, nel febbraio del 1865, Manning ottenne almeno una piccola vittoria con la conferma del divieto per i cattolici di poter frequentare l’università di Oxford e con la rinuncia da parte di Newman ad aprire un college cattolico in quell’università: «Manning», scrive Gray, «fu sempre il primo a riconoscere l’importanza di un’educazione di livello per i cattolici, ma voleva che fosse impartita da un’università cattolica autonoma, non da un college cattolico in un’università protestante».

    Arcivescovo di Westminster

    Dopo la scomparsa di Wiseman, la questione di chi gli sarebbe succeduto in qualità di arcivescovo di Westminster rimase senza soluzione per dieci settimane. Manning, che non sperava nulla per sé e che temeva che quella “ultramontana” fosse una parentesi ormai conclusa, caldeggiava la nomina di Ullathorne. Nonostante le diverse opinioni, a suo dire il vescovo di Birmingham rimaneva l’unico in grado di guidare con mano ferma il piccolo gregge cattolico in una realtà che gli era ancora ostile. Da parte sua il Capitolo di Westminster propose a Roma tre nomi, ovvero quelli del vescovo Clifford di Clifton, del vescovo Grant di Southwark e di Errington, che nel frattempo aveva rifiutato la nomina ad arcivescovo di Port of Spain, sull’isola di Trindad. Dal momento che Clifford e Grant si chiamarono fuori quasi subito, Errington rimase l’unico in lizza; Pio IX, quando venne a conoscenza della cosa, andò su tutte le furie: «Questa è un offesa!».



    Se i “vecchi cattolici” inglesi e la gerarchia irlandese premevano per Errington, Propaganda Fide preferiva Ullathorne (anche se più tardi il cardinale Barnabò, intuendo le intenzioni del Papa, passò a sostenere Manning). Lord Palmerston, il primo ministro britannico, fece sapere che la scelta di Clifford o Grant sarebbe stata egualmente soddisfacente per il governo, e il cardinale Antonelli, Segretario di Stato del Papa, si risolse ad appoggiare la candidatura di Clifford.

    Fu quindi una sorpresa per tutti, Manning compreso, quando in primavera Pio IX espresse la decisione di fare di lui il nuovo arcivescovo di Westminster, persuaso sia dalle qualità pratiche che della solidità dottrinale dell’ex arcidiacono.

    Convinto che fosse vitale collaborare con gli altri vescovi ed evitare – quando possibile – inutili scontri, Manning volle dapprima dedicare tutte le energie al consolidamento della propria diocesi. Dopo la consacrazione episcopale, avvenuta l’8 giugno per mano di Ullathorne, approvò il progetto per la nuova cattedrale di Westminster, che sarebbe stata completata solo dopo la sua morte; favorì poi l’istituzione di un sistema di scuole primarie in grado di rispondere alle esigenze delle famiglie fedeli a Roma, e fece costruire anche orfanotrofi e riformatori, animato dal desiderio di strappare i fanciulli cattolici dalle grinfie della famigerate Workhouse protestanti.

    Su scala nazionale promosse invece vaste campagne a favore dell’astensionismo dall’alcol, una piaga che allora affliggeva la classe operaia, e prese a interessarsi sempre di più alla questione irlandese. Oltre a stabilire contatti con l’arcivescovo Cullen di Dublino, utilizzò in più di una occasione le sue conoscenze politiche per indirizzare il governo britannico verso la concessione di una maggiore autonomia all’isola.

    In realtà nei confronti dell’Irlanda il suo atteggiamento fu sempre piuttosto ambiguo: Manning aveva a cuore la tutela dei diritti del popolo irlandese – lo dimostra la Letter to Earl Gray (1868), il pamphlet più infuocato che scrisse – ma gli interessi della Chiesa e la stabilità dell’Impero britannico avevano comunque la priorità. Soprattutto temeva che in Irlanda il movimento nazionalista, al pari di quello italiano, potesse prendere una piega anticattolica, e nella sua testa “feniano” e “mazziniano” divennero presto sinonimi perfetti.



    L’arcivescovo era così coinvolto nella vita pubblica inglese che nel 1869 lo «Spectator» avanzò l’ipotesi di nominarlo pari del regno, un episodio che la dice lunga su come l’integrazione sociale dei cattolici stesse procedendo a grandi falcate.

    Sul fronte dottrinale non passò molto tempo prima che Manning si trovasse coinvolto in nuove polemiche. Se già nel 1864 aveva invitato con successo il Sant’Uffizio a condannare il gruppo ecumenico noto come Association for the Promotion of the Unity of Christendom (APUC), nell’autunno del 1865 un nuovo libro di Pusey offrì a Newman il pretesto per attaccare gli “ultramontani”. Ward aveva pronta una risposta al fulmicotone e fu solo grazie all’intervento di Manning se non venne mai pubblicata. L’arcivescovo invitava alla moderazione anche perché nel frattempo era impegnato in prima persona a ostacolare l’ennesimo tentativo degli oratoriani di aprire una loro sede a Oxford. Manning invocò l’intervento di Propaganda Fide che nel 1867 dettò sentenza a suo favore. Questo e altri episodi simili contribuirono a incrementare ulteriormente la distanza tra lui e Newman, attorno al quale cominciarono a coalizzarsi i suoi oppositori.

    Il Concilio Vaticano e l’azione sociale

    Nonostante non fosse ancora stato nominato arcivescovo, nell’aprile del 1865 Manning fu uno dei pochi prelati a ricevere da Pio IX una lettera confidenziale in cui il Pontefice annunciava l’intenzione di convocare un Concilio. Cinque anni dopo, nell’aula conciliare l’ex anglicano fu tra i più strenui sostenitori del dogma dell’infallibilità pontificia di contro al vescovo Dupanlup di Orleans e agli altri che, come lui, ritenevano un simile pronunciamento inopportuno. Secondo Dupanlup era troppo alto il rischio di inasprire i rapporti tra la Santa Sede e i governi europei, allontano ancora di più dalla Vera Chiesa anche i protestanti e gli scismatici orientali. Newman, così come la maggioranza dei fedeli inglesi, la pensava allo stesso modo; malgrado ciò l’arcivescovo di Westminster non si fece intimidire e, appena giunto a Roma, con lo zelo di un San Carlo fece in modo che gli schemi sull’infallibilità fossero dibattuti il prima possibile (dai più maliziosi venne ribattezzato “il diavolo del Concilio”). Il 25 maggio il suo lungo discorso di quasi due ore fu accolto dall’entusiasmo generale: Manning sottolineò come lui fosse l’unico convertito presente al Concilio e che la dottrina dell’infallibilità non avrebbe allontanato i protestanti dalla Chiesa, anzi, li avrebbe attratti come una luce in mezzo all’oscurità e al caos della modernità.

    Alla fine venne approvata una formula più restrittiva rispetto a quella auspicata dall’arcivescovo, ma questo non gli impedì di tornarsene a Londra da vincitore, seppure con qualche nemico in più. La sua amicizia con Gladstone, benché di lungo corso, non sopravvisse alle polemiche scatenate in Inghilterra dagli “anti-papisti”, mentre la Letter to the Duke of Norfolk di Newman, intesa a minimizzare l’entusiasmo “ultramontano” per il Concilio, non fece altro che gettare nuova benzina sul fuoco, restituendo all’opinione pubblica l’immagine di una Chiesa poco coesa al suo interno (altre contese sorsero con l’ex amico in occasione della sua elevazione al cardinalato, nel 1879, ma ormai tra lui e Manning non vi era più affetto né stima).

    I toni più estremi l’arcivescovo preferì riservarli per condannare il Risorgimento italiano. Nel 1870, a seguito della presa di Roma, ciò non lo trattenne comunque dal criticare la politica d’inerzia dei cosiddetti “miracolisti”, invitando la Santa Sede a trovare una qualche forma d’accordo con Vittorio Emanuele II.



    n Inghilterra si dedicò principalmente a scrivere sermoni e articoli in difesa del Papa e della Chiesa, provvedendo pure alla fondazione di nuovi seminari per garantire ai candidati al sacerdozio una preparazione adeguata, concorrenziale a quella offerta dai gesuiti, un ordine con cui da tempo non era più in buoni rapporti. Le sue idee sul sacerdozio, «il più alto stato di perfezione nel mondo», vennero successivamente raccolte nel libro The Eternal Priesthood (1883), un classico della spiritualità cattolica.

    Intransigente per quanto riguardava i princìpi, negli affari del mondo Manning era più pragmatico, pronto a tradurre la parola in azione e a cogliere l’opportunità migliore per avvantaggiare la causa cattolica. Se mai fu machiavellico – accusa che Disraeli gli rinfacciò nuovamente in un altro romanzo, Endymion (1880), meno sferzante del precedente – lo fu non per un qualche vantaggio personale ma per la maggior gloria della Chiesa. Si spese per salvaguardare il diritto a esistere delle scuole religiose e tentò, per quanto inutilmente, di fondare un’università cattolica; combatté inoltre la prostituzione, si oppose alla vivisezione degli animali e continuò la sua lotta contro l’alcolismo fondando la League of the Cross, un movimento che nei suoi stilemi organizzativi para-militari anticipò l’Esercito della Salvezza di William Booth.

    Sul fronte economico Manning aveva scarsa simpatia per i teorici del laissez-faire ed era fermamente convinto che il sistema capitalista dovesse essere riformato al più presto, altrimenti prima o poi sarebbe scoppiata una terribile rivoluzione. Per lui era la società che doveva servire l’uomo e non viceversa. Come ricorda Gray: «Il suo astio per i dogmi sociali era evidente tanto quanto il suo amore per quelli religiosi».

    La causa per la tutela dei poveri e degli oppressi avvicinò Manning a John Ruskin, di cui fu ammiratore e amico, mentre il pio desiderio di convertire a Cristo gli intellettuali vittoriani lo portò a prendere parte agli incontri della Metaphysical Society. Al contrario l’intellighenzia cattolica non smise mai di considerarlo con sospetto per il suo forte attaccamento a Roma, giudicato eccessivo e sconveniente. Il poeta Coventry Patmore fu il più volgare quando osò definirlo «un’anima piccina».

    Nel 1875 Manning ricevette la berretta cardinalizia. La promozione giunse sorprendentemente in ritardo essendo attesa già all’indomani della sua nomina ad arcivescovo. Probabilmente la condotta troppo battagliera al Concilio costrinse il Papa a temporeggiare ancora per un po’, volendo evitare di dare ai detrattori l’impressione che il cardinalato a Manning fosse solo una ricompensa per il suo impegno a sostegno dell’infallibilità, nulla più che un quid pro quo.



    Ciò che è certo è che al conclave che seguì la morte di Pio IX, Manning non fu mai seriamente in lizza per diventarne il successore. Ottenne forse uno o due voti e ciononostante fu l’inglese più vicino al papato dai tempi di Nicholas Breakspear. D’altronde lui stesso era consapevole che in un simile frangente storico la scelta migliore sarebbe stata quella di un Pontefice italiano, cosa che puntualmente avvenne con l’elezione di Leone XIII.

