di Giorgio Bocca – “Mondoperaio”, luglio-agosto 1977, pp. 108-110
Nei suoi articoli e nelle memorie, Pietro Nenni ritorna sul “mistero” della politica: il mistero dei socialisti, della loro forma mentis, e quello dei comunisti, negli anni di Stalin e dopo, quella noce dura, diversa, che ognuno di essi sembrava portarsi dentro. E il mistero suo, di Pietro Nenni che gli avversari o antipatizzanti hanno chiamato ambiguità, e che noi chiamiamo capacità di vivere la politica e le sue contraddizioni.
Il marxismo pedante in voga anche negli studi storici fino agli anni cinquanta, ha relegato negli angoli e spesso violentato (basti pensare ai primi componimenti su Togliatti) il genere biografico come poco serio, occasione di psicologismo e di pettegolezzo e, perché no?, di elitarismo. Tutto doveva rientrare nella grande struttura, nella storia sacra e progressiva. Disponiamo perciò di pochi strumenti per indicare le ragioni personali, caratteriali, psicologiche, familiari per cui Nenni ha fatto politica in un modo diverso da Togliatti e da De Gasperi; eppure ci sembra di poter cogliere nel suo modo di pensare e di essere una presenza di caratteri “materni” che negli altri due è quasi inavvertibile. Materno non vuol dire in ogni caso amorevole, dolce, affettuoso; ma, certamente, vuol dire stare nella continuità della vita, avere fiducia nella vita che continua, vedere in ogni essere vivente qualcuno che avrebbe potuto essere tuo figlio. Questo sentimento materno di Nenni si traduce in politica in una scelta, ai suoi tempi quasi obbligata; uno come lui non poteva essere o restare né fascista né comunista, non poteva accettare la politica come Chiesa o come milizia prussiana. Questo per dire che forse quella forma mentis che si attribuisce ai socialisti non è poi così misteriosa, ma sta nel difendere quanto è necessario di autonomia, di libertà di giudizio, di dissenso.
La forma mentis e la scelta politica interagiscono nella biografia di Nenni, più pronto di Togliatti e di De Gasperi a riconoscere il diverso e a sperimentare il nuovo e ogni volta sorretto o lasciato fare da un partito che gli dà licenza di esplorare, di cogliere, di sperimentare. Ne derivano altre diversità fra l’uomo del socialismo italiano e gli uomini dei grandi poteri internazionali; si sente subito che Pietro Nenni non è come Togliatti o De Gasperi dentro alla macchina del grande potere, e lo si capisce, paradossalmente ma non tanto, dal fatto che egli si esprime sulla politica internazionale, sui suoi rapporti di forza, con molto più chiarezza di loro. Egli può farlo quasi sempre, essi quasi mai o con grandi cautele. C’è, al proposito, un suo scritto esemplare del settembre 1935: “Marty, intervenendo nel dibattito a nome del Partito comunista francese, ha precisato che in caso di guerra la posizione dei comunisti sarebbe: ‘sostegno dell’esercito rosso e disfatta di ogni potenza che farà la guerra all’Unione Sovietica’. C’è nella formula di Marty e in quella di Ercoli (Togliatti) un assoluto che è in contraddizione con il loro relativismo generale. Noi diciamo: la nostra tattica in caso di guerra deve essere determinata dall’interesse della causa rivoluzionaria del proletariato quindi anche dall’esistenza dell’Unione Sovietica. La differenza non è soltanto di tono e lo si è visto in pratica con il comunicato Laval-Stalin o prima ancora con la politica estera di Mosca nei confronti dell’Italia fascista… Insomma per noi il problema generale della lotta per la pace e contro la guerra imperialista è più vasto di quello della difesa dell’URSS, non si esaurisce in essa”.
Dice Gaetano Arfé che Nenni era contrario alla pubblicazione dei suoi articoli[1], forse preoccupato per quel tanto di propaganda, di fiducia obbligatoria che si imponevano in tempi di resistenza al fascismo. Un uomo dotato come lui di lucido pessimismo non poteva veramente credere nel luglio del ’22 che il movimento operaio fosse imbattibile dal fascismo, perché elemento decisivo della produzione, sicché sarebbe bastato che si fosse astenuto dal lavoro per paralizzare il paese.
