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Discussione: Anglica catholica

  1. #61
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    https://www.radiospada.org/2019/07/c...le-il-podcast/

    Anche quest’anno Ferdi McDermott, preside del Chavagnes International College, scuola cattolica che ha sede in Vandea, ha organizzato il consueto ciclo di conferenze estivo dedicato al rapporto tra la letteratura e la Fede dal titolo: “The Anointed Imagination: Literature and the Light of Christ”. A Ferdi McDermott ci lega una profonda amicizia, nata lo scorso anno, quando aveva invitato il nostro Luca Fumagalli a parlare delle opere profetiche di due sacerdoti inglesi: R. H. Benson e John Gray.

    Quest’anno il programma – che si svolgerà dal 22 al 26 luglio – prevede come relatore principale il saggista Joseph Pearce, tra i migliori studiosi di letteratura cattolica.

    Per ulteriori dettagli sulle prenotazioni e la scaletta degli interventi:

    The Anointed Imagination: Chavagnes Summer Conference 2019 ? Bringing thoughtful friends together in a spirit of friendship, prayer and relaxation. 22nd to 26th July 2019.

    Ancora più importante, da quest’anno è possibile acquistare gli audio delle conferenze, ascoltarli in diretta e successivamente scaricarli in digital download. E’ pure un modo per finanziare iniziative lodevoli come questa. Per tutte le informazioni:

    https://www.mikechurch.com/shop/prod...d-mike-church/

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  2. #62
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Piers Paul Read: essere scrittori cattolici oggi

    di Luca Fumagalli

    Se in tanti hanno visto lo splendido film Alive (1993) – la storia di una squadra di rugby che, dopo essere sopravvissuta a un incidente aereo sulle Ande, arriva agli estremi del cannibalismo per non morir di fame – in pochi sanno che l’autore dell’omonimo libro da cui è tratta la pellicola è Piers Paul Read, tra i più importanti scrittori cattolici inglesi contemporanei. Alive, uno dei pochi testi di Read ad essere stato tradotto in italiano – con il titolo Tabù – per quanto non sia un romanzo, dimostra la grande penetrazione psicologica e la passione umana che contraddistinguono le opere migliori dell’inglese (che ha pubblicato pure altri interessanti saggi come quello dedicato alla tragedia di Chernobyl).

    Read, classe 1941, è cresciuto in una famiglia cattolica dello Yorkshire e ha studiato a Cambridge. È sposato ed è padre di quattro figli.

    La sua poetica è per certi versi indecifrabile, mai completamente definita, suscettibile di costanti cambiamenti. Se ogni romanzo è un mondo a sé, l’unica costante è la Fede, carne e anima della sua prosa.

    In uno dei suoi primi lavori, Monk Dawson (1969), si narra la storia di un prete tormentato da dubbi che abbandona infine il sacerdozio. Sulle prime, il libro potrebbe sembrare il classico racconto che segue la triste vicenda di uno “spretato”, ma nell’epilogo si assiste a un radicale ribaltamento di prospettiva: dopo che la compagna si suicida, l’ex sacerdote – che, nel frattempo, è diventato giornalista – capisce di aver commesso un grave errore e termina i suoi giorni in un monastero trappista (temi analoghi tornano pure in A Married Man, del 1979,storia d’amore, matrimonio e adulterio che ricordaFine di una storia di Graham Greene). Interessante anche The Upstart (1973), altro lavoro alla Greene sul male e la vendetta, e il recente The Death of a Pope (2009), un thriller in cui si racconta il complotto ordito da un ex sacerdote allo scopo di eliminare la fazione conservatrice del collegio cardinalizio (così da garantire il controllo della Chiesa al clero più progressista e liberale).

    Non mancano nella vasta bibliografia di Read neppure romanzi in cui il cattolicesimo è meno esplicito e i protagonisti non sono inglesi.

    The Professor’s Daughter (1971), per esempio, è ambientato negli USA, all’epoca delle proteste degli universitari per la guerra in Vietnam. A Season in the West (1988) trasporta il lettore nei panni di uno scrittore cecoslovacco che raggiunge l’Inghilterra per conoscere il suo traduttore. Venendo da una cultura comunista, chiusa e oppressiva, Josef Birek – questo il suo nome – si aspetta di incontrare un mondo più libero rispetto a quello da cui proviene: inutile dire che le sue speranze verranno frustrate. The Free Frenchmen (1986), invece, è un libro massiccio che racconta la storia della Francia dal 1914 al 1950.

    Tuttavia l’opera di Read che ha riscosso il più grande successo di pubblico e critica – almeno nei paesi anglosassoni – è On The Third Day (1992). La trama, il cui prologo somiglia molto a quello di The Body di Richard Ben Sapir – da cui è stato tratto l’omonimo film con Antonio Banderas – prende le mosse dal ritrovamento a Gerusalemme dei resti di un uomo crocifisso risalenti al I secolo; inoltre sul teschio vi sono segni analoghi a quelli che avrebbe potuto procurare una corona di spine. Ciò fa pensare a Gesù Cristo, il quale, se la notizia venisse confermata, non sarebbe mai risorto. Questa eccezionale e sconcertante scoperta potrebbe seriamente minare le basi del Cristianesimo.

    Dal punto di vista politico-religioso, Read non è certo un conservatore ma nemmeno un progressista. Occupa, per così dire, una posizione intermedia. Sta di fatto, comunque, che all’epoca del Concilio Vaticano II non mancò di sollevare più di una perplessità e nel 1991 pubblicò un interessante pamphlet, intitolato Quo Vadis? The Subversion of the Catholic Church, che denunciava la grande confusione dottrinale in seno alla Chiesa (si tratta, in altri termini, della stessa confusione che sovente caratterizza i protagonisti dei suoi romanzi, siano essi laici o preti).

