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Discussione: Notizie dall'Europa

  1. #131
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    Citazione Originariamente Scritto da standing bull Visualizza Messaggio
    faccio solo notare che la democrazia diretta è quella cosa che ha permesso che nel cantone Appenzell Innerhoden non venisse concesso il voto alle donne fino al 1990, quando è intervenuta una decisione del tribunale federale.
    Ma proprio no.

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  2. #132
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    Phantom Capital, l’elusione fiscale delle multinazionali da 15mila miliardi $ continua a crescere e rende ricchi Lussemburgo e Olanda

    Daspo ai commercialisti e carcere per i prestanome. E poi ancora, cashback e “bonus Befana”. Insomma, la parola d’ordine del nuovo governo è lotta all’evasione. Un mantra.

    Esattamente come i porti chiusi lo erano per l’esecutivo gialloverde, quello giallorosso punta tutto sulla guerra senza quartiere ai furbetti della dichiarazione dei redditi e del nero. D’altronde, nel Paese del “200 euro senza fattura, 250 con la fattura”, tutto fa brodo e anche le proverbiali e apparentemente innocue palle di neve, a forza di rotolare in massa, arrivano a valle sotto forma di valanga.

    Quantificabile in 120 miliardi di mancate entrate per il Fisco. Un’enormità. Quattro volte la manovra economica in lavorazione. Quindi, il benaltrismo appare quantomeno fuoriluogo. O sospetto. Ma altrettanto vero è che la grande evasione, quella per così dire “istituzionalizzata”, sta altrove: nei paradisi fiscali. Ma non solo, visto che ormai non servono più mete esotiche come le Cayman e Panama o isolotti pieni di domiciliazioni di comodo come Man o Guernsey, visto che è la differenziazione di regimi impositivi in seno alla stessa UE ad aver generato mostri.

    E ha come players primari le società multinazionali, quegli enormi conglomerati che fanno dell’internazionalizzazione un punto di forza anche – e, spesso, soprattutto – per la diversificazione fiscale della governance. Ovvero, una sede operativa qui, una fiscale là e una legale in un terzo Paese ancora. Beneficiando al massimo dei vari regimi, forti come sono di un peso specifico economicamente, finanziariamente e a livello occupazionale enorme nella contrattazione con i governi e le istituzioni sovranazionali.

    C’è però dell’altro. Davvero di sistemico e che spiegherebbe come, nonostante le continue denunce e le campagne sempre più globali al riguardo, nessuno sembri voler affrontare alla radice il problema: la connivenza. Più o meno volontaria. Più o meno esplicita. Ovvero, l’enorme do ut des portato alla luce dall’ultimo studio dell’Fmi e dedicato al fenomeno del cosiddetto phantom capital, il capitale fantasma che altro non è se non il frutto di elusioni ed evasioni fiscali fatte passare per investimenti esteri diretti, una delle voci più critiche per l’economia di ogni Paese e uno dei fattori maggiormente determinanti nella determinazione del rating creditizio di una nazione. Con tutto ciò che quel “voto in pagella” comporta, a partire dal costo degli interessi sul debito.

    La questione è molto meno degna di un professore ordinario di diritto commerciale di quanto sembri, però. Cosa hanno scoperto i ricercatori del Fondo monetario, infatti, studiando il fenomeno? Che il 40% circa di tutti gli investimenti esteri diretti al mondo – una voce pari a un controvalore di 15 trilioni di dollari, quasi il Pil di Cina e Germania insieme – farebbe appunto capo alla categoria del phantom capital, ovvero capitali il cui unico scopo reale è quello di minimizzare gli importi delle tassazioni dovute dalle multinazionali ai governi che ne ospitano le attività o le sedi. In parole povere, pagare meno tasse possibili.

    Questo tipo di investimento è cresciuto del 10% nell’ultima decade, quella della crisi post-Lehman e si farebbero strada all’interno delle varie economie attraverso il cavallo di Troia di società usate come “gusci vuoti” (corporate shell), visto che non hanno né operatività, né reale attività di business. Questo grafico contenuto nel report mette la situazione drammaticamente in prospettiva:



    “Gli investimenti esteri diretti (FDI) sono spesso un importante driver per la reale integrazione economica internazionale, stimolando la crescita, aumentando la produttività e incrementando la creazione di posti di lavoro. Ma il phantom capital che vi si annida all’interno rappresenta nient’altro che ingegneria fiscale e finanziaria che macchia le statistiche ufficiali e tradizionali relative a quella voce e rende molto difficile definire e riconoscere la vera integrazione economica“, si legge nel report.

