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    Predefinito Iraq. Continuano gli attacchi nonostante il “ritiro”

    Iraq. Continuano gli attacchi nonostante il “ritiro”



    Non è passata neanche una settimana da quando il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato la fine della missione di combattimento in Iraq, che già i “pochi” militari statunitensi rimasti nel Paese (in realtà sono circa 50mila, affiancati da altrettanti contractors privati) hanno dovuto ingaggiare uno scontro a fuoco contro gli insorti. È successo domenica scorsa, quando un gruppo composto da attentatori suicidi e uomini armati ha attaccato un centro di reclutamento di Rusafa, nella parte orientale di Baghdad, uccidendo una dozzina di persone.
    Per fare fronte al commando, composto da cinque o sei miliziani, le forze di sicurezza irachene – che secondo i generali di Washington sono assolutamente “pronte” a gestire la situazione autonomamente – hanno chiesto l’intervento di elicotteri e droni da ricognizione statunitensi, nonché l’impiego di militari scelti Usa, che comunque si trovavano già all’interno dell’edificio.
    Si tratta del primo intervento armato delle truppe Usa da quando il presidente Obama ha annunciato la fine della guerra e il ritiro delle truppe, ma tutto lascia prevedere che non sarà l’ultimo. Lo stesso edificio attaccato domenica, negli ultimi mesi è stato al centro di ripetuti attentati, che hanno causato decine di vittime tra i soldati e le giovani reclute dell’esercito iracheno.
    Ma per Obama, oramai, la guerra in Iraq – contro la quale si era ripetutamente battuto come senatore e durante la campagna elettorale – è finita (“it’s over”), anche se “non è il momento di celebrare vittorie”. Lo ha chiarito nel discorso della scorsa settimana, stando ben attento, però, a non disconoscere del tutto l’operato del suo predecessore, per non offendere la memoria degli oltre 4mila militari statunitensi che hanno perso la vita o sono rimasti feriti in Iraq: “Avete fatto un lavoro straordinario”.
    E così, nel tentativo di recuperare un po’ di fiducia tra la pubblica opinione statunitense (nell’ultimo sondaggio dell’Istituto Rasmussen la popolarità del presidente è scesa ulteriormente al 42 per cento), Obama ha annunciato la fine della guerra “sbagliata” in Iraq – anche se, a dir la verità, l’accordo per il ritiro era stato firmato un paio di anni prima da Bush – e ha spostato le priorità del suo operato sulla crisi economica interna (“oggi il nostro compito più urgente é rilanciare la nostra economia”) e sulla guerra in Afghanistan. Una guerra “giusta”, ha puntualizzato il Premio Nobel per la Pace, perché contro “Al Qaida” e “i terroristi che attaccarono l’America (l’11 settembre del 2001 ndr) e continuano a tramare contro di noi”.
    Un tentativo di risolvere l’apparente contraddizione di essersi opposto all’invio di nuove truppe in Iraq da senatore per poi, una volta eletto presidente, attuare una strategia pressoché identica in Afghanistan.
    Una contraddizione sottolineata dal fatto che l’unico membro dell’amministrazione Bush riconfermato sia il segretario alla Difesa Robert Gates, che proprio nei giorni scorsi ha rivendicato una continuità di strategia fra l’escalation di Bush in Iraq e quella di Obama in Afghanistan.
    Per uscire dal pantano afgano, il presidente Usa fa affidamento sullo stesso uomo che riuscì a dare una svolta alla situazione irachena, il generale David Petraeus. Nel 2006, Petraeus cominciò ad arruolare le milizie dei clan sunniti – che in precedenza erano stati epurati dalla società perché considerati collusi con il governo di Saddam – contro i combattenti del jihadismo internazionale di stampo sciita, riuscendo a far calare il livello di violenza nel Paese, che era arrivato a contare una media di 3mila vittime al mese.
    Tuttavia, al momento, ogni tentativo di arruolare le tribù locali afgane contro i talibani non ha portato alcun risultato soddisfacente. E anche per quanto riguarda le capacità delle forze di sicurezza di Kabul, al Pentagono non sembrano ancora disposti a fare alcun affidamento su di loro. Proprio ieri un funzionario Nato ha fatto sapere che il generale Petreus ha inoltrato ai 28 membri dell’Alleanza una richiesta per l’invio di altri 2mila soldati, soprattutto per contribuire all’addestramento delle forze locali. Resta da vedere quali governi saranno ancora disposti a inviare ulteriori rinforzi in Afghanistan, alla luce anche dei recenti ritiri di diversi alleati Usa.


