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    Predefinito La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)




    di Gaetano Arfè – “Mondoperaio”, novembre 1978, pp. 59-66.




    Pubblichiamo la relazione svolta da Gaetano Arfè al convegno sul tema “Camillo Prampolini nella storia del socialismo italiano”, organizzato a Reggio Emilia il 27-29 ottobre [1978] dall’Istituto socialista di studi storici.


    Gli studi storici sul movimento socialista in Italia sono stati lungamente influenzati dall’egemonia che in questo campo ha saputo esercitare il PCI, attraverso la sapiente utilizzazione dell’opera di Gramsci, nel quadro di una politica culturale che resta il capolavoro di Togliatti. Le direttive di massima sono state due. Una, quella principale, tende a stabilire un intimo rapporto dialettico del movimento operaio e del partito con le classi dirigenti e la loro cultura: i conti si fanno con Cavour e Giolitti, con Croce e la cultura cattolica, non con Andrea Costa e Turati. L’altra, che dalla prima consegue e ne è la necessaria integrazione, è rivolta a consolidare e a rendere definitiva la funzione di guida del Partito comunista, la cui nascita è intesa come il passaggio del movimento operaio dalla preistoria alla storia.

    Ora da qualche tempo si assiste a una ripresa di interesse per il socialismo riformista, col dichiarato intento di operarne una rivalutazione anche in sede storiografica. È un fenomeno che si lega all’acquisizione di una maggiore consapevolezza della propria identità storica da parte dei socialisti e ai più recenti sviluppi del dibattito teorico nella sinistra italiana, nonché all’ingresso dei comunisti nella maggioranza e alla connessa riflessione su quel che significhi, oggi, un partito comunista in Europa occidentale. In questo contesto il socialismo riformista, italiano ed europeo, riappare come una delle grandi esperienze storiche meritevoli di rientrare nel circolo della cultura viva, fuori da ogni recupero meramente apologetico o agiografico.


    Più di uno studioso straniero in esperta dimestichezza con i nostri studi storici, o addirittura di essi partecipe, ha voluto notare, non senza qualche stupore e con qualche perplessità, come in Italia la storiografia abbia generalmente un carattere ideologizzante, sia fortemente influenzata da suggestioni di origine immediatamente o mediatamente politica, in molti casi addirittura di derivazione partitica.
    Il fatto è vero. Con caratteri meno diffusi e meno marcati un rilievo analogo potrebbe essere fatto per certa storiografia francese, anche se si potrebbe sostenere (in sede teorica) e documentare che interessi di ordine “pratico” – uso l’aggettivo in senso crociano – siano presenti e operanti anche tra storici d’altre parti, magari sinceramente e profondamente convinti di essere immuni da ogni influsso che non sia quello della scienza. Per quanto riguarda l’Italia, poi, c’è da aggiungere a questo proposito che gli storici presunti “puri” sono spesso vittime della tendenza a rifugiarsi e a involversi nella cronaca senza respiro e nella erudizione minuta. Esempi in contrario non mancano: esiste anche da noi un filone storiografico che sin dai primi anni del nostro secolo si è posto su di una strada che precorre per più aspetti quella battuta dall’assai più famosa scuola che a Parigi ha fatto capo alle Annales, un filone che ancora oggi è degnamente rappresentato, anche se costretto a muoversi tra difficoltà non solo materiali sconosciute ai colleghi d’Oltralpe. È comunque innegabile che la storiografia italiana più rappresentativa e più autorevole è strettamente fusa con la storia della cultura, e in particolare della cultura politica e delle ideologie.
    Questo è accaduto nel Risorgimento, allorché gli storici italiani furono neo-guelfi e neo-ghibellini; è accaduto nell’Italia liberale e in quella fascista – basti fare i nomi di Croce e di Salvemini, di Salvatorelli e di Volpe, senza dimenticare che studiosi non professionali, pubblicisti e agitatori politici – basti ricordare Oriani, Gobetti, Dorso e, su un altro piano, Gramsci – hanno fortemente influenzato il dibattito storiografico e il corso degli studi storici; è accaduto nell’Italia repubblicana in forme ancora più vistose che nel passato.
    Il fenomeno ha radici antiche e a volerne proporre una interpretazione andremmo molto lontani. Mi limito in questa occasione a constatarlo e a sottolinearlo a spiegazione e motivazione del criterio al quale mi ispiro in questo intervento che non è e non vuol essere una storta di rassegna bibliografica degli studi sulla storia del movimento operaio italiano, e neanche un bilancio storiografico di carattere tecnico, ma un tentativo di interpretazione della cultura socialista, e più in generale della sinistra, attraverso le sue espressioni in campo storiografico. E sono convinto che un tentativo in tal senso ha in sé dei motivi di validità, e direi una sua autonomia culturale, perché nell’ambito della cultura di sinistra – e non credo mi faccia velo lo spirito di corpo – gli storici hanno costantemente avuto una parte di primo piano, hanno fortemente contribuito a rinnovare la cultura italiana nel suo insieme, hanno dato l’apporto forse più importante alla formazione delle ideologie – inteso il termine in senso lato – che oggi convivono o si scontrano nella repubblica democratica. Mi limito a fare un esempio solo e che meno di ogni altro ha bisogno di essere documentato: l’antifascismo, divenuto ormai ideologia ufficiale della repubblica italiana, è stato nutrito, irrobustito, portato a uno stadio di sviluppo impensabile trent’anni or sono dall’apporto determinante degli storici, attraverso i canali dei partiti prima, attraverso anche le istituzioni dello stato in un secondo tempo.
    In sostanza un esame, ancora tutto da fare, della storiografia come capitolo della storia della cultura, si pone oggi come problema a sé stante, e insieme come contributo alla maturazione del dibattito storiografico. E credo che chi di questa vicenda è stato testimone e partecipe non possa esimersi dal proporlo.


