



Le massime e la fisica stoica sono accettabili ancora oggi, meno la rinuncia del primo stoicismo zenoniano di tipo antiedonistico estremo a ogni passione tout court. Così come giusta l'etica del dovere e dell'integrità fino a uccidersi o al tirannicidio, a resistere come Antigone e Bruto al tiranno oggi incarnato sia dal popolo sia dal totalitarismo ed egemonia culturale di ogni marca, e NON in senso nichilista o di fuga e basta, vedo in certe situazioni corretto il sui, a questo collegandosi, naturale e razionale (una derivazione del pensiero antico) quindi umano, anche se noi oggi avvelenati da platonismo e dal cristianesimo in occidente lo vediamo spesso, anche quando sembra giustificato, anche laicamente come aberrazione, come rifiuto della sofferenza biblica che "meritiamo" (accettare non significa né nascondere né evitare ma neanche esibire, vedere l'espressione paolina "stoltezza per i pagani, scandalo per i giudei", probabilmente reazione agli stoici ed epicurei filosofi all'Areopago alle sicumere del presunto apostolo a cui l'hybris cristiana ha attribuito pure un carteggio con il saul@toros), aberrazione o qualcosa comunque qualcosa di anomalo e sconveniente il togliersi la vita in piena razionalità o accettazione pseudo-socratica o senecana.
Vedo nello stoicismo, aggiornato ed ecletizzato, una guida morale non cristiana per l'Occidente, una coscienza superiore che non si imponga e non ci costringa a fare nulla che non accettiamo razionalmente o coscientemente.
Mi definisco perciò, uno stoico moderno.


I suicidi moderni di personaggi come Montherlant, Monicelli, Lizzani, Lucio Magri, Welby, Venner, Jan Palach, Allende, Pisacane, Drieu La Rochelle, Rommel e perfino Goering, possono in un certo senso essere definiti suicidi stoici come quelli di Catone Uticense, Bruto Minore, Zenone e Seneca, di chi ha "concluso" un percorso, o vuole dare una dimostrazione estrema di coerenza, o sottrarsi al proprio tiranno/carceriere, non suicidi "dionisiaci", cioè in preda a furore, disperazione o sentimento, tipo Pavese, e per gli antichi, quelli di Antonio, Cleopatra (in parte) o Lucrezio.