Diritti disumani



Se uno Stato non rispetta i diritti umani, non viene sanzionato. Se uno Stato non rispetta i diritti umani, guadagna di più: maggior benessere per l’economia. Allora: perché tutelarli?

Tutti insieme appassionatamente


“MAI PIU’!”Così esordirono i capi di Stato che erano intervenuti con il proprio esercito durante la seconda guerra mondiale; gli stessi che avevano aderito al conflitto con lo scopo di risanare l’economia del proprio Paese; gli stessi che avevano dato l’ordine di sganciare le bombe; gli stessi che avevano dato l’incarico di sparare, fucilare, massacrare, torturare, stuprare, mutilare; gli stessi che avevano assistito in alta uniforme ai funerali di importanti funzionari dell’esercito e inviato inconsolabili corone di fiori ai soldati semplici, gli stessi, ora, con la stessa divisa profumata di morte, partecipano ad una tavola rotonda per stabilire che le azioni appena compiute (da loro stessi) non dovranno più ripetersi. Roger? È il 1948 quando il sangue dei morti in guerra fa da inchiostro per scrivere la Dichiarazione Universale dei Diritti umani. Si stabilisce che un insieme di concetti (più che di vere e proprie norme) dovranno essere applicati su tutti i popoli della Terra; anche su quelli di culture diverse dagli autori e direttori della Carta. Insomma, l’universalità dei diritti umani diventa lo strumento di diffusione del modello occidentale che rimpiazza la peculiare natura delle nazioni con una sola identità omologante. La sua, appunto. È come se gli integralisti islamici avessero imposto il loro estremismo religioso al resto del mondo. E il libero arbitrio? Amen. Viene approvata una sorta di globalizzazione culturale regolata da un maestoso apparato legislativo che si forma strada facendo e che ha il perno nell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nata tre anni prima della Dichiarazione Universale di cui è promotrice. L’ONU è una grande famiglia composta da 192 Stati il cui scopo principale consiste nel mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Come in ogni assemblea democratica, ogni membro ha diritto ad un voto per decidere tutti insieme (appassionatamente). E come in ogni famiglia che si rispetti, le questioni più importanti sono regolate dal capofamiglia. Il Consiglio di Sicurezza, è infatti l’organo cui spetta la responsabilità di regolare le controversie internazionali. È composto da 15 membri; cinque sono più speciali degli altri: Stati Uniti d’America, Inghilterra, Cina, Francia e Russia. Non più tutti insieme, ma singolarmente (w la neonata democrazia!) possono impedire che venga adottata una risoluzione qualsiasi, anche se è stata votata da tutti gli altri perché hanno il diritto/potere di veto. Significa che non potrà mai essere approvata una risoluzione che sanzioni gli Usa perché ritenuti una minaccia per la pace e la sicurezza in Afganistan. Nulla di irregolare, dopotutto; è la legge. Anche la Cina fa parte del Consiglio di Sicurezza. Potrà mai far approvare una risoluzione che prevede una sanzione contro se stessa perché non rispetta i diritti dei lavoratori? Il “dragone” è intoccabile, protetto dalla campana di vetro del Consiglio. Invece la Dichiarazione Universale dei Diritti umani è un insieme di princìpi che divennero “vincolanti” circa vent’anni dopo, quando l’Assemblea generale dell’Onu fu in grado di far adottare il Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, il Patto internazionale sui diritti civili e politici e il Protocollo facoltativo relativo a quest’ultimo Patto. Per la loro entrata in vigore trascorse un altro decennio perchè un numero minimo di Stati avrebbe dovuto ratificarli, e nonostante la loro tanto decantata democrazia, nessuno si precipitò prima. La situazione legislativa non cambiò granché. Tant’è che gli organi preposti alla supervisione degli Stati che hanno ratificato i Patti, si sono ritrovati ad avere un potere di controllo che equivale ad una sgridata; come dire: “Questo non si fa, cattivone!”