    E poi, l’accusa più pesante, soprattutto se posta in relazione ai mille vincoli che l’Europa, più o meno giustamente, pone relativamente ai conti pubblici dei vari Paesi membri, Italia in testa:

    “Il Lussemburgo è una nazione di 600mila abitanti, la quale però ospita tanti investimenti esteri diretti quanto gli Stati Uniti d’America e più dell’intera Cina. Difficilmente un controvalore di FDI di questa magnitudo può essere riconducibile ad attività di investimento legate all’economia reale di una nazione così piccola, visto che i 4 trilioni di dollari di controvalore di FDI genera un ammontare pro capite per abitante di 6,6 milioni di dollari. Ovviamente, non ci ha sorpreso scoprire nel corso dello studio che l’esposizione di un’economia al fenomeno del phantom capital aumenti in relazione al livello di aliquota della tassazione sulle imprese in vigore“.

    Ancora più inquietante è scoprire, dati del report alla mano, come circa metà del phantom capital globale sia ospitato soltanto in due Paesi, gli europeissimi e rigorosissimi sui conti pubblici altrui Lussemburgo e Olanda, mentre più dell‘85% del totale di falsi investimenti esteri fa capo a soltanto 10 Paesi.

    La ricetta dell’Fmi per porre un freno a questa degenerazione? Alquanto vaga, ancorché dai toni allarmati:

    “Non importa quale strada decidano di scegliere e intraprendere i legislatori, solo un fatto rimane chiaro: la cooperazione internazionale rappresenta la chiave nell’affrontare il nodo della tassazione in un ambiente economico globalizzato come quello attuale”.

    C’è però un problema: quale Paese o istituzione sovranazionale, nel caso ad esempio dell’Europa, sarebbe disposta a mettere a repentaglio per primo i valori “percepiti” e certificati di FDI della propria economia, decidendo di porre un freno alle scorrerie fiscali delle principali multinazionali del mondo? Un ricatto, appunto.
    https://it.businessinsider.com/phant...urgo-e-olanda/



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  3. #133
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    “Come l’URSS, l’UE porta dentro di sé i semi della propria distruzione” – La spietata analisi di Vladimir Bukovsky
    8 ottobre 2019

    di historicus

    L’URSS aveva il gulag. Ma anche l’UE ha il suo, si chiama “politicamente corretto”

    Nell’attuale campagna elettorale ed in vista della discussione sull’ ”adesione strisciante” della Svizzera all’UE, vale la pena riproporre l’analisi dura di Vladimir Bukovsky sull’UE, già pubblicata in questo portale più di 6 anni fa.


    Bukovsky (secondo da sin.) al congresso Sacharov di Amsterdam (1987), Foto Wiki commons (Rob. C. Croes, ANEFO)

    Bukovsky presentò una sua analisi dei parallelismi fra l’URSS e l’Unione Europea (UE). Ovviamente la stampa europeista non ebbe nessun interesse a pubblicare questa analisi scomoda e oggi ancor meno. D’altra parte, considerando i gravi problemi in vari paesi dell’UE, c’è chi è rimasto impressionato dall’analisi di Bukovsky intitolata “L’Unione Europea – il nuovo Soviet?”, che si trascrive a continuazione.

    “È realmente sorprendente che, dopo aver sepolto un mostro, l’URSS, se ne costruisca uno nuovo molto simile, l’UE. Che cos’è in realtà l’UE? Forse potremo averne un’idea, esaminando la sua versione sovietica. L’URSS era governata da 15 persone non elette che si nominavano mutuamente e non dovevano rispondere a nessuno. L’UE è governata da due dozzine di persone nominate mutuamente che si riuniscono a porte chiuse, non rispondono a nessuno e non sono destituibili."

    “Si potrebbe dire che l’UE ha un parlamento eletto. L’URSS pure aveva una specie di parlamento, il Soviet Supremo. Ratificava senza discussioni le decisioni del Politburo, simile a ciò che fa il Parlamento Europeo, dove i tempi di parola per ogni gruppo è limitato, molte volte a un minuto per intervento. Nell’UE ci sono decine di migliaia di eurocrati (burocrati europei), con i loro enormi onorari, il loro personale, i loro inservienti, i loro bonus, i loro privilegi, la loro immunità giuridica a vita che si trasferisce semplicemente da un incarico all’altro, poco importa quello che facciano, bene o male. Non è questo molto simile all’URSS?"

    “L’URSS è stata creata per mezzo della costrizione, spesso per mezzo dell’occupazione armata. Si sta creando l’UE non per mezzo della forza armata, ma per mezzo della costrizione e del terrore economico. Per continuare a esistere, l’URSS si è estesa sempre di più. A partire dal momento che ha smesso di estendersi, ha iniziato a crollare. Suppongo che lo stesso succederà all’UE."

    “Ci avevano detto che l’obiettivo dell’URSS era creare una nuova entità storica, il Popolo Sovietico. Dovevamo dimenticare le nostre nazionalità, le nostre tradizioni e le nostre abitudini. Lo stesso sembra succedere nell’UE. Non vogliono che uno sia inglese o francese. Vogliono fare di tutti voi una nuova entità storica, gli Europei. Vogliono sopprimere i vostri sentimenti nazionali e forzarvi a vivere come una comunità multinazionale. Come risultato di 73 anni di un tale sistema nell’URSS, oggi ci sono più conflitti etnici che in qualsiasi altra parte del mondo."