    Piers Paul Read, al netto di qualche limite, rimane dunque una delle poche voci fuori dal coro nell’attuale panorama culturale cattolico. Non vive di polemiche né fa l’eterodosso à la page. Al contrario, ogni suo libro – poco importa se saggio e romanzo – è una piccola certezza in un mondo sempre più confuso, e testimonia, tra l’altro, la lucidità di un uomo sinceramente innamorato di Cristo e della sua Chiesa.

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/07/p...a-letteratura/

  3. #63
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/08/s...GRhx4GMucgGsUc

    Siegfried Sassoon: il “War Poet” che divenne cattolico

    di Luca Fumagalli

    Siegfried Sassoon (1886-1967) è il più importante dei cosiddetti “War Poets”. Forse i suoi versi non sono all’altezza di quelli di Wilfred Owen – solitamente considerato il migliore tra quegli inglesi che scrissero poesie sulla dura condizione dei soldati nelle trincee della Prima Guerra Mondiale – ma è innegabile che se non ci fosse stato lui, la produzione di Owen, di cui tra l’altro fu maestro, non avrebbero mai raggiunto il grande pubblico.

    Owen, infatti, venne ucciso nel 1918 sul Fronte Occidentale, una delle ultime vittime di quel terribile conflitto che aveva cambiato irrimediabilmente il volto dell’Europa. Sassoon, al contrario, visse a lungo, avvicinandosi progressivamente a Cristo e al cattolicesimo. La sua vita, al pari della sua poesia, fu dunque un pellegrinaggio verso la Verità.

    Nato da padre ebreo in una piccola cittadina del Kent, Sassoon era un ardente patriota e si arruolò volontario nell’esercito. In guerra perse un fratello, ucciso a Gallipoli, ma non si demoralizzò e, anzi, dimostrò in più di un’occasione il proprio valore, tanto che nel giugno del 1916 venne decorato con la Military Cross per aver condotto in salvo, sotto l’incessante fuoco tedesco, un ufficiale che era stato ferito in prossimità delle trincee nemiche. Questi e altri atti d’eroismo gli valsero il nomignolo di “Mad Jack” (“Jack il pazzo”). Robert Graves, suo compagno d’armi nei Royal Welch Fusiliers e futuro scrittore di una certa notorietà, lo ricorda mentre sfogliava tranquillamente il giornale poco prima di partire all’assalto nell’offensiva di Fricourt. Un’altra volta, nel 1917, dopo aver occupato una posizione nemica, Sassoon si mise a leggere una volume di poesie, incurante del pericolo. Fu così che venne raccomandato per la Victoria Cross, la più alta onorificenza militare dell’esercito britannico.

    Più tardi, a seguito di una ferita, fu costretto al ricovero in ospedale. Durante la convalescenza Sassoon iniziò a riflettere sui massacri di cui era stato testimone: da quel momento l’eroe divenne la canaglia, il soldato perfetto si tramutò nel ribelle pacifista.

    Nel luglio del 1917 la sua “Soldier’s Declaration”, indirizzata agli ufficiali in comando ma ripresa da varie testate, gli garantì una discreta fama. Si trattava di una dura critica ai potenti che, secondo Sassoon, speculavano sulle sofferenze dei soldati per fini meschini e malvagi. Ce n’era pure per chi, comodamente seduto sul divano di casa propria, inneggiava alla guerra senza conoscere nulla della terribile realtà della trincea. Gli stessi temi, compresa la critica all’ottuso sciovinismo della politica e della stampa, tornano pure in alcuni componimenti del periodo, su tutti “Base Details”, “The General”, “Fight to Finish” e “Glory of Women”.

    In un ultimo gesto di protesta, Sassoon gettò la sua Military Cross nel fiume Mersey, raggiungendo il picco della notorietà quando la sua “Declaration” venne letta nella Camera dei Comuni. In molti, a questo punto, si sarebbero aspettati un deferimento alla corte marziale, ma, probabilmente per evitare uno scandalo, le autorità preferirono dichiarare Sassoon mentalmente instabile e, di conseguenza, non responsabile delle proprie azioni. Venne quindi mandato all’ospedale militare di Edimburgo per le cure ed è proprio qui che conobbe Wilfred Owen.

    Già in questi anni nelle poesie di Sassoon si può notare una forte presenza d’immagini religiose che si vanno a insinuare tra le piaghe di un’umanità martoriata, sporca di fango e sangue. “Absolution”, “Golgotha”, “The Redeemer” e “Stand-To: Good Friday Morning” raccontano tutte dell’amore di Cristo per gli uomini, anche quando questi gli voltano le spalle. In “Reconciliation”, una breve lirica scritta nel novembre del 1918, a conflitto ormai concluso, si invita invece a ricordare i soldati tedeschi morti in guerra: «In quel Golgota forse troverai / Le madri degli uomini che uccisero tuo figlio».

    Nel desolante panorama inglese del dopoguerra, Sassoon trovò nell’arte una piccola tregua dagli affanni che ne tormentavano la coscienza. Oltre a scrivere nuovi versi, amava leggere le poesie di Edith Sitwell – anche lei destinata a diventare cattolica – e fu un grande estimatore di Stravinsky e della sua musica (difesa a spada tratta in uno dei suoi migliori componimenti, “Concert-Interpretation”).

    In “Sheldonian Soliloquy”, forse la più famosa poesia di Sassoon del periodo post-bellico, scritta nel 1922, torna quel cristianesimo embrionale che aveva caratterizzato molte delle sue liriche della guerra e che avrà bisogno di altri trentacinque anni per germogliare definitivamente.

