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    Predefinito Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)




    di Nicola Tranfaglia – “Mondoperaio”, luglio-agosto 1977, pp. 71-81


    Il testo che pubblichiamo è la relazione che Nicola Tranfaglia ha svolto a Firenze al Convegno internazionale “Giustizia e Libertà nella lotta antifascista e nella storia d’Italia” (10-12 giugno 1977).


    I partiti politici italiani nel loro complesso, e il Partito socialista in particolare, non hanno ancora sentito il bisogno di recuperare in maniera compiuta temi e intuizioni del movimento di “Giustizia e Libertà”. È venuto il momento di colmare questa lacuna. Nella storia dell’opposizione al fascismo, “Giustizia e Libertà”, e specialmente Carlo Rosselli, rappresentano un’esperienza di autentica rottura rispetto all’Italia prefascista cui socialisti e repubblicani si richiamavano, e di profondo contrasto con il bolscevismo leninista e poi staliniano che era alla base della linea comunista.

    Nella concezione “movimentista”, che caratterizza l’esperienza di G.L. e di Rosselli, traluce un giudizio negativo del moderno partito di massa, per la sua incapacità di rappresentare organicamente tutte le istanze delle forze sociali, e insieme è presente la visione di uno Stato postfascista nel quale non siano protagonisti solo i partiti politici, ma una pluralità molto più vasta di formazioni democratiche. Vi è, insomma, la prefigurazione di un socialismo libertario e democratico, immune da dogmi e da discipline internazionali. In questo senso la critica della dittatura staliniana è netta e spietata; essa si fonda sul rifiuto del burocratismo di partito e dello statalismo esasperato che caratterizzano l’esperienza russa, sulla critica della socializzazione e della collettivizzazione totali come soluzioni idonee a risolvere i problemi del controllo operaio nell’industria e contadino sulla terra.

    La maggiore originalità del pensiero rosselliano deve individuarsi nella capacità di cogliere la crisi della democrazia occidentale che aveva originato il fascismo e la degenerazione dittatoriale della rivoluzione russa come due facce d’uno stesso problema, che era poi quello delle crescenti contraddizioni del vecchio modello capitalistico e del nuovo modello di transizione al socialismo.


    A riprova – se ancora ce ne fosse bisogno – delle forti implicazioni politico-ideologiche della ricerca storica sull’età contemporanea non sarà inutile ricordare, nei punti essenziali, la sfortuna storiografica che ha caratterizzato nel trentennio repubblicano l’esperienza antifascista di Carlo Rosselli e del movimento di cui fu leader indiscusso dalla fuga di Lipari all’assassinio di Bagnoles sur l’Orne.
    La Vita di Carlo Rosselli di Aldo Garosci, scritta negli Stati Uniti nel 1941-43 e pubblicata a Firenze subito dopo la Liberazione, è la sola opera prodotta dalla storiografia italiana su quell’esperienza: fondata su una conoscenza diretta e approfondita delle vicende narrate, carica di un’appassionata volontà di difesa e anche di esaltazione del ruolo coperto da Rosselli e da G.L. nella lotta al fascismo, essa ha fornito dal ’45 elementi preziosi, e ancora oggi fondamentali, per la ricostruzione critica, ma non ha avuto seguito. Ripubblicandola senza modifiche nel 1973, l’autore ha insistito a ragionare sul carattere di insostituibile “documento della vita di Rosselli” che il suo libro conserva a vi ha aggiunto alcune considerazioni sul quarantennio successivo alla morte del leader di G.L. che (si condividano oppure no a livello di analisi storico-politica) mostrano con chiarezza la necessità, e vorrei dire l’urgenza, di un approccio critico nuovo, libero da schemi ideologici che risalgono alle polemiche del fuoruscitismo e allo stalinismo, a quelle vicende, per valutare insieme il peso che Giustizia e Libertà ebbe nell’elaborazione di una strategia antifascista originale e nell’attuazione di essa, soprattutto nel periodo cruciale in cui fu guidata da Carlo Rosselli. Alla sfortuna hanno, infatti, contribuito ragioni politico-ideologiche ancor più di altre motivazioni che pure esistono e attengono alla ricerca scientifica e alla sua organizzazione in Italia (scarsità di finanziamenti, difficoltà di coordinamento delle ricerche, mancato inventario dei fondi archivistici, soprattutto privati, e così via).
    Tra le prime è da porre anzitutto la crisi politica e per certi versi anche intellettuale che ha investito nel secondo dopoguerra – in particolare, negli anni cinquanta e sessanta – i movimenti socialisti e di democrazia laica e che ha avuto tra le sue conseguenze quella di non stimolare né tra i protagonisti né tra le nuove generazioni di studiosi la ricostruzione del passato di quei movimenti. Negli anni della guerra fredda i tronconi in cui si è diviso il movimento socialista non hanno compiuto, per ragioni opposte ma in un certo senso speculari, uno sforzo di riflessione sufficiente sui problemi dell’opposizione alla dittatura. E in ogni caso hanno tenuto fuori del proprio patrimonio ideologico tutti i riferimenti sostanziali all’esperienza rosselliana. Maggior attenzione vi hanno dedicato forse i repubblicani che tuttavia hanno più di una volta delineato un’immagine di Giustizia e Libertà che troppo poco teneva conto della forte potenzialità socialista del movimento come della teorizzazione costante dell’ “azione rivoluzionaria” da parte di Rosselli, e non solo sua, in tutta la storia del giellismo. Gli uni e gli altri, inoltre, pur essendo stati di fatto gli eredi, se non del partito d’azione, di idee ed esperienze proprie di alcuni suoi esponenti (da Lussu a Parri, per non parlar d’altri), non hanno sentito il bisogno, né in quel periodo né in quello successivo caratterizzato dalla cosiddetta distensione internazionale e dal centro-sinistra in Italia, di recuperare in maniera compiuta temi e intuizioni di Giustizia e Libertà.
    C’è da chiedersi perché. Non ci si può fermare alla risposta troppo parziale che sottolinea appunto, per spiegare una simile lacuna, il peso delle vicende propriamente politiche (prima, cioè la contrapposizione tra statalismo e “democrazia liberale” americana che ebbe per conseguenza l’avvicinamento dei movimenti socialisti e repubblicano all’uno o all’altro blocco sul piano ideologico; poi l’impegno di governo pressante e deludente negli anni sessanta, tutto teso a realizzare un’esperienza riformatrice, ma in condizioni tali da non sollecitare il ricorso alle intransigenti teorizzazioni gielliste). La risposta contiene molto di vero ma non è sufficiente.
    Come appare oggi più che mai unilaterale e insoddisfacente la liquidazione sommaria che di Rosselli e di G.L. fornì “Lo Stato Operaio” negli anni trenta ad opera di Togliatti, di Grieco e di Amendola, che in termini simili ripeté Trockij nel 1934 in un’intervista pubblicata dal settimanale “Giustizia e Libertà”, e che di recente ancora Giorgio Amendola ha riproposto sia nel trentennio della morte di Rosselli sull’ “Astrolabio” sia l’anno scorso nella sua Intervista sull’antifascismo.