    Tempo di bilanci

    Anche se negli ultimi anni di vita lasciava di rado il palazzo di Westminster, Manning continuò a spendersi per i cattolici, intervenendo nel dibattito pubblico a favore della religione e contro gli errori della modernità. Per il cardinale, che nel frattempo aveva ripreso a corrispondere con Gladstone, le decisioni politiche e quelle morali erano semplicemente inseparabili: questo è quello che aveva in mente quando a un giovane Belloc disse che «tutti i conflitti umani in ultima analisi sono teologici».

    Una delle prove più forti della fiducia che i fedeli nutrivano in lui si ebbe in occasione dello sciopero al porto di Londra, nel 1889. Migliaia di operai – tra cui un gran numero di cattolici irlandesi – presero a protestare a causa dei salari troppo bassi e si decisero a interloquire unicamente con Manning. Dopo aver parlato alla folla, questi venne nominato rappresentante degli scioperanti per condurre le trattative con il governo. La situazione fu risolta così brillantemente che nel maggio dell’anno seguente, in occasione della festa del lavoro, il ritratto del cardinale venne portato in processione per le strade di Londra accanto a quello di Karl Marx (un “onore” che non dovette fargli troppo piacere).

    Se l’opera di Manning, al contrario di quanto sostenuto da alcuni, non fu la principale fonte d’ispirazione dell’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, datata 1891, il suo esempio contribuì perlomeno a evitare che Roma assumesse una posizione eccessivamente “chiusurista” sulla questione sociale.



    Al netto dei molti meriti, Manning ebbe anche grossi limiti. Lo spirito incline all’azione lo spingeva a volte a seguire più l’emozione che la ragione, così come nei dibattiti dottrinali interni al cattolicesimo la sensazione diffusa è che si limitasse a considerare gli avversari nemici della Verità di Cristo e della Chiesa solo per il fatto di avere opinioni differenti dalla sue. Allo stesso modo il donarsi completamente agli altri gli impedì, paradossalmente, di avere amici intimi: fu un prelato fondamentalmente solo e nemmeno i pochissimi che meglio lo conobbero riuscirono mai a penetrare la corazza della sua proverbiale riservatezza.

    Almeno una cosa è comunque incontestabile: con la sua morte, avvenuta il 14 gennaio 1892, si chiuse una delle parentesi più radiose per il cattolicesimo inglese degli ultimi due secoli.

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    Predefinito Re: Anglica catholica

    [IL MERCOLEDI’ DI PADRE BROWN] Puntata speciale: i migliori aforismi della raccolta “L’innocenza di Padre Brown



    di Luca Fumagalli

    Continua con questo nuovo articolo speciale la rubrica infrasettimanale di Radio Spada dedicata all’approfondimento e al commento dei racconti di Padre Brown, il celeberrimo sacerdote detective nato dalla penna di G. K. Chesterton, tra i più grandi intellettuali cattolici del Novecento. I racconti, a metà strada tra investigazione e apologetica, hanno per protagonista il buffo e goffo Padre Brown, interessato sia a risolvere i crimini che a salvare le anime dei colpevoli.

    Per una disamina introduttiva sulla figura di Padre Brown – protagonista pure di vari film, sceneggiati per la televisione e, addirittura, fumetti – si veda il breve articolo a questo link.

    Per le precedenti puntate (che completano la raccolta “L’innocenza di Padre Brown): 1. La Croce azzurra / 2. Il giardino segreto / 3. Il passo strano / 4. Le stelle volanti / 5. L’uomo invisibile / 6. L’onore di Israel Gow / 7. La forma errata / 8. Le colpe del Principe Saradine / 9. Il martello di Dio / 10. L’occhio di Apollo / 11. All’insegna della spada spezzata / 12. I tre strumenti di morte

    L’ateo e il cattolico occasionale

    «Non c’è un uomo così amante della legalità come l’ateo» (Il martello di Dio)

    «La religione dell’allegria è una religione crudele. Perché non lo lasciarono piangere un poco, come i suoi padri prima di lui? I suoi progetti s’irrigidirono, le sue vedute si raggelarono; dietro a quella gaia maschera c’era lo spirito desolato di un ateo. Alla fine, per mantenere il suo livello di ilarità in pubblico, ricadde nel vizio dell’alcol che aveva abbandonato molto tempo fa» (I tre strumenti di morte)

    «Un irlandese di nascita; un cattolico occasionale, di quelli che non ricordano la propria religione se non quando si trovano veramente in un grosso guaio» (I tre strumenti di morte)

    Il bere

    «Naturalmente il bere non è una cosa né buona né cattiva in sé; ma non posso fare a meno, talvolta, di pensare che uomini come Armstrong avrebbero bisogno di un bicchierino di vino per divenire tristi» (I tre strumenti di morte)

    «L’orrore dell’alcolismo in uno che fu astemio è questo: che egli s’immagina e si attende quell’inferno psicologico dal quale ha messo in guardia gli altri» (I tre strumenti di morte)

    Il calvinismo, ovvero il lato oscuro della Scozia

    «La Scozia ha una doppia dose di quel veleno che si chiama ereditarietà; il senso della stirpe, e il senso della predestinazione calvinista» (L’onore di Israel Gow)

    «Gli scozzesi, prima che esistesse la Scozia, erano gente strana. Infatti sono strani ancora. Ma io immagino che nei tempi preistorici essi adorassero, in vero, dei demoni. E perciò – aggiunse con piacevole benignità – si diedero alla teologia puritana. […] Tutte le religioni presentano una caratteristica: materialismo. Ora, anche il culto di Satana è una vera religione» (L’onore di Israel Gow)

    «Il misterioso personaggio era stato l’ultimo rappresentante di una schiatta che il valore, la pazzia e la violenta astuzia avevano resa terribile, anche fra la sinistra aristocrazia del suo paese nel sedicesimo secolo. Nessuno era andato più a fondo di loro in quel labirinto di ambizioni, nessuno più addentro a quel palazzo di menzogne costruito intorno a Maria, Regina di Scozia. I versi popolari nel paese attestavano candidamente il motivo e il risultato delle loro macchinazioni: “Come agli alberi estivi / la verde linfa, / così agli Ogilvie / l’oro che rosso brilla”» (L’onore di Israel Gow)

    «“Io credo che sia piuttosto pericoloso stare in posti così alti, anche per pregare”, disse Padre Brown. “Le altezze sono fatte perché le si guardi dal basso, non dall’alto”. “Perché si può cadere?”, chiese Wilfred. “L’anima può cadere, anche se il corpo non cade”, disse l’altro prete. “Non la capisco”, mormorò Bohun. “Guardi quel fabbro, per esempio”, continuò Padre Brown tranquillamente, “un buon uomo, ma non un cristiano: duro, imperioso, inesorabile. Ebbene, la religione scozzese fu creata da uomini che pregavano in cima a colline o ad alte rocce, e imparò a guardare giù verso il mondo più che a guardar su verso il cielo. L’umiltà è madre di giganti. Si vedono cose grandi dalla valle, e solo cose piccole dalle cime”» (Il martello di Dio)

    «La storia della sua conversione era familiare a tutte le tribune e i pulpiti più puritani: come, ancora ragazzo, avesse lasciato la teologia scozzese per il whisky scozzese, e come si fosse liberato da entrambe le cose e fosse diventato (com’egli diceva modestamente) quello che era. Tuttavia la sua barba bianca, il volto da cherubino e gli scintillanti occhiali, agli innumerevoli pranzi e congressi dove apparivano, rendevano in qualche modo difficile credere che fosse mai stato qualcosa di così morboso come un alcoolizzato o un calvinista. Era l’uomo più seriamente gaio di questo mondo» (I tre strumenti di morte)

    La carità

    «Pagliaccio e Pantalone divennero bianchi con la farina data dalla cuoca, e rossi col rosso dato da un altro domestico che rimaneva (come tutti i benefattori cristiani) anonimo» (Le stelle volanti)

    «Si guardarono l’un l’altro con quella strana fredda generosità che è l’anima della rivalità» (L’uomo invisibile)

    «Gli animi cattivi spesso sbagliano nel non aspettarsi mai nessuna virtù dagli uomini» (Le colpe del Principe Saradine)

    Il Cielo e il mondo

    «La gloria del cielo s’addensava e diveniva sempre più profonda attorno alla sublime volgarità dell’uomo» (La croce azzurra)

    Le donne

    «Era qualcosa di più di una gentildonna, una donna» (Il giardino segreto)

    «Quella donna è esausta. Essa è una di quelle donne che compiono il loro dovere per vent’anni, e poi commettono qualche cosa di orribile» (La forme errata)

    «Una gelida fierezza (carattere della donna moderna)» (L’occhio di Apollo)

    Fantasia e fantastico

    «Come sempre succede, la fantasia si fece tanto più sbrigliata quanto più modeste erano le possibilità a sua disposizione» (Le stelle volanti)

    «Pare di essere in una terra di fate», esclama Flambeau – è solamente un abbaglio che nasconde qualcosa di terribile: «Padre Brown […] si fece il segno della croce. Il suo movimento fu così improvviso che l’amico gli chiese, guardandolo con uno sguardo un po’ stupito, che cosa avesse. “Quelli che hanno scritto le ballate medievali”, rispose il prete, “ne sapevano più di te sulle fate. Non capitano solo cose piacevoli nel regno delle fate”» (Le colpe del Principe Saradine)

    La ragionevolezza della Fede

    «Voi attaccaste la ragione. Questa è cattiva teologia» (La croce azzurra)

    «Ma, appunto perché conosceva il valore della logica, ne sapeva anche i limiti. Come chi non conosce nulla di motori, può parlare di farli andare senza petrolio, così solo chi si intende di logica può sostenere di essere ragionevolmente logico senza saldi e incontestabili fondamenti» (La croce azzurra)

    «– Tacete un momento, poiché vedo metà. Mi darai, Dio, la forza? Farà il mio cervello il balzo necessario per poter vedere tutto? Il cielo mi aiuti! Solevo essere abbastanza capace di pensare. Potevo parafrasare qualsiasi pagina dell’Aquinate, una volta. Scoppierà la mia testa, o vedrò? Vedo metà… vedo soltanto metà! Nascose il volto tra le mani, e stette fisso in una specie di rigida tortura del pensiero, o di preghiera» (Il giardino segreto)

    «No, la ragione è sempre ragionevole, anche nell’ultimo limbo, anche al limite ultimo delle cose. So bene che si accusa la Chiesa di abbassare la religione, ma è proprio il contrario, invece. Sola, sulla terra, la Chiesa fa la ragione veramente suprema. Sola, sulla terra, la Chiesa afferma che Dio stesso è legato alla ragione […] La ragione e la giustizia comprendono in modo inscindibile anche le stelle più remote e solitarie. […] Ma non crediate che una così fantastica astronomia possa influire momentaneamente sulla ragione e sulla giustizia della condotta umana. Su pianure di opale, sotto declivi tagliati nella pura perla, trovereste ancora un cartello con la scritta: “Tu non devi rubare!”» (La croce azzurra)

    «Velentin la fissò con attenzione insolitamente pensosa per una natura scientifica come la sua. Ma forse tali nature scientifiche hanno un qualche psicologico sentore del più tremendo problema della loro vita» (Il giardino segreto)

