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Discussione: Vagare nel labirinto...

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    Predefinito Vagare nel labirinto...

    Il Labirinto, Teseo e … il Minotauro
    di Antonio Perfetti


    Immagine tratta dal sito http://moaonline.org/

    II tema del Labirinto è quanto di più affascinante si possa affacciare ala mente di un Libero Muratore per essere certamente una fonte inesauribile di speculazioni iniziatiche ed esoteriche.

    Di questo antico simbolo o, meglio, archetipo, infatti, sono state date le interpretazioni più varie e disparate in ogni campo, dalla filosofia alla psicologia, dalla psicanalisi alla pittura, dall'architettura alla scultura.

    Tale produzione feconda è dovuta proprio alla potenza creativa di questo simbolo o archetipo, in quanto esso risveglia nel nostro inconscio individuale quelle esperienze collettive ancestrali, ereditarie, comuni a tutta l'umanità.

    Esso, cioè, al pari di ogni altro archetipo, suscita in ciascuno di noi un mondo di immagini tramandate nella memoria della specie, non tanto sotto forma di rappresentazioni o di ricordi in senso stretto, ma quale conseguenza della sollecitazione dell'immagine primaria che è la risultante di un deposito della memoria, un engramma, derivato dalla condensazione di innumerevoli esperienze similari che lasciano nel nostro subconscio delle tracce profonde che sì concretizzano in predisposizioni latenti, capaci di guidare la nostra visione del mondo, o., quanto meno, di influenzare i nostri rapporti con il mondo e ciò, come dice Jung, quale espressione psichica di una tendenza naturale anatomicamente e fisiologicamente determinata.

    Andare, quindi, alla ricerca del significato di tale simbolo significa cercare di individuare in noi stessi le tracce mnestiche latenti, comuni a tutti gli uomini, che nella notte dei tempi si sono accumulate ed adagiate nel nostro subconscio come residui di un passato ancestrale, che riflette la storia evolutiva della specie umana. e che ora si presentano, come nella caverna platonica, simili a tremolanti ombre di uno schema senza tempo, al fine di ripercorrerle per poi farle affiorare e prendere così coscienza delle forme primigenie di pensiero a forte colorito emotivo.

    Avviciniamoci, dunque, a questo simbolo che qualcuno definisce lapidariamente e con immagine plastica come il "luogo del silenzio imparziale" e, preliminarmente, precisiamo che l'indagine che andremo a compiere riguarda, più propriamente, la leggendaria dimora cretese del Minotauro.

    E ciò non a caso ma perché è a tale costruzione che la nostra mente fa riferimento quando si parla di labirinto e che, a sua volta, richiama alla memoria, come esistesse un legame indissolubile, i personaggi mitici del Minotauro, di Minosse e Pasife, Teseo ed Arianna, Dedalo ed Icaro, le cui figure intendiamo utitizzare quale chiave di lettura del Simbolo in questione, per scoprirne il linguaggio nascosto e, quindi, raffrontarlo con quello che sottende al nostro rituale, al fine di verificarne congruenze, paralleli o eventuali contrasti.

    L' utilizzazione, peraltro, del mito, favorirà al massimo la comprensione del Simbolo, in quanto la sua rappresentazione, tendendo ad abrogare tutte le leggi temporali, fà si che il passato torni a vivere e che il " c'era una volta" diventi il vero presente, in quanto solo se il tempo vissuto è presente da vivere ritorna il caldo desiderio della vita stessa.

    E ciò in quanto il mito è il fondamento della Vita, lo schema senza tempo, la formula attraverso la quale la Vita si esprime quando fluisce al di fuori dell'inconscio.

    Per ciò che il profano sa, il termine labirinto deriva proprio da una leggendaria costruzione architettonica dell'antichità', caratterizzata da una pianta così complicata e tortuosa da rendere estremamente difficile sia l'ingresso, sia l'orientamento all'interno e, quindi, l'uscita.

    La tradizione attribuisce il progetto del primo labirinto all'architetto Dedalo, che disegnò e diresse la costruzione per ordine del re cretese Minosse, il quale era figlio del Re degli Dei greci, Zeus e marito di Pasife. Costei, presa da furore passionale per un Toro, fece costruire da Dedalo una statua di legno a forma di vacca, cosicchè celandosi al suo interno, riuscì a congiungersi carnalmente con l'animale.

    Da tale animalesco ed innaturale rapporto amoroso nacque il Minotauro, un essere mezzo uomo e mezzo toro.

    Minosse, allora, decise di far costruire il labirinto, sia per nascondere agli occhi dei suoi sudditi la mostruosa creatura sia per impedire che questa, andandosene in giro per il mondo, provocasse lutti e distruzioni.

    Il Minotauro, però, aveva bisogno di vittime umane ed a fornirle erano gli Ateniesi, in quanto, sconfitti da Minosse, erano stati condannati ad inviare a Creta, ogni nove anni, sette giovani e sette fanciulle.

    Teseo, figlio del re di Atene, per porre fine a tale tributo di sangue, decise di unirsi alle vittime destinate a Creta. Quì giunto viene aiutato ad entrare nel labirinto da Arianna, figlia di Minosse e Pasife e, quindi, sorellastra del Minotauro, la quale si innamora di lui e gli fornisce il filo che, da lei sorretto all'entrata, servirà all'eroe per riquadagnare, sano e salvo, l'uscita una volta ucciso il mostro.

    Compiuta la missione, Teseo abbandona Arianna su di una isola e, da qui un girovagare per il mondo ed una serie di sventure e lutti.

    Questa la favola o il racconto destinato al profano che cela il messaggio destinato all'iniziato e che noi intendiamo scoprire.

    Intendiamo cioè, scoprire la potenza magica del labirinto ed il complessivo discorso velato dal mito e, al fine di pervenire a tanto, occorre, a mio modo di vedere, procedere in via prioritaria ad una analisi e disamina dei singoli elementi di cui si compone il mito, per poi ricomporre il tutto secondo un armonico processo razionale; e, per fare ciò, occorre penetrare nel fondo oscuro e nell'abisso del Tempo; occorre, prioritariamente, entrare nel Labirinto.

    Il Labirinto originario, quello preistorico, quello cretese di cui ci occupiamo, romano e medioevale, detto unicursale è formato da un unica via che si intrica, si avvolge, e va verso un Centro, a cui si avvicina e da cui successivamente si allontana, ma che deve per forza raggiungere.

    E' una via lunga, faticosa, ma senza biforcazioni, crocicchi o cammini ciechi, senza incertezze e necessità di scelte; chi la percorre, una volta arrivato al Centro, si svolta su se stesso compiendo un arco di 180° e, ripercorrendo la via in senso inverso, sempre con difficoltà, esce all'aperto senza pericolo di perdersi.

    I1 Labirinto, quindi, per primo ci suggerisce che ci troviamo di fronte ad un processo di iniziazione che, a prezzo di una faticosa esperienza, conduce l'Uomo al Centro, dove esso è solo di fronte alla propria realtà interiore, o alla bestia con cui deve combattere o alla morte, nel sitenzio impalpabile che, solo, permette di acquisire la Conoscenza Fondamentale per pervenire al Principio Divino.