    (...)
    Ultima modifica di Frescobaldi; 13-02-19 alle 21:42
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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    La rottura con la tradizione prefascista

    A mio avviso, pur con le differenze importanti che cercherò di chiarire, il silenzio socialista come il riprodursi delle vecchie critiche comuniste, appaiono oggi legate a un fatto fondamentale di cui troppo di frequente ci si dimentica: e cioè che nella storia dell’opposizione al fascismo Giustizia e Libertà, e specialmente la posizione di Rosselli, rappresentarono un’esperienza di autentica rottura rispetto all’Italia prefascista cui socialisti e repubblicani si richiamavano e di profondo contrasto con il bolscevismo leninista e poi staliniano che era alla base della linea comunista.
    Ma sia la tradizione prefascista sia l’esperienza staliniana hanno giuocato un ruolo centrale nell’Italia postfascista: a livello politico non meno che ideologico. E hanno dunque esercitato sulla storiografia, e per certi versi continuano a esercitare, un’influenza così forte e rilevante da favorire assai poco la ricostruzione e il dibattito su un movimento e un’ideologia che della rottura della continuità, anche a livello ideologico, con prefascismo e fascismo aveva fatto assai più che la sua bandiera, direi la sua stessa ragione di esistere.
    Non è un caso, alla luce di queste considerazioni, che le ricerche sull’antifascismo giellista abbiano segnato il passo per oltre un trentennio. La ripresa di studi che ora si annuncia e che ha già visto contributi documentati sulla Concentrazione antifascista di Parigi (Santi Fedele), su Emilio Lussu (Manlio Brigaglia) e Silvio Trentin (Frank Rosengarten) (cioè su due tra gli esponenti di maggior rilievo di G. L.), sul centro interno socialista (Stefano Merli e Aldo Agosti), segna con ogni probabilità l’inizio del superamento di quella situazione. Perché il superamento avvenga effettivamente su tutti i problemi considerati (voglio dire, attraverso un approccio nuovo e scientificamente rigoroso) occorre tener presenti però altri due elementi che condizionano la ricerca.
    Il primo riguarda il rapporto assai stretto tra storia del fascismo e storia dell’antifascismo. Su di esso ha richiamato con forza l’attenzione Giorgio Amendola in alcuni recenti interventi e su questo punto non posso che dirmi pienamente d’accordo con lui, anche se non credo di condividere del tutto la spiegazione che egli dà di quella connessione. Almeno per quanto riguarda Rosselli e Giustizia e Libertà, una ricostruzione analitica e documentata dell’Italia fascista (che a tutt’oggi manca, anche se sono apparse ricerche parziali di fondamentale importanza) rappresenta per molti versi una premessa da cui non si può prescindere per valutare e illuminare fasi e caratteristiche della lotta in Italia: le conseguenze di una simile lacuna si son viste già in questi anni attraverso il prevalere del taglio biografico da parte di quasi tutti gli studiosi che si sono occupati o si stanno occupando del movimento. Se nel caso di Carlo Rosselli (ma anche in altri), l’adozione del taglio biografico ha dalla sua fondate ragioni di metodo, non c’è alcun dubbio sul fatto che ostacoli notevoli si oppongono ancor oggi alla ricostruzione della lotta clandestina in Italia: per l’immensità delle ricerche anche locali necessarie ma anche per la mancata conoscenza, a livello analitico, del quadro sociale e politico della dittatura negli anni trenta e quaranta.
    Accanto a questo primo elemento, un secondo è da segnalare. Proprio le ragioni cui si accennava in precedenza – e particolarmente l’eccentricità dell’esperienza rosselliana rispetto alla storia effettiva del postfascismo – sono state alla base in passato di una tendenza pronunciata alla celebrazione, tutto sommato retorica, di Rosselli e di G. L.: come se quell’esperienza nulla più avesse da dirci e non si potesse che collocare quegli uomini e quelle imprese in un martirologio da “secondo Risorgimento”. La responsabilità di quest’operazione non è stata soltanto durante il trentennio repubblicano degli avversari ma anche, e spesso, di coloro che se ne sentivano gli eredi. Con il risultato assai negativo di non favorire la riappropriazione da parte delle nuove generazioni del significato politico e ideologico di quella vicenda. Ora si impone la necessità di un’analisi critica che faccia i conti con l’uno e l’altro ostacolo ma che con decisione incominci a lasciarseli alle spalle, sia ponendo al centro dell’attenzione la connessione tra storia del fascismo e storia dell’antifascismo, sia rinunciando a ogni sforzo retorico.
    In attesa di poter dimostrare, grazie alla documentazione critica ritrovata in questi anni, la fondatezza di tutto il discorso, vorrei in questa sede sottoporre alla discussione alcuni tra gli aspetti che mi paiono più rilevanti per una valutazione sintetica del pensiero e dell’azione di Carlo Rosselli e del gruppo dirigente giellista a Parigi negli anni trenta, sottolineando temi e problemi piuttosto che tentare una ricostruzione complessiva per la quale mancano tempo e spazio.

    (...)
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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    G. L. come “movimento”