I mille papaveri rossi di Wall Street

Se la Dichiarazione Universale si riduce ad un pezzo di carta non sta alla legge stabilirlo, ma al buon senso dei cittadini governati dagli Stati che l’hanno adottata. Tutto si riduce all’esempio che essi danno con il loro stesso comportamento. Bene. Ogni anno le grandi potenze del “mai più” spendono un trilione di dollari per gli armamenti. L’industria bellica ha bisogno della morte per aumentare i profitti. I 450 bambini che muoiono ogni giorno a causa dei conflitti sono un business. Niente di più. Anche se la crisi economica (dovuta alla crisi del debito pubblico) ha causato un onda di disoccupazione e povertà che continua a crescere, le spese militari dei governi sono aumentate del 50% in dieci anni, a partire dal 1999. A nulla è servito il rimprovero del Segretario generale dell’ONU che durante un dibattito sulla questione del disarmo globale di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che “Il mondo è eccessivamente militarizzato”. Ma va? A conti fatti “il Segretario Generale può richiamare l’attenzione del Consiglio di Sicurezza su qualunque questione che, a suo avviso, possa minacciare il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”, niente di più. Non ha un reale potere di controllo super partes, svincolato dalla Commissione. Dopotutto ha eseguito il suo dovere. Stop. Stessa cosa vale per gli Stati. Infatti, in un sistema basato sull’economia capitalistica, poiché la spesa pubblica contribuisce all’aumento del Pil, lo Stato incrementa quella militare per rilanciare l’economia. Ma in questo modo rischia fortemente di indebitarsi. E si indebita, preferendo falciare le spese sociali e riversare sui cittadini il pagamento dei debiti che contrae. Ciononostante, per il Presidente degli Stati Uniti, premio Nobel per la pace: “la guerra è più importante di qualsiasi uomo o donna”. Questo interesse è confermato dal fatto che gli Usa spendono in armi quasi il 4, 7 % del loro Pil ed il debito pubblico per il 2010 è stimato, dal Fondo Monetario Internazionale in circa Tredicimilasettecento (!) miliardi di dollari. Più del 90% del Pil. Una politica economica suicida. Com’è possibile? Qualcosa si intuisce dal grafico seguente che mostra l’andamento del prezzo del petrolio nel mercato Usa (in dollari correnti) dal 2000 al 2009:



Salta agli occhi il picco successivo all’ 11 settembre 2001. Tra il 2001 ed il 2008 l’aumento del prezzo del petrolio è stato del 313%, passando da 23 a 95 dollari a barile. Sensazione sospetta. Così commentò l’attacco alle torri l’economista Paul Krugman: “Fra un anno ci renderemo conto che i terroristi hanno provocato indirettamente un rilancio dell’economia. I fatti dell’11 settembre hanno prodotto politiche più espansionistiche dal punto di vista fiscale. La Federal Reserve ha tagliato i tassi di un altro punto. Per quanto sia sgradevole ammetterlo, quell’atrocità le ha dato l’opportunità di agire con più prontezza e forza di quanto osava pensare. In secondo luogo l’attacco ha aperto le porte a un forte aumento della spesa pubblica, proprio la politica invocata da tanti economisti, ma che sembrava politicamente impossibile (…) Vale la pena ricordare che le guerre stimolano le economie più che deprimerle: non siamo in guerra nel senso tradizionale, ma non sarebbe così strano se l’attacco alle Torri si trasformasse in un beneficio per l’economia.” Orribile. Tuttavia, l’aspetto più inquietante riguarda il calo del prezzo del petrolio. Quale tattica verrà adottata per ristabilirne la necessaria ascesa? Forse ci sarà un altro conflitto. Lo scontro di questi giorni tra la Colombia ed il Venezuela non promette bene. Il Presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, in carica fino ad agosto, ha accusato il Presidente venezuelano Hugo Chavez, di ospitare nel suo Paese migliaia di guerriglieri Farc. Chavez risponde alle accuse, da verificare, mobilitando una parte del suo esercito alle frontiere. L’intenzione probabile è che Uribe stia tentando di destabilizzare il Venezuela che a settembre riaprirà le urne. Già messa a dura prova dall’aumento dei prezzi, ora la leadership di Chavez dovrà fronteggiare anche la chiusura delle relazioni diplomatiche con la Colombia dalla quale dipende per la maggior parte dei generi alimentari importati. Ad ottobre il governo colombiano ha siglato un accordo con gli Stati Uniti per l’installazione di sette nuove basi militari e lo scorso febbraio 2010 l’US National Directorate of Intelligence (NDI), ha classificato il Venezuela come “Leader anti-Usa”. Roger? L’ostilità tra Washington e Caracas non è una novità. Non è una novità nemmeno il motivo: il petrolio ed il gas venezuelano e il suo affrancarsi (insieme ad altri Paesi sudamericani) dal giogo a stelle e strisce. Se scoppierà l’ennesimo conflitto, non saranno gli Stati a riceverne i benefici, ma le lobby dell’oro nero. Però, manca qualcosa. Come può un Presidente, oltretutto Premio Nobel per la Pace, desiderare, quando non provocare dei conflitti? Se fosse vero, sarebbe un folle pluriomicida. Un Killer spietato. “Follow the money”, allora! È una regola del giornalismo anglosassone; significa “seguire i soldi”, se si vuol capire. Bene. La campagna elettorale di Barack Obama ha ricevuto un finanziamento dalle industrie di Comunicazione ed Elettronica (in questa voce rientrano anche le imprese di armamento con tecnologie avanzate), pari a circa 21 milioni e seicentomila dollari; da quelle belliche ne ha avuti circa 870 mila. Ma negli Usa è un sistema consuetudinario, quindi niente di strano. All’interno dell’equipe presidenziale compare un nome: William Lynn, il secondo uomo più importante al Dipartimento della Difesa. Ancora niente di strano. Si tratta del più importante lobbista della Raytheon, azienda del settore della difesa, specializzata in produzione di missili. Roger? Quindi, Barack Obama è il Presidente di chi? Delle persone. Giuridiche. Si tratta di una nuova forma di individui che è nata nel 1868 dall’affare retorico sul XIV emendamento della Costituzione americana, approvato alla fine della guerra di secessione per garantire i diritti degli schiavi appena liberati. Le corporation si servirono di questo emendamento per diventare delle persone giuridiche, con gli stessi diritti giuridici delle persone. Così fu stabilito dalla Corte Suprema. E così si crea una sorta di Stato parallelo dove le corporation, per legge, devono tutelare gli interessi dei suoi cittadini, ovvero gli azionisti. Come? Raggiungendo sempre il loro “both of line”, cioè il fine ultimo: aumentare il bilancio, il profitto. E se questo comporta dei danni, non è un problema loro. Il Governo avrebbe dovuto recidere o controllare i tentacoli di questo ibrido umano. Invece nel corso degli anni permette che si sviluppi a tal punto da condizionare, se non dirigere, una fetta esclusiva dell’economia con gravi ripercussioni sui cittadini. Ciononostante, se si contribuisce ad eleggere un Presidente senza smantellare il sistema di finanziamento elettorale, il Governo ascolterà sempre e solo la voce dei cittadini-lobby che l’hanno sostenuto o ingaggiato. Perché illudersi di poter avere la riforma sanitaria pubblica se Obama ha ricevuto 1.662.282 dollari dalle industrie farmaceutiche, che invece lo vogliono privatizzato? Urge trovare una risposta, l’ultimo pezzo del puzzle. Ci sono popoli in guerra? E chi se ne frega? Loro devono crepare perché in questo modo l’economia migliora. Giusto, no? Gli azionisti guadagnano con l’aumento del prezzo del petrolio e le lobby con la vendita d’armi. Anche i cittadini ricevono benefici con un lavoro all’interno delle lobby stesse, magari nella Raytheon o nella Lockheed Martin o nella Grumman o nella General Electris, tutte industrie di armamenti. Hanno un meritato guadagno anche i piloti che sganciano le bombe e i soldati che si arruolano con il desiderio di morire da “paladini della giustizia” perché un macho morto è meglio di un guerriero disertore e un uomo che combatte contro l’industria della morte cercando di bluffarla è meglio del cadavere che diventa comunque; d’altronde, in guerra se uccidi sei un eroe, non un assassino. In realtà, non manca nessun pezzo. Manca la vista.