    “Uno degli obiettivi grandiosi dell’URSS era distruggere gli stati nazionali. E questo è esattamente ciò che oggi vediamo in Europa. Bruxelles ha intenzione di ingoiare gli stati nazionali affinché non esistano più. Il sistema sovietico era corrotto dall’alto al basso. Lo stesso vale per l’UE. Le stesse attività antidemocratiche che vedevamo nell’URSS, fioriscono nell’UE. Coloro che si oppongono e le denunciano, vengono silenziati o castigati. Non è cambiato nulla."

    “Nell’URSS avevamo il gulag. Credo che l’abbiamo anche nell’UE, un gulag intellettuale denominato “politicamente corretto”. Se qualcuno tenta di dire ciò che pensa su questioni di razza o di sesso o se le sue opinioni non sono considerate buone, viene estromesso. Questo è l’inizio del gulag. È l’inizio della perdita della vostra libertà. Nell’URSS si pensava che solamente uno stato federale eviterebbe la guerra. Vi raccontano esattamente la stessa cosa nell’UE."

    “In breve, troviamo esattamente la stessa ideologia e gli stessi principi nei due sistemi. L’UE corrisponde al vecchio modello sovietico, rivestito all’occidentale. Ma come l’URSS, l’UE porta dentro di sé i semi della propria distruzione. Purtroppo quando crollerà – poiché un giorno crollerà – lascerà dietro di se un’enorme distruzione e giganteschi problemi economici ed etnici."

    “L’antico sistema sovietico non era riformabile. Lo stesso vale per l’UE. Ma esiste un’alternativa a lasciarsi governare da due dozzine di funzionari autonominati a Bruxelles. Si chiama Indipendenza. Voi non siete obbligati ad accettare ciò che vi riservano. Non vi hanno mai domandato se volete accodarvi a loro.”

    E Bukovsky finisce la sua presentazione, dicendo agli europei: “Io ho vissuto nel vostro futuro e non ha funzionato…”

    Viene in mente la famosa frase di George Santayana: Chi non impara dagli errori della storia, è condannato a ripeterli.
    "Come l?URSS, l?UE porta dentro di sé i semi della propria distruzione" - La spietata analisi di Vladimir Bukovsky - Ticinolive

  4. #134
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    L’impotenza europea nel Medio Oriente

    Indecisa a tutto: sembra essere questo il motto dell’Unione europea quando si tratta di politica estera. E ad ogni nuova crisi questa indecisione si colora di nuovi particolari che rivelano come lungi dall’essere casuale essa sia il frutto coerente di scelte che vengono da lontano. Ad esempio, a proposito della recente invasione della Siria da parte della Turchia, siamo adesso venuti a sapere che per quel che riguarda la vendita di armi, l’Unione in quanto tale non ha alcuna competenza. Ogni Paese è autorizzato a decidere per conto proprio: il che, lo si capisce facilmente, non è la premessa ideale per avere una politica estera comune. Di fronte a notizie simili uno si chiede davvero che cosa esista a fare da anni un alto rappresentante dell’UE per la politica estera se non ha neppure mai pensato a porre con forza questo problema chiedendo che si cambiasse strada.

    L’impotenza europea nella crisi turco-siriana ha tuttavia qualcosa di particolare. Rivela un aspetto importante ma rimasto finora nell’ombra della visione generale che ha sempre ispirato il modo d’essere dell’Unione. E cioè la profonda estraneità, innanzitutto psicologica e culturale, da parte dei Paesi dell’Europa centrale verso il Sud del Continente.

    Un’estraneità psicologico-culturale che si traduce nell’ incomprensione non solo delle necessità e peculiarità dell’Europa meridionale ma specialmente del valore strategico del Mediterraneo e di quanto accade sulle sue sponde. È evidente che quando parlo d’Europa centrale parlo principalmente della Germania. Ora, a differenza della Gran Bretagna, la quale nell’ottica mondiale con cui ha costruito per tre secoli la propria storia ha sempre considerato il Mediterraneo uno spazio cruciale per il suo progetto imperiale, facendo di tutto per conservarne il dominio, la Germania non ne ha mai compreso realmente il valore geopolitico. Il caso più clamoroso fu nel 1941 quando, fortunatamente per le sorti del genere umano, il Reich nazista pensò che per chiudere la partita con la Gran Bretagna dopo la grande vittoria sulla Francia fosse meglio muovere all’attacco dell’Unione Sovietica e così togliere a Londra l’ultima speranza di trovare un alleato in Europa, anziché gettare tutto il peso del proprio apparato militare in Africa settentrionale e nel Mediterraneo, contro le truppe e la flotta britanniche. La cui più che probabile sconfitta avrebbe non solo completamente isolato la Gran Bretagna dai suoi possedimenti e da quasi l’intero Commonwealth, ma avrebbe consegnato all’Asse il dominio su territori vastissimi ricchi di una materia prima preziosissima come il petrolio. Scegliendo lo scontro con la Russia di Stalin si sa invece come andò a finire. Ancora oggi la Germania tende in grande misura a rivolgere la propria attenzione soprattutto a est e quindi a sovrapporre sugli orientamenti dell’UE il proprio storico interesse e/o timore per quanto accade sulla frontiera orientale dove continua ad affacciarsi la presenza russa.

