All'inizio degli anni '90 crebbe l'insofferenza delle regioni italiane del Nord verso lo Stato centralizzato e i partiti politici che lo occupavano dal 1948. Nel Nord, il decennio precedente aveva registrato alcuni cambiamenti strutturali: notevole declino della sottocultura cattolica, passaggio imponente dall'industria pesante al settore dei servizi, rafforzamento dei valori della famiglia-impresa. La società era caratterizzata da un forte localismo; da uno scarso rispetto delle norme che regolavano condizioni di lavoro, tasse e contributi; da una crescente insofferenza per le inefficienze e gli arbitri del potere centrale. Vi serpeggiavano anche un razzismo diffuso (verso meridionali e immigrati) e una cultura che esaltava il lavoro sodo, l'arricchimento personale e l'ostentazione della nuova opulenza. Naturalmente queste tendenze non erano rappresentative di tutta la società settentrionale, ma sarebbero diventate tipiche di una parte della popolazione.
Nei capoluoghi provinciali delle zone anticamente democristiane della Lombardia e del Veneto la disaffezione verso i partiti di governo si faceva sempre più tangibile. A raccogliere i frutti politici di questo distacco era improbabile che potesse essere il maggiore partito di opposizione, troppo distante dagli orientamenti socio-culturali appena descritti e troppo lacerato dai problemi interni per affrontare realtà nuove. Emerse invece una nuova forza, la Lega lombarda (poi Lega Nord), che diventò rapidamente il contenitore ideale delle frustrazioni e dei pregiudizi di queste province. Umberto Bossi, il suo leader focoso e ruvido, parve improponibile come politico di statura nazionale, né le limitatissime risorse di cui disponeva lasciavano presagire la capacità necessaria per combattere le poderose macchine dei partiti nazionali.
Eppure la Lega Nord, con la sua miscela di forte regionalismo e di etnicità inventata, con la sua denuncia del potere centrale e e l'esaltazione degli interessi locali, col suo sostegno convinto all'individualismo e ai valori del libero mercato, intercettò una grande corrente sotterranea di sentimenti non ancora individuati a livello politico. Sfidò i socialisti e i democristiani nelle loro roccaforti e diede loro scossoni come nessun altro aveva fatto prima. Nelle elezioni politiche dell'aprile 1992, la Lega raggiunse l'8,7% a livello nazionale, ma in Lombardia e in Veneto conquistò il 20,5% dei voti. La politica italiana era andata in frantumi nelle regioni più ricche e sviluppate del paese.





