di Mario di Napoli – In “Nuova Antologia”, a. CLIV, fasc. 2290, aprile-giugno 2019, Polistampa, Firenze, pp. 117-123. Intervento pronunciato il 26 marzo 2019, presso la Biblioteca della Camera dei deputati, in occasione del convegno “Ugo La Malfa e l’Europa. La partecipazione dell’Italia alll SME”, promosso dalla Fondazione Ugo La Malfa.
Ugo La Malfa (Palermo, 1903 - Roma, 1979)
Il 26 marzo di 40 anni fa, la morte coglieva Ugo La Malfa nel pieno fervore dell’attività politica, quale vicepresidente del Consiglio dei ministri e ministro del Bilancio del V Governo Andreotti, nel disperato tentativo di salvare la VI legislatura nonostante lo sfaldamento della maggioranza della solidarietà nazionale.
L’insuccesso del precedente tentativo di guidare in prima persona il nuovo governo, grazie alla scelta coraggiosa del neopresidente della Repubblica, Sandro Pertini, di conferire per la prima volta l’incarico ad un politico non appartenente al partito di maggioranza relativa, non aveva minimamente ridotto il suo impegno pubblico.
Così come aveva fatto per tutta la sua vita, si era rialzato dalla sconfitta senza nessuna ombra paralizzante né di rimpianto né di rancore, fedele a quel sentimento della nobiltà e della responsabilità della politica vissuta non come mero servizio, ma come autentico sacrificio, in nome dell’amore secolare che – da repubblicano – portava all’Italia.
Ugo La Malfa traeva l’energia necessaria per restare saldo al suo posto non soltanto dalla sua indomita tempra morale, alimentata dall’origine siciliana e rafforzata dall’esempio del martirio del suo primo maestro, Giovanni Amendola, ma anche e soprattutto dalla profonda consapevolezza di quanto la società italiana fosse “complessa e complicata” – come l’aveva definita Benedetto Croce: a fronte delle debolezze strutturali del Paese, non era infatti consentito, ad un sincero democratico, di abbassare la guardia, neanche per un istante. Ogni piccolo, sofferto risultato conseguito avrebbe sempre costituito per lui un valore inestimabile, da preferirsi comunque alle derive retoriche dell’intransigenza programmaticamente fine a se stessa.
In tale ottica, aveva costruito, nella seconda metà degli anni Settanta, mattoncino su mattoncino, le basi per la politica della solidarietà nazionale, così come aveva prima costruito quelle per il centro-sinistra. Egli preferiva tuttavia parlare di politica della solidarietà democratica, con una scarto lessicale particolarmente pregnante per gli uomini della sua generazione che, avendo visto crollare da giovani lo Stato liberale sotto i colpi del fascismo, ebbero come prioritario e costante obiettivo di impedire che le nuove generazioni dovessero ripetere quella tragica esperienza della perdita della libertà e della dignità nazionale.
All’inizio del 1979, quella fase politica si approssimava al suo esaurimento per il combinato disposto della paura di stare pagando un prezzo troppo alto alla stabilizzazione da parte del PCI berlingueriano, dell’aspirazione a riacquistare la centralità del sistema politico da parte di ampi settori della DC ormai priva di Aldo Moro, nonché dell’ansia di riscatto del PSI craxiano.
Ma una piccola soddisfazione era rimasta all’anziano leader repubblicano. Due settimane prima della sua scomparsa, aveva fatto in tempo ad assistere, il 13 marzo 1979, all’avvio del Sistema monetario europeo, nell’anno in cui per la prima volta era prevista l’elezione diretta del Parlamento europeo, a cui invece il destino l’avrebbe sottratto.
Nell’autunno dell’anno precedente, egli aveva combattuto la sua estrema battaglia politica per l’adesione immediata dell’Italia allo SME mettendo in gioco tutto il suo prestigio politico, con una foga ed una determinazione che corrispondevano alla crucialità della decisione. Le perplessità di un pur vecchio amico come Paolo Baffi, alla guida della Banca d’Italia, i consueti indugi andreottiani che sarebbero volentieri sfociati in una dilazione, le prevedibili resistenze di socialisti e comunisti – che del resto avevano a lungo atteso prima di accettare di far parte della delegazione italiana a Strasburgo – passavano per lui in secondo piano rispetto alla suprema esigenza di garantire l’aggancio dell’Italia alle Alpi.