    Nel frattempo divenne noto anche per la sua produzione in prosa, alternando romanzi semi-autobiografici – in particolare la trilogia The Complete Memoirs of George Sherston (1937) – a veri e propri libri di memorie, come The Old Century (1938), The Weald of Youth (1942) e Siegfried’s Journey 1916-1920 (1945).

    La fine del secondo conflitto mondiale segnò una nuova tappa della crescita poetica e umana di Sassoon. La bomba atomica sganciata su Hiroshima gli ispirò “Litany of the Lost” in cui, ancora una volta, l’immaginario religioso fa da contraltare alla disperazione morale di un mondo che si avviava grandi passi verso la Guerra fredda.

    A 71 anni compiuti, nel settembre del 1957, Sassoon fece l’ultimo passo verso la Chiesa di Roma. Oltre alla personale esperienza, un certa influenza la dovettero esercitare pure amici cattolici quali mons. Ronald Knox e Hilaire Belloc (che purtroppo non vissero abbastanza per assistere al lieto evento). Dopo una vita di ricerca, il buon Siegfried era finalmente giunto a casa.

    Durante la sua prima Pasqua da cattolico, scrisse “Lent Illuminations”, un candido resoconto della propria conversione, molto simile ad “Ash Wednesday” di T. S. Eliot. Fino agli ultimi giorni di vita, in poesie come “A Prayer at Pentecost”, “Arbor Vitae” e “A Prayer in Old Age”, il neo-convertito continuò a meditare sulla Fede con cuore grato e commosso.

    Nel 1960 Sassoon selezionò trenta delle sue migliori poesie per una raccolta intitolata The Path to Peace, essenzialmente un’autobiografia in versi. Qui, più che altrove, è sintetizzata la parabola spirituale di un grande scrittore, un lunghissimo pellegrinaggio dall’orrore della guerra alla redenzione.

  4. #64
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    https://www.radiospada.org/2019/08/c...manzo-al-film/

    [CINESPADA] Il dramma del post-Concilio: “Monk Dawson”, dal romanzo al film



    Londra, anni Settanta. Cresciuto in un collegio cattolico, per lui quasi una seconda casa, Edward “Eddie” Dawson decide di abbracciare il sacerdozio e di dedicare tutta la vita al servizio di Dio e dei poveri. Il suo primo incarico parrocchiale lo porta a contatto con una realtà squallida, fatta di amoralità diffusa e di famiglie tutt’altro che felici. Ma Dawson non è tipo da arrendersi facilmente: si rimbocca le maniche e cerca di portare il conforto della Fede ai bisognosi. Aiuta i senzatetto, offre consigli spirituali e chi glielo chiede e arriva a diventare piuttosto noto per i suoi articoli taglienti sulla Chiesa e sul rapporto di questa col mondo moderno. La temperie post-conciliare ha investito in pieno Dawson e i suoi scritti iniziano a mettere sempre più in discussione le autorità ecclesiastiche e le loro vedute troppo retrograde e meschine. Quando il vescovo, per punizione, lo allontana dalla parrocchia e lo costringe a un ritiro presso un monastero, per Dawson la misura è colma e decide abbandonare il sacerdozio. Diventa giornalista e si lega sentimentalmente a Jenny Stanten, una delle donne più affascinanti della capitale inglese, e poi a Theresa Carter, una ragazza conosciuta ai tempi della parrocchia. Ma la felicità per Eddie è destinata presto a dissolversi nei fantasmi di una vocazione che continua a tormentarlo.

    Monk Dawson, film del 1998 tratto dall’omonimo romanzo di Piers Paul Read, prodotto e diretto da Tom Waller, vanta un cast di attori di tutto rispetto che comprende, tra gli altri, John Michie, Martin Kemp, Rhona Mitra e Paula Hamilton. Nonostante la buona qualità della pellicola e il generale plauso della critica, gli incassi al botteghino sono stati magri, tant’è che in America il film è uscito direttamente per il mercato dell’Home Video e non è mai stato doppiato in italiano (perciò bisogna per forza guardarlo in inglese, con l’aggravante che l’unica edizione dvd esistente non prevede la possibilità dei sottotitoli).

    Se il libro da cui Monk Dawson è tratto era già uno splendido esempio di quella letteratura cattolica britannica che negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II faceva i conti con le contraddizioni del cosiddetto “aggiornamento”, la pellicola rende ancora più potente il tema ricollocando il conflitto direttamente nell’anima di Dawson, in cui si sta combattendo una battaglia lacerante tra spirito e carne. Grazie a una sapiente regia e a un paio di scene iconiche davvero ben congeniate, lo spettatore segue passo passo la discesa del protagonista nei più bassi recessi del vizio, verso una sensualità che non lo appaga mai fino in fondo e delle amicizie – come quella con Bobby Winterman, coltivata sin dai tempi del collegio – che si rivelano alla lunga tanto labili quanto quel mondo di cartapesta, tutto lustrini e falsità, in cui vive.

    Fortunatamente, però, c’è sempre spazio per la conversione – o, in questo caso, per la ri-conversione – che inizia nel momento in cui anche Theresa si accorge che c’è qualcosa nel compagno che non torna: «Non ti posso amare, se odi te stesso», gli rinfaccia mentre Eddie affoga incurante i suoi dispiaceri nell’alcol. Per quanto l’epilogo sia tutt’altro che un lieto fine, tuttavia non mancano i segnali di speranza, quei semi di una redenzione che forse non tarderanno a dare i loro frutti.

    Monk Dawson, in definitiva, è una pellicola assolutamente da vedere, un contributo originale e alternativo per approfondire il dibattito intorno al Concilio Vaticano II e alle sue conseguenze.