    Tale significazione conserva anche nell'allegoresi cristiana dell'Alto Medio Evo dove il Labirinto simboleggia, di solito, le prove che il devoto deve affrontare prima di giungere alla Gerusalemme Celeste.

    Nella tradizione cabalistica, ripresa anche dagli Alchimisti il Labirinto svolgerebbe una funzione magica e sarebbe uno dei segreti attribuiti a Salomone. E' per questo che il Labirinto delle Cattedrali, costituito da una serie di cerchi concentrici interrotti in alcuni punti in maniera tale da formare una sorta di sentiero inestricabile e bizzarro, sarebbe chiamato "Labirinto di Salomone".

    Secondo gli Alchimisti sarebbe una immagine del lavoro intero dell'Opera con le sue difficoltà maggiori e cioé quella della via da seguire per raggiungere il Centro dove avviene il combattimento tra le due Nature dell'Uomo, la Divina e la Bestiale, lo Spirito e la Materia, e, dunque, quella del cammino che l'Artista deve percorrere per uscirne e pervenire alla Luce.

    A far tempo dall'età manieristica e barocca, per effetto dell'influenza del dilagante cattoticesimo, questo concetto viene stravolto e mistificato, e subisce un radicale cambiamento che riverbera i suoi effetti sulle rappresentazioni grafiche di tale simbolo.

    Il Labirinto si aggroviglia, si complica, è una serie di illusioni e ingannevoli camminamenti che non danno più la certezza di arrivare al Centro e, una volta arrivati, non danno più la certezza di raggiungere l'Uscita.

    Il Labirinto diventa, allora, il luogo della perdizione, dell'errore, del mistero e dell'avventura.

    Tale rappresentazione, dicevamo, è l'effetto del dilagare della dottrina professata dal Cattoticesimo, il cui dogma principale vuole che l'Uomo non possa ritrovare la Verità o scoprire la Luce mediante una ricerca in se stesso, ma solo attraverso un atto di Fede in Dio, che diventa l'unico mezzo dì Salvezza, in quanto l'Uomo è chiuso in un sistema di cammini ingannevoli e fuorvianti, da cui può essere liberato, epperò non dalla sua intelligenza, non dalla sua perspicacia o intuizione, ma solo dalla Grazia Divina.

    Ritorniamo ora, al Labirinto oggetto del nostro esame. Esso conta, quindi, come elementi essenziali, la complicazione della sua pianta e la difficoltà del percorso, fatto da camminamenti che viaggiano verso il Centro per poi allontanarsene e così via.

    Questo complesso tracciato si ritrova, allo stato di natura, nei corridoi di accesso ad alcune grotte preistoriche e che venivano fatte percorrere ai neofiti, onde far loro intuire la Via per arrivare alla Caverna Fondamentale.

    Le vie intricate e tortuose che permettono o impediscono l'accesso appaiono anche un sistema di difesa di ciò che contiene e, quindi, annunciano la presenza all'interno di qualcosa di prezioso e di sacro a cui non tutti possono accedere.

    E ciò ci suggerisce l'idea o il principio della Selezione in quanto solo a pochi qualificati Eletti è concesso di intuire l'Entrata del Labirinto e le vie da percorrere per arrivare fino in fondo, mentre tutti gli altri saranno impossibilitati a penetrarvi o si smarriranno per strada.

    Tale situazione sveglia per primo nella Mente del libero muratore l'immagine del Gabinetto di Riflessione.

    E' qui che il profano viene condotto, dopo una pre-selezione, oggi di carattere morale, ieri basata sul superamento di vere e proprie prove fisiche alle quali il profano veniva assoggettato secondo i dettami delle antiche Scuole Iniziatiche .

    E qui, come nel labirinto, scendendo nell'Abisso buio, dove l'oscurità non è più assenza di luce ma qualcosa di più tangibile, quasi palpabile, il profano è assalito da un terribile senso di claustrofobia e contemporaneamente di distacco dal mondo esterno.

    In questo luogo, che possiamo ben essere d'accordo nel definire come quello del "Silenzio Imparziale", il neofita, solo con la sua coscienza e privo di ogni condizionamento, perde il rapporto Spazio-Tempo e finisce per smarrirsi.

    Le coordinate Tempo e Spazio saltano per cedere il posto al Caso, riducendo il mondo interiore ad un caos senza senso possibile.

    Tutte le certezze vengono meno; le conoscenze acquisite sono in crisi; alla certezza ed alla sicumera del mondo profano subentra la perplessità ed il dubbio del mondo iniziatico.

    Tale stato di shok determina la frantumazione di una personalità non più desiderata.

    Ed allora il profano si sdoppia ed incomincia il soliloquio iniziatico.

    E non appena i lampi dell'intuizione illuminano il buio della coscienza, le prime immagini abbagliano, la mente. Il sole, la luna, la terra, l'aria, l'acqua ed il fuoco, come indelebili "imprint" lo spingono a misurarsi e ad interrogarsi.

    E per primo egli si interroga sulla sua origine, per poi ricercare la sua identità personale al fine di stabilire dove dirigersi.

    Scopre, allora, le conseguenti difficoltà che deve risolvere; e, quindi, deve individuare e stabilire il centro, affine di ricomporre l'Unità perduta dall'Essere che si era dispersa nella moltitudine dei desideri indotti dalle ingannevoli illusioni e dalle insane passioni.

    Occorre pervenire all'Eternitá senza Tempo attraverso la ricomposizione e la "reductio ad unum" della mutevole scena temporale in cui essa si riflette. Bisogna che egli sciolga l'enigma di questo mistero ultimo che, giustamente, Schopenhauer definisce il "nodo cosmico" .

    E ciò è possibile liberando per primo la mente dal concetto di "Io" in quanto a ciò consegue, immediatamente, la dissoluzione sia della paura che del desiderio.

    Ma ciò porta ad un momentaneo annullamento della creazione o, almeno, ad un distacco psicologico da essa che comporta il rivivere, ad un livello di esperienza immediata; la fase antecedente a qualsiasi pensiero, dove non esiste nè speranza nè paura bensì estasi e consapevolezza pura e semplice dell'essere.

    Occorre, quindi, scoprire la parola, perché all'inizio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio.

    Ma come superare il senso di smarrimento per pervenire a tanto?

    Giova, a questo punto, ricordare che., secondo i riferimenti antichi, quando il Neofíta procedeva lungo gli intricati sentieri egli finiva per smarrirsi, ma non doveva provare paura.

    Il senso di smarrimento, quale conseguenza della perdita dell'orientamento, era una componente fondamentale del processo d'iniziazione.

    Il Neofita, allora, doveva arrestarsi e chiedere: "Dov'è il Centro?' Al che, una Voce proveniente da Lontano rispondeva: "il Centro sei Tu. E' dentro di Te che devi guardare per scoprire la Verità".

    In tal modo egli, facendo professione della Virtù dell'Umiltà, scopriva la Solidarietà che gli consentiva di accedere alla dazione della prima "Lettera" che gli avrebbe permesso di porre la seconda e di procedere, successivamente, nel cammino iniziatico.