    Per l’Europa a guida tedesca l’estraneità nei confronti del Sud e l’incomprensione del valore del Mediterraneo hanno significato il virtuale disinteresse verso il confine meridionale dell’Unione, il confine marittimo prospiciente il Maghreb, l’Africa, il Medio Oriente. Ciò che accade in questi scacchieri non sembra suscitare a Bruxelles - bisognerebbe dire a Berlino e di conseguenza a Bruxelles - neppure la metà dell’attenzione e preoccupazione che suscita quanto avviene in Crimea, in Ucraina o nel Baltico. Ad esempio, mentre l’immigrazione terrestre via Balcani allarma grandemente la Germania e pur di fermarla l’ha spinta a promuovere la donazione di 5 miliardi di euro da parte dell’ UE alla Turchia di Erdogan, la stessa immigrazione, ma attraverso il Mediterraneo via Italia, Malta e Spagna, non sembra suscitare un interesse minimamente paragonabile. Lo stesso può dirsi per quanto sta accadendo in Medio Oriente. Nella sua radice l’impotenza europea cui stiamo assistendo è in buona parte un’impotenza tedesca. Più precisamente il frutto di un drammatico errore di percezione e della difficoltà di una scelta. In quel teatro di operazioni, infatti, le sanzioni economiche che più o meno funzionano con la Russia non servono. In Medio Oriente con ogni evidenza alla politica estera servono le armi e un esercito: se non altro come strumento di minaccia. Ma a Berlino come a Bruxelles armi ed esercito continuano ad essere un tabù.
    https://www.cdt.ch/commenti/l-impote...ente-GI1930019

  5. #135
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    Da Malta a Cipro la gara dei Paesi europei per attirare i super ricchi grazie a regimi da paradiso fiscale

    Per la presidenza francese del G7 quest’anno il ministro dell’Economia Bruno Le Maire aveva indicato un obiettivo: far sì che tutte i protagonisti dell’economia versino una quota corretta di imposte. «Tasse zero o molto basse sono inaccettabili, non è giusto che le grandi imprese siano autorizzate a eludere».

    L’irritazione del governo di Parigi aveva investito in pieno l’Olanda, accusata di agire da paradiso fiscale per le multinazionali nell’area euro. Resta da capire se la posizione francese cambierà da questa settimana: come primo azionista di Psa Peugeot al 13%, Le Maire partecipa al controllo del colosso dell’auto che sta nascendo dalla fusione con l’italo-americana FCA. E che ha fissato la sede legale, per ragioni fiscali, a Amsterdam. Per il sindacato transalpino Cfdt è una scelta «oggettivamente scandalosa».

    Qualcun altro potrebbe descriverla invece come la punta di un iceberg così complesso da mettere alla prova la coerenza di chiunque. Perché in Europa non solo i grandi gruppi industriali, ma sempre più anche certi piccoli imprenditori e gli individui in grado di vivere di rendite sono soggetti a leggi parallele. Perfettamente regolari, ma diverse e più morbide rispetto a quelle alle quali sottostanno centinaia di milioni di europei meno ricchi, meno preparati, meno capaci di divincolarsi fra le autorità fiscali dei diversi Stati.

    Così le tasse in Europa, anche sulle persone, viaggiano sempre più su due velocità: pesanti e sorrette da controlli capillari per la popolazione meno mobile e meno ricca; lievi e sapientemente ritagliate per i pochi altri che hanno ricchezza, talenti unici e società articolate fra le diverse giurisdizioni.

    La traiettoria fra queste due galassie è ormai così divergente che rischia di diventare un problema politico, ora che in Italia il governo si prepara a una (opportuna) stretta su milioni di piccoli esercenti e lavoratori autonomi. Da una parte ci sono le sanzioni per chi rifiuta i pagamenti con carta o l’ occhio del Grande fratello fiscale che incrocia i dati delle fatture e dei conti bancari. Dall’altra un universo di individui facoltosi, non ancorati al territorio e legalmente (quasi) liberi dalle tasse.