  5. #65
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    https://www.radiospada.org/2019/08/a...ce-meccaniche/

    Anthony Burgess: appunti sparsi tra “papismo” e arance meccaniche

    di Luca Fumagalli



    Quando gli venne diagnosticato un tumore al cervello, Anthony Burgess si risolse di scrivere in fretta e furia tre o quattro romanzi, i proventi dei quali avrebbero aiutato la moglie Lynne dopo la sua dipartita. Tuttavia la diagnosi si rivelò errata e a morire fu invece la consorte, ammalta di cirrosi. Burgess si risposò in seconde nozze con l’italiana Liana Macellari e continuò a pubblicare libri sino alla morte, avvenuta nel 1993, a 76 anni.

    Per quanto abbia scritto moltissimi romanzi e saggi, Burgess è oggi ricordato solamente per il suo bestseller, Arancia meccanica, divenuto famoso grazie alla riduzione cinematografica firmata da Stanley Kubrick. L’inglese, un uomo brillante quanto disordinato, confusionario e incoerente, fu anche un abile musicista e un esperto di Shakespeare e Joyce.

    Il nom de plume era una forma accorciata del suo vero nome, John Anthony Burgess Wilson (Anthony era il nome di cresima). I Wilson, infatti, erano una famiglia “recusant” di Manchester, cioè facevano parte di quei pochi cattolici che erano resistiti nell’antica Fede nonostante le persecuzioni e l’ostracismo che erano seguiti alla Riforma anglicana.

    A un certo punto della sua carriera, Burgess lasciò pure l’Inghilterra. Lo fece sia per sfuggire dall’opprimente tassazione – detestava i socialisti almeno quanto la Tatcher – sia per incontrare finalmente quell’Europa cattolica di cui aveva nostalgia, ma che purtroppo non esisteva più.

    La sua prima moglie era anglicana, e durante il matrimonio egli abbandonò definitivamente la Fede nella quale era cresciuto. Più tardi in questioni religiose il suo interlocutore privilegiato divenne Liana, in verità un’atea anticlericale. Nonostante ciò, per tutta la vita Burgess mantenne un rapporto conflittuale con la Chiesa, una giostra di odi et amo che si protrasse fino alla fine dei suoi giorni. Non era più cattolico, certamente non era un praticante, ma allo stesso tempo non aveva il coraggio di tagliare completamente ogni legame col cristianesimo. Lui stesso, mentre la moglie dormiva, battezzò il figlio Paolo Andrea con dell’acqua piovana, giusto per sicurezza.ùù



    Tutto ciò è raccontato nella sua autobiografia in due volumi – Little Wilson and Big God e You’ve had Your Time – in cui è pure narrato l’amore di Burgess per quelle invenzioni linguistiche che compaiono in Arancia meccanica. Tale passione era in parte frutto della fascinazione per Joyce, un altro scrittore autoesiliatosi dalla Chiesa e dalla patria (all’autore irlandese Burgess dedicò anche un libro, Re Joyce).

    La carriera letteraria di Burgess era iniziata con una trilogia di romanzi d’ambientazione malese che mostrava le buone qualità della sua prosa, a metà strada tra lo stile di George Orwell e quello di Graham Greene. In seguito scrisse molto, andando a toccare quasi tutti i generi, poesia e racconti per ragazzi inclusi. Per arrotondare le entrate si dedicò pure alla traduzione: in fondo era un uomo di lettere e la sua penna era per lui l’unica fonte di sostentamento. Purtroppo, però, ad eccezione di una piccola nicchia di appassionati di “cose inglesi”, oggi quasi nessuno legge più i suoi libri.

    Burgess, che si definiva «un cattolico apostata», anche se criticò aspramente molte delle evoluzioni dottrinali della Chiesa post Concilio Vaticano II, nei romanzi mischiava la carne e lo spirito con una disinvoltura a volte imbarazzante (lo dimostra il pur notevole Gli strumenti delle tenebre, forse il suo lavoro migliore). Nonostante ciò ebbe interessanti intuizioni – Il seme inquieto, ad esempio, è una sinistra anticipazione di quel totalitarismo del politicamente corretto marcato LGBT che imperversa oggigiorno – e mai si stancò di cercare Dio attraverso le vicende dei suoi personaggi, derelitti vari in pellegrinaggio verso un’identità.

    Per questi motivi i romanzi di Burgess meritano di essere riscoperti e letti, risultando, tra l’altro, un buon antidoto contro molti mali del tempo presente.

  6. #66
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    L’irlandese apostata: uno sguardo alla letteratura di Brian Moore

    di Luca Fumagalli


    Nel romanzo The Lonely Passion of Judith Hearne, pubblicato nel 1956, viene raccontata la sfortunata esistenza di una donna irlandese, alcolizzata e tormentata da una vecchia zia. Il suo crescente pessimismo contagia anche la Fede cattolica in cui è cresciuta: la crisi raggiunge l’apogeo in una delle scene più toccanti del libro, quando Judith, che ormai non crede più nella Presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, sale i gradini dell’altare della chiesa e tenta grottescamente di forzare il tabernacolo.

    The Lonely Passion of Judith Hearne fu il primo romanzo di Brian Moore a raggiungere gli scaffali delle librerie. Da quel momento il protagonista di quasi tutti i suoi lavori successivi divenne un povero cattolico che perde la Fede, sovente un sacerdote.