    «In quel momento aveva perduto la testa; e la sua testa acquistava il massimo del suo valore allorché la perdeva. In momenti simili, egli sommava due più due e formava quattro milioni. Spesso, la Chiesa Cattolica (che è sposa del buon senso comune) non approva una cosa simile; ed egli stesso non ne era soddisfatto, ma quelli erano veri casi d’ispirazione, importantissimi in certe crisi. E poi, chi perde la testa sa ritrovarla» (Il passo strano)

    Lo spirito francese

    «I francesi elettrizzano il mondo non col dar vita a un paradosso, ma presentando semplicemente una verità di per se stessa evidente; e spingono una verità alle estreme conseguenze, come nella rivoluzione francese» (La croce azzurra)

    «Era uno scettico nel severo stile francese e non poteva avere alcuna simpatia per i preti» (La croce azzurra)

    «Spietato nel ricercare i delinquenti, era molto mite nel punirli. Egli, ch’era l’autorità suprema in fatto di metodi polizieschi francesi – e, indirettamente, di quelli europei – aveva fatto uso della sua gande influenza in modo onorevole, adoperandosi a mitigare le pene e a purificare le prigioni. Era uno dei grandi liberi pensatori umanitari francesi; l’unico torto dei quali consiste in questo: che rendono la misericordia ancora più fredda della giustizia» (Il giardino segreto)

    «Sentì un’ira improvvisa contro quella brutalità dell’intelletto, propria della Francia. Vide Parigi come un assieme brutale, dai grotteschi delle chiese gotiche alle grossolane caricature sui giornali; ricordò i giganteschi gesti della Rivoluzione, vide l’intera città come una sola energia bruta, che si manifestava dal sanguinario schizzo sul tavolo di Valentin, sino lassù, su Notre Dame, dove, sopra una montagna di pietra e una foresta di gronde, il gran diavolo sogghigna» (Il giardino segreto)

    «Valentin è un tipo onesto, se essere onesti significa esser pazzi per una causa discutibile. Ma voi non avete mai visto in quei suoi occhi grigi e freddi ch’egli è pazzo? Egli commetterebbe qualsiasi delitto; qualsiasi delitto, per rompere quella che egli chiama la superstizione della Croce. Ha combattuto e sofferto la fame per un tal fine, ed ora ha persino ucciso. I milioni di Brayne dilapidati pazzamente, erano stati, sin qui, sparsi fra tante sette, che facevano ben poco per alterare l’equilibrio delle cose. Ma Valentin raccolse la voce che Brayne, come tanti scettici esaltati, s’avvicinava a noi; la cosa era molto diversa. Brayne avrebbe alimentato largamente l’impoverita e pugnace Chiesa di Francia; […] e il fanatico s’infiammò a quel rischio» (Il giardino segreto)

    «L’ultra-francese usato dai cuochi, ma completamente illeggibile per dei francesi» (Il passo strano)

    «Lo spirito francese è un misto di ragione e violenza» (L’uomo invisibile)

    La Grazia divina

    «L’ho preso con un invisibile amo e con una invisibile lenza, che è lunga abbastanza per lasciarlo vagare sino ai confini del mondo, e, tuttavia, riportarlo indietro con un solo strappo del filo» (Il passo strano)

    Il male, la confessione, il pentimento

    «Non avete mai pensato che un uomo che non fa mai altro che ascoltare i peccati commessi dagli uomini, non ha probabilità di rimanere ignaro del male umano?» (La croce azzurra)

    «Non importa, non importa che vi dica. Sono contento che non siete ancora sceso proprio in fondo alla china del male, altrimenti sapreste di che parlo» (La croce azzurra)

    «Voglio minacciarvi col verme che non muore e col fuoco che non si estingue […] e sono pronto ad ascoltare la vostra confessione» (Il passo strano)

    «Ebbene, Flambeau, sembri davvero una stella volante; ma questo finisce sempre per voler dire una stella cadente. […] Voglio che tu li renda, Flambeau, e voglio che smetta questa vita. C’è ancora gioventù, onore, e spirito in te; ma non pensare che durino a lungo in codesto mestiere. Gli uomini riescono a mantenere una specie di livello medio nel bene, ma nessuno è mai riuscito a restare su un livello medio nel male. È una strada che scende sempre di più. L’uomo buono beve, e diventa crudele; l’uomo franco uccide, e si mette a mentire. Ne ho conosciuti molti che hanno incominciato come te, come onesti fuorilegge, rubando solo ai ricchi, e sono finiti nel fango. Maurice Blum incominciò come un anarchico, come un Robin Hood dei poveri, e finì come un’ignobile spia di cui entrambe le parti si servivano, disprezzandolo. Harry Burke iniziò a elargire gratuitamente denaro abbastanza sinceramente, e ora vive alle spalle di una sorella mezza morta di fame, facendosi continuamente pagare da lei da bere. Lord Amber si mise a frequentare gente equivoca per un malinteso spirito cavalleresco, e ora si fa ricattare dai più spregevoli avvoltoi di Londra; il Capitano Barillon era il più grande bandito-gentiluomo della generazione prima della tua, e morì in manicomio, gridando per paura dei ricettatori che l’avevano tradito e perseguitato. So che i boschi si stendono liberi dietro di te, Flambeau; e so che in un lampo potresti scomparirvi come una scimmia. Ma un giorno sarai una vecchia scimmia grigia, Flambeau, e starai seduto nella tua libera foresta, a morire di freddo, e gli alberi saranno molto squallidi. […] La tua parabola discendente è già iniziata. Ti vantavi di non fare mai nulla di meschino, ma questa sera stai facendo una cosa meschina. Stai lasciando sospettare un bravo ragazzo che ha già molte cose contro; lo stai separando dalla donna che ama e che lo ama. Ma farai cose anche più meschine prima di morire» (Le stelle volanti)

    «Se egli era Satana in persona, egli ora è finito perché ha raccontato la cosa. Si diventa pazzi da soli, figliola mia» (L’uomo invisibile)

    «Padre Brown camminò su quelle colline coperte di neve, sotto le stelle, per molte ore, con un assassino; e quello che si dissero i due non sarà mai risaputo» (L’uomo invisibile)

    «Quando ebbi compiuto l’atto, accadde la cosa straordinaria. La Natura mi abbandonò. Mi sentii come se avessi fatto qualcosa di male. Credo che il mio cervello venga meno; provo una specie di disperato piacere nel pensare che l’ho detto a qualcuno, che non dovrò sopportarlo da solo, se mi sposerò e avrò dei figli. Che cosa mi succede?… La pazzia… o può essere che esista il rimorso, proprio come in una poesia di Byron!» (La forma errata)

    «“Crede lei nel destino?”, chiese, improvvisamente, l’irrequieto Principe Saradine. “No”, rispose il suo ospite. “Credo nel giorno del Giudizio”. Il Principe si staccò dalla finestra e lo guardò in modo strano, con il viso in ombra contro la luce del tramonto. “Che cosa vuol dire?”, chiese. “Voglio dire che qui non vediamo l’arazzo dalla parte giusta”, rispose Padre Brown. “Le cose che capitano qui non sembrano avere significato: lo hanno altrove. Altrove la punizione cadrà sul vero colpevole: qui sembra spesso sbagliare persona”» (Le colpe del Principe Saradine)

    «Sono un uomo e perciò ho il cuore pieno di diavoli» (Il martello di Dio)

    «Le dico che so tutto questo; ma nessun altro lo saprà. Il prossimo passo sta a lei; io non ne farò altri, e suggellerò tutto questo con il suggello della confessione. Se mi chiede perché, ci sono molte ragioni, e solo una che la riguarda. Lascio la cosa a lei perché non è andato molto lontano sulla strada del male, come i soliti assassini. Lei non ha contribuito a dare la colpa al fabbro quando era facile, né alla moglie, quando pure era facile. Ha cercato di dare la colpa all’idiota del villaggio perché sapeva che non ne avrebbe sofferto [in quanto ritardato non sarebbe stato condannato a morte ndr]. Questo è uno di quegli sprazzi che è mio compito trovare negli assassini. E ora scenda nel villaggio, e vada per la sua strada libero come l’aria: infatti io ho detto la mia ultima parola» (Il martello di Dio)

    «Il peggiore delitto che i demoni abbiano mai consigliato pare più leggero quando lo si è confessato; e io la imploro di confessare» (L’occhio di Apollo)

    «Lascia andare Caino, perché egli appartiene a Dio» (L’occhio di Apollo)

    «Persino i più micidiali errori non avvelenano la vita, come i peccati» (I tre strumenti di morte)

    I miracoli

    «Tu chiami [il caso] strano, e io lo chiamo strano, e tuttavia intendiamo due cose opposte. Lo spirito moderno confonde sempre due idee diverse: mistero nel senso di ciò che è meraviglioso, e mistero nel senso di ciò che è complicato. Qui sta gran parte della difficoltà per quel che concerne i miracoli. Un miracolo è impressionante, ma è semplice. È semplice perché è un miracolo. È potenza che viene direttamente da Dio (o dal diavolo) invece che indirettamente, attraverso la natura o la volontà umana. Ora, tu ritieni che questa faccenda sia strana perché è miracolosa, perché è una stregoneria operata da un cattivo indiano. Comprendimi, non dico che non sia stata spirituale o diabolica. Il Cielo e l’inferno soltanto sanno per quali influssi contingenti strani peccati entrano nelle vite degli uomini. Ma per il momento io sostengo solo questo: se è stata pura magia, come tu pensi, allora non è misteriosa… cioè, non è complicata. La qualità di un miracolo è misteriosa, ma il suo accadimento è semplice. Ora, questa cosa è stata tutto il contrario della semplicità» (La forma errata)

    La modernità razionalista e il culto del progresso

    «Egli non era “una macchina che pensa”, perché questa è una frase stupida del fatalismo e materialismo moderno. Una macchina è tale appunto perché con può pensare» (La croce azzurra)

    «Nessuno poteva dire di sicuro se il signor Brayne fosse un ateo o un mormone o uno Scientista Cristiano; certo, egli era pronto a versar denaro in qualsiasi vaso intellettuale, purché fosse un vaso non provato ancora. Una delle sue passioni dominanti era quello di attendere uno Shakespeare americano, una passione questa che richiedeva maggior pazienza di quella di un pescatore. Ammirava Walt Whitman, ma pensava che Lucas P. Tanner, di Parigi, in Pennsylvania, fosse più “progressivo” di Whitman stesso, in ogni cosa. Amava tutto ciò che gli sembrava “progressivo”» (Il giardino segreto)

    «Si aprì su una lunga e spaziosa entrata, in cui i soli oggetti che colpissero, parlando da un punto di vista normale, erano le alte figure meccaniche semi-umane, allineate da entrambi i lati, simili ai manichini dei sarti. Come i manichini, erano senza testa, avevano una notevole gibbosità sulle spalle e il petto protuberante; ma, a parte questo, non somigliavano a figure umane più di quanto non vi somigli un qualunque distributore automatico alto pressappoco come un uomo. Avevano due grossi uncini, a guisa di braccia, per portare i vassoi, ed erano verniciati in verde pisello, o rosso vermiglio, o nero, per evitare confusioni. Sotto ogni altro aspetto non erano che meccanismi come gli altri, e nessuno li avrebbe guardati due volte. […] Gli parve una fatalità lasciare l’omino solo tra questi domestici morti, che si animavano mentre la porta si chiudeva» (L’uomo invisibile)

