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Discussione: Anglica catholica

  1. #71
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Muriel Spark e il romanzo cattolico postmoderno

    di Luca Fumagalli




    Durante un’intervista televisiva, il 2 giugno del 1961, Muriel Spark ebbe modo di parlare a Malcolm Muggeridge del suo ingresso nella Chiesa di Roma, avvenuto solo sette anni prima: «Il motivo per cui sono diventata cattolica è perché mi veniva mostrata la mia vera natura. […] Non fui capace di lavorare e di fare qualcosa delle mie qualità letterarie fino a quel momento».

    Quest’ultima affermazione, in realtà, è vera solo in parte. Se la scrittrice scozzese (1918-2006) pubblicò i suoi primi romanzi subito dopo la conversione – tutti testi in cui l’elemento religioso gioca un ruolo di primo piano – già godeva di una buona fama come poetessa e autrice di novelle. Per un paio di anni direttrice della «Poetry Review», nel 1951 aveva vinto un concorso poetico indetto dall’«Observer» e l’anno successivo era stato pubblicato il suo primo libro di versi: The Fanfarlo and Other Verse.

    Fu solo in seguito ai primi successi editoriali che la Spark iniziò ad avvicinarsi alla religione. Seguendo le orme del suo idolo, T. S. Eliot, nel 1953 venne ricevuta nella comunione anglicana; nonostante ciò il suo animo continuava a rimanere inquieto.

    Per lei, fino ad allora, la vita era stata decisamente movimentata: nata da padre ebreo – il suo cognome da nubile era Camberg – in Africa aveva lasciato un marito mentalmente instabile e il suo unico figlio era affidato ai nonni, in Scozia, mentre lei lavorava a Londra. Sperava che la Fede potesse esserle di conforto, sopratutto in un periodo così difficile, ma evidentemente la Chiesa d’Inghilterra non sembrava in grado di darle quelle certezze che stava cercando da tempo.



    Fu a quel punto che le capitò tra le mani Apologia pro Vita Sua del cardinale Newman e dalla lettura del libro emerse con il desiderio di convertirsi alla Chiesa di Roma. Così scrisse nella sua autobiografia, Curriculum Vitae, pubblicata nel 1992: «Nel 1953 ero assorbita dagli scritti teologici di John Henry Newman grazie al quale alla fine mi feci cattolica. […] Quando mi chiedono della mia conversione, perché sono diventata cattolica, posso solo dire che la risposta è sia troppo facile che troppo difficile. La spiegazione semplice è che la Fede cattolica corrisponde a tutto quello che ho sempre sentito, conosciuto e creduto; nel mio caso non ci fu una folgorazione improvvisa. La spiegazione più difficile riguarda l’edificarsi, un passo alla volta, di una convinzione».

    Amica di Graham Greene, anche lui ispirato nelle sue opere dalla conversione al cattolicesimo, per qualche tempo la Spark ricevette da quest’ultimo aiuti economici. Greene era avvezzo a simili gesti di generosità nei confronti degli scrittori esordienti che più stimava o degli ecclesiastici in difficoltà (durante la Seconda guerra mondiale, ad esempio, inviò al gesuita C. C. Martindale alcune bottiglie di whisky quando questi si trovava in Danimarca, impossibilitato a lasciare il paese).

    Il primo romanzo della Spark, I consolatori (1957), ottenne recensioni favorevoli, compresa quella di Evelyn Waugh che nel libro riconosceva diversi punti di contatto con la sua ultima opera, La prova di Gilbert Pinfold. Waugh fu entusiasta anche di Memento Mori (1959), un romanzo che consigliò a tutti i suoi amici. A queste prime prove seguirono altri lavori di successo, i migliori dei quali sono forse Gli scapoli (1960), Gli anni fulgenti di Miss Brodie (1961) e La porta di Mandelbaum (1965).

    Nel 1967, a ulteriore testimonianza di come il suo fosse diventato ormai un nome noto, la regina conferì alla Spark il titolo di Dama di Commenda dell’Ordine dell’Impero Britannico.



    Al pari di altri scrittori cattolici inglesi suoi contemporanei, su tutti David Lodge, Muriel Spark seppe reinventare il ruolo del narratore onnisciente, collocandolo in un gioco di mise en abyme fatto di relazioni ambigue tra lui e i suoi personaggi, con continui slittamenti in avanti e indietro del piano temporale, dove ogni commento superfluo è assolutamente vietato. Paradossalmente l’onniscienza non offre al lettore alcun chiarimento confortante, anzi, lo confonde ulteriormente, gettandolo nel caos di una moltitudine di significati possibili, in competizione l’un con l’altro. Tuttavia l’esito ultimo di un tale processo di rinnovamento stilistico e di manipolazione delle tecniche narrative tradizionali non è il relativismo: al di là di una coltre di confusione, fatta di dettagli esorbitanti, la verità esiste e si rivela poco alla volta, capitolo dopo capitolo, per esplodere in tutta la sua forza dirompente solo nell’epilogo.

    L’elemento cattolico punteggia qua e là le trame, intrecciandosi obliquamente agli eventi principali: ottimo esempio, in tal senso, è quello del personaggio di Ronald Bridges, in Gli scapoli, il quale, seppur non ammesso al sacerdozio per via della sua epilessia, diviene una sorta di “prete laico” per i suoi amici, ascoltando i loro problemi e offrendo saggi consigli.

    Nonostante la modernità stilistica, dal punto di vista dei contenuti la Spark mostra una sensibilità vicina a quella dei romanzieri cattolici della generazione precedente, distante quindi anni luce da quella religiosità ambigua e contraddittoria che caratterizzava invece le opere di molti suoi correligionari dell’epoca.

    Il male, dipinto come qualcosa di palpabile, fa la sua comparsa in La ballata di Peckham Rye (1960), in cui il protagonista, Dougal Douglas, posseduto da una sinistra forza demoniaca, semina morte e sofferenza al suo passaggio. Anche il peccato originale è uno dei temi che più ricorre nei suoi libri. In un paio di romanzi, La badessa di Crewe (1974) e Diana maligna (1976), vi è persino spazio per la presa in giro del progressismo teologico, una satira, goliardica ma pungente, molto simile a quella che contraddistingue i romanzi di Alice Thomas Ellis.



    Sfortunatamente negli ultimi lavori il cattolicesimo è ridotto a un mero orpello decorativo, utile più che altro per insaporire la storia. Ne è un ottimo esempio Il settimo conte di Lucan (2000): tra le molte avventure macabre ed esilaranti di cui è protagonista l’oscuro aristocratico del titolo vi è l’incontro con una falsa stigmatizzata. Il ruolo della donna, più tardi vittima di ricatto da parte di Lord Lucan, rimane comunque confinato a quello di personaggio secondario.

    Nonostante questa parentesi finale, poco significativa per il lettore in cerca di romanzi dalla dimensione religiosa più profonda, Muriel Spark rimane una delle scrittrici cattoliche più interessanti del Novecento. Ampiamente tradotta in Italia per merito della casa editrice Adelphi – tra l’altro gli ultimi anni della sua vita li passò ad Oliveto, in provincia di Arezzo – la bibliografia della Spark illustra alla perfezione come sia possibile coniugare efficacemente il gusto artistico postmoderno con l’afflato “papista”, senza per questo dover rinunciare alla qualità letteraria.

    Davvero la Spark, come ha sottolineato più di un critico, è una delle ultime voci illustri della lunga tradizione del romanzo cattolico britannico, una tradizione da troppo tempo irrimediabilmente in crisi.

  2. #72
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    FOnte: https://www.radiospada.org/2019/10/m...del-novecento/

    Martin D’Arcy: la storia del gesuita inglese più famoso del Novecento



    di Luca Fumagalli

    Martin D’Arcy fu forse il gesuita più importante nella storia del cattolicesimo britannico del XX secolo. Più di altri illustri confratelli quali Bernard Vaughan, Charles Plater e Cyril Martindale, si dimostrò capace, grazie al carisma e al fine intelletto, di trascendere i limiti della vita clericale per lasciare un segno nel più vasto mondo, destreggiandosi abilmente tra scrittori, intellettuali ed esperti d’arte. Si distinse inoltre come uno dei più raffinati apologeti cattolici del suo tempo, distante sia dagli ultraconsevratori che dai progressisti più rumorosi.

    Nato a Bath nel 1888 da una famiglia di origini irlandesi, D’Arcy studiò prima a Stonyhurst, la più famosa scuola inglese gestita dai gesuiti, e in seguito a Oxford. Fu proprio in quegli anni, a contatto quotidiano con il latino, la filosofia e la dottrina cattolica che maturò il desiderio di diventare sacerdote e di entrare nella Compagnia fondata da Sant’Ignazio, all’epoca l’ordine religioso più importante nel Regno Unito.

    Per tutta la vita l’attività pastorale di D’Arcy fu animata da due principali obiettivi: portare Cristo in una società sempre più secolarizzata e, allo stesso tempo, combattere quel liberalismo filosofico e teologico che stava pericolosamente penetrando nella Chiesa.