    Il Labirinto, quindi, è la via che conduce all'interno di se stessi, verso quella sorta di Santuario interiore e nascosto nel quale si trova la parte più misteriosa della persona umana, che non può essere raggiunta dalla coscienza se non a seguito di lunghi giri (la spirale) o di una intensa concentrazione, quale unico mezzo per pervenire all'Intuizione Principiatrice, per il cui tramite tutto si semplifica quale conseguenza della momentanea illuminazione da essa provocata, che permetterà di giungere all'Intuizione Finale, per cogliere e contemplare in estasi la grandezza di Dio.

    Ed allora il candidato coglie il saggio suggerimento:

    VISITA INTERIORA TERRAE
    RECTFICANDOQUE INVENIES
    OCCULTUM LAPIDEM

    e si ripiega in se stesso.

    E così facendo scopre la Bestia che è in lui e la necessità di sopprimerla.

    Scopre il Minotauro Bisogna che uccida il Minotauro.

    E' al Centro del Labirinto.

    I1 Minotauro o Asterio che significa "Re delle Stelle", figlio di Pasife - "Colei che rischiara tutto", appellativo della dea lunare e di un Toro bellissimo, sotto le cui spoglie era Zeus per possederla.

    Ma chi avrà l'ardire per osare tanto?

    I1 Mito ci dice Teseo, il cui nome ricorda Tesi e significa colui che asserisce o afferma. Tale significazione è da mettere in correlazione con l'episodio che Teseo, giovinetto, visse all'età dì quindici anni.

    Si narra che, a quel tempo, la madre Etra condusse il giovane innanzi alla "Pietra" sotto la quale il padre Egeo aveva riposto i suoi Sandali e la sua Spada. II giovane sollevò con facilità la Pietra , calzò i sandali paterni ed impugnò la spada, affrontando poi una serie di fatiche, abbattendo mostri che rappresentano Vizi.

    Calzare i sandali significa ripercorrere le "orme paterne " cioè abbracciare i Principi della Tradizione difendendoli a spada tratta.

    Appare chiara così, attraverso l'Allegoria, il significato del nome: Teseo è colui il quale afferma e difende i Principi della Tradizione.

    Egli è alle porte del Labirinto, cioè del Santuario e si accinge ad uccidere il Minotauro guidato da Afrodite, la dea dell'Amore, la quale ha fatto innamorare di lui Arianna - La Purissima - che lo aiuta nell'impresa con la complicità di Dedalo.

    Ma chi è Teseo? E' figlio di Egeo e di Etra, che era amata anche da Poseidone, dio del Mare, il quale possedette Etra la stessa notte in cui concepì Teseo con Egeo.

    Ora, ove si tiene conto che Poseidone, essendo il dio del Mare, finisce per identificarsi con Egeo, o che, quantomeno, di esso rappresenta la sublimazione, si capisce che Teseo, figlio del Mare e del dio del Mare e di Etra, cioè l'Aria Serena, altro non è che una personificazione del Sole che sorge dal Mare d'Oriente attraverso l'Aria serena del Mattino.

    Ci troviamo, quindi, di fronte al mito solare che preannuncia la iniziazione secondo l'Antica via Morte -Resurrezione.

    Il Sole, infatti, come percorre le vie del Cielo nel suo itinerario giornaliero, così percorre quelle degli Inferi durante la Notte per poi tornare a rinascere al mattino.

    I1 Sole fa il privilegio di attraversare l'Inferno senza subire le modalità della Morte.

    Il Sole, per la sua qualità infera, presenta un carattere ambivalente che si manifesta sotto un duplice profilo: può condurre gli uomini con sè e, tramontando, farli morire e, nello stesso tempo, può guidare le anime attraverso le regioni infernali e ricondurle alla luce, l'indomani col giorno.

    Ha, quindi, la duplice funzione di "psicopompo uccisore" ed insieme di "Ierofante iniziatico".

    Ma Teseo rappresenta, soprattutto, il profano che ha in lui la duplice natura umana e divina, simboleggiata dal doppio concepimento, "Uomo Libero e di Buoni Costumi".

    Egli, dopo aver calzato i sandali del padre, affronta l'impresa avvicinandosi al Labirinto accompagnato da Arianna - la purissima - la quale, su suggerimento di Dedalo, tiene il filo che permetterà all'eroe greco di entrare nel Labirinto e riguadagnare l'uscita sorretto nell'impresa da Afrodite.

    Tutto ciò simboleggia lo status con cui il profano deve avvicinarsi, entrare nel labirinto e, quindi, uscirne.

    Egli deve, sorretto dall'Amore della conoscenza (Afrodite) entrare con purezza di intenti (Arianna) per raggiungere, adoperando la ragione e l'intuizione (Dedalo), la prima luce, conquistando definitivamente la purezza d'animo come status finale, conseguente al superamento della prova impostagli e consistente nell'uccisione del Minotauro.

    Teseo entra e a fatica percorre i tortuosi camminamenti che con il loro continuo avvicinarsi ed allontanarsi dal Centro, simile al procedere del Serpente, Simbolo della Conoscenza, e alle danze che si celebravano a Creta, dette "danze di Teseo", già gli suggeriscono che la Verità è lì a portata di mano e che solo l'Ignoranza e la Superstizione in cui è ancora immerso, perché dominato dalla passione, non gli consentono di squarciare il Velo di Maja e coglierla nella sua interezza.

    Ed un lento lavorio ha inizio.

    Una forza nuova lo spinge a scegliere fra la certezza ed il dubbio, tra la credenza e l'eresia, tra la dolce mollezza e la pericolosa avventura, nella consapevolezza che vi sono mille possibilità, mille aspirazioni, mille esperienze, mille scelte, e che la scelta che sta per fare, oltre ad essere un rischio, fortuna o sfortuna, avviene nell'occasione e determina, soprattutto, l'Irripetibile, che non consente di vivere due volte la stessa esperienza.

    Ed allora Egli combatte con la Bestia a mani nude, uccidendola mediante lo strappo della testa con la sola forza delle braccia.

    Così, comprende che l'uomo, nell'affrontare la battaglia contro i suoi vizi o contro la sua natura bestiale, è solo e che spetta a lui solo scavare oscure e profonde prigioni al Vizio per esaltare le sue virtù.

    La prima Grande Fatica ha dato i suoi frutti.

    L' Iniziato ha operato la Prima e Fondamentale Grande Scelta. La Bestia è domata!

    I1 turbinio delle passioni è placato e l'animo è tranquillo e sereno.

    E in tale modo, impadronitosi di siffatto atteggiamento mentale, il Neofita potenzia la sua sfera spirituale ed entra a fare parte della Dimensione più elevata.

    Scopre, così, la prima Lettera ed impara a trovare il Santuario di sé in sé; scopre la sacralità interiore e, di conseguenza, si prepara ad interpretare, per viverla ad uno stato di coscienza, la realtà dell'altra faccia, sicura, lucente, attraverso l'acquisizione di poteri che lo renderanno superiore o più elevato rispetto agli altri esseri, in quanto favoriranno in lui lo sviluppo di una personalità unica, ben definita, inconfondibile e potenziata tanto di farlo vivere in un corpo più sano ed equilibrato, perchè frutto dell'organizzazione del disordinato Molteplice che, attraverso l'esperienza iniziatica, si è trasformato in Complesso.

