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    Cinico disincantato
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    Predefinito E' morto Guillaume Faye

    È morto Guillaume Faye, l’uomo che ha cambiato il pensiero non conforme europeo

    di Adriano Scianca

    Con il decesso di Guillaume Faye, morto nella notte tra 6 e 7 marzo, scompare dalla scena metapolitica europea uno dei pochi intellettuali che ha davvero cambiato il modo in cui tutti noi pensiamo, anche chi non l’ha mai letto, anche chi lo ha letto pensandola diversamente su tanti temi. Gravemente malato da tempo, accudito da un pugno di sodali devoti, Faye ha mostrato sino all’ultimo più interesse per il mondo delle idee che per la propria persona, anche a costo di trascurare la propria salute pur di continuare a scrivere. Pur non avendolo mai conosciuto, negli ultimi tempi avevo provato diverse volte a contattarlo, scrivendo alla mail del suo sito. Una prima volta mi aveva risposto, acconsentendo a un’intervista. Ma, quando gli avevo mandato le domande via mail, aveva dichiarato di non aver ricevuto nulla, chiedendomi di inviargliele nuovamente… via lettera. Cosa invero singolare, per un profeta della tecnoscienza. Avevo fatto un secondo tentativo, al fine di cooptarlo sul Primato Nazionale, in cui una sua rubrica fissa sarebbe stata più che gradita. Non mi rispose mai, probabilmente perché stava già male.

    La Nuova Destra francese

    Faye era nato il 7 novembre 1949 ad Angoulême, il capoluogo del dipartimento della Charente, situato nella regione Nuova Aquitania. In un’intervista aveva detto: «Sono stato allevato nel culto del nazionalismo francese, di tendenza bonapartista, e il risultato paradossale fu un patriottismo europeo. Il mio ambiente sociale d’origine è quello della grande borghesia parigina, che conosco perfettamente dall’interno e di cui non ho mai condiviso gli ideali conformisti e materialisti». Diplomato all’Institut d’études politiques di Parigi e titolare di un dottorato in scienze politiche, è stato uno dei principali teorici del Groupement de Recherches et Etudes pour la Civilisation Européenne (Grece), e dell’ambiente più tardi noto come Nuova Destra francese, nel periodo che va dal 1970 al 1986. Faye si avvicina al Grece su invito di Dominique Venner, senza un pedigrée pregresso particolarmente legato alla destra. Tra le figure che lo hanno segnato fino a quel momento c’è semmai il marxista e situazionista Henri Lefebvre. In questa fase, Faye propone un pensiero volontarista, faustiano, marcatamente nietzscheano e portatore di un neopaganesimo postmoderno. La sua visione del mondo esalta la tecnoscienza visionaria dello spirito europeo. Non sono rare le provocazioni, soprattutto in tema etico e sessuale.

    In un articolo di qualche anno fa, Stefano Vaj, amico di lunga data del francese, così descrive il primo impatto con il personaggio Faye, nell’ambito di un convegno del Grece: «Oratore eccezionale, ipnotico persino nel leggere una relazione scritta nell’atmosfera ovattata di un convegno di studi in un palazzo dei congressi, Guillaume Faye assomigliava un po’ fisicamente e nelle movenze al giovane Feddersen, interpretato da Gustav Froelich, protagonista di Metropolis di Fritz Lang; ed era già indiscutibilmente l’astro nascente del movimento. […] Faye lasciava un’impressione di “lucido fanatismo” in cui si mescolavano reminiscenze di Che Guevara, D’Annunzio, Ignazio di Loyola e Goebbels, alquanto lontane dal materiale umano settario e arrivista, conformista e reazionario, che dominava la mia esperienza politica italiana dell’epoca. Le notti passate a discutere delle questioni fondamentali della nostra epoca e del futuro dell’Europa nella campagna provenzale delle Université d’Eté del GRECE diventarono anzi ben presto una benvenuta boccata di ossigeno».

    Il sistema per uccidere i popoli

    Figlio di questa fase è l’eccezionale Le Système à tuer les peuples, puntuale diagnosi della globalizzazione scritta… nel 1981, quando l’agenda politica dell’Occidente era interamente occupata dalla Guerra fredda. In un mondo diviso in due, con le varie destre spesso preoccupate di rappresentare con il dovuto zelo il ruolo di sentinelle dell’Occidente, Faye si preoccupava dell’uniformità del pianeta all’insegna di un’unica ideologia consumistica, smobilitante, borghese, universalistica. Libro profetico se mai ve ne fu uno, Il sistema per uccidere i popoli – di cui esiste una traduzione in italiano, realizzata dallo stesso Vaj, più volte riproposta in diverse edizioni, l’ultima recentemente da Aga editrice – aveva inoltre il merito di proporre una lettura del potere totalmente aliena da schemi complottistici e semplificazioni settarie. La caratteristica principale del Sistema descritto da Faye era anzi proprio il fatto di «funzionare» in modo meccanico, impersonale, acefalo. Una lezione da ripassare, proprio oggi che gli spettri di mega cospirazioni tornano a dominare la scena di coloro che vorrebbero opporsi al medesimo Sistema.

    Definito l’«antipapa della Nouvelle Droite» rispetto al «pontefice» riconosciuto dell’ambiente, Alain de Benoist, Faye non potrebbe aver avuto una personalità più diversa da quella dell’autore di Visto da destra: tanto meticoloso, enciclopedico, «intellettuale» de Benoist, quanto estroso, polemico, «militante» il secondo. Caratteristiche che comportano, in entrambi i casi, tanti pregi quanti difetti. Nel 1986, Faye rompe con l’ambiente del Grece, parallelamente ad altri esponenti illustri del medesimo ambiente, come lo storico Jean-Claude Valla. Per un decennio, Faye sta lontano dalla politica e dalla cultura: partecipa a programmi radio, fa provocazioni mediatiche, avrebbe persino preso parte, secondo una leggenda metropolitana da lui stesso alimentata, a dei film porno in qualità di attore.

    Archeofuturismo

    Nel 1998, il grande ritorno alla battaglia delle idee con Archeofuturismo, uno dei testi più importanti degli ultimi 30 anni. Lo scorso marzo, in occasione della riedizione del testo, ancora per i tipi di Aga, scrivevo che l’opera «incise fortemente sull’immaginario dei due decenni che seguirono, non perdendo sostanzialmente di attualità. […] La tesi del libro è nota, anche solo per essere stata orecchiata qua e là: bisogna unire Evola e Marinetti, il sacro e la tecnoscienza, la potenza dell’arcaico e le suggestioni avveniristiche. […] Ma era soprattutto il discorso sull’islam che era destinato a sconvolgere i vecchi ammiratori di Faye e a creare dibattito nel suo pubblico naturale. Il vecchio cantore della ‘causa dei popoli’ contro il sistema americanocentrico riemergeva dal nulla chiamando alla guerra contro i musulmani. Eresia, tradimento, zampino della Cia o del Mossad? Sul tema, come al solito, la visione fayana tendeva a portare i concetti all’estremo, con non poche forzature e qualche argomento tagliato con l’accetta».

    Proprio nel numero di febbraio 2019 del Primato Nazionale è presente un’intervista a Guillaume Faye dai caratteri semi-testamentari.

    Con il passare degli anni, l’accetta si era fatta sempre più affilata, anche se le vette visionarie, originali, mobilitanti di Archeofuturismo non sarebbero più state toccate. Tra le sue opere di questo secondo periodo, merita una menzione il misconosciuto Pourquoi nous combattons?, operetta minore, sorta di breviario militante davvero ricco di spunti. Tra i libri che più avevano fatto parlare e sparlare di sé c’era invece La nouvelle question juive, per cui era ovviamente stato bollato come agente del sionismo internazionale. L’ultimissimo saggio, uscito proprio in questi giorni, testimoniava un ulteriore, controverso passo verso una radicalità sempre più accentuata, a cominciare dal titolo: Guerre civile raciale. Un testo su cui sarebbe stato bello discutere e magari anche litigare. Non ce n’è stato il tempo.

    https://www.ilprimatonazionale.it/cu...-morto-107319/

    Sit tibi terra levis.
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  2. #2
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    Predefinito Re: E' morto Guillaume Faye

    Uomo di valore indiscutibile.

    Riposi in pace.
    Hitler or Hell.

  3. #3
    Cinico disincantato
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    Predefinito Re: E' morto Guillaume Faye

    Un estratto de ''Archeofuturismo'':

    Il metodo: il “Pensiero Radicale”

    Soltanto il pensiero radicale e fecondo. Perche esso solo crea concetti audaci che spezzano l’ordine ideologico egemonico, e permettono di sfuggire al circolo vizioso di un sistema di civilta rivelatosi fallimentare. Per riprendere la formula del matematico Rene Thom, autore della «Teoria delle catastrofi», soltanto i “concetti radicali” possono far crollare un sistema nel caos — la “catastrofe” ovvero cambiamento di stato violento e repentino — al fine di dar vita a un altro ordine.

    Il pensiero radicale non e “estremista” ne utopico, dal momento che in questo caso esso non avrebbe alcuna presa sul reale, ma al contrario esso deve anticipare l’avvenire rompendo con un presente in disfacimento.

    Il pensiero radicale e rivoluzionario? Oggi deve esserlo, perche la nostra civilta e giunta alla fine di un ciclo e non alla soglia di un nuovo progresso; e perche attualmente non esiste piu alcuna scuola di pensiero che osi proclamarsi rivoluzionaria dopo il fallimento finale del tentativo comunista.

    Pertanto e solo avendo di mira nuovi concetti di civilta che si sara davvero portatori di storicita e di autenticita.

    Soltanto dei concetti radicalmente nuovi, miranti a un’altra civilta, sono portatori di storicita. Perche un pensiero radicale? Perche esso va proprio alla radice delle cose, vale a dire “fino all’osso”: esso rimette in discussione la concezione del mondo sostanziale di questa civilta, l’egualitarismo — il quale, utopico e ostinato, grazie alle sue contraddizioni interne sta portando l’umanita alla barbarie e all’orrore ecologico-economico.

    Per agire sulla storia, e necessario creare delle tempeste ideologiche attaccando, come vide benissimo Nietzsche, i valori, fondamento e ossatura del sistema. Oggi non lo fa piu nessuno: di qui il fatto che, per la prima volta, e la sfera economica (televisione, media, video, cinema, industria dello spettacolo e dell’intrattenimento) che detiene il monopolio della ri-produzione dei valori. Il che porta evidentemente a un’ideologia egemonica senza concetti ne progetti in grado di immaginare una rottura, ma invece fondata su dogmi e anatemi. Oggi, dunque, soltanto un pensiero radicale permetterebbe a delle minoranze intellettuali di creare un movimento, di scuotere il mammut, di squassare tramite elettrochoc (o “ideochoc”) la societa e l’ordine del mondo. Ma questo pensiero deve imperativamente sottrarsi al dogmatismo, e al contrario coltivare il riassetto permanente (“la rivoluzione nella rivoluzione”, unica intuizione maoista giusta); allo stesso modo esso deve proteggere la sua radicalita dalla tentazione nevrotica delle idee fisse, dai fantasmi onirici, dalle utopie ipnotiche, dalle nostalgie estremiste o dalle ossessioni deliranti, rischi inerenti a ogni prospettiva ideologica.