    Sebbene amico del barone Friedrich von Hügel, uno dei più noti modernisti d’Inghilterra, D’Arcy non apprezzò mai la nuova teologia e nemmeno le idee progressiste di Lord Acton, un uomo che detestava profondamente. Spaventato dall’irreligione dilagante e dal pericolo di un incombente sovvertimento sociale, durante la Guerra civile spagnola si schierò dalla parte dei nazionalisti di Franco e mostrò, più in generale, una timida simpatia per le destre europee. Dati i meriti guadagnati sul campo, fu pure in lizza per un posto da insegnante alla Gregoriana, ma venne infine scartato, probabilmente perché giudicato poco pugnace (nei dibattiti D’Arcy era generalmente pacato per gli standard di allora, cercando innanzitutto di comprendere il punto di vista degli avversari).

    Oltre al secondogenito di Oscar Wilde, Vyan Holland, di cui era stato compagno a Stonyhurst, D’Arcy ebbe modo di conoscere e di frequentare quasi tutti gli esponenti più illustri del cosiddetto English Catholic Revival in campo artistico e letterario: tra gli altri G. K. Chesterton, Hilaire Belloc, Maurice Baring, Eric Gill, David Jones, Edith Sitwell, Graham Greene, Shane Leslie e Roy Campbell.

    Il legame più profondo fu tuttavia quello con Evelyn Waugh, uno dei suoi tanti illustri convertiti. D’Arcy ne officiò il matrimonio e fu per decenni il suo consigliere spirituale; la profondità del rapporto tra i due è testimoniata anche dal loro voluminoso epistolario. Waugh, che donò forti somme di denaro ai gesuiti, compresi gli introiti del suo saggio dedicato ad Edmund Campion – il famoso martire del XVI secolo – fece leggere a D’Arcy, in anteprima, le bozze di Ritorno a Brideshead: voleva un riscontro da parte dell’amico a proposito dell’ortodossia teologica del romanzo, quello che più tardi sarebbe diventato uno dei più grandi capolavori della narrativa cattolica inglese del Novecento.



    Nel 1933 D’Arcy divenne rettore della Campion Hall, l’unico college “papista” di Oxford. Entusiasta dell’incarico, inaugurò una nuova politica incoraggiando le amicizie dei cattolici con gli altri studenti e la loro iscrizione alle associazioni universitarie. Si andò così a rompere piano piano quel regime di autosegregazione che aveva caratterizzato la condotta dei fedeli di Roma sin da quando era stato rimosso per loro, negli ultimissimi anni dell’Ottocento, il divieto d’iscrizione all’università. D’Arcy fu inoltre il principale responsabile della rifondazione di Campion Hall, nel 1936, raccogliendo i fondi necessari per la costruzione del nuovo edificio, più bello e più grande del precedente, con una magnifica cappella, in grado di rispondere meglio alle esigenze del crescente numero di studenti che lì risiedevano. Oltre a procurarsi paramenti liturgici e mobili di qualità, D’Arcy si fece letteralmente in quattro per trovare opere d’arte che contribuissero alla decorazione degli interni.

    Negli anni Trenta, con lui alla Campion Hall e mons. Ronald Knox a reggere la cappellania cattolica dell’università, il “papismo” a Oxford conobbe uno dei suoi periodi di massimo splendore. D’Arcy era molto amato sia dagli studenti cattolici che da quelli protestanti. Il suo carattere affabile e la sua ben nota parlantina lo rendevano un ospite ideale per gli incontri organizzati dai molti circoli universitari a cui era iscritto. In queste occasioni ebbe la fortuna di conoscere Albert Einstein, Isaiah Berlin e Bertrand Russell (anche se con quest’ultimo, ateo militante, D’Arcy polemizzò in un paio di dibattiti pubblici, i due col tempo finirono per diventare amici).

    Viaggiò molto tenendo sermoni, lezioni e conferenze in Europa e negli Stati Uniti; nel 1932 ereditò pure il ruolo di Martindale ai microfoni della BBC quale voce più rappresentativa del cattolicesimo inglese.



    Come se tutto questo non bastasse, pubblicò parecchi libri e firmò non meno di trecento articoli per quotidiani e riviste. Quelli che lo conoscevano sapevano che D’Arcy era migliore come oratore che come scrittore. La sua prosa era fluida ed erudita, ma mancava di quella proverbiale energia che ne caratterizzava l’oratoria. Comunque i suoi lavori ottennero un buon successo ed ebbero l’indubbio merito di introdurre un numero crescente di fedeli inglesi al mondo del neo-tomismo. Mosso dal principio agostiniano del “Nulla est homini causa philosophandi nisi ut beatus sit” (l’unico motivo per un uomo di occuparsi di filosofia è il raggiungimento della santità), D’Arcy spese la maggior parte delle sue energie per approfondire il rapporto tra razionalità e sentimento, dando corpo a una filosofia dell’amore – umano e divino – che, al netto di qualche limite, rimane ancora oggi affascinante. Tra l’altro nel 1930 scrisse anche un libro su San Tommaso destinato a influenzare non poco la biografia dell’aquiante pubblicata da Chesterton qualche anno dopo.

    Né va dimenticato il ruolo chiave che D’Arcy giocò nella riesumazione dell’opera di Gerard Manley Hopkins, un gesuita del XIX le cui poesie erano state colpevolmente dimenticate dagli stessi confratelli. Hopkins, oggi universalmente considerato un genio, fu riscoperto solo a inizio Novecento, e D’Arcy, che ne stimava la profondità intellettuale e lo stile, contribuì in maniera decisiva alla diffusione dei suoi versi migliori.

    L’apogeo della sua carriera come gesuita lo raggiunse nel 1945, quando venne nominato superiore della provincia inglese. Sin da subito D’Arcy si dimostrò un amministratore brillante, tanto che l’anno successivo, in occasione dell’elezione del nuovo Generale della Compagnia di Gesù, qualcuno avanzò persino l’ipotesi di una sua candidatura. Fece tutto ciò che era in suo potere per dare nuovo lustro alle scuole gestite dall’ordine e per rilanciare il «The Month», affidando la direzione del periodico a padre Philip Caraman (più tardi biografo di Martindale). Purtroppo, però, il suo incarico terminò anzitempo nel 1950, forse a causa di bisticci con qualche confratello di spicco.
    Martin D’Arcy a Santa Monica negli anni Sessanta

    Gli ultimi anni di vita tinsero d’amarezza l’esistenza di D’Arcy: se il cattolicesimo americano gli diede ancora qualche motivo di speranza – e in quegli anni fu spesso in visita negli Stati Uniti, divenendo amico di personaggi del calibro di Bob Hope e Bing Crosby – la chiusura del Concilio Vaticano II inferse al suo animo una ferita quasi mortale. Per quanto non condividesse del tutto le posizioni dei critici più “tradizionalisti”, il gesuita visse il turbolento periodo del post-concilio con rabbiosa rassegnazione, assistendo al lento suicidio del cattolicesimo, un’opportunità di riforma della Chiesa che si era trasformata, per colpa di quelli che lui definiva “neo-modernisti”, in una terribile rivoluzione (anche la Compagnia di Gesù stava vivendo in quegli anni un drastico calo delle vocazioni, reso ancora più doloroso dal dilagante fenomeno degli “spretati”). A nulla valsero i suoi articoli di protesta se non a vedersi affibbiata l’odiosa etichetta di “reazionario”, quasi fosse un vecchio arnese ormai inutile.

    Ciò nonostante, quando D’Arcy morì, nel 1976, gli inglesi fedeli alla Chiesa di Roma erano consapevoli di aver perso uno dei loro più importanti sacerdoti, un uomo che con il suo acume e il suo fascino aveva contribuito in maniera decisiva a estendere la fama della Chiesa di Roma in tutto il paese, ben oltre gli steccati delle parrocchie e dei seminari. Con la sua dipartita si estinse l’onda lunga della rifioritura “papista” nel Regno Unito, una terra che da allora non avrebbe mai più conosciuto un intellettuale cattolico di pari valore.

  3. #73
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    La conversione di Edith Sitwell: avanguardia e tradizione di una poetessa “papista”

    di Luca Fumagalli



    Nella letteratura cattolica britannica del Novecento si assiste a uno strano fenomeno, assolutamente peculiare, quello cioè di autori d’avanguardia, incorreggibili iconoclasti, capaci tuttavia di rivelare con eccezionale vigore la forza della tradizione, vergando pagine pregne di sensazioni contrastanti che si risolvono in un affascinante quanto insolito “dinamismo della Verità” (la definizione è dello studioso Jospeh Pearce). Eccellente esempio di tale tendenza, oltre a Evelyn Waugh, l’insuperato autore di Ritorno a Brideshead, è la sua amica Edith Sitwell (1887-1964), una figura chiave per comprendere l’evoluzione della poesia inglese – religiosa e non – nel corso del XX secolo.

    Nata in una famiglia della upper class protestante, con tanto di maestosa tenuta nel Derbyshire, i panni meno adatti alla Sitwell parevano essere proprio quelli della rivoluzionaria. In realtà, sin dall’esordio poetico, avvenuto nel 1913, la giovane inglese manifestò chiaramente il suo intento di mettere a soqquadro il mondo delle convenzioni letterarie. Tra il 1916 e il 1921, con la direzione di Wheels, un’antologia stampata a cadenza annuale, la Sitwell si spinse ancora più in là, offrendo al vasto pubblico dei lettori versi stilisticamente modernissimi che non avevano timore di sfidare a viso aperto il quietismo flaccido e idilliaco dei cosiddetti poeti georgiani.