    E proprio nel momento della intuizione folgorante del suo conseguenziale nuovo stato, Egli guarda al futuro e riesamina, nel contempo, il passato non solo al fine di liberarsi di tutto ciò che era sbagliato, superato o superfluo, ma anche per individuare le tracce, le indicazioni, i suggerimenti ed i precedenti che gli faranno da guida sulla nuova "strada" che sta per intraprendere.

    Ora si tratta, alla luce del nuovo stato mentale conquistato. di procedere ed avanzare sul Cammino Iniziatico.

    Occorre uscire dal Labirinto.

    E ciò richiederà sacrifici continui e costanti, almeno pari a quelli già sopportati per la conquista fatta, per come ci suggerisce il sinuoso percorso dei camminamenti labirintici, che è esattamente uguale a quello già esplorato.

    Se la fatica affrontata non sarà costante e non perdurerà nel Tempo; se Teseo dovesse abbandonare Arianna; se non costringesse il Vizio in definitive oscure e profonde prigioni; se per avventura l'arroganza, il fanatismo, la superstizione, sempre in agguato, dovessero riaffiorare ed avere il sopravvento, Teseo sarebbe perduto e, tornando allo stato impuro, andrebbe girovago per il Mondo, inseguendo, ancora una volta, la moltitudine degli ingannevoli desideri sorretti da insane passioni che lo rendono cieco, insoddisfatto e tormentato, costringendolo ad un continuo naufragio.

    Ma se così non sarà, se continuerà a perseverare nella sua diuturna battaglia, Egli, dopo aver colto e realizzato l'Intuizione Principiatrice, potrà pervenire all'Intuizione Finale.

    E così Teseo esce dal Labirinto e scopre la Verità.

    Scopre che, dopo aver tutto esplorato, ha finito per ritrovarsi al punto di partenza.

    Scopre, infatti, che il punto di Partenza e d'Arrivo è Arianna e che il filo altro non è che il Cordone Ombelicale che unisce l'Uomo alla Caverna Fondamentale, cioè all'Utero Materno, nel cui interno il bambino si trova in uno stato di beatitudine e di felicità che viene paragonato a quello del Paradiso ed al quale l'Uomo deve ritornare.

    Da alla Grande Madre. Dalla Terra alla Terra.

    Scopre il Segreto della Morte; e cioè che la Morte è l'altra faccia di ciò che chiamiamo Vita e che il passaggio dalla Vita alla Morte è simile al passaggio dalla Infanzia alla

    Maturità; che essa, cioè, è lo stato della Crisalide che precede il volo della Farfalla in quanto libera l'uomo dall'impaccio del Corpo Fisico.

    Scopre, allora, che la Morte non è il Nulla, è morte-rinascita.

    Considerando la Morte un passaggio, definendola Morte-Rinascita egli trasforma il Nulla nel Tutto.

    E così facendo, affacciandosi e guardando al di là del Nulla scopre che c'è un altro mondo ed un'altra Umanità lontana da noi come noi lo siamo dai primi Uomini che hanno scoperto la Morte.

    Noi non comprenderemo mai, a livello raziocinante, tale Mistero perché "la causa segreta" può essere solo contemplata attraverso l'estasi e non spiegata, perchè dove non arriva l'occhio, là non arriva nè il linguaggio nè la Mente.

    La Grande Verità è, infatti, ineffabile; il nunc aeternum è indicibile perché sacro ed il sacro non può essere legato ed imprigionato; esso si manifesta o si rivela e l'Uomo lo coglie attraverso il semirrazionale atto dell'Intuizione.

    Il Nodo Cosmico è sciolto e Teseo vive questa Verità frutto dell'Intuizione, né attraverso un atto di fede né di Conoscenza, ma attraverso la Contemplazione che permette al suo Pensiero di vivere in Armonia con le immagini primordiali dell'inconscio che sono la fonte di ogni nostro pensiero cosciente ed una di queste immagini primordiali è proprio l'idea della Vita dopo la Morte.

    Vita - Morte - Resurrezione

    Da parte mia, in conclusione, ritengo si possa con tranquillità affermare che il Labirinto pone l'uomo di fronte al suo Mistero che, restando inspiegabile razionalmente, deve essere colto o intuito attraverso la rappresentazione -rituale.

    Ma ciò è Bene, in quanto, come dice il Borges "la soluzione del Mistero è sempre inferiore al Mistero. Questo partecipa del soprannaturale e finanche del Divino; la soluzione del gioco di prestigio".

    Immagine tratta dal sito Dal sito Dal sito http://www.esoteria.org/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 06-09-10 alle 00:11
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...

    Paolo Santarcangeli


    Beato chi, come Teseo, potrà uscire dal suo labirinto personale una volta per sempre. Ma la vicenda dell'uomo a cui non arride tanto favore degli dèi è più grave, quindi il suo errare sarà lungo quanto la vita. Eppure, l'aver raggiunto la camera segreta anche una sola volta - per illuminazione spirituale o per una meditazione perfetta - modificherà la sua coscienza per sempre: «Chi è stato felice una volta, non potrà mai essere distrutto».




    Dal Liber floridus di Lambert di Saint Omer (1060 circa)



    Entrare nel labirinto è collocarsi in na solitudine volontaria: è accettare i rigiri e i rigori ignoti della sorte e tentare la soluzione rifiutando ogni aiuto che non sia quello della propria mente: infatti, anche se ci troveremo nella felice condizione di stringere tra le dita un filo di guida, lo dovremo ancora, in ultima analisi, a noi stessi. L'Arianna favolosa che avrà abbastanza pietà o amore per noi verrà a premiare il nostro valore.
    Tuttavia, quella solitudine sarà una Einsamkeit e non un Alleinsein, secondo la distinzione di Hölderlin: un essere soli ma non abbandonati. Sarà uno stato cercato, voluto, scelto come via per spiegare a se stessi il proprio mistero, nel corso di una peregrinazione impedita, compiuta in uno stato di veglia, anzi in uno stato di massima attenzione, per arrivare a una situazione di salvezza. Lontani dal mondo, noi ci troveremo presi in un avanzare che è attività del cercatore di sé, del perché di Dio, molto simile a quella volontà di separare se stesso dal mondo che anima l'eremita o l'anacoreta. È un modo di sfuggire alla sorte «per acquistare conoscenza»; una discesa agli Inferi, una nekyia: una decisione di entrare nella caverna e nei suoi inganni sotterranei con la volontà di sottrarre se stessi, sia pure precariamente, agli inganni del mondo di sopra. La stessa angoscia, la vertigine di non avere nessuno né davanti né dietro né a fianco di sé, ma solo un cammino malsicuro e tortuoso che si apre davanti ai propri passi esitanti e pareti di caverna tutt'intorno, si trasforma in una più piena coscienza di sé nella consapevolezza che, con la perseveranza, con la fiducia, con il filo che avremo avuto da quell'Arianna dal serto luminoso che dimora nel nostro cuore, noi sapremo arrivare fino alla camera del mistero. Vi troveremo un tesoro? Lo prenderemo. Vi troveremo un mostro? Lo uccideremo.