E neppure contare sul “vuoto programmatico e ideologico del fascismo” perché sapeva bene, e ne scriverà altra volta, che la sua ideologia popolare e suggestiva era il nazionalismo e che sapeva darsi organizzazioni di massa. Ma appena l’intervento si distende e anticipa il saggio, Nenni appare lucido, preveggente e quasi sempre più avanzato o più esplicito dei suoi contemporanei nel giudizio del fenomeno fascista: “Per i comunisti – scrive nel giugno del ’28 – il fascismo è la forma specifica della reazione capitalistica nella fase del capitalismo imperialista e monopolista, in qualche senso, dunque, l’aspetto politico di una fase, tecnicamente superiore, del capitalismo. È fargli grande onore! Ma è un onore immeritato che scaturisce da una analisi errata. Il capitalismo americano sarebbe dunque meno progredito di quello italiano? Nessuno oserebbe sostenerlo… E nessuno oserà contestare che il movimento operaio è oggi cento volte più forte in Inghilterra e in Germania che non fosse in Italia nel ’22. Eppure né in Inghilterra né in Germania né in Francia c’è fascismo”. Come per dire non bisogna perdere la capacità di distinguere, né far un solo fascio di tutti i capitalismi e di tutti gli Stati borghesi. “È del tutto evidente che la manovra di sollevare contro i socialisti la piccola borghesia, i contadini e una parte degli operai, così come si è fatto in Italia fra il 1921 e il ’25, non ha possibilità di riuscire che in paesi economicamente deboli, dove il popolo non è educato all’autogoverno”.
I grandi partiti “popolari” italiani hanno il culto della continuità, la storia è come la Bibbia, libro onnicomprensivo, testimone del patto fra il popolo prediletto e la linea giusta. E rischia di apparire un continuista anche chi cerca negli scritti di Pietro Nenni un filo democratico continuo. Questo filo non c’è, in assoluto, a volte il massimalismo ha avuto il sopravvento, la speranza di rivoluzione risolutrice è affiorata. Ma la convinzione democratica, il sentimento democratico, sono, in lui, sentimento e convinzione di fondo destinati a ritornare più forti dopo ogni momento di dubbio o di eclisse.
Nenni comunque non è mai stato uno che potesse arrivare alle forzature e alle aberrazioni del socialfascismo, dello scontro fronte contro fronte che hanno aperto la strada al fascismo prima in Italia e poi in Germania. Il concetto dei “blocchi della libertà”, della alleanze democratiche torna di continuo perché “vivi nella realtà noi dobbiamo tenerne conto. Non per confonderci con ceti, gruppi, partiti delusi o lesi dal fascismo, ma per inserire la azione del proletariato nella nuova situazione… questa tendenza a dare vita a una opposizione costituzionale al fascismo è cosa che ci interessa”. Sino alla affermazione solenne di socialismo democratico fatta in anni in cui per lo stalinismo essa equivaleva a socialfascismo: “Noi non abbandoniamo i principi della democrazia politica quando è evidente tutto il vantaggio che la classe lavoratrice – reale maggioranza della popolazione – può trarre dal metodo democratico… Proporsi l’impiego del metodo democratico non significa darsi mani e piedi legati all’avversario”. “La politica comunista tende ad isolare una frazione (e sia pure la frazione di avanguardia) del proletariato. Al contrario la Concentrazione opera perché attorno al proletariato si compia l’adunata di tutte le forze attive dell’antifascismo, di tutti gli elementi di élite della società italiana, coscienti di questa verità storica, che fuori del clima della libertà non c’è che morte e desolazione, così per gli individui come per le società e per gli Stati. Queste sono le forze che corroderanno e vinceranno il fascismo”.