I consumatori del mondo

Quindi, mentre la Dichiarazione Universale si impone a parole, nei fatti agisce un’altra importante istituzione. Il Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade). Si tratta dell’Accordo Generale sui Dazi e il Commercio, cioè il primo tassello che inizia a far partire l’ingranaggio del libero scambio. Coetaneo della Carta, nasce per tutelare un’altra forma di diritto; quello del commercio, il quale riesce finalmente ad ottenere la libertà dalle politiche protezionistiche abolite grazie al Gatt. Il mercato interno non più tutelato, è ora libero, indifeso, e viene avvolto dall’abbraccio soffocante della globalizzazione. Le colture tradizionali non reggono alla stretta e vengono inglobate e stritolate dalla competitività delle produzioni internazionali. Negli anni, il General Agreement on Tariffs and Trade è stato ampliato attraverso vari negoziati (i “Round”), l’ultimo dei quali, l’Uruguay Round, ha creato nel 1995 l’attuale Wto cioè il più influente organismo internazionale che regola e condiziona il mercato mondiale. Gli accordi sui quali si basa sono stati firmati dalla maggior parte dei Paesi e riguardano il commercio dei beni, dei serivizi e delle proprietà intellettuali. La caratteristica fondamentale di questa organizzazione consiste nell’essersi dotata di un apparato legislativo, esecutivo e giudiziario che permette al liberalismo di dominare incontrastato. È il governo del commercio che decide non in base al benessere dei cittadini, appaltato alla Carta, ma in base al profitto, favorito ora anche dagli Stati che hanno firmato l’Accordo prostituendosi al dominio del Wto e perdendo la loro sovranità nazionale. Tutto sommato, potrebbe non essere così catastrofico come sembra. I cittadini si appellano ai Diritti Universali, le nazioni possono scaricare la propria responsabilità etica sul Wto e l’intoccabile Wto ignora entrambi. Ma per cancellare ogni ombra di dubbio, o semplicemente per scrupolo, è meglio riportare un esempio. Quale? La Colombia, sintesi perfetta dei risultati raggiunti dalla Dichiarazione Universale e dalla politica del Wto. Con i suoi trecentomiladuecentocinquanta morti ammazzati durante i conflitti interni negli ultimi dieci anni, detiene il primato mondiale nelle violazioni di diritti umani e gareggia nei primi posti in classifica tra i Paesi che si giovano degli aiuti militari concessi dagli Stati Uniti. Più di ogni cosa, è il termometro della società occidentale grazie alla quale può vantarsi di essere il principale produttore di un bene di cui è ghiotta: la cocaina. Come un’unica striscia pura ed inseparabile, Usa ed Europa sono unite anche dalla passione per la polvere bianca che non deve né può mancare mai; non sarebbe educativo vedere due nazioni tossiche in crisi d’astinenza. E così, grazie al loro benefico consumismo, possono affermare con onestà etica: “Anch’io contribuisco allo sviluppo della Colombia!”. Il boom narcotico è iniziato alla fine degli anni ’70, in pieno periodo d’azione delle politiche neoliberiste imposte dal sistema Gatt, ed esplode dal 1989, anno in cui viene sospeso l’accordo internazionale sul caffè che proteggeva i produttori da improvvise oscillazioni di prezzo. Il mercato del caffè viene quindi liberalizzato, il prezzo del caffè diminuisce del 40% ed i contadini colombiani che avevano vissuto grazie a quel tipo di coltivazione, si ritrovano con un reddito che non permette loro nemmeno di sfamarsi. Che fare allora? C’è chi decide di abbandonare le proprie terre per rifugiarsi in città e c’è chi diventa un agricoltore di cocaina. Entrambe le scelte sono devastanti. Nel primo caso, le persone si ritrovano a vivere in contesti degradati con poche possibilità di avere una sopravvivenza almeno dignitosa mentre sulla terra che lasciano “le multinazionali potranno smontare le montagne in cerca di carbone, potranno estrarre petrolio e altre materie prime, e poi, forse, trasformeranno ciò che rimarrà di quelle terre in una zona in cui allevare bestiame per i ricchi o per l’esportazione, in un ambiente spogliato della sua varietà e dei suoi tesori”. Nel secondo caso si ritroveranno un raccolto distrutto grazie all’intervento Usa che si è inventato il “Plan Colombia”, un piano militare per la distruzione delle colture di coca. Dal 2000, anno in cui è stato attuato, gli Stati Uniti hanno elargito al governo colombiano circa dieci miliardi di dollari in aiuti militari. Come dire: “se coltivi