    Nel labirinto - lo abbiamo già detto -si abolisce anche il tempo: è «tenebra sanza tempo tinta»; e lo sapeva il Poeta, quando entrò nelle viscere della Terra per compiere il grande viaggio. L'importante è che, al termine del cammino, si torni «a riveder le stelle». La conquista umana del sapere - il rinvenimento del Centro, del locus absconditus - è il solo approdo possibile e sensibile; è un uscire dalle tenebre; è la conquista della chiarezza dopo avere oltrepassato le acque infernali. Ovviamente, questo tipo di rappresentazione dell'iter mistico della conoscenza è particolarmente presente nell'animo dell'uomo religioso; era quanto sperimentavano in modo plastico ed evidente coloro che percorrevano l’hieros odòs dei santuari; è quanto sperimenta ancora chi percorre, per esempio, la via lunga che era prescritta agli adepti nell'Asclepion di Pergamo. Il peregrinare è tortuoso e accidentato; ma, al termine di una lunga galleria - di cui anche oggi si ritrova il percorso tra le rovine del santuario-s'incontra la fonte della Gioventù eterna, proprio al limitare di quella che era stata la camera segreta: solo rumori, il leggero strisciare del vento sull'erba alta, sulla gramigna, e il verso schioccante delle rare cicogne bianche e nere, là in alto, sui mozziconi delle mura.


    Paolo Santarcangeli, Il libro dei labirinti (Frassinelli editore 2005, pag. 299 – 300)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...

    Il labirinto culturale di Franco Maria Ricci
    Tre km di gallerie vegetali alte cinque metri


    L'intellettuale sta lavorando a Fontannelato a uno spazio aperto al pubblico e guidato da una fondazione. Ospiterà un museo, un ristorante, un’area per esposizioni temporanee e una libreria dove, a fianco dei cataloghi d’arte, si venderanno parmigiano e culatello. L'anticipazione su Il Venerdì.

    di Alessandro Gandolfi

    Fontannellato - Borges e Calvino arrivarono dopo. "In realtà amo i labirinti fin da bambino. Dai tempi in cui mia madre mi portava ai baracconi di paese e io mi perdevo fra specchi e getti d’aria nel castello delle streghe". Franco Maria Ricci non ha mai smesso di giocare. Lo ha fatto per una vita disegnando libri d’arte sofisticati e una rivista che ha fatto storia (FMR), lo fa oggi – a 72 anni, senza più l’impegno della casa editrice milanese – divertendosi a concepire nella campagna di Fontanellato qualcosa di unico: il più grande labirinto del mondo. "Ha visto i giardinieri al lavoro? Siamo in pieno cantiere e spero sia tutto finito nel 2013, in occasione del bicentenario della morte di Giambattista Bodoni" racconta. Giacca blu e rosa rossa al bavero, srotola sul tavolone dello studio i progetti del suo sogno.

    Il sogno è un’utopia diventata realtà: otto ettari di labirinto, un quadrato di 300 metri per lato, tre chilometri di percorso totale sotto gallerie vegetali alte cinque metri. Vegetali, non di mattoni, "perché qui d’estate c’è troppo caldo e poi il bambù mi è sempre piaciuto". Sessantamila bambù di venticinque specie diverse sono stati acquistati sia in Liguria che alla bambouseraie francese di Anduze (ma alcuni sono arrivati direttamente dalla Cina settentrionale) e in poco tempo, una volta piantumati, sono più che raddoppiati. Il labirinto firmato da Franco Maria Ricci sarà l’attrazione principale di un parco culturale aperto al pubblico e guidato da una fondazione. Ospiterà un museo, un ristorante, un’area per esposizioni temporanee e una libreria dove, a fianco dei cataloghi d’arte, si venderanno parmigiano e culatello. L’uscita dal labirinto sarà in corrispondenza di una cappella a forma di piramide, "simbolo della Trinità cattolica ma anche della massoneria, dei rivoluzionari, del laicismo e in generale del mistero".

    Quattro suites arredate con pezzi della collezione Ricci accoglieranno ospiti a pagamento o autori invitati a tenere conferenze presso la scuola d’arte estiva, che nascerà in seguito. "Ho sempre pensato che un uomo a 65 anni dovrebbe smettere di fare ciò che ha fatto per una vita" continua Ricci, che, in realtà, un cambio di vita lo fece, anche da giovanissimo: laureato in geologia,
    lavorava in Turchia per la Gulf, quando decise di mollare tutto e tornare a Parma, dove sarebbe diventato editore, designer, collezionista e bibliofilo. "Bisogna evitare di diventare patetici: di diventare un vecchio ingegnere, un vecchio dottore o, nel mio caso, un vecchio editore. Ecco, io ho lasciato l’editoria e mi sono dedicato a cercare una sistemazione definitiva alla mia collezione".


    Una raccolta d’arte unica ed eccentrica, quella di Ricci, quattrocentocinquanta opere riunite in mostra sei anni fa alla Reggia di Colorno: sculture di Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova, Adolfo Wildt, dipinti di Francesco Hayez, Antonio Ligabue, Domenico Gnoli, Ludovico Carracci. Senza contare i volumi della biblioteca privata (molti dello stesso Bodoni, il più importante tipografo neoclassico che tanto ha ispirato i volumi nero e oro di Ricci), e poi i documenti, i carteggi con gli autori, le fatture di spesa, i bozzetti di una vita, tutto materiale per la prima volta accessibile a critici e studenti d’arte. "Penso che l’idea del grande museo pubblico sia in crisi" riflette Ricci asseggiando a fianco dei bambù, "il visitatore oggi entra nei castelli, ammira le mostre tematiche, è attratto dalle collezioni private rese attraenti da una bella confezione. Ecco, il parco permetterà ai visitatori di trascorrere una domenica diversa, di godere delle opere d’arte ma anche di divertirsi. Ci saranno panchine, prati, gelatai, suonatori di fisarmonica, e poi il grande labirinto. Penso che in un ora e mezza si riuscirà a trovare la strada ma qualcuno potrebbe perdersi davvero.

    Per questo consiglieremo di portare con sé un cellulare...". Il labirinto è un simbolo che ritorna spesso nell’arte classica e cristiana e quello disegnato da Franco Maria Ricci è stato ispirato da due mosaici romani, uno nel Kunsthistorisches Museum di Vienna e l’altro del Museo del Bardo di Tunisi. "Ho discusso di labirinti tutta la vita, con Italo Calvino, con Roland Barthes, con Jorge Luis Borges. Lui ne era ossessionato, li citava continuamente nei suoi racconti, come nel Tema del traditore e dell’eroe, dal quale Bernardo Bertolucci trasse il suo La strategia del ragno. Borges rimase ospite a casa mia venti giorni, negli anni Ottanta, e fu allora che iniziai a pensare di costruire un labirinto vero".