    Il primo interrogativo al quale occorre rispondere riguarda le scelte di fondo compiute da Rosselli e da G. L. sulla struttura dell’organizzazione che nacque nell’autunno del 1929 a Parigi e sui metodi da essa perseguiti nella battaglia intrapresa contro la dittatura.
    Fin dall’inizio, G. L. volle essere un movimento, non un partito. C’è in questa scelta il confluire di motivazioni diverse: la consapevolezza acuta che la vittoria del fascismo è potuta avvenire anche (o soprattutto) per l’incapacità delle organizzazioni storiche del movimento operaio, e in particolare dei partiti socialisti, a difendere le conquiste della classe lavoratrice e a porsi come alternativa di governo di fronte alla classe dirigente liberale in crisi; la condanna assai netta dell’Aventino come soluzione scelta dai partiti prefascisti per contrastare la dittatura, e adottata di nuovo nell’esilio attraverso una Concentrazione antifascista che altro non è che la riproduzione del vecchio cartello aventiniano; l’idea che proprio perché l’avvento del fascismo ha introdotto una decisiva “soluzione di continuità” nella storia del movimento operaio, l’impegno di lotta ad esso e di superamento di esso (questo punto è fondamentale: G. L. si pone assai presto come l’organizzazione che pensa e lavora per l’Italia post-fascista, il che significa prima di tutto capire, superare e attraverso ciò sconfiggere il fascismo, punto di svolta tra due epoche in Italia e in Europa) non può non costituire il principale terreno di unificazione delle componenti di sinistra non comunista dell’opposizione italiana.
    Il fascismo – è questa una costante del pensiero di Carlo Rosselli che fa da supporto alla concezione di G. L. come movimento – ha vinto perché è riuscito a unificare partiti politici e forze sociali prima divisi, dalle istituzioni tradizionali dello Stato alla borghesia nelle sue varie articolazioni, a strati non disprezzabili di proletariato urbano e agrario. A tale coalizione vittoriosa occorre opporne un’altra che via via si qualifichi sulla base dell’impegno intransigente contro la dittatura e attraverso l’enucleazione di punti programmatici via via più complessi e articolati.
    Ma a ben guardare non solo di questo si tratta. Nella concezione “movimentista” che caratterizza l’esperienza giellista, traluce un giudizio negativo – che non è limitato alla tragica esperienza del primo dopoguerra in Italia – del moderno partito di massa, in particolare di quello socialista, come di un organismo incapace di favorire un’autentica democrazia dal basso e di rappresentare organicamente tutte le istanze della classe lavoratrice, e insieme la visione di uno Stato postfascista nel quale non siano protagonisti i partiti politici ma una pluralità di formazioni democratiche ancora da precisare (e prima di tutto i Consigli, secondo una suggestione gobettiana).
    Già nel saggio fondamentale del 1932 su Turati e il socialismo italiano, apparso nel n. 3 dei “Quaderni di Giustizia e Libertà”, Rosselli scriveva a questo proposito: “A fascismo caduto, a rivoluzione compiuta, i problemi dominanti non saranno più di opposizione e di propaganda, ma di governo nel senso più ampio dell’espressione. E il governo non dovrà allora essere consegnato nelle mani del solo partito… ma alla rappresentanza organica della classe lavoratrice, dell’intero mondo del lavoro che attraverso la sua rete di istituzioni sindacali costituirà il nuovo Stato. Solo un contatto organico, permanente, intimo tra socialismo politico ed economico, tra partito e sindacati, tra élite e massa, impedirà le possibili degenerazioni oligarchiche, burocratiche e settarie del partito, favorendo il sorgere di una democrazia sostanziale…”. L’anno dopo, nell’agosto 1933, intervenendo a nome della direzione di G. L., nella polemica Pro o contro il partito accesasi nei “Quaderni”, ribadirà in maniera più netta l’assunto già presente a livello teorico generale nelle prime pubblicazioni di Giustizia e Libertà: “G. L. è, o aspira ad essere, l’anticipazione in miniatura del nuovo Stato integralmente liberale di domani, del mondo nuovo di giustizia e di libertà che scaturirà dalla rivoluzione… noi concepiamo G. L. come la libera federazione dei nuclei che saranno i partiti di domani. Un movimento così concepito è infinitamente più efficace ai fini del lavoro di educazione e di preparazione rivoluzionaria di un partito alla vecchia maniera, rigido, settario, geloso, obbligato alla coerenza, pauroso di tutte le innovazioni brusche, in una parola conservatore”. Ancor più duramente preciserà, in una lettera del 1° maggio 1934 a Tasca (Archivio di Giustizia e Libertà) all’atto dello scioglimento della Concentrazione di Parigi, l’idea che è alla base della politica giellista, difendendo l’intervento di Lussu sui “Quaderni” che aveva scatenato la reazione socialista: “Il valore dell’articolo di Lussu sta soprattutto nella decisa affermazione del carattere socialista del nostro movimento, il quale peraltro non aspira a sostituirsi ai vecchi partiti per la buonissima ragione che i vecchi partiti sono morti, che in ogni caso la vita e struttura di partito è, per un movimento rivoluzionario, un non senso, e che quel che di vivo essi contengono sfugge alla cornice organizzativa, anzi ne implica il superamento…”.
    Non tutti sono d’accordo nel gruppo dirigente di G. L. con una posizione così netta come quella di Rosselli. L’esigenza di sostituire ai vecchi partiti socialisti in lotta tra loro e screditati dalla sconfitta un partito socialista “rinnovato e unificatore” (l’espressione è di Lelio Basso, sempre nei “Quaderni”) si fa strada con forza in vari momenti, e specialmente dopo la pubblicazione dello Schema di programma rivoluzionario del 1932 e nell’anno successivo. Coinvolge militanti che lavorano clandestinamente in Italia e dirigenti dell’esilio, a cominciare da Emilio Lussu che precisa nel n. 9 dei “Quaderni”: “Io vedo in G. L. il grande partito socialista di domani in formazione: repubblicano, prevalentemente non marxista, federalista. Vero è che in G. L. si notano tre correnti distinte: socialista radicale, repubblicana giacobina, democratica liberale. Ma esse concordano pienamente nell’esigere che la rivoluzione italiana faccia del grande capitale agrario, industriale, bancario, socializzato, la base di ogni libero sviluppo democratico e socialista”.
    Ma quest’ultima resta, almeno fino alla morte di Rosselli, una posizione minoritaria. Le ragioni che sono alla base della prima scelta non sono infatti puramente tattiche, né solo legate ai bisogni specifici dell’antifascismo (anche se questa è una motivazione centrale e da non sottovalutare): esprimono insieme una volontà di rottura profonda con il passato prefascista (ma anche con il modello di partito leninista) e la speranza-previsione che il superamento del fascismo segni l’avvento di una società caratterizzata dall’affermazione di un socialismo libertario e democratico. Su un piano più immediato, la concezione del “movimento” è alla base, dopo la vittoria del nazionalsocialismo in Germania e la svolta del VII congresso dell’Internazionale comunista, di tentativi assidui quanto vani di una nuova unità antifascista che comprenda i partiti del movimento operaio. Ma G. L. dovrà attendere lo scoppio della seconda guerra mondiale e la lotta di liberazione nei paesi occupati dai nazisti perché si realizzino coalizioni antifasciste come quelle auspicate da Carlo Rosselli fin dall’impresa di Etiopia e dalla guerra di Spagna.

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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    G. L. nell’azione cospirativa

    Sul piano della propria organizzazione, del resto, G. L. può solo in parte attuare la concezione cui si è fatto riferimento. Prima di tutto perché le esigenze della lotta illegale richiedono in quegli anni una struttura segreta, fortemente centralizzata, che poggia sull’attività piena di pochi uomini; poi perché la presenza al suo interno – soprattutto fino al 1935 – di componenti così eterogenee tra di loro rende inevitabile in certi momenti un intervento in qualche modo “autoritario” di Rosselli, nell’intento di riaffermare in nucleo centrale dell’ideologia giellista ed evitare un processo di polarizzazione radicale del contrasto di tendenze all’interno dell’organizzazione (è il caso della crisi conclusasi nel ’35 con le dimissioni di Andrea Caffi e dei tre “giovani” N. Chiaromonte, M. Levi, R. Giuia).
    Quanto ai metodi adottati nella lotta contro la dittatura, il discorso è particolarmente complesso, sia perché proprio su di essi si è svolta negli anni dell’esilio una polemica assai dura che ha visto contrapposti Giustizia e Libertà e i comunisti, sia perché su questo punto si impone una periodizzazione che è strettamente legata alle fasi di evoluzione del regime fascista in Italia e anche alla possibilità di un confronto tra le strategie e i risultati raggiunti dai vari movimenti di opposizione.
    In maniera ancora provvisoria, e riservandomi di ritornare in seguito su un argomento che è di centrale importanza per la storia del movimento, è possibile forse sgombrare il terreno da alcuni equivoci.
    Il primo è legato soprattutto a quello che lo stesso Rosselli definì nel suo ultimo articolo sul settimanale (14 maggio 1937) “il periodo ‘unitario’ e romantico di G. L., fronte unico di azione demo-social-repubblicano (1929-32) contrassegnato da un grande sforzo di propaganda e di organizzazione illegale, da azioni ardite (evasioni, voli, ecc.), da iniziative senza posa rinnovate”. E riguarda la concezione puramente terroristica, fondata sul gesto esemplare che avrebbe caratterizzato costantemente l’attività di G. L. in Italia. “Il piccolo borghese – scrisse Togliatti sul “Lo Stato operaio” del settembre 1931 – che è stato sinceramente antifascista, tradito in tutte le sue aspettative, aspira al ‘gesto’ come ad una liberazione… ‘Fatti occorrono, non parole’ dice il piccolo borghese quando l’Aventino mette capo, come era logico che avvenisse, al rafforzamento della dittatura. Ma i fatti si riducono per lui a un gesto: un attentato organizzato in un modo infantile, una bomba tirata a vuoto, un piano fantastico e inapplicabile di azione violenta, e, infine, l’esilio. Giustizia e Libertà ha molto ereditato da questa posizione, che segna, come un marchio, tutti i tentativi della piccola borghesia di affermarsi come forza autonoma sul terreno della lotta al fascismo”. Ora, al di là del tono sprezzante usato da Togliatti e dell’etichetta di movimento “controrivoluzionario” attaccata in quell’occasione a G. L., resta il fatto che la storiografia comunista ha applicato a tutta la storia del movimento quella critica di fondo a Rosselli e a Giustizia e Libertà. Ma se è storicamente fondato insistere sulla peculiarità di un movimento che predilesse nel primo periodo “metodi nuovi, capaci di colpire la fantasia del popolo e di suscitare energie, utilizzando tutti i ritrovati della tecnica moderna” (così li definirà Rosselli nel ’37), in altre parole l’organizzazione di azioni dimostrative e anche di attentati politici, è necessario ricordare almeno: 1) l’impossibilità, sperimentata anche dai comunisti, di un vero e proprio lavoro di massa nello stesso periodo; 2) l’assenza per G. L. di una preesistente organizzazione di partito; 3) l’evoluzione di G. L., a partire dal 1932, verso un’attenzione sempre maggiore per il lavoro di propaganda tenace, se non tra le masse (che si mossero solo più tardi), tra gruppi dislocati in tutto il paese, come è dimostrato sia dai numerosi processi davanti al tribunale speciale sia dalle tracce abbondanti che se ne ritrovano nelle carte di polizia fasciste. L’assenza di una precedente esperienza cospirativa provocò più di una volta errori e imprudenze che furono pagate care dall’organizzazione, ma si trattò del prezzo inevitabile per la creazione di un movimento nuovo della sinistra che si affermò rapidamente in quel primo periodo come l’effettivo interlocutore dei comunisti nella clandestinità.
    Un’analisi più attenta del periodo 1932-1937 autorizza, d’altra parte, un’immagine assai più complessa di quanto abbiano proposto finora politici e storici comunisti (ancora nel luglio-agosto 1937 Mario Montagnana accusa G. L. di trockijsmo) dell’attività di G. L. sia all’estero che in Italia.

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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    Le élites e le masse

    Dopo i primi tre anni di azione, Rosselli si pone con chiarezza il problema di un mutamento di qualità del lavoro politico in Italia, sottolinea più volte la necessità di coinvolgere a fondo le masse nel progetto rivoluzionario, reagisce con durezza alle accuse di privilegiare le élites che gli vengono rivolte in continuazione dai comunisti. Ma nello stesso tempo è persuaso che la situazione del paese sotto la dittatura sia tale da richiedere in primo luogo la formazione di quadri intellettuali provenienti dalla piccola borghesia e dalla classe operaia (ma soprattutto dalla prima) come premessa indispensabile al successivo ingresso nella lotta delle masse. Già nel primo numero dei “Quaderni” (gennaio 1932) ha affermato che “la rivoluzione antifascista non è la lotta di una piccola schiera di illuminati e di eroi contro il tiranno. La rivoluzione antifascista è sommovimento di masse, lotta di un popolo che prende progressivamente coscienza di sé, della sua situazione, degli ostacoli e dei problemi che deve affrontare per liberarsi…”. Quasi due anni dopo, in alcuni appunti presi dopo il colloquio con Trockij il 25 dicembre 1933, chiarisce meglio la sua concezione: “… insiste sulla classe. Gli rispondo che noi lavoriamo con la classe operaia e per la classe operaia. Ma egli deve rendersi conto della estrema difficoltà della situazione. Massa operaia fiaccata, nuove generazioni operaia diseducate. Per arrivare alle masse è indispensabile formare quadri piccolo-borghesi, intellettuali. Nostra duplice azione: formazione di quadri, azioni di sostegno. Il lavoro di massa, sul serio, sarà possibile solo in un secondo tempo” (Archivio Rosselli).
    Non si può parlare, insomma, di un atteggiamento contrario al coinvolgimento delle masse, e di quelle operaie in particolare, nella lotta antifascista, ma piuttosto di una strategia che pone al primo posto la formazione dei quadri, e di quadri intellettuali anche (o soprattutto) perché i tentativi precedenti di coinvolgimento di gruppi più larghi erano falliti, come Rosselli più volte riconosce, per il consolidamento della dittatura avvenuto in Italia nel ’29 e protrattosi almeno fino all’impresa di Etiopia e per la difficoltà di cui sembra consapevole (ma solo in parte) il gruppo dirigente giellista di penetrare nella classe operaia con un discorso e delle parole d’ordine che, rispetto ai partiti del movimento operaio, privilegiano una concezione di “classi lavoratrici” che comprende a pieno titolo i cosiddetti “ceti medi”. Certo, su questo punto non mancano i contrasti all’interno del gruppo dirigente giellista (soprattutto tra Lussu e Rosselli) e a volte si possono individuare oscillazioni di non scarso peso nella posizione ufficiale del movimento. È anche necessario, a questo proposito, sottolineare il valore di punto di svolta che ha l’esperienza spagnola in quanto rappresenta, per Rosselli almeno, un salto di qualità decisivo dalla cospirazione minoritaria al contatto diretto con le masse in lotta. Detto questo, resta il fatto che non si può, alla luce dei documenti che possediamo, etichettare l’attività antifascista di G. L. come pregiudizialmente contraria al lavoro di massa per tutti gli anni ’30, né per questo stesso motivo sottovalutare il contributo costante che l’organizzazione ha dato, proprio attraverso l’azione di propaganda e di educazione di quadri e piccoli gruppi, alla lotta contro la dittatura e alla preparazione della Resistenza.
    Del resto, al di là del fatto che nel periodo 1932-35 ci fu senza dubbio un ripiegamento di G. L. in se stessa ai fini di una precisazione ideologica che si era rivelata improcrastinabile e un’attenuazione dell’impegno clandestino di lotta in Italia seguito al crollo di alcuni nuclei particolarmente attivi o alla loro dispersione in seguito ai contrasti con i socialisti, il giudizio che Carlo Rosselli diede il 20 luglio 1934 sul settimanale “Giustizia e Libertà” sul lavoro di massa è stato fino a questo momento del tutto confermato in sede di ricerca storica. “Altro è dire – scriveva in quell’articolo – che il fine è di mettere in movimento le masse, e altro è dire che si può svolgere una vera azione di massa… Le grandi masse quando è che si metteranno in movimento? Quando la crisi scoppierà… Noi per esempio diciamo chiaro e tondo, in base a un’esperienza quinquennale, che in una città italiana non si trovano oggi, non si sono mai trovati, dalle leggi eccezionali in poi, più di 50-100-200 cittadini politicamente attivi disposti a partecipare alla lotta rivoluzionaria… Il partito comunista, in mancanza delle masse, ha preso l’abitudine di chiamare ‘masse’ questi 50-100-200 cittadini politicamente attivi…”.
    Rosselli attende in quegli anni l’inizio della crisi con un’ansia spasmodica. Non a torto vede nell’impresa d’Etiopia l’aprirsi della fase nuova, così attesa. A Salvemini confida fin dal 15 ottobre 1935 la sua speranza che finalmente la masse siano messe in condizione di muoversi contro la dittatura: “L’essenziale è che la grande crisi è cominciata; che nulla e nessuno potranno arrestarla, qualunque abbia ad essere lo svolgimento dei prossimi eventi… Sono entrate in gioco delle forze tali che nessuno, nemmeno il governo inglese, può più dominarle… Anche se ci maledici, se trovi che commettiamo un sacco di errori, dovrai ben riconoscere che ieri eravamo dei morti che si sforzavano di ragionare; oggi siamo dei vivi o dei rinascenti che, per quanti sbagli commettano, si avviano a mordere nella situazione. Non commettiamo poi l’errore di vedere tutti i problemi in funzione dell’emigrazione. Il nostro compito essenziale è diretto a scardinare, a liberare delle forze, a creare una situazione dinamica in cui il popolo possa risollevarsi dall’agonia in cui è precipitato…”.


    (...)
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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    L’analisi del fascismo

    Ma per cogliere più a fondo la complessità di una simile posizione è necessario a questo punto chiarire quale fosse la valutazione che Rosselli e G. L. dettero in quegli anni della situazione italiana ed europea, e prima di tutto, quindi, del fascismo e della rivoluzione che ad esso bisognava opporre nell’intento di sconfiggerlo dopo averlo compreso e superato.
    “Il carattere supremamente ripugnante – troviamo scritto in alcuni appunti stesi da Rosselli per una riunione di G. L. del 1932 – della dittatura moderna fascista non consiste nell’impiego della forza e nella soppressione delle libertà – fenomeni, questi, propri a tutte le tirannie – ma nella fabbrica del consenso, nel servilismo attivo che essa pretende dai sudditi. Il rapporto che Mussolini ha creato col popolo italiano è cioè un rapporto di sadica soggezione. Io ti asservisco, e tu devi dirmi che accetti liberamente di essere schiavo, devi proclamarti, gentilianamente, di essere schiavo libero. Io ti frusto e tu devi lisciarmi. Io ti fucilo e voi, studenti di Firenze, dovete telegrafarmi chiedendomi di far parte del plotone di esecuzione. Io ti riduco i salari, e voi, operai di Brescia, dovete telegrafarmi che accettate con piacere le riduzioni…”. Con questa osservazione, Rosselli coglieva, prima e meglio di altri, un carattere importante del fascismo cui aggiungeva in scritti successivi altre precisazioni sia sul rapporto tra borghesia e fascismo (e su questo punto, come è noto, s’accendeva un’aspra polemica con Lussu nel ’34) sia sul regime economico e sociale proprio della dittatura mussoliniana. Nel settembre 1932, riprendendo un discorso già avviato l’anno prima nella sua corrispondenza clandestina con Rodolfo Morandi (pubblicata da Stefano Merli), scriveva nel n. 4 dei “Quaderni”: “Il fascismo non si esaurisce nella borghesia, nel puro fatto della reazione capitalistica. C’è un residuo… basta ricordare i seguenti elementi non classisti: a) meccanismo burocratico-dittatoriale al cui mantenimento sono interessate alcune centinaia di migliaia di persone; b) abitudine alla violenza, gusto della forza, gusto dell’avventura, tendenze autoritarie tramandateci dalla guerra; c) religione nazionalistica, ancora fortissima in tutti i paesi, e che l’educazione fascista accuratamente fomenta; d) debolezza del carattere italiano, tradizioni dei secoli di servilismo, influenza della Chiesa, apatia politica… Il fenomeno è reazione di classe e crisi morale assieme…”. Nel febbraio 1934, di fronte all’attuazione normativa dello “Stato corporativo”, tornava ancora sul tema (n. 10 dei “Quaderni”): “Lo Stato corporativo non è che lo strumento tecnico della reazione moderna, una contraffazione a fini conservatori del movimento operaio libero e creatore. Di fronte alle grandi masse che raduna l’industrialismo moderno, l’assenteismo dell’ancien régime, che aveva a che fare con popolazioni sparse o artigiane, non è più possibile. Al movimento di massa è gioco-forza opporre una reazione di massa. Alla lega operaia, il sindacato di Stato. All’ideale di una produzione associata, socializzata, la corporazione”.
    Le citazioni dai “Quaderni”, dal settimanale, dagli appunti inediti e dalle lettere di Rosselli potrebbero moltiplicarsi. Ma dai brani riportati si ricava – mi pare – con estrema chiarezza un’analisi del fascismo che coglie in modo centrale i caratteri di novità del fenomeno rispetto alle dittature tradizionali, che insiste sulla connessione tra aspetto repressivo e organizzazione del consenso, che individua con esattezza la funzione dell’ideologia mistificatoria, presa a prestito – stravolgendola – dal bagaglio proprio del movimento operaio medesimo. È certo importante segnalare che la diagnosi rosselliana è condivisa per molti aspetti ma non in tutto da altri esponenti del gruppo dirigente giellista: Lussu irrigidisce il rapporto borghesia-fascismo e così fa anche sempre di più Trentin; Caffi e Chiaromonte, da parte loro, insistono ancor di più di Rosselli sulla “crisi di civiltà” che spiega la vittoria del fascismo in Europa.
    Ancora una volta, però, l’analisi proposta da Rosselli è alla base dell’orientamento che G. L. adotta di volta in volta di fronte alla dittatura. Da questo punto di vista, l’avvento di Hitler in Germania segna un’ulteriore precisazione del significato del fascismo per Giustizia e Libertà.
    Prima nell’editoriale Italia ed Europa del giugno 1933, poi ne La guerra che torna del novembre dello stesso anno, sempre sui “Quaderni” (n. 7 e n. 9), Rosselli insiste su due punti che in qualche modo arricchiscono le analisi precedenti e costituiscono un punto di riferimento essenziale della piattaforma rivoluzionaria antifascista giellista. Anzitutto, il significato essenziale di fallimento della democrazia politica borghese ma anche delle istituzioni del movimento operaio europeo che assumono la vittoria del fascismo in Germania e la sua evidente potenzialità di affermazione in altri paesi ancora: “Il fascismo dunque ha vinto… La sua storica funzione sembra consista nel determinare la frattura, nel rivelarci, per la sua stessa brutalità e inconsistenza, la precarietà, il fracidume delle fondamenta sulle quali abbiamo vissuto finora… Crisi di ideali, crisi morale di cui il fascismo è il risultato. Il fascismo è la democrazia ridotta a pura forma, il socialismo a pura economia, la libertà a semplice strumento…”. Quindi la necessità di allargare lo scontro all’Europa: “Nella lotta – dirà a questo proposito – non siamo più soli; non è più l’Italia, paese arretrato, il solo colpito… Insomma con Hitler il fascismo diventa una cosa seria… Esso è veramente l’AntiEuropa… Oggi più che mai la causa dell’antifascismo si confonde con la causa della civiltà e dell’Europa.

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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    I caratteri della rivoluzione italiana

    Ma, c’è da chiedersi a questo punto, quali erano le coordinate essenziali del progetto di rivoluzione antifascista adottato da Rosselli e da Giustizia e Libertà dopo lo scioglimento della Concentrazione e il precipitare della crisi in Europa? Pur con il rischio di riuscir schematici e troppo rapidi, si possono indicare alcuni elementi che si stabilizzano nel biennio 1935-1937 e che discendono direttamente dall’esperienza concentrazionista precedente, dalla riflessione sull’espansione del fascismo e sull’impotenza delle democrazie occidentali di fronte ad esso.
    In primo luogo, la riaffermazione del ruolo di G. L. come movimento di unificazione della sinistra antifascista ma con la correzione importante costituita dal fatto che, con la svolta del VII Congresso dell’Internazionale comunista e la stipulazione del patto d’unità d’azione tra socialisti e comunisti, il leader giellista (in disaccordo con Lussu, e consumando fino in fondo il contrasto preesistente con Tarchiani e con Salvemini) cerca l’accordo con i comunisti e non accetta più la prospettiva di fungere da centro di unificazione delle diverse correnti socialiste. Sia di fronte alla guerra d’Africa sia successivamente di fronte al conflitto spagnuolo, Rosselli sollecita e conduce, pur tra forti contrasti, trattative per una fattiva unità d’azione con il partito di Togliatti, di Grieco e di Di Vittorio. I tentativi, interrotti dalla sua morte, non giungono fino a quel momento a nessuna pratica conclusione sia perché sussistono antiche diffidenze soprattutto da parte comunista, sia perché la nuova strategia dei fronti popolari adottata dal PCI non può comportare l’esclusione dei socialisti e tanto meno un rapporto privilegiato per una formazione nuova con la quale i partiti tradizionali del movimento operaio hanno lottato duramente nel periodo precedente per l’egemonia della lotta antifascista in Italia. Ma la documentazione che di quei negoziati ci resta testimonia di un progetto ambizioso di “partito unico dell’antifascismo” da fondare in Italia attraverso una stabile intesa con la sola altra avanguardia rivoluzionaria che Rosselli considera attiva nella clandestinità e disponibile ad azioni di vasto raggio (nel ’36-’37 si parlò a più riprese di una spedizione in Italia).
    Quanto al programma da attuare, alla società da costruire alla caduta del fascismo, non c’è dubbio sul fatto che l’ultimo biennio segna una radicalizzazione nelle posizioni del movimento giellista. Ancor più degli scritti sui “Quaderni” e sul settimanale, peraltro già chiari in questa direzione, sono eloquenti due documenti inediti, l’uno del 1935, l’altro dell’anno successivo, che chiariscono senza possibilità di dubbio l’evoluzione di Giustizia e Libertà e di Rosselli in particolare rispetto alle prime teorizzazioni del periodo concentrazionista. Il primo documento è una lettera del 15 ottobre 1935 a Gaetano Salvemini che, come è noto e come risulta da lettere precedenti, si era opposto energicamente alla svolta a sinistra. “Tu ci rimproveri – scrive Rosselli – di non esser rimasti fedeli al programma del 1932, di far la corsa al rivoluzionarismo più rosso. O tu hai dimenticato quel programma o io mi domando come tu pensavi nel 1932 di poterlo realizzare. Quel programma stabiliva nientemeno che la spartizione di tutta la terra, la nazionalizzazione delle banche e di molte branche industriali, l’espropriazione degli stabili, la punizione dei responsabili non solo nel mondo della politica, ma in quello dell’industria e dell’agraria. Ammetteva, è vero, una moderata indennità (in che moneta?) ma diceva che le riforme fondamentali dovevano conquistarsi subito, nel fuoco della rivoluzione, senza attendere responsi di Costituenti. Dopo, a rivoluzione fatta, si sarebbe provveduto a legalizzare la rivoluzione. Quando mai tu hai pensato che riforme di questa portata, soprattutto in un paese come l’Italia, si sarebbero potute attuare salvaguardando la continuità dell’ordine costituito? Quando hai mai pensato che fosse possibile punire i responsabili, tagliare il bubbone, rispettando la legalità, la libertà, fin dall’inizio? Il nostro era un programma di rivoluzione, non solo politica ma sociale. E tale è rimasto. Oggi, per necessità evidenti, lo abbiamo semplificato, toccando due o tre punti essenziali, per prospettare un nuovo piano di organizzazione e di vita improntato a una visione integrale e positiva della libertà. Libertà nella fabbrica, libertà sulla terra, libertà nella vita civile, libertà nella cultura. Questa capacità di esprimere in termini di libertà tutti i problemi non è una posizione di inferiorità, ma di superiorità sui comunisti… In fondo il problema che noi vogliamo affrontare e risolvere è quello di una conciliazione, non esteriore, ma organica, di un’organizzazione socialista della produzione industriale e semisocialista della produzione agraria, con nuclei artigianali, tecnici, professionali – col rispetto della libertà e della dignità dell’uomo. La rivoluzione russa portata in occidente, con tutta l’eredità dell’occidente. Questi sono compiti da offrirsi a una generazione” (Archivio di Giustizia e Libertà).
    L’altro documento è costituito dagli appunti presi da Rosselli per un discorso pubblico nei mesi immediatamente successivi alla vittoria fascista in Etiopia. Nell’elencazione dei punti fondamentali per la lotta la fascismo, il leader di G. L. scrive che “la forza essenziale di questa lotta è costituita dal proletariato dei campi e delle officine; ed è da lui che si sprigiona la nuova classe dirigente” (Archivio Rosselli).
    Dall’uno e dall’altro brano citato, emergono con chiarezza sia la continuità innegabile con aspetti fondamentali della teorizzazione giellista del 1932 (l’economia a due settori, l’importanza delle autonomie, la rivendicazione liberale e libertaria) sia gli accenti nuovi che sottolineano l’impossibilità di qualsiasi conciliazione con le classi che hanno appoggiato il fascismo, e prima di tutto con la borghesia media e grande, e anche il ruolo centrale, e si direbbe ormai assorbente, del proletariato come nuova classe dirigente postfascista destinata ad emergere dalla lotta di liberazione.
    Un terzo elemento che, a partire dal 1933, acquista importanza notevole nella strategia giellista è l’attenzione e l’appello alle nuove generazioni, antifasciste ma anche fasciste. In alcuni appunti inediti sulla prima serie dei “Quaderni”, Rosselli ricorda al Comitato centrale di G. L.: “Non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia è molto mutata dal ’26 in poi e che la maggior parte dei giovani, essendo stata educata in clima fascista, non sa quasi nulla di ciò che si fece e si sperimentò prima. A mio parere è perciò necessario, a mano a mano che ci si allontana dagli anni precedenti alle leggi eccezionali, sviluppare sempre di più il lavoro di propaganda e di educazione pratica. È un errore fare troppo conto sugli uomini di 35-40-50 anni. Tolti quelli che sono in carcere, alle isole, all’estero, gli altri sono quasi tutti in uno stato di depressione e di penoso scetticismo. È sui giovani, soprattutto sui giovani, che dobbiamo contare per lo sviluppo del movimento. Chi riesce in questi anni decisivi a impadronirsi della gioventù, controllerà la situazione rivoluzionaria di domani. E che ci si sia messi sulla buona strada è dimostrato non solo dallo sviluppo, sia pur lento, del movimento tra i giovani, ma dalla crescente preoccupazione dei comunisti nei nostri confronti” (Archivio di Giustizia e Libertà).
    A questa analisi, lucida e pertinente, seguono sui “Quaderni” (basta citare il Viatico ai nuovi fascisti di Leone Ginzburg e Carlo Levi) e sul settimanale articoli che cercano di stabilire un contatto più diretto e concreto con la nuova generazione cresciuta durante la dittatura. Commentando nel settembre 1934 uno scritto dedicato a questo tema da Andrea Caffi (e intitolato appunto Nuova generazione) Rosselli farà in un certo senso un elogio di quei giovani: “Quello che induce a bene augurare della gioventù contemporanea (si intende della élite) è la brutale, coraggiosa sincerità. Vogliono la verità assoluta. Ma si sentono oppressi e nauseati dai residui di religioni infrante e di fedi naufragate che ingombrano la civiltà occidentale dopo il grande uragano…”. E, qualche mese dopo, sempre Rosselli dedicherà un editoriale ai redattori de Il cantiere. Negli anni successivi, gli interventi in questa direzione si moltiplicano e sottolineano la centralità di un’intuizione che individua a ragione uno dei vivai più sicuri dell’antifascismo e quindi della lotta di liberazione nella gioventù intellettuale delusa dalle mistificazioni sociali e pseudorivoluzionarie della dittatura. E che, coerentemente, con un giudizio che diventa persino ossessivo nella pubblicistica giellista e che si ritrova allo stesso modo in tutta la corrispondenza politica di Rosselli, di Lussu, di Tarchiani, è legata all’idea che se in esilio è possibile e necessario formare i quadri per la lotta al fascismo, è in Italia che si decidono le sorti dello scontro.

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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    Il giudizio sull’URSS

    Ma c’è un altro aspetto dell’ideologia e anche dell’azione politica giellista che occorre chiarire per tentare un bilancio complessivo dell’esperienza in tutto il periodo a cui ci riferiamo: e riguarda i giudizi sul bolscevismo e sullo Stato sovietico e i rapporti con le organizzazioni tradizionali del movimento operaio italiano e internazionale.
    Nei limiti ristretti consentito dallo spazio, vorrei richiamare l’attenzione sui seguenti punti: Rosselli è attento a distinguere nettamente la valutazione della rivoluzione d’Ottobre dalla critica del regime sovietico. La prima è positiva, pur con alcuni limiti: “Non possiamo aderirvi – scriverà nel marzo 1932 (n. 2 dei “Quaderni”) – senza riserve, ma non possiamo neppure seguire Kautsky e i marxisti democratici nelle loro scolastiche condanne. Prima di ogni consacrazione marxista e di ogni atrocità dittatoriale sta la rivoluzione che ha distrutto l’autocrazia, che ha dato la terra ai contadini. Questa rivoluzione l’amiamo e la difenderemo”.
    La critica alla dittatura staliniana è al contrario netta e spietata (a differenza, ad esempio, di Silvio Trentin che esalta la Costituzione sovietica del 1936 ma anche di Caffi che porta nei suoi articoli contenuti e umori che si legano alla sua esperienza biografica e al suo particolare approccio ai problemi politici) fin dalla fondazione di Giustizia e Libertà. Si fonda sul rifiuto del burocratismo di partito e dello stalinismo esasperato che caratterizzano l’esperienza russa, sulla critica della socializzazione e della collettivizzazione totali come soluzioni idonee a risolvere i problemi del controllo operaio nell’industria e contadino sulla terra, ancora sulle violazioni della legalità rivoluzionaria che si consumano in maniera evidente alla metà degli anni trenta, a quasi vent’anni dal rovesciamento dell’autocrazia zarista.
    All’Internazionale comunista, che pur giudica più attiva e vitale della Internazionale socialista, soprattutto nella lotta contro i regimi fascisti, rimprovera la subordinazione costante alle direttive e alle esigenze del partito comunista russo e l’incapacità conseguente di adottare e proporre soluzioni che tengano conto sufficientemente delle “vie nazionali al socialismo” (per usare un’espressione che sarà coniata soltanto in seguito). Ma la critica di Rosselli e di G. L. si appunta anche – ed è una caratteristica assai rilevante – sul fatto che i partiti comunisti, in quanto espressione della politica dell’Internazionale, non appaiono disponibili a un’intesa effettiva, e non solo strumentale, con le altre forze dell’antifascismo, sia perché temono che possa sfuggirgli l’egemonia delle masse soprattutto operaie sia perché, anche dopo la svolta del VII congresso, conservano diffidenze e riserve per l’adozione del metodo “democratico borghese” condannato fino a quel momento dall’Internazionale e per l’ammissione dell’esistenza di correnti differenti all’interno del movimento rivoluzionario.

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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    I rapporti coi comunisti

    L’esperienza spagnola e la crociata antisovietica che si scatena nel 1937, insieme con la convinzione sempre più netta (a differenza di Lussu e d’accordo invece con Trentin) che “i socialisti sono finiti” non mutano il giudizio di Rosselli sull’esperienza sovietica e sull’Internazionale comunista, ma lo persuadono della necessità di trovare un accordo stabile con il PCI. Pochi giorni prima della morte (26 maggio 1937), scriverà a Dozza riferendosi a un attacco comunista contro G. L.: “… Bisogna stroncare questi residui settari nell’antifascismo, se vogliamo arrivare a un’unità fattiva… Credo che farete presto l’esperienza di quanto sia preferibile collaborare con uomini e movimenti che assumono una posizione esplicita, piuttosto che con elementi che si lasciano rimorchiare difettando di forza autonoma…” (Archivio del PCI). Il suo giudizio, e quello del movimento giellista, sulla politica dei fronti popolari, mantiene fino all’ultimo alcune riserve che attengono al carattere formale, di etichetta dell’alleanza che si viene formando, al ruolo eccessivo che vi hanno le parole d’ordine dell’emigrazione, subordinate alle decisioni dell’Internazionale comunista, rispetto alla realtà della lotta clandestina in Italia, alla relativa inadeguatezza della formula varata in Francia e in Spagna di fronte alla radicalizzazione della situazione italiana dopo la vittoria fascista in Africa. Questo non impedisce, tuttavia, a Rosselli di lavorare per la fondazione di un giornale comune dell’emigrazione insieme con i comunisti e con i socialisti, e per altre iniziative di lotta contro la dittatura: l’esame dei documenti relativi a quelle trattative, che non posso qui condurre, permette di concludere che se le trattative fallirono, ciò dipese assai più delle direttive generali dell’Internazionale comunista che da particolari pretese di Giustizia e Libertà.
    Questo si può affermare, senza peraltro sottovalutare un elemento importante: il progetto di Rosselli – come risulta sia dagli ultimi articoli sul settimanale dedicati all’ “unificazione politica del proletariato italiano” sia dalla sua corrispondenza con i comunisti e con altri esponenti di G. L. – era un progetto a lunga scadenza, che poggiava sull’idea che la lotta per il rovesciamento del fascismo, a mano a mano che si fosse sviluppata, avrebbe permesso di mettere in discussione tutte le strutture rigide dell’emigrazione e anche del movimento operaio internazionale. Era cioè un progetto fortemente utopico, nella misura in cui non teneva forse in tutto il conto necessario tre aspetti della situazione già presenti nel 1936-37: e cioè la difficoltà di condurre una rivoluzione antifascista che riuscisse sia a far piazza pulita delle forze di conservazione interna sia delle prevedibili, forti influenze delle potenze occidentali (in particolare Inghilterra e Stati Uniti); le possibilità di sopravvivenza assai forti delle organizzazioni tradizionali della sinistra, ostili per molteplici ragioni, alcune delle quali di autodifesa, all’espansione di una formazione nuova e volta al proletariato; infine, il rapporto ferreo che univa in quel periodo, e che ancora a lungo avrebbe unito (come d’altronde lo stesso Rosselli notava nei suoi articoli sul settimanale) il Partito comunista italiano all’Internazionale e, attraverso di essa, alla politica estera dell’Unione Sovietica.

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    Predefinito Re: Carlo Rosselli e l’antifascismo (1977)

    Rosselli e i socialisti

    Da questo punto di vista, l’atteggiamento negativo di Rosselli – anche se non di tutta G. L. – nei confronti dei partiti socialisti appare, per quanto chiaramente motivato, contenere elementi di non risolta contraddizione.
    Se è vero, infatti, che Rosselli conserva fino all’ultimo un giudizio critico assai duro della Terza Internazionale e del Partito comunista italiano, della sua ideologia complessiva, del modo che esso ha di impostare i rapporti con gli altri movimenti della sinistra, ci si sarebbe potuti aspettare una disponibilità maggiore nei confronti dei tentativi di rinnovamento, peraltro assai poco chiari e lineari, che percorrono la storia dei partiti socialisti negli anni trenta. Al contrario, Rosselli respinge con decisione le proposte di Emilio Lussu che tra il 1935 e il 1937 premono decisamente perché G. L. si faccia promotrice dell’unificazione socialista e che partono proprio da un giudizio analogo al suo sul movimento comunista e della consapevolezza del rischio che corre G. L. di restare isolata. “La rivoluzione proletaria del manifesto (si riferisce al manifesto pubblicato dai giellisti nel settembre 1935 per la guerra d’Africa, ndr) evidentemente – gli scrive Lussu il 29 settembre 1935 – non si fa che con il proletariato classe prima e base della rivoluzione. Perciò bisogna esser partito del proletariato… Solo con immensi mezzi G. L. potrebbe avere un’azione preponderante nel prossimo futuro. Ma ciò è impossibile, ed è perciò destinata a rimanere una setta staccata dalla massa presso cui ha creato delle diffidenze profonde. Non rimane che coordinare gli sforzi perché di tutte le correnti socialiste si crei un solo movimento che si presenti come unità della classe lavoratrice e parli dall’aspirazione vaga ma generale della massa, che, sconfitta, non sa più a che santo votarsi. Gli uomini di G. L. hanno tutte le possibilità di esercitare in questa formazione un’influenza di prim’ordine, che diventerà presto direttiva… Tu sperperi un’attività fantastica i cui risultati sono zero di fronte a quelli che otterresti in un’ordinata ripartizione di attribuzioni che solo può dare una grande organizzazione disciplinata…” (Archivio di Giustizia e Libertà).
    E il 27 marzo 1936 torna a battere sullo stesso chiodo: “Sarebbe assurdo pensare di fondersi con i comunisti. A parte il resto, non la pensiamo allo stesso modo. Creare una federazione di tutte le correnti socialiste mi pare indispensabile. È il primo passo. Noi li assorbiremo tutti… Occorrono grandi mezzi. Solo i comunisti possono darli. Un grande movimento socialista che lo inciti, può ottenerli…” (Archivio di Giustizia e Libertà).
    Ma Rosselli non intende seguire Lussu su questo terreno. Pur ritenendo indispensabile, accanto ai comunisti, “l’esistenza di un’altra corrente rivoluzionaria, più aderente alla storia, ai bisogni italiani e più libera nei suoi atteggiamenti verso la Russia” (9 novembre 1934), una corrente che si ispiri all’ideale socialista, a partire dallo scioglimento della Concentrazione, non nutre più nessuna speranza in un rinnovamento dall’interno dei partiti socialisti, e in particolare di quello che fa capo a Nenni e che, rispetto a quella massimalista, ha la maggiore consistenza organizzativa. “Franchezza per franchezza – scrive ad Angelo Tasca nel maggio 1934 – permettimi di esprimerti in sintesi il mio giudizio sul partito socialista, così come è attualmente formato: accanto a molti elementi morti, stanchi, conservatori impotenti di formule ultrasorpassate, contiene un nucleo non molto numeroso di operai e di artigiani di valore; ma il suo stato maggiore, quasi senza eccezione, è corroso da una insincerità e da una demagogia profonda e soprattutto da uno scetticismo progressivo che rende vano ogni sforzo di rinnovamento… Il vostro partito, a meno di una trasformazione totale, sarà capace di distribuire molte tessere, di organizzare sindacati, cooperative, ecc., sarà magari capace di farsi fare una buona rivista da Angelo Tasca, ma non sarà mai capace non dico di esercitare una funzione decisiva nella rivoluzione italiana, ma di esercitare una influenza profonda sulla nuova generazione italiana…” (Archivio di Giustizia e Libertà).
    Il giudizio non muta negli anni successivi, fino alla morte. E non perché Rosselli ritenga di poter nell’esilio sostituire G. L. ai partiti socialisti tout court, ma perché pone in primo piano il problema della lotta di liberazione come risultato di una collaborazione dei vari movimenti della sinistra, e particolarmente tra G. L. e i comunisti, demandando al postfascismo il problema del ruolo delle formazioni politiche e, tradizionali e no, del nuovo Stato. Scrivendo a Salvemini il 29 febbraio 1936 e riferendogli del contrasto con Lussu a proposito dei rapporti con i socialisti, egli difende ancora una volta il ruolo di un piccolo movimento come Giustizia e Libertà: “Una minoranza decisa e intelligente, che veda con chiarezza la situazione e si mostri attiva e capace di agire con coraggio, potrà esercitare una funziona preziosa. Finalmente è evidente che noi non possiamo essere né gli uomini del compromesso né gli uomini che vi almanaccano sopra. Noi siamo i fuorilegge, i traditori della patria fascista e anche della vecchia patria tout court. Sul piano della vecchia vita italiana e dei vecchi valori per noi è inconcepibile non solo l’agire ma l’esistere. O si arriva a una sovversione profonda; o, a meno di non rassegnarsi a diventare dei miserabili politicanti, è meglio allevar conigli o professar storia all’estero” (Archivio di Giustizia e Libertà).

    (...)
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 
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