    Nel 1922 pubblicò la raccolta Façade che, letta in pubblico a Londra con l’accompagnamento musicale di William Walton, scatenò polemiche a non finire: fu solo un primo assaggio di quella diatriba tra “antichi” e “moderni” che venne definitivamente aperta, nello stesso anno, con l’uscita nelle librerie della Terra desolata di T. S. Eliot.

    Per quanto “mostri sacri” come G. K. Chesterton e C. S. Lewis si scagliarono a più riprese contro le moderne tendenze della poesia inglese, il più grande rivale della Sitwell fu senza ombra di dubbio Alfred Noyes, un rispettato poeta della vecchia guardia (che, tra l’altro, nel giro di qualche anno si sarebbe convertito al cattolicesimo). Caduto in disgrazia con l’avanzare delle nuove tendenze poetiche, Noyes aveva il dente particolarmente avvelenato con la Sitwell che, poco elegantemente, aveva osato definire i suoi lavori «linoleum economico».



    Ne scaturì un pubblico dibattito alla London School of Economics, moderato dal poeta e critico Edmund Gosse. Noyes si presentò con vestiti sobri e con gli immancabili occhiali, mentre la Sitwell, sempre piuttosto eccentrica in fatto d’abbigliamento, sfoggiò per l’occasione una tunica viola e una corona d’alloro dorata: gli abiti, almeno quella sera, fecero il monaco, nel senso che identificavano, già allo sguardo, a quali estremi culturali opposti appartenessero i due scrittori.

    Durante il dibattito – cosa piuttosto curiosa – la Sitwell si ritrovò a difendere le proprie convinzioni adottando una prospettiva schiettamente tradizionale: «Siamo sempre chiamati folli. Se lo siamo, possiamo almeno dirci in compagnia di nostri grandi predecessori quali Coleridge e Wordsworth, anch’essi considerati matti». Noyes, altrettanto paradossalmente, difese la tradizione sostenendo come essa fosse sempre di moda: «La vera poesia è contemporanea in ogni età». Non mancarono altre arguzie e giudizi folgoranti da parte di Noyes ma, al netto di tutto, il confronto si concluse a favore di quei “moderni” di cui la Sitwell, accanto a re Eliot, nel frattempo era diventata la regina indiscussa.

    Nel 1929 venne pubblicato Gold Coast Customs, un poema in cui la Sitwell dipingeva l’insostenibile leggerezza della vita contemporanea, vuota e priva di senso. Eco dei temi già cari a Eliot, il componimento mostrava inoltre un certo anelito religioso, lo stesso che riapparve in Still Falls the Rain, la descrizione del bombardamento di Londra durante il Blitz del 1940: nella lirica la crocifissione di Cristo è un’amara immagine della colpevolezza dell’umanità, «cieca come i millenovecentoquaranta chiodi/sulla croce».

    Sulla via della conversione, oltre all’ammirazione per l’opera di Roy Campbell, poeta cattolico di origini sudafricane, significative furono anche «le tre poesie dell’Età atomica» che traevano ispirazione dalla terribile descrizione, offerta da alcuni testimoni oculari, della devastazione prodotta dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima. The Shadow of Cain, la prima lirica, secondo la stessa autrice «riguarda la graduale migrazione dell’umanità, dopo la seconda caduta dell’uomo […] nel deserto del freddo, verso il disastro finale, il cui primo simbolo è caduto su Hiroshima».



    Edith Sitwell venne finalmente accolta nella Chiesa di Roma nell’agosto del 1955, un anno dopo essere stata insignita dalla regina del titolo di Dama di Commenda dell’Ordine dell’Impero Britannico. Suo padrino fu Evelyn Waugh – che la descrisse, quel giorno, «fasciata di nero come un’infanta del XVI secolo» – mentre tra gli invitati spiccava l’attore Alec Guinness, destinato anch’egli, solo qualche mese dopo, a farsi “papista” (come i cattolici venivano spregiativamente chiamati dagli anglicani).

    Com’era naturale aspettarsi in un paese protestante, la conversione della Sitwell suscitò molto entusiasmo ma anche e soprattutto critiche. Non solo i giornali si accanirono su di lei senza troppi complimenti, ma pure parenti, amici e perfetti sconosciuti non persero occasione per manifestarle il loro dissenso. Una volta, ad esempio, le fu recapitato un biglietto, scritto da un venditore di New York, in cui veniva accusata di essere in combutta con quella Chiesa che aveva le mani ancora sporche del sangue versato durante la notte di San Bartolomeo; oppure, in un’altra occasione, ricevette una lettera anonima piena di offese.

    La Sitwell sopportò le ingiurie con grande pazienza, consapevole che quella che Belloc aveva chiamato “la via di Roma” era una strada tutt’altro che facile e che percorrerla le sarebbe costato caro. Ma ne valeva comunque la pena, perché era certa che alla fine del viaggio, ad attenderla, ci sarebbe stata una meta di felicità eterna. Come scrisse in una lettera a padre Philip Caraman, sua guida spirituale durante la preparazione al battesimo, «quando penso a Dio, non mi sento lontana…».

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/10/e...-e-tradizione/

  4. #74
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    J. R. R. Tolkien: un difensore del matrimonio e della famiglia

    di Luca Fumagalli




    Anche in un universo segnato dal male non solo l’amore è possibile, ma è l’unica áncora di salvezza per l’umanità. È così che nel legendarium tolkieniano, a partire da quello di Beren e Lúthien, sono rintracciabili parecchi episodi che hanno per protagonisti due innamorati, il più delle volte ostacolati da una realtà cinica e meschina che complotta contro la loro felicità.

    Nel suo epistolario J. R. R. Tolkien torna a più riprese sul tema del rapporto tra i sessi, del matrimonio e dell’educazione della prole. Sulla scorta della dottrina sociale cattolica, per lui la famiglia costituiva il nucleo fondamentale della società, la sua cellula prima.

    In un’epistola del 1941 al figlio Michael, lo scrittore inglese affronta esplicitamente l’argomento: «Questo è un mondo caduto. Lo spostamento dell’istinto sessuale è uno dei sintomi principali della Caduta. Il mondo si è “rovinato” di epoca in epoca. Le sue varie forme sociali cambiano, e ogni nuova usanza ha i suoi pericoli specifici: ma il “duro spirito della concupiscenza” ha percorso ogni strada e si è seduto lascivo in ogni casa». Qualche paragrafo dopo: «La monogamia […] per noi uomini è una questione di etica “relativa”, conforme alla Fede e non alla carne. […] Questo è un mondo caduto. E non c’è armonia fra corpo, mente e anima».

    Di contro all’emergere di quelle tendenze libertine diffuse che, poco più di un ventennio dopo, sarebbero esplose nella contestazione sessantottina, Tolkien si lancia in un’appassionata difesa del matrimonio, un efficace baluardo contro l’individualismo cannibalico della società moderna: «L’essenza di un mondo caduto è che il meglio non si può ottenere attraverso il puro piacere, o attraverso la cosiddetta “autorealizzazione” (in generale un bel nome per l’autoindulgenza, che è completamente opposta alla realizzazione degli altri sé), ma solo attraverso la negazione e la sofferenza. La fedeltà al matrimonio cristiano richiede questo: grandi mortificazioni. Per un uomo cristiano non c’è scampo. Il matrimonio può aiutarlo a santificare e dirigere il desiderio sessuale verso il suo giusto obiettivo; la sua grazia può aiutarlo nello sforzo; ma lo sforzo rimane».

    Dunque nemmeno il matrimonio è un’isola ideale di soddisfazione. Pure Tolkien non era stato esente dalla frustrazione e dall’infelicità che si presentano anche nella migliore relazione (e nel suo legendarium con mancano casi di cocenti delusioni amorose). Colpisce, a tal proposito, il passaggio della lettera dedicato all’ “anima gemella”: «Quando l’incanto si spegne, o almeno si logora un po’, pensano di aver commesso un errore, e di dover ancora trovare la vera anima gemella. Troppo spesso, la vera anima gemella si rivela essere la prima persona sessualmente attraente che incontrano. Qualcuno che avrebbero potuto realmente sposare proficuamente, se solo… Ed ecco il divorzio, per ottenere quel “se solo”. E naturalmente, in genere, hanno ragione: effettivamente hanno sbagliato. Solo un uomo estremamente saggio, alla fine della sua vita, potrebbe giudicare con certezza chi, fra tutte le possibili scelte, avrebbe fatto meglio a sposare! Quasi tutti i matrimoni, anche quelli felici, sono errori: nel senso che quasi certamente […] entrambi i coniugi avrebbero potuto trovare un compagno più adatto. Ma la “vera anima gemella” è quella a cui sei effettivamente sposato. La scelta in realtà dipende ben poco da te: per la maggior parte, la compiono la vita e le circostanze (ma se Dio esiste questi sono i Suoi strumenti, o le Sue manifestazioni)».