    Per agire sul mondo, un pensiero radicale deve articolare un corpus ideologico coerente e pragmatico, dotato di distacco e flessibilita adattativa. Un pensiero radicale e prima di tutto un porsi delle domande, e non gia una dottrina. Cio che esso propone dev’essere declinato secondo le modalita del «e se…?», e non certamente del «bisogna…!». Questo tipo di pensiero aborre i compromessi, le false saggezze “prudenti”, la dittatura degli “esperti” ignoranti, e il conservatorismo paradossale (lo statu-quoismo) degli adoratori della modernita, che la credono eterna.

    Ultima caratteristica di un pensiero radicale efficace: il saper accettare l’eterotelia, cioe il fatto che le idee non portano necessariamente ai fatti sperati. Un pensiero efficace deve riconoscere di essere approssimativo.

    Si naviga a vista, si vira di bordo in funzione del vento, ma si sa dove si va, verso quale porto. Il pensiero radicale integra il rischio e l’errore propri a tutto quanto e umano. La sua modestia, presa a prestito dal dubbio cartesiano, e il motore della sua potenza di messa in moto degli spiriti. Niente dogmi — immaginazione al potere. Con un pizzico di amoralismo, vale a dire di tensione creatrice verso una nuova morale.

    E oggi, alle soglie di questo XXI secolo che sara un secolo di ferro e di fuoco e la cui posta in gioco e colossale, ma che e gravido di minacce autenticamente mortali per l’umanita, nel momento in cui i nostri contemporanei sono decerebrati dal “pensiero debole” e dalla societa dello spettacolo — e oggi, proprio quando ci esplode di fronte un vuoto ideologico assordante, che finalmente e possibile e puo avere successo un pensiero radicale. Allo scopo di progettare nuove soluzioni, un tempo impensabili.

    Le intuizioni di Nietzsche, di Evola, di Heidegger, di Carl Schmitt, di Guy Debord o di Alain Lefebvre — tutte relative al rovesciamento dei valori — si dimostrano infine realizzabili, come la nietzscheana filosofia a colpi di martello. Il nostro “stato di civilta” e maturo per questo. Lo stesso non era nel recente passato, quando la coppia moderna XIX-XX secolo incubava la sua infezione virale senza ancora subirla. D’altra parte, conviene rigettare subito il pretesto secondo il quale un pensiero radicale sarebbe “perseguitato” dal sistema. Il sistema e stupido. Le sue censure sono permeabili e maldestre. Esso e capace di colpire soltanto le provocazioni folkloristiche e le goffaggini ideologiche.

    Nell’intellighenzia europea ufficiale e al potere, il pensiero e stato abbassato al livello di una mondanita mediatica e alla ripetizione stucchevole dei dogmi egualitari. Per tema di infrangere le leggi del “politicamente corretto”, per mancanza di immaginazione concettuale o per ignoranza delle poste in gioco reali del mondo presente.

    Le societa europee in crisi di oggi sono pronte a essere trapassate da pensieri radicali determinati, muniti da un progetto di valori rivoluzionari e portatori di una contestazione completa ma pragmatica e non utopica dell’attuale civilta mondiale.

    Un pensiero radicale, e ideologicamente efficace nel mondo tragico che si prepara, potrebbe unire le qualita del classicismo cartesiano (principi di ragione e di possibilita effettiva, di esame permanente e di volontarismo critico) e del romanticismo (pensiero folgorante richiamantesi all’emozione e all’estetica; audacia di prospettive). Allo scopo di coniugare in una coincidentia oppositorum le qualita della filosofia idealista del “si” e della filosofia critica del “no”. Come seppero farlo Marx e Nietzsche nel loro metodo dell’”ermeneutica del sospetto” (imputazione dei concetti dominanti) e del “rovesciamento positivo dei valori”.

    Un simile pensiero che unisce audacia e pragmatismo, intuizione prospettica e realismo osservatore, creazionismo estetico e volonta di potenza storica, dev’ essere “un pensiero volontarista concreto creatore di ordine”.

    Cultura.Addio a Guillaume Faye ideologo tra Nuova Destra e Archeofuturismo | Barbadillo
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  4. #4
    Morte al cristianesimo! ⨁
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    Predefinito Re: E' morto Guillaume Faye

    Onore!
    Definisco il cristianesimo l’unica grande maledizione, l’unica grande e più intima depravazione, l’unica immortale macchia d’infamia dell’umanità.


    F. Nietzsche, L'Anticristo, 62

  5. #5
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    Predefinito Re: E' morto Guillaume Faye

    Mi permetto di riproporre qualche articolo di Faye, preso dal vecchio - e non più attivo - sito de L'Uomo Libero.

    IL CONTENUTO: L’ARCHEOFUTURISMO

    È probabile che soltanto dopo che la catastrofe avrà abbattuto la modernità, la sua epopea e la sua ideologia mondiale, una visione del mondo alternativa si imporrà per necessità. Nessuno avrà lapreveggenza e il coraggio di applicarla prima dell’irruzione del caos. Dunque tocca a noi — a noi che viviamo nell’interregnum, secondo la formula di Giorgio Locchi, preparare fin da ora laconcezione del mondo del dopo-catastrofe: essa potrebbe essere incentrata sull’archeofuturismo.
    Ma bisogna dare un contenuto a questo concetto.

    a. Essenza dell’arcaismo
    Bisogna ridare alla parola “arcaico” il suo vero senso, positivo e non peggiorativo, conformemente al senso del sostantivo greco arché, che significa allo stesso tempo “fondamento” e “inizio”, ovvero “stimolo fondatore”. Esso significa anche “ciò che è creatore e immutabile” e si riferisce alla nozione centrale di “ordine”. Attenzione: “arcaico” non vuol dire “passatista”, giacché il passato storico ha prodotto la modernità egualitaria che fallisce, e dunque ogni regressione storica sarebbe
    assurda. È la modernità che appartiene già a un passato compiuto.
    L’arcaismo sarebbe allora un tradizionalismo? Sì e no. Il tradizionalismo esalta la trasmissione dei valori e, a giusto titolo, combatte le dottrine della tabula rasa. Ma tutto dipende da quali tradizioni si trasmettono. Non sarebbe possibile accettare qualsiasi tradizione, per esempio quella delle ideologie universaliste ed egualitarie o quelle che sono sclerotizzate, museografiche, smobilitanti. Non conviene allora selezionare fra le tradizioni (i valori trasmessi) quelle che sono positive e quelle che sono nocive? La nostra corrente di pensiero è sempre stata lacerata e indebolita da una frattura artificiale, che opporrebbe i “tradizionalisti” e quelli che sarebbero “rivolti al futuro”.
    L’archeofuturismo può riconciliare queste due famiglie mediante un superamento concettuale. Le poste in gioco che agitano il mondo attuale e che minacciano di catastrofe la modernità egualitaria sono già di ordine arcaico: la sfida religiosa dell’islam; le battaglie geopolitiche e oceano-politiche per le risorse rare, agricole, petrolifere, ittiche; il conflitto Nord-Sud e l’immigrazione di colonizzazione verso l’emisfero Nord; l’inquinamento del pianeta e lo scontro fisico fra gli auspici dell’ideologia dello sviluppo e la realtà. Tutte queste poste in gioco ci precipitano di nuovo verso questioni remote. Messi nel dimenticatoio i dibattiti politici quasiteologici
    dei secoli XIX e XX, che in fondo erano discorsi sul sesso degli angeli.
    Il ricorrere delle “questioni arcaiche” e dunque fondamentali lascia sbigottiti gli intellettuali “moderni” che disquisiscono sul diritto degli omosessuali al matrimonio o su altre faccende insignificanti. La caratteristica della modernità moribonda è la sua propensione alla mancanza di senso e alla commemorazione. La modernità è passatista, mentre l’arcaismo è futurista. D’altra parte, come presentiva il filosofo Raymond Ruyer (detestato dall’intellighenzia della Rive gauche) nelle sue opere fondamentali Les nuisances ideologiques e Les cents prochains siècles, una volta chiusa la parentesi dei secoli XIX e XX e conclusesi in catastrofe le allucinazioni ideologiche dell’egualitarismo, l’umanità ritornerà ai valori arcaici, vale a dire — molto semplicemente — biologici e umani (antropologici): separazione sessuale dei ruoli, trasmissione delle tradizioni etniche e popolari, spiritualità e organizzazione sacerdotale, gerarchie sociali visibili e normanti; culto degli antenati; riti e prove iniziatiche; ricostruzione delle comunità organiche intrecciate dalla sfera familiare al popolo; disindividualizzazione del matrimonio e delle unioni che coinvolgono la comunità allo stesso titolo che gli sposi; fine della confusione tra erotismo e intimità coniugale; prestigio della casta guerriera; ineguaglianza degli statuti sociali, non implicita — il che sarebbe ingiusto e frustrante, come avviene oggi nelle utopie egualitarie — bensì esplicita e ideologicamente legittimata; proporzionalità dei doveri ai diritti; applicazione della giustizia
    secondo gli atti e non secondo gli uomini, cosa che responsabilizza questi ultimi; definizione del popolo — e di ogni gruppo o corpo costituito — come comunità diacronica di destino e non come massa sincronica di atomi individuali eccetera.