    Che qualcosa di profondo si stia muovendo in Europa lo si nota dai dettagli: dal 2009 la popolazione di Cipro è aumentata dell’ 8,5% e quella di Malta del 16%. Circa 160 mila persone si sono trasferite in quelle due piccole isole nel Mediterraneo e il fenomeno è alimentato da cittadini in gran parte europei che chiedono regimi di favore e dai «residenti non domiciliati» («non-dom»).

    Nel primo caso, a Malta, bisogna comprare ad almeno 270 mila euro o affittare ad almeno 10 mila euro l’anno una casa o occorre investire almeno 250 mila euro in titoli di Stato della Valletta e dare prova di altre due condizioni: redditi da almeno 100 mila euro l’anno fuori dal Paese o un patrimonio di almeno mezzo milione. Chi lo fa può essere tassato al 15%.

    Quanto a Cipro, le condizioni sono simili ma più leggere (redditi da 30 mila euro e altrettanto depositato in una banca locale). Poi ci sono gli schemi per i «non-dom», legalissimi se applicati con scrupolo. L’azionista di un’ azienda finanziaria può essere tassato una volta sola al 5% su tutti gli utili dell’impresa generati all’estero e portati a Malta e anche sui suoi dividendi, se la holding della sua società maltese si trova in un sistema che non applica la ritenuta alla fonte sui redditi da capitale di quella persona: Lussemburgo e Gran Bretagna fra gli altri. Malta offre poi forti sgravi a chi arriva a lavorare con competenze digitali, per esempio per i siti del gioco d’azzardo.

    Si chiama «competizione fiscale», legittima in base a una sentenza della Corte di giustizia europea del 2006 a favore del colosso Cadbury-Schweppes.

    Del resto non sono solo a Cipro, a Malta o Montecarlo i governi in Europa che danno sfogo alla propria creatività pur di attrarre ricchi dagli altri Paesi che poi comprano immobili, assumono, spendono per beni e servizi.

    Lo fanno anche quelli che protestano di più contro i paradisi fiscali degli altri. L’Italia ha quella che andrebbe chiamata la «legge Ronaldo», introdotta nel 2017 a gran beneficio del campione della Juventus: 100 mila euro di «tassa piatta» per 15 anni su tutti i redditi di fonte estera – dagli sponsor, per esempio – per chi arriva da fuori (norma popolare anche fra chi gestisce i crediti in default sulla piazza milanese). La Spagna ha la «legge Beckham».

    La Gran Bretagna ormai è il regno dei «non-dom». E la Francia ha il «passeport talent» che attrae verso Parigi uomini e donne di Finanza dalla City. Regimi brutalmente di favore per i redditi esteri dei ricchi «non-dom» si trovano anche in Ungheria, Bulgaria, Lettonia, Lussemburgo, Grecia, Portogallo, Gibilterra, Olanda, Belgio, Svizzera, Irlanda. Solo per restare all’Europa. Inevitabile forse data la concorrenza fra Stati per attrarre chi può spendere. Magari anche utile per un’economia locale. Ma vallo a spiegare al primo che prenderà una multa perché non ha il pos.
    https://www.adhocnews.it/da-malta-a-...adiso-fiscale/
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  6. #136
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    Il dopo Draghi e il rilancio – di Tito Tettamanti
    17 novembre 2019

    A fine ottobre sono terminati gli otto anni di presidenza della Banca centrale europea (BCE) di Mario Draghi, apprezzato per la competenza, lo stile, l’abilità politica e l’autorevolezza. Autorevolezza che gli ha permesso di guadagnarsi la fiducia dei mercati tanto da evitare una possibile crisi nel luglio 2012 con la famosa frase «Whatever it takes» (faremo tutto ciò che sarà necessario).

    Per contro, non sono unanimi i giudizi sulla sua politica, criticata per non essersi limitata alla questione monetaria sconfinando in quella fiscale, di spettanza del mondo politico. Gli va riconosciuta l’attenuante di essersi visto obbligato ad intervenire data l’inaffidabilità e la latitanza dei governi europei. Vediamo di capire meglio questa critica che viene anche da autorevoli economisti ed ex dirigenti di banche centrali.

    Con la loro politica le banche centrali mirano alla stabilità dei prezzi e usano la leva del tasso per influenzare la massa monetaria. In parole povere allargano o stringono i cordoni della borsa e così alimentano o combattono l’inflazione. La tesi dei critici è che Draghi abbia portato i tassi addirittura a livello negativo e immesso nel mercato 2.600 miliardi di euro pur sapendo che il tasso di inflazione al quale tendere, e da lui fissato al 2%, non si sarebbe mai raggiunto. È ormai diffusa convinzione che sostanzialmente non vi è più inflazione, cosa che dovrebbe preoccupare gli Stati abituati a ripagare i loro debiti con moneta svalutata, ma meno l’economia come tale e men che meno il semplice cittadino.