Il pensiero della democrazia e della libertà sempre in qualche modo presente nella vita politica di Nenni sta dietro il rapporto con i comunisti, spesso amichevole, ma sempre ancorato a quei precisi distinguo. In questi l’intuito libertario di Nenni è stato prontissimo, fra i primi a mettersi in sospetto sul modo sovietico di edificare il socialismo, fra i più combattivi nel difendere l’autonomia socialista. Nel gennaio del ’23 dice no alla fusione imposta dall’alto, dalla Terza Internazionale, con i comunisti: “Non basta aver stabilito fra due partiti lo stesso programma; è la forma mentis che in definitiva determina la convergenza su una linea di battaglia”. Con quattro anni di anticipo su Tasca egli ha capito quale è la prassi dell’Internazionale, che cosa c’è dietro le nobili parole internazionalistiche: “A Mosca tutti i dissensi diventano insanabili e non perché sia proibito discutere nei congressi, ma perché è praticamente impedito difendere un punto di vista che non abbia il placet di Zinoviev… I metodi comunisti non possono portar ad altro risultato”. E ancora: “La calunnia e la diffamazione viene tentata su larga scala… Sono questi metodi inerenti alla subordinazione della Internazionale agli interessi statali russi (rivoluzionari fin che si vuole ma nazionali) che hanno portato alla disgregazione del formidabile movimento”. “Noi non neghiamo che la Russia sia stata e sia una grande scuola per i rivoluzionari… Ma quando le due sfere d’azione non siano bene distinte avvengono confusioni pericolose… La politica di Mussolini verso i soviet e dei soviet verso Mussolini ha disorientato e disgustato profondamente le masse. Questo scambio di cortesie e simpatie, l’atto di riconoscimento che doveva segnare uno dei facili successi della politica di Mussolini, premurosamente facilitato dal Kremlino; il pranzo dell’ambasciatore russo all’indomani dell’assassinio di Matteotti, queste e tante altre cose hanno confuse le menti. In una lettera di Serrati al “Mondo” si è appreso che a Mosca si pensava a un viaggio di Mussolini in Russia, ciò che avrebbe immensamente valorizzato il dittatore italiano”.
Su questo tema dell’uso spregiudicato, a volte cinico, che lo Stato russo sotto la direzione di Stalin fa dei partiti comunisti, Nenni tornerà addolorato, indignato nei giorni del patto germano-sovietico nell’agosto del ’39: “Mai come nella crisi presente è risultato evidente che i comunisti della Terza Internazionale sono per Mosca dei cobayes per esperienze in corpore vili. Il partito comunista francese è stato letteralmente accoppato nel mezzo di una azione che conduceva con molto vigore in pieno accordo con Mosca… Dove poi il disprezzo di Stalin per i partiti comunisti e per il proletariato che li segue prende tutto il suo risalto è nel modo con cui procede. L’URSS ha rovesciato la sua politica nel confronti di Hitler, e Stalin non si è sentito in obbligo di dire una parola alla classe operaia”.
Dice Arfé che il Nenni migliore è quello della guerra di Spagna. E qui si coglie meglio la diversità del destino politico suo e di Togliatti: nei giorni della guerra spagnola, l’uomo senza potere Pietro Nenni scrive le pagine più commoventi e vibranti. Negli stessi giorni l’uomo di potere Togliatti, l’inviato della Internazionale, tace; solo oggi gli archivi moscoviti incominciano a restituirci, ma con prudenza, le sue relazioni intelligenti e prudenti, fatte per informare Stalin, ma anche per evitarne le ire e i sospetti.
E la differenza torna nei giorni radiosi del ’44 quando in Roma liberata riappare l’ “Avanti!”: “A chiunque, principe o popolano imbraccia un fucile nessuno chiederà quale tessera aveva in tasca prima del 25 luglio e quali sono i suoi ideali politici e sociali. Ma la direzione politica del paese deve restare interamente nelle mani dei partiti che per venti anni hanno condotto la lotta clandestina contro il fascismo”. Negli stessi giorni Togliatti persegue tenacemente la politica di Salerno, consona alle decisioni internazionali prese a Yalta: accordo con i cattolici, ingresso dei comunisti dentro lo Stato, compromesso con il vecchio Stato.
Fa un grande effetto leggere oggi gli scritti di Nenni: ha avuto anche lui, come è umano, delle esitazioni, delle tentazioni, dei momenti opachi (e forse il difetto di questa raccolta è stato di eliminarli sistematicamente), ma nel complesso vedeva giusto, aveva ragione. Il vincitore è lui, e, come spesso accade, il frutto della vittoria lo colgono altri.
Giorgio Bocca
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[1] P. Nenni, La battaglia socialista contro il fascismo (1922-1944), a cura di Domenico Zucaro, prefazione di Gaetano Arfè, edito da Mursia.





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