    (...)
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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  2. #2
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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    I primi passi del dopoguerra

    Carattere distintivo della moderna storiografia italiana – dicevo in principio – è quello di un nesso dialettico assai stretto con la cultura politica, con le ideologie politiche. Dentro questa tendenza un posto a parte occupa la storiografia socialista, o, per essere più precisi, la storiografia sul movimento socialista, dove il legame con la cultura politica è diventato legame con la politica di partito e, per un certo periodo, e su certi temi, di subordinazione ad esse.
    In questo campo il problema storico – il problema attuale in senso filosofico, dal quale lo storico parte per indirizzare la propria ricerca – è stato per certi periodi impostato e predisposto nelle sue soluzioni dall’esterno, condizionato da una tradizione se non addirittura da indirizzi provenienti da gerarchie partitiche. E quando parlo di periodi mi riferisco per l’appunto a periodi le cui scadenze sono segnate dalle vicende interne dei partiti, dalle quali di regola sono state segnate anche le tappe della storiografia.
    L’itinerario si può farlo iniziare con la Liberazione, e questo non perché prima manchino lavori anche notevoli sulla storia del movimento operaio socialista, ma si tratta ancora di tentativi o di sforzi pioneristici che ancora non si compongono in una corrente storiografica e che sono di fatto bloccati dall’avvento del fascismo e dalla ufficializzazione di una composita ma pesantemente conformistica cultura di regime. Il solo libro, rimasto per altro un classico, sull’argomento è quello dedicato da Nello Rosselli a Mazzini e a Bakunin.
    La situazione dopo la Liberazione è quella di un campo tutto da dissodare e da coltivare: c’è un problema pregiudiziale di fonti che quando non sono state distrutte sono andate disperse, e comunque mai raccolte e mai censite; ci sono problemi di tecnica della ricerca e della utilizzazione critica di tali fonti; ci sono problemi di metodo ignoti a una storiografia ancora per molti fili legata alla tradizione retorico-umanistica, e rispetto ai quali anche la lezione di Croce, per altri aspetti feconda anche per chi la contestava, non può far luce: la storiografia etico-politica di stampo crociano non va oltre i confini di una storia della classe dirigente.
    Ma ci sono problemi di natura interpretativa che si presentano ancora più ardui. Il giudizio storico non è mai invenzione. È costruzione critica, illuminata dalla intelligenza e dalla passione, ma che parte da un problema che scaturisce dal vivo della coscienza del proprio tempo e della cultura di cui ci si è nutriti, e i cui materiali non si traggono solo dalle fonti, ma anche dalla stratificazione di giudizi espressi dai contemporanei, dalle suggestioni che provengono da opinioni ripetute e accreditate per lunga tradizione, dalle passioni e dagli interessi di parte. Compito dello storico è formulare ipotesi, porle a confronto coi fatti, sottoporle al vaglio del dubbio metodico prima di arrivare alle proprie conclusioni.
    I problemi di ordine tecnico e metodologico furono risolti abbastanza rapidamente e molto brillantemente. Un filo di continuità esisteva, e all’origine c’era Salvemini seguito dal suo maggior allievo, Nello Rosselli. Dalla sua scuola – era appena rientrato a Firenze dopo i lunghi anni passati da “fuoruscito” – venne uno tra i primi contributi alla conoscenza del primo insorgere del movimento socialista in Italia, il volume di Elio Conti sulle origini del socialismo a Firenze che resta nel suo genere un modello. Sempre a Firenze, tra gli storici d’accademia, Carlo Morandi fu tra i primi ad affrontare questi problemi, fornendo indicazioni e tracciando programmi: dalla sua scuola un altro lavoro, anch’esso nel suo genere esemplare, quello di Ernesto Ragionieri sulla storia del comune socialista di Sesto Fiorentino, accompagnato da una bella ricerca sulla formazione del programma amministrativo dei socialisti. Nella stessa collana il libro di Gastone Manacorda sul movimento operaio italiano attraverso i suoi congressi, che ancora oggi resta punto di riferimento obbligato, e che circola largamente nelle Università.
    Fuori del mondo accademico Gianni Bosio fondava la rivista “Movimento operaio” – i due primi numeri apparvero in ciclostile – che diveniva nel giro di qualche anno un centro di organizzazione la cui rete, pur con grossi vuoti, si estendeva da un capo all’altro d’Italia, e al cui centro, nel comitato di redazione della rivista, convergevano studiosi tra i più autorevoli di storia del movimento operaio, socialista, democratico, italiano e internazionale: bastino per tutti i nomi di Leo Valiani e di Franco Venturi. Vi collaborava un giovane studioso dell’anarchismo, la cui esperienza egli aveva vissuto dall’interno, come Pier Carlo Masini. Nasceva ad opera di Vera Modigliani l’ESMOI, tuttora in vita, e che ha conquistato, con la compilazione di preziosi strumenti bibliografici e documentari, titoli di benemerenza di primissimo ordine in questo campo di studi.

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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    Togliatti e l’egemonia culturale del PCI

    Caratteristico di questa prima fase è che la ricerca raramente travalica i confini storici della Prima Internazionale, e quando va oltre si mantiene dentro i limiti della storia settoriale e locale.
    Tra le ragioni se ne può indicare più d’una: l’ossequio ad una tradizione accademica diventata costume secondo la quale non possono diventare oggetto d’indagine storica temi appartenenti a periodi relativamente recenti, sui quali il tempo non abbia operato le opportune decantazioni; il legame di continuità con un dibattito storiografico che aveva avuto per lunghi anni a problema centrale il Risorgimento e che viene ripreso, sotto l’influsso di Gramsci, coinvolgendo studiosi di ogni tendenza; la diffusa ignoranza di tutta la storia dottrinale e politica del movimento socialista italiano e internazionale, prodotto immediato del fascismo che quella storia aveva qualificato come sovversiva, affidandola all’OVRA e alle regie questure.
    A queste ragioni, tutte da tenere nel debito conto, una se ne aggiunge che, a mio avviso prevale su tutte, ed è l’orientamento che sugli studi riesce a esercitare il partito comunista, grazie a una egemonia conquistata attraverso la sapiente utilizzazione dell’opera di Gramsci, nell’ambito di una politica culturale che resta, a mio giudizio, il capolavoro politico di Palmiro Togliatti.
    Le direttive di massima sono due: una, quella principale, è l’espressione di una scelta politica non contingente, considerata come acquisizione definitiva del movimento operaio e del suo partito, tende a stabilire un intimo rapporto dialettico con le classi dirigenti e la loro cultura; l’altra, che dalla prima direttamente consegue e ne costituisce la necessaria integrazione è rivolta a consolidare e a rendere definitiva la funzione di guida del Partito comunista nella sinistra italiana.
    La tesi di Togliatti è che il movimento operaio, con la nascita del Partito comunista, è passato, per usare una sua espressione classica, dalla preistoria alla storia, ha dato l’avvio a un processo tormentato ma inarrestato, che lo ha abilitato alla funzione di classe dirigente. Questo vuol dire che in sede storica i conti si fanno con Cavour e con Giolitti, non con Costa e Turati; sul piano ideale con Croce e con la cultura cattolica, non col positivismo e le eresie minoritarie. Questo non vuol dire che la storia del movimento operaio e delle sue origini debba essere messa al bando, ma che essa va considerata da un punto di vista che non è quello di riallacciare il filo della continuità, ma di portare a compimento, attraverso la documentazione e la riflessione storica, il processo di superamento delle esperienze dottrinali e ideali, tutte subalterne e pertanto intrise di errori, che del movimento avevano segnate le tappe. Verrebbe fatto di pensare – come diceva Benedetto Croce – a quei cronisti cattolici medievali per i quali degli antichi romani si poteva dire tutto il bene possibile, ma a patto di ricordare che erano vissuti nell’errore e che i migliori di loro non erano potuti andare al di là del Limbo. Togliatti è lontano dall’ingenuità dei cronisti. A ispirarlo è il disegno politico duttile e raffinato nella cui attenzione egli porta una sua personale vocazione e anche una formazione culturale, cui non è estranea l’esperienza crociana, e che lo porta a concepire la storia se non come storia dei ceti dirigenti, di classi che lottano per conquistare una funzione dirigente, che diventano degne di storia nel momento in cui questa capacità hanno potenzialmente già conquistata, e che pertanto debbono avere come interlocutori gli eredi dei loro avversari ai più alti livelli da essi raggiunti.


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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    Il caso Bosio

    Ma c’è di più. Nell’ambito di questa concezione gli studi di storia del movimento operaio, e solo del movimento operaio, possono diventare terreno di coltura dei germi più pericolosi per un movimento che è risorto nel segno dell’unità nazionale, quelli dello spontaneismo che portano dritto alla negazione della funzione di guida del partito, a una concezione autonomistica e libertaria della lotta di classe. Di qui la diffidenza nei confronti della iniziativa di Bosio, un Bosio “bassiano”, un Bosio “spontaneista” e “populista”, che non discute la politica di unità nazionale, ma si rinchiude nella storia della classe e fa della filologia rigorosa e puntigliosa uno strumento di implicita contestazione del dialogo ideale che Togliatti intesse con Giovanni Giolitti, del dialogo politico con Vittorio Emanuele Orlando per difendere l’indipendenza nazionale, con Francesco Saverio Nitti in nome della buona amministrazione, con Arturo Labriola per il recupero di una tradizione in buona parte intessuta col filo della polemica antisocialista e soprattutto dell’avversione al capitalismo plutocratico internazionale, che in Labriola era arrivato fino alla solidarietà con Mussolini al tempo della impresa abissina.
    Già in altra occasione mi sono soffermato sul caso Bosio, sulla manovra che lo privò – il braccio secolare fu Feltrinelli, allora ancora ligio alla disciplina comunista – della direzione della rivista, sotto l’accusa di filologismo, di corporativismo, di chiusura ai grandi temi della storia nazionale visti dal punto di vista di una classe non più subalterna. Rimando per questo a quanto egli stesso ha scritto nel Giornale di un organizzatore di cultura e in una relazione estremamente suggestiva che egli svolse nel 1963 a un convegno di “Mondo operaio”, e pubblicata nel volume Il movimento Operaio socialista. Bilancio storiografico e problemi storici.
    Voglio solo aggiungere che la mia solidarietà con lui in quella circostanza non fu determinata dall’amicizia personale e dalla comunanza di milizia politica e neanche da una accettazione integrale della sua metodologia. Fui con Bosio innanzi tutto per una ragione di principio: difendere l’autonomia della cultura; ma poi anche perché consideravo e considero la sua esperienza come un innesto nuovo e per molti aspetti originale nella storiografia italiana, capace di avviare un allargamento e un superamento della metodologia crociana nella quale larga parte della storiografia di sinistra era inviluppata, col correttivo estrinseco del ricorso occasionale ed episodico a dati tratti dalla storia dell’economia e della società. Bosio stesso, nella relazione che ho appena citata, espone e spiega la propria esperienza, non traendone forse tutte le implicazioni, tra le quali a me personalmente una è parsa di estrema importanza: la scoperta, nel solco tracciato da Ernesto De Martino, di un metodo che consente di applicare alla storia della classi subalterne il criterio crociano dell’ “etico-politico”, di scoprire, cioè, il mondo di valori e il patrimonio di cultura, cogliendoli nella loro genesi e nei loro sviluppi, indagandone il grado di autonomia, in seno alle classi subalterne approdando, si potrebbe forse dire, alla riscoperta dell’uomo dentro la classe.
    Non mi inoltro su questo tema perché esso ci porterebbe assai lontano. Mi limito a dire che per un giudizio complessivo su Bosio va tenuto presente il lavoro da lui svolto, dopo la defenestrazione da “Movimento Operaio”, attraverso le Edizioni Avanti! e i “Dischi del sole”, un lavoro non solo di organizzatore ma di promotore di cultura. E varrebbe la pena di indagare su quanto la cultura della nuova sinistra, sviluppatasi nell’ultimo decennio, debba a lui: per usare un’espressione hegeliana a lui cara, Bosio avvertì sempre nel suo lavoro quelli che erano o stavano per diventare “i bisogni dei tempi”, e intuendoli precocemente, fin troppo precocemente, li espresse in idee e li tradusse in opere.


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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    La svalutazione della tradizione socialista

    La seconda direttiva alla quale la politica culturale del Partito comunista si ispira nel campo degli studi storici tende a relegare in soffitta tra le anticaglie e tra i residuati di un passato senza fermenti di avvenire la tradizione socialista quale si configura attraverso le vicende del partito e a far emergere quale sola valida quella che nasce dalla scissione di Livorno del 1921, vista come alba della nuova storia.
    Le condizioni per la buona riuscita dell’operazione ci sono tutte. Sul Partito socialista, sulla sua storia, esistono già giudizi largamente diffusi, venuti su per incrostazioni successive di motivi tratti dalla pubblicistica di destra e di sinistra, dagli stessi dibattiti interni a partire dai primordi del secolo, dalla polemica che aveva accompagnata la ricostituzione del partito e che si fa aperta e aspra già all’indomani della Liberazione, che esplode dopo il successo elettorale del 2 giugno 1946.
    La polemica contro il socialismo riformista, prima che dei comunisti, portava le firme dei due Labriola, di Salvemini, in certi momenti anche di Turati e di Anna Kuliscioff. Da Turati, da Treves, da Modigliani era partita la denuncia del nullismo massimalista. Gobetti e Rosselli, ma anche Nenni e Morandi e Basso erano stati critici spietati della tradizione socialista nel suo complesso. Il riformismo ne emergeva in forme tutto sommato caricaturali: era corporativismo e settorialismo, era elusione dei problemi politici e programmatici, era l’Aventino che aveva riposte nel re le sue speranze, era la Concentrazione antifascista che aspettava la crisi del fascismo dalle sue contraddizioni interne. Il massimalismo era, nel migliore dei casi, utopia generosa, intessuta di sentimenti e non di idee e di progetti; per il resto, demagogia irresponsabile o autentica cialtroneria. Quel che di meglio nel massimalismo c’era stato era confluito con Serrati nel Partito comunista.
    Motivi del genere corrono nella pubblicistica, nei dibattiti, nelle polemiche, nei discorsi. Da parte socialista manca qualsiasi tentativo di ricollegarsi alla tradizione, ripigliando i fili di quell’autocritica che Nenni e Rosselli avevano avviata con “Quarto Stato”, che aveva avuto echi anche nella “Critica Sociale”, che era stata ripresa da Basso e da Morandi, che in Francia aveva avuto anche un esito politico con la unificazione del 1930, che si era arricchita di originali apporti anche per opera di esponenti della tradizione turatiana, quali Saragat e Faravelli, che aveva attirato degli espulsi dal Partito comunista come Tasca e Silone, che aveva dato all’antifascismo le idee e il sacrificio di Matteotti, il sangue di De Rosa e la galera di Pertini, che aveva con Colorni tentato di dare al socialismo una dimensione europea.
    La polemica interna diventa invece chiusa a ogni scambio, deliberatamente lacerante. I due partiti che escono dalla scissione del 1947 vedono entrambi per ragioni diverse, ma con risultati analoghi, restringersi l’area della proprie rispettive autonomie. La tradizione riformista rivendicata dal Partito socialista dei lavoratori italiani si inaridisce fino a estinguersi in una pratica di collaborazione subalterna. Dall’altra parte, quasi a difendersi da essa, si fa calare una cortina di silenzio. Nelle celebrazioni del sessantesimo anniversario del partito, nel 1952, non si fa il nome di Turati, sostituito in tutte le manifestazioni da Andrea Costa. Un gruppo di giovani studiosi organizzato da Gianni Bosio per redigere una cronologia del partito divisa in più parti, ciascuna delle quali sarebbe stata “interpretata” da un dirigente politico, si trovò di fronte a tali assurdi veti – il più clamoroso riguarda Lelio Basso, allora in fama di eresia – e ad altrettante assurde proposte, da abbandonare l’impresa. Le ricostruzioni storiche si risolsero in una fioritura di scritti memorialistici e documentari – erano ancora vivi alcuni partecipanti del Congresso di Genova – e nella rievocazione di alcuni momenti sui quali l’interpretazione era univoca: il ’98; l’opposizione alla guerra libica e alla guerra mondiale; alcuni episodi di lotta al fascismo; il patto d’unità d’azione del 1934 col Partito comunista, considerato come il momento della riqualificazione socialista dopo la lunga serie di errori e di colpe.


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    Ultima modifica di Frescobaldi; 08-03-19 alle 23:22
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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    La storia al servizio del partito

    Al Partito comunista non restò che raccogliere quanto gli veniva offerto. L’isolamento nel quale la cultura italiana era stata costretta per circa un ventennio facilitò il compito. Gli studiosi italiani, i più maturi non meno dei giovani, erano rinchiusi in una problematica storiografica che per quanto riguarda l’età contemporanea andava dal Risorgimento al fascismo e all’antifascismo e la cui metodologia teorica ruotava tutta intorno al binomio Croce-Gramsci. Tutta la storia dell’Europa del nostro secolo era conosciuta solo per grandissime linee; pressoché ignote nei loro termini reali e addirittura nei loro testi e documenti erano le vicende del dibattito dottrinale e delle azioni politiche dei partiti della Seconda Internazionale: sul revisionismo, sulle polemiche intorno alla rivoluzione russa, al leninismo, al trockismo, allo stalinismo, sulle interpretazioni del fascismo e sulle conseguenze pratiche, nazionali e internazionali, che esse ebbero – è il caso del “social-fascismo” – quanto si sapeva proveniva dalla pubblicistica comunista, e alle voci eretiche si prestava solo un vago e diffidente ascolto.
    L’egemonia comunista poté così affermarsi incontrastata e costruire una ideologia storiografica amministrata dai politici, cui corrispondeva una storiografia lasciata, non senza le opportune cautele, agli storici, cautele che quando si arrivava alla storia del Partito comunista diventavano pure e semplici inibizioni. Se nei confronti dei socialisti, infatti, c’erano da rispettare solo delle regole di opportunità politica, per il Partito comunista c’era tutta una leggenda da tenere in piedi: Gramsci e Togliatti fondatori; Bordiga un estremista capitolardo rapidamente eliminato – il suo nome fu cancellato anche dalle lettere di Gramsci – Trockij “puttana del fascismo” – e la definizione fu attribuita a Gramsci -; Stalin padre dei popoli. Il “Quaderno” di Rinascita dedicato alla storia del PCI nel trentesimo anniversario della sua fondazione, e curato personalmente da Togliatti, è da questo punto di vista negativamente esemplare: nella pubblicistica storiografica dell’Italia repubblicana si può dire che non ci sia nulla di altrettanto tendenzioso, di una tendenziosità che va talvolta fino alla reticenza colpevole e alla falsificazione dei fatti.
    Va riconosciuto peraltro che gli storici comunisti, pur ossequienti alla disciplina di partito, accettarono l’autocensura e magari anche la censura, ma non diedero mano a operazioni deliberatamente mistificatorie.


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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    La svolta del XX Congresso

    Il XX Congresso di Mosca col crollo del mito staliniano apre nel movimento operaio socialista italiano una crisi ideologica che ancora una volta ha puntuali riflessi sulla sua storiografia.
    Una testimonianza cade qui opportuna che riguarda solo indirettamente la mia persona. All’indomani di quel Congresso fu Nenni – che già sull’avvenimento aveva aperto il dibattito con un articolo apparso in “Mondo Operaio” – ad avvertire il bisogno di dare alla svolta autonomistica che egli intendeva promuovere il confronto di una rivalutazione della tradizione socialista nel suo insieme; e, cadendo in quell’anno il sessantesimo anniversario della fondazione dell’ “Avanti!”, egli incaricò Panzieri di cercare chi scrivesse una storia del giornale che andasse in tal senso. Fui io ad accettare l’incarico sotto la pressione di Panzieri stesso e di Bosio, il quale mi dette una collaborazione preziosa e indispensabile perché il libro uscisse dentro i tempi previsti – cinque mesi e la lettura di trenta annate dell’ “Avanti!” – perché entrasse nel giro del dibattito congressuale.
    Da parte comunista fu Togliatti, ma alcuni anni dopo, col suo saggio sulla formazione del gruppo dirigente del PCI, ad aprire nella interpretazione canonica una breccia, attraverso la quale sono poi passati gli storici, avviando così un processo di laicizzazione, per così dire, della storiografia comunista, che oggi può dirsi compiuto, anche se patriottismo di partito e rispetti umani ancora ne rendono qua e là inceppato il corso, e anche se il bilancio critico di tutta l’esperienza della Terza Internazionale e del complesso fenomeno dello stalinismo è ancora quasi tutto da fare.
    Quel processo però non ha interessato soltanto gli storici militanti. La presa della ortodossia si allenta su tutto il campo, idee nuove circolano, iniziative fioriscono non più sotto il controllo diretto dei partiti. È la fase in cui si apre o si riapre l’interesse per i grandi temi della storia del dibattito ideale e dottrinale svoltosi nel movimento socialista e comunista internazionale: si scoprono Rosa Luxemburg e Trockij, ma anche Bernstein e Kautsky, si parla di Bordiga. Nasce, ad opera di Luigi Cortesi e di Stefano Merli, la “Rivista Storica del Socialismo” con un programma di revisione delle ideologie e delle metodologie fin lì dominanti, e che costituisce un punto di incontro e di raccordo tra la prima generazione di studiosi impegnati nella milizia di partito e i più giovani che non intendono subordinare l’impegno militante alla disciplina partitica. Per tutta una prima fase la rivista mantiene le sue promesse. È il ritardo generale del movimento a rallentarne e a deviarne il corso, il gusto per l’eresia prende il sopravvento, fino a sfociare nella ricerca di una propria ortodossia.


    Il revisionismo di sinistra

    È un revisionismo di sinistra che di lì prende le mosse, che si esercita sulle correnti eretiche e minoritarie, sulle vicende delle organizzazioni di classe e delle loro lotte, in uno spirito diverso da quello che era stato di Bosio (non ricostruzione dall’interno di quanto il movimento operaio esprime, ma mitizzazione di un proletariato travagliato da una perenne febbre rivoluzionaria), sulla storia del Partito comunista nella Resistenza e agli albori della repubblica.
    Una valutazione critica di questa produzione storiografica richiederebbe un discorso a sé. Mi limito a dire con molta franchezza che non mi sentirei di segnalare questo filone di studi come modello metodologico, che molte riserve avrei da avanzare sulle sue motivazioni ideologiche. Ad esse aggiungo due rilievi di natura tecnica: un uso spesso disinvolto della filologia – non mi riferisco a Cortesi e a Merli – e una cultura generale assai tenue: non si fa storia, neanche di una Camera del Lavoro, ignorando che nel mondo ci sono stati altri fatti importanti oltre la rivoluzione russa, il fascismo e le lotte dei popoli coloniali.
    Ciò non toglie – Benedetto Croce insegnava che la storia è storia del positivo – che questa irruzione in un campo di studi già soggetto a pressioni burocratiche, dalle quali si era difeso accademizzandosi, è servita a rompere sintesi superate, a sfatare pregiudizi e far cadere pregiudiziali, a incrinare, per lo meno, certi miti sapientemente costruiti, a ridurli a temi di dibattito da oggetti di culto quali erano.
    Chi vorrà ricostruire storicamente quel fenomeno di mutamento e di sconvolgimento che ha preso nome dal ’68 dovrà a mio avviso dare posto anche a quei filoni di cultura storica sprigionati dalla crisi dello stalinismo, anche in Italia. E mi pare degno di nota che la reazione alle nuove tendenze non sia venuta dalla storiografia partitica ma da una sorta di storiografia “neo-positivistica” che nelle sue punte appare filologicamente e metodologicamente agguerrita, ai livelli delle migliori scuole europee, ma che si presenta anche in non pochi suoi rappresentanti di assai corto respiro ideale e culturale.

    (...)
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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    La rivalutazione del socialismo riformista

    Il socialismo riformista – che costituisce lo sfondo sul quale i lavori del nostro convegno si svolgeranno – ha avuto in tutta questa storia varia e tormentata fortuna.
    Ho già prima ricordato come contro di esso convergessero, all’atto della ripresa degli studi sul movimento operaio socialista, giudizi negativi di Salvemini, di Gobetti, di Rosselli, entrati a far parte della ideologia e della cultura di quel movimento di idee che raccoglieva sinistre liberali, liberal-socialisti, eretici del socialismo e del comunismo, che trovò la sua breve espressione politica nel Partito d’azione, ma che come movimento di idee, come patrimonio etico-politico, gli è sopravvissuto con forza e originalità nella cultura italiana; come quei motivi fossero in larga misura fatti propri anche dai comunisti per essere poi inseriti in un contesto radicalmente diverso nella strategia e nella tattica, dottrinalmente caratterizzato da un singolare sincretismo, nel quale l’accettazione del metodo democratico e della ipotesi gradualista si sposava al leninismo, e l’accettazione postuma della prima guerra mondiale – Togliatti in divisa di alpino – e l’apologia di Giolitti si univa alla ribadita accusa al Partito socialista di essere il responsabile della rivoluzione mancata. Ho già ricordato come da parte socialista, dimesso lo sforzo di un autonomo superamento teorico e politico della vecchia tradizione, se ne operasse di fatto il rinnegamento. Contro il riformismo si è mossa e si muove la giovane storiografia contestazionistica che al riformismo – è una sorta di Nemesi che colpisce i comunisti italiani – ha finito con l’associare, con indubbia coerenza ideologica ma con dubbia correttezza storiografica, il Partito comunista, per lo meno a partire dal 1943, o comunque dalla svolta di Salerno.
    Erano in pochi venti anni fa – e mi sia consentito di dire che io sono stato tra questi, e fu Salvemini anche a incoraggiami – a riaprire il problema storico del socialismo riformista, a proporne una rivalutazione critica, fuori delle pregiudiziali ideologiche non più assumendo a giudizio storico, ma facendo di essi stessi l’oggetto del giudizio storico, i motivi polemici che avevano avuto una loro ragion d’essere e anche una loro ragione, ma che come temi di battaglia erano stati concepiti e buttati nel dibattito. Un mio articolo su Turati che liberamente proprio la “Rivista Storica del Socialismo” ospitò, ebbe per titolo Giudizi e pregiudizi su Filippo Turati.
    Ora da qualche tempo si assiste a una ripresa di interessi nei confronti del socialismo riformista, con dichiarato intento di operarne la rivalutazione: tra i risultati più importanti e più recenti, il convegno su Anna Kuliscioff del quale sono già apparsi gli Atti, il lavoro di Vigezzi su Giolitti e Turati.
    Le ragioni di questa ripresa credo vadano anch’esse poste in relazione con la storia della cultura politica degli ultimi vent’anni, degli sviluppi del dibattito dottrinale nella sinistra italiana, dei tumultuosi avvenimenti che si sono via via svolti.
    Esiste certamente un rapporto tra il crollo del mito staliniano e della illusione di una “destabilizzazione” rapida e irreversibile e l’appassionata attenzione riportata ai nessi tra socialismo, libertà e democrazia; esiste un rapporto tra la partecipazione socialista al governo e il riproporsi dei problemi relativi ai programmi e ai metodi; tra l’ingresso dei comunisti nella maggioranza e la riflessione su quel che significhi oggi un partito comunista nell’Occidente europeo. Ed esiste un rapporto tra il lungo dibattito apertosi su questi temi e l’allargamento della problematica, e anche degli orizzonti geografici della storiografia italiana sul movimento socialista: ricordo per tutto Massimo Salvadori.

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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    Un’esperienza articolata e complessa

    A questo punto, però, quel che occorre a mio avviso ribadire è che le operazioni cosiddette di recupero storiografico possono a loro volta arricchire la cultura politica solo se concepite in uno spirito che rispetti senza riserve l’autonomia del momento scientifico. E da questo punto di vista va tenuto presente che il socialismo riformista è fenomeno complesso, entro il quale vanno operate nette distinzioni prima di arrivare a un giudizio di sintesi.
    Giova a questo proposito ricordare che nel dibattito interno del Partito socialista il termine riformismo entrò all’alba del secolo e con un significato non lusinghiero per i destinatari: riformisti erano coloro i quali si disponevano ad accantonare se non ad abbandonare le finalità socialiste per inserirsi nel sistema democratico-borghese. Diventata di uso comune negli anni giolittiani, l’etichetta accomunò gruppi diversi e a volte tendenzialmente divergenti: Turati e il gruppo di “Critica Sociale” a Prampolini e gli organizzatori padani; Bissolati e Bonomi a Salvemini, col suo meridionalismo geniale e aggressivo; Rigola e i dirigenti confederali a Modigliani, che polemizza contro il corporativismo “piccolo-operaio”. Una decantazione avviene sul calar del decennio e sfocia nella espulsione al congresso di Reggio della destra riformista, che aveva imboccata la via del revisionismo e l’aveva percorsa fino in fondo. Sulla valutazione dei meriti e dei demeriti dei riformisti rimasti socialisti si apre nel dopoguerra la rovente polemica che sbocca nella scissione di Livorno e ne condiziona i risultati; sulla stessa questione il dibattito resta aperto nel Partito socialista e il risultato sarà l’espulsione nel 1922, a tre settimane dalla “marcia su Roma”, di Turati e di Treves, di Prampolini e di Modigliani, dei dirigenti confederali e degli amministratori comunali. Matteotti seguirà gli espulsi e sarà il segretario del nuovo partito.
    Su quale sarà la fortuna del riformismo nel secondo dopoguerra mi sono già soffermato. Resta vero, comunque, a mio avviso, che soltanto tenendo presenti e ben presenti le differenze si può unificare il fenomeno in un giudizio unitario ma articolato, e inquadrarlo nella dimensione internazionale che gli è propria.
    Oggi i socialisti sono alla ricerca di antenati, di un’identità storica, si dice con una locuzione di moda, dopo un susseguirsi di oscillazioni che li hanno resi incapaci di collocarsi consapevolmente e criticamente sul filo della loro propria storia. Ora ci sono due modi di scegliersi gli antenati, di recuperare – anche questa è un’espressione di moda – filoni della tradizione dal lungo corso tutto alla luce della storia, rivoli divenuti a un certo punto sotterranei e riemersi quindi alla luce. Un modo è quello di compiere operazioni libresche più o meno felici, più o meno efficaci sul momento, ma destinate a breve vita; l’altro è quello di non distaccarsi dal proprio albero genealogico, operando su di esso gli opportuni innesti vivificanti; fuori di metafora, di arricchire la cultura di un movimento di esperienze storiche le quali rivestano, anche in relazione ai problemi dell’oggi, caratteri di attualità.
    Quel che conta è avere le spalle abbastanza robuste per caricarsi di eredità impegnative e pesanti.
    Quando, circa venti anni fa, “Mondoperaio” dedicò un suo fascicolo a Camillo Prampolini, l’eco non andò molto oltre una ristretta cerchia di nostalgici. Oggi avvertiamo intorno a noi l’attenzione della migliore storiografia italiana.
    Il socialismo riformista, italiano e internazionale – questo è il punto che intendevo mettere in rilievo – appare come una della grandi esperienze storiche meritevoli di rientrare nel circolo della cultura viva. A volerne cogliere, traducendole in termini attuali, le caratteristiche principali e le implicazioni dottrinali che vi si connettono, si può dire che esso concepì il partito come strumento al servizio del proletariato e non come guida autoritaria espressa da capi carismatici; che esso vide indissolubilmente legate a quelle del socialismo le sorti della pace, della libertà, della democrazia; che esso ebbe fortissimi il senso dell’autonomia della classe e fiducia profonda nella sua capacità di autoeducazione e di autoemancipazione e che negli istituti di classe vide le cellule del futuro ordine socialista.
    E però una rivalutazione meramente apologetica del riformismo porterebbe dritto alla recriminazione sulle cose che potevano essere e non sono state se la sua storia non fosse inquadrata in una visione unitaria della storia del movimento operaio socialista, nel quadro delle ricorrenti tragedie del nostro secolo. Gli apostoli della pace e della non-violenza si scontrarono nella guerra e nella violenza della lotta di classe della borghesia e del suo stato; gl’istituti dell’autonomia proletaria modificarono il tessuto sociale delle regioni in cui operarono, modificarono i rapporti tra le classi, dettero vita a una fioritura meravigliosa di civiltà popolare, ma rimasero isole nella geografia del paese anche nelle zone in cui conobbero il massimo sviluppo, non riuscirono a superare i confini di classe, a stringere quelle alleanze sociali e politiche senza le quali il salto non si compie – solo Turati, tra i riformisti fu aperto a questo problema -; il partito quale essi lo concepirono fu strumento di coordinamento dell’azione politica e parlamentare, non di direzione politica: nel momento in cui la crisi squassa il paese e nuovi strati sociali, mai prima organizzati ed educati, irrompono sulla scena, questa carenza si pone tra le cause della disfatta. La rivoluzione russa, e tutto quello che ne segue, è la risposta di coloro i quali hanno continuato a credere nella inesorabilità delle analisi marxiste, nella inevitabilità della guerra, nella necessità della violenza, nella coesione ideologica del gruppo dirigente, nella militarizzazione della direzione politica.
    Con questo voglio dire che fuori di una visione dialetticamente unitaria della storia del socialismo, vista come il luogo in cui si riflettono le drammatiche contraddizioni del nostro secolo, si arriverebbe a una contrapposizione di torti e di ragioni che riporterebbe il dibattito storiografico ai termini di una polemica esplosa con la rivoluzione russa ma in atto anche prima, nata insieme al movimento socialista.
    Fuori di questo quadro, quella esperienza riformista che oggi riemerge e ci parla un linguaggio nel quale ci riconosciamo perderebbe e non acquisterebbe originalità e rilievo, si ridurrebbe ad agiografia, a santificazione banale che non parla alla coscienza, non si leverebbe alla serietà e all’austerità della storia.

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    Predefinito Re: La storiografia del movimento socialista in Italia (1978)

    La grandezza di Prampolini

    La grandezza vera di Camillo Prampolini, al quale noi dedichiamo questo convegno, non sta nel fatto che oggi noi possiamo trarre dalla sua esperienza ammaestramenti per il nostro operare, ma nel fatto che egli si mosse alla luce di una ipotesi ispirata a valori che abbiamo riscoperto essere perenni, e che egli dimostrò che a tali valori si può e si deve essere fedeli nell’azione quotidiana, nei giorni di sereno e in quelli di tempesta: una esperienza dottrinale, anche se egli dottrinario non fu, ed etica, anche se gli non fu mai un moralista di professione.
    Prampolini e i suoi compagni hanno dato quanto seppero e poterono dare nei tempi che furono i loro. Furono travolti da una tragedia che ebbe dimensioni mondiali. Ma sui sassi che essi posarono sul letto del torrente – secondo la bella immagine di Nello Rosselli – si è costruito un ponte sul quale il movimento passa, anche se ignorando chi fu a porne le fondamenta.

    Gaetano Arfè



    https://www.facebook.com/notes/pietr...5854043531095/
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