    Lo dimostra, ad esempio, No Other Life (1993), la storia di un prete di colore che raggiunge la presidenza di un’isola simile ad Haiti, mentre il suo mentore, un confratello canadese, diviene uno scettico cinico e sfiduciato, che non crede più nel Paradiso. Naturalmente in Moore non mancano altri temi che ciclicamente si ripresentano, ma è la questione religiosa che colora la trama della sue opere migliori (come in Black Robe, del 1985, e The Color of Blood, del 1987, rispettivamente la vicenda di un missionario gesuita e di un cardinale dell’est Europa che vivono un rapporto conflittuale con Dio e con la Chiesa).





    Nato a Belfast nel 1921, Moore si trasferì dapprima in Canada – paese in cui iniziò la sua carriera d’autore e di cui prese in seguito la cittadinanza – per poi spostarsi in California, dove morì nel 1999.

    Al pari di Joyce, verso la propria terra d’origine e verso la religione cattolica provò sempre un sentimento ambiguo, fatto di odio e amore (in realtà a prevalere, il più delle volte, era il disprezzo). Sta di fatto, però, che lo scrittore dimostrò di trovarsi perfettamente a proprio agio ogni volta che le sue storie erano ambientate in Irlanda. Lo prova perfettamente il thriller Lies of Silence (1990), dove in una Belfast bella quanto terribile, abitata da derelitti umani, c’è spazio almeno per una vittoria morale.

    Inoltre non stupisce scoprire che Moore era un ammiratore di Graham Greene: entrambi gli autori, infatti, popolano i loro romanzi di uomini e donne ambigui, divisi tra la religione e la carne. Il peccato trionfa quasi sempre, purtroppo con conseguenze disastrose: alla maniera di Dostoevskij, per Moore la perdita di Dio significa molto semplicemente la perdita di ogni cosa. Per fortuna nei personaggi permane comunque un residuo di autentica umanità che, persino nelle peggiori circostanze, lascia loro aperto un piccolo spiraglio di redenzione.

    La caratteristica più affascinante delle opere dell’irlandese risiede nella sua totale estraneità alla vicende, nel senso che i vari protagonisti agiscono credibilmente, mossi da una propria volontà, senza che siano manipolati come pupi dal loro creatore. Ciò rende le sue trame avvincenti, gustose, attraversate da tutte quelle svolte impreviste che sono anche della vita.



    Nel romanzo The Lonely Passion of Judith Hearne, pubblicato nel 1956, viene raccontata la sfortunata esistenza di una donna irlandese, alcolizzata e tormentata da una vecchia zia. Il suo crescente pessimismo contagia anche la Fede cattolica in cui è cresciuta: la crisi raggiunge l’apogeo in una delle scene più toccanti del libro, quando Judith, che ormai non crede più nella Presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, sale i gradini dell’altare della chiesa e tenta grottescamente di forzare il tabernacolo.

    The Lonely Passion of Judith Hearne fu il primo romanzo di Brian Moore a raggiungere gli scaffali delle librerie. Da quel momento il protagonista di quasi tutti i suoi lavori successivi divenne un povero cattolico che perde la Fede, sovente un sacerdote.

    Lo dimostra, ad esempio, No Other Life (1993), la storia di un prete di colore che raggiunge la presidenza di un’isola simile ad Haiti, mentre il suo mentore, un confratello canadese, diviene uno scettico cinico e sfiduciato, che non crede più nel Paradiso. Naturalmente in Moore non mancano altri temi che ciclicamente si ripresentano, ma è la questione religiosa che colora la trama della sue opere migliori (come in Black Robe, del 1985, e The Color of Blood, del 1987, rispettivamente la vicenda di un missionario gesuita e di un cardinale dell’est Europa che vivono un rapporto conflittuale con Dio e con la Chiesa).

    A garantire a Moore una discreta fama internazionale fu la pubblicazione, nel 1972, del lungo racconto futuristico Catholics, che ispirò pure un adattamento televisivo con Martin Sheen. In esso si parla del contrasto tra il cattolicesimo tradizionale di un’abbazia irlandese, collocata su una piccola isola, e il progressismo di padre Kinsella, in missione per conto del Concilio mondiale delle Chiese allo scopo di investigare la singolare ortodossia dei monaci. Nonostante le premesse, la vicenda non si esaurisce in un banale conflitto tra vecchio e nuovo, ma, più in generale, riguarda l’anima dei protagonisti e la Fede (o la mancanza di essa).

    La lunga bibliografia di Brian Moore – solo in parte tradotta in italiano – è così ricca e complessa che il lettore non può non rimanere spiazzato dalla profondità religiosa di un autore che, per quanto non privo di spunti interessanti, volentieri si atteggiava ad anti-clericale: l’irlandese aveva abbandonato la Chiesa, ma per ciò che scriveva c’è da supporre che Dio fosse ancora sulle sue tracce.

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/08/l...b6skbtiUOCJl5c

  7. #67
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    https://www.radiospada.org/2019/08/p...reene-a-capri/



    Conferenza tenuta all'Università cattolica del Sacro Cuore il 29 agosto 2019

  8. #68
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    [CINESPADA] “Tolkien”: note a margine di un capolavoro mancato

    di Luca Fumagalli



    Dopo il successo delle due trilogie cinematografica de Il Signore degli Anelli e de Lo Hobbit, firmate dal talentuoso cineasta Peter Jackson, si avvertiva la necessità di un biopic dedicato a J. R. R. Tolkien, che svelasse a un vasto pubblico di spettatori gli aspetti più significativi della parabola biografica del celebre professore di Oxford, diventato col tempo uno degli autori di culto della letteratura del Novecento.

    Tolkien (2019), in uscita nelle sale cinematografiche italiane il 12 settembre, è proprio il tentativo di rispondere a una tale esigenza.