    L’importanza che il professore di Oxford conferiva al matrimonio, in quanto condizione di vita e cammino spirituale, è evidente anche in una bozza del 1943 indirizzata a C. S. Lewis, che in un suo scritto aveva avanzato l’ipotesi di stabilire due tipi diversi di matrimonio: quello cristiano indissolubile, e il matrimonio civile, da sciogliere se necessario. Tolkien ovviamente condivideva solo in piccola parte il ragionamento dell’amico: «La battaglia può essere già persa, ma non posso fare a meno di sospettare che quelli che combattono contro il divorzio in questo caso di legge e di religione siano nel giusto. Sentire cum Ecclesia: quanto spesso scopriamo che questa è una vera guida». Il matrimonio cristiano e la castità, per lui, non sono un’abitudine particolare o una disciplina per pochi; al contrario, se non fosse un modo di vivere naturale e salutare, sarebbe «un’intollerabile ingiustizia» imporlo anche solo ai fedeli. Il matrimonio non è quindi «una proibizione dei rapporti sessuali, bensì il modo corretto di ottenere una moderazione sessuale; in effetti è il modo migliore di ottenere il piacere sessuale più soddisfacente, come la moderazione nell’alcool è il modo migliore di godersi la birra e il vino».

    Tolkien applicò lo stesso discorso al mondo degli Elfi. Come scrive Caldecott nel saggio Il fuoco segreto, «durante gli anni Cinquanta, Tolkien scrisse un testo intitolato Laws and Customs Among the Eldar (che è possibile trovare in The Morgoth’s Ring) nel quale sono presenti dettagli sugli usi matrimoniali a Valimar. Qui leggiamo, fra le altre cose, che “il matrimonio è per tutta la vita e non può, di conseguenza, avere un termine, tranne che per l’interruzione costituita dalla morte senza ritorno”».

    Infine, pure ne Il Signore degli Anelli compaiono storie d’amore toccanti coronate da un matrimonio felice: basti pensare, ad esempio, ad Aragorn e Arwen, a Faramir ed Éowyn o a Sam e Rosa. La famiglia è l’esito ultimo di quella dinamica maschile-femminile che è centrale nel legendarium, anche se in forma nascosta. Scrive ancora Caldecott: «Il centro de Il Signore degli Anelli non è a Gondor, ma nella Contea, saldamente radicato nel contesto domestico. È lì che dobbiamo cercare l’integrazione finale tra elficità e natura umana, all’interno del romanzo nella sua interezza. E questo è ciò che troviamo». Guarda caso il capolavoro tolkieniano non termina con l’incoronazione di Aragorn, né con la partenza di Frodo per l’Ovest, ma con il ritorno a casa di Sam – che il professore di Oxford definiva «l’eroe principale» del libro – da una moglie che lo ama e dai suoi figli.

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/10/j...znq9SS9jzDV_PY

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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Il monsignore e il poeta: Ronald Knox e la conversione di Siegfried Sassoon



    Nell’era della bomba atomica furono in molti della “vecchia guardia” culturale inglese, come mons. Ronald Knox e Siegfried Sassoon, a sperimentare uno strano senso d’esilio, la drammatica sensazione di vivere in un mondo ormai alieno. Dopo l’olocausto di Hiroshima e Nagasaki Sassoon espresse in versi il proprio disagio: Litany of the Lost testimonia l’approssimarsi di un’apocalisse terribile, mai così drammaticamente concreta. Anche Knox scrisse sul tema un libro, God and the Atom.

    Nel 1955, dopo uno dei loro primi incontri, il celeberrimo “war poet” disse a un amico: «Adoro Ronnie, ma in qualche modo mi sembra che per me sia come dietro il vetro di una finestra. Non oserei parlare con lui di religione». Nell’aprile del 1960 Sassoon dovette confessare che «ero io, in verità, a essere dietro il vetro di una finestra».

    Al netto dei primi approcci non proprio promettenti, a partire dall’estate del 1956 tra il poeta e il monsignore iniziò a maturare poco alla volta una sincera amicizia. Nel luglio di quell’anno, infatti, Knox scrisse a Sassoon per chiedere a quest’ultimo alcuni suggerimenti a proposito di una nuova opera apologetica a cui stava lavorando. Era bloccato: non sapeva se preferire un approccio diretto nei confronti del lettore o se invece optare per un testo più allusivo, magari in forma di dialogo. Sassoon, conformemente alla sua indole, gli consigliò un piglio franco e schietto.

    Knox fu determinante per sciogliere gli ultimi dubbi spirituali di Sassoon, da tempo in cammino, più o meno consapevolmente, verso la Chiesa di Roma. Con il senno di poi, il poeta non mancò di ammettere un forte debito nei confronti dei libri del monsignore: «Mi piacciono le conferenze di Ronald alle studentesse tanto quanto mi piacciono i suoi testi più profondi. Ovviamente è anche divertente “ascoltarlo” in tutto quello che scrive». Il 17 febbraio 1962 sempre Sassoon scrisse a un amico: «Sono arrivato all’ultimo capitolo di Let Dons Delight, letto per la quinta volta dal 1938. […] La cosa divertente è che mi piaceva anche prima del 1957, quando mi interessavano poco le discussioni riguardo la religione».

    Quel saggio apologetico che Knox stava scrivendo e per il quale aveva chiesto un parere a Sassoon non fu mai completato: impegnato a tradurre dal francese un testo su Santa Teresa di Lisieux, il monsignore fu costretto a mettere da parte quelle carte che la successiva malattia gli impedì di riprendere nuovamente in mano. Un’invocazione, in origine pensata come prefazione al testo, venne inviata a Sassoon, il quale, trovandola «meravigliosamente bella», la copiò all’istante: «Fu l’inizio dell’immenso insegnamento che ho ricevuto dalle sue opere religiose». Altrove rimarcò: «[Knox] ha parlato con me con una voce viva, attraverso i suoi scritti, come nessun altro ha mai fatto».

    L’ultima volta che il monsignore e il poeta si incontrarono fu il 5 luglio del 1957; quel giorno parlarono ininterrottamente per tre ore e mezza. Knox, già gravemente debilitato, morì qualche settimana dopo, il 24 agosto, a una manciata di giorni dall’ingresso ufficiale dell’amico nella Chiesa cattolica.

    Due anni più tardi, la pubblicazione della biografia ufficiale di Knox, scritta da Evelyn Waugh, offrì l’occasione a Sassoon – che, in realtà, nutriva più di una riserva sul libro – di dire una parola finale sul suo legame con il grande monsignore: «È stato vicino a me ogni giorno, […] un quasi-santo e un propagatore incomparabile della religione viva. […] Ha dato con entrambe le mani aiuto spirituale, educazione e divertimento».

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/10/i...bUAmAypqbg4JMs

  6. #76
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Altro che “Downton Abbey”: aristocrazia e dimore da sogno nella letteratura cattolica inglese

    di Luca Fumagalli



    All’inizio del XX secolo, in Inghilterra, molti autori cattolici mostrarono nelle loro opere una grande attenzione al tema dei ceti sociali. La cosa, in verità, per quanto piuttosto peculiare, non dovrebbe sorprendere più di tanto: quasi tutti gli scrittori, infatti, erano convertiti provenienti della middle-class; così come non si sentivano a proprio agio a contatto con il romanticismo delle vecchie famiglie aristocratiche “recusant” – cioè rimaste fedeli alla Chiesa di Roma anche dopo la rivoluzione anglicana – allo stesso modo non potevano dirsi vicini a quella classe lavoratrice che formava la stragrande maggioranza dei cattolici britannici.

    Tuttavia, al netto del fastidio iniziale, furono proprio i nobili di antico retaggio “papista” a vincere col tempo le simpatie dei romanzieri di punta del revival cattolico (a tal proposito il critico Thomas Woodman ha coniato la divertente etichetta di “Catholic chic”). Del resto le antiche famiglie “recusant” rappresentavano il meglio del cattolicesimo inglese: non solo i loro membri erano gli eredi – carnali e spirituali – di coloro che con coraggio avevano resistito alle privazioni e alle persecuzioni dei protestanti, ma la loro stessa esistenza stava a testimoniare una continuità ideale con quella Fede, autentica e profonda, che aveva segnato l’Inghilterra medievale.

    Al di là dei tanti romanzi storici dedicati all’epoca Tudor in cui i “recusant” occupano un ruolo di primo piano, merita una menzione a parte il saggio del benedettino Bede Camm, Forgotten Shrines (1910), un’introduzione alle famose case del “papismo” britannico, un racconto dei grandi eventi che hanno avuto luogo in quelle dimore affascinanti.



    Oltre che per la secolare fedeltà a Roma, l’aristocrazia cattolica era ammirata anche dal punto di vista sociale per la distanza che la separava dai frivoli costumi del tempo.