    La politica dei tassi negativi e dell’immissione di moneta, il QE (Quantitative Easing), non sono serviti a rilanciare definitivamente la congiuntura, il cavallo non beve. Le crescite per il 2020 sono riviste al ribasso e rimangono attorno all’1%. Ciò che la politica della BCE ha messo in atto è un aiuto massiccio agli Stati spendaccioni e male amministrati. Esempio pratico: l’Italia ha un debito pubblico di 2.400 miliardi di euro, un solo 1% di maggiori interessi annui da pagare equivarrebbe a un onere di 24 miliardi. Sostanzialmente Draghi ha gettato una ciambella di salvataggio ai Paesi interessati dando loro un lasso di tempo per ristrutturare le finanze nazionali. Irresponsabilmente i governi non ne hanno approfittato. Inoltre questi aiuti agli Stati indebitati sono stati finanziati dal sacrificio imposto ai risparmiatori europei, tanto ai privati quanto ai fondi pensionistici ed ai sistemi previdenziali. Si parla di un mancato incasso annuo di interessi a livello europeo che si aggirerebbe sui 180 miliardi di euro. Sostanzialmente una tassa sul risparmio. Il tutto senza raggiungere i risultati prefissi, quello del 2% di inflazione e men che meno quello del rilancio dell’economia. Una parte della liquidità immessa nel mercato è servita a mantenere in vita attività decotte (il peggiore dei modi per salvare posti di lavoro), oppure è affluita in investimenti altamente speculativi realizzati con pesanti indebitamenti e ha contribuito al gonfiamento dei valori reali quali titoli azionari o beni immobiliari.

    Il problema del rilancio dell’economia rimane e sempre più viene proposto di ricorrere all’aumento della spesa pubblica quale soluzione, anche in considerazione dei tassi molto bassi se non addirittura negativi. È un’illusione. Innanzitutto, anche se a tasso zero o negativo i debiti vanno (andrebbero!) ripagati e quindi dobbiamo chiederci in quale genere di spesa pubblica si vuol investire. I professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi mettono in guardia: infatti tanto nuove infrastrutture quanto aumenti della spesa sociale “non aiutano la crescita nel lungo periodo”. L’aumento dell’indebitamento per un’eventuale spesa pubblica ha due ulteriori inconvenienti. Verrà accompagnato ulteriormente dall’espansione dei già enormi bilanci delle banche centrali, dando sempre più potere ad un’istituzione non elettiva e che non dovrebbe avere coinvolgimenti politici. Infine la già pervasiva presenza dello Stato nell’economia, gestita molto spesso in modo inefficiente, non farebbe che aumentare continuamente con le difficoltà connesse.

    L’unica soluzione – se dimentichiamo cervellotiche alternative tipo «helicopter money» (vale a dire la distribuzione a pioggia di soldi ai cittadini) – consiste in un significativo ribasso delle imposte con particolare attenzione al ceto medio/medio basso più incline ad aumentare i suoi consumi. Purtroppo dubito che i diversi governi adotteranno questa strada per il rilancio. Di conseguenza è prevedibile un avvio del mondo europeo, in considerazione di politiche che contribuiscono alla scarsa redditività del lavoro, non incentivano ad investire e dell’invecchiamento della popolazione, ad una situazione «simil giapponese» che stagna da decenni e ha portato il debito pubblico del Giappone attorno al 230% del PIL. Ricordiamoci pure che a livello mondiale conviviamo già con 188 mila miliardi di dollari USA di debito, che aumenta vertiginosamente: 24 mila miliardi negli ultimi 18 mesi. Forse vale la pena riflettere se l’accumulo continuo di debito (a carico delle generazioni future) sia la strada giusta.
    Il dopo Draghi e il rilancio - di Tito Tettamanti - Ticinolive

  7. #137
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    Citazione Originariamente Scritto da standing bull Visualizza Messaggio
    faccio solo notare che la democrazia diretta è quella cosa che ha permesso che nel cantone Appenzell Innerhoden non venisse concesso il voto alle donne fino al 1990, quando è intervenuta una decisione del tribunale federale.
    Sono il fantasma dello Scudiero di Boris.
    Tu menzioni un dato inoppugnabile. E vero ciò che dici e chè avveniva in Svizzera. Ma è opinabile l' idea di interpretare questa eccezione come esempio di democrazia diretta.