    L’idea inizia però a concretizzarsi nel 2004, quando Ricci lascia definitivamente la sua casa editrice (oggi realizza solo pochissimi volumi con il marchio Ricci Editore). Il labirinto lo disegna insieme all’architetto torinese Davide Dutto, mentre la parte edificabile – rigorosamente in mattoni, ispirata alle architetture della rivoluzione francese alla Étienne-Louis Boullée – la progetta con un altro architetto, il parmigiano Pier Carlo Bontempi. I lavori sono iniziati tre anni fa, ce ne vorranno almeno altri due perché tutto sia finito. "Una volta, citando un racconto dell’Aleph, Borges mi disse: 'Il tuo labirinto non sarà mai il più grande del mondo, il più grande è il deserto'. Almeno potrò vantarmi di avere realizzato il più grande in bambù".

    04 giugno 2010

    Il labirinto culturale di Franco Maria Ricci Tre km di gallerie vegetali alte cinque metri - Parma - Repubblica.it

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    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  4. #4
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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...

    Labor-intra e Arianna esce dall'intricato e oscuro cammino a passo di danza. Labirinto e vicino alla parola Ascia (bipenne) simbolo della civiltà minoico-cretese. Il problema è sapere Arianna chi è, lasciata da Teseo e ripresa da Bacco è percio un essere vicino alla trascendenza alla dimenticanza e con il perdersi della danza ritrova il suo cammino. Forse che si forse che no, ora a destra ora a sinistra per uscire al giorno!

  5. #5
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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...



    Bartolomeo Veneto, Ritratto di gentiluomo 1510 ca.
    Cambridge, Fitzwilliams Museum

  6. #6
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    arrivederci e grazie
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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...

    tratto dal cap. 29 - la caverna ed il labirinto - Simboli della Scienza Sacra - R. Guenon


    ... il labirinto, il cui significato può apparire enigmatico … ha una duplice ragione d'essere, nel senso che permette o impedisce, secondo il caso, l'accesso a un certo luogo in cui non devono penetrare tutti indistintamente; soltanto coloro che sono «qualificati” po­tranno percorrerlo fino in fondo, mentre gli altri saranno im­possibilitati a penetrarvi o si smarriranno per strada. Si vede immediatamente come vi sia implicita un'idea di «selezione» in evidente rapporto con l'ammissione all'iniziazione; in questo senso, il percorso del labirinto è dunque propriamente una rappresentazione delle prove iniziatiche; ed è facile rendersi conto che, quand'esso serviva effettivamente come accesso a certi santuari, poteva esser disposto in modo tale da far sì che i riti corrispondenti fossero compiuti lungo il percorso stesso.

    … si trova in tutto ciò anche l'idea del «viaggio», sotto l'aspetto in cui essa è assimilata alle prove stesse, come si può constatare ancor oggi in certe forme iniziatiche, per esempio nella masso­neria, nella quale ogni prova simbolica è designata precisamente come «viaggio».
    Un altro simbolismo equivalente è quello del «pellegrinaggio»
    · i labirinti trac­ciati un tempo sul pavimento di certe chiese, e il cui percorso era considerato «sostitutivo» del pellegrinaggio in Terra Santa;
    · se il punto d'arrivo di questo percorso rappresenta un luogo riservato agli «eletti», tale luogo è veramente una «Terra Santa» nel senso iniziatico dell'espressione;
    · in altri termini, que­sto punto non è altro che l'immagine di un centro spirituale, come lo è ogni luogo d'iniziazione, il loro tracciato non si rifaceva affatto alla dottrina exoterica, ma apparteneva esclusivamente al simbolismo delle organizzazioni iniziatiche di costruttori.

    … l'uso del labirinto come mezzo di difesa o di protezione è suscettibile di varie applicazioni, al di fuori dell'ambito iniziatico;
    · in par­ticolare un suo impiego «tattico», all'entrata di certe città antiche e di altri luoghi fortificati. Soltanto, è errato credere che si tratti in questo caso di un uso puramente profano, che sarebbe stato addirittura il primo in ordine di tempo, e avrebbe in seguito suggerito l'idea dell'uso rituale;
    questo è un vero e proprio ca­povolgimento dei rapporti normali, conforme del resto alle con­cezioni moderne, ma solo a esse, e che dunque è del tutto ille­gittimo attribuire alle civiltà antiche. in ogni civiltà di carattere strettamente tradizionale, ogni cosa comincia neces­sariamente dal principio, o da ciò che gli è più vicino, per scen­dere di qui ad applicazioni via via più contingenti; e, queste ultime non vi sono mai considerate sotto il punto di vi­sta profano, il quale, come abbiamo già spiegato più volte, è solo il risultato di un processo degenerativo che ha fatto perdere la coscienza del loro collegamento con il principio.
    · Nel caso in questione, ci si può accorgere abbastanza facilmente come vi sia ben altro che quello che vi scorgerebbero i «tattici” moderni, con la semplice osservazione che tale modo di difesa «labirintico» non era usato solo contro i nemici umani, ma anche contro le influenze psichiche ostili, il che indica bene come dovesse avere un valore rituale di per sé
    · Per non allontanarci troppo dal nostro tema, non insisteremo sul movimento «labirintico» di certe processioni e «danze rituali» che, presentando anzitutto il carattere di riti di protezione o «apotropaici», si ricollegano pertanto direttamente al medesimo ordine di considerazioni: si tratta essenzial­mente di arrestare e di sviare le influenze malefiche, con una «tecnica» basata sulla conoscenza di certe leggi secondo le quali queste ultime esercitano la loro azione.
    La fondazione delle cit­tà, la scelta della loro ubicazione e la pianta secondo cui erano costruite, erano sottomesse a regole dipendenti essenzialmente dalla «scienza sacra», e di conseguenza assai lontane dal rispon­dere unicamente a fini «utilitaristici»; per quanto estra­nee siano tali cose alla mentalità dei nostri contemporanei, biso­gna comunque tenerle nel dovuto conto, altrimenti coloro che studiano le vestigia delle civiltà antiche non potranno mai capire il vero senso e la ragion d'essere di ciò che constatano, anche per quanto corrisponde semplicemente a quella che si è soliti chia­mare oggi la sfera della «vita ordinaria», ma che aveva allo­ra in realtà anche un carattere propriamente rituale e tradi­zionale.

