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Discussione: Anglica catholica

  1. #61
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    https://www.radiospada.org/2019/07/c...le-il-podcast/

    Anche quest’anno Ferdi McDermott, preside del Chavagnes International College, scuola cattolica che ha sede in Vandea, ha organizzato il consueto ciclo di conferenze estivo dedicato al rapporto tra la letteratura e la Fede dal titolo: “The Anointed Imagination: Literature and the Light of Christ”. A Ferdi McDermott ci lega una profonda amicizia, nata lo scorso anno, quando aveva invitato il nostro Luca Fumagalli a parlare delle opere profetiche di due sacerdoti inglesi: R. H. Benson e John Gray.

    Quest’anno il programma – che si svolgerà dal 22 al 26 luglio – prevede come relatore principale il saggista Joseph Pearce, tra i migliori studiosi di letteratura cattolica.

    Per ulteriori dettagli sulle prenotazioni e la scaletta degli interventi:

    The Anointed Imagination: Chavagnes Summer Conference 2019 ? Bringing thoughtful friends together in a spirit of friendship, prayer and relaxation. 22nd to 26th July 2019.

    Ancora più importante, da quest’anno è possibile acquistare gli audio delle conferenze, ascoltarli in diretta e successivamente scaricarli in digital download. E’ pure un modo per finanziare iniziative lodevoli come questa. Per tutte le informazioni:

    https://www.mikechurch.com/shop/prod...d-mike-church/

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  2. #62
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Piers Paul Read: essere scrittori cattolici oggi

    di Luca Fumagalli

    Se in tanti hanno visto lo splendido film Alive (1993) – la storia di una squadra di rugby che, dopo essere sopravvissuta a un incidente aereo sulle Ande, arriva agli estremi del cannibalismo per non morir di fame – in pochi sanno che l’autore dell’omonimo libro da cui è tratta la pellicola è Piers Paul Read, tra i più importanti scrittori cattolici inglesi contemporanei. Alive, uno dei pochi testi di Read ad essere stato tradotto in italiano – con il titolo Tabù – per quanto non sia un romanzo, dimostra la grande penetrazione psicologica e la passione umana che contraddistinguono le opere migliori dell’inglese (che ha pubblicato pure altri interessanti saggi come quello dedicato alla tragedia di Chernobyl).

    Read, classe 1941, è cresciuto in una famiglia cattolica dello Yorkshire e ha studiato a Cambridge. È sposato ed è padre di quattro figli.

    La sua poetica è per certi versi indecifrabile, mai completamente definita, suscettibile di costanti cambiamenti. Se ogni romanzo è un mondo a sé, l’unica costante è la Fede, carne e anima della sua prosa.

    In uno dei suoi primi lavori, Monk Dawson (1969), si narra la storia di un prete tormentato da dubbi che abbandona infine il sacerdozio. Sulle prime, il libro potrebbe sembrare il classico racconto che segue la triste vicenda di uno “spretato”, ma nell’epilogo si assiste a un radicale ribaltamento di prospettiva: dopo che la compagna si suicida, l’ex sacerdote – che, nel frattempo, è diventato giornalista – capisce di aver commesso un grave errore e termina i suoi giorni in un monastero trappista (temi analoghi tornano pure in A Married Man, del 1979,storia d’amore, matrimonio e adulterio che ricordaFine di una storia di Graham Greene). Interessante anche The Upstart (1973), altro lavoro alla Greene sul male e la vendetta, e il recente The Death of a Pope (2009), un thriller in cui si racconta il complotto ordito da un ex sacerdote allo scopo di eliminare la fazione conservatrice del collegio cardinalizio (così da garantire il controllo della Chiesa al clero più progressista e liberale).

    Non mancano nella vasta bibliografia di Read neppure romanzi in cui il cattolicesimo è meno esplicito e i protagonisti non sono inglesi.

    The Professor’s Daughter (1971), per esempio, è ambientato negli USA, all’epoca delle proteste degli universitari per la guerra in Vietnam. A Season in the West (1988) trasporta il lettore nei panni di uno scrittore cecoslovacco che raggiunge l’Inghilterra per conoscere il suo traduttore. Venendo da una cultura comunista, chiusa e oppressiva, Josef Birek – questo il suo nome – si aspetta di incontrare un mondo più libero rispetto a quello da cui proviene: inutile dire che le sue speranze verranno frustrate. The Free Frenchmen (1986), invece, è un libro massiccio che racconta la storia della Francia dal 1914 al 1950.

