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Sul New York Times c'è un bell'articolo che spiega come, nonostante le promesse, Apple non riuscirà a mai a riportare in America la produzione di computer, iPhone e affini.
Nel 2013 Tim Cook annunciò che il Mac Pro (un computer Apple molto costoso e dedicato al mercato dei professionisti video e audio) sarebbe stato prodotto in Texas, per la prima volta in decenni un device della mela avrebbe avuto la scritta "Designed in California, Made in Texas", anziché in China.
Il NYT però ci racconta che la produzione del computer ha subito fin dall'inizio enormi ritardi e problemi, non per questioni strutturali o errori di produzione ma perché - più semplicemente - in tutti gli Stati Uniti non esiste un'azienda produttrice di viti in grado di garantire un rifornimento in linea con le esigenze Apple. A quanto pare l'unica impresa disponibile poteva fornire al massimo 28.000 viti al giorno, molte meno di quelle richieste da Apple e, in ogni caso, non conformi al 100% con le specifiche degli ingegneri di Cupertino. Alla fine hanno risolto il problema importando tonnellate di viti da Shenzen.
Per questo motivo Apple ha praticamente abbandonato il Mac Pro (che infatti non viene aggiornato da anni) e i nuovi prodotti sono ancora appaltati a Foxconn, in Cina.
Tutto per qualche semplice vite.
La vicenda conferma che il mito del "ritorno dei lavori perduti", o l'approccio regressivo ai problemi della disoccupazione in occidente sono del tutto fantasiosi. Le catene del valore occidentali non esistono più, sostituite dall'efficienza asiatica. Oggi in Europa e America non esiste nessuna azienda in grado di produrre un iPhone ma, soprattutto, non c'è nessuna filiera che anche solo in teoria potrebbe pensare di produrre un iPhone.
L'unico approccio progressista possibile è spingere per l'automazione totale e riformulare i modelli di welfare verso una tutela che prescinda dal lavoro. Qualsiasi proposta alternativa è una bugia.




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