    In quanto all'origine del nome labirinto, essa è abbastanza oscura e ha dato luogo a molte discussioni; sembra di fatto che,
    · contrariamente a quello che alcuni hanno pensato, esso non si ri­collega direttamente al termine “labrys”, o doppia ascia cretese,
    · ma entrambi derivano ugualmente da una stessa antichissi­ma parola che designava la pietra
    · radice “la”, da cui “laos” in greco, “lapis” in latino, di modo che, etimologicamente, il labirinto po­trebbe essere insomma solo una costruzione di pietra, apparte­nente al genere di costruzioni dette «ciclopiche».
    Tuttavia, que­sto è solo il significato più esteriore della parola, che, in un senso più profondo, si lega a tutto il complesso del simbolismo della pietra, di cui abbiamo parlato
    · sia a proposito dei betili,
    · sia a proposito delle «pietre del fulmine” (identificate precisamente con l'ascia di pietra o “labrys”),
    e che presenta molti altri aspetti ancora.
    …………………………………....
    non bisogna supporre che il labirinto anticamente dovesse per forza essere scavato nella roccia; anche se in certi casi è forse stato così, si tratta solo di un elemento accidentale, per così dire, che non potrebbe entrare nella sua definizione, poiché, quali che siano i rapporti fra la caverna e il labirinto, è importante in ogni caso non confonderli, soprattutto quando si tratta della caverna iniziatica, che qui prendiamo in particolare considerazione.
    Infatti, è del tutto evidente che, se
    · la caverna è il luogo in cui si compie l'iniziazione stessa,
    · il labirinto è luogo delle prove preliminari, non può esser nulla più che il cammino che vi con­duce, e al tempo stesso l'ostacolo che ne impedisce l'accesso ai profani «non qualificati».
    Ricorderemo d'altronde che a Cuma il labirinto era rappresentato sulle porte, come se, in certo mo­do, tale raffigurazione sostituisse qui il labirinto stesso [Un caso similare è quello delle figure «labirintiche» tracciate sui muri, nella Grecia antica, per impedire l'accesso nelle case alle influenze malefiche];
    · Enea, quando si ferma all'entrata per esami­narla, percorre mentalmente il labirinto, se non cor­poralmente. D'altra parte, sembra che questo modo d'accesso non sia sempre stato riservato esclusivamente a santuari posti in ca­verne o a esse simbolicamente assimilati, giacché, come abbiamo già spiegato, non è questo un tratto comune a tutte le forme tra­dizionali; e la ragion d'essere del labirinto, così com'è stata defi­nita, può andar altrettanto bene per l'accesso a ogni luogo d'ini­ziazione, a ogni santuario destinato ai «misteri» e non ai riti pubblici.
    · Fatta questa riserva, è comunque fondato credere che, almeno in origine, l'uso del labirinto sia stato più specialmente legato a quello della caverna iniziatica: il fatto è che entrambi sembrano essere appartenuti inizialmente alle stesse forme tra­dizionali, quelle dell'epoca degli «uomini della pietra» cui abbiamo appena alluso; avrebbero così cominciato con l'essere stret­tamente uniti, anche se poi non abbiano continuato a esserlo invariabilmente in tutte le forme ulteriori.
    Se consideriamo il caso in cui il labirinto è unito alla caverna, quest'ultima, che esso circonda con i suoi meandri e a cui infine conduce, occupa per ciò stesso, nell'insieme così costituito, il punto più interno e centrale, il che ben corrisponde all'idea di centro spirituale, e concorda pure con il simbolismo equivalente del cuore.
    · la caverna è al tempo stesso il luogo della morte iniziatica e quello della «seconda nascita»,
    · da l'accesso non solo ai domini sotterra­nei o «infernali” ma anche ai domini sopra‑terrestri;
    · è il punto centrale, che è, sia nell'or­dine macrocosmico sia in quello microcosmico, è il luogo ove si effettua la comunicazione con tutti gli stati superiori e inferiori;
    · solo così la caverna può essere l'immagine completa del mondo, in quanto tutti questi stati devono ugual­mente riflettervisi; se fosse diversamente, l'assimilazione della sua volta al cielo rimarrebbe assolutamente incomprensibile.
    Ma d'al­tra parte, se
    · è nella caverna stessa che, fra la morte iniziatica e la «seconda nascita” si compie la «discesa agli Inferi»,
    · quest'ultima non è rappresentata dal percorso del labirinto, in realtà corrisponde alle «tene­bre esteriori», alle quali si ap­plica perfettamente lo stato di «erranza», se è consentito usare questo termine, di cui tale percorso è l'esatta espressione.
    Ultima modifica di zucchetta; 19-09-10 alle 17:38

  7. #7
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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...

    Johann S. Bach

    Kleines Harmonisches Labyrinth
    (Piccolo Labirinto Armonico)






    Immagine tratta dal sito http://www.pcosta.net/ (Danke! )
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 27-08-13 alle 00:16
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  8. #8
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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...

    Andrea Maugeri

    IL LABIRINTO DELLA CATTEDRALE DI CHARTRES






    I labirinti sono tanto antichi quanto multi-culturali; ma in una cattedrale medievale sono caratterizzati da un significato tipicamente religioso, cristiano, altrimenti non si troverebbero in questi luoghi. Sfortunatamente, tra il diciassettesimo ed il diciottesimo secolo, il loro significato spirituale si è andato perdendo ed è stato per lungo tempo misconosciuto e non completamente compreso, anche dal clero stesso, e molti esempi di queste realizzazioni sono andate perdute.

    Nei suoi scritti, Jean Baptiste Souchet, un canonico della cattedrale di Chartres morto nel 1654, considerava il labirinto "un gioco senza senso, una perdita di tempo". Nonostante questo, il labirinto di Chartres è sopravvissuto ed è uno dei meglio conservati e il più grande giunto dall'epoca medievale ai nostri giorni. Risalente all'incirca al 1200, inserito nel pavimento della navata raggiunge una circonferenza di 12,85 metri mentre il percorso interno misura complessivamente 261,5 metri.

    Il suo disegno circolare, così come avviene per il labirinto della cattedrale di Sens, prevede un'entrata, un percorso e una fine, collocata al centro del labirinto stesso. Caratteristica questa comune, indipendentemente dall'andamento geometrico del percorso, a tutti i labirinti. Sia il labirinto di Sens che quello collocato nella cattedrale di Chartres sono stati assimilati ad un viaggio verso Gerusalemme, che potrebbe simboleggiare un pellegrinaggio penitenziale verso la Città Santa, che nelle mappe medievali era collocata al centro del mondo. Ma la Gerusalemme in questione non è certo la Gerusalemme terrestre, bensì quella dei Cieli, della quale la stessa cattedrale è un simbolo, come testimoniato dal Libro della Rivelazione; pertanto, il viaggio attraverso il labirinto rappresenta il nostro viaggio attraverso la vita, culminante non nella morte, come nella tradizione Greco – Romana, ma, nel contesto cristiano, nella vita eterna in Paradiso.

    Al centro del labirinto di Chartres era collocata una placca di bronzo, rimossa e fusa nel 1792, durante le guerre napoleoniche. I fermi metallici cui era ancorata sono ancora visibili nella pietra. Stando a quanto afferma Charles Challine, morto nel 1678, la placca avrebbe rappresentato Teseo e il Minotauro. Alle loro spalle era Arianna, che reggeva in mano il famoso gomitolo di lana, con il quale, secondo la leggenda cretese, ella condusse Teseo presso il Minotauro, affrontando un altro celebre labirinto, quello di Dedalo.




    La battaglia fra Teseo ed il Minotauro, come quella tra San Giorgio ed il drago, simboleggia, nell'interpretazione cristiana, una sorta di psicomachia, una lotta che si svolge nell'anima, proprio dentro di noi, fra le forze del bene e del male, lungo il percorso che compone il labirinto delle nostre vite; una lotta che ha avuto inizio con il peccato originale di Adamo ed Eva che è riprodotto nella vetrata del XIII secolo collocata nell'abside meridionale proprio al di sopra del labirinto.