    «Amavo la moglie di Quinton. Che c’era di male in questo? La natura me lo ordinava, ed è l’amore che fa girare il mondo. Pensavo anche in tutta sincerità ch’essa sarebbe stata più felice con un animale sano come me che con quel piccolo pazzoide che la tormentava. Che cosa c’era di male? Affrontavo semplicemente i fatti, come un uomo di scienza. Sarebbe stata più felice. Secondo il mio modo di pensare ero liberissimo di uccidere Quinton, il che era la cosa migliore per tutti, lui compreso. Ma, da animale sano, non volevo uccidere me stesso. Risolvetti quindi che non l’avrei fatto finché non avessi visto una possibilità di farlo senza pagare lo scotto. Ho visto la possibilità questa mattina» (La forma errata)

    «Lei è come tanti dottori e la sua scienza mentale è davvero suggestiva; è la sua scienza fisica che è assolutamente impossibile. Sono d’accordo che la donna desideri uccidere il complice più di quanto lo desideri il marito offeso, ma c’è un’impossibilità fisica. Nessuna donna potrebbe frantumare a quel modo il cranio di un uomo» (Il martello di Dio)

    I miracoli

    «Il fatto più incredibile dei miracoli è che essi accadono veramente. Alcune nuvole in cielo si fondono veramente insieme e si trasformano in un occhio umano che guarda fisso. Un albero sorge nel paesaggio di un viaggio incerto nella forma precisa e complicata di un punto interrogativo. Io stesso ho visto entrambe queste cose in questi ultimi giorni. Così Nelson muore proprio al momento della vittoria; un uomo chiamato William uccide per puro caso un altro chiamato Williamson, il che sembra come una specie d’infanticidio. Insomma, c’è nella vita un elemento di magica coincidenza che la gente che fonda tutto sulla realtà normale può anche non rilevare mai. Come è stato magistralmente espresso nel paradosso di Poe, la saggezza deve pur fare i conti con l’imprevisto» (La croce azzurra)

    New Age

    «Ma io sono nata libera, signor Flambeau! La gente crede di aver bisogno di queste cose solo perché è stata cresciuta nella paura invece che nella forza e nel coraggio; […] Il sole non è il mio padrone, e io aprirò i miei occhi e lo fisserò tutte le volte che vorrò» (L’occhio di Apollo)

    «E’ una di quelle nuove religioni che ti perdonano i peccati dicendo che non ne hai mai avuti» (L’occhio di Apollo)

    «“E’ loro teoria che un uomo può sopportare tutto se la sua mente è ben ferma. I loro due grandi simboli sono il sole e l’occhio aperto: infatti dicono che se un uomo è veramente savio può fissare il sole”. “Se un uomo fosse veramente savio”, disse Padre Brown, “non gli importerebbe di fissarlo”» (L’occhio di Apollo)

    «“Può curare la sola malattia spirituale?”, “E qual è la sola malattia spirituale?”, chiese Flambeau, sorridendo. “Oh, credere di essere veramente savi”, disse il suo amico» (L’occhio di Apollo)

    «Questa era forse la differenza più spiccata fra quei due uomini pur così diversi. Padre Brown non poteva guardare niente senza strizzare gli occhi, mentre il sacerdote di Apollo poteva fissare lo splendore meridiano senza un tremito delle palpebre» (L’occhio di Apollo)

    «Ci siamo alfine incontrati, Caifa. La tua chiesa e la mia sono le sole realtà di questa terra. Io adoro il sole, tu l’oscurarsi del sole; tu sei il prete del dio morente, e io di quello vivente. La tua attuale opera di sospetto e di calunnia è degna del tuo abito e della tua fede. Tutta la tua chiesa è un nero intrigo; voi non siete che spie e poliziotti che cercano di strappare agli uomini una confessione di colpa, mediante il tradimento o la tortura. Vorreste convincere gli uomini che sono colpevoli, mentre io vorrei convincerli che sono innocenti: vorreste convincerli di peccato, io di virtù» (L’occhio di Apollo)

    «Oh, se almeno questi nuovi pagani fossero antichi pagani, sarebbero un po’ più saggi! Gli antichi sapevano che la semplice, nuda adorazione della natura ha un lato crudele. Sapevano che l’occhio di Apollo può inaridire e accecare» (L’occhio di Apollo)

    Inquietudini d’oriente

    «Egli era un uomo che s’immergeva nei colori e li assorbiva, e si abbandonava alla sua passione per i colori fino a trascurare un po’ la forma… e anche le forme. Proprio questa sua tendenza aveva diretto il suo talento totalmente verso l’arte e le decorazioni dell’Oriente; verso quegli incredibili tappeti o abbaglianti ricami dove tutti i colori sembrano piombati in un felice caos, non avendo nulla da rappresentare o da insegnare. Egli aveva tentato, non forse con pieno successo artistico, ma con indubbia fantasia e inventiva, di comporre poemi epici e storie d’amore che riflettessero quell’orgia di colori violenti e persino crudeli: racconti che si svolgevano sotto cieli tropicali d’oro ardente o di rame sanguigno; di eroi orientali che, con mitrie ravvolte in dieci giri di turbante, cavalcavano elefanti viola o verdi; di giganteschi gioielli che cento negri non potevano portare, e che ardevano di antiche e strane luci multicolori. In breve (per presentare la cosa dal punto di vista più evidente) egli trattava molto di cieli orientali, peggiori della maggior parte degli inferni occidentali, di monarchi orientali, che a noi potrebbero sembrare invasati, e di gioielli orientali che un gioielliere di Bond Street (se cento negri barcollanti li introducessero nel negozio) potrebbe forse non considerare genuini. Quinton era un genio, se pure un po’ morboso; morbosità del resto ancora più evidente nella sua vita che nella sua opera. Aveva un carattere debole e suscettibile, e la sua salute aveva sofferto molto per l’esperienza dell’oppio. Sua moglie – una bella donna che lavorava molto, troppo – non approvava l’oppio, ma approvava ancora meno un eremita indiano in carne e ossa, vestito di manti bianchi e gialli, che il marito insisteva a tenere in casa per mesi di seguito, una specie di Virgilio che guidasse il suo spirito attraverso i paradisi e gli inferni orientali» (La forma errata)

    «Il cristiano è più modesto: egli vuole qualcosa» (La forma errata)

    «Quando quell’indiano ci ha parlato ho avuto una specie di visione, una visione di lui e di tutto il suo universo. Eppure ha soltanto ripetuto la stessa cosa tre volte. Quando disse la prima volta che non voleva nulla, intendeva soltanto che era impenetrabile, che l’Asia non si lascia conoscere. Poi disse di nuovo “Nulla” e capii che voleva dire che bastava a se stesso, come un cosmo che non ha bisogno di Dio, né ammette il peccato. E quando disse per la terza volta “Nulla” lo disse con una luce ardente negli occhi. Allora capii che intendeva alla lettera quello che diceva: il nulla era il suo desiderio e la sua casa; egli desiderava il nulla come si desidera il vino; che è l’annichilimento, la pura distruzione di tutti e di tutto…» (La forma errata)

    «“È molto bello”, disse il prete, a voce bassa, trasognata, “i colori sono bellissimi; ma non ha la forma giusta […] Per nulla: è una forma errata, ingiusta di per se stessa. Non provi mai questa sensazione a proposito dell’arte orientale? I colori sono deliziosi, quasi intossicanti, ma le forme sono meschine e cattive… deliberatamente meschine e cattive. Ho visto delle vere perfidie in certi tappeti turchi. […] Sono lettere e simboli in una lingua che mi è ignota: ma so che significano cose cattive”, continuò il prete, con voce sempre più bassa. “Le linee deviano intenzionalmente, come serpenti che si attorcono per sfuggire”. “Di che diavolo sta parlando?”, disse il dottore, ridendo forte. Flambeau gli rispose piano: “Il Padre a volte è in preda a questa nube mistica; ma l’avverto che non ho mai visto che ciò succedesse senza che ci fosse qualcosa di male vicino”. […] “Ma guardate”, esclamò Padre Brown, tenendo il coltello contorto col braccio teso, come se fosse una serpe scintillante. “Non vedete che non è una forma giusta? Non vedete che non ha un intento chiaro e diritto? Non indica come una lancia; non spazza come una falce. Non sembra un’arma: sembra uno strumento di Tortura […] La forma di questa casa è strana, magari ridicola, ma non ha niente di cattivo”» (La forma errata)

    Provvidenza

    «“Abbiamo preso una svolta sbagliata, e siamo venuti in un posto sbagliato”, disse Padre Brown, guardando fuori della finestra i larici grigi e il fiume d’argento. “Non importa; a volte si può fare del bene, se si è la persona giusta nel posto sbagliato”» (Le colpe del Principe Saradine)

    Tra plutocrati e partitocrazia

    «Era una di quelle strane imprese commerciali conosciute col nome di “esclusive”; cioè una di quelle case che fruttano non con l’attrarre gente ma proprio col mandarla via. In piena plutocrazia, gli esercenti diventano così furbi da essere più difficili dei loro stessi clienti. Essi creano a bella posta degli ostacoli, affinché i loro ricchi e annoiati clienti spendano denaro e diplomazia per vincerli. Se vi fosse a Londra un albergo alla moda nel quale non potesse entrare gente che non fosse alta almeno due metri, si formerebbero subito delle compagnie di persone alte due metri che lo frequenterebbero. Se esistesse un ristorante costoso che per puro capriccio del proprietario fosse aperto solo nel pomeriggio del giovedì, si sarebbe certi di trovarlo, in tale giorno, affollatissimo» (Il passo strano)

    «C’è al mondo un antico ribelle demagogo che penetra nei ritiri più raffinati per porgere la spaventevole novella che tutti gli uomini sono fratelli; e in qualsiasi luogo questo eguagliatore andasse sulla sua triste cavalcatura, Padre Brown sentiva il dovere di seguirlo» (Il passo strano)

    «Una società che usava un gran numero di cerimonie e di regole, ma non possedeva né storia né scopo; per questo era tanto aristocratica» (Il passo strano)

    «Non aveva mai fatto nulla, né di bene né di male. […] Apparteneva a quella società, e bastava. Nessun partito politico poteva ignorarlo; e se egli avesse desiderato di far parte del Governo, l’avrebbero posto al Governo […] Visto da dietro, aveva l’aspetto dell’uomo di cui ha bisogno l’Impero. Visto di faccia, aveva l’aria di un celibe mite, indulgente con se stesso, con un appartamento nel quartiere Albani; e così era, infatti» (Il passo strano)

    «Era un giovane che faceva strada in politica. Cioè, era un giovane piacevole, dai capelli biondi, lisci, il volto lentigginoso, con una moderata intelligenza e proprietà immense» (Il passo strano)

    «I plutocrati moderni non potevano sopportare accanto a loro un povero, né come schiavo né come amico. Una disgrazia che accadesse ai servi non era per essi una cosa molto noiosa e imbarazzante. Non volevano essere brutali, e temevano che ci fosse la necessità di essere benevoli» (Il passo strano)