    Il regista finalndese Dome Karukoski, complice forse un budget relativamente ridotto, stimato intorno ai 20 milioni di dollari, fa la scelta di concentrarsi sugli anni della giovinezza e della formazione universitaria di Tolkien, grosso modo fino alla conclusione della Prima guerra mondiale (più una piccola coda a mo’ di epilogo). I fatti sono riportati abbastanza fedelmente, salvo qualche piccola licenza che comunque non reca alcun danno né fastidio.



    Pensata come un lungo flashback di Tolkien, impegnato in guerra sul fronte della Somme, la pellicola si apre sugli squallidi sobborghi di Birmingham, con la morte della madre e l’affidamento al sacerdote oratoriano Francis Morgan. Lui e il fratello vengono sistemati in un pensionato, ed è qui che Tolkien incontra la bella orfana Edith Bratt, di cui si innamora perdutamente.

    Da questo momento la trama prende tre strade diverse che, nel corso del film, si intrecciano tra loro in continuazione: oltre al presente della guerra, vi è la storia d’amore con Edith e la descrizione della lunga amicizia di Tolkien con Christopher Wiseman, Robert Gilson e Geoffrey Smith (il loro sodalizio prende il nome di TCBS, “Tea Club and Barrovian Society”).

    Complici le ottime interpretazioni degli attori protagonisti – in particolare si segnalano per la loro bravura Nicholas Hoult, nei panni di Tolkien, e Lily Collins nel ruolo di Edith – Tolkien risulta nel complesso un buon film, con molti pregi ma, purtroppo, anche con qualche sbavatura. Se la pellicola riesce bene, ad esempio, a raccontare l’origine e il montare della passione del giovane Tolkien per le lingue, la mitologia e la filologia, il rapporto con gli amici è spesso trattato superficialmente, ridotto a un accumularsi di aneddoti che, tuttavia, faticano a restituire la profondità umana e culturale di un gruppo che aveva l’ambizioso progetto di utilizzare l’arte per cancellare dal mondo ogni bruttura.



    Per fortuna, a differenza di quello che qualche critico aveva paventato, l’amicizia tra i quattro ragazzi è narrata senza alcuna ambiguità: il loro è un rapporto sincero e virile – come veramente fu – privo di quegli ammiccamenti che tanto piacerebbero all’attuale carrozzone del “politically correct” di marca LGBT.

    A maggior ragione, dunque, Tolkien aveva tutto il potenziale per poter essere un nuovo e migliore L’attimo fuggente, ancora più profondo e toccante nel descrivere il rapporto tra vita e letteratura; soprattutto sarebbe stato libero da quelle sinistre tentazioni nichiliste che invece attraversano il capolavoro di Peter Weir.

    Ottime, al contrario, le parti che ritraggono Tolkien in viaggio tra le trincee alla ricerca dell’amico Smith, di cui da qualche tempo non ha più notizie. Ammalato e stanco, si trascina tra pioggia, sangue e cadaveri accompagnato dal fido commilitone Sam Hodges (il cui nome, come si intuisce in una bellissima scena, è tutt’altro che casuale). Altrettanto azzeccate sono le sovrapposizioni tra i paesaggi desolati della guerra e le parti più oscure del legendarium tolkieniano, quasi a voler suggerire una connessione tra la disumanità della Somme e la terribile follia di Mordor. Il fuoco di un drago che diventa quello dei lanciafiamme tedeschi, i cavalieri oscuri che abbattono soldati inermi e gli spettri che si aggirano sul campo di battaglia avidi di morte sono solo alcune delle chicche più riuscite.



    Al netto di tutto, il maggior limite del film rimane quello di sorvolare completamente sulla Fede cattolica di Tolkien, in realtà un elemento essenziale sia della sua vita che della sua opera. È forse questo il più grande tradimento del biopic alla verità dei fatti, una scelta incomprensibile che offre perciò un’immagine monca ed eccessivamente orizzontale del professore di Oxford.

    È davvero un peccato, anche perché Tolkien – che, a quanto pare, pure al botteghino in America ha raggiunto risultati modesti – aveva tutte le carte in regola per diventare un vero capolavoro, che non avrebbe sfigurato accanto ad altri illustri film biografici o di formazione. Come già detto, si tratta comunque di una buona pellicola, che gli appassionati della Terra di Mezzo non dovrebbero lasciarsi sfuggire. Certo, però, rimane l’amaro in bocca di una grande occasione sprecata.

  9. #69
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    Predefinito Re: Anglica catholica



    Conferenza tenuta il 29 giugno 2019, festa dei Ss. Pietro e Paolo, da Luca Fumagalli. La conferenza è stata numerata come 548° di formazione militante a cura della CAP dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

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    Predefinito Re: Anglica catholica

    C.C. Martindale: il gesuita inglese che rivoluzionò l’agiografia (e non solo…)



    Nella prima metà del Novecento il gesuita Cyril Charles Martindale (1879-1963) è stato uno dei sacerdoti più celebri e stimati della Chiesa cattolica inglese. Se ancora oggi, nelle Isole Britanniche, il suo nome è piuttosto noto, in Italia, al contrario, di lui si sa poco o nulla. Sorprenderà molti, perciò, scoprire che il gesuita è l’autore di Santi, un’antologia di brani agiografici che pure alla nostre latitudini ha riscosso un discreto successo. Alcune storie contenute nel libro, come quella di Ermanno lo storpio, sono diventate famose e non è raro sentirle citate in contesti pubblici.

