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    Predefinito "Il premier deve liberarsi di Fini".

    R. Pelliccetti intervista Marco Tarchi

    «Berlusconi? Deve stanare Fini e portarlo alla prova delle urne».
    Marco Tarchi, politologo e docente di Scienze politiche all’università di Firenze, non ha dubbi sui rischi che corre la maggioranza.
    Tarchi conosce bene Fini, da più di 30 anni, quando militavano nell’organizzazione giovanile del Msi e si sfidarono per la guida del movimento.

    1977, assemblea nazionale del Fronte della Gioventù.
    Lei raccolse la maggioranza dei voti mentre Fini solo una manciata, arrivando quinto nella corsa alla segreteria.
    Ma Almirante lo nominò comunque leader dell’organizzazione giovanile.
    «Il partito usciva dalla scissione di Democrazia nazionale a cui aveva aderito quasi tutta la classe dirigente giovanile, salvo alcuni dirigenti dell’opposizione interna rautiana, tra i quali c’ero anch’io.
    Almirante non si fidava abbastanza degli uomini rimasti».

    Quindi Fini era già un delfino designato a 25 anni?
    «Sì, perché si era trovato in una situazione favorevole.
    Già alla vigilia dell’assemblea tutti sapevamo che sarebbe stato nominato lui. Il regolamento congressuale, fatto ad hoc e imposto in modo non troppo ortodosso, prevedeva che Almirante potesse nominare segretario uno dei sette più votati.
    Il gioco era finito prima di giocare».

    I militanti però non accolsero serenamente la decisione di Almirante...
    «No, perché la votazione dimostrò che c’era una maggioranza avversa.
    I militanti non apprezzarono perché l’Assemblea aveva dimostrato che Fini non godeva del consenso della maggior parte dei centri provinciali».

    I primi passi di Fini.
    «Ebbe molte difficoltà nei primi due anni, ma le superò anche con il pesante appoggio di Almirante e la sua politica degli interventi disciplinari. La sostituzione dei segretari dissidenti per normalizzare la situazione divenne la regola».

    Nel ’77, durante il primo Campo Hobbit (festa della destra giovanile) i pochi finiani presenti furono presi a schiaffi proprio per questo.
    «Viespoli ha rivendicato di aver schiaffeggiato Fini. Ma non esagererei. Sono stati episodi marginali».

    Nel suo ultimo libro, «La rivoluzione impossibile», analizza quel periodo. Nel Msi si parlava di svolta moderata con Fini. Ma poi la parte più movimentista divenne protagonista degli anni di piombo.
    «È stato un fenomeno limitato, quasi tutto romano con alcune piccole appendici locali. C’è da dire che però alcuni tentativi di moderazione provocarono la reazione opposta.
    Ma nel suo interno il Fronte della Gioventù non ha avuto grossi problemi. Direi che sia stato soprattutto il clima esterno che metteva a repentaglio la possibilità di fare politica».

    Poco dopo si consumò il suo divorzio con il Msi.
    «Era il gennaio del 1981».

    Il suo giornale (La voce della fogna), amato dai militanti, era poco gradito ai vertici del Msi, spesso nel mirino della satira.
    «C’erano state numerose manifestazioni d’insofferenza per La voce della fogna non tanto perché attaccava i vertici quanto perché criticava un certo atteggiamento mentale predominante nel partito totalmente inadatto ai tempi.
    I motivi di scontro furono tanti.
    Primo fra tutti la proposta di reintrodurre la pena di morte, appoggiata da Fini».

    Ma se non l’avessero messo alla porta avrebbe continuato l’ attività politica?
    «Il divorzio si sarebbe consumato comunque.
    Quando mi dimisi da vicesegretario scrissi una lettera molto polemica a Fini in cui dicevo che non esisteva spazio alcuno per il dissenso interno.
    E portavo come esempio la destituzione di due dirigenti napoletani, che con i loro voti avrebbero fatto vincere la componente rautiana nelle elezioni per la segreteria della Campania.
    Per evitare una sconfitta, Fini li cacciò dall’oggi al domani.
    Per me fu la goccia che fece traboccare il vaso».

    Intolleranza per il dissenso, è proprio quello ora che Fini denuncia all’interno del Pdl...
    «Di questo ne ho scritto anche in sede scientifica.
    Nel libro Dal Msi ad An, ho scritto che il Msi era, e An dopo ancor di più, un partito a centralismo plebiscitario.
    La gestione era affidata a un leader considerato una sorta di sovrano assoluto.
    Fini ha esercitato questi poteri in modo assolutamente drastico, avendo in grande astio qualsiasi forma di dissenso»

    Nel 1987 ci fu la festa del partito a Mirabello, con Almirante che designò Fini suo erede. La genesi?
    «Dell’87 ricordo ciò che scrissero i giornali, come Panorama, che definì Fini “il miracolato dell’Assunta”.
    Cioè Assunta Almirante che aveva convinto il marito a designare Fini suo erede. Non so se corrispondesse al vero ma questa è l’interpretazione che se ne dava.
    Di sicuro Fini era designato da altri.
    Lui non doveva fare nulla, erano altri a fare per lui».