la cocaina io ti mitraglio la pianta”. Sensato, no? Non è finita. Sempre con il pretesto di ostacolarne la coltivazione, si è pensato bene di distruggerla con le fumigazioni aeree, cospargendo il glifosfato, un veleno prodotto dalla Monsanto. Perché nessuno distrugge le coltivazioni di tabacco? Perché nessuno bombarda supermercati, pub, ristoranti e tutti quei luoghi dov’è possibile trovare alcool? Tutto tace. Ovvio. Comunque, i risultati di questa lungimirante campagna di (non) contrasto al narcotraffico sono stati sia un aumento dello stesso, sia un aumento della cocaina prodotta, sia un aumento della domanda per questa “merce” di cui hanno un bisogno irrefrenabile gli Stati Uniti e l’Europa. Ancora loro. Ma perché continuare a sperperare milioni di dollari senza riuscire a risolvere il problema? Quando venne discusso il “Plan Colombia”, il dibattito al Congresso riguardò soprattutto la quantità di elicotteri che avrebbero dovuto costruire la Bell Helicopters e la Sikorsky Helicopters, due industrie americane che producono elicotteri. Appunto. Centinaia di migliaia di contadini ridotti in miseria e con gravi problemi di salute per soddisfare i capricci viziosi dell’Occidente e per favorire lo sviluppo delle imprese non solo di armamenti, ma anche chimiche come la Monsanto che con il suo veleno ed i profitti che ne ricava, contribuisce alla messa in scena o meglio, all’addestramento, per una eventuale guerra chimica. Ancora non basta. La Colombia è insanguinata da decenni dalla lotta civile. Le origini sono lontane e risalgono alla lotta sociale tra un elite di ricchi ed una maggioranza di poveri che negli anni sessanta si riunisce in movimenti guerriglieri come le “Farc”, i ribelli. Loro unico scopo, come dichiarò il più importante esponente del gruppo, Ricardo Palmera, alias “Simon Trinidad” è tornare ad avere un mercato protetto: “Quello che facciamo lo facciamo per chiedere un’imposta a chi compra i prodotti dai contadini. La stessa cosa la chiediamo agli importatori ed esportatori di altri prodotti in Colombia”. Per domare i ribelli si formano dei gruppi paramilitari armati che difendono gli interessi della borghesia rurale. Nei primi anni ’80 fanno il loro ingresso sul campo di battaglia i narcotrafficanti che peggiorano la situazione fino ai giorni attuali. Il “Plan Colombia” aiuta questi gruppi a sopravvivere grazie al suo intervento. Nel 2009 versa nelle casse colombiane oltre 550 milioni di dollari. Oltre duemila sindacalisti morti dal 1986; più di 3 milioni di sfollati interni; 270 mila sparizioni forzate in un anno (2008); undicimila bambini e adolescenti reclutati dai gruppi armati irregolari. Ma ancora non basta; nessuna condanna per questi crimini. All’Iran invece è bastato volersi dotare della tecnologia nucleare per ricevere una sanzione dal Consiglio di Sicurezza. Eppure, tutte le potenze ne sono ampiamente fornite, in primis gli Usa che hanno disseminato il pianeta di ordigni, due dei quali fatti espoledere su Hiroshima e Nagasaki con l’accortezza di aver dato loro anche due simpatici nomignoli: “Little Boy” (piccolo ragazzo) e “Fat Man”, uomo grasso. Le vittime gliene saranno grati. Inutile aggiungere atro. Trecentomiladuecentocinquanta morti ammazzati durante le battaglie interne negli ultimi dieci anni. Non è uno sterminio questo? No. La Colombia non è un paese in conflitto? No. Non per l’Ue che 2007 stabilisce che la Colombia non ha più bisogno degli aiuti destinati a quei Paesi dove la giustizia, la libertà e la sicurezza vengono meno. Sono necessari gli aiuti umanitari cioè, assistenza. La litania del “bisogna aiutarli, poverini”, colpisce ancora. Così interviene il salvatore/investimento delle imprese straniere che allargano i loro tentacoli per amore dello sviluppo. Quest’anno Impregilo si e’ aggiudicata la concessione del terzo lotto autostradale del progetto Ruta del Sol per 1,3 miliardi di dollari, un progetto che prevede ricavi per circa 3,7 miliardi di dollari, soldi che naturalmente non saranno reinvestiti in loco. Ha anche vinto l’appalto per la costruzione di una diga dal valore di 345 milioni di dollari. In più arriverà anche la Tv satellitare grazie al consorzio Dvb (Digital Video Broadcasting). Quindi, loro esportano cocaina e ricevono in cambio: la tv “stupefacente”, una diga che peggiora le condizioni ambientali e un’autostrada che potrà essere utilizzata dal 36% della popolazione. Bello scambio!



Diritti disumani, Pamela Chiodi