    Convertitosi dal protestantesimo in giovane età, dopo gli studi superiori ad Harrow, Martindale decise di abbracciare il sacerdozio diventando membro della Compagnia di Gesù. Il primo ingresso in una chiesa cattolica, quando era ancora un fanciullo, fu in tal senso un’esperienza decisiva: l’edificio, con i suoi giochi di luce e ombra, le sue statue e i suoi affreschi era diverso da qualsiasi altro luogo di culto che avesse mai visto, molto più suggestivo e affascinante, parendo ai suoi occhi un’oasi di vita in un mondo che già percepiva come morto.

    L’incontro con Dio fu per lui un’àncora di salvezza che lo trascinò via dagli abissi della disperazione e dall’ipotesi estrema del suicidio. Da adolescente si era infatti accorto, forse troppo prematuramente, che l’uomo portava in sé i segni di una drammatica fragilità. Se non fosse esistito qualcosa di superiore e di migliore, in grado di riscattarlo dalla sua condizione, nulla poteva avere senso. Ecco perché l’Annunciazione, dopo il suo ingresso nella Chiesa, divenne per lui una delle più importanti feste del calendario liturgico: il “Sì” di Maria aveva infatti spalancato le porte alla venuta di Cristo nel mondo, la più grande testimonianza del Suo amore per l’umanità.

    Molto probabilmente è a queste considerazioni che si deve ricondurre la tenera devozione che nacque in lui, ancora studente, per la Madonna, una devozione che lo accompagnò per il resto della vita (nonostante a casa gli venisse insegnato che il culto “papista” dei santi era una volgare forma di idolatria). Ancor prima di farsi cattolico, a seguito di un viaggio in Francia, comprò pure un rosario e una statuetta del Sacro Cuore.

    Più o meno nello stesso periodo fu affascinato dalla figura di San Luigi Gonzaga, il gesuita del XVI secolo che sacrificò la sua giovane vita pur di aiutare gli ammalati, un santo a cui Martindale rimase sempre legato e a cui dedicò più di uno scritto.

    La spiritualità del sacerdote inglese, animata dal desiderio di abbracciare in toto la vita, anche nei suoi aspetti più rivoltanti, si reggeva su un unico assunto: abbandonarsi alla volontà di Dio e agire come un docile strumento nelle Sue mani. Provava un genuino orrore per quella modernità che pretendeva di sostituire l’uomo a Cristo, per quegli sciocchi che non comprendevano che proprio in un tale atteggiamento – che echeggiava da vicino il “Non serviam” satanico – risiedeva la radice di ogni male.



    a qui la ben nota carità. L’esempio, a sua detta, era l’unica cosa in grado di procurare delle conversioni. Non a caso fu proprio durante la Grande guerra, impegnato presso gli ospedali di Oxford, che Martindale, per così dire, trovò se stesso e la conferma definitiva della sua vocazione sacerdotale.

    Nonostante la salute cagionevole – per tutta la vita soffrì di violenti attacchi di emicrania – il suo fu un apostolato a dir poco frenetico: si fece in quattro per assistere i poveri e i lavoratori, viaggiò in ogni continente per presenziare ai vari congressi eucaristici, creò un movimento cattolico universitario, predicò numerosi ritiri e mai si dimenticò di sottolineare l’importanza della devozione nella vita del buon cristiano, organizzando eventi e promuovendo associazioni che incentivassero il culto e la preghiera.

    Né va dimenticata la sua profonda stima nei confronti del papato romano, da cui derivò pure un certo scetticismo a proposito di una possibile riconciliazione tra la Chiesa cattolica e quella anglicana.

    Al netto del suo essere estremamente timido e taciturno, Martindale era comunque una persona dotata di grande empatia, capace di cogliere al volo i pensieri e gli umori dei suoi interlocutori (solo con i confratelli, anche con quelli di cui era amico, mantenne sempre una certa distanza, secondo lui prudenziale in un ambiente prettamente maschile). L’uomo, non il pensiero astratto, era ciò che lo appassionava veramente, e questo era pure il motivo per cui alla filosofia preferiva di gran lunga la storia.

    Allo stesso modo, nelle sue opere agiografiche, compilate solo dopo lunghi studi e un’accurata verifica delle fonti, poneva l’accento sull’umanità dei protagonisti, credendo che questa fosse la miglior via per mostrarne chiaramente il carattere e la santità. Ciò che più lo affascinava erano le contraddizioni dell’animo, quelle tensioni opposte che si agitano invariabilmente nei cuori delle persone. Agendo secondo questo principio, Martindale si ritrovò a fondare un nuovo stile agiografico, lontano da quello mainstream degli Oratoriani e di altri ordini religiosi inglesi del XIX secolo, nei cui scritti prevalevano a volte le tinte pastello, gli aneddoti posticci e un’esagerata ostentazione dei fatti più eccezionali (sovente a scapito della verità). Questo nuovo modo di intendere l’agiografia fu forse il suo più grande e duraturo contributo alla cultura cattolica.

    Nel 1916 pubblicò la biografia di Robert Hugh Benson, celebre autore del romanzo distopico Il padrone del mondo. Il lavoro, una vera miniera di informazioni, gli era stato ufficialmente commissionato dalla famiglia del monsignore – scomparso prematuramente due anni prima – e dal cardinale Bourne. Oltre a quella di Benson – che fu un vero e proprio successo commerciale – scrisse altre pregevoli biografie, libri di viaggio e diverse memorie di suoi confratelli gesuiti (alcune tra queste, pensate per amici e parenti, circolarono solo in forma privata).



    Diede alle stampe pure vari pamphlet apologetici, finalizzati a insegnare ai fedeli i principi della dottrina e della liturgia cattolica, tutti caratterizzati da un linguaggio chiaro, facilmente accessibile ai più. Di questo gruppo il suo libro più famoso fu senz’altro The Difficult Commandment (1934), dedicato al sesto comandamento. Inizialmente Martindale si rifiutò di far comparire il suo nome in copertina perché non voleva in nessun modo essere associato a un testo che trattava tematiche sessuali; dopo la rapida impennata delle vendite fu infine costretto a cedere alle insistenze dell’editore e dei sodali.

