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    Predefinito Ferrara, Lerner e Siegel

    20 maggio 2009
    Lerner si è arrabbiato per l'inchiesta su Siegel / 1
    Caro Gad, mi vien voglia di prenderti per il collo

    Darsi del bastardo e proporsi come perseguitato nel momento in cui si vuole tappare la bocca a un tribuno impresentabile è un gioco di vanità a forte rischio di ineleganza
    Gad Lerner si è arrabbiato per un'inchiesta sulla vicenda che lo oppone a Leo Siegel, un leghista chiassoso che ha dato voce nella radio dei padani alle viscere del popolo milanese e lombardo (avversione ai Rom, "questa banda di ladri", e a giornalisti e ideologi di sinistra che censurano i sentimenti sociali di insicurezza e di paura come espressione gretta, belluina di razzismo).
    Siegel è un Impresentabile, e come tale lo abbiamo descritto, non senza ironia. Pensiamo però che questa Impresentabilità, moltiplicata per milioni di voti espressi soprattutto nel Nord, sia un fenomeno sociale e politico, non un inestetismo da censurare ma qualcosa da curare e rimuovere con buone leggi e buoni e civili comportamenti in tema di sicurezza e immigrazione.
    Gad invece è la Rispettabilità fatta persona, e glielo abbiamo riconosciuto, anche qui non senza ironia. Si può perfino permettere, questo vecchio e amabile estremista, di farci la lezione sul pericolo del "passaggio dalle parole ai fatti", un pericolo che tipacci come noi denunciano dai tempi dei linciaggi antifascisti militanti e del terrorismo dei compagni che sbagliano, nei "formidabili" anni Settanta.
    Abbiamo fatto un'inchiesta che registrava sia l'Impresentabilità dell'uno sia la Rispettabilità dell'altro. Ci è parso però di capire che, nel caso di un potente milanese dell'establishment, darsi del bastardo e proporsi come perseguitato nel momento in cui vuole tappare la bocca a un tribuno spericolato e vociante dei desperados dell'hinterland, che hanno il vizio piccolo borghese della paura dei ladri e altri vizi compatibili con il funzionamento di una democrazia, sia un gioco di vanità a forte rischio di ineleganza. Caro Gad, ho sempre detto che sei un adorabile furbastro, e adesso che ti ribelli a un'inchiesta e fai mandar lettere dall'avvocato, mi vien voglia anche di prenderti per il collo, come voleva fare il caro Leo, lo sventurato, e darti di nasone. Tanto so che non mi querelerai. Sono un tuo pari.
    Con osservanza e distinti saluti, anche all'avvocato Dawan al quale rispondiamo nel Foglio di carta.
    Giuliano Ferrara

    Scrive Gad Lerner sul suo blog Gad Lerner | Il blog del Bastardo
    "Tracciando di me un ritratto detestabile, che il suo direttore sa essere ingiusto e non veritiero, oggi “Il Foglio” eleva a fascinoso portavoce del popolo niente meno che il leghista rinviato a giudizio per razzismo. Di lui si narra una compiacente storia familiare, ma soprattutto si enfatizza (con uso smodato della parola “gente”) la quotidiana frequentazione degli umili e dei semplici. Le persone autentiche, cioe’, colpevolmente disdegnate dal mio mondo borghese, lontano com’e’ ormai dal sentire del popolo.
Al “Foglio piacciono la caricatura, i ritratti deformati per confermare il luogo comune della sinistra snob. Poco importa che sia diffamatorio nei confronti del popolo (milanese e italiano) attribuirgli tal quali gli umori belluini trasmessi quotidianamente per radio dal buon razzista. E ancor meno importa che gia’ troppe volte, incitati dalle parole violente, degli energumeni siano passati alle vie di fatto. Anch’io ho tra i miei libri preferiti “Il viaggio al termine della notte” di Céline, ma non per questo mi adeguo alla bugia -questa si’ da intellettuali sopraccio’- che il popolo sia tutto viscere e malumore, da assecondare o contenere con pelosa simpatia. Non mi lascio incantare da chi ostenta una frequentazione del popolo piu’ assidua della mia. E resto convinto della necessita’ che il linguaggio dell’odio razziale sia proibito ai mezzi di comunicazione di massa. Come prevede la legge.
Qui di seguito vi propongo l’articolo di Marianna Rizzini uscito sul Foglio".

    La risposta di Marianna Rizzini:
    “Detestabile” non mi è mai apparso Gad Lerner, ci mancherebbe. Né, tantomeno, mi è apparso “fascinoso” il conduttore radiofonico leghista. Opinabile mi appare altresì la pur rispettabile abitudine di sentirsi sempre e a tutto campo nel giusto quando – come in questo caso – tale abitudine spinge a desiderare che un tribunale sancisca l’esistenza di un “linguaggio proibito” (specie se questo linguaggio, pur detestabile, è usato da molte e molte “persone”, per non abusare oltre della parola “gente). Quanto all’abuso della parola “gente” in sé – che tanto dispiace a Gad – ebbene sì: ho abusato del termine, ammetto, e l’ho fatto di proposito, sotto effetto di un editoriale di Eugenio Scalfari in cui Scalfari si chiedeva, a mio avviso usando il termine “gente” con (detestabile?) distacco, chi fosse mai “la gente con la quale parla il leader della Lega”. Pur intrisa della mia detestabile rispettabilità, penso che un microfono, per quanto impresentabile sia l’opinione di chi parla, debba sempre restare aperto, specie se non ha il pubblico, il credito e il seguito del rispettabile e non detestabile Gad Lerner.

    Caro Gad, mi vien voglia di prenderti per il collo - [ Il Foglio.it › Solo qui ]
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

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    Predefinito Riferimento: Ferrara, Lerner e Siegel

    Lerner, Lotta Continua e le BR.

    INSEPARABILI DIVISI. Sofri accusa "L' Espresso" diretto dall' e x compagno Rinaldi per un' intervista sul delitto Rossa. Deaglio minimizza, Lerner fa autocritica

    Lotta Continua e le "piccole infamie" degli ex

    ----------------------------------------------------------------- INSEPARABILI DIVISI
    Sofri accusa "L' Espresso" diretto dall' ex compagno Rinaldi per un' intervista sul delitto Rossa. Deaglio minimizza, Lerner fa autocritica Lotta Continua e le "piccole infamie" degli ex Lotta Continua e Brigate rosse: dopo il caso Calabresi, e' quasi un riflesso condizionato frugare nelle raccolte del quotidiano dell' ultrasinistra per cogliervi i nessi (veri o presunti) fra i gruppi e il partito armato. Cosi' , su Il Foglio di ieri Adriano Sofri ha definito "una piccola infamia" l' intervista (L' Espresso, 4 febbraio) di Enrico Arosio a Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, l' operaio dell' Italsider trucidato nel 1979 dalle Br, che lo accusavano di delazione. Nel formulare una domanda, Arosio cita un corsivo anonimo di Lotta Continua apparso all' indomani del delitto ("Il fare la spia oggi e' divenuto linea coerente di un Pci che s' e' fatto Stato, e insieme ad esso di un gran numero di militanti...") e chiosa: "Anche gli intellettuali, i cattivi maestri hanno qualche responsabilita' non trova?... Alcuni di quegli intellettuali hanno fatto carriera". Questa la "piccola infamia". Per Sofri il corsivo si limitava a descrivere "il modo di pensare clandestino" e concludeva in modo "molto diverso dall' uso dell' Espresso", accusato in sostanza di manipolazione malgrado sia diretto da un altro ex di Lotta Continua, Claudio Rinaldi. Sofri cita le posizioni del gruppo contro il terrorismo e conclude a proposito di intellettuali e carriere: "Chi sono? Lerner? Deaglio?". Quest' ultimo, allora direttore di Lc, condivide la replica di Sofri ma non da' troppo peso alla vicenda: "Cio' che ha scritto L' Espresso e' molto specioso, ma ne hanno dette tante che non mi tocca piu' niente. Ricordo solo che, dopo un minimo di stordimento anteriore al ' 77, le nostre posizioni furono talmente chiare che nel ' 79 io stesso, Scialoja e Rivolta fummo condannati a morte ("sporchi pennivendoli vi uccideremo"). Eravamo contestati da lettori simpatizzanti del partito armato, per esempio dopo la condanna del delitto Moro". Gad Lerner liquida con una battuta il "ritornello" sulle carriere degli ex di Lc ("caso mai, ne abbiamo avuto dei danni") e aggiunge: "Avevamo iniziato da tempo la battaglia contro il terrorismo; il "la" fu dato dal dialogo avviato nel ' 78 da Marcenaro e da me con Andrea Casalegno. La battaglia si combatteva in via dei Magazzini Generali, al Testaccio, dove la redazione era invasa tutti i giorni da militanti, soprattutto di Autonomia, indignati dal fatto che Lc condannava l' azione armata. Ci minacciavano e spesso, per sicurezza, andavamo a casa in gruppo. Si sedevano li' e volevano sapere che cosa usciva l' indomani: per loro il giornale doveva obbedire al movimento del ' 77. Noi eravamo indignati per la morte di Guido Rossa ma ci siamo trovati di fronte a gente che ci contestava, dandoci dei "delatori". Dal confronto usci' un titolo che ricordo come una cosa brutta della mia vita: La logica di ferro delle Br arriva a uccidere un operaio, in quanto spia. Quell' "in quanto spia" fu vergognoso, ci fu imposto e lo sopportammo. Io sopportai per poco, quel clima mi convinse che il giornale non aveva piu' futuro. A parte le sconfitte come questa, sono pero' convinto che nell' insieme abbiamo fermato molta gente in procinto di passare al partito armato, deligittimandolo". Gad Lerner ne va orgoglioso, ne' lo tocca piu' di tanto che "L' Espresso manipoli le citazioni". Cesare Medail

    Medail Cesare


    Pagina 35
    (6 febbraio 1999) - Corriere della Sera

    Lotta Continua e le "piccole infamie" degli ex
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    Predefinito Riferimento: Ferrara, Lerner e Siegel

    sabato 25 aprile 2009, 081
    Lerner, "l’infedele" che tradisce solo chi non ha il potere
    di Stefano Filippi

    «Un infedele anche un po’ bastardo», titolò Repubblica il panegirico all’ultima fatica letteraria di Gad Lerner. Ma «un po’ bastardo» è un po’ poco. Lerner ci tiene al marchio di fabbrica del «figlio di nessuno». Ci ha fatto un blog su internet. Ci ha scritto il libro (Feltrinelli, 2005) incensato da Repubblica sulla copertina del quale giganteggia il muso linguacciuto del suo cane, J, rigorosamente privo di pedigree: un incrocio, un meticcio si direbbe con terminologia politicamente corretta.
    Il bastardo è la metafora della vita che ci aspetta, il simbolo di com’è bella la vita senza radici, l’esempio di quanto «le troppe identità inautentiche, artefatte, possono essere considerate la sciagura del mondo contemporaneo». È la cifra di Lerner. E allora Gad non si arrabbierà se qualcuno chiama bastardate le sue incursioni televisive.
    Quella dell’altra sera da Santoro - il fotomontaggio di una breve del Giornale sbandierata come titolo di prima pagina - è soltanto l’ultima. «Una manipolazione», ha protestato in diretta Maurizio Belpietro, direttore di Panorama. Anche se la prima manipolazione era stata chiamare Lerner a difendere la memoria di Indro Montanelli: uno che era attivista di Lotta continua oltre che giornalista dell’omonimo quotidiano quando, nel 1977, l’allora direttore del Giornale fu ferito alle gambe dalle Brigate rosse.
    Le «lernerate» non fanno quasi più notizia, tanto gli sono abituali. Chiedere conferma, un nome a caso, a Denis Verdini, ospite dell’«Infedele» alla vigilia del congresso fondatore del Pdl e fatto sedere in un angolo dello studio a sfavore di telecamera. Quando trasmise lo scorso ottobre una puntata su Eluana Englaro, Lerner imbastì un dibattito a senso unico, tutto sbilanciato a favore della battaglia condotta dal padre Beppino, con l’unica voce di Eugenia Roccella a sostenere argomenti dissonanti.
    Accusare senza dare la possibilità di difendersi (come l’altra sera col Giornale) è la sua specialità. La prima puntata dell’attuale ciclo dell’«Infedele» era dedicata alle intercettazioni Telecom: in studio l’ex 007 Giuliano Tavaroli e il giornalista del Corsera Massimo Mucchetti a discutere di un convitato di pietra, Marco Tronchetti Provera, ex presidente della società telefonica, ex editore di Lerner ed ex capo di Tavaroli. Una mossa per prendere le distanze dal vecchio corso di Telecom e ingraziarsi la nuova dirigenza?
    Del resto, quella di essere forte con i deboli e debole con i forti è una sua caratteristica. Mesi prima, Gad aveva ricevuto un dossier sugli affari di Telecom in Brasile e invece che farne oggetto di un’inchiesta delle sue consegnò il malloppo a Tronchetti. E da vicedirettore della Stampa ebbe il privilegio di un’esclusiva escursione in elicottero con l’avvocato Gianni Agnelli, fedelmente ed entusiasticamente raccontata in un reportage sul giornale della famiglia. Ma si sa, i servi dei padroni sono sempre gli altri.
    Se invece decide di discutere di un tema filosoficamente pregnante ed esistenzialmente imprescindibile come «Perché siamo tutti vanitosi?», Lerner convoca uno squadrone di intellettuali che ai tempi di Gramsci si sarebbero chiamati organici mentre ora sono semplicemente degli snob da salotti buoni, e monta un’impalcatura secondo la quale la sinistra ha perso la superiorità culturale, etica e morale per colpa del gossip e della tv spazzatura. Tv berlusconiana, naturalmente. E come vittima sacrificale fa accomodare su una sedia che presto si trasforma in rogo Alfonso Signorini, direttore di Chi, settimanale della Mondadori tra i più venduti in Italia, presentato come «ideologo del pensiero dominante, un cortigiano organico dell’era Berlusconi, lo spin doctor della Casa reale».
    Trappole, tranelli, imboscate studiate a tavolino. Anche quando il «Pippobaudo dell’Ulivo» (autodefinizione dei tempi in cui si diceva ispiratore di Prodi e Parisi) gioca fuoricasa. In un’altra puntata di «Annozero», Daniela Santanché fu insultata da due giovani immigrati senza che alcuno li zittisse. Lerner era tra gli ospiti. «È stato lui ad alzare i toni dello scontro accusandomi di violenza e xenofobia - accusò l’ex parlamentare di An - ha usato la violenza che fa parte della sua storia politica contro di me, che per il mio impegno in difesa delle donne musulmane devo girare con la scorta».

    Lerner, "l’infedele" che tradisce solo chi non ha il potere - Interni - ilGiornale.it del 25-04-2009
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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    Predefinito Riferimento: Ferrara, Lerner e Siegel

    Venerdì 16 Gennaio 2004
    Adriano Sofri e Andrea Marcenaro su Lotta Continua e Guido Rossa

    Caro Andrea Marcenaro, dovresti proprio farmi un favore.
    Ieri Repubblica aveva un’ intervista con Sabina Rossa, figlia di Guido, a venticinque anni dall’uccisione di suo padre.
    L’intervistatore — Marco Francalanci — le fa anche una domanda su me, cui Sabina risponde fra l’altro così: “Guardi, il giorno dopo l’attentato Lotta Continua uscì con un articolo che lo giustificava perché mio padre era una ‘spia’. Ma proprio il suo sacrificio creò una spaccatura nel clima di connivenze che le Br avevano creato in molti ambienti. E così, la stessa Lotta Continua dovette rinunciare a certe posizioni ambigue per fare marcia indietro…”.
    Ho pensato con dolore che queste frasi sembrino accostarmi a un’infamia come il giudizio sulla “spia”.
    Lotta Continua, l’organizzazione cui appartenni, era allora sciolta da due anni e mezzo. Io vivevo altrove. Ero nemico militante e non reticente — al contrario: esplicito fino alla sfida — di ogni “lotta armata”. Lo erano anche i responsabili di allora del giornale, additati a bersaglio da brigatisti varii.
    Non mi illudo affatto di sventare i luoghi comuni e i malintesi, una volta che abbiano preso il volo. Nella stessa vicenda dell’uccisione di Luigi Calabresi, che tanto mi riguarda — maggio 1972 — ho provato mille volte a spiegare che non è vero che il giornale Lotta Continua uscì col titolo “Giustizia è fatta”: centomila volte lo si è ridetto, e lo si ridirà.
    Mi piace molto Sabina Rossa — spero di non dispiacerle dicendolo: l’ho conosciuta grazie a una bella trasmissione dedicata a suo padre, di cui lei raccontava e mostrava i quaderni e raccontava di sé e della propria vita.
    Vorrei che tu, che puoi farlo con cognizione di causa, raccontassi quale fu allora l’atteggiamento del giornale, il suo fare, più o meno volentieri, da palestra alle voci “di movimento”, e le opinioni ferme ed espresse dei suoi responsabili. Grazie.

    Piccola posta di Adriano Sofri

    Caro Adriano Sofri - Racconto queste poche cose a te, che mi chiedi di farlo e già le sai, ma più volentieri alla signora Sabina Rossa, orfana di Guido Rossa a quindici anni, per colpa del terrorismo brigatista, e che nel venticinquesimo anniversario dell’assassinio di suo padre ha detto: “Il giorno dopo l’attentato Lotta continua uscì con un articolo che lo giustificava perché mio padre era una ‘spi”€™. Ma proprio il suo sacrificio creò una spaccatura nel clima di connivenze che le Br avevano creato in molti ambienti. E così la stessa Lotta continua dovette rinunciare a certe posizioni ambigue per fare marcia indietro…”.
    No, non è andata così. E’ vera una cosa, purtroppo. E’ vero che il giorno successivo all’assassinio di Guido Rossa, il 25 gennaio 1979, Lotta continua, che della lotta radicale al terrorismo aveva fatto il motivo stesso della sua vita, uscì con un titolo orrendo: “La logica di ferro delle Br arriva a uccidere un operaio, in quanto spia”.
    E’ vero che quel titolo rappresentò una caduta grave di cui ci vergognammo allora, e ancora.
    Ed è comprensibile, più che comprensibile, che una figlia conservi il ricordo di quel titolo sciagurato e custodisca lì la sua intera memoria. Ma non è la verità. Non era stata ambigua fino ad allora la posizione del giornale Lotta continua, non cambiò linea dopo la morte di Guido Rossa, la tenne ferma.
    Quando nella borgata romana di Acca Larentia vengono uccisi due giovani fascisti con una sventagliata di mitra davanti a un bar, Lotta continua scrive che se conoscesse i nomi degli assassini li denuncerebbe. Siamo noi le prime “spie”.
    A migliaia a Roma sfilano in corteo dietro uno striscione: “Marcenaro boia!”.
    Il movimento venne spaccato in due dal dibattito sulla cosiddetta “delazione”. Era il 1977. Al giornale non erano infrequenti le incursioni di gruppi armati di pistola. Aldo Cazzullo scriverà nel suo libro: “Per contrappasso della storia, Lotta continua si ritrova a lavorare alla sconfitta delle proprie idee, del progetto rivoluzionario, sia pure perseguito con metodi che non le erano mai appartenuti”.
    Il 16 novembre 1977 un commando delle Br ferisce a morte il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno. Sono due giornalisti di Lotta continua a intervistarne il figlio Andrea. I brigatisti non sono più compagni che sbagliano. La notte in cui esce l’intervista, gruppi di operai e di studenti indignati bruciano le copie del giornale davanti alla porta 2 delle Carrozzerie di Mirafiori.
    Adriano Sofri non era al giornale, ci verrà un’unica volta, a cavallo tra il marzo e l’aprile del 1978, in pieno sequestro Moro, per confortarci nella nostra linea anti-Brigate rosse.
    Marco Boato invece veniva spesso, anzi, c’era sempre. Nel settembre del 1977 viene indetto a Bologna il “Convegno sulla repressione”, quando Boato prende la parola spiega che la lotta armata è una follia, lo interrompono, è subissato dai fischi. Poi c’è un corteo. A un tratto Boato vede un ragazzo col giubbotto nero e le mani in tasca staccarsi e andare verso di lui. Sta tirando fuori un coltello o una pistola. Viene visto e scappa.
    Anni dopo, uomini di Prima linea diranno a Boato che quel giorno c’era chi voleva ucciderlo. Sarà Chicco Galmozzi, uno dei capi di Prima linea, a dire dopo la prigione: “Da quando scegliemmo la lotta armata, Sofri e i suoi non cercarono mai contatti con noi, ma fecero molto contro Prima linea, isolandoci grazie alla linea del quotidiano. Lotta continua diede un grande contributo per fermare la lotta armata delegittimandoci quasi dall’interno, con le lettere, con gli articoli, con un’opera capillare per fermare la macchina del terrorismo”.
    Nel 1978 un documento formale dei brigatisti in carcere, prima firma quella di Renato Curcio, condannava a morte Enrico Deaglio e un redattore di Lotta continua in quanto delatori e nemici del Movimento Proletario.
    Non tutto era lineare, non tutto era semplice, non c’erano vergini: “In redazione subivamo la pressione degli autonomi — racconterà Gad Lerner — erano convinti che il giornale appartenesse al movimento del Settantasette e che Lotta continua non potesse dissociarsi. Venivano in redazione, urlavano, protestavano, ne nasceva un continuo braccio di ferro che a volte produceva mostri. Successe anche quel giorno. Mi ricorderò sempre, perché me ne vergogno, il titolo uscito dopo la morte di Guido Rossa. Non era un ammiccamento, bensì il frutto di una rottura, di un trauma”.
    Deaglio non era al giornale, quel giorno, era a Genova ai funerali di Rossa.
    Di quel titolo, e di quella vergogna, portano la responsabilità Gad Lerner e il sottoscritto.
    Andrea Marcenaro

    Rolli: Adriano Sofri e Andrea Marcenaro su Lotta Continua e Guido Rossa
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    Predefinito Riferimento: Ferrara, Lerner e Siegel

    Su «Lotta Continua» scrivevano così

    tratto da: in Pepe. Giornale di provocazione e passione umana, anno II, luglio 2004, p. 2.

    Non è un volantino delle BR. Era il giornale più "in" degli anni ‘70, quello che faceva "opinione". E che continua a farla anche oggi visto che una buona fetta dell'odierna classe intellettuale (Sofri, Lerner, Deaglio, Mughini, Liguori, Carlo Panella, Ravera, Claudio Rinaldi, Erri de Luca, Boato, Manconi...) viene da qui

    "A noi di rovinare i padroni non ci fa tristezza. La loro morte è la nostra vita"
    "I contenuti di lotta di un comunista: la propria umanità è superiore"
    "L'ideologia borghese-umanistica si fonda sull'affermazione che l'uomo è essenziale"


    Un mondo migliore è possibile. Ma chi paga?

    "Sono questi i proletari a cui gli operai delle grandi fabbriche devono saper dire delle parole chiare: lavoro o no, vogliamo mangiare, vogliamo vivere, vogliamo essere pagati."

    "No all'aumento della produzione, no allo straordinario, riduzione di orario a parità di salario per tutti (e soprattutto nelle fabbriche dove gli operai vengono messi a cassa integrazione), mutua pagata al 100% tutto l'anno".

    "Non ci libereremo mai della schiavitù del salario, cioè del lavoro sotto il padrone, finché lotteremo soltanto per aumentare le nostre paghe (...) questo però non vuol dire rinunciare agli aumenti salariali, perché i prezzi aumentano continuamente e se non aumentano le paghe finiremo per lavorare gratis".

    Vogliamo tutto e subito

    "Vogliamo un aumento salariale per tutti e che sia grosso".

    "Vogliamo la riduzione dei prezzi di tutti i generi di prima necessità: cibi, affitti e vestiari".

    "Vogliamo scuola, trasporti e assistenza gratuiti".

    Più benessere per tutti? Facile: basta lottare uniti!

    "Dove hanno avuto la forza e l'organizzazione per farlo, [gli operai] le case se le sono prese".

    "Noi non andremo in Parlamento a chiedere il ribasso generale dei prezzi, ma lavoreremo per organizzare la lotta nelle fabbriche, nei quartieri e nelle piazze. E nemmeno ci preoccupiamo di spiegare ai padroni come salvare capra e cavoli: come concedere il ribasso dei prezzi senza andare in malora, come fanno invece i sindacati quando chiedono le loro riforme".

    "A noi di rovinare i padroni non ci fa tristezza. La loro morte è la nostra vita".

    "La nostra vita è piena di cose che non abbiamo, che dobbiamo pagare a caro prezzo, ma che possiamo prenderci con facilità se siamo tutti uniti e lottiamo tutti assieme".

    Brani estratti da "Verso la lotta generale: lottiamo per vivere".
    Da «Lotta Continua», 2 febbraio 1972.

    Lottare contro chi? Occorre un nemico: inventiamolo

    Titolo: "Nel Sud, dal ‘43 al ‘72, l'occupazione armata è continuata. Gli occupanti sono i padroni: il loro nemico sono i proletari. Una massa coraggiosa e dura che per vincere la sua guerra deve diventare esercito".
    Da «Lotta Continua», 25 aprile 1972.

    Quando fu rapito il magistrato Sossi e arrivò il comunicato di rivendicazione delle Brigate Rosse, nel maggio 1974, su «Lotta Continua» commentavano così: "Si tratta di un personaggio scelto su misura per accreditare la tesi di un sequestro programmato e compiuto dalla sinistra".

    "Che cosa vuol dire oggi antifascismo militante? Secondo me deve essere chiaro a tutti i compagni che l'MSI è ormai avviato alla clandestinità: quindi attua un livello di scontro che non è politico, ma solamente militare. (...) Credo che l'unica maniera per fermarli sia quella di colpirli in maniera costante, capillare, precisa".
    Lettera di "Fabrizietto", lettore di «Lotta Continua», 14 gennaio 1978.

    "L'appello contro il terrorismo della Regione Piemonte (...) si inserisce in una vasta e ben orchestrata campagna di stampa (...) il cui vero obiettivo non è il terrorismo rosso, ma la normalizzazione della lotta di classe entro confini legalitari e pacifisti".
    Da una dichiarazione di "alcuni compagni di Mirafiori" su «Lotta Continua», 11 marzo 1978.

    Titolo: "Rapito Moro: è il gioco più pesante e sporco che sia mai stato provato sulla testa dei proletari italiani".
    Da «Lotta Continua», 17 marzo 1978, titolo di prima pagina a caratteri cubitali.

    In passato, le cose le risolvevamo così

    Titolo sul biennio rosso: "1919: dai moti per il carovita, all'occupazione delle terre, alle elezioni - la vittoria in parlamento e la sconfitta nelle piazze, dopo la più forte ondata rivoluzionaria del 1920 - E' sempre e solo la forza delle armi che decide".

    Commento sul suffragio universale del 1919: "Le elezioni sono servite a dividere e indebolire ulteriormente il fronte proletario".

    Commento sulla guerra civile italiana: "C'è una cosa che i borghesi non riusciranno mai a cancellare dall'esperienza storica negli anni ‘44- '45: l'uso della violenza. La resistenza dimostrò che un carabiniere poteva essere disarmato puntandogli un dito alla schiena, dimostrò che i padroni che non volevano concedere gli aumenti salariali potevano esserci costretti con i mitra puntati".

    Siamo troppo umani per permettervi di vivere

    Risposta degli operai all'invito della direzione Fiat a osservare il lutto per Sallustro (dirigente Fiat Concord, Argentina): "Non avete capito che vi vogliamo tutti morti?" e «Lotta Continua» commenta, il 14 aprile 1972: "Non c'è umanità comune, neanche di fronte alla morte. Al contrario ci sono due classi che si fronteggiano e che dai loro morti sono divise sempre più (...) Gli assassini di Pinelli non possono protestare quando gli sfruttati ammazzano uno di loro".

    Attentato a George Wallace (candidato democratico alle primarie USA): "Gorge Corley Wallace, bianco, 53 anni, fascista, criminale, assassino, candidato democratico alle elezioni primarie (...) forse sopravviverà. Peccato. «Noi che abbiamo mantenuto una dimensione umana» - dicono i neri dei ghetti dell'America razzista e criminale - «quando muore un porco non ci commuoviamo, perché un porco resta un porco»".
    Da «Lotta Continua», 15 maggio 1972.

    "Non manca chi commenta la figura di Calabresi come: «Il mio migliore funzionario. Intelligentissimo e buono». Chi esprime queste discutibili valutazioni è il questore di Milano".

    "Ieri il razzista Wallace, oggi l'omicida Calabresi. La violenza si rivolge contro i nemici del proletariato, contro gli uomini che della violenza hanno fatto la loro pratica quotidiana di vita al servizio del potere".

    "La massa dei proletari che in anni di lotta è sempre più «classe» ha reso sempre più omogeneo il proprio modo di lottare e di pensare e soprattutto ha imparato a riconoscere i suoi nemici e le loro armi ben oltre il conflitto immediato fra il singolo sfruttato e il singolo padrone, o il singolo poliziotto, vede nell'omicidio Calabresi la conseguenza giusta di una legge ferrea, violenta, di cui il dominio capitalista è responsabile".
    Da «Lotta Continua», speciale sull'attentato a Calabresi, 18 maggio 1972.

    "Ucciso il responsabile servizi di sicurezza industriali. FLM proclama sciopero.
    Commenti degli operai: «Non ho sentito il bisogno di scioperare»; «Perché devo scioperare quando è stato ucciso un capo dei guardiani?».
    Commenta «Lotta Continua»: "Tutto si può dire tranne che qualcuno si senta in prima linea o che l'emozione sia grande. Intorno allo stabilimento regna la calma più assoluta".
    Da «Lotta Continua», 5 gennaio 1978.

    "E' giusto uccidere i fascisti?" Titolo di un dibattito radiofonico di Radio Popolare, dopo l'uccisione di due ragazzi iscritti all'MSI, riportato su «Lotta Continua» 11 gennaio 1978, dove si commenta: "Tutti coloro che hanno telefonato danno un giudizio di condanna politica dell'attentato, hanno detto però che a livello umano sono del tutto indifferenti o addirittura compiaciuti della morte di due fascisti".
    "...E neppure le spiegazioni tardo-leniniste di chi chiede a chi spara di avere un programma serio possono distogliere da quelli che sono i contenuti di lotta di un comunista: che la propria umanità è superiore, che i mezzi con cui combatte non possono mai temere di essere scambiati con i mezzi del nemico, a meno che non si accetti di essere subalterni alla disumanità quotidiana della borghesia".
    Da «Lotta Continua», 3 gennaio 1978.

    Disumani? Sì, ma distinguiamo

    "I comitati comunisti rivoluzionari condannano l'uccisione di due fascisti, ma con la seguente motivazione: vedere nei fascisti quasi una razza di diversi significa prescindere da un'analisi comunista della forma sociale esistente e subire un tipo di analisi di matrice liberale che tende ad esorcizzare il fascismo come puro fatto patologico. (...) La vera discriminazione sta non tra «violenza sì» e «violenza no», ma fra «violenza intelligente, pertinente e finalizzata» e «violenza cieca» in quanto tale regressiva".
    Da «Lotta Continua», 12 gennaio 1978.

    "La pratica combattente è condizione necessaria ma non sufficiente a definire il lavoro rivoluzionario; al nuovo livello dello scontro ridiventa centrale non dire «come lottare», ma «per che cosa»".
    Intervista a Oreste Scalzone, «Lotta Continua», 20 gennaio 1978.

    In occasione dell'omicidio del magistrato Riccardo Palma, da parte delle Brigate Rosse, il 15 febbraio 1978, «Lotta Continua» si sottrae alla discussione, con la seguente motivazione: "Inutile dilungarsi ulteriormente su episodi contro cui puntualmente abbiamo espresso il nostro giudizio".

    In occasione del rapimento di Aldo Moro, da una cronaca di un dibattito studentesco a Scienze Politiche (la facoltà dove insegnava Moro), Roma: "Interviene un'assistente del PCI ponendo la discriminante «voi non dovete fare la base di massa per le BR: o con noi o con loro». Numerosi interventi rifiutano questa logica: «oggi stare con voi, con la linea che portate, vuol dire stare con lo Stato della disoccupazione e della repressione. Né con voi, né con le BR: stiamo con chi lotta!». Quando uno studente democristiano è intervenuto gridando «sono fiero di essere democristiano» l'assemblea è esplosa (...) Molti gli interventi che non sembrano esprimere i soliti schieramenti, ma una riflessione più profonda. Per alcuni il problema è ancora quello di «chiamare compagni» quelli delle BR, salvo affermare che la loro azione è spesso contrastante con lo sviluppo del movimento di massa. Copertura delle BR e rivendicazione al movimento della pratica della «violenza a tutti i livelli» sono i capisaldi di questa posizione. Altri ne rivelano la contraddizione: «Se la linea brigatista è contrapposta al movimento di massa, in quanto lo espropria dell'iniziativa, allora va criticata e battuta senza incertezze»".

    E ora, la morale finale

    Un lettore, inorridito dall'omicidio Calabresi, accusa «Lotta Continua» di mantenere un atteggiamento disumano e sollecita ad avere pietà per un morto. Il lettore dice, fra le altre cose: "Mi è difficile credere che voi lottiate seriamente per tutto questo, per una società senza violenza, perché chi ama l'uomo e la sua liberazione, ama la vita. E chi ama la vita veramente, non può non sentirsi profondamente amareggiato nel vedersi costretto a usare mezzi violenti, a togliere la vita ad un altro uomo". La redazione, stizzita, risponde: "La lettera è un esempio di quella «nobiltà umana» che è il retaggio della cultura e dell'ideologia borghese-umanistica. (...) In sostanza questa ideologia si fonda sull'affermazione che l'uomo, e la vita dell'uomo, è il valore essenziale, anteponendo questa concezione alla distinzione fra le classi. Ebbene, il limite di fondo di questo umanesimo che lo rende moralistico e strumentale invece che morale, è proprio nel suo riferirsi a un «uomo» che non esiste e che, nel suo segno positivo, come umanità emancipata e capace di realizzarsi, esisterà solo in una società senza classi. In una società, cioè, che superi la preistoria e liberi la storia dell'umanità. Prima di allora (...) l'amore per la vita, il rispetto per la libertà e la dignità individuale, il desiderio di felicità, di sanità, di identificazione con gli altri e con la natura, hanno un senso solo se si riferiscono alla condizione di una classe - il proletariato".
    Da «Lotta Continua», 20 maggio 1972.

    Su «Lotta Continua» scrivevano così
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  6. #6
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    giovedì, 17 maggio 2007
    Lotta Continua:quei bravi ragazzi di 35 anni fa.

    Il presidente ex-comunista Giorgio Napolitano ha oggi inaugurato 2 targhe commemorative per l' omicidio del Commissario di Polizia Luigi Calabresi. Nel discorso ha dimenticato che lo scorso anno concesse la Grazia ad Ovidio Bompressi, condannato a 22 anni per quel delitto, insieme a Giorgio Pietrostefani, latitante, ed ad Adriano Sofri, ora sospeso dalla condanna per motivi di salute. Napolitano forse non ricorda che nelle ultime elezioni per la Presidenza della Repubblica Sofri ebbe 23 voti dal gruppo della Rosa nel Pugno.

    Tutti e tre erano leader di Lotta Continua.

    Oggi, che oltre ad essere il trentacinquesimo anniversario del Delitto Calabresi, è anche il primo anniversario del governo Prodi, voglio ricordare altri "bravi ragazzi" appartenenti in passato a Lotta Continua.

    Marco Boato : più volte Deputato per la Federazione dei Verdi, dopo aver aderito a Democrazia Proletaria ed al Partito Radicale, ha attualmente i seguenti incarichi parlamentari: Segretario di Presidenza. Membro della Giunta per il Regolamento.
    Membro della I Commissione (Affari Costituzionali della Presidenza del Consiglio e Interni).
    Membro della Commissione Speciale per l'esame dei Disegni di Legge di conversione di Decreti Legge.
    Membro del Commitato per la Comunicazione e l'Informazione Esterna.

    Paolo Cento: più volte Deputato, è stato uno dei fondatori dei Verdi ed è attualmente SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALL'ECONOMIA E FINANZE dal 18 maggio 2006 del governo Prodi. In un intervista a Claudio Sabelli Fioretti ha ricordato che iniziò la sua lotta politica tappezzando i gabinetti dell' Istituto San Leone Magno con i fogli di Lotta Continua.

    Enrico Deaglio: laureato in Medicina, dopo un breve periodo presso l' Ospedale Mauriziano Umberto I°, intraprese l' attività di giornalista, diventando direttore del quotidiano Lotta Continua. Passato ad altre testate giornalistiche, è approdato infine a Rai3. Da dieci anni dirige il settimanale Il Diario. Ha realizzato 2 documentari, "Quando c'era Silvio" e "Uccidete la democrazia" ; per quest'ultimo è indagato dalla magistratura per "diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico". Ieri ha presentato a Milano un nuovo documentario sui "presunti" brogli elettorali, dal titolo "L' Imbroglione".

    Erri De Luca: di ottima famiglia borghese, dopo aver rinunciato alla carriera diplomatica, dopo le lotte con il movimento di Sofri, si è dedicato alla letteratura, facendo l' opinionista per Repubblica ed Il Manifesto, diventando in breve un autore "cult" della sinistra radical chic e salottiera. Dopo il G8 ha criticato aspramente l'operato della Polizia.

    Gad Lerner: già vicedirettore di Lotta Continua, ha proseguito la sua attività di giornalista, sia della carta stampata che della televisione, prima su Rai3 e poi su La7, dove attualmente conduce il programma "L' Infedele". E' stato per breve tempo direttore del TG1.

    Luigi Manconi: giornalista e uomo politico, nel 1996 è eletto senatore coi Verdi; iscritto ad amnesty internetional ed alla Lega Antiproibizionista Internazionale, è un convinto assertore dei diritti dei detenuti e degli omosessuali. Passato ai DS, è attualmente Sottosegretario alla Giustizia.

    Marco Rizzo: Dopo esser stato componente della Direzione Provinciale del PCI di torino, è stato prima uno dei fondatori di Rifondazione Comunista e poi del Partito dei Comunisti Italiani. Deputato alla Camera, è attualmente Parlamentare Europeo. È vicepresidente della Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori; della Commissione per gli affari esteri; della Sottocommissione per la sicurezza e la difesa; della Delegazione per le relazioni con i paesi dell'America centrale; della Delegazione per le relazioni con gli Stati del Golfo, compreso lo Yemen.


    lotta continua | Non porgiamo l'altra guancia
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
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  7. #7
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    Predefinito Riferimento: Ferrara, Lerner e Siegel

    Guardare almeno in prima pagina i 3d già aperti e possibilmente continuare su quelli se si tratta il medesimo argomento. Grazie.

    http://forum.politicainrete.net/pada...mr-siegel.html

 

 

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