    Iraq. Continuano gli attacchi nonostante il “ritiro”, Ferdinando Calda
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    Gli umori corrodono il marmo

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  2. #2
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Iraq. Continuano gli attacchi nonostante il “ritiro”

    BAGHDAD - Un noto giornalista iracheno conduttore dei programmi di approfondimento politico sulla tv di Stato al Iraqiya e' stato ucciso stamani a Baghdad a colpi di pistola con il silenziatore. Lo riferisce la stessa emittente che precisa che Riyad Assaray e' stato freddato stamani mentre si recava al lavoro a bordo della sua auto nel quartiere di Harithiya.

    Laureato in legge, Assaray da cinque anni lavorava ad al Iraqiya, dove aveva iniziato come cronista, poi conduttore di programmi religiosi ed era di recente passato a presentare un prestigioso talk-show politico. In segno di lutto, il canale tv trasmette con una barra nera nell'angolo in alto a sinistra.

    ''Non e' il primo giornalista che viene ucciso e non sara' l'ultimo'', ha commentato l'annunciatore televisivo. ''C'e' un piano preordinato per oscurare la verita' su quel che accade nel nostro Paese'', ha aggiunto.




    Iraq: ucciso giornalista tv al Iraqiya - Mondo - ANSA.it

  3. #3
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Iraq. Continuano gli attacchi nonostante il “ritiro”

    Obama (ri)dichiara finita la guerra in Irak, ma così non sembra


    di Sergio Vasarri

    Annuncio del presidente USA sul termine delle ostilità. Promessa elettorale mantenuta ma la sostanza rivela un quadro molto diverso.

    L'annuncio giunge improvviso, a dir poco: “la missione di combattimento in Iraq - Iraqi freedom - è terminata. Lasciamo agli iracheni la responsabilità della sicurezza del loro paese”.

    A pronunciare queste parole è il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, che la guerra in Irak proprio non la voleva e non l'ha voluta e che se l'è ritrovata tra le mani come una patata bollente. Anzi, del ritiro delle truppe dall'Irak e dell'assurdità di una guerra voluta pervicacemente dalla precedente Amministrazione Bush, Obama ne ha fatto un punto importante della sua campagna elettorale.
    Ecco quindi che il Presidente, per segnare un punto a suo favore e in linea con le promesse elettorali, dichiara conclusa una guerra che così proprio non sembra.
    A dire la verità, e sembrerebbe una burla se non si trattasse del dramma di un popolo, la guerra sarebbe già finita da sette anni: vi ricordate il discorso fatto da George W. Bush sulla portaerei Lincoln il primo maggio del 2003? Ebbene Bush dichiarò “la guerra è finita, abbiamo vinto”.
    Quindi, stando ai fatti, a Obama non spetterebbe nemmeno la palma di primo a dichiarare finita questa guerra.
    Di sicuro Obama ha usato un profilo differente dal suo predecessore: ha ringraziato i soldati senza però scadere nella retorica, ha ricordato il sacrificio delle tante vittime americane e ha idealmente restituito agli iracheni la responsabilità della sicurezza nel Paese.