    La maggior parte dei labirinti, cristiani e non, ha un solo complicato percorso, che conduce lentamente ma inevitabilmente ad una destinazione finale, divenendo simbolo del viaggio dell'uomo dalla nascita alla morte. I labirinti cristiani, in ogni caso, vogliono significare che la morte non costituisce la fine, ma la porta attraverso la quale l'uomo può pervenire alla contemplazione della Gerusalemme Celeste. Arianna, con il suo filo, personifica Ecclesia, la Chiesa e la Grazia Divina, attraverso la quale l'uomo può ottenere la salvezza.

    La distanza del centro del labirinto di Chartres dalla porta ovest è più o meno la stessa che separa la porta ovest dal rosone occidentale sopra di essa, che raffigura il Giudizio Universale, formando così una sorta di triangolo, la cui ipotenusa è la distanza che separa il centro del rosone dal centro del labirinto. Quindi, se la facciata ovest posasse sul piano della navata, la vetrata del rosone dovrebbe cadere esattamente sul labirinto; e il Giudizio Universale, del resto, vuole significare il momento in cui i redenti trascendono il Tempo e la Morte, ed entrano nella Gerusalemme Celeste.


  9. #9
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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...

    Lo schema del labirinto di Chartres si ritrova, identico, inciso su una lesena del portico romanico del Duomo di Lucca, consumato dalle migliaia di dita che sono passate e ripassate sulle sue linee alla ricerca della soluzione. A fianco, un'iscrizione in latino "Hic quem Creticus edit Daedalus est laberinthus de quo nullus vadere quivit qui fuit intus ni Theseus gratis Ariane stamine jutus" (Questo è il labirinto costruito dal cretese Dedalo. Nessuno riuscì a trovare l'uscita se non Teseo, grazie al filo d'Arianna).

    Un tempo, davanti a questo labirinto venivano portati i condannati a morte, e chi riusciva a risolverlo al primo tentativo aveva salva la vita.




  10. #10
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    Predefinito Rif: Vagare nel labirinto...

    Leggendo i post precedenti sui labirinti mi sono ricordata di un passo del libro «Il mulino di Amleto» di De Santillana in cui parlava del labirinto, ne ho trovati due che, purtroppo, trattano questo argomento soltanto in nota o di sfuggita ma che possono essere ugualmente molto interessanti, uno è a proposito dell’epopea di Gilgamesh, l’altro è una nota alle avventure dell’eroe finlandese Kullervo.

    «Dopo il furioso combattimento con Enkidu, avvenuto subito dopo il loro primo incontro, Gilgamesh decide che egli è degno di diventare suo mico e compagno di avventure...Insieme progettano una spedizione nella grande Foresta per sconfiggere il terribile orco Huwawa o Humbaba 1, il guardiano posto li da Enlil. Questo guardiano è il cosiddetto «dio delle tempeste» o «dio dell'aria». Anzi: «Enlil lo ha designato quale settuplice terrore dei mortali ... il suo ruggito è uragano, la sua bocca è fuoco, il suo alito è morte».
    ...Nei testi Humbaba «viene immancabilmente definito un dio 2» e corrisponde a quanto pare al dio elamitico Humba o Humban, il quale condivide con i pianeti Mercurio e Giove, nonché con Procione , l'attributo di «il prevalente, il forte ». L'identificazione con Procione 3 è forse l'indizio decisivo che riconcilia la versione sumerica con molte altre.
    I testi antichi non guadagnano in trasparenza se si tace o si omette ogni elemento che abbia un aspetto strano; è bene quindi notare che Humbaba è una specie di «dio degli intestini»: anzi, la sua testa o faccia è fatta di intestini e Langdon fa osservare che «la faccia di questo mostro ... è raffigurata, se si eccettuano gli occhi, con un'unica linea sinuosa».
    Bòhl inoltre, nella sua ricerca sull'origine babilonese del labirinto 4, ha messo in evidenza l'idea babilonese delle viscere come una labirintica «fortezza di intestini».
    Tanto basti sulla 'persona' di Humbaba, il quale, evidentemente, non è affatto un mostro primitivo, tanto più che la sua faccia poco attraente ha una forte somiglianza con quella di Tlaloc, il cosiddetto «dio della pioggia» degli Aztechi, che è costituita da due serpenti. Le identificazioni precipitose portano solo guai 5, e il 'caso Humbaba', nonostante i numerosi tentativi, è ancora lontano da una soluzione anche solo parziale.
    Gli unici elementi sicuri della storia sembrano essere l'arrivo dei due eroi alla foresta di cedri - che, dice il racconto, si estende per «diecimila ore doppie» (circa 70.000 miglia) - e la decapitazione di Humbaba preceduta, a quanto pare, dall'abbattimento del più grande dei cedri che questi aveva avuto in custo¬dia da Enlil; ma l'impresa non è compiuta senza il possente aiu¬to di Samas-Helios «che manda una grande tempesta per accecare il mostro e metterlo alla loro mercé».

    1) Huwawa nelle versioni antico-babilonese e ittita: Humbaba in quella assira.
    2) Langdon, 1931, p. 253. Si veda anche Hommel, 1926, pp. 35 e 42, in cui si so¬stiene che hum significa «creatore» e si parla di Humbaba («Hum è il padre») come del «guardiano del cedro del paradiso».
    3) Procione (Alfa Canis Minoris) è la stella più brillante della costellazione del Cane Minore.
    4) Bòhl, 1935, pp. 6-23.
    5) Hommel (1926, p. 35), a proposito di una stella elamitica, afferma che «Am- man-ka-sibar (derivato da Chumban-uk-sinarra ... cioè Chumban, re del fulmine? ...) = Ninib-Marte». Ma a parte Procione, il candidato più probabile è Mercurio, seguito da Giove; quest'ultimo tuttavia non è affatto convincente come «signore degli intestini»




    Kullervo (un Saturno/Amleto finlandese) combina molti guai, tra le altre vicende rinchiude le vacche di Untamo in un recinto costruito dallo stesso Kullervo con tronchi di abeti e betulle alti fino al cielo ma non crea alcuna apertura in questo steccato per cui ci può entrare solo chi, come lui, è un gigante.
    Ecco uno steccato senza un pertugio...
    fino al cielo è stato costruito,
    s'innalza su fino alle nuvole.1
    Nella nota a questo passo Santillana scrive:
    1) Potrebbe darsi che in origine questo episodio facesse tutt'uno con quello di Romolo che traccia un solco attorno alla nuova città e uccide Remo per averlo oltrepassato con un salto: nella tradizione romana, si tratta di un omicidio senza senso. Non è il caso di approfondire qui questo fenomeno-chiave, vogliamo però far notare che in Finlandia il labirinto di pietra (l'inglese Troy town) viene chiamato Steccato del gigante, Gioco di San Pietro, Rovine di Gerusalemme, Strada del gigante e Steccato di pietra (si veda Matthews, 1922, p. 150). Al-Bìruni (Sachau, 1964, vol. I, p. 306) invece, parlando di Lanka (Ceylon) - il labirinto di Ravana conquistato da Rama e da Hanumat - afferma che nei paesi islamici questa «fortezza labirintica è chiamata Yavana-Koti, il che è stato spesso tradotto come Roma».
    Ultima modifica di lunalei; 05-04-11 alle 20:02

 

 
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