    Tuttavia l’opera di Read che ha riscosso il più grande successo di pubblico e critica – almeno nei paesi anglosassoni – è On The Third Day (1992). La trama, il cui prologo somiglia molto a quello di The Body di Richard Ben Sapir – da cui è stato tratto l’omonimo film con Antonio Banderas – prende le mosse dal ritrovamento a Gerusalemme dei resti di un uomo crocifisso risalenti al I secolo; inoltre sul teschio vi sono segni analoghi a quelli che avrebbe potuto procurare una corona di spine. Ciò fa pensare a Gesù Cristo, il quale, se la notizia venisse confermata, non sarebbe mai risorto. Questa eccezionale e sconcertante scoperta potrebbe seriamente minare le basi del Cristianesimo.

    Dal punto di vista politico-religioso, Read non è certo un conservatore ma nemmeno un progressista. Occupa, per così dire, una posizione intermedia. Sta di fatto, comunque, che all’epoca del Concilio Vaticano II non mancò di sollevare più di una perplessità e nel 1991 pubblicò un interessante pamphlet, intitolato Quo Vadis? The Subversion of the Catholic Church, che denunciava la grande confusione dottrinale in seno alla Chiesa (si tratta, in altri termini, della stessa confusione che sovente caratterizza i protagonisti dei suoi romanzi, siano essi laici o preti).

    Piers Paul Read, al netto di qualche limite, rimane dunque una delle poche voci fuori dal coro nell’attuale panorama culturale cattolico. Non vive di polemiche né fa l’eterodosso à la page. Al contrario, ogni suo libro – poco importa se saggio e romanzo – è una piccola certezza in un mondo sempre più confuso, e testimonia, tra l’altro, la lucidità di un uomo sinceramente innamorato di Cristo e della sua Chiesa.

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/07/p...a-letteratura/

  3. #63
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/08/s...GRhx4GMucgGsUc

    Siegfried Sassoon: il “War Poet” che divenne cattolico

    di Luca Fumagalli

    Siegfried Sassoon (1886-1967) è il più importante dei cosiddetti “War Poets”. Forse i suoi versi non sono all’altezza di quelli di Wilfred Owen – solitamente considerato il migliore tra quegli inglesi che scrissero poesie sulla dura condizione dei soldati nelle trincee della Prima Guerra Mondiale – ma è innegabile che se non ci fosse stato lui, la produzione di Owen, di cui tra l’altro fu maestro, non avrebbero mai raggiunto il grande pubblico.

    Owen, infatti, venne ucciso nel 1918 sul Fronte Occidentale, una delle ultime vittime di quel terribile conflitto che aveva cambiato irrimediabilmente il volto dell’Europa. Sassoon, al contrario, visse a lungo, avvicinandosi progressivamente a Cristo e al cattolicesimo. La sua vita, al pari della sua poesia, fu dunque un pellegrinaggio verso la Verità.

    Nato da padre ebreo in una piccola cittadina del Kent, Sassoon era un ardente patriota e si arruolò volontario nell’esercito. In guerra perse un fratello, ucciso a Gallipoli, ma non si demoralizzò e, anzi, dimostrò in più di un’occasione il proprio valore, tanto che nel giugno del 1916 venne decorato con la Military Cross per aver condotto in salvo, sotto l’incessante fuoco tedesco, un ufficiale che era stato ferito in prossimità delle trincee nemiche. Questi e altri atti d’eroismo gli valsero il nomignolo di “Mad Jack” (“Jack il pazzo”). Robert Graves, suo compagno d’armi nei Royal Welch Fusiliers e futuro scrittore di una certa notorietà, lo ricorda mentre sfogliava tranquillamente il giornale poco prima di partire all’assalto nell’offensiva di Fricourt. Un’altra volta, nel 1917, dopo aver occupato una posizione nemica, Sassoon si mise a leggere una volume di poesie, incurante del pericolo. Fu così che venne raccomandato per la Victoria Cross, la più alta onorificenza militare dell’esercito britannico.

    Più tardi, a seguito di una ferita, fu costretto al ricovero in ospedale. Durante la convalescenza Sassoon iniziò a riflettere sui massacri di cui era stato testimone: da quel momento l’eroe divenne la canaglia, il soldato perfetto si tramutò nel ribelle pacifista.