Nel corso del 1978, i vertici europei che si erano susseguiti per elaborare il progetto e raggiungere l’accordo del nuovo quadro di riferimento destinato a sostituire il Serpente monetario – da Copenaghen (aprile) a Brema (luglio) ed infine a Bruxelles (dicembre) – si erano intrecciati alle drammatiche vicende di quello che era stato l’annus horribilis della storia repubblicana.
Dal 16 marzo al 9 maggio, il rapimento e poi l’assassinio di Aldo Moro avevano segnato in modo inequivocabile il punto più alto dell’attacco delle Brigate Rosse al cuore dello Stato. Ugo La Malfa aveva immediatamente reagito impostando la linea della fermezza cui le istituzioni repubblicane avrebbero dovuto attenersi senza se e senza ma, pienamente consapevole del colpo inferto alla strategia politica dell’apertura al PCI di cui era stato partecipe protagonista con lo statista democristiano, così come del pericolo di cedimento che la democrazia italiana stava correndo. Analoga consapevolezza era allora riscontrabile solo negli editoriali di Leo Valiani sul “Corriere della Sera”, accomunato a La Malfa dalla tradizione azionista su cui pesava il monito di Adolfo Omodeo per cui la libertà avrebbe dovuto essere “acciaiata”, e cioè pronta a difendersi da ogni tentativo eversivo.
Nei mesi successivi, il sistema politico era stato ulteriormente scosso dal referendum sul finanziamento pubblico ai partiti che aveva mostrato inequivocabilmente la crescente sfiducia dell’opinione pubblica, accentuatasi per le dimissioni del Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, sull’onda dello scandalo della Lockheed e poi solo parzialmente attutita dalla successiva elezione di Sandro Pertini al Quirinale, in virtù della sua cristallina figura di intemerato antifascista e militante della causa dei lavoratori.
La spirale di attentati terroristici e di stampo mafioso appariva inarrestabile e contribuiva ad arroventare il clima politico-sociale su cui continuava a gravare irrisolta l’ipoteca della galoppante inflazione a due cifre che allontanava l’Italia dall’Europa. L’instabilità economica e finanziaria non si limitava a frenare lo sviluppo del Paese, perpetuando il divario Nord-Sud ed allontanando la piena occupazione, me ne metteva a repentaglio la tenuta democratica, già minata dal terrorismo e dalla criminalità organizzata.
Come ha scritto Michele Salvati, negli anni Settanta l’inflazione si delinea come il “problema di politica economica che sovrasta sugli altri e non viene mai efficacemente affrontato”, stante “l’incapacità dei governi di costringere le domande sociali all’interno delle risorse disponibili in un contesto monetariamente e fiscalmente controllato”. Ugo La Malfa ne aveva fatto le spese nella breve esperienza ministeriale al Tesoro tra il 1973 a il 1974 nel IV governo Rumor, quando era stato sconfessato nel negoziato con il FMI.
Invano, aveva allora predicato l’austerità come premessa delle riforme che non avrebbero certo potuto essere frutto degli sperperi, auspicando che la comunità nazionale riuscisse a prendere coscienza dei suoi problemi e non si cullasse nell’impressione di sacrificarsi per un periodo transitorio e poi tornare a fare baldoria.
La solidarietà nazionale – alla luce delle nuove potenzialità offerte dall’evoluzione eurocomunista – era parsa ad Ugo La Malfa la sola via per riportare la società italiana sui binari del rigore e dello sviluppo dopo il per lui amarissimo fallimento del centro-sinistra per cui aveva speso gli anni più ruggenti della sua vita politica. E l’aveva intrapresa senza tentennamenti, pur sapendo che avrebbe pagato il salato conto dell’incomprensione da parte di molti vecchi amici, anche d’oltre Atlantico, attestati sulla trincea del tradizionale anticomunismo.
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