    «Dev’essere una cosa molto difficile sembrare un signore; ma ho pensato talvolta che deve essere altrettanto difficile sembrare un cameriere» (Il passo strano)

    «Strano che un ladro e vagabondo si penta, mentre tanti che sono ricchi e sicuri di sé rimangono duri e frivoli e senza alcun frutto né per Iddio né per l’uomo. […] Loro sono i Dodici Veri Pescatori, e qui hanno le loro posate d’argento. Ma Egli mi ha fatto pescatore d’uomini» (Il passo strano)

    Il socialismo

    «“Lei parla così solo da quando è diventato un orribile… come si dice… sa quel che voglio dire. Come si chiama un uomo che vuole abbracciare uno spazzacamino?” “Un santo”, disse Padre Brown. “Credo”, disse Sir Leopold, con un sorriso superiore, “che Ruby voglia dire un socialista”. “Un radicale non vuol dire un uomo che vive di radici”, osservò Crook, con un po’ d’impazienza, “e un conservatore non significa una persona che fa le conserve. E un socialista, vi assicuro, non vuol dire una persona che desidera passare la sera in compagnia di uno spazzacamino. Un socialista vuol dire una persona che vuole che tutti i camini siano spazzati e tutti gli spazzacamini siano pagati”. “Ma che non ti permette”, osservò il prete a bassa voce, “di possedere la tua fuliggine”. Crook lo guardò con interesse e anche con rispetto. “Chi vuol possedere della fuliggine?”, chiese. “Potrebbe accadere”, rispose Padre Brown, pensoso. “Ho sentito dire che i giardinieri se ne servono. E io una volta resi felici sei bambini, un Natale che il prestigiatore non era venuto, soltanto con della fuliggine… applicata esternamente”» (Le stelle volanti)

    «L’antipatia che provava per il giovane dalla cravatta rossa, per le sue opinioni di predatore, e per i suoi evidenti buoni rapporti con la graziosa figlioccia, fece dire a Fischer, nel suo tono più sarcastico e magistrale: “Senza dubbio lei ha trovato qualcosa di peggior gusto che sedersi sopra un cappello duro. Che cos’è, per favore?”. “Starci sotto, per esempio”, disse il socialista» (Le stelle volanti)

    «“Coloro che vogliono rubare dei diamanti non parlano di socialismo. È più probabile”, aggiunse gravemente, “che lo denuncino”» (Le stelle volanti)

    Sola Scriptura

    «Sir Arthur St. Clare, come ho già detto, era un uomo che leggeva la sua Bibbia. Ecco il guaio. Quando capirà la gente che è inutile leggere la propria Bibbia se non si legge anche quella degli altri? Un tipografo legge la Bibbia in cerca di errori di stampa; la legge un mormone e vi trova la poligamia; un adepto della Christian Science legge la sua, e vi trova che non abbiamo né gambe né braccia. St. Clare era un vecchio soldato protestante anglo-indiano. Ora, pensa un momento che cosa questo può significare e, per amor del cielo, senza ipocrisia retorica. Potrebbe significare un uomo dal fisico formidabile che vive sotto un sole tropicale in una società orientale, immergendosi senza giudizio né guida in un libro orientale. Naturalmente, leggeva il Vecchio Testamento piuttosto che il Nuovo. Naturalmente, trovava nel Vecchio Testamento tutto quello che voleva… lussuria, tirannia, tradimento. Oh, magari in buona fede, come si dice; ma che vale la buona fede nell’adorazione della disonestà? In ognuno dei torridi e misteriosi paesi dove andava, teneva un harem, torturava i testimoni, ammassava illecitamente oro; ma certo avrebbe detto, con occhi fermi, che lo faceva per la gloria del Signore. La mia teologia è chiaramente espressa dalla domanda: quale Signore? Comunque, questa perdizione apre una porta dopo l’altra verso l’inferno, e sono porte che immettono in stanze sempre più strette. Ecco quello che si deve dire contro il peccato; non è che si diventi sempre più sfrenati, ma sempre più meschini. St. Clare fu presto soffocato dalle difficoltà di tacitare i ricattatori; e aveva sempre più bisogno di denaro. E, al momento della battaglia del Fiume Nero, era caduto giù fino a quel luogo che Dante mette al punto più basso dell’universo» (All’insegna della spada spezzata)

    Il sonno come Sacramento

    «“Dormire!”, disse Padre Brown. “Dormire. Siamo giunti in fondo. Sapete che cos’è il sonno? Sapete che ogni uomo che dorme crede in Dio? È un Sacramento: perché è un atto di fede ed è un nutrimento. E noi abbiamo bisogno di un Sacramento, anche se è soltanto naturale”» (L’onore di Israel Gow)

    Tradizioni

    «Pochi, eccetto i poveri, conservano le tradizioni. Gli aristocratici […] seguono la moda» (Il martello di Dio)

  4. #174
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Two writers called Michael Field



    Luca Fumagalli

    The English literary landscape of the late Victorian age is full of colourful and mysterious writers. The turbulent existential events of some, such as Oscar Wilde, are well known, while the memory of others, on the contrary, has been lost. This is the case, for example, of Katherine Bradley (1846-1914) and her niece Edith Cooper (1862-1913), two authors who, under the pseudonym of Michael Field, published thirty plays and eleven volumes of poems. Such was their passion that they continue to write even when the favour of critics, after an initial positive reception, turned into hostility. Their bond was also extraordinary from a sentimental point of view: they called themselves «poetesses and lovers», and for fifty years they were practically inseparable.

    Unfortunately, with the exception of a couple of monographs, almost nothing has been written on the life and art of Bradley and Cooper. Their papers, kept in the British Library and partially published in the volume Works and Day (1933), have attracted the attention of very few scholars. That’s why the reader is more likely to find out about them by browsing the bio of some of their most famous friends – John Ruskin, Robert Browning, George Moore, Oscar Wilde, Walter Pater, George Meredith, W. B. Yeats, Charles Ricketts and Charles Shannon – having to be satisfied, in any case, only with quick hints.

    Coming from a wealthy middle-class family, Katherine Bradley and Edith Cooper saw their love blossom around 1878, when Bradley was thirty-two, exactly twice the age of her niece. Relieved of any economic worries, they decided to devote themselves completely to their common passion, which is literature, acting as one person. They adopted a masculine nom de plume to be more easily considered by critics, which was both an invocation to the strength of the archangel (Michael) and to the freedom of nature, with its immense fields (Field). However, it soon became known that two women were hiding behind the pseudonym.

    While sharing a common artistic vision, Bradley and Cooper worked in separate rooms. Some of their plays were actually written by both of them, others only by one or the other. As for the poems, however, each wrote in complete autonomy, limiting itself to offering some advice to the companion; only in view of publication, the compositions were collected in a more or less significant order.

    The preference for drama in verse – a genre in vogue in the 19th century, meant more for reading than for staging – condemned aunt and niece to always have a very small audience and often they themselves had to bear the costs of printing of their books. On the other hand, when they tried to chase the fashion of theatre in prose, like Ibsen, or to produce masques full of magical events, the results were decidedly mediocre. The real mistake they made was perhaps that of continuing to consider themselves primarily playwrights, preferring to ignore the fact that most readers and critics greatly preferred their poems.

    Nonetheless, plays such as The Cup of Water (1887), Stephania (1892), Anna Ruina (1899), and Julia Domna (1903), in their mixture of history, politics, amorous passions and proto-feminism, show some inspiration, in particular they are excellent in analysing the difficult relationship between men and women.

    On the poetic side, the best collections are Long Ago (1889), whose sensual lyrics echo those of Sappho, and Underneath the Boug (1893), with an unscrupulous use of free verse that anticipates the experiments of T. S. Eliot.

    If their literary career was fluctuating, their relationship was also not without tension, further complicated by the confused sentimental tastes of the two who, in truth, preferred men to women (not surprisingly, the worst period of the couple occurred when Cooper fell madly in love with the art historian Bernard Berenson). After all, Bradley and her niece wallowed in contradictions: in the diary they kept in common, for example, their relationship is described in terms of a marriage, yet both were contrary to any form of union alternative to the traditional one. Also on the occasion of the Wilde scandal, while sympathizing with him, they did not miss an opportunity to reproach the Irish writer for the stupidity of having made public his scandalous behaviour. More generally, Bradley and Cooper were aware of the general decay of morals that was afflicting their age: they wrote that London in the late nineteenth century and late-imperial Rome were quite similar in «laxity, wealth and degeneration».

    Before their conversion to Catholicism, which took place in the middle of the Edwardian age, their spiritual life had also been confused (Bradley used to define herself as «Christian, pagan, pantheist and other things I don’t know the name of»). Growing up in the Anglican faith and particularly sensitive to the cult of the dead, over the years the two women had adopted a paganism with picturesque features, perfectly represented by the altar dedicated to Dionysus that they had built in the garden.

    In 1906, through Marc-André Raffalovich, they met the canon John Gray, a former decadent poet, and thanks to him they decided to become Catholic. The beauty of the Latin liturgy, the cult of the Madonna and the solitude in which they found themselves after the disappearance of their beloved dog Whym Chow were some of the probable reasons that led aunt and niece to a change of life, confirmed in 1910 by their entry into the Dominican Third Order, with a special dispensation to go to the theatre.

    Helped in their spiritual journey by other valid priests, above all Father Vincent McNabb, Bradley and Cooper took the good habit of going to mass almost every day, often praying together: their relationship, now devoid of any sensual implications, was more balance than ever. The depth of their religious life is also testified by the collections Poems of Adoration (1912) and Mystic Trees (1913) as well as their latest theatrical text, almost a spiritual testament, Iphigenia in Arsacia, the story of a girl resurrected by Saint Matthew who, as a sign of gratitude, abandons her lover and definitively consecrates herself to God, becoming a nun.

    A few weeks later cancer took away Edith Cooper and soon after Katherine Bradley. They were buried together in the graveyard of St Mary Magdalen’s church in Mortlake. Michael Field had ceased to exist on this earth, but the two women were sure that they would once again embrace each other in the afterlife.

  5. #175
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    [IL MERCOLEDÌ DI PADRE BROWN] “L’assenza del Signor Glass”: quando la realtà vince il sogno razionalista



    di Luca Fumagalli

    Continua con questo nuovo articolo speciale la rubrica infrasettimanale di Radio Spada dedicata all’approfondimento e al commento dei racconti di Padre Brown, il celeberrimo sacerdote detective nato dalla penna di G. K. Chesterton, tra i più grandi intellettuali cattolici del Novecento. I racconti, a metà strada tra investigazione e apologetica, hanno per protagonista il buffo e goffo Padre Brown, interessato sia a risolvere i crimini che a salvare le anime dei colpevoli.

    Per una disamina introduttiva sulla figura di Padre Brown – protagonista pure di vari film, sceneggiati per la televisione e, addirittura, fumetti – si veda il breve articolo a questo link.