    Un discorso che sa di compitino
    Un discorso che però sa molto di compitino, di botta al cerchio – gli elettori democratici e, forse, le casse dello Stato - e alla botte – conservatori e forze armate, ma che lascia molto amaro in bocca a chi ha visto nel primo presidente nero degli Stati Uniti un innovatore, un leader vero.
    Infatti, la sostanza è molto diversa da quanto emerge dalle parole di Obama: l'Irak è d fatto un Paese ancora in guerra, pieno di focolai di terrorismo e assolutamente militarizzato.
    La presenza di truppe straniere resta molto elevata e la capacità di amministrazione del governo di Baghdad – peraltro in perenne formazione a sei mesi dalle avvenute elezioni - ancora molto limitata e scarsamente autonoma.
    Perfino parlare di un Paese, cioè di uno Stato unitario è un azzardo: permangono infatti diverse realtà territoriali, non da ultima la caotica zona settentrionale del kurdistan iracheno, dove le influenze di potere restano in mano ai comandi militari stranieri o a parti politiche – e anche la definizione di politiche è un azzardo – in lotta tra loro e in aperto conflitto con il governo centrale.




    Obama (ri)dichiara finita la guerra in Irak, ma così non sembra

  4. #4
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Iraq. Continuano gli attacchi nonostante il “ritiro”

    L’Iraq si prepara a diventare un governo fantoccio. E intanto rimane in mano ai lupi.



    di Enrico Oliari



    La fine della missione dei marines americani in Iraq, iniziata ormai sette anni fa con un’invasione motivata ufficialmente dalla presenza di armi di distruzione di massa mai esistite, è stata salutata ieri dal primo ministro iracheno Nouri al Maliki, il quale ha dichiarato che “l'Iraq è sovrano e indipendente".

    Maliki è intervenuto sulla televisione nazionale per spiegare che le forze di sicurezza irachene sarebbero ormai in grado di fronteggiare qualsiasi minaccia, sia interna che esterna.

    Contestualmente è arrivato a Bagdad anche il vicepresidente americano Joe Biden per presenziare all’avvio della missione "New Dawn", grazie alla quale gli Usa forniranno alle forze di sicurezza locali consulenza e assistenza.

    E’ atteso nelle prossime ore un intervento del presidente Obama, il quale dovrà dare fondo a tutta la sua abilità retorica per contrabbandare quello che è un palese insuccesso per una vittoria militare e politica: in pochi anni l’intervento americano ha trasformato il paese mediorientale in una bomba ad orologeria, dove ogni minima contraddizione rischia di dare seguito ad una reazione a catena fatta di attentati e di disordini.

    Non a caso qualche giorno fa lo stesso Tareq Aziz, già vice primo ministro e braccio destro di Saddam Hussein, aveva dichiarato al giornale britannico The Guardian che “Obama sta lasciando l’Iraq in balia dei lupi. Siamo tutti vittime dell’America e della Gran Bretagna. Hanno ucciso il nostro paese in molti modi. Per 30 anni Saddam Hussein aveva costruito l’Iraq e oggi il paese è completamente distrutto. Ci sono più persone malate e affamate di prima e ogni giorno centinaia di persone vengono uccise”.

    Effettivamente la caduta del governo di Saddam Hussein che, unico della regione, poteva definirsi laico e, considerando anche le caratteristiche storico-culturali del Medio-oriente, abbastanza egalitario (il 40% della popolazione femminile lavorava nella pubblica amministrazione), ha favorito il riemergere dei dissidi fra le diverse confessioni islamiche e il radicarsi di integralismi religiosi spesso violenti. Adulterio e omosessualità, non condannate nell’era del baathismo saddamita, sono diventate invise ai nuovi moralisti, tanto che ormai non si contano le lapidazioni e le impiccagioni di coloro che vengono anche solo sospettati di tali crimini.

    In tutto il paese sono in corso numerosissime faide famigliari, vendette personali e tensioni interetniche, cose che indicano in modo evidente che se gli Usa hanno concluso la missione loro “di pace”, non è di certo perché hanno vinto la guerra.

    Il tasso di disoccupazione e di povertà è alle stelle, molte sono le famiglie rimaste senza sostegno in un paese che dall’inizio del conflitto ha già avuto più di un milione di morti su una popolazione di circa 27 milioni di abitanti.

    Per gli americani ed i loro alleati è quindi una vera e propria fuga da una situazione di marasma che essi stessi hanno creato, mentre sul posto rimangono numerosi “contractor” ed agenti a proteggere gli interessi Usa in un terra che è fra le prime detentrici delle risorse petrolifere.



    01/09/2010



    Italia Sociale

 

 

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