    Nel luglio del 1917 la sua “Soldier’s Declaration”, indirizzata agli ufficiali in comando ma ripresa da varie testate, gli garantì una discreta fama. Si trattava di una dura critica ai potenti che, secondo Sassoon, speculavano sulle sofferenze dei soldati per fini meschini e malvagi. Ce n’era pure per chi, comodamente seduto sul divano di casa propria, inneggiava alla guerra senza conoscere nulla della terribile realtà della trincea. Gli stessi temi, compresa la critica all’ottuso sciovinismo della politica e della stampa, tornano pure in alcuni componimenti del periodo, su tutti “Base Details”, “The General”, “Fight to Finish” e “Glory of Women”.

    In un ultimo gesto di protesta, Sassoon gettò la sua Military Cross nel fiume Mersey, raggiungendo il picco della notorietà quando la sua “Declaration” venne letta nella Camera dei Comuni. In molti, a questo punto, si sarebbero aspettati un deferimento alla corte marziale, ma, probabilmente per evitare uno scandalo, le autorità preferirono dichiarare Sassoon mentalmente instabile e, di conseguenza, non responsabile delle proprie azioni. Venne quindi mandato all’ospedale militare di Edimburgo per le cure ed è proprio qui che conobbe Wilfred Owen.

    Già in questi anni nelle poesie di Sassoon si può notare una forte presenza d’immagini religiose che si vanno a insinuare tra le piaghe di un’umanità martoriata, sporca di fango e sangue. “Absolution”, “Golgotha”, “The Redeemer” e “Stand-To: Good Friday Morning” raccontano tutte dell’amore di Cristo per gli uomini, anche quando questi gli voltano le spalle. In “Reconciliation”, una breve lirica scritta nel novembre del 1918, a conflitto ormai concluso, si invita invece a ricordare i soldati tedeschi morti in guerra: «In quel Golgota forse troverai / Le madri degli uomini che uccisero tuo figlio».

    Nel desolante panorama inglese del dopoguerra, Sassoon trovò nell’arte una piccola tregua dagli affanni che ne tormentavano la coscienza. Oltre a scrivere nuovi versi, amava leggere le poesie di Edith Sitwell – anche lei destinata a diventare cattolica – e fu un grande estimatore di Stravinsky e della sua musica (difesa a spada tratta in uno dei suoi migliori componimenti, “Concert-Interpretation”).

    In “Sheldonian Soliloquy”, forse la più famosa poesia di Sassoon del periodo post-bellico, scritta nel 1922, torna quel cristianesimo embrionale che aveva caratterizzato molte delle sue liriche della guerra e che avrà bisogno di altri trentacinque anni per germogliare definitivamente.

    Nel frattempo divenne noto anche per la sua produzione in prosa, alternando romanzi semi-autobiografici – in particolare la trilogia The Complete Memoirs of George Sherston (1937) – a veri e propri libri di memorie, come The Old Century (1938), The Weald of Youth (1942) e Siegfried’s Journey 1916-1920 (1945).

    La fine del secondo conflitto mondiale segnò una nuova tappa della crescita poetica e umana di Sassoon. La bomba atomica sganciata su Hiroshima gli ispirò “Litany of the Lost” in cui, ancora una volta, l’immaginario religioso fa da contraltare alla disperazione morale di un mondo che si avviava grandi passi verso la Guerra fredda.

    A 71 anni compiuti, nel settembre del 1957, Sassoon fece l’ultimo passo verso la Chiesa di Roma. Oltre alla personale esperienza, un certa influenza la dovettero esercitare pure amici cattolici quali mons. Ronald Knox e Hilaire Belloc (che purtroppo non vissero abbastanza per assistere al lieto evento). Dopo una vita di ricerca, il buon Siegfried era finalmente giunto a casa.

    Durante la sua prima Pasqua da cattolico, scrisse “Lent Illuminations”, un candido resoconto della propria conversione, molto simile ad “Ash Wednesday” di T. S. Eliot. Fino agli ultimi giorni di vita, in poesie come “A Prayer at Pentecost”, “Arbor Vitae” e “A Prayer in Old Age”, il neo-convertito continuò a meditare sulla Fede con cuore grato e commosso.