    Per le precedenti puntate (che completano la raccolta “L’innocenza di Padre Brown): 1. La Croce azzurra / 2. Il giardino segreto / 3. Il passo strano / 4. Le stelle volanti / 5. L’uomo invisibile / 6. L’onore di Israel Gow / 7. La forma errata / 8. Le colpe del Principe Saradine / 9. Il martello di Dio / 10. L’occhio di Apollo / 11. All’insegna della spada spezzata / 12. I tre strumenti di morte



    Leggero e divertente, L’assenza del Signor Glass (The Absence of Mr Glass) è il racconto d’apertura della raccolta La saggezza di Padre Brown (The Wisdom of Father Brown), del 1914, la seconda che vede come protagonista il celebre sacerdote investigatore. Nonostante la vicenda, per quanto ben apparecchiata, manchi della profondità polemica o apologetica delle migliori storie di Padre Brown, cioè quelle condite con gli aforismi più pungenti, in essa è comunque ravvisabile una bonaria canzonatura del culto della deduzione tanto caro a quei detective razionalisti alla Sherlock Holmes. Più in generale, pare che G. K. Chesterton con L’assenza del Signor Glass voglia mettere in guardia il lettore dal pericolo di un’eccessiva astrazione che finisce inevitabilmente col partorire grandi teorie da cui però è esclusa la semplice realtà dei fatti. Si tratta di una critica profetica al piglio ideologico che costituirà, tra l’altro, le fondamenta delle più terribili dittature del XX secolo.

    Gli attori principali dell’indagine sono il dottor Orion Hood, eminente criminologo e specialista in psichiatria, e, naturalmente, Padre Brown, ora facente funzione di parroco nella periferia di Scaraborough. I due non potrebbero essere più diversi: il dottore è la quint’essenza dell’uomo preciso e ordinato – «Non si deve però supporre che le stanze del dottor Hood escludessero il lusso o l’arte. Quegli elementi erano presenti, ognuno al suo posto; però, chiunque avrebbe subito percepito che non era mai stato permesso loro di essere fuori posto» – mentre Padre Brown, con il suo cappello nero e l’ombrello, «era la personificazione della bruttezza e dello smarrimento» (quello di sminuire il sacerdote, presentandolo come buffo, impacciato e tutt’altro che affascinante, è un espediente sovente impegnato da Chesterton nei suoi racconti per esaltare, nel contrasto, il grande cuore e la mente brillante di Padre Brown, in ciò una riuscita personificazione della stessa Chiesa cattolica).

    Ed è proprio quest’ultimo a chiedere la collaborazione del famoso criminologo per venire a capo di una situazione abbastanza complicata che ha per protagonisti due giovani innamorati, ovvero James Todhunter e Maggie MacNab, la figlia della proprietaria dell’ostello presso cui il giovane alloggia. La madre della ragazza è contraria alla loro relazione dal momento che Todhunter sembra nascondere più di un segreto. E’ un giovane con la testa sulle spalle, che non beve, che paga sempre puntualmente la pigione, ma sono state udite due voci provenire dalla sua stanza e una notte è stato visto alla finestra mentre allontanava con brusche parole un uomo dal cappello a cilindro (pare si chiami Signor Glass). Anche se Todhunter ha promesso alla fidanzata che le spiegherà tutto prima di sposarla, la signora MacNabb non vuole sentire ragioni.



    Dal momento che «i grandi trionfi scientifici di Orion Hood lo avevano privato di molte cose. Chi diceva della sua salute, chi del suo Dio, ma nessuno lo aveva completamente spogliato dal suo senso dell’assurdo», il dottore accetta con entusiasmo la proposta del sacerdote: «Un uomo interessato ad alcune vaste teorie ha sempre il gusto di applicarsi a qualche frivolezza». Ma proprio mentre Hood sta dando inizio a un’improbabile dissertazione sullo spirito celtico, ecco giungere Maggie che, tutta trafelata, annuncia di aver sentito degli strani rumori provenire dalla stanza di James e, spiando dalla finestra, ha poi notato il suo corpo immobile, come morto.

    Hood e Padre Brown la seguono fino al pensionato. Quando il dottore sfonda la porta della stanza vengono accolti da un grande disordine, probabilmente l’esito di una colluttazione, e Todhunter giace legato e imbavagliato in un angolo. A questo punto del racconto inizia una lunga sequenza comica che vede Hood talmente preso dalle sue logicissime deduzioni sull’accaduto da scordarsi persino di prestare soccorso al ragazzo. Parla di litigi, lotte e omicidi, quando la verità è molto più semplice: «Dottor Hood, siete un grande poeta! Avete richiamato un essere inesistente nello spazio! Quanto più divino di ciò se voi aveste soltanto scoperto i fatti pur e semplici! Infatti i semplici fatti sono molto più comuni e comici al confronto». Più avanti, sempre Padre Brown: «Il signor Todhunter sta studiando per diventare un prestigiatore professionista, nonché giocoliere, ventriloquo ed esperto di trucchi con le corde. La prestidigitazione spiega il cappello. È privo di tracce di capelli, non perché è stato indossato dal prematuramente calvo signor Glass, ma perché non è mai stato indossato da nessuno. Il fatto del giocoliere spiega i tre bicchieri, che Todhunter stava imparando a far volteggiare e a raccogliere dopo averli fatti roteare. Però, essendo solo un praticante, ha fatto rompere un bicchiere sul soffitto. E il giocoliere spiega anche la spada, che era orgoglio professionale e dovere del signor Todhunter ingoiare. Però, essendo una esercitazione, si graffiò leggermente l’interno della gola con l’arma. Per questo motivo si è ferito dentro di sé, il che, ne sono certo (dall’espressione del suo viso), non è cosa grave. Inoltre stava esercitandosi nel trucco di liberarsi dalle corde, come i Fratelli Davenport, ed era proprio sul punto di liberarsi, quando tutti noi irrompemmo nella stanza. Le carte, ovviamente, sono per i trucchi, e sono sparse sul pavimento perché lui aveva appena tentato uno di quei trucchi gettandole in aria. Todhunter voleva semplicemente mantenere segreta la sua attività perché voleva tenere segreti i suoi trucchi, come qualunque altro prestigiatore. Però il semplice fatto di uno sfaccendato con il cappello a cilindro che ha sbirciato una volta dentro la sua finestra ed è stato scacciato con grande sdegno, è stato sufficiente per metterci tutti su una pista sbagliata e farci immaginare l’intera vita del signor Todhunter oscurata dallo spettro del cappello di seta del signor Glass». Difatti quando veniva evocato il nome di quest’ultimo era semplicemente perché il prestigiatore stava contando i bicchieri (“glass” in inglese significa “bicchiere”).



    L’epilogo, all’insegna delle risate, vede Todhunter liberarsi dalle corde e consegnare a Padre Brown il suo biglietto da visita: «Zaladin, il più grande prestigiatore del mondo, contorsionista, ventriloquo e canguro umano».

  6. #176
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    The Catholic spirit of Piers Paul Read’s novels




    Luca Fumagalli

    Many have watched the movie Alive (1993), the story of a rugby team that, after having survived a plane crash in the Andes, turns to cannibalism in order not to starve, but few know that the author of the book on which the movie is based is Piers Paul Read, one of the most important contemporary British writers. Alive, although it is not a novel, demonstrates the great psychological penetration and human passion that distinguish the best works of the English writer, who has also published other interesting non-fiction works, including the authorised biography of Alec Guinness.

    Read, born in 1941, grew up in a Yorkshire Catholic family and studied in Cambridge. He is married and father of four children.

    If every novel by him is different from the others, the only recurring element is the Faith, flesh and soul of his prose.



    One of his earliest works, Monk Dawson (1969) – later adapted for television – tells the story of a priest tormented by doubts who finally leaves the priesthood. Nonetheless, it is not the usual story of an apostate priest: in fact, in the epilogue, there is a radical reversal of perspective and after his partner commits suicide, the former priest, now a journalist, realizes that he has made a serious mistake. Thus, Dawson ends his days in a Trappist monastery.

    Similar themes also return in A Married Man (1979), a story of love, marriage and adultery reminiscent of Graham Greene’s The End of the Affair. Also interesting is The Upstart (1973), another work in Greene’s style on evil and revenge, and the recent The Death of a Pope (2009), a thriller that tells the plot hatched by a former priest in order to eliminate the conservative faction of the College of Cardinals.

    In Read’s extensive bibliography, there are also novels in which Catholicism is less explicit and the protagonists are not English. The Professor’s Daughter (1971), for example, is set in the United States at the time of university protests against the Vietnam War, while A Season in the West (1988) transports the reader in the role of a Czechoslovakian writer who arrives in England to meet its translator. Coming from a closed and oppessive communist culture, Josef Birek – this is his name – expects to encounter a freer world than the one he came from: needless to say, his hopes will soon be frustrated. Finally, The Free Frenchmen (1986) and Scarpia (2015) are two historical books, set respectively in early twentieth century France and in Italy besieged by Napoleonic troops.



    However, Read’s bestseller is On The Third Day (1992). The plot, whose prologue closely resembles that of Richard Ben Sapir’s The Body, starts from the discovery in Jerusalem of the remains, dating back to the first century, of a crucified man on whose skull there are signs similar to those that could have been procured from a crown of thorns. If the skeleton were really that of Jesus, it would mean that the resurrection never happened and that Christianity is just a bluff.

    In 1991 Read also published an interesting pamphlet, Quo Vadis? The Subversion of the Catholic Church, which denounced the great doctrinal confusion that reigned in the Church, the same that afflicts the protagonists of his novels, all of which are well worth reading.

  7. #177
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Voci mistiche e strani cugini: i racconti del soprannaturale firmati dal benedettino Roger Pater



    Il benedettino Dom Roger Hudleston è uno di quegli affascinanti sacerdoti scrittori che hanno popolato il panorama del cattolicesimo britannico tra il XIX e il XX secolo. Oltre a essere stato per un certo periodo il direttore di una collana dalla Burns & Oates dedicata al misticismo, pubblicò svariati volumi a tema religioso tra cui una nuova traduzione inglese dei Fioretti di San Francesco. Ciononostante, la sua fama rimane ancora oggi legata a due antologie di racconti del soprannaturale, Mystic Voices (1923) e My Cousin Philip (1924), entrambe firmate con il nom de plume di Roger Pater.

    Nato il 24 dicembre 1874 vicino a Penrith, nel Cumberland, Gilbert Hudleston – Roger era il suo nome da religioso – era l’ultimo esponente del ramo protestante di una delle più antiche famiglie cattoliche d’Inghilterra, la stessa alla quale era appartenuto John Hudleston, benedettino del XVII secolo famoso per aver riconciliato con la Chiesa un Carlo II sul punto di morire. Dopo aver frequentato il Wellington College ed essere stato praticante per paio d’anni in uno studio legale di Liverpool, il giovane Hudleston approdò al Keble College di Oxford. La sua carriera universitaria, però, durò solo pochi mesi, e nel 1896 lasciò tutto per diventare cattolico. Fece la sua prima comunione a Roma, ricevendo l’ostia direttamente dalle mani di Leone XIII, per poi tornarsene in Inghilterra, presso l’abbazia di Downside, con l’intento di entrare a far parte dell’ordine benedettino. Prese i voi nel 1899 e nel 1904 venne ordinato sacerdote. Svolse diversi incarichi minori fino a quando, nel 1916, divenne preside della scuola di Ealing. Durante la Grande Guerra prestò servizio in qualità di cappellano militare a Salonicco, in Grecia, e al termine del conflitto si occupò per diversi anni della direzione delle missioni benedettine di Bath e di Malvern, un incarico che dovette purtroppo abbandonare nel 1931 a causa dell’insorgere di problemi al cuore. Da quel momento la sua salute andò deteriorandosi rapidamente fino alla morte, avvenuta il 5 agosto 1936 per arresto cardiaco.