    Tra i cattolici inglesi fu anche un pioniere degli studi comparativi tra le religioni e uno dei primi gesuiti a interessarsi di psicologia (sebbene non mancò di sottolinearne i limiti, in particolare la pretesa di considerare gli altri uomini dei “casi” da profanare con investigazioni dell’anima a volte francamente pretenziose).

    Dal punto di vista letterario, la sua non fu certo una vocazione tardiva: già durante la scuola superiore Martindale iniziò a scrivere poesie, una passione che continuò fino alla fine dei suoi giorni e che ebbe una parentesi particolarmente ispirata durante gli anni dell’università, ad Oxford, quando le sue liriche presero ad allontanarsi poco a poco dal manierismo delle prime prove per virare verso temi capitali quali il destino dell’uomo e il suo tormentato rapporto con il divino. Le indiscusse abilità gli valsero la vittoria di diversi premi e lo convinsero a tentare di battere anche la strada della prosa.

    Oltre ad essere stato un brillante scrittore, Martindale fu predicatore, giornalista e conferenziere di rara efficacia. Tenne varie trasmissioni dai microfoni della BBC, le più importanti delle quali furono quelle dedicate alla vita dei santi, andate in onda nei primi mesi del 1932. Come predicatore fu sempre chiaro e diretto, dimostrando di apprezzare poco gli orpelli della retorica. Diversi suoi sermoni vennero in seguito raccolti e pubblicati in agili volumi a uso e consumo dei fedeli.

    Il suo amore per la Chiesa non gli impedì tuttavia di scorgere diversi limiti che la attraversavano e che rischiavano di renderla incapace di affrontare al meglio le sfide offerte da un’epoca di scetticismo dilagante.

    Ad esempio, durante un soggiorno di tre mesi in Italia – il suo paese preferito dopo la Francia –Martindale ebbe modo di trascorrere parecchio tempo fianco a fianco con il clero della Penisola. Fu un’esperienza molto significativa che lo aiutò a maturare la convinzione di come fosse fondamentale per il cattolicesimo evitare la tentazione di chiudersi in se stesso, incurante di tutto il resto. Nel 1925 mise le sue riflessioni su carta, offrendo una sintesi di quelle che secondo lui erano le “cinque piaghe” che affliggevano la Chiesa: l’identificazione dei fedeli con la politica partigiana, l’ignoranza dei cattolici nei confronti del dogma, una diffusa confusione su cosa sia o non sia il socialismo, la troppa distanza di pensiero, parola e comportamento tra il sacerdote e l’uomo ordinario e, dulcis in fundo, la riduzione della religione a una serie di regole di comportamento, mettendo così in ombra l’amore di Dio, la cosa in assoluto più importante.



    Dato che alcuni suoi articoli suscitarono qualche polemica sia in Inghilterra che in America, Martindale venne persino sospettato di modernismo. Secondo gli ordini di Roma, per un lungo periodo i suoi scritti, anche quelli più domestici, vennero controllati da ben quattro censori (anziché i due solitamente previsti dalla Compagnia di Gesù). L’amara ironia della situazione sta nel fatto che Martindale aveva sempre dimostrato una vigorosa avversione per le nuove idee, soprattutto per quelle del confratello Tyrrell (meno severo fu invece il suo giudizio nei confronti di Teilhard de Chardin). Dopo qualche tempo i malintesi con le autorità vennero chiariti e Martindale – che, come tipico del suo carattere, non fece mai nulla per scagionarsi dalle accuse – poté riprendere la propria attività senza alcun problema.

    In verità, più che modernista, quello del sacerdote inglese fu uno spirito moderno: Martindale si rendeva conto di come, col passare del tempo, fosse necessario trovare nuove strategie per convincere gli uomini – ormai vittima dello sconforto e della disillusione – di come il messaggio evangelico continuasse a essere una proposta seducente e allettante, l’unica ancora in grado di dare un senso all’esistenza.

    Anche nei confronti delle conversioni, memore della propria esperienza, il suo atteggiamento fu sempre cauto, evitando i facili entusiasmi tipici di una certa mentalità inglese d’inizio Novecento. Lo dimostra il suo incontro con Ronald Knox, avvenuto nel 1914 presso la dimora di Lord Halifax. Al tempo Knox era un prelato della Chiesa d’Inghilterra che stava attraversando una grave crisi spirituale. Fu così che una sera espresse a Martindale i suoi dubbi, chiedendo di essere ammesso nella Chiesa di Roma. Con sua grande sorpresa il gesuita non assecondò la richiesta, invitandolo piuttosto a meditare ulteriormente e a trovare anche delle ragioni positive per fare il grande passo. Dopo qualche tempo Knox gli scrisse una lettera per informarlo che aveva fatto quanto gli era stato detto e che si sentiva finalmente pronto a diventare cattolico.

    Pur con tutti i limiti umani del caso, la parabola sacerdotale di Martindale fu a dir poco eccezionale. A suo modo fu un genio, capace di cogliere in anticipo rispetto alla maggior parte dei confratelli i cambiamenti della società e di sfruttarli per meglio diffondere il messaggio di Cristo e della Sua Chiesa. Al pari di Edmund Campion, il celebre gesuita martire del XVI secolo, rinunciò a una sicura carriera accademica per dedicarsi anima e corpo a un apostolato d’amore, rivolto a un mondo sofferente che aveva scioccamente volto le spalle a Dio.

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/09/c...ia-e-non-solo/

 

 
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