    Mrs Wilfrid Ward (Josephine Mary Ward), discendente da parte di madre dei duchi di Norfolk – una delle più illustri casate dell’Impero – offre un ottimo assaggio di questa attitudine nel suo bestseller One Poor Scruple (1899), in cui si racconta la triste parabola della famiglia Riversdale, segnata in profondità dalle persecuzioni del XVI e del XVII secolo. Essa rappresenta pure quel cattolicesimo rurale e tradizionale che nulla ha a che spartire con lo sfarzo della società londinese alla moda; lo stesso capofamiglia, il vecchio George Riversdale, incarna il tipo perfetto del gentiluomo di campagna, uno spirito intelligente, attivo, dedito alla caccia e alla cura delle sue proprietà (per molti aspetti si tratta di un personaggio simile a Padre Gerard, il prete clandestino d’estrazione aristocratica che fa la sua comparsa in Tudor Sunset, uno dei più bei racconti storici della Ward, pubblicato nel 1932).

    Analoghe figure si ritrovano nei romanzi di Robert Hugh Benson. Ad esempio, in Con quale autorità? (1904), opera d’ambientazione elisabettiana, viene descritto Sir Nicholas Maxwell, amante dei cavalli e della letteratura spirituale, in termini non troppo diversi da quelli impiegati da Mrs Wilfrid Ward.



    Più in generale, il mito dello squire fedele a Roma – sovente accompagnato a un giacobitismo di ritorno – fa capolino in numerosi testi cattolici della prima metà del Novecento. Guarda caso il protagonista delle storie che compongono Mystic Voices (1923) di Roger Pater è un sacerdote di antico e nobile lignaggio che vanta tra i suoi antenati un celebre martire; mentre in A Triangle (1923), di Maurice Baring, la famiglia Aston è descritta da uno dei personaggi protestanti del libro come una cricca di “papisti” che ha sempre vissuto in un’antica dimora. Mr Rolls, nel bensoniano The Sentimentalits (1906), è invece discendente di un valletto di Mary Stuart ed ha aperto la sua grande casa a tutte le persone bisognose d’aiuto. Pure il padre del reverendo Dick Yolland, per quanto di recente conversione, ha sempre vissuto in una splendida villa georgiana.

    Se nelle opere della Ward e di Benson non manca una punta di malcelato snobismo nei confronti del “popolino”, allo stesso tempo non tutti i cattolici inglesi dimostrarono un particolare entusiasmo nei confronti dell’aristocrazia: William George Ward ne criticò lo scarso acume, e Frederick Rolfe – meglio noto con il nom de plume di Baron Corvo – in Adriano VII (1904) accusò i nobili di essere totalmente privi di quell’educazione che solo il contatto con il più vasto mondo è in grado di offrire. Baring, al contrario, fu più raffinato nei suoi rimproveri, mettendo alla berlina in C (1924) quella spocchiosa superiorità che certi membri della upper-class dimostravano nei confronti di chi, come lui, era da poco entrato nella Chiesa di Roma. Ciononostante fu anche capace di descrivere con rara efficacia quella particolare devozione che si respirava nelle cappelle private delle case “recusant”, come appare evidente, ad esempio, in Daphne Adeane (1926).



    Evelyn Waugh, figlio dell’elitaria Oxford, fu l’ultimo grande autore a raccontare in un romanzo la storia dolce e dolorosa di una casata di lunga tradizione cattolica. Ritorno a Brideshead (1945), uno dei capolavori della letteratura inglese del Novecento, porta nel titolo il nome della lussuosa dimora attorno a cui si svolgono le vicende della famiglia Flyte, tra antiche ferite e nuove speranze. La pubblicazione del libro, tra sarcasmo e nostalgia, fu l’ultimo tributo letterario alla nobiltà “recusant” e alle sue grandi dimore ormai scomparse, nulla più che un lontano ricordo in una società radicalmente (e drammaticamente) mutata.

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/11/a...W3JR6A13QBAXFY

  7. #77
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Chi ha paura del monsignore? Ecco perché i romanzi di Robert Hugh Benson sono finiti nel dimenticatoio

    di Luca Fumagalli



    Robert Hugh Benson (1871-1914) è una delle figure più rappresentative della letteratura cattolica inglese di inizio Novecento. Difatti furono pochi gli autori che, al pari del monsignore – figlio dell’anglicano arcivescovo di Canterbury e perciò uno dei convertiti illustri del suo tempo – seppero efficacemente piegare la narrativa alle esigenze evangelizzatrici. Sia nei romanzi storici che nelle opere di ambientazione contemporanea Benson si rivelò un prosatore d’eccezione, divenendo grazie a capolavori quali Il padrone del mondo (1907) uno dei primi autori “papisti” a ottenere nel Regno Unito un vasto consenso di pubblico e critica.

    Quando il monsignore morì, il mondo del cattolicesimo britannico era consapevole di aver perso una delle sue figure più rappresentative, un prete infaticabile – sovente ripeteva: «Se veramente vuoi fare una cosa, la puoi fare!» – e una punta di diamante della cultura cristiana contemporanea. Come ha notato giustamente Joseph Pearce in Catholic Literary Giants, «oltre a Chesterton e Belloc lo scrittore che più di tutti ricoprì un ruolo di primo piano nel revival letterario cattolico dei primi anni del XX secolo fu Robert Hugh Benson».

    Anche nella morte, però, Benson si rifiutava di rimanere in silenzio. I suoi libri seguitavano a vendere bene e non mancarono gli articoli in cui venivano elogiate le sue doti di romanziere e predicatore («apparteneva al grande mondo anche se raramente era in accordo con esso», scriveva il confratello J. J. Watt).

    Del resto nessuno come lui era riuscito fino a quel momento a coniugare così efficacemente la narrativa con l’apologetica, facendo di ogni scritto un’occasione di conversione per il lettore. Secondo il Shane Leslie di The End of a Chapter, «con fecondo fervore [il monsignore] aveva prodotto una serie di romanzi che potrebbero esse descritti come le lettere di Hugh il predicatore agli anglicani, ai perbenisti, ai sensuali…». Anche Evelyn Waugh la pensava alo stesso modo: «Lavorava senza pensare al dopo, come se il Giorno del Giudizio fosse imminente, attingendo ampiamente da tutti i suoi talenti per portare quante più anime possibile tra i suoi immediati vicini al loro vero fine in Dio».

    Nel cattolicesimo Benson era riuscito a trovare la solidità dottrinale che cercava da tempo: la Chiesa era veramente la casa costruita sulla roccia, di cui il Papa è il fedele custode. Al di fuori vi era invece quell’anarchia delle libere opinioni che era figlia della Riforma protestante, un pericolo da prendere sul serio onde evitarne il contagio.

    Il monsignore era stato una meteora del cattolicesimo inglese e la sua opera culturale – intesa come servizio alla Fede del popolo, alla sua maturazione – aveva goduto in poco tempo di una vastissima eco (l’etichetta di “esotico” che gli affibbia Waugh non è dunque così fuori luogo). Per questo, immediatamente dopo la sua scomparsa, si scatenò una sorta di “Benson-mania” che diede il via a iniziative e biografie volte a preservarne la memoria.

    Nondimeno, con il passare degli anni i libri del monsignore – la cui parabola da cattolico coincise, grosso modo, con gli anni del pontificato di San Pio X – vendettero sempre meno, e quello che in molti avevano considerato il nuovo astro nascente della letteratura inglese finì nel dimenticatoio. Il motivo, per Pearce, è forse da ricercare «nella sua difesa militante e intransigente della Fede, una militanza e una scarsa inclinazione per il compromesso che divennero stranamente sospetti nell’epoca dell’ecumenismo. Nei decenni che seguirono la sua morte, Benson venne accusato di “trionfalismo” (come se la Chiesa militante non fosse sempre unita misticamente alla Chiesa trionfante). Persino tra i cattolici c’è chi criticò il suo energetico proselitismo e lo straordinario zelo».

    Ancora oggi, al di là de Il padrone del mondo, amato sia da Benedetto XVI che da Francesco – per quanto storpiato e malamente interpretato – i romanzi e i saggi di Benson interessano solo a una piccola nicchia di appassionati. Nelle pagine dei suoi libri, soprattutto quelli storici, brilla infatti una Fede genuina, che rifiuta ogni compromesso, lontana anni luce dall’ecumenismo e dal sentimentalismo che caratterizzano invece il cattolicesimo odierno, intriso di modernismo. Ecco perché la sua bibliografia risulta oggi scomoda, a tratti scandalosa, soprattutto quando vengono narrate le storie gloriose dei martiri dell’epoca elisabettiana, uomini e donne che fecero della religione un punto fermo nella loro esistenza tanto da voler morire per essa.

    Certo nei suoi lavori i limiti non mancano: a volte i personaggi paiono eccessivamente bidimensionali e le trame ripetitive, così come il fine apologetico un po’ troppo scoperto può allontanare molti dei lettori potenziali. Tuttavia l’opera di Robert Hugh Benson è un tale tesoro spirituale che merita di essere riscoperto, gustato e meditato. I benefici, c’è da starne certi, non mancheranno.