    Uomo dalle molteplici doti – pare fosse in grado di risolvere in mezz’ora il cruciverba del «Times» – in Mystic Voices e My Cousin Philip Dom Hudleston radunò alcuni racconti che aveva iniziato a scrivere nel 1913, durante la convalescenza seguita a un’operazione per appendicite. A questo primo gruppo di storie se ne aggiunsero altre negli anni successivi, composte perlopiù nei ritagli di tempo tra un’occupazione e l’altra. Qualcuna apparve in anteprima pure sul «Catholic World». Quando la Burns & Oates pubblicò Mystic Voices le vendite furono così buone che la casa editrice si adoperò subito per dare alle stampe una seconda raccolta che tuttavia non bissò il successo della precedente.

    Protagonista di entrambi i volumi è un certo Philip Rivers Pater, personaggio fittizio che l’autore immagina essere suo cugino, anch’egli sacerdote e facoltoso signorotto di campagna. Il Pater immaginario è dotato di capacità extra-sensoriali e funge da “ricettore” di avventure soprannaturali. Fantasmi, possessioni, oggetti maledetti e altri ingredienti tipici della ghost stories vittoriane si accompagnano a una meditazione davvero originale sulla storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra e sulla spiritualità cristiana, una formula che ha come unico precedente illustre le raccolte The Light Invisible (1903) e A Mirror of Shalott (1905) di mons. Robert Hugh Benson, autore conosciuto in Italia soprattutto per il bestseller distopico Il padrone del mondo.

    All’epoca i giudizi della critica furono perlopiù positivi: «Le storie sono piene di pietà, la loro escatologia non è mai ristretta, e l’ultima illustra magnificamente la convinzione dell’anziano prete che “esiste un’unità definitiva”», così il «Times Literary Supplement» del 24 febbraio 1924. Un mese più tardi, il 29 marzo, anche il «Church Times» dedicava parole d’elogio ai due libri: «In esse vi è molto fascino, molta erudizione, molti ragionamenti acuti e sagge osservazioni».

    In risposta alle lettere degli ammiratori – tra cui spiccava il nome della Principessa Blücher, nota per le sue memorie sulla Prima guerra mondiale – Dom Hudleston fu costretto ad ammettere che quanto raccontato non era solo un parto della fantasia. Ad esempio il racconto “The Persecution Chalice” si basava su un fatto realmente accaduto: una volta, durante la celebrazione di una Messa, Dom Hudleston si stava apprestando a sollevare il calice – un oggetto prezioso, portato in Inghilterra durante la rivoluzione francese – quando, all’improvviso, gli parve di udire spari e urla provenire dall’esterno della chiesa. Riappoggiò quindi il calice e in un istante fu di nuovo silenzio.




    Se Mystic Voices è stato ripubblicato nel 2001 dalla piccola casa editrice Ash Tree Press in un’edizione di lusso, My Cousin Philip è diventato col tempo una rarità del modernariato e, di conseguenza, il prezzo delle poche copie attualmente in vendita è piuttosto elevato.

    Da Mystic Voices sono stati tradotti in italiano da Giuseppe Lippi, Daniela Galdo e Gianni Pilo solo una manciata di racconti, ovvero De Profundis (De Profundis), L’eredità dell’astrologo (The Astrologer’s Legacy) e A Porta Inferi (A Porta Inferi), pubblicati accanto alle storie di altri maestri del fantastico in tre diverse antologie: Occulta, L’omnibus del soprannaturale (Mondadori, 1988), Storie di demoni (Fanucci, 1988) e la più recente Storie di diavoli (Newton & Compton, 1997).

    De Profundis ben esemplifica uno dei temi principali di Mystic Voices, vale a dire il tentativo di un’anima del Purgatorio di comunicare con i vivi allo scopo di consigliarli o di alleviare le loro sofferenze. La vicenda, ambientata in un convento femminile di Roma, ruota attorno al culto per una superiora scomparsa qualche tempo prima in odore di santità, culto che le suore continuano a praticare in gran segreto dal momento che il Vaticano lo ha ufficialmente vietato (accurate indagini hanno infatti portato alla luce gli isterismi e le menzogne reiterate della defunta). Proprio l’anima dell’ex superiora, che si trova in Purgatorio, in una visione rivela l’amara verità a una novizia, nipote di un Cardinale, convincendo infine le autorità a intervenire e a chiudere il convento.

    L’eredità dell’astrologo e A Porta Inferi trattano invece del pericolo dello spiritismo con toni simili a quelli impiegati da Benson nel romanzo I necromanti (The Necromancers, 1909). Nel primo racconto si parla di un’antica sfera di epoca rinascimentale impiegata per oscuri riti satanici, mentre il secondo ha per protagonista un ex spiritista, internato in un ospedale psichiatrico a causa dei suoi esperimenti con l’occulto, che, a lungo andare, lo hanno condotto alla follia. Per di più è posseduto dallo spirito di un assassino deceduto da tempo che gli consente solo sporadici momenti di lucidità. Nel finale Philip Pater riesce a liberare dalla possessione demoniaca l’amico che muore, ormai pentito, mentre riceve l’estrema unzione.



    Anche se in Mystic Voices e in My Cousin Philip l’elemento soprannaturale è sempre interpretato attraverso «una Fede certa nel divino» («The Catholic Times», 22 novembre 1924), il confine tra ortodossia ed eterodossia corre spesso il rischio di farsi troppo labile. Del resto, oltre a Dom Hudleston e al già citato Benson, in ambito cattolico solo Shane Leslie e il poco raccomandabile reverendo Montague Summers hanno scritto delle ghost stories. Ciò rivela come l’interesse per il soprannaturale tra britannici fedeli a Roma fosse tutto sommato limitato a una minoranza tanto sparuta quanto eccentrica.

  8. #178
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    [IL MERCOLEDÌ DI PADRE BROWN] “Il paradiso dei ladri”: lo spirito latino e il banchiere disonesto



    Continua con questo nuovo articolo speciale la rubrica infrasettimanale di Radio Spada dedicata all’approfondimento e al commento dei racconti di Padre Brown, il celeberrimo sacerdote detective nato dalla penna di G. K. Chesterton, tra i più grandi intellettuali cattolici del Novecento. I racconti, a metà strada tra investigazione e apologetica, hanno per protagonista il buffo e goffo Padre Brown, interessato sia a risolvere i crimini che a salvare le anime dei colpevoli.

    Per una disamina introduttiva sulla figura di Padre Brown – protagonista pure di vari film, sceneggiati per la televisione e, addirittura, fumetti – si veda il breve articolo a questo link.

    Per le precedenti puntate… da “L’innocenza di Padre Brown: 1. La Croce azzurra / 2. Il giardino segreto / 3. Il passo strano / 4. Le stelle volanti / 5. L’uomo invisibile / 6. L’onore di Israel Gow / 7. La forma errata / 8. Le colpe del Principe Saradine / 9. Il martello di Dio / 10. L’occhio di Apollo / 11. All’insegna della spada spezzata / 12. I tre strumenti di morte. Da “La saggezza di Padre Brown”: 1. L’assenza del Signor Grass

    l paradiso dei ladri (The Paradise of Thieves), secondo racconto del volume La saggezza di Padre Brown (1914), è una delle storie meno interessanti tra quelle che hanno per protagonista il celebre sacerdote investigatore. Per quanto la trama sia piuttosto dinamica e l’ambientazione sia quella suggestiva dell’Italia, si avverte la mancanza del piglio schietto del miglior Chesterton. Ne risulta una storia sicuramente avvincente, ma che offre poca carne al fuoco per il lettore in cerca di paradossi pugnaci.

    I pochi aforismi degni di menzione sono quasi tutti dedicati al popolo italiano, secondo l’autore un affascinante miscuglio di religiosità e spensieratezza, di passione e generosità. Tuttavia Chesterton va oltre certi cliché a buon mercato per tentare di comprendere quali siano le ragioni profonde di una così gioiosa attitudine nei confronti della vita: «Gli italiani non possono essere realmente dei progressisti, essi sono troppo intelligenti. Gli uomini che vedono la via più breve che conduce alla felicità non andranno mai per le vie nuove e complicate». Poco oltre: «Il brigantaggio non può essere totalmente estirpato perché la rivolta armata è la naturale reazione degli uomini del Sud. I nostri contadini sono come le loro montagne, ricchi di grazia e di vivace gaiezza, ma con sotto il fuoco. Vi è un grado della disperazione umana, giunti alla quale i poveri del Nord si danno al vino, e i nostri prendono il pugnale». Naturalmente non può mancare nemmeno un’allusione alla proverbiale indole romantica degli italiani, palesata quando il poeta Muscari rimane incantato dalla «bionda testa greca» della dolce Ethel: «Egli stava bevendo il Classicismo che i suoi padri avevano creato».

    Per il resto, come si diceva, la vicenda offre pochi spunti interessanti, ruotando attorno a un finto rapimento organizzato dal banchiere inglese Samuel Harrogate per giustificare la sua sparizione e quella del denaro che ha con sé, indebitamente sottratto dalle casse della Banca Hull e Huddersfield. Giunto in Italia con i due figli, Ethel e Frank, un giorno decide di attraversare in carrozza un valico degli Appennini che si dice sia minacciato da un gruppo di briganti che lì hanno la loro base (il “paradiso dei ladri” a cui allude il titolo). Con lui e i figli, oltre a Padre Brown, viaggiano due italiani: il primo è Ezza, attore di idee progressiste, che ora fa da corriere al sig. Harrogate, mentre il secondo è il poeta toscano Muscari, girovago con mandolino e sciabola, appassionato cultore del bel canto almeno quanto lo è del vino e delle donne. Che lui ed Ezza incarnino spiriti umani agli antipodi è evidente sin dalle prime batture del racconto.

    Come prevedibile, i briganti assaltano la carrozza catturando i viaggiatori. Al primo colpo di scena – Montano, il Re dei ladri, non è altro che Ezza – ne segue un secondo, quando con l’arrivo dei gendarmi Padre Brown capisce che tutto quello che è accaduto è una colossale messa in scena e che il corriere è solamente un prezzolato di Harrogate: «Tutto in me è impostura. […] Io sono un attore, e se ho mai avuto un carattere mio, l’ho dimenticato. Io non sono un genuino brigante più di quel che non sia un genuino corriere. Io sono soltanto un fascio di maschere, e voi non potete battervi in duello con esse». Quando i gendarmi stanno per arrestarlo, il banchiere, messo alle strette, si suicida lanciandosi nulla vuoto.