    Nel 1960 Sassoon selezionò trenta delle sue migliori poesie per una raccolta intitolata The Path to Peace, essenzialmente un’autobiografia in versi. Qui, più che altrove, è sintetizzata la parabola spirituale di un grande scrittore, un lunghissimo pellegrinaggio dall’orrore della guerra alla redenzione.

  4. #64
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    https://www.radiospada.org/2019/08/c...manzo-al-film/

    [CINESPADA] Il dramma del post-Concilio: “Monk Dawson”, dal romanzo al film



    Londra, anni Settanta. Cresciuto in un collegio cattolico, per lui quasi una seconda casa, Edward “Eddie” Dawson decide di abbracciare il sacerdozio e di dedicare tutta la vita al servizio di Dio e dei poveri. Il suo primo incarico parrocchiale lo porta a contatto con una realtà squallida, fatta di amoralità diffusa e di famiglie tutt’altro che felici. Ma Dawson non è tipo da arrendersi facilmente: si rimbocca le maniche e cerca di portare il conforto della Fede ai bisognosi. Aiuta i senzatetto, offre consigli spirituali e chi glielo chiede e arriva a diventare piuttosto noto per i suoi articoli taglienti sulla Chiesa e sul rapporto di questa col mondo moderno. La temperie post-conciliare ha investito in pieno Dawson e i suoi scritti iniziano a mettere sempre più in discussione le autorità ecclesiastiche e le loro vedute troppo retrograde e meschine. Quando il vescovo, per punizione, lo allontana dalla parrocchia e lo costringe a un ritiro presso un monastero, per Dawson la misura è colma e decide abbandonare il sacerdozio. Diventa giornalista e si lega sentimentalmente a Jenny Stanten, una delle donne più affascinanti della capitale inglese, e poi a Theresa Carter, una ragazza conosciuta ai tempi della parrocchia. Ma la felicità per Eddie è destinata presto a dissolversi nei fantasmi di una vocazione che continua a tormentarlo.

    Monk Dawson, film del 1998 tratto dall’omonimo romanzo di Piers Paul Read, prodotto e diretto da Tom Waller, vanta un cast di attori di tutto rispetto che comprende, tra gli altri, John Michie, Martin Kemp, Rhona Mitra e Paula Hamilton. Nonostante la buona qualità della pellicola e il generale plauso della critica, gli incassi al botteghino sono stati magri, tant’è che in America il film è uscito direttamente per il mercato dell’Home Video e non è mai stato doppiato in italiano (perciò bisogna per forza guardarlo in inglese, con l’aggravante che l’unica edizione dvd esistente non prevede la possibilità dei sottotitoli).

    Se il libro da cui Monk Dawson è tratto era già uno splendido esempio di quella letteratura cattolica britannica che negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II faceva i conti con le contraddizioni del cosiddetto “aggiornamento”, la pellicola rende ancora più potente il tema ricollocando il conflitto direttamente nell’anima di Dawson, in cui si sta combattendo una battaglia lacerante tra spirito e carne. Grazie a una sapiente regia e a un paio di scene iconiche davvero ben congeniate, lo spettatore segue passo passo la discesa del protagonista nei più bassi recessi del vizio, verso una sensualità che non lo appaga mai fino in fondo e delle amicizie – come quella con Bobby Winterman, coltivata sin dai tempi del collegio – che si rivelano alla lunga tanto labili quanto quel mondo di cartapesta, tutto lustrini e falsità, in cui vive.

    Fortunatamente, però, c’è sempre spazio per la conversione – o, in questo caso, per la ri-conversione – che inizia nel momento in cui anche Theresa si accorge che c’è qualcosa nel compagno che non torna: «Non ti posso amare, se odi te stesso», gli rinfaccia mentre Eddie affoga incurante i suoi dispiaceri nell’alcol. Per quanto l’epilogo sia tutt’altro che un lieto fine, tuttavia non mancano i segnali di speranza, quei semi di una redenzione che forse non tarderanno a dare i loro frutti.

    Monk Dawson, in definitiva, è una pellicola assolutamente da vedere, un contributo originale e alternativo per approfondire il dibattito intorno al Concilio Vaticano II e alle sue conseguenze.