    Per chi fosse interessato a “Il padrone del mondo”, link all’acquisto: https://www.fedecultura.com/Il-Padro...ondo-p62551161

    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/11/c...dimenticatoio/

  8. #78
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    [ROBERT HUGH BENSON] Aldo Maria Valli recensisce Luca Fumagalli



    Nota di Radio Spada: segnaliamo con piacere questa recensione apparsa qualche giorno fa sul blog di Aldo Maria Valli che ringraziamo vivamente. Le possenti muraglie di Radio Spada, ben lungi dallo sgretolarsi e dall’incrinarsi, si rafforzano ogni giorno che passa con nuovi mattoni, mattoni il cui impasto si compone della fede cattolica romana integralmente professata, dell’ingegno, della passione e della dedizione dei suoi membri. (Piergiorgio Seveso, Presidente SQE di Radio Spada)

    Fonte: https://www.aldomariavalli.it/2019/1...ore-testimone/

    Storia di Robert Hugh Benson. Scrittore, testimone

    Robert Hugh Benson. Sacerdote, scrittore, apologeta. La biografia (Fede & Cultura, 208 pagine, 22 euro) di Luca Fumagalli, massimo esperto di Benson in Italia e studioso del cattolicesimo britannico, è un libro istruttivo e prezioso, che offre innumerevoli spunti di riflessione. Un lavoro che non solo ci racconta la vita e l’opera dell’autore de Il padrone del mondo, L’alba di tutto, Il trionfo del re e tantissimi altri libri, ma ci aiuta a entrare nell’Inghilterra di fine Ottocento e dei primi del Novecento e soprattutto nell’Inghilterra cattolica, sopravvissuta a più di tre secoli di persecuzione e finalmente in grado, anche sulla scorta delle conversioni di Newman e Manning, di assumere un ruolo di primo piano sotto il profilo religioso e culturale.

    Quarto e ultimo figlio di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury e quindi massima autorità della Chiesa d’Inghilterra, Hugh (nato il 18 novembre 1871) diventa a sua volta pastore e parroco anglicano, ma, al contrario del padre, la fede in cui è nato e cresciuto non lo appaga mai del tutto. Due questioni lo assillano: dov’è la verità? E qual è la vera Chiesa? In quegli anni alcuni esponenti della Chiesa anglicana e della Chiesa cattolica fanno qualche tentativo di avvicinamento, ma da Roma il papa Leone XIII chiude la porta e con l’Apostolicae curae condanna come totalmente invalide le ordinazioni sacerdotali e vescovili anglicane.

    Nello stesso anno dell’altolà di papa Leone, 1896, muore Benson padre, temutissimo dai figli. Per Hugh si apre una fase nuova. Con mamma e sorella parte per un viaggio. Vanno in Egitto e lì il giovane sacerdote anglicano scopre ciò che, in fondo al cuore, forse aveva sempre sospettato, ovvero che la Chiesa d’Inghilterra, al di fuori di Albione, non esiste. Si imbatte in un’umile chiesetta cattolica e avverte che è la Chiesa di Roma la vera Chiesa universale. E che i “papisti”, lungi dall’essere traditori, sono i veri eredi della Chiesa voluta da Gesù.

    Continua a lavorare come pastore, ma non si sente a posto. La sua vera passione è la scrittura, e poi c’è sempre la questione della vera Chiesa. Fa un’esperienza monastica, ma non trova la pace. La Chiesa anglicana è un mosaico pieno di contraddizioni, la Chiesa di Roma invece, riunita attorno al sommo pontefice, è unità dottrinale e coerenza. Dirà: “Vedevo la Chiesa d’Inghilterra, vecchia padrona amorevole e bonaria, in atto di trattenermi al suo servizio per mezzo di tutti i vincoli umani; di contro ad essa, vedevo sfolgorante di luce la Chiesa di Roma, la Sposa di Cristo, dominatrice e autoritaria sì, ma con negli occhi e sulle labbra uno sguardo e un sorriso tanto radiosi che solo potevano riflettere una visione celeste”.

    L’11 settembre 1903 nella sala capitolare di Woodchester Hugh lascia per sempre l’anglicanesimo ed è accolto nella Chiesa cattolica. Vale per lui un famoso aforisma di Newman: “Sapevo che la Chiesa cattolica era la vera Chiesa, ma non sapevo assolutamente di saperlo”. L’anno dopo diventerà sacerdote cattolico, un sacerdote alquanto atipico, che non vorrà mai diventare parroco e sarà quasi schiavo di una passione trascinante per la scrittura, una vena che non si esaurirà mai e lo farà diventare un autentico stakanovista della scrittura, anche per necessità economiche.

    Il merito di Fumagalli è di non aver fabbricato un “santino” di Robert Hugh Benson. Il biografo, anzi, mostra tutti i limiti (religiosi, caratteriali, artistici) di un autore che comunque in vita ebbe un successo straordinario, sia come romanziere, sia come conferenziere e predicatore (e pensare che era timido e soffriva di una leggera balbuzie).

    La morte coglierà Hugh nel 1914, a soli quarantatré anni, e sarà causata anche da ritmi di vita impossibili: ore e ore dedicate alla scrittura e a rispondere alle lettere che gli arrivavano senza sosta. Con la sensibilità attuale i suoi lavori, il cui filo conduttore è l’apologia del cattolicesimo, possono sembrare segnati da una certa ripetitività e da debole o scarso approfondimento teologico. I suoi personaggi, inoltre, appaiono spesso delineati con scarsa incisività sotto il profilo psicologico. Fumagalli è il primo a riconoscere che Benson, obbligato a scrivere per far quadrare i conti, produsse troppi romanzi perché tutti potessero risultare di buona qualità. In ogni caso all’epoca di Benson gli editori facevano a gara per pubblicarlo e non c’era casa cattolica, in Inghilterra, sui cui scaffali non ci fosse almeno una sua opera. Anche grazie a lui i “papisti” inglesi presero coraggio e si sottrassero a una condizione di inferiorità.

    Da buon inglese di quel tempo, il reverendo Benson si interesserò anche allo spiritismo, con un romanzo, The Necromancers (I necromanti), che mise a tema l’inconciliabilità di fede religiosa e magia. Eppure Benson, pur considerando lo spiritismo “un pericolo mortale”, credeva negli spiriti. Da giovane, ai tempi di Cambridge, era appassionato di fantasmi e d’altro canto proveniva da una famiglia che era immersa nello spiritismo, al punto che il padre di Hugh era stato tra i fondatori, proprio a Cambridge, della Ghost Society, una sorta di associazione di acchiappafantasmi accademici.

    Quello che è il romanzo più noto di Benson, Il padrone del mondo, è una distopia sorprendente, se si pensa che fu pubblicato nel 1907. L’autore immagina un mondo futuro segnato non tanto dai problemi emergenti in quell’epoca, quali le tensioni fra nazionalismi (che porteranno alla prima guerra mondiale) e il sorgere del socialismo, ma dall’imporsi di un unico potere mondiale e di un unico pensiero che vede nel cristianesimo e nella Chiesa cattolica il nemico da colpire. Il manipolatore, inizialmente occulto, non è un politico esaltato o un dittatore feroce, ma un certo Giuliano Felsemburgh che sembra la bontà in persona. È l’uomo del dialogo, dell’umanitarismo, della fratellanza universale. Ma si dà il caso che sia anche l’Anticristo. Ce n’è abbastanza per sostenere a buon diritto che il timido Benson è stato, dopo tutto, lungimirante.

    Per farsi perdonare dai cattolici rimasti scioccati da Il padrine del mondo, Hugh produsse poi L’alba di tutto, nel quale immaginò un mondo futuro (attorno al 1973) quasi interamente cattolico, con la Chiesa riconosciuta come autorità morale superiore. Il romanzo, annota Fumagalli, ha l’aria di “un saggio sotto mentite spoglie” e risulta a tratti pesante, ma è un caso più unico che raro di utopia cattolica.

    “Indubitabilmente aveva grandi talenti” scrisse il Times nel necrologio di Benson. E forse, anche se lui era convinto del contrario, fu ancora più grande dal pulpito che con la penna in mano. “Come predicatore – fu scritto di lui – era la personificazione dell’amore di Dio… I suoi sermoni erano per gli ascoltatori un piacere. Era capace di farli interessare perché lui stesso era interessato; predicava di fare il bene non solo a ciascuno dei presenti, ma anche a Robert Hugh Benson in persona”.

    Strenuo difensore della Chiesa cattolica, come solo i convertiti sanno esserlo, Benson ovviamente è stato a lungo trascurato nell’epoca dell’ecumenismo trionfante e dell’esaltazione del dialogo. Come se di lui ci si dovesse vergognare. Ma è tempo di riscoprirlo.

    L’epitaffio sulla lapide della sua tomba, nell’amatissima residenza di Hare Street, contiene tutto ciò che per lui contò: “Hic jacet / Robertus Hugo Benson / Sacerdos Catholicae / Et Romanae Ecclesiae / Peccator Expectans Ad(ventum) / Revelationem Filiorum Dei” (“Qui giace Robert Hugh Benson, sacerdote della Chiesa cattolica e romana, peccatore che attende la rivelazione dei figli di Dio”). (Aldo Maria Valli)

  9. #79
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Il mito del “Tolkien fascista”: la lunga storia d’amore tra la destra italiana e il professore di Oxford



    di Luca Fumagalli

    Nella storia della ricezione dei romanzi di Tolkien in Italia il travisamento a scopi politici pare una regola. Come reazione alla demonizzazione operata dalla critica progressista, sin dalla metà degli anni Settanta cominciò un processo di sistematica appropriazione dell’universo tolkieniano da parte di partiti e movimenti di (estrema) destra, che hanno fatto de Il Signore degli Anelli un serbatoio di simboli, iconografıe e slogan.