    Al netto dell’episodio amaro, l’epilogo è all’insegna della speranza e tra Muscari ed Ethel forse sta davvero sbocciando l’amore. Ezza, da parte sua, vuole andarsene in Inghilterra e negli Stati Uniti, in quella che lui definisce «la società illuminata, energica e civilizzata». La brillante risposta di Muscari è una fulminea sintesi del pensiero distributista di Chesterton: «In breve, nel vero paradiso dei ladri!»

  9. #179
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Evelyn Waugh’s “Sword of Honour”: a Trilogy on War and Faith



    Luca Fumagalli

    Begun, abandoned and finally completed after almost a decade, the Sword of Honour trilogy is Evelyn Waugh’s largest and most ambitious work of literature, the fruit of his artistic maturity. Waugh’s typical themes of decadent modernity and religion are treated with renewed strength and with the insights of the consummate writer («the true genius of twentieth-century English literature» according to Borges).

    The story, long, complex and with various twists, is largely inspired by Waugh’s own experiences during the Second World War, though it is also influenced by Ford Madox Ford’s The Good Soldier and Parade’s End. There are also allusions to other great authors of British Catholicism such as R. H. Benson, G. K. Chesterton and Graham Greene.

    The protagonist is 35-year-old Guy Crouchback, the last descendant of one of the oldest and most prestigious “papist” families in England, who even has an Elizabethan martyr among his ancestors. Over time, however, the Crouchbacks’ wealth has vanished and now Guy’s father, a widower, is living in a thermal station, surviving thanks to a small income derived from renting to nuns the family home in Broome (one of the many aristocratic houses that appear in Waugh’s novels, symbol of the decline of an era).

    Guy, a dissatisfied man, lives in Italy in self-exile after his unsuccessful marriage to Virginia Troy who in the meantime has acquired other husbands and several lovers. The unexpected news that the Germans and the Soviets have invaded Poland, and that England is now officially part of the conflict, comes to shake him from apathy and to gain a new purpose in his life. Determined to serve his country, after a few letters and a fortuitous meeting, Guy manages to get himself enlisted as an officer in the prestigious military corps of the Halberdiers, to which he will remain faithful until the end of the war despite numerous misadventures.



    Reading Men at Arms (1952), Officers and Gentlemen (1955) and Unconditional Surrender (1961) one gets the feeling that Guy is hopelessly excluded from the glory of the battlefield, forced behind a desk by constant setbacks or engaged in useless missions. However, it is not a great loss, because in modern war there is no honor and its outcome does not depend on heroism, but on fortuitous factors. Everything is full of cynicism and hypocrisy as the characters alongside Guy show well: bloodthirsty officers, foolish recruits, traitors and dirty opportunists.

    Even the propaganda, aided by the press, does not have too many scruples against creating fake heroes to boost morale. For example, Trimmer, an incapable and lying soldier, after a farcical and useless military operation is proudly displayed as a new savior of the Empire.

    Tomasi di Lampedusa wrote that when Waugh satirizes, «he leaves a strong mark»; nevertheless, we must not make the mistake of considering Sword of Honour a simple caricature of modernity. The lightness of Waugh is only apparent, and as Guy’s adventures progress through what was one of the most frightening and horrendous of wars, humor fades into pain and Christian piety emerges. In fact, after squalor and failures, the trilogy – from which a film with Daniel Craig was drawn in 2001 – closes in the name of hope, underlining the providential strength that is the hidden engine of history and that offers to everyone, even to the naive protagonist, an opportunity of redemption.
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  10. #180
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    “Le vie senza legge”: Graham Greene e la lotta religiosa nel Messico del 1938



    di Luca Fumagalli

    Nello scorso secolo Graham Greene è stato certamente tra gli scrittori meno insulari del cattolicesimo inglese. Letto e amato pure all’estero, aveva un profondo debito culturale nei confronti della Francia e dell’Europa intera, e fu solo per un soffio se mancò l’appuntamento con il Nobel. Soprattutto fu un instancabile viaggiatore, perennemente in fuga da se stesso e dalle sue nevrosi, al contempo attratto da quei luoghi “di confine” dove splendore e miseria si confondono senza soluzione di continuità, gli stessi luoghi che fanno da sfondo ai suoi romanzi migliori e che qualche critico ha ipotizzato essere manifestazioni diverse della medesima “Greeneland”.

    Il Messico che Greene visitò nel 1938 offriva, in tal senso, uno scenario ideale: il governo massonico, sebbene con metodi generalmente meno violenti rispetto a quelli impiegati all’epoca della sollevazione dei Cristeros, proseguiva la sua opera di persecuzione della Chiesa cattolica, mentre l’inetta e corrotta classe dirigente impediva che si registrassero significativi miglioramenti in campo economico e sociale. Le stesse truppe federali, quando non impegnate a favorire la salita al potere del demagogo di turno, erano costrette a intervenire di continuo per sedare le ribellioni dei vari governatori locali. Se a ciò si aggiunge il caldo insopportabile – o il freddo lancinante delle altitudini più elevate – il sincretismo paganeggiante della cultura campagnola, la sfuggente minoranza india, le rovine maya, le antiche cappelle spagnole, il proliferare di dentisti e denti d’oro, i rifiuti ammassati ai lati della strada, i mendicanti e la profonda devozione del popolo ecco che si hanno tutti gli ingredienti per un affascinante racconto di viaggio che Greene pubblicò l’anno successivo. Il titolo, Le vie senza legge (Lawless Roads), veniva da una poesia di Edwin Muir.



    L’idea del libro era stata di Tom Burns, pregiata firma del «Tablet», il più importante periodico cattolico d’Inghilterra, che aveva chiesto a Greene di raccontare la dura condizione della Chiesa in Messico. Lo scrittore si era dunque messo d’impegno per riordinare gli appunti raccolti nel corso di una lunga traversata che lo aveva portato dalla città di Laredo, al confine col Texas, fino alle provincie meridionali, passando per Monterrey, Città del Messico, Vera Cruz, Frontera, Palenque, Las Casas, Tuxfla e Oaxaca. Optò per lo stile che aveva già sperimentato in Viaggio senza mappe, filtrando le percezioni psicologiche attraverso le descrizioni di un paesaggio alieno, il tutto arricchito da brani dedicati ai sogni e ai libri letti, nonché da qualche accenno fugace alla depressione. Una delle epigrafi del volume, una lunga citazione in cui il cardinal Newman si scaglia contro la moderna società secolarizzata, suona invece come una messa in guardia sulle possibili conseguenze di quel clima di crescente tensione internazionale che, di lì a poco, avrebbe portato allo scoppio del Secondo conflitto mondiale: «Se esiste un Dio, e dal momento che un Dio esiste, il genere umano è colpito da qualche terribile calamità naturale».

    Nel prologo, diviso in due parti distinte intitolate rispettivamente “Gli anarchici” e “La Fede”, Greene giustappone la sua frustrante esperienza alla scuola di Berkhamsted – descritta con toni disperanti alla Brighton Rock – con la storica scena della fucilazione di Padre Pro, il più famoso e celebrato martire della guerra cristera, e con il tentativo da parte dello Stato di estirpare il cattolicesimo in Messico: «All’epoca in cui partì […], Calles era stato eliminato da alcuni anni, trasportato in esilio dal suo rivale Cárdenas. Le leggi antireligiose erano ancora in vigore salvo in uno Stato, San Luis Potosí, ma la pressione della popolazione cattolica cominciava a farsi sentire. Era stato concesso di riaprire le chiese, ora proprietà pubblica, nella maggioranza degli Stati; salvo quelle centinaia che erano state trasformate in cinematografi, redazioni di giornali, autorimesse. Una certa percentuale di preti, calcolata in relazione al numero della popolazione, era stata ammessa a funzionare dai Governi dello Stato. Di rado la percentuale era più favorevole di un prete ogni diecimila abitanti, ma la legge, specialmente nel distretto federale di Città del Messico, era fiaccamente applicata. Però in alcuni Stati la persecuzione era mantenuta». L’agrodolce delle prime pagine, oltre a fornire le coordinate fondamentali entro cui comprendere gli sviluppi della vicenda, esplicita la duplice natura dell’approccio di Greene alla questione messicana.



    Difatti, una volta superata la frontiera, a colpirlo sono innanzitutto i bisogni materiali di un popolo affamato, misero, abbandonato da politicanti impegnati a farsi la guerra tra loro per accaparrarsi uno strapuntino di potere. Nel Paese vige una sorta di legge della giungla, con poliziotti violenti e omicidi a cadenza giornaliera. Le condizioni igieniche non sono certamente migliori, così come fanno accapponare la pelle le pance gonfie di tanti ragazzi stremati dalla stitichezza e dai vermi intestinali. Solo l’Azione Cattolica pare essere interessata a difendere i diritti dei lavoratori, associata a vescovi che condannano con pari asprezza sia il comunismo che il capitalismo. Nonostante le buone intenzioni, i risultati continuano però a essere scarsi: «Il cattolicesimo, lo si vedeva, doveva riscoprire la tecnica della rivoluzione» (un principio che rimase saldo nella mente di Greene per i successivi cinquant’anni). Più avanti, dopo un rimando al Trollope de Le torri di Barchester, le figure di Padre Pro e del gesuita Edumund Campion – un martire dell’epoca elisabettiana – vengono evocate non tanto per marcare delle analogie tra il Messico del XX secolo e l’Inghilterra del XVI, quanto per ribadire come la storia non sia altro che un’eterna lotta tra le forze del bene e quelle del mare. Ecco che allora il Messico si fa paradigma universale: «Forse l’unico organismo che nel mondo odierno efficacemente – e a volte con successo – avversi lo Stato totalitario è la Chiesa cattolica».

    Ciononostante anche il ritratto del cattolicesimo messicano che Greene consegna al lettore non ha nulla del panegirico incondizionato. Con la consueta lucidità, l’inglese ne sonda i chiaroscuri e le contraddizioni, narrando storie di preti eroici e quelle di vili traditori, descrivendo le sentite pratiche religiose del popolo ma anche le sue superstizioni (proprio da questo materiale l’inglese attinse a piene mani per Il potere e la gloria, da molti giudicato il suo miglior romanzo).



    Quello che ne emerge è un bilancio comunque positivo, una testimonianza di Fede e di passione che, al netto dei limiti umani, non ha eguali in nessun’altra parte del mondo. Greene se ne rende pienamente conto quando raggiunge per la prima volta il santuario di Guadalupe: «La Vergine di Gudalupe, come Giovanna d’Arco in Francia, si identificò non soltanto con la Fede, ma col Paese; fu un simbolo patriottico, anche per gli increduli». Pure Evelyn Waugh in Robbery Under Law (1939) – un racconto di viaggio simile a quello dell’amico, ma incentrato più che altro sui problemi economici del Messico – arrivò a sostenere che quella religiosa era la questione «unica ed essenziale» del Paese.

    Nel finale, in mare verso Lisbona, Greene e i suoi compagni di viaggio sperano ingenuamente di potersi lasciare alle spalle gli orrori di cui sono stati testimoni nel Nuovo Mondo. Tuttavia, ormai sull’orlo del conflitto, nemmeno l’Europa è un posto più tanto sicuro: «La violenza si è avvicinata. Il Messico è uno stato d’animo».

 

 
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