    Per farla breve, diciamo che i secoli futuri, nel grande movimento a bilanciere della storia che Nietzsche chiamava “l’eterno ritorno dell’identico”, ritorneranno in un modo o nell’altro a questi valori arcaici. Per noi Europei il problema è di non lasciarceli imporre dall’islam — cosa che, invece, sta accadendo proprio ora e in modo strisciante —, bensì di imporceli nuovamente noi stessi, attingendo alla nostra memoria storica.
    Evidentemente l’ideologia oggi egemone — ma senza dubbio non per molto ancora — considera diabolici questi valori. Proprio come un pazzo paranoico vede lo psichiatra che lo cura sotto l’aspetto del demonio. In realtà questi sono valori di giustizia. Conformi alla natura umana più antica, questi valori arcaici rifiutano l’errore dell’emancipazione dell’individuo commesso dalla filosofia dei Lumi, che sfocia nell’isolamento di questo individuo e nella barbarie sociale. Questi valori arcaici sono giusti nel senso platonico del termine, perché prendono l’uomo per quello che è — uno zòon politikón (“animale sociale e organico inserito nella città comunitaria”, secondo la
    definizione di Aristotele), e non per quello che non è — un atomo asessuato e isolato provvisto di pseudo-diritti universali e imprescrittibili.
    Più concretamente, questi valori anti-individualisti permettono la realizzazione di sé, la solidarietà attiva, la pace sociale, laddove l’individualismo pseudo-emancipatore delle dottrine egualitarie può sfociare soltanto nella legge della giungla.

    b. Essenza del futurismo

    Una costante della mentalità europea consiste nel suo rifiuto dell’immutabile e nel suo carattere faustiano, tentatore (nei due sensi del termine: “colui che fa dei tentativi” e “colui che fa subire delle tentazioni”), sperimentatore delle nuove forme di civilizzazione. Il fondo culturale europeo, ereditato dall’America, è avventuroso. E soprattutto è volontarista. Esso mira a trasformare il mondo attraverso la creazione di Imperi, o attraverso la tecno-scienza, e sempre per mezzo di grandi
    progetti. Questi ultimi sono la rappresentazione anticipata di un futuro elaborato. Il “futuro”, e non il ciclo storico ripetitivo, è il cuore della visione europea del mondo. Parafrasando Heidegger, la storia è un “sentiero interrotto” che serpeggia nella foresta, oppure il corso di un fiume in cui bisogna incessantemente affrontare pericoli sempre nuovi e sempre nuove scoperte. D’altra parte, in questa visione futurista, le invenzioni della tecnoscienza (oppure i progetti politici o geopolitici) pensati come sfide non sono assunti in modo soltanto utilitario, bensì anche estetico.
    L’aviazione, i missili, i sottomarini, l’industria nucleare sono nati da sogni razionalizzati nei quali lo spirito scientifico ha realizzato il progetto dello spirito estetico. L’anima europea è contrassegnata da un’inclinazione al futuro, segno di giovinezza. In una parola, l’anima europea è storificativa [neologismo coniato per l’occasione, nel tentativo di rendere il senso che l’Autore dà all’anima europea come “dotata della capacità di agire/creare la storia”. Speriamo di esserci riusciti – n.d.t.] e immaginativa (essa immagina incessantemente la storia futura secondo un progetto dato).
    Del pari, nell’arte, la civiltà europea fu la sola a conoscere un costante rinnovamento delle forme. Ogni ripetizione ciclica dei modelli vi è proscritta. Lo spirito dell’opera è immutabile (polo arcaico) ma la forma deve continuamente rinnovarsi (polo futurista). L’anima europea si colloca sotto il segno della creazione e dell’invenzione permanente — ciò che gli antichi greci chiamavano pòiesis, ben consapevoli del fatto che l’asse direzionale, i valori, devono restare conformi alla tradizione.
    L’essenza del futurismo consiste nel pensare architettonicamente il futuro (e non di fare tabula rasa del passato): nel pensare la civiltà — in questo caso europea — come un’opera in movimento, secondo la concezione della musica propria di Wagner; in altre parole, nel considerare il politico non soltanto come la limitativa “designazione del nemico” data da Carl Schmitt, ma come designazione dell’amico e soprattutto come formazione del popolo nel futuro senza mai perdere di
    mira l’ambizione, l’indipendenza, la creatività e la potenza.
    Ma questo dinamismo, questa volontà di potenza, questa proiezione nel futuro si scontrano con diversi ostacoli: prima di tutto la modernità egualitaria li minaccia attraverso la sua morale della “colpevolizzazione della forza” e attraverso il suo fatalismo storico. Poi, in campo sociale, un futurismo deviato può dar luogo a delle aberrazioni utopiche, per il puro gusto del “cambiamento per il cambiamento”. In terzo luogo, la mentalità futurista, abbandonata a se stessa soprattutto nel campo tecno-scientifico, può rivelarsi suicida, segnatamente nel campo dell’ambiente e dell’ecologia. Nasce di qui il rischio di una deificazione della tecnica, ritenuta in grado di risolvere ogni problema.
    Il futurismo, dunque, deve essere temperato dall’arcaismo — addirittura, con una formula un po’ azzardata: l’arcaismo deve epurare il futurismo.
    Per finire, la mentalità futurista è andata a cozzare contro delle barriere: limitazione della conquista spaziale per via dei costi elevati, banalizzazione e perdita di senso della tecno-scienza, disincantamento nei confronti di tutti i suoi valori positivi e “poietici” di mobilitazione, spoetizzazione e “disestetizzazione”, mercantilismo generalizzato eccetera.
    Bisogna dedurne che il futurismo può divenire di nuovo agente/attore soltanto a patto di lanciarsi su nuove piste. E soltanto il mondo neoarcaico che si delinea all’orizzonte può ri-orientare il mentale futurista oltre gli impacci della modernità.

    c. La sintesi archeofuturista come combinazione filosofica apollineo-dionisiaca

    Il futurismo e l’arcaismo rappresentano ciascuno l’intreccio indissolubile dei princìpi apollineo e dionisiaco, che sono sempre stati apparentemente opposti ma in realtà complementari. Il polo futurista è apollineo per via del suo progetto sovrano e razionale di messa-in-forma del mondo, e allo stesso tempo dionisiaco per via della sua mobilitazione estetica e romantica dell’energia pura.
    Dal canto suo, l’arcaismo è dionisiaco perché tellurico: esso si richiama alle forze eterne e alla fedeltà dell’arché; ma allo stesso tempo è apollineo perché si fonda sulla saggezza e sulla stabilità dell’ordine umano. Si tratta, in buona sostanza, di pensare insieme, secondo la logica inclusiva dell’et-et e non più secondo quella esclusiva dell’aut-aut, l’iperscienza del futuro e il ritorno alle soluzioni tradizionali affioranti dalla notte dei tempi. Il futurismo è in realtà il più potente degli arcaismo; sulla base di un realismo purissimo, per realizzarsi un progetto futurista deve necessariamente ricorrere all’arcaismo.
    Di qui un paradosso: l’archeofuturismo rifiuta qualsiasi idea di progresso — tutto quanto attiene alla concezione del mondo di un popolo deve fondarsi su basi immutabili, anche se le forme e le formulazioni variano col tempo: da 50.000 anni a questa parte l’homo sapiens è cambiato di poco, e i modelli arcaici e premoderni di organizzazione sociale hanno dimostrato la loro validità. Dunque all’idea di progresso l’archeofuturismo deve sostituire quella di movimento.
    È possibile notare una straordinaria compatibilità fra i valori arcaici e le rivoluzioni consentite dalla tecno-scienza. Perché? Perché, ad esempio, non è possibile gestire con la mentalità egualitaria e umanitarista moderna le possibilità esplosive dell’ingegneria genetica o quelle delle nuove armi elettromagnetiche. L’incompatibilità fra l’ideologia egualitaria moderna e il futurismo si vede bene nell’inverosimile limitazione dell’industria nucleare civile in Occidente attraverso un’opinione pubblica manipolata, o negli ostacoli pseudo-etici innalzati contro le tecniche transgeniche, la creazione di “ricostruzioni” umane o l’eugenetica positiva.
    Il futurismo sarà tanto più radicale quanto più ridiventerà arcaico; e dal canto suo l’arcaismo sarà tanto più radicale quanto più diventerà futurista.
    Beninteso, l’archeofuturismo riposa sulla nozione nietzscheana di Umwertung — rovesciamento radicale dei valori moderni — e su una concezione sferica della storia.
    Chiariamo il concetto. La modernità ugualitaria, poggiata sulla fede nel progresso e suillo sviluppo senza fine, ha adottato una visione lineare, ascendente, escatologica e soteriologica della storia. Si tratta di una laicizzazione della visione del tempo propria delle religioni salvifiche, del resto ampiamente condivisa sia dai socialismi sia dal democratismo liberale. Invece le società tradizionali (soprattutto non-europee) sviluppano una visione ciclica, ripetitiva e dunque fatalista della storia.
    Ma la visione nietzscheana (quella che Giorgio Locchi definiva “sferica”) prende le distanze tanto dalla concezione lineare del progresso quanto dalla concezione ciclica.
    Di che si tratta? Immaginiamo una sfera, una biglia, che avanza disordinatamente lungo un piano, magari mossa dalla volontà, necessariamente imperfetta, di un giocatore di biliardo. Per forza di cose, dopo diverse rotazioni, lo stesso punto della biglia si troverà nuovamente a contatto del tappeto. È l’eterno ritorno dell’identico — ma non dello stesso. Perché? Perché la biglia non è immobile: se è vero che a toccare il tappeto è lo stesso punto della sfera, tuttavia la sfera medesima
    non si trova più nello stesso punto del tappeto toccato precedentemente. Si verifica dunque una situazione simile, ma in un luogo diverso. Lo stesso paragone può valere per le stagioni, e per la visione della storia propria dell’archeofuturismo. Il ritorno dei valori arcaici non deve essere concepito come un ritorno ciclico al passato (dal momento che questo passato ha, in tutta evidenza, fallito, poiché ha dato vita a una catastrofica modernità), bensì come un riaffiorare di configurazioni sociali arcaiche in un contesto del tutto nuovo.
    Detto in altre parole, si tratta di applicare soluzioni antichissime a problemi totalmenti inediti; ovvero di ricorrere a un ordine dimenticato ma trasfigurato da un contesto storico differente. Ancora tre precisazioni di natura filosofica: innanzitutto l’archeofuturismo si distingue dall’abituale “tradizionalismo” grazie ad un’analisi differente della tecnoscienza. la quale ultima non dev’essere demonizzata è non è essenzialmente legata alla modernità ugualitaria. Al contrario, essa affonda le sue radici nel patrimonio etnoculturale europeo, segnatamente all’eredità ellenica. Non dimentichiamo che la Rivoluzione francese “non aveva bisogno di scienziati” e ne ha ghigliottinati parecchi.
    Seconda precisazione: l’archeofuturismo è una visione metamorfica del mondo. Proiettati nel futuro, i valori dell’arché sono riattualizzati e trasfigurati. Dunque il futuro non è la negazione della tradizione, della memoria storica del popolo, ma la loro metamorfosi e dunque, in conclusione, il loro rafforzamento e la loro rigenerazione. Azzardiamo una metafora: che cos’hanno in comune un sottomarino nucleare e una triremi ateniese? Niente e tutto. L’uno è la metamorfosi dell’altra, ma tutti e due, in due epoche diverse, puntano esattamente allo stesso obiettivo e rispondono ai medesimi valori — anche sul piano estetico.
    Terza precisazione: l’archeofuturismo è un pensiero ordinatore — laddove “ordine” è la parola che più di tutte graffia la sensibilità dei cervelli moderni, preda della fallace etica individualista dell’emancipazione (o pseudo-tale) che ha prodotto sia l’impostura dell’arte contemporanea sia i disordini del sistema educativo o politico-economico attuale. Ma secondo la visione platonica espressa nella Repubblica l’ordine non è ingiustizia. Ogni pensiero ordinatore è rivoluzionario, e ogni rivoluzione è un ritorno alla giustizia dell’ordine. Un concetto che non sa fornire esempi della propria applicazione storica non è efficace. Il marxismo ha fallito in parte perché Marx e Engels, impantanati nella “filosofia del no” e nell’ipercriticismo, non hanno dato descrizioni realistiche, anche indicative, della loro “società comunista”. Risultato:
    se la critica del capitalismo era in certi punti pertinente, al contrario la costruzione concreta del paradigma comunista si è realizzata nell’improvvisazione, secondo l’arbitrio di autocrati e tiranni. Il comunismo è crollato perché, nonostante fosse un pensiero radicale in rapporto all’ordine borghese, esso è rimasto una logica astratta del risentimento che ha tentato di applicarsi mediante dogmi politici sbrigativamente schematizzati. Per il momento si tratta soltanto di aprire delle piste.