    E adesso?
    «Adesso deve star da solo e trovare la linea adeguata. Comunque non è da oggi (come politologo lo dico da anni), che la sua posizione è quella di chi non pensa di ottenere la legittimazione di leader dall’interno della forza politica a cui fa riferimento.
    Da tempo si presenta come ragionevole a ogni costo, moderato, politicamente corretto perché spera in una fase confusa o difficoltosa di un post Berlusconi per essere legittimato dagli altri, dagli avversari e così costruire qualcosa di più solido».

    Oggi, 23 anni dopo, un’altra Mirabello, tanto attesa per scoprire quale strada sceglierà Fini. La sua nemesi?
    «A Mirabello ci sarà una prova di forza.
    Lancerà il sasso ma ritirerà la mano.
    Non credo che farà uno nuovo partito, lui cerca di lavorare ai fianchi, di erodere, ma ha tutta la convenienza di restare nel Pdl».

    Durante la sua segreteria, Fini è riuscito a fagocitare gli avversari oppure a epurarli.
    Sistema Fini oppure sistema Msi?
    «Nel 1995 ho definito l’atteggiamento mentale dominante tra i quadri e i militanti il “complesso di Mosè”, cioè affidare al capo, quasi fosse un profeta, ogni responsabilità per la vita stessa della comunità dei militanti e dei sostenitori.
    Ora, se si pensa che Fini, più per le circostanze che per capacità sua, è riuscito a traghettare fuori dal periodo di cattività quel mondo politico e umano, si può capire perché l’intolleranza aperta verso il dissenso abbia trovato in lui un interprete ancor più rigoroso».

    La nuova compagna, la famiglia Tulliani e i suoi affari, Montecarlo, lo strappo nel Pdl... È un altro Fini?
    «A parte le note vicende che lo hanno coinvolto quando la prima moglie abbandonò il marito, dirigente del Fronte della Gioventù, per lui, mi è parso tenere un profilo sempre molto basso sulle sue vicende personali. Anche su questo ha cercato di essere l’opposto di Berlusconi.
    Ma io, da ricercatore, mi baso unicamente sui fatti e sui documenti, quindi non ho elementi per dire se c’è stato qualche cambiamento.
    Di certo ora dà un immagine di divisione più che di unione, come è avvenuto quando nacque An.
    Ora appare come il leader di una corrente, cosa che in passato ha sempre aborrito».

    Molti invocano le sue dimissioni, per la questione Montecarlo e per l’incompatibilità tra leader politico e carica istituzionale.
    «Ho una posizione diversa.
    Nell’analisi della politica seguo un approccio realista.
    Vorrei scrostare da molta ipocrisia le figure istituzionali: hanno tutte una storia politica alle spalle.
    Non si cambia drasticamente perché si passa su uno scranno significativo. Certo, la sovraesposizione e lo scontro interno non rendono Fini credibile come arbitro agli occhi della maggioranza che lo ha eletto».

    Pugnalate e diplomazia: il Pdl è ad un’impasse.
    La maggioranza finirà la legislatura?
    «A Fini e ai suoi conviene che il governo si logori giorno dopo giorno, non che cada.
    Se Berlusconi giungesse spossato a fine legislatura, i finiani potrebbero rivendicare buone ragioni per sancire alleanze diverse.
    Insomma, hanno un interesse evidente a giocare contro il Pdl, ma se accelerassero troppo rischierebbero di doversi sottoporre prima del tempo alla prova delle urne, senza essere preparati.
    E il loro prevedibile scarso peso non li renderebbe appetibili per i patrocinatori di terzi poli».

    E al Pdl quali carte rimangono?
    «Per quanto sia un azzardo, a mio parere Berlusconi avrebbe un vantaggio a stanare Fini portandolo alla prova delle urne. Il logorio serve a Fini, non a Berlusconi»

    alla pg. 4 de ilgiornale.it del 01 09 2010

    saluti

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    Predefinito Rif: "Il premier deve liberarsi di Fini".

    Commentate il nuovo articolo!

    "Ecco perchè Fini fallirà!"
    VOCE LIBERA Umberto Villa

  3. #3
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    Predefinito Rif: "Il premier deve liberarsi di Fini".