  5. #65
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    https://www.radiospada.org/2019/08/a...ce-meccaniche/

    Anthony Burgess: appunti sparsi tra “papismo” e arance meccaniche

    di Luca Fumagalli



    Quando gli venne diagnosticato un tumore al cervello, Anthony Burgess si risolse di scrivere in fretta e furia tre o quattro romanzi, i proventi dei quali avrebbero aiutato la moglie Lynne dopo la sua dipartita. Tuttavia la diagnosi si rivelò errata e a morire fu invece la consorte, ammalta di cirrosi. Burgess si risposò in seconde nozze con l’italiana Liana Macellari e continuò a pubblicare libri sino alla morte, avvenuta nel 1993, a 76 anni.

    Per quanto abbia scritto moltissimi romanzi e saggi, Burgess è oggi ricordato solamente per il suo bestseller, Arancia meccanica, divenuto famoso grazie alla riduzione cinematografica firmata da Stanley Kubrick. L’inglese, un uomo brillante quanto disordinato, confusionario e incoerente, fu anche un abile musicista e un esperto di Shakespeare e Joyce.

    Il nom de plume era una forma accorciata del suo vero nome, John Anthony Burgess Wilson (Anthony era il nome di cresima). I Wilson, infatti, erano una famiglia “recusant” di Manchester, cioè facevano parte di quei pochi cattolici che erano resistiti nell’antica Fede nonostante le persecuzioni e l’ostracismo che erano seguiti alla Riforma anglicana.

    A un certo punto della sua carriera, Burgess lasciò pure l’Inghilterra. Lo fece sia per sfuggire dall’opprimente tassazione – detestava i socialisti almeno quanto la Tatcher – sia per incontrare finalmente quell’Europa cattolica di cui aveva nostalgia, ma che purtroppo non esisteva più.

    La sua prima moglie era anglicana, e durante il matrimonio egli abbandonò definitivamente la Fede nella quale era cresciuto. Più tardi in questioni religiose il suo interlocutore privilegiato divenne Liana, in verità un’atea anticlericale. Nonostante ciò, per tutta la vita Burgess mantenne un rapporto conflittuale con la Chiesa, una giostra di odi et amo che si protrasse fino alla fine dei suoi giorni. Non era più cattolico, certamente non era un praticante, ma allo stesso tempo non aveva il coraggio di tagliare completamente ogni legame col cristianesimo. Lui stesso, mentre la moglie dormiva, battezzò il figlio Paolo Andrea con dell’acqua piovana, giusto per sicurezza.ùù



    Tutto ciò è raccontato nella sua autobiografia in due volumi – Little Wilson and Big God e You’ve had Your Time – in cui è pure narrato l’amore di Burgess per quelle invenzioni linguistiche che compaiono in Arancia meccanica. Tale passione era in parte frutto della fascinazione per Joyce, un altro scrittore autoesiliatosi dalla Chiesa e dalla patria (all’autore irlandese Burgess dedicò anche un libro, Re Joyce).

    La carriera letteraria di Burgess era iniziata con una trilogia di romanzi d’ambientazione malese che mostrava le buone qualità della sua prosa, a metà strada tra lo stile di George Orwell e quello di Graham Greene. In seguito scrisse molto, andando a toccare quasi tutti i generi, poesia e racconti per ragazzi inclusi. Per arrotondare le entrate si dedicò pure alla traduzione: in fondo era un uomo di lettere e la sua penna era per lui l’unica fonte di sostentamento. Purtroppo, però, ad eccezione di una piccola nicchia di appassionati di “cose inglesi”, oggi quasi nessuno legge più i suoi libri.

    Burgess, che si definiva «un cattolico apostata», anche se criticò aspramente molte delle evoluzioni dottrinali della Chiesa post Concilio Vaticano II, nei romanzi mischiava la carne e lo spirito con una disinvoltura a volte imbarazzante (lo dimostra il pur notevole Gli strumenti delle tenebre, forse il suo lavoro migliore). Nonostante ciò ebbe interessanti intuizioni – Il seme inquieto, ad esempio, è una sinistra anticipazione di quel totalitarismo del politicamente corretto marcato LGBT che imperversa oggigiorno – e mai si stancò di cercare Dio attraverso le vicende dei suoi personaggi, derelitti vari in pellegrinaggio verso un’identità.

    Per questi motivi i romanzi di Burgess meritano di essere riscoperti e letti, risultando, tra l’altro, un buon antidoto contro molti mali del tempo presente.

 

 
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