    Gianfranco De Turris accenna alla relazione tipicamente italiana tra la letteratura fantasy e la destra nell’articolo Il “caso Tolkien”: «La narrativa di Tolkien e la heroic fantasy era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. [. . .] Il ritrovarsi di parecchi giovani di destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante, nell’attivismo di piccolo cabotaggio delle sezioni e delle federazioni».

    Era inevitabile che una tale situazione avesse ripercussioni politiche, anche se, come ha spiegato Umberto Croppi in un’intervista del 2002, quello che avvenne all’inizio negli ambienti della destra italiana fu semplicemente che «alcuni di noi lessero Tolkien e se ne innamorarono. Non che vi fosse un chiaro legame con la politica [. . .] E va subito detto che nella nostra lettura e nella nostra passione non c’era nessuna ispirazione neo-pagana […]. A noi semplicemente piaceva quel mondo fantastico. E all’inizio leggere Tolkien significava esclusivamente un’esperienza individuale».

    Il mito del “Tolkien fascista” s’è creato mano a mano, e se nell’edifıcarlo certa sinistra si è messa di buon impegno – Fred Inglis, solo per fare un esempio extra-italiano, nel suo saggio Gentility and Powerlessness: Tolkien and the New Class si spinge a defınire Il Signore degli Anelli un mito reazionario e razzista – è innegabile che questa situazione abbia fınito per far gioco a una parte della destra.

    Nel 1974 il nome di de Turris, accanto a quello del medievista Franco Cardini e a quello di Marco Tarchi, voce estremamente influente tra i giovani missini dell’epoca, compare in calce alle prime entusiastiche recensioni de Il Signore degli Anelli ospitate da riviste di destra quali “L’Italiano”, “Idea”, “Diorama letterario” e “La voce della Fogna”. I luoghi in cui si diffondeva la stampa militante, come la libreria Europa di Roma, vendettero centinaia e centinaia di copie del libro, e in quegli stessi anni nacque la Compagnia dell’Anello, un gruppo musicale, ancora attivo, destinato ad avere un certo seguito tra i membri più giovani del partito di Almirante (al di là del nome assunto la band ha comunque ben poco di tolkieniano, essendo la sua produzione perlopiù caratterizzata da una serie di stornelli e ballate folk di contenuto politico). Insomma, intorno all’opera di Tolkien andò a svilupparsi una fitta rete di attività funzionali a veicolare il messaggio ideologico e i valori politici del Movimento Sociale Italiano anche al di fuori dell’ambiente al quale normalmente si riferiva, tentando così di rompere quell’isolamento culturale in cui era stato relegato.

    Nel 1976, ad esempio, quando l’MSI decise di fondare una nuova rivista per rilanciare la propria concezione della donna venne scelto il titolo di “Eowyn”, dal nome di uno dei personaggi de Il Signore degli Anelli. Ancora una volta, però, i riferimenti a Tolkien restavano sospesi nel vuoto e, ad eccezione della pubblicazione di qualche foto dello scrittore accompagnata dall’immancabile slogan «Le radici profonde non gelano», si trattava perlopiù di avere a disposizione un repertorio di simboli di comodo, da saga “eroica” in salsa nordica.

    Questo armamentario iconografıco confluì nei Campi Hobbit, forse la più signifıcativa manifestazione della destra giovanile dal secondo dopoguerra (ne furono organizzati tre, rispettivamente nel 1977, nel 1978 e nel 1980). Lucio Del Corso e Paolo Pecere in L’anello che non tiene, uno studio sulle letture ideologiche dell’universo tolkieniano, ricordano come fu proprio a partire dai Campi Hobbit che «il binomio Tolkien-destra comincerà ad apparire a molti inscindibile». Il richiamo – a dire il vero piuttosto superficiale – al professore di Oxford e al Medioevo contribuì, tra l’altro, alla diffusione del simbolo della croce celtica in sostituzione del fascio littorio, ormai retaggio del passato (con disappunto di Almirante e dei gerarchi più anziani).

    Ciò nonostante, l’esperienza dei Campi Hobbit segnò la storia della critica tolkieniana italiana, non solo perché molti di quelli che oggi sono i più attivi studiosi di Tolkien vi presero parte, ma soprattutto perché in seno a quelle esperienze maturò una lettura allegorizzante de Il Signore degli Anelli, del tutto simile a quella presente nell’introduzione che Elémire Zolla aveva scritto per la prima edizione italiana (nella penisola il breve testo andò pure a sostituire, con abile innesto, la prefazione dello stesso Tolkien posta a capo della seconda edizione inglese del 1966, in cui il professore rispondeva ad alcuni dei suoi interpreti respingendo proprio le interpretazioni allegoriche dell’opera). Lo studio di Zolla, ricorda Edoardo Rialti nel libro La lunga sconfitta, la grande vittoria, «diverrà un testo di riferimento per quella destra affascinata dai miti iniziatici, dalle tradizioni simboliche, che costituirà l’altra estremità della medesima rivolta anticapitalista degli hippie, e che cercherà a sua volta di impugnare ideologicamente Tolkien come “suo”, spesso con altrettante forzature e miopie. Trova così (parziale) spiegazione come un inglese che aveva combattuto contro il Kaiser […] e avversato Hitler e l’antisemitismo potesse venire bollato, da chi non lo aveva mai letto, come pattume “fascista”».



    Il Signore degli Anelli, quello che in America era la “Bibbia degli hippies” – così recitava anche una fascetta che compariva nel 1977 sulla prima ristampa economica del libro targata Rusconi – in Italia era dunque diventato un patrimonio della destra; per Tarchi il romanzo tolkieniano era «il breviario dei ribelli, dei disperati, degli emarginati, che in esso ritrovano una “altra dimensione” dell’esperienza intellettuale, capace di fondere l’elemento mitico e i richiami dell’attualità».

    Fu solo dopo la trasformazione dell’MSI in Alleanza Nazionale che si cominciò di nuovo a riutilizzare l’immaginario di Tolkien su scala ancor più larga che in passato, riconducendo il professore di Oxford «all’interno di un comodo canone di scrittori e pensatori non solo intrinsecamente di destra, ma validi per un’ “educazione sentimentale” del futuro militante» (così Del Corso e Pecere). Se all’inizio i richiami, anche in forma di semplici citazioni, vantavano una qual certa profondità, col passare degli anni il maquillage nazionalalleanzino ridusse Il Signore degli Anelli a gadget e merchandising (un fenomeno che andò amplifıcandosi con l’uscita nelle sale dei fılm di Jackson).

    Attualmente, al netto di numerose pagine web e blog, in Italia tra i gruppi organizzati più importanti di appassionati di Tolkien vi è la Società Tolkieniana Italiana, creata nel 1992. Tra i fondatori illustri fıgurano Paolo Paron e Adolfo Morganti che avevano cominciato ad approfondire le opere del professore di Oxford proprio nel contesto dell’attivismo di destra degli anni Settanta. Per quanto la politica esuli del tutto dagli intenti del gruppo, Del Corso e Pecere notano come «lo scopo ultimo della Società sembr[i] l’approfondimento e il rilancio […] di tematiche già care, in qualche modo, all’area culturale che si riconosceva nella destra più radicale, promuovendo una cosciente sovrainterpretazione del testo. […] E i simboli e gli archetipi […] individuati vengono fatti coincidere con quelli della visione “Tradizionale” della civiltà europea elaborata da [. . .] Julius Evola. […] Il Signore degli Anelli si trasforma così in uno dei testi sacri della “destra esoterica”».

    Il professore di Oxford, è appena il caso di segnalarlo, naturalmente non aveva nulla del fascista. Tuttavia, anche se oggi esistono studiosi seri e competenti provenienti sia dal mondo cattolico che da quello progressista, per il momento a prevalere in Italia sembra ancora l’approccio ideologico, quasi una lunga coda di quelle che furono le prime letture di “destra” del legendarium (per quanto attualmente sia un fenomeno molto ridimensionato grazie al più serrato confronto con la saggistica inglese e americana). Non che dalla galassia neofascista non vennero spunti ermeneutici interessanti, anzi, ma certamente molti altri furono a dir poco fuorvianti, miranti più che altro a piegare la bibliografia tolkieniana agli interessi di parte.



    Dunque anche per Tolkien continua a valere quello che G. K. Chesterton scrisse nel 1929 a un altro grande autore cattolico suo amico, Maurice Baring, all’indomani della pubblicazione del romanzo di quest’ultimo The Coat Without Seam: «È incredibile come il mondo esterno possa vedere ogni aspetto del libro tranne ciò che è fondamentale».


    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/11/i...ore-di-oxford/

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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Tolkien e Saruman: declino e caduta di uno stregone marxista



    A parere di J. R. R. Tolkien il Mondo Secondario della fantasia permette di fuggire dalle strette maglie del contingente per riguadagnare una visione più chiara e sana della realtà; secondo Hegel, invece, il Mondo Secondario è un modello radicalmente alternativo a quello Primario che deve rimpiazzare quest’ultimo ad ogni costo.

    Ne Il Signore degli Anelli tocca a Saruman rivestire i panni dello stregone hegeliano diventato politico, singolarmente abile con le parole. Egli non è solo uno dei tanti demagoghi della storia, è l’inveramento di una sapienza gnostica che sin da subito rivela la sua affinità con Gioacchino da Fiore, per il quale la storia è un susseguirsi di età indirizzate verso un progressivo perfezionamento. Il mago si dipinge come un saggio, un leader, la persona più adatta per guidare i popoli della Terra di Mezzo in tempi tanto burrascosi. È così che Saruman, nel tentativo di farselo alleato, rivela i suoi propositi a uno sconcertato Gandalf: «I Tempi Remoti non sono più. I Giorni Intermedi stanno passando. I Giovani giorni stanno per incominciare. Finito il tempo degli Elfi, la nostra ora è vicina: il mondo degli Uomini che dobbiamo dominare. Ma abbiamo bisogno di potere, potere per ordinare tutte le cose secondo la nostra volontà, in funzione di quel bene che soltanto i Saggi conoscono. […] Questa è dunque la scelta che si offre a te, a noi: allearci alla Potenza. Sarebbe una cosa saggia, Gandalf, una via verso la speranza. La vittoria è ormai vicina, e grandi saranno le ricompense per coloro che hanno prestato aiuto. Con l’ingrandirsi della Potenza anche i suoi amici fidati s’ingigantiranno: e i Saggi, come noi, potrebbero infine riuscire a dirigerne il corso, a controllarlo. Si tratterebbe soltanto di aspettare, di custodire in cuore i nostri pensieri, deplorando forse il male commesso cammin facendo, ma plaudendo all’alta meta prefissata: Sapienza, Governo, Ordine; tutte cose che invano abbiamo finora tentato di raggiungere, ostacolati anziché aiutati dai nostri amici deboli o pigri. Non sarebbe necessario, anzi non vi sarebbe un vero cambiamento nelle nostre intenzioni; soltanto nei mezzi da adoperare».

    La citazione mostra perfettamente quale perverso spirito animi l’azione politica di quello che una volta era il più saggio tra i capi della Terra di Mezzo, diventato a sua volta un’incarnazione perfetta dell’individuo storico-universale hegeliano. Saruman non è un amante della conoscenza, come Gandalf, ma ne è un possessore; è incapace di venire a patti con i propri limiti e, al colmo della follia, si veste di ambizioni messianiche. Sapienza, governo e ordine: questa è la trinità della sua nuova e terribile religione. Ma per raggiungere i propri fini, sempre secondo uno schema hegeliano, Saruman è costretto ad allearsi con il potere di Mordor, teologico e politico insieme, di cui ne ha studiato le arti oscure (la magia, scrive Tolkien in Sulle Fiabe, aspira al potere sul Mondo Primario, non produce amicizia, come la fantasia e l’arte – tipiche degli Elfi – ma solo schiavitù).



    Lo stregone si isola quindi nella sua Isengard – una verde vallata ridotta a un’ecatombe industriale di fumo e fiamme – e, con tecniche che richiamano l’eugenetica, riesce a creare una nuova razza di creature mostruose, gli Urukhai, agili e possenti, perfettamente adatti ai nuovi tempi.

    Saruman è sempre più alienato, egocentrico, talmente disincarnato che, dopo la disfatta di Isengard, Tolkien lo reintroduce nella trama come voce affascinante e menzognera: «Nessuno rimaneva impassibile, nessuno riusciva a respingerne le implorazioni e i comandi se non con l’aiuto di una grande forza di volontà e di spirito». Saruman prova quindi a ingraziarsi Théoden con modi falsamente gentili presentandosi di nuovo nei panni del salvatore. Quando il tentativo fallisce, lo stregone gioca un’ultima carta appellandosi alla libido dominandi e al senso di superiorità che crede di scorgere anche in Gandalf: «Potremmo portare a buon termine molte cose unendo i nostri sforzi per sanare i disordini del mondo. Comprendiamoci a vicenda e dimentichiamo questa gente inferiore!». Alla fine la risata di Gandalf spezza l’incantesimo malvagio e Saruman è riportato alla sua tragica condizione di mitomane sconfitto, in frantumi al pari del suo bastone.

    Tuttavia non è ancora la fine del suo Mondo Secondario. Anche se lo stregone è ridotto ai minimi termini, questo non gli impedisce di tentare un’ultima sortita, al limite della disperazione, e di incarnarsi in Sharkey, il padrone della Contea. Rispetto a quello di Isengard – da cui fugge dopo aver convinto gli Ent a liberarlo – il Saruman che appare nel capitolo “Percorrendo la Contea”, poco prima dell’epilogo de Il Signore degli Anelli, è, se possibile, ancora più gretto e meschino, una pallida imitazione dell’individuo storico-universale di poco tempo prima. Rimanendo nel parallelismo filosofico, è come se, a seguito delle ripetute sconfitte, lo stregone avesse abbandonato una volta per tutte le alate speculazioni hegeliane per virare verso un’azione politica più “concreta”, di derivazione marxista. Secondo Hren, autore del saggio Middle‑earth and the Return of the Common Good, «l’essere angelico mandato a proteggere la Terra di Mezzo dopo la creazione dell’Unico Anello, finisce col diventare un banale fascista».



    Saruman, i cui uomini «vanno in giro, rubando o “raccogliendo”, come dicono loro», ha dunque trasformato la Contea in una terra desolata, una brutta copia di Isengard, dove ovunque è devastazione e bruttezza. La natura deturpata, le acque inquinate e una mostruosa fornace sono gli elementi più rappresentativi di un’insensata tragedia che ha come unico fine la desertificazione più assoluta (per la filosofia pratica di Marx è l’annichilamento dell’avversario il fine dell’azione). Circondato dal plauso dei suoi uomini, lo stregone non vuole inverare una nuova utopia, ma vuole semplicemente fare piazza pulita del Mondo Primario.

    Nuovamente, però, Saruman va incontro a una disfatta. Mentre minaccia gli Hobbit vantandosi di grandi forze che ormai non possiede più, Frodo incita i suoi: «Non credete a ciò che dice! Ha perso tutto il suo potere, eccetto la sua voce, che può ancora intimorirvi e illudervi, se glielo permettete. Ma non voglio che venga ucciso. È inutile pagare vendetta con vendetta: non risolverà nulla. Vai, Saruman, per la via più rapida!». Disprezzando la generosità dello Hobbit, lo stregone, al culmine della sua smania nichilista, dapprima cerca invano di uccidere Frodo, poi scarica tutte le colpe su Vermilinguo. Il litigio che ne segue porta alla morte di entrambi.

    Saruman, mago e teconocrate, stupido vassallo di un’ideologia disumana che pretende di sostituire la realtà con un paradiso artificiale, conclude la sua parabola esistenziale svanendo nel nulla: «Con costernazione dei presenti, intorno al cadavere di Saruman si formò una specie di nebbia grigia che salì lentamente sempre più in alto, come fumo sprigionato da un fuoco, e giganteggiò sul Colle simile a una pallida figura levata. Esitò un momento, rivolta a Occidente; ma proprio di lì venne un vento freddo che la sospinse, ed essa finì col dissolversi sospirando».



    Se l’universo hegeliano di Saruman, emblema delle demistificazioni politiche del Novecento, è destinato al collasso, non così quello cristiano di Tolkien. Secondo quest’ultimo, infatti, la più grande funzione del Mondo Secondario delle fiabe si trova in quell’improvviso e miracoloso capovolgimento che prende il nome di lieto fine o “eucatastrofe”. Non si nega il fallimento, e in effetti «la possibilità che ciò si verifichi è necessaria alla gioia della liberazione»; quello che si nega, ricorda Caldecott ne Il fuoco segreto, «è la sconfitta universale o finale, grazie a un sapore o a un’eco di vittoria, la vittoria finale di Eru, il quale incorpora nel suo progetto con la sua infinita creatività e prescienza anche il male. Il Male non cessa di essere tale, e non deve mai essere scelto in modo deliberato; eppure, al contempo, esso non potrà mai conquistare il Bene, che brilla ancor più luminosamente se inabissato nell’oscurità».

    Ciò che dà senso a tutto il discorso è, in altre parole, la certezza del Paradiso, di cui Tolkien offre una semplicissima quanto bella descrizione in una delle sue lettere: «Esiste un posto chiamato “Paradiso” dove le opere buone iniziate qui possono essere portate a termine; e dove le storie non scritte e le speranze compiute possono trovare un seguito».

    Per chi fosse interessato ad approfondire i temi dell’articolo e, più in generale, la filosofia politica di Tolkien, si rimanda al saggio “La società della Contea”. Link all’acquisto: La società della Contea. Appunti sulla filosofia politica di J.R.R. Tolkien ? NovaEuropa Edizioni



    Fonte: https://www.radiospada.org/2019/12/t...aU2aBFGuktbgDk

 

 
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