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    R. Pelliccetti intervista Marco Tarchi

    «Berlusconi? Deve stanare Fini e portarlo alla prova delle urne».
    Marco Tarchi, politologo e docente di Scienze politiche all’università di Firenze, non ha dubbi sui rischi che corre la maggioranza.
    Tarchi conosce bene Fini, da più di 30 anni, quando militavano nell’organizzazione giovanile del Msi e si sfidarono per la guida del movimento.

    1977, assemblea nazionale del Fronte della Gioventù.
    Lei raccolse la maggioranza dei voti mentre Fini solo una manciata, arrivando quinto nella corsa alla segreteria.
    Ma Almirante lo nominò comunque leader dell’organizzazione giovanile.
    «Il partito usciva dalla scissione di Democrazia nazionale a cui aveva aderito quasi tutta la classe dirigente giovanile, salvo alcuni dirigenti dell’opposizione interna rautiana, tra i quali c’ero anch’io.
    Almirante non si fidava abbastanza degli uomini rimasti».

    Quindi Fini era già un delfino designato a 25 anni?
    «Sì, perché si era trovato in una situazione favorevole.
    Già alla vigilia dell’assemblea tutti sapevamo che sarebbe stato nominato lui. Il regolamento congressuale, fatto ad hoc e imposto in modo non troppo ortodosso, prevedeva che Almirante potesse nominare segretario uno dei sette più votati.
    Il gioco era finito prima di giocare».

    I militanti però non accolsero serenamente la decisione di Almirante...
    «No, perché la votazione dimostrò che c’era una maggioranza avversa.
    I militanti non apprezzarono perché l’Assemblea aveva dimostrato che Fini non godeva del consenso della maggior parte dei centri provinciali».

    I primi passi di Fini.
    «Ebbe molte difficoltà nei primi due anni, ma le superò anche con il pesante appoggio di Almirante e la sua politica degli interventi disciplinari. La sostituzione dei segretari dissidenti per normalizzare la situazione divenne la regola».

    Nel ’77, durante il primo Campo Hobbit (festa della destra giovanile) i pochi finiani presenti furono presi a schiaffi proprio per questo.
    «Viespoli ha rivendicato di aver schiaffeggiato Fini. Ma non esagererei. Sono stati episodi marginali».

    Nel suo ultimo libro, «La rivoluzione impossibile», analizza quel periodo. Nel Msi si parlava di svolta moderata con Fini. Ma poi la parte più movimentista divenne protagonista degli anni di piombo.
    «È stato un fenomeno limitato, quasi tutto romano con alcune piccole appendici locali. C’è da dire che però alcuni tentativi di moderazione provocarono la reazione opposta.
    Ma nel suo interno il Fronte della Gioventù non ha avuto grossi problemi. Direi che sia stato soprattutto il clima esterno che metteva a repentaglio la possibilità di fare politica».

    Poco dopo si consumò il suo divorzio con il Msi.
    «Era il gennaio del 1981».

    Il suo giornale (La voce della fogna), amato dai militanti, era poco gradito ai vertici del Msi, spesso nel mirino della satira.
    «C’erano state numerose manifestazioni d’insofferenza per La voce della fogna non tanto perché attaccava i vertici quanto perché criticava un certo atteggiamento mentale predominante nel partito totalmente inadatto ai tempi.
    I motivi di scontro furono tanti.
    Primo fra tutti la proposta di reintrodurre la pena di morte, appoggiata da Fini».

    Ma se non l’avessero messo alla porta avrebbe continuato l’ attività politica?
    «Il divorzio si sarebbe consumato comunque.
    Quando mi dimisi da vicesegretario scrissi una lettera molto polemica a Fini in cui dicevo che non esisteva spazio alcuno per il dissenso interno.
    E portavo come esempio la destituzione di due dirigenti napoletani, che con i loro voti avrebbero fatto vincere la componente rautiana nelle elezioni per la segreteria della Campania.
    Per evitare una sconfitta, Fini li cacciò dall’oggi al domani.
    Per me fu la goccia che fece traboccare il vaso».

    Intolleranza per il dissenso, è proprio quello ora che Fini denuncia all’interno del Pdl...
    «Di questo ne ho scritto anche in sede scientifica.
    Nel libro Dal Msi ad An, ho scritto che il Msi era, e An dopo ancor di più, un partito a centralismo plebiscitario.
    La gestione era affidata a un leader considerato una sorta di sovrano assoluto.
    Fini ha esercitato questi poteri in modo assolutamente drastico, avendo in grande astio qualsiasi forma di dissenso»

    Nel 1987 ci fu la festa del partito a Mirabello, con Almirante che designò Fini suo erede. La genesi?
    «Dell’87 ricordo ciò che scrissero i giornali, come Panorama, che definì Fini “il miracolato dell’Assunta”.
    Cioè Assunta Almirante che aveva convinto il marito a designare Fini suo erede. Non so se corrispondesse al vero ma questa è l’interpretazione che se ne dava.
    Di sicuro Fini era designato da altri.
    Lui non doveva fare nulla, erano altri a fare per lui».