  8. #138
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    in europa c'è chi paga e chi prende....


    http://www.europarl.europa.eu/news/i...i-stati-membri

  9. #139
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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    C'era una volta il Natale a Berlino. Mercatini blindati mentre certa politica si batte contro l'islamofobia
    "In tutta la zona sono state posate barriere in cemento altre un metro e 80 e del peso di circa tre tonnellate, e sono stati piazzati dei dissuasori in acciaio alti un metro e mezzo anche sulle piste ciclabili"
    di Stefano Piazza (da Berlino)

    L’ultimo rapporto dei servizi segreti tedeschi mostra come il salafismo (dottrina ultra radicale islamica), continui ad attrarre migliaia di persone in Germania e tra loro ci sono moltissimi convertiti alla religione maomettana. Secondo l’intelligence tedesca, coloro che si rifanno alla visione dei “pii antenati del profeta” hanno ormai sfondato le 12.000 unità anche se la stima come sempre in questi casi, è fatta per difetto.
    I circoli del cosiddetto “islam radicale” mantengono una impressionante dinamicità nonostante le forze dell’ordine tedesche abbiano messo al bando numerosi gruppi di predicatori attivi per le strade e le piazze delle principali città tedesche allo scopo di convertire all’islam il maggior numero di persone (pratica conosciuta come dawaa street), e di seguito far conoscere la dottrina più estrema dell’islam sunnita.
    Per farlo organizzazioni come “LIES!” (messa al bando nel 2017) fondata dal palestinese-tedesco Ibrahim Abou Nagie, hanno fatto stampare in Arabia Saudita 25 milioni di copie del Corano da distribuire in tutto il Vecchio Continente Svizzera compresa. Oggi continua la sua missione in Brasile e in Malesia, dove ha sede la cassaforte finanziaria del gruppo. Nagie è stato condannato nel 2018 per truffa allo Stato tedesco perché incassava a Colonia il sussidio di disoccupazione pur girando il mondo per predicare. Dopo la messa al bando del gruppo di Abou Nagie che nel nostro paese continua ad operare in alcuni Cantoni, sono nati altri gruppi come “We Love Muhammad” (attivo anche in Svizzera) e diversi altri che ne hanno preso il posto mantenendo le stesse finalità di “LIES”. Così la dottrina salafita grazie ai giovani barbuti sparsi per le strade europee, continua a scaldare cuori e menti di moltissimi giovani europei.

    Il Caso Germania

    Gli scontri armati in Siria e in Iraq hanno provocato l’ondata migratoria che ha visto la Germania accogliere 1.5 milioni di rifugiati dal 2015 fino ad oggi. A questi vanno aggiunte le migliaia di persone entrate illegalmente in Germania ad esempio dalla Cecenia (le stime parlano di circa 60.000 persone) e da molti altri paesi dell’est Europa. L’aumento esponenziale di rifugiati in Germania è diventato un vero campo di reclutamento per alcune ONG islamiche che dal 2015 visitano i centri per rifugiati donando abiti caldi, cibo e giocattoli per bambini in modo da avvicinarli alla dottrina salafita. La questione non riguarda solo i rifugiati in età adulta: i bambini e gli adolescenti arrivati in Germania senza genitori, sono le prede più ambite dai barbuti predicatori tra i quali i più fanatici sono dei convertiti tedeschi come Pierre Vogel – Abu Hamza, Marcel Krass e molti altri. Per la Germania la sfida non è solo la radicalizzazione nel Paese o l’ingresso di estremisti islamici, ma anche la radicalizzazione dei migranti che si trovano nelle strutture della Repubblica federale. Dopo numerosi casi di violenza all’interno di questi centri e la scoperta di “società parallele” venutesi a creare in questi luoghi, lo Stato tedesco ha moltiplicato gli sforzi affinché i rifugiati si convincano di vivere in una società pluralistica come quella tedesca. Ma non è facile far passare il messaggio perché l’attrazione del salafismo, in particolar modo per gli immigrati o rifugiati e i loro figli, deriva anche dal fatto che la “scena salafita” è particolarmente caratterizzata da una forte eterogeneità etnica. Per tornare alle cifre secondo l’intelligence di Berlino, nella capitale tedesca coloro che appartengono alla scena salafita, hanno ormai superato le 1.200 unità con un aumento rispetto al 2018, del 10%. Nonostante le istituzioni tedesche stiano lavorando duramente per arginare il fenomeno anche dopo le stragi ( vedi quella dei mercatini di Natale del 19 dicembre 2016 che fece 12 morti e 56 feriti a Berlino), il lavoro delle forze dell’ordine si scontra di continuo con ostacoli legali e con l’atteggiamento irresponsabile di alcune forze politiche. L’arresto avvenuto lo scorso 12 novembre, del 26enne siriano che si preparava a commettere una strage di grandi proporzioni, è stato reso possibile solo grazie ad una soffiata arrivata ai tedeschi dalla CIA che monitora il traffico dati sul web compresi quelli di messaggeria critoggrafata (vedi Telegram e Whatsapp). Questo “monitoraggio delle telecomunicazioni di origine” ha fatto in modo che in Germania negli ultimi tre anni, siano stati sventati otto grandi attacchi terroristici di matrice islamica. E tutte le volte la fonte decisiva è arrivata dai “servizi di intelligence amici” vedi quelli americani (NSA, CIA, FBI), gli inglesi (MI 5, MI 6, GCHQ), il Mossad israeliano o gli italiani dell’AISE. E l’intelligence tedesca? Perché la Germania non può aiutare se stessa? Forse l’intelligence e la polizia sono peggiori di altri? Assolutamente no, solo che a loro mancano le risorse e gli ostacoli legali che incontrano sono molto elevati. Poi dipende dai Länder. In Baviera ad esempio, questo monitoraggio è consentito mentre a Berlino assolutamente no. Nel Brandeburgo uno dei sedici stati federati della Germania che è ad altissimo rischio visto l’alto numero di islamisti e di estremisti di destra, alcuni deputati dell’SPD avevano sostenuto questo tipo di sorveglianza, ma il partito dei Verdi e la sinistra massimalista (i due partiti preferiti dai Fratelli musulmani), hanno affossato il progetto che è fermo da due anni. Una delle ragioni sbandierate contro questa legge è che monitorare regolarmente i siti Internet utilizzando tecniche di analisi semantica sarebbe stato un atto “islamofobo”.

    Il surreale Natale a Berlino

    Intanto in questo clima pre-natalizio, le autorità cittadine hanno rafforzato le misure di protezione ai mercatini di Natale colpiti nel 2016 dal terribile attentato messo a segno dal terrorista tunisino Anis Amri. In tutta la zona sono state posate barriere in cemento altre un metro e 80 e del peso di circa tre tonnellate, e sono stati piazzati dei dissuasori in acciaio alti un metro e mezzo anche sulle piste ciclabili. L’atmosfera in questi giorni è abbastanza mesta e non solo per la crisi economica che si comincia a sentire anche nella capitale di quella che è stata a lungo la locomotiva europea: qui la gente ha paura che possa succedere di nuovo e si tiene alla larga. Chi frequenta i mercatini cerca di stare il più possibile lontano dalla strada e dagli accessi laterali, che sono comunque protetti. Le notizie sugli attentati sventati e la diffusione dei dati sull’aumento dell’estremismo islamico a Berlino e l’impressionante aumento della criminalità, non fanno altro che generare paura e un generale senso di smarrimento in un paese che ha fatto dell’accoglienza una sorta di bandiera. In Germania ci si confronta anche con la presenza di bande di immigrati mediorientali, presenti ovunque, che gestiscono racket, estorsioni, riciclaggio di denaro sporco, sfruttamento e traffico di esseri umani, armi e droga. Nel Nord Reno-Westfalia a Duisburg e a Laar, dettano legge i libanesi, mentre a Gelsenkirchen sono clan curdi, balcanici, libanesi e turchi a competere per la supremazia. Lo stesso accade a Düsseldorf, Naumburg, Mülheim, Monaco di Baviera e Brema. A Berlino, bande di ceceni controllano i quartieri di Charlottenburg, Kreuzberg, Moabit, Neukölln e Wedding. Sono questi i fattori che fanno sì che la destra estrema, o peggio i neonazisti, aumentino i loro consensi. Loro con la demagogia e con gli slogan provano a dare delle risposte a problemi reali della gente mentre alcuni partiti sono per l’accoglienza indiscriminata e senza regole, e si preoccupano “dell’islamofobia”, di avere il menu halal nelle scuole e negli asili nido, e di “evitare che a Natale si intonino canti che possono offendere le altre religioni”. Mentre gli operatori dell’intelligence tedesca sperano sempre che un servizio “amico” li avverta se qualcuno progetta un attacco terroristico.
    https://www.liberatv.ch/news/cronaca...-l-islamofobia

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    Predefinito Re: Notizie dall'Europa

    https://www.politico.eu/article/trum...-google-taxes/

    Trump’s latest trade war: French champagne vs. Google taxes

    First France went after Google and Amazon with a fresh set of taxes. On Monday, U.S. President Donald Trump threatened to retaliate against two beloved French exports: Champagne and cheese.

    This latest global trade dispute pits Trump against a long-standing ally, months after France approved a “digital services tax” aimed at making major U.S.-based tech companies like Google, Apple, Facebook and Amazon fork over more revenue.

    The issue had been on the backburner since August, after Trump and French President Emmanuel Macron agreed to a 90-day truce while they tried to reach a long-term agreement on how tech companies should be taxed. That deadline passed last week without a deal.

    On Monday, the Office of the U.S. Trade Representative released results of an investigation that determined that France's tax unfairly discriminates against big U.S. tech companies.

    If another solution isn't worked out, tech companies could pay hundreds of millions of more dollars in taxes and U.S. consumers would have have to pay double for Dom Pérignon, Le Creuset cookware and Roquefort cheese.

    U.S officials also indicated they could investigate other European countries contemplating digital tax plans, putting them in cross-hairs of future tariff action if they follow through. They also said they were prepared to counter Europe’s broader regulatory clampdown on American tech firms.

 

 
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