    a) La risposta allo scontro Nord-Sud in gestazione e all’ascesa dell’islam

    In quel processo di arcaizzazione del mondo iniziato negli anni Ottanta, la geopolitica moderna è stata sconvolta: l’islam riprende la sua avanzata conquistatrice interrotta per qualche secolo dalla colonizzazione europea; grandi movimenti di migrazione colonizzatrice dilagano nell’emisfero nord, come contraccolpo del colonialismo e dell’invecchiamento del Nord; tutta la problematica del XIX e del XX secolo — che opponeva da una parte l’Europa all’America del Nord e dall’altra, in seno al continente euroasiatico, gli “occidentali” (di cui i tedeschi non sempre fanno parte) agli Slavi — sta declinando. La tensione — e un domani lo scontro — è
    ormai fra il Nord e il Sud. Noi ci troviamo già di fronte a sfide archeofuturiste. È aberrante soccombere al mito angelista dell’“integrazione multirazziale” o del
    “comunitarismo” etnopluralista. La mentalità dei musulmani (non può esistere un islam “moderato” o “laico”), come quella degli “emigranti di popolamento” del Sud, e anche quella dei giovani figli di immigrati (insediati, in masse sempre più numerose e aggressive, nelle conurbazioni europee), e perfino quella dei dirigenti delle potenze musulmane ed estremoorientali in rimonta, dissimulata sotto un’ipocrita vernice occidentale e moderna, è rimasta arcaica: primato della forza, legittimità della conquista, etnismo esacerbato, animalizzazione del nemico, religiosità aggressiva, tribalismo, machismo, culto del capo e degli ordini gerarchici — benché camuffati sotto un repubblicanesimo democratico. Noi viviamo, sotto una formula diversa, il ritorno delle grandi invasioni. Ora, il fenomeno è assai più grave che all’epoca, poiché oggi gli “invasori” hanno conservato dei “paesi-base”, delle madrepatrie con cui sono sempre solidali e che possono difenderli. E che in segreto aspirano a farlo, anche militarmente, in futuro. È per questo motivo che parliamo di colonizzazione piuttosto che di invasione. La mentalità egualitaria moderna è totalmente incapace di resistervi. Non sarebbe meglio, allora, adottare nuovamente gli stessi valori arcaici che animano gli avversari oggettivi; e che sono, con importanti varianti, quelli di tutti i popoli, prima e dopo la parentesi della modernità?

    b) la risposta al declino degli Stati-nazione europei e alla sfida dell’unificazione europea

    In questa prospettiva, quello che importa è prepararsi alla possibilità di uno scontro e rompere con l’angelica utopia moderna di una concordia universale. Si tratta di ripensare la guerra non più sotto la forma moderna delle guerre nazionali, bensì, come nell’Antichità e nel Medio Evo, sotto forma di scontri vitali di grandi insiemi etnici o etno-religiosi. Sarebbe interessante ripensare, sotto forme future in gestazione, quelle macro-solidarietà che furono l’Impero romano o la Cristianità europea. Sarebbe interessante definire in maniera pragmatica l’idea di Eurosiberia, da Brest allo Stretto di Bering, dall’Atlantico al Pacifico, estesa lungo quattordici fusi orari su cui il sole non tramonta mai: il più vasto insieme geopolitico della Terra, sul quale i dirigenti russi riflettono maldestramente tra i fumi della vodka, ma almeno riflettono. Sarebbe interessante domandarsi se il nazionalismo francese non sia totalmente obsoleto, se lo Stato-nazione in Europa non sia altrettanto anacronistico del monarchismo maurrassiano nel 1920; se la costruzione balbettante e annaspante di uno Stato federale europeo (anche grazie agli utili idioti di cui parlava Lenin), malgrado gli
    inconvenienti a breve termine, non sia invece il solo mezzo, a lungo termine, come risposta metamorfica del modello imperiale romano e germanico, di preservare i popoli-fratelli del nostro Grande Continente dalla sparizione e dalla sommersione pure e semplici.
    E poi interrogarsi: in questa nuova mano da giocare, gli Stati Uniti sono un nemico (come io stesso avevo proclamato tempo fa), cioè un insieme che fa pesare una minaccia, oppure sono semplicemente un avversario e un competitore economico, politico e culturale? Si tratta di porre il problema neo-arcaico della solidarietà globale — etnica, fondamentalmente — del Nord di fronte alla minaccia del Sud. Sia quel che sia, la nozione di Occidente sparisce per cedere il posto a quella di Mondo del Nord, o Nordland. Come nel Medio Evo e nell’Antichità — vi tornerò più oltre — il futuro esige di considerare la Terra come mosaico di grandi insiemi quasi-imperiali in conflitto-cooperazione tra loro. L’avvenire non appartiene forse a una Europa neo-federale fondata su regioni autonome? Il che sarebbe la riattualizzazione dell’organizzazione antica e medioevale del continente. Molto semplicemente perché un’Europa tecno-brussellese, allargata, composta da una ventina di nazioni indecise, divise, ineguali, sarà un magma apolitico sottomesso agli USA e alla NATO, aperto alla colonizzazione migratoria e alla concorrenza selvaggia dei nuovi
    paesi industriali. Dopo l’Euro, ritorno a una moneta continentale per la prima volta dalla fine dell’Antichità. È possibile ipotizzare degli Stati Uniti d’Europa come grande potenza federale, aperta all’alleanza con la Russia?

    c) la risposta alla crisi della democrazia

    Peter Mandelson, teorico politico britannico “di sinistra” artefice del New Labour di Tony Blair, nel corso di un’intervista dell’aprile 1998 al quotidiano londinese “The Guardian”, si è così espresso: «È legittimo pensare che il regno della democrazia rappresentativa pura sia giunto alla fine. […] La democrazia e la legittimità esigono di essere costantemente rinnovate. Esse hanno bisogno di essere ridefinite ad ogni generazione. La rappresentatività trova un complemento in forme d’impegno più dirette — da Internet ai referendum. E questo implica un cambiamento di stile della politica, per poter rispondere a questi cambiamenti. La gente non sa che farsene di un metodo di governo che li infantilizza e che non li tiene in alcuna considerazione». Difficile immaginare un attacco migliore contro il modello “moderno” di democrazia
    parlamentare occidentale teorizzato da Rousseau nel Contratto Sociale e divenuto ormai obsoleto. Il pragmatismo anglosassone permette spesso aperture ideologiche — purtroppo mal concettualizzate — proibite al dottrinalismo francese, all’idealismo tedesco o al bizantinismo italiano.
    Mandelson, eminente testa pensante del New Labour, è archeofuturista senza saperlo. Perché, infatti, che cosa dice? Che la democrazia parlamentare “moderna”, ereditata dai paradigmi del XVIII e XIX secolo, non è più adeguata al mondo del futuro. Lentezza e mollezza delle decisioni; regno del compromesso; assenza di autorità perentoria di fronte all’Ernstfall, il “caso urgente”, sempre più frequente; distanza fra le vere aspirazioni e volontà del popolo e la politica dei governi “democratici”; dittatura delle burocrazie e degli affaristi; paralisi dei parlamenti; carrierismo corrotto degli uomini di partito; improvvisa apparizione massiccia delle mafie eccetera.
    La democrazia moderna non difende gli interessi del popolo bensì quelli delle minoranze illegittime. Essa non si fida del popolo reale e scredita il concetto di “populismo”
    assimilandolo a quello di dittatura — è il colmo. Mandelson suggerisce anche la necessità di restaurare un’autorità politica audace e decisionista, priva di pregiudizi ideologici o pseudomorali, ma appoggiata sulla volontà del popolo reale, grazie soprattutto «ai mezzi elettronici immediati di voti e consultazioni, prolungamenti di Internet e Intranet, che potrebbero permettere di moltiplicare i referendum». Queste piste sono parecchio interessanti. Esse coniugano, per riformare la democrazia, due elementi arcaici e un elemento futurista.
    Primo elemento arcaico: la potenza decisionista sovrana mobilitata dalla volontà diretta del popolo. Ecco ciò che rinvia al modello dell’auctoritas della prima repubblica romana, simboleggiata dalla sigla SPQR (Senatus PopulusQue Romanus, il Senato e il popolo romano), associazione strettissima di aspirazione popolare e autorità costituita; e questa auctoritas impone i suoi decreti senza la censura dei giudici o di una “legge” superiore al buon volere del popolo. Al riguardo è anche possibile evocare il modello ateniese del IV e V secolo prima della nostra era.
    Secondo elemento arcaico: il riavvicinamento fra istituzioni politiche e popolazione. Lo Stato-nazione moderno, dapprima concettualizzato da Hobbes, ha separato il popolo dalla sovranità, sotto l’illusione di una miglior rappresentazione della volontà generale. Implicitamente Mandelson propone di ritornare al principio — che fu già ateniese, romano e medioevale — di contiguità fra il popolo e i decisionisti. Del resto il termine demos (democrazia: potere dei demi) significa letteralmente “quartiere” o “distretto rurale”. In questa prospettiva, si potrebbe avere in vista un’Europa decentralizzata, in cui i “popoli locali” potrebbero darsi le proprie leggi. Secondo il modello imperiale romano o germanico medioevale.
    Terzo elemento, stavolta futurista: la possibilità di consultazioni referendarie immediate attraverso servizi di posta elettronica salvaguardati da codici individuali. L’establishment politico-mediatico, che ha paura del popolo, evidentemente rifiuta questa soluzione, perché teme di veder compromesse le sue manovre. Inoltre, l’ideologia egemonica della modernità si batte e applica la censura (come in biologia) per limitare le possibilità offerte dalla tecnoscienza. La modernità è reazionaria.
    Ma che cos’è il popolo, e che cosa sarà? È il laos, la “massa” dei marxisti o dei liberali, cioè la “popolazione presente” fondata sul diritto del suolo; o è invece l’ethnos, comunità popolare fondata sulla legge del sangue, della cultura e della memoria? La modernità tendeva a definire il popolo come laos, come massa sradicata di individui provenienti da ogni dove. Ma il futuro che avanza, inesorabile, risuscita l’etnismo e il tribalismo, su scala locale come su scala mondiale. Domani il popolo
    sarà, ancora e come sempre prima della parentesi moderna, l’ethnos. Vale a dire una comunità a un tempo culturale e biologica. Insisto sull’importanza della parentela biologica per definire un popolo, e mi riferisco in particolare alla famiglia dei popoli europei (e di tutti gli altri): non soltanto perché l’umanità (contrariamente al melting-pot) si definisce sempre di più come “insieme di blocchi etno-biologici”, ma perché le caratteristiche ereditarie di un popolo fondano la sua cultura e le sue mentalità.