    E adesso?
    «Adesso deve star da solo e trovare la linea adeguata. Comunque non è da oggi (come politologo lo dico da anni), che la sua posizione è quella di chi non pensa di ottenere la legittimazione di leader dall’interno della forza politica a cui fa riferimento.
    Da tempo si presenta come ragionevole a ogni costo, moderato, politicamente corretto perché spera in una fase confusa o difficoltosa di un post Berlusconi per essere legittimato dagli altri, dagli avversari e così costruire qualcosa di più solido».

    Oggi, 23 anni dopo, un’altra Mirabello, tanto attesa per scoprire quale strada sceglierà Fini. La sua nemesi?
    «A Mirabello ci sarà una prova di forza.
    Lancerà il sasso ma ritirerà la mano.
    Non credo che farà uno nuovo partito, lui cerca di lavorare ai fianchi, di erodere, ma ha tutta la convenienza di restare nel Pdl».

    Durante la sua segreteria, Fini è riuscito a fagocitare gli avversari oppure a epurarli.
    Sistema Fini oppure sistema Msi?
    «Nel 1995 ho definito l’atteggiamento mentale dominante tra i quadri e i militanti il “complesso di Mosè”, cioè affidare al capo, quasi fosse un profeta, ogni responsabilità per la vita stessa della comunità dei militanti e dei sostenitori.
    Ora, se si pensa che Fini, più per le circostanze che per capacità sua, è riuscito a traghettare fuori dal periodo di cattività quel mondo politico e umano, si può capire perché l’intolleranza aperta verso il dissenso abbia trovato in lui un interprete ancor più rigoroso».

    La nuova compagna, la famiglia Tulliani e i suoi affari, Montecarlo, lo strappo nel Pdl... È un altro Fini?
    «A parte le note vicende che lo hanno coinvolto quando la prima moglie abbandonò il marito, dirigente del Fronte della Gioventù, per lui, mi è parso tenere un profilo sempre molto basso sulle sue vicende personali. Anche su questo ha cercato di essere l’opposto di Berlusconi.
    Ma io, da ricercatore, mi baso unicamente sui fatti e sui documenti, quindi non ho elementi per dire se c’è stato qualche cambiamento.
    Di certo ora dà un immagine di divisione più che di unione, come è avvenuto quando nacque An.
    Ora appare come il leader di una corrente, cosa che in passato ha sempre aborrito».

    Molti invocano le sue dimissioni, per la questione Montecarlo e per l’incompatibilità tra leader politico e carica istituzionale.
    «Ho una posizione diversa.
    Nell’analisi della politica seguo un approccio realista.
    Vorrei scrostare da molta ipocrisia le figure istituzionali: hanno tutte una storia politica alle spalle.
    Non si cambia drasticamente perché si passa su uno scranno significativo. Certo, la sovraesposizione e lo scontro interno non rendono Fini credibile come arbitro agli occhi della maggioranza che lo ha eletto».

    Pugnalate e diplomazia: il Pdl è ad un’impasse.
    La maggioranza finirà la legislatura?
    «A Fini e ai suoi conviene che il governo si logori giorno dopo giorno, non che cada.
    Se Berlusconi giungesse spossato a fine legislatura, i finiani potrebbero rivendicare buone ragioni per sancire alleanze diverse.
    Insomma, hanno un interesse evidente a giocare contro il Pdl, ma se accelerassero troppo rischierebbero di doversi sottoporre prima del tempo alla prova delle urne, senza essere preparati.
    E il loro prevedibile scarso peso non li renderebbe appetibili per i patrocinatori di terzi poli».

    E al Pdl quali carte rimangono?
    «Per quanto sia un azzardo, a mio parere Berlusconi avrebbe un vantaggio a stanare Fini portandolo alla prova delle urne. Il logorio serve a Fini, non a Berlusconi»

    alla pg. 4 de ilgiornale.it del 01 09 2010

    saluti
    ----------

    Promemoria per Gianfranco: rispondi a queste domande.

    Ora che la sperduta ma ridente Mirabello pare investita di una missione salvifica per le sorti italiane (a tanto siamo ridotti), come minimo laggiù domenica Fini dovrà fare il discorso del secolo, il suo discorso della montagna agli apostoli del finismo, anche se disgraziatamente a Mirabello di montagne non ce n’è ma solo pianura nel raggio di 50 chilometri, però pazienza, contano le parole non l’orografia. Chiarirà tutto, siamo certi, ha solo aspettato il proscenio adatto per cotanto dispiegamento di verità dopo il fango meschino che lo ha investito. Mirabello, Mirabello, Mirabello, ma che bello il ritornello. Il silenzio agostano sarà stato solo un’abile introduzione per l’epifania settembrina del Giusto. Che dirà Fini a Mirabello? È l’enigma di questa fine estate italiana, insieme al mistero delle mozzarelle rosa e blu e all’anello di fidanzamento della Canalis. A dire il vero, di cose da dire Fini ne ha parecchie. Potrebbe parlare per due o tre ore senza interruzione. Un lungo racconto, da Fiuggi a Mirabello, svolte, frenate, inversioni di marcia e marce su Roma e poi su Montecarlo (sì ma, dilemma shakespeariano, con o senza cucina appresso?), tutto lo scibile finiano non ha che da svelarsi al trepidante pubblico, incarognito col Cav peggio che i dipietristi. Sui siti amici si prepara la trasferta, pullman, colazioni al sacco, alberghi convenzionati, tutti pronti alle 8 alla stazione del bus per andare a Mirabello e scoprire quanto è bello fare futuro (e libertà). Ma la Tulliani ci sarà? Con o senza il fratello ferrarista che lava l’auto al self? Altro mistero che aggiunge suspence all’attesa del discorso della pianura.
    Da dove potrebbe partire il leader? Potrebbe abbordarla filosoficamente, se vuole, spiegando come gli è capitato, a lui che viene dal partito più legato alla Tradizione, di infatuarsi a tal punto del Futuro (che compare nel nome del gruppo, in quella della sua fondazione, nel titolo del suo osannato libro). Per scendere più a terra, gli basterà spiegare com’è stato possibile accorgersi, e così in ritardo, che tutto il pantheon della destra italiana era merce per robivecchi, e che al posto dell’identità italiana va messo il bene ultimo della cittadinanza extracomunitaria, al posto del sacro vincolo uomo-donna il più progressista patto civile tra omosessuali, al posto dello Stato etico il liberismo bioetico, al posto del contro-Sessantotto di Berretti verdi (che lo convinse a diventare un giovane post-fascista) il ’68 come «stagione di libertà e modernizzazione», al posto del revisionismo anti-comunista la più banale ma più comoda condanna del fascismo come male assoluto. Insomma come abbia fatto lui, laico-progressista-liberista, a ritrovarsi per una quarantina d’anni in mezzo a tradizionalisti-conservatori-statalisti come quelli del Msi prima e poi di An, e farsi anche eleggere loro capo, arrivando ad allori inimmaginabili per le fogne in cui erano abituati, Palazzo Chigi, la Farnesina, la sedia più alta a Montecitorio. Come ha fatto, lui che fu indicato e promosso da Almirante, a non accorgersi decenni prima che il leader Msi era capace di proferire «frasi razziste vergognose», come ebbe a rivelare Fini solo due anni fa.
    Poi, scorrendo in avanti negli anni, potrebbe toccare il tasto ora più sensibile, Silvio Berlusconi, il nome che tra tanti (anche improbabili) non viene mai citato nel suo lungimirante saggio sul futuro della libertà, malgrado Berlusconi fosse pur sempre il numero uno del partito di cui, mentre scriveva quelle pagine, Fini era ancora il numero due.
    Arrivato a metà discorso, in una Mirabello ormai Comune deberlusconizzato, Fini racconterà, ne siamo certi, il travaglio interiore che in breve tempo, solo una quindicina d’anni, lo ha portato ad abbracciare Berlusconi e poi ad accorgersi che era un despota, malgrado Berlusconi sia lo stesso di sempre. Già che c’è, a quel punto, potrebbe spiegare che ci faccia suo cognato nella casa lasciata in eredità ad An e poi venduta al ribasso non si sa bene neppure a chi. Siccome sarà il discorso della svolta, Fini dipanerà le nebbie che avvolgono ancora lui e la nuova famiglia, i loro contratti in Rai, le insistenze per dare al cognatino uno straccio di contratto da 1 milione di euro col servizio pubblico, perché è vero che siamo laici, ma anche cristiani, e la famiglia è sempre un’istituzione da tutelare. Visto che il pubblico finiano sarà infervorato, dopo tanti colpi bassi dei falchi al soldo di Arcore, Fini spazzerà via le illazioni sui «minimi garantiti» chiesti in Rai per il giovane ferrarista di famiglia, la partecipazione di mamma Tulliani in una società di produzione tv appena nata, e tutto il resto, così scrollandosi di dosso il fango cadutogli ingiustamente addosso. L’attesa è grande, per Mirabello, nuovo mantra della democrazia italiana. Se vorrà spiegare il futuro, troverà orecchie futuriste ben tese all’ascolto. A noi basterebbe di meno, che spiegasse un po’ di passato, anche solo recente.

    1
    Fini conosce veramente il proprietario della casa di Boulevard Princesse Charlotte, 14 a Montecarlo?

    2
    Nella nota scritta a sua difesa Fini sostiene che l'appartamento dia stato venduto da An il 15 Ottobre 2008, ma il rogito è datato 11 luglio dello stasso anno.
    Quel 15 ottobre é la data del passaggio dell immobile dalla Printemps alla Timara, cioè da una società off-shore all'altra, di cui Fini dovrebbe non sapere nulla. Come è possibile questo lapsus?

    3
    Da chi ha saputo Giancarlo Tulliani che An aveva a disposizione una casa a Montecarlo, e messa in vendita?
    E in che tewrmini Tulliani propose, nel 2008, l'acquirente che aveva individuato per l'appartamento?
    Fece anche il nome dell'interessato?

    4
    Quando ha appreso esattamente, con sorpresa e disappunto, che Giacarlo Tulliani era affittuario di quel appartamento a Montecarlo?

    5
    Come fa Fini a proclamarsi all'oscuro di tutto se molti testimoni affermano di averlo visto in visita a Montecarlo e anche a Roma a scegliere mobili insieme con la Tulliani?

    6
    Ha mai chiesto quanto paga suo cognato di affitto? E perchè Tulliani non vuole rendere pubblica la cifra?


    sulla pg. 2 de ilgiornale.it del 2 09 2010

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    Promemoria per Gianfranco: rispondi a queste domande.

    Ora che la sperduta ma ridente Mirabello pare investita di una missione salvifica per le sorti italiane (a tanto siamo ridotti), come minimo laggiù domenica Fini dovrà fare il discorso del secolo, il suo discorso della montagna agli apostoli del finismo, anche se disgraziatamente a Mirabello di montagne non ce n’è ma solo pianura nel raggio di 50 chilometri, però pazienza, contano le parole non l’orografia. Chiarirà tutto, siamo certi, ha solo aspettato il proscenio adatto per cotanto dispiegamento di verità dopo il fango meschino che lo ha investito. Mirabello, Mirabello, Mirabello, ma che bello il ritornello. Il silenzio agostano sarà stato solo un’abile introduzione per l’epifania settembrina del Giusto. Che dirà Fini a Mirabello? È l’enigma di questa fine estate italiana, insieme al mistero delle mozzarelle rosa e blu e all’anello di fidanzamento della Canalis. A dire il vero, di cose da dire Fini ne ha parecchie. Potrebbe parlare per due o tre ore senza interruzione. Un lungo racconto, da Fiuggi a Mirabello, svolte, frenate, inversioni di marcia e marce su Roma e poi su Montecarlo (sì ma, dilemma shakespeariano, con o senza cucina appresso?), tutto lo scibile finiano non ha che da svelarsi al trepidante pubblico, incarognito col Cav peggio che i dipietristi. Sui siti amici si prepara la trasferta, pullman, colazioni al sacco, alberghi convenzionati, tutti pronti alle 8 alla stazione del bus per andare a Mirabello e scoprire quanto è bello fare futuro (e libertà). Ma la Tulliani ci sarà? Con o senza il fratello ferrarista che lava l’auto al self? Altro mistero che aggiunge suspence all’attesa del discorso della pianura.
    Da dove potrebbe partire il leader? Potrebbe abbordarla filosoficamente, se vuole, spiegando come gli è capitato, a lui che viene dal partito più legato alla Tradizione, di infatuarsi a tal punto del Futuro (che compare nel nome del gruppo, in quella della sua fondazione, nel titolo del suo osannato libro). Per scendere più a terra, gli basterà spiegare com’è stato possibile accorgersi, e così in ritardo, che tutto il pantheon della destra italiana era merce per robivecchi, e che al posto dell’identità italiana va messo il bene ultimo della cittadinanza extracomunitaria, al posto del sacro vincolo uomo-donna il più progressista patto civile tra omosessuali, al posto dello Stato etico il liberismo bioetico, al posto del contro-Sessantotto di Berretti verdi (che lo convinse a diventare un giovane post-fascista) il ’68 come «stagione di libertà e modernizzazione», al posto del revisionismo anti-comunista la più banale ma più comoda condanna del fascismo come male assoluto. Insomma come abbia fatto lui, laico-progressista-liberista, a ritrovarsi per una quarantina d’anni in mezzo a tradizionalisti-conservatori-statalisti come quelli del Msi prima e poi di An, e farsi anche eleggere loro capo, arrivando ad allori inimmaginabili per le fogne in cui erano abituati, Palazzo Chigi, la Farnesina, la sedia più alta a Montecitorio. Come ha fatto, lui che fu indicato e promosso da Almirante, a non accorgersi decenni prima che il leader Msi era capace di proferire «frasi razziste vergognose», come ebbe a rivelare Fini solo due anni fa.
    Poi, scorrendo in avanti negli anni, potrebbe toccare il tasto ora più sensibile, Silvio Berlusconi, il nome che tra tanti (anche improbabili) non viene mai citato nel suo lungimirante saggio sul futuro della libertà, malgrado Berlusconi fosse pur sempre il numero uno del partito di cui, mentre scriveva quelle pagine, Fini era ancora il numero due.
    Arrivato a metà discorso, in una Mirabello ormai Comune deberlusconizzato, Fini racconterà, ne siamo certi, il travaglio interiore che in breve tempo, solo una quindicina d’anni, lo ha portato ad abbracciare Berlusconi e poi ad accorgersi che era un despota, malgrado Berlusconi sia lo stesso di sempre. Già che c’è, a quel punto, potrebbe spiegare che ci faccia suo cognato nella casa lasciata in eredità ad An e poi venduta al ribasso non si sa bene neppure a chi. Siccome sarà il discorso della svolta, Fini dipanerà le nebbie che avvolgono ancora lui e la nuova famiglia, i loro contratti in Rai, le insistenze per dare al cognatino uno straccio di contratto da 1 milione di euro col servizio pubblico, perché è vero che siamo laici, ma anche cristiani, e la famiglia è sempre un’istituzione da tutelare. Visto che il pubblico finiano sarà infervorato, dopo tanti colpi bassi dei falchi al soldo di Arcore, Fini spazzerà via le illazioni sui «minimi garantiti» chiesti in Rai per il giovane ferrarista di famiglia, la partecipazione di mamma Tulliani in una società di produzione tv appena nata, e tutto il resto, così scrollandosi di dosso il fango cadutogli ingiustamente addosso. L’attesa è grande, per Mirabello, nuovo mantra della democrazia italiana. Se vorrà spiegare il futuro, troverà orecchie futuriste ben tese all’ascolto. A noi basterebbe di meno, che spiegasse un po’ di passato, anche solo recente.

    1
    Fini conosce veramente il proprietario della casa di Boulevard Princesse Charlotte, 14 a Montecarlo?

    2
    Nella nota scritta a sua difesa Fini sostiene che l'appartamento dia stato venduto da An il 15 Ottobre 2008, ma il rogito è datato 11 luglio dello stasso anno.
    Quel 15 ottobre é la data del passaggio dell immobile dalla Printemps alla Timara, cioè da una società off-shore all'altra, di cui Fini dovrebbe non sapere nulla. Come è possibile questo lapsus?

    3
    Da chi ha saputo Giancarlo Tulliani che An aveva a disposizione una casa a Montecarlo, e messa in vendita?
    E in che tewrmini Tulliani propose, nel 2008, l'acquirente che aveva individuato per l'appartamento?
    Fece anche il nome dell'interessato?

    4
    Quando ha appreso esattamente, con sorpresa e disappunto, che Giacarlo Tulliani era affittuario di quel appartamento a Montecarlo?

    5
    Come fa Fini a proclamarsi all'oscuro di tutto se molti testimoni affermano di averlo visto in visita a Montecarlo e anche a Roma a scegliere mobili insieme con la Tulliani?

    6
    Ha mai chiesto quanto paga suo cognato di affitto? E perchè Tulliani non vuole rendere pubblica la cifra?


    sulla pg. 2 de ilgiornale.it del 2 09 2010

    saluti
    Fra le altre cose penso : " Come mai la magistratura non ha indagato? Neppure un'intercettazione telefonica? Siam o tutti spiati tranne......"
    Forse é per quello che fini si sottrasse alla protezione del lodo alfano?
    Sicuro di non essere mai indagato fece il bel gesto?

    Comunque sono sicuro che risulterà puro come acqua di fonte alpina, c erti fatti non costituiscono reato e poi, qualora lo costituissero mica poteva sapere lui.

    Il teorema del " Non poteva non sapere" era valido soltanto per craxi e berlusconi.

    Siamo in un regime oppure in una democrazia?
    Il fatto di avere una costituzione dovrebbe tranquillizzarci ! vi sentite tranquilli?

  5. #5
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    Predefinito Rif: "Il premier deve liberarsi di Fini".

    per liberarsi di Fini la strategia è semplice: Berlusconi si dimette perchè non ha piu' la maggioranza, poi forse Napolitano indice nuove elezioni (ma forse no) e forse Silviio le vince (ma forse no).

    E tiriamole fuori ste pale, Silvietto, diamole ste dimissioni.
    Ultima modifica di brunik; 04-09-10 alle 00:12
    Siamo noi, siamo noi, i Campioni dell'Europa siamo noi

  6. #6
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    Predefinito Rif: "Il premier deve liberarsi di Fini".

    Voglio mettere alla prova il popolo italiano: vediamo se conterà una buffonata di vicenda giornalistica costruita a tavolino oppure un sottosegretario colluso con la camorra, il secondo fondatore condannato per mafia e qualche altro simpatico signore con processi per reati fiscali e di corruzione.

    Vediamo quanto si dimostreranno avveduti questi cittadini italiani: poveri sì, ma almeno votano. Ci si può sempre fidare dei poveri.

    Se poi ogni X mesi si agisse in questo governo e si facesse non dico tanto, ma il minimo sindacale per creare qualche nuovo posto di lavoro invece che parlare dei capelli di Fini, magari il mondo occidentale ci permetterebbe ancora di stare al suo fianco.
    Ma effettivamente chissenefrega degli straccioni, tanto quelli votano sempre anche se li prendi a bastonate.
    Ultima modifica di Cabala Candelaia Circea; 04-09-10 alle 02:32

  7. #7
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    Predefinito Rif: "Il premier deve liberarsi di Fini".

    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    per liberarsi di Fini la strategia è semplice: Berlusconi si dimette perchè non ha piu' la maggioranza, poi forse Napolitano indice nuove elezioni (ma forse no) e forse Silviio le vince (ma forse no).

    E tiriamole fuori ste pale, Silvietto, diamole ste dimissioni.
    EHIIIIIIIIIII CHE FRETTA C'ERA?

    Prim a silvio deve fare i conti e sentire cos'ha in mente il fini poi, con calma, prenderà le decisioni del caso.

    Ma io dico :" Voi postcomunisti che c'entrate"?

    Questi non sono giochi per bambini, lasciate lavorare i grandi.

  8. #8
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    Predefinito Rif: "Il premier deve liberarsi di Fini".

    Citazione Originariamente Scritto da Cabala Candelaia Circea Visualizza Messaggio
    Voglio mettere alla prova il popolo italiano: vediamo se conterà una buffonata di vicenda giornalistica costruita a tavolino oppure un sottosegretario colluso con la camorra, il secondo fondatore condannato per mafia e qualche altro simpatico signore con processi per reati fiscali e di corruzione.

    Vediamo quanto si dimostreranno avveduti questi cittadini italiani: poveri sì, ma almeno votano. Ci si può sempre fidare dei poveri.

    Se poi ogni X mesi si agisse in questo governo e si facesse non dico tanto, ma il minimo sindacale per creare qualche nuovo posto di lavoro invece che parlare dei capelli di Fini, magari il mondo occidentale ci permetterebbe ancora di stare al suo fianco.
    Ma effettivamente chissenefrega degli straccioni, tanto quelli votano sempre anche se li prendi a bastonate.
    Scusa, non capisco perchè i posti di lavoro li debbono creare gli altri.
    Ad esempio tu non ne potresti creare tre o quattro?

  9. #9
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    Predefinito Rif: "Il premier deve liberarsi di Fini".

    Citazione Originariamente Scritto da yure22 Visualizza Messaggio
    Fra le altre cose penso : " Come mai la magistratura non ha indagato? Neppure un'intercettazione telefonica? Siam o tutti spiati tranne......"
    Forse é per quello che fini si sottrasse alla protezione del lodo alfano?
    Sicuro di non essere mai indagato fece il bel gesto?

    Comunque sono sicuro che risulterà puro come acqua di fonte alpina, c erti fatti non costituiscono reato e poi, qualora lo costituissero mica poteva sapere lui.

    Il teorema del " Non poteva non sapere" era valido soltanto per craxi e berlusconi.

    Siamo in un regime oppure in una democrazia?
    Il fatto di avere una costituzione dovrebbe tranquillizzarci ! vi sentite tranquilli?

    Caro yure22,

    leggendo i tuoi interventi mi ritorna una voglia di scrivere favolosa. Mi piace come ragioni e soprattutto ti potrei dire mille cose nuove riguardo questi scenari
    La mia Libertà equivale alla mia Vita

  10. #10
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    Predefinito Rif: "Il premier deve liberarsi di Fini".

    Citazione Originariamente Scritto da Meridionale Visualizza Messaggio
    Caro yure22,

    leggendo i tuoi interventi mi ritorna una voglia di scrivere favolosa. Mi piace come ragioni e soprattutto ti potrei dire mille cose nuove riguardo questi scenari
    Ed io sono d'un curiosooooooooooooooo.

    Comunque mi piace mettere la birba alla berlina;
    Mi piacerebbe anche essere serio ma sarebbe come
    recarsi in discoteca col lutto.

    In un contesto giocoso,fatto a misura di centri sociali, mica si può
    parlare di cose serie.

    Imito il grande fedro, comunque la morale della favola appare sempre evidente.

 

 
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