    d) la risposta alla disgregazione sociale

    Lo si vede nel crollo dei sistemi educativi, che non sanno più contenere l’analfabetismo e lacriminalità in età scolare, perché si fondano sull’illusione dei metodi “non autoritari” d’insegnamento; lo si vede nel progredire della delinquenza urbana, la cui causa non è soltanto l’immigrazione incontrollata, ma il dogma irreale della “prevenzione” onnipotente e l’oblio dell’antico principio di repressione che non ha nulla di tirannico se si basa sul diritto; lo si vede nel declino demografico, la cui causa non è soltanto l’antinatalismo dei governanti e il masochismo etnico dell’ideologia diffusa, ma anche l’individualismo edonista esacerbato che provoca l’esplosione di pratiche antinaturali: automaticità dei divorzi, tra breve ridotti a semplici formalità amministrative, ridicolizzazione e rifiuto ostinato, fiscale e sociale, della casalinga, esplosione dei concubinaggi effimeri e sterili, accettazione dell’omosessualità con coppie omosessuali legali in grado di adottare bambini; comparsa di matrimoni da strapazzo (i ridicoli CUS, contratti di unione sociale) eccetera. Come abbiamo visto prima, il deficit demografico, conseguenza dell’antinatalismo, è destinato a provocare
    un disastro economico europeo a partire dall’anno 2010, in ragione del deficit crescente dei budget sociali provocati dall’invecchiamento.
    Dovunque la modernità trionfalista ma agonizzante fallisce nei suoi intenti di regolazione sociale. Perché, come aveva compreso l’antropologo Arnold Gehlen, essa si basa su di una visione utopica della natura umana, una antropologia fallace. È probabile che il mondo del dopo-caos dovrà riorganizzare i tessuti sociali secondo principi
    arcaici, vale a dire, in fondo, umani. Quali sono questi principi? La potenza della cellula familiare dotata di autorità e responsabilità sulla progenie; la prevalenza penale del principio punitivo su quello di prevenzione; la subordinazione dei diritti ai doveri; inquadramento — e non imbrigliamento — degli individui in seno a strutture comunitarie; la forza delle gerarchie sociali rese nuovamente visibili attraverso la solennità di rituali sociali (funzione estetico-magica); la riabilitazione del principio aristocratico, cioè ricompense ai migliori e ai più meritevoli (secondo i tre principi del coraggio, del servizio e del talento), sapendo che un surplus di diritti comporta un surplus di doveri, ma sapendo anche che un’aristocrazia non deve degenerare in plutocrazia e deve diffidare della deriva ereditaria.
    Si tratta dunque di “abolire le libertà”? Paradossalmente, è proprio la modernità “emancipatrice” che ha rosicchiato le libertà concrete proclamando una Libertà astratta.
    Mentre in Europa diventa praticamente impossibile espellere l’immigrante illegale, le mafie prendono piede e le bande delinquenti beneficiano di una relativa impunità, al contrario i cittadini che giocano al gioco del patto sociale sono sempre più schedati, sorvegliati, finanziariamente inquadrati, dissanguati e sottoposti a eccessiva pressione fiscale.
    Contro questo scacco, non converrebbe restaurare le nozioni medioevali e antiche, ma concrete, di franchigie, di patti comunitari locali, di solidarietà organica di contiguità? Tanto basta per i principi generali. Probabilmente saranno questi a fondare le società del futuro, nate dalle rovine della modernità. Per applicarle, per prepararle concretamente, c’è bisogno di nuovi ideologi della nostra corrente di pensiero. E ci sono alcuni interrogativi concreti che vale la pena di porre.
    Alla rinfusa: perché mantenere la scuola obbligatoria fino a 16 anni e non accontentarsi di una semplice scolarità elementare, in cui sarebbero insegnate con disciplina ed efficacia le materie di base? Dopo i 13 anni, si sarebbe liberi di scegliere per un apprendistato lavorativo o per il proseguimento degli studi. Si uscirebbe così dalla sclerosi del sistema attuale, fonte di fallimento scolastico, di incivismo, di ignoranza, di analfabetismo e di disoccupazione. Un ciclo primario disciplinato e inquadrato formerebbe giovani di un livello più elevato di quelli che escono oggi da un ciclo secondario scalcinato, spesso quasi analfabeti. Ogni disciplina è liberatrice. In che cosa una scolarità a due velocità, fondata su di una selezione rigorosa e su di un sistema di borse di studio in grado di evitare la plutocrazia e la dittatura
    del denaro, è ingiusta se grazie ad essa vi è circolazione delle élite e meritocrazia?
    Le nuove società del futuro potranno assistere all’abolizione dell’aberrante sistema egualitario attuale in cui “tutti vogliono essere ufficiali”, o quadri, o diplomati, quando
    evidentemente la maggioranza non ne ha le capacità. Questo modello è fonte di frustrazioni e genera fallimenti e risentimento sociale. Società innervate da tecnologie sempre più sofisticate reclameranno al contrario il ritorno alle arcaiche norme gerarchiche, in cui una minoranza competente e meritocratica è selezionata duramente per dirigere l’insieme. Coloro che occuperanno posizioni subalterne, in una società non egualitaria, non se ne sentiranno frustrati e la loro dignità non sarà messa in discussione, poiché essi accetteranno la loro condizione, utile in seno alla comunità organica. Essi saranno liberati dall’hybris individuale della modernità che postula, implicitamente, che tutti hanno il diritto di diventare scienziati o principi.
    Altro esempio: nel trattamento della delinquenza, il futuro ci obbligherà a ripensare i metodi moderni inefficaci di prevenzione e di reinserimento a vantaggio di una rivoluzione giuridica che riabiliti i metodi arcaici di repressione e di rieducazione forzata. Inoltre bisogna cambiare logica mentale.
    In breve, i modelli sociali del futuro, in virtù dell’introduzione delle “ipertecnologie”, non ci dirigono verso una situazione di maggiore egualitarismo (come credono gli stupidi apologeti della pancomunicazione grazie a Internet), ma verso il ritorno a modelli sociali arcaici gerarchizzati. Del resto, anche gli imperativi della concorrenza tecnologica mondiale e della guerra economica per i mercati e le risorse rare vanno in questo senso: conquisteranno alla loro causa i popoli in possesso dei “blocchi elitari” più potenti e più selezionati, e le masse più organicamente integrate.

    e) la risposta all’indecisione planetaria, all’inadeguatezza dell’“arnese” ONU e al rischio di scontri
    generalizzati


    Gli Stati-nazione dell’ONU — dagli USA alle Isole Fiji — sono incapaci di condurre questa nave spaziale affollata che è divenuta la Terra. Lo si è visto al vertice di Tokyo, incapace di fondare un’intesa su una politica comune per evitare le catastrofi ecologiche che cominciano. Sarebbe meglio avere in vista l’organizzazione del pianeta, a medio termine, in sette od otto grandi insiemi “neo-imperiali” decisionisti e negoziatori. Così ci si riallaccerebbe, in forma diversa, all’antica organizzazione del mondo fondata su blocchi analoghi.
    Scenario: un blocco sino-confuciano, un insieme euro-siberiano, poi un altro arabomusulmano, e ancora uno nord-americano, uno africano, uno sud-americano e infine un ultimo comprendente il Pacifico e l’Asia peninsulare.

    f) la risposta al caos economico ed ecologico

    L’abbiamo visto sopra: il paradigma economico moderno, fondato sulla credenza nei miracoli, si scontrerà con delle impossibilità fisiche. L’utopia dello “sviluppo” per 10
    miliardi di uomini è ecologicamente impossibile.
    Il crollo prevedibile dell’economia-mondo attuale permette di intrevedere e di formulare l’ipotesi di un modello rivoluzionario fondato su una economia mondiale autocentrata e inegualitaria. La quale ci sarà forse imposta dalle circostanze e dal caos, ma che sarà meglio prevedere e organizzare. Questa ipotesi riposa su tre grandi paradigmi. Lo scenario archeofuturista:

    1) la maggioranza dell’umanità ritorna a un’economia rurale e artigianale pre-tecnica di sussistenza, con una struttura demografica neo-medioevale. L’Africa, come tutte le popolazioni dei paesi poveri, sarebbe interamente coinvolta in questa rivoluzione. La vita comunitaria e tribale riprenderebbe i suoi diritti. La “felicità sociale” sarebbe probabilmente superiore a quella dei paesi-giungla di oggi come la Nigeria o delle megalopoli-fogna come Calcutta o Città del Messico. Anche nei paesi industrializzati — India, Russia, Brasile, Cina, Indonesia, Argentina eccetera — una parte importante della popolazione potrebbe ritornare a questo modello socio-economico arcaico.

    2) Una minoranza dell’umanità conserverebbe il modello economico tecno-scientifico fondato sull’innovazione permanente. Essa formerebbe una “rete di scambio planetario” concernente più o meno soltanto un miliardo di persone. Il vantaggio considerevole sarebbe un inquinamento molto meno importante di quello attuale. Del resto non si vede altra soluzione per salvare l’ambiente mondiale poiché le energie non-inquinanti non saranno disponibili nell’immediato futuro.

    3) I grandi blocchi a economia neo-arcaica sarebbero autocentrati su scala continentale o pluricontinentale, e non effettueranno scambi reciproci. Soltanto la parte tecnoscientifica dell’umanità si dedicherebbe agli scambi planetari.
    Questa economia mondiale a due velocità coniuga dunque arcaismo e futurismo. Alla parte tecnoscientifica dell’umanità dovrebbe essere proibito intervenire nelle comunità neomedioevali di maggioranza, e soprattutto “aiutarle”. Beninteso, per uno spirito moderno ed egalitario questo scenario è mostruoso. Ma in termini di benessere collettivo reale — dunque di giustizia — questo scenario rivoluzionario potrebbe mostrarsi pertinente.
    D’altra parte, alleggerita dal peso economico delle zone “in via di sviluppo” e “bisognose di aiuto”, la parte minoritaria dell’umanità vivente in un’economia tecno-scientifica potrebbe seguire un ritmo d’innovazione molto più sostenuto di oggi. Inoltre, il ritorno all’arcaismo
    beneficia del futurismo e viceversa. Beninteso, qui si tratta soltanto di un abbozzo, una pista. Toccherà agli economisti realizzarla.

    g) la rivoluzione delle biotecnologie

    È in campo biologico che la necessità dell’archeofuturismo sembra più esplicita. Le mentalità moderne ed egualitarie, impegolate nella trappola colpevolizzante dell' ''etica” dei diritti dell’uomo, non sono capaci di assumere le avanguardie della biologia. Esse inciampano su barriere morali, in realtà para-religiose. Il modernismo finisce col divenire antiscientifico. Esso compromette gli sviluppi dell’ingegneria genetica. Esso compromette gli sviluppi dell’ingegneria genetica e transgenetica. Il paradosso è che soltanto una mentalità neo-arcaica ci permetterà di utilizzare le applicazioni delle tecnologie genetiche oggi continuamente frenate. La mentalità moderna conosce in realtà un blocco importante: l’antropocentrismo e la sacralizzazione egualitaria della vita umana, ereditata dal cristianesimo laicizzato.
    Prendiamo numerose applicazioni della tecnologia biologica già in via di realizzazione, lo stadio della sperimentazione animale essendo già stato superato.
    Tanto per cominciare, le tecnologie di eugenetica positiva, che permetteranno non soltanto di guarire le malattie genetiche ma di migliorare, per via transgenica, le prestazioni ereditarie secondo criteri scelti. Poi ricordiamo l’applicazione — già prevista — sull’uomo di una tecnologia già felicemente riuscita sugli animali: la creazione di ibridi intraspecifici, i “manipolati” o “chimere umane” dalle innumerevoli applicazioni. Due ricercatori americani hanno già depositato un brevetto di questo tipo, per ora bloccato dai “comitati etici” politicamente corretti. Ibridi uomo-animale o esseri viventi semiartificiali avrebbero peraltro innumerevoli applicazioni. Per esempio i cloni umani decerebrati da utilizzare come banca di organi. Il che eviterebbe gli odiosi traffici di organi ai danni delle popolazioni povere dell’America andina.
    Evochiamo anche l’applicazione all’essere umano di una tecnica già sperimentata sugli ovini in Scozia: la nascita senza gravidanza, attraverso lo sviluppo dell’embrione in un ambiente amniotico artificiale, l’incubatore.
    È evidente che i sostenitori delle ideologie moderne considerano satanica la semplice evocazione delle tecniche citate. Tuttavia, esse divengono possibili... Allora è meglio censurare brutalmente un luminoso spiraglio scientifico o riflettere intelligentemente sulla sua utilizzazione sociale?

    h) l’etica archeo-futurista

    L’archeofuturismo ci permetterebbe di sbarazzarci della piaga del modernismo egualitario, assai poco compatibile col secolo di ferro che ci attende: lo spirito malaticcio
    dell’umanitarismo, un simulacro d’etica che erige la “dignità umana” a dogma ridicolo. Senza dimenticare l’ipocrisia: perché tutte queste anime belle dimenticano spesso di denunciare ieri i crimini comunisti e oggi l’embargo di Irak e Cuba decretato dalla superpotenza americana, gli esperimenti nucleari indiani, l’oppressione dei Palestinesi
    eccetera.
    Questo spirito funziona come un’impresa di disarmo morale, ponendo divieti paralizzanti, tabù colpevolizzanti, che impediscono concretamente all’opinione pubblica e ai dirigenti europei di fronteggiare le minacce.
    Ma in realtà, sotto la copertura dei principi morali, si tratta soltanto di promuovere una politica estremista mirante alla distruzione del substrato europeo e dell’Europa in quanto tale. Per esempio, il battage contro le espulsioni (tuttavia legali) dei “sans-papiers”, cioè degli immigrati clandestini e illegali, agitato dall’intellighenzia e dallo show-business francese, mira a rendere intoccabile ogni immigrante in nome dei diritti dell’uomo e degli pseudoprincipi caritativi di commiserazione. L’ideologia sottesa, il vero disegno, è — in una prospettiva neo-trotzkysta — la sommersione dell’Europa a causa del surplus demografico dei popoli del Sud.
    Altro dramma: le campagne contro l’industria nucleare che sfociano nello smantellamento delle centrali svedesi e tedesche e alla rinuncia al nucleare da parte degli Europei, eccetto la Francia che è l’unica a resistere ancora, ma per quanto tempo? Mentre invece, eccettuati pochi incidenti per altro controllabili, tutti sanno che quella nucleare è la meno inquinante delle energie disponibili.
    Si tratta inoltre di indebolire l’Europa sotto il pretesto dell’umanesimo, privandola di tecnologie energetiche avanzate di indipendenza economica e, allo stesso tempo, di una dissuasione nucleare integrata. La leva di questa manipolazione di cui è vittima l’ingenua borghesia intellettuale e artistica europea, si rivela un’ipertrofia mostruosa e irresponsabile dell’“ama il prossimo tuo come te stesso”, un’apologia della debolezza, una svirilizzazione e una autocolpevolizzazione patologiche. È una sottocultura dell’emozione facile, un culto del declino attraverso cui le opinioni europee vengono letteralmente decerebrate anche grazie ai
    media. Ora, il disfattismo è totalmente assente dalle mentalità arcaiche. Bisognerebbe ritrovare quelle mentalità per sopravvivere nel futuro.
    Una certa durezza, una franchezza decisa, il senso dell’orgoglio e dell’onore, il buon senso, il pragmatismo, la chiara distinzione dello straniero, il rifiuto di ogni organizzazione sociale non selettiva, un’etica che legittima il ricorso alla forza, che non indietreggia, facendosi scudo di un umanitarismo dogmatico, di fronte alle audacie della tecno-scienza, l’integrazione delle virtù guerriere, dei principi di urgenza e di scontro ineluttabile, una concezione della giustizia secondo cui sono i doveri a fondare i diritti e non il contrario, l’accettazione naturale di un’organizzazione inegualitaria e plurale del mondo (anche sul piano economico), l’aspirazione alla potenza collettiva dei blocchi, l’ideale comunitario — ecco alcune virtù del mentale arcaico. Esse saranno indispensabili nel mondo di domani dominato da scommesse di estrema asprezza. Un neo-arcaismo mentale — che non ha niente di barbarico poiché integra il principio di giustizia — preumanistico e inegualitario, sarà compatibile soltanto con l’essenza del secolo che viene.

    i) l’archeofuturismo e la questione del senso.

    Quale religione?
    Uno dei rari truismi pertinenti del nostro tempo, ben formulato sia dai tradizionalisti che dai modernisti, è che la civiltà occidentale ha despiritualizzato la vita, distruggendo i valori trascendenti. Lo scacco dei tentativi delle religioni laiche, il vuoto disincantato creato da una civiltà che affondi la sua legittimità ultima in valore di scambio e il culto del denaro, l’autoaffondamento del cristianesimo hanno creato una situazione che non potrà durare ancora per molto. Malraux aveva ragione: il XXI secolo ridiventerà spiritualista e religioso.
    Si, ma sotto quale forma? Già l’islam si precipita nella breccia. Esso si candida per riempire il vuoto spirituale dell’Europa. Ma questa ipotesi, che può avverarsi, sarebbe pericolosa. L’islam, attraverso il proprio dogmatismo sfrenato, rischierebbe di spezzare definitivamente la creatività e l’inventiva del mentale europeo, il suo spirito faustiano. Del resto è proprio questo il calcolo machiavellico di certi strateghi americani: incoraggiare l’islam e il suo impiantarsi in Europa al fine di paralizzarla. Un’altra risposta alla despiritualizzazione sta affiorando lentamente da un po’ di tempo questa arte: il ritorno alle “religioni selvagge” di natura paganeggiante, il che sembra conforme all’antica sensibilità europea: successo di guru, veggenti, astrologi, sette, gruppi carismatici, ma anche avanzata di un buddismo ridipinto di colori californiani.
    Disgraziatamente, questa soluzione porterebbe a un’impasse. Per essere credibile e giocare un ruolo sociale, una religione deve essere organizzata e strutturata, e possedere un asse spirituale unificato. Quanto alle religioni laiche e politiche, di cui la modernità è stata avida — il repubblicanesimo francese, il comunismo sovietico, il maoismo, il castrismo, il nazionalsocialismo, il fascismo eccetera —, esse sono, oltre alle loro conseguenze generalmente tiranniche, inadatte a “re-ligare”, a mobilitare un popolo sul lungo periodo, ad apportargli durevolmente un alimento spirituale e una ragione storica di sopravvivere. La risposta archeofuturista potrebbe essere la seguente: non si potrebbe immaginare un cristianesimo neo-medioevale, quasi-politeista, superstizioso, ritualizzato per le masse e uno gnosticismo pagano — una “religione dei filosofi” per le élite? Le cattedrali sono sempre in piedi. Ci si può rassegnare a vederle trasformarsi in musei? E ci si potrà rassegnare eternamente a vedere il clero europeo giocare un ruolo motore nel masochismo etnico, l’incoraggiamento dell’immigrazione clandestina e la trasformazione dei rituali religiosi in
    movimenti parapolitici? Checché ne sia, quella che oggi sembra soltanto una fiction impensabile potrà, anche in questo campo, diventare l’attualità del futuro. Perché le catastrofi che ci attendono potranno provocare un sisma mentale collettivo.
    "Si vis pacem, para bellum"

  6. #6
    Cinico disincantato
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    Predefinito Re: E' morto Guillaume Faye

    CONTRO IL TRADIZIONALISMO

    Come le epidemie di acne, si vedono periodicamente fiorire, negli ambienti prossimi a quella che che viene spesso chiamata la “destra rivoluzionaria”, o più in generale la “destra antiliberale”, accessi di quello che potremmo definire “tradizionalismo metafisico”.
    Autori come Evola o Heidegger sono in generale il pretesto – e lo sottolineiamo: il pretesto – dell’espressione di questa tendenza di cui molti aspetti ci appaiono negativi e smobilitanti. Gli autori in questione non sono qui in discussione. Per non citare che questi due, né Evola né Heidegger – le cui vere idee furono spesso molto lontane da quelle degli “evoliani” e degli “heideggeriani”, si prestano davvero allo stesso tipo di critica che è legittimo portare ai loro “discepoli” di destra di cui stiamo parlando.
    Come caratterizzare questa “devianza” tradizionalista, e quali sono gli argomenti che le possono essere opposti? Tale mentalità appare caratterizzata da tre presupposti assiomatici:
    1) La vita delle società deve essere governata da una “tradizione” il cui il oblio sarebbe ciò che ci precipita nella decadenza.
    2) Tutto ciò che concerne la nostra epoca è da secoli oscurato da questa decadenza. Più si risale nel passato, minore la decadenza, e viceversa.
    3) Solo contano in fondo le preoccupazioni e le attività “interiori”, rivolte verso la contemplazione di un non-so-che, spesso globalmente indicato come “l’essere”.
    Senza attardarsi sullo schematismo e sulla superficialità, relativamente pretenziosa, di questa assiomatica, che preferisce alla vera riflessione ed alla chiarezza le facili oscurità dell’inverificabile e dei giochi di parole gratuiti, che – sotto il pretesto della profondità (se non addirittura in certi personaggi in cui domina il narcisismo patologico, di “poesia”) misconosce l’essenza stessa di ogni filosofia e di ogni lirismo, bisogna soprattutto riconoscere che il tradizionalismo metafisico entra in contraddizione profonda con i valori che generalmente pretende di difendere, cioè la rivolta contro le ideologie moderne, lo spirito della tradizione europea, l’anti-egualitarismo, etc.
    In primo luogo, infatti, l’ossessione per l’ineluttabilità della decadenza e il passatismo dogmatico che essa induce si apparenta a un progressismo rovesciato, ad una reintroduzione della visione lineare e determinista della storia: l’identica disposizione di spirito, ereditata dal finalismo cristiano, di tutte le ideologie “moderne”. Solo, la storia sarebbe discendente, dal passato al presente, anziché ascendente.
    All’inverso delle dottrine progressiste, tale pessimismo sul mondo è per di più profondamente smobilitante. Ma questo pessimismo è esattamente dello stesso ceppo dell’ottimismo naïf dei progressisti. Procede dalla stessa mentalità e incorpora lo stesso tipo di vanità, in particolare un profetismo ridondante assortito con una propensione ad erigersi a giudici della società umana, della storia e dei propri simili.
    Questo tipo di tradizionalismo, a cause della sua tendenza ad odiare, a svalorizzare tutto ciò che appartiene al “tempo presente” non tradisce solo nei suoi fautori una acidità e una fatuità spesso ingiustificabile, ma rivela gravi contraddizioni che rendono il suo discorso poco credibile, perché incoerente.
    Quest’odio del tempo presente, dell'”epoca moderna” è infatti sprovvisto di conseguenze pratiche nella vita quotidiana, al contrario di quello che si è spesso osservato, per esempio, nel cristianesimo. I nostri anti-moderni non si peritano infatti di approfittare delle comodità della “vita moderna” disprezzata a parole. E da qui danno la vera dimensione del loro discorso: l’espressione di una cattiva coscienza, di una “compensazione” effettuata da spiriti profondamente borghesi relativamente a disagio nel mondo attuale, ma nondimeno incapaci di farne a meno.
    In secondo luogo, questo tipo di tradizionalismo sbocca nella maggiorparte dei casi in un individualismo esacerbato, quello stesso individualismo che la loro visione pretesamente “comunitarista” vorrebbe denunciare nella modernità…
    Con la scusa che il mondo è “cattivo”, che i contemporanei sono ben inteso decadenti e imbecilli per definizione, che questa società materialista “corrotta dalla scienza e dalla tecnica” non coglie gli alti valori dell'”interiorità”, il tradizionalista, che ha sempre un’ideale apicale di se stesso viene portato a non credere più nella necessità di una lotta nel mondo, a rifiutare ogni disciplina, ogni vincolo di solidarietà con il suo popolo, ogni interesse per la politica.
    Solo il suo ego ipertrofico lo interessa veramente, e al massimo il fatto di trasmettere il “suo” pensiero alle generazioni future (senza vedere la contraddizione insita nel fatto che – salvo l’inizio di nuovi cicli che se ne farebbero comunque ben poco – queste generazioni si suppone non potranno mai capirlo, in quanto sempre più decadenti), con un messaggio in una bottiglia.
    Tale individualismo sfocia così logicamente nell’inverso stesso dell’ideologia di partenza, ed esattamente nell’universalismo e nel mondialismo impliciti.
    In effetti, la tentazione del tradizionalista metafisico è di stimare che solo conta la riunione “spirituale”, la messa in comunicazione degli uomini di alto sentire, dei suoi simili attraverso il mondo, quali che siano la loro identità e la loro provenienza, per tanto che paiano rigettare la “modernità occidentale”. Al servizio del popolo, del politico, della comunità, al servizio del sapere, della causa, si sostituisce, oltre al servizio e alla contemplazione di se stessi, il servizio ad una ragnatela di analoghi narcisismi reazionari.
    Si difendono dei “valori”, quale che sia la loro origine e il loro luogo di incarnazione. Dacché, per certuni: orientalismo fascinato; per altri: mondialismo militante; e per tutti un disinteresse cinico per il destino del loro popolo. E si arriva in questo persino ad atteggiamenti mentali decisamente cristiani in autori che pure si propongono di combattere il cristianesimo. Per citare alla rinfusa qualche esempio: scelta di privilegiare le buone intenzioni rispetto al perseguimento del risultato; adozione, per giudicare un’idea o un valore, di criteri intriseci a questa idea e a questo valore, e non di criteri fondati sulle loro conseguenze pratiche; mentalità spiritualista che consiste nel valutare ogni cultura, ogni progetto collettivo sulla base del loro preteso valore “spirituale”, e non sui loro effetti reali, storici e concreti.
    Quest’ultimo atteggiamento, d’altronde, si rivela ben poco corrispondente al paganesimo europeo cui pure vorrebbero richiamarsi molti dei nostri “tradizionalisti”. Infatti, considerare un’opera, un progetto, una cultura sotto un aspetto esclusivamente “spirituale”, si pone il principio cristiano di separazione tra materia e spirito, di dissociazione dualista tra l’idea pura e la produzione concreta di storia.
    Una cultura, un progetto, un’opera non sono che prodotti storici, nel senso concreto e dinamico del termine.
    Non vi è separazione, dal nostro punto di vista, tra il “valore” e la “produzione”. Le qualità liriche, poetiche, estetiche di una cultura, di un’opera, di un progetto, sono intimamente incorporate nella sua forma, nella sua pro-duzione materiale. Spirito e materia sono una sola e identica cosa. Il valore di un uomo o di una cultura è quella dei loro atti, non del loro “essere” o del loro passato.
    E’ esattamente questa idea, che ereditiamo dal più antico bagaglio tradizionale europeo, che i nostri tradizionalisti metafisici, tutti imbevuti del loro spiritualismo e del loro “monoteismo della Tradizione” o della “ricerca dell’Essere”, tradiscono allegramente.
    Paradosso: nulla di più lungi dalle tradizioni europee che i “tradizionalisti”. Niente di più vicino di questi ultimi allo spirito medio-orientale del monastero.
    Ciò che caratterizza la tradizione europea e che i culti venuti dall’Oriente hanno tentato di abolire è assolutamente l’inverso di ciò che difendono i “tradizionalisti” europei di oggi.
    Lo spirito europeo, in ciò che ha di più grande, praticò sempre l’ottimismo della volontà, fu sempre rivolto verso l’esterno e il mondo e non verso una pura interiorità, fu costruttivista e non spiritualista, filosofo e non teologo, disinstallato e non rinchiuso nel suo passato, fondatore delle sue proprie tradizioni e delle sue forme e non genuflesso di fronte ad idee immutabili, conquistatore e non contemplativo, “tecnico” ed urbano e non campagnolo, attaccato alle città, ai porti, ai palazzi e ai templi più che ai campi.
    In realtà, lo spirito dei tradizionalisti attuali fa integralmente parte della civilizzazione occidentale e mercantilista, come i musei fanno parimenti parte della civilizzazione del supermercato. Il tradizionalismo è solo la parte d’ombra, la giustificazione, il cimitero vivente del borghese moderno, cui fornisce talvolta un “supplemento d’anima”, facendogli credere che non è grave né foriero di conseguenze amare New York, le soap opera e il rock, a condizione che si abbia una “interiorità” e che ci si atteggi a nostalgici di un passato perduto.
    Il “tradizionalista” è del resto superficiale: schiavo delle sue idee pure e delle sue contemplazioni, dei suoi pretenziosi giochi filosoficheggianti, considera in fondo il pensiero come una distrazione, come un esercizio gradevole e vagamente élitario, alla maniera di un collezionista – e non come un mezzo dell’azione, della trasformazione del mondo, dell’autocostruzione di una cultura.
    Egli crede in effetti che i valori e le idee preesistano all’azione. Non capisce che l’azione precede tutto: “Im Anfang war die Tat”, come diceva Goethe, e che non è che tramite la combinazione dinamica della volontà e dell’azione che nascono a posteriori le idee e i valori.
    Tutto ciò chiarisce la vera funzione giocata dalle ideologie tradizionalista in seno alla “destra antiliberale”. Il tradizionalismo metafisico è una giustificazione per abbandonare ogni forma di lotta, ogni intenzione concreta relativa ad una realtà europea diversa da quella di oggi, sotto vesti solo pseudo-rivoluzionarie. Non soltanto infatti le sue utopie regressive, le sue considerazioni fumose ed astruse, la sua metafisica oziosa occasionano fatalismo, inazione, perdita d’energia, ma rinforza l’individualismo borghese promuovendo implicitamente il tipo ideale del “pensatore” – se possibile contemplativo e il più disincarnato possibile – come sale della terra, così che l’uomo d’azione, il militante e le vere personalità storiche se ne ritrovano automaticamente svalorizzati.
    Poiché il tradizionalista in fondo non supporta davvero la “comunità”, la dichiara impossibile hic et nunc e se ne fa una rappresentazione fantasmatica del resto proiettata nelle brume di non si sa quale “Tradizione” indifferenziata da primati. In questo senso, il tradizionalismo pretesamente “antimoderno” e “antiborghese” appartiene oggettivamente al sistema delle ideologie borghesi.
    Parimenti, il suo odio del “presente” costituisce un buon modo, un abile pretesto per dichiarare impossibile ogni costruzione storica concreta, ivi compresa ogni costruzione contro questo presente.
    Coltivando – e sta qui il centro del suo discorso – una confusione assurda tra la “modernità” della civiltà tecnoindustriale europea e lo spirito moderno delle ideologie egualitarie ed occidentali (che dichiara senza prove essere legati l’una all’altro), sfigura, svalorizza (talora a vantaggio di un Terzo Mondo “tradizionale” idealizzato), accettando di abbandonare allo spirito occidentale ed americano il genio stesso della civiltà europea.
    Come il giudeocristianesimo, ma in altro modo, il tradizionalista dice “no” al mondo, e di per ciò stesso attenta alla tradizione della sua propria cultura. In fondo, un tradizionalista è qualcuno che non ha mai compreso cosa sia una tradizione, come quella parte dell’idealismo filosofici che non ha mai compreso cosa fosse un’idea.
    Dal punto di vista del “pensiero”, infine, poiché questo è il cavallo di battaglia di un tradizionalismo metafisico che si vorrebbe anti-intelletualista, quale attentato allo spirito è più grave, più contrario alla qualità del dibattito delle idee ed alla riflessione, che renderle gratuito e contemplativo, che disincarnarlo da qualsiasi progetto “politico” in senso nietzschano, che fuorviarlo nel vicolo cieco d’una sorta di elitismo da biblioteca o di nascisismo da autodidatta salariato?
    Osiamo perciò liquidare gli evoliani e gli heideggeriani.
    Leggiamo piuttosto Evola e Heidegger: per metterli in prospettiva, piuttosto che castrarli su fogli di carta patinata.
    "Si vis pacem, para bellum"

  7. #7
    Cinico disincantato
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    Predefinito Re: E' morto Guillaume Faye

    LA COLONIZZAZIONE DELL'EUROPA

    Il presente brano è tratto dal volume La colonisation de l’Europe di Guillaume Faye.

    Vi apparirò ora incredibilmente utopico, quanto apparivano coloro che, all’inizio del secolo, prevedevano che per far girare le fabbriche non sarebbero più state necessarie pesanti macchine a vapore, ma semplici prese di corrente incassate nei muri. Altrettanto utopico di coloro che credevano che macchine più pesanti dell’aria potessero levarsi in volo, che la carta carbone stava per essere rimpiazzata dalle fotocopiatrici, che il comunismo era solubile nel liberalismo, e che la prima religione in Francia potrebbe diventare un giorno l’Islam.
    La caratteristica centrale della storia è che essa è molto più surrealista della fantascienza stessa. Lungo il fiume della storia, l’impensabile è possibile. Mi spiego meglio. Gli storici del futuro, diciamo del 3000, considereranno forse che il maggior avvenimento del XX secolo e dell’inizio del XXI non sarà stata la prima o la seconda guerra mondiale, né il comunismo o la sua fine, né l’aviazione, né l’automobile, ma la metamorfosi – parola più forte di “rivoluzione” – delle civiltà umane provocata dal congiungersi dell’ingegneria biologica e dell’informatica.
    La tecnoscienza contemporanea è un fattore storico d’importanza capitale. Essa può sconvolgere tutte le carte. Persino quelle della geopolitica e delle capacità genetiche innate dei popoli. Interferisce con la spiritualità e trasforma i dati della religione e della filosofia. Senza entrare nei dettagli, sappiamo sin d’ora che 1) la potenza degli elaboratori sarà centuplicata o più da ora al 2020; 2) dei ponti vengono stabiliti tra l’ingegneria genetica e l’informatica; 3) le capacità di intervento sul genoma (umani, animali, piante) segue una progressione geometrica.
    No, non andremo tra le stelle, non colonizzeremo altri pianeti, altri sistemi solari (del resto, a che serve?) (2), ma noi faremo di meglio e di più: modificheremo l’uomo dall’interno. In altre parole, siamo alla fine dell’umanismo. In bioinformatica, tutto rischia di divenire possibile. Dalla fabbricazione di chimere (ibridi uomo-animale), all’uomo bionico, passando, alla rinfusa per l’eugenismo positivo, la fabbricazione di esseri umani specializzati (iper-intelligenti, iper-resistenti, iper-aggressivi, iper-longevi, etc., a scelta), cloni, fabbricazione di organi o geni di soccorso, nascite senza gravidanza in incubatrice con eventuale programmazione del feto (fattorie di allevamento umano), creazione di elaboratori biologici a biochip dotati di meta-intelligenza e meta-sensibilità, così come androidi del medesimo tipo. Eccetera.
    In questa prospettiva, la nozione di “razza” rischia di esplodere o implodere, a scelta dei manipolatori. Di fatto, il robot biotronico X-27 della ditta Typhoon, commercializzato nel 2037, di che razza è? Bianco, negro, asiatico? No. E’ della razza X-27? E’ un “uomo”? No, vi dico. Che cos’è, chi è, allora? Non si sa (3). Ciò che si sa, è che, come aveva predetto Michel Foucault, la tendenza umanista è destinata a sprofondare, e la nozione stessa di “uomo” a relativizzarsi. Questo sconvolgimento sarà un maëlstrom, a fronte del quale la rivoluzione neolitica e la rivoluzione industriale saranno stati un ballo di campagna e la Rivoluzione francese un non-evento.
    Per la prima volta nella storia umana, il “discorso” corrente, che sia filosofico, metafisico o epistemologico, non avrà più facili spiegazioni per rendere conto dei fatti o per nominarli (4).
    Di fronte a questa sfida, che tocca l’ordine fondamentale del vivente, che il mito greco di Prometeo aveva prefigurato, come Goethe, nella sua allegoria del Faust (5), tutte le filosofie, tutte le metafisiche contemporanee crollano. L’uomo si automodifica. Si erge in rimpiazzo di Dio, signore della creazione e ordinatore dell’universo. Martin Heidegger, anch’egli, nel suo testo Die Frage über die Technik (6), aveva previsto che la tecnica sarebbe diventata una vera “penetrazione del mondo” ed insegnava che l’uomo, e in particolare la civiltà “greco-europea” che ha dato luogo a questa tecnoscienza, poteva essere qualificata con il concetto presocratico di to deinótatos, “ciò che c’è di più arrischiato”. L’allegoria ebraica del Golem, questo pupazzo che prende vita e diventa pazzo, costituisce da parte sua una rimarchevole “denuncia anticipata” di quello che ci sta per succedere. Questa allegoria mira a mettere l’uomo in guardia a “non cercare di imitare Dio”, sostituendosi a lui come libero creatore di materia vivente (7).
    In effetti, la teologia ebraica, cristiana e musulmana, partono dal principio che il mondo è “creato” e separano radicalmente, all’inverso del “panteismo” pagano, il sacro e il profano. L’uomo, la cui attività terrena, il lavoro, s’apparenta al profano, non può in alcun caso sostituirsi all’atto creatore divino, né modificare la natura, opera di Dio e unica vera “creazione”. Per il giudeocristianesimo l’uomo la natura può certo dominarla e utilizzarla come inquilino, ma certamente non creare – come va a fare l’ingegneria genetica – un’altra natura, una meta-natura a partire dalla natura originale. Nella concezione giudeocristiana, le manipolazioni genetiche consistono semplicemente nel ripetere – in forma più grave – il peccato originale di Adamo (8): appropriarsi della conoscenza divina al fine di competere con Dio stesso, e tramite ciò negarne l'”esistenza”. E’ commettere il peggiore dei peccati, quello d’orgoglio, porre in essere una vera e propria “OPA ostile su Dio”.
    Il prevedibile scatenamento delle biotecnologie non potrà certo essere arrestato a livello planetaria da qualche “comitato di bioetica”. E’ perciò vano opporvisi (9).
    Le biotecnologie a venire, addizionate alla centuplicazione della potenza di calcolo degli elaboratori, finiranno ugualmente per polverizzare tutte le nostre categorie etiche. L’antropocentrismo – prodotto dal teocentrismo – delle visioni del mondo monoteiste non avrà più ragione d’essere. Come ha ben visto Baudrillard, la genetica e l’informatica sbullonano ugualmente il naturalismo e la nozione stessa di natura, poiché a lato di quest’ultima appaiono una natura virtuale (informatica) e una meta-natura (biologica) che d’altronde potranno secondo i casi fondersi.
    Tutta la nostra percezione del reale, ereditata dal cristianesimo e dall’aristotelismo, sta per esserne sconvolta. Le “marionette” della caverna di Platone non saranno più delle illusioni, dei sogni risvegliati (phantasma), ma accederanno allo status di presenze, di para-realtà.
    In compenso, questo avvenimento, questo scatenamento della bioinformatica, è consonante con le concezioni del mondo dei paganesimi più arcaici, come ho già tentato di mostrare nel mio saggio L’archeofuturismo. In queste concezioni, l’uomo è già posto come divino. Dio è dappertutto e da nessuna parte. Solo esiste il mondo, e il mondo è sacro. Il cosmo non è mai stato creato da un essere supremo, è increato, è esso stesso supremo. Poiché non esiste una sfera “profana” in senso cristiano, non possono esistere “profanatori” e “profanazioni” nel senso moderno della parola. Nello sciamanismo del primo uomo, l’uomo venera gli animali e si traforma per magia in lupo, in serpente, in creature mitiche (10). L’uomo non è consustanzialmente diverso dal regno animale e vegetale, come lo è nell’agostinismo e in generale nel giudeocristianesimo.
    Per dirla altrimenti, la biologia a venire introduce il ritorno della magia (11). La manipolazione magica del vivente, la sua “meta-morfosi”, non era considerata come perversa nell’antichità pagana dell’India, dei paesi celtici o della Grecia orfica. La bioinformatica reintroduce la sensibilità magica e collide frontalmente con la visione naturalista e umanista, teo-antropocentrica e razionale del mondo.
    Incredibile paradosso: è la conseguenza tecnoscientifica della repressione monoteista, materialista e razionalista dell’anima europea che, duemila anni dopo, contribuisce a ristabilire la visione magica del mondo. Il Golem si ribella, come nella favola ebraica, al suo creatore…
    In Germania, paese di tutti i tabù ideologici, un filosofo, Peter Sloterdijk, ha fatto scandalo posizionandosi come “post-umanista” dopo una conferenza sulle biotecnologie a Elmau. Il quotidiano Der Spiegel, per criticarlo, ha pubblicato in prima pagina un articolo intitolato “Un progetto genetico: il Superuomo”, corredato da foto di statue di Arno Breker, uno dei maggiori scultori del Terzo Reich (12). Di fatto, per Sloterdijk, che non osa per altro andare sino in fondo, l’umanismo ha fallito nel tentativo di costruire una modernità appagante; le biotecnologie, tra l’altro, potrebbero dunque «andare verso una riforma delle qualità della specie». Il filosofo non esita a parlare di «una tecnologia antropologica, ivi compresa una pianificazione esplicita delle caratteristiche umane».
    Riprendendo le tesi eugeniste di Carrel e di Rostand, che parlavano allora nel vuoto non esistendo alla loro epoca le tecnologie del genoma, Sloterdijk si domanda «se tutta la specie umana non sta per passare da un fatalismo della nascita ad una nascita scelta e una selezione prenatale». Tutta la specie umana, ne dubito, ma perché non una parte di essa?
    Per lui, le biotecnologie permetteranno «nuove possibilità di ottimizzazione e di selezione della specie», ben più efficaci che le immemoriali pratiche sociali al riguardo (matrimonio, educazione, caste, classi, etc.). L’indignazione dei media tedeschi riposa evidentemente sul fatto che questa rimessa in questione dell’umanismo rinvia alla concezione nazionalsocialista e soprattutto che il Terzo Reich praticava l’eugenismo – come del resto gli americani e gli scandinavi nella stessa epoca. Ma dimentica che l’eugenismo nazionalsocialista non si basava che sulle vecchie tecniche dei matrimoni preferenziali e della selezione fenotipica dei genitori, pratica corrente in innumerevoli famiglie indiane ed asiatiche 13. Ma qui si tratta di ben altro. Le biotecnologie permetteranno un eugenismo che non si baserà più sulla lenta selezione famigliare ma sarà endogeno e immediato. In una sola generazione, sarà possibile modificare il patrimonio genetico di un’intero lignaggio, attraverso una tecnica di “attacco diretto” del genoma.
    Peter Sloterdijk scorna in effetti i benpensanti del politically correct, quando, in un intervista al periodico Focus, si domanda se il momento non è venuto «di combattere la lotta dei grandi allevatori di uomini contro i piccoli allevatori di uomini (i “preti” e i “cattivi maestri” di Nietzsche), che è la lotta degli umanisti e dei sovrumanisti, la lotta degli amici dell’uomo e degli amici del superuomo».
    Collocandosi nella sfera del pensiero inegualitario del sovrumanismo nietzschano, egli raffigura così implicitamente un “uomo naturale” e un “superuomo”, fabbricato, autofabbricato, “faber sui” in un senso nuovo ed ulteriore…
    Una cosa è chiara: nel momento stesso in cui l’ideologia egualitaria regna signora incontrastata negli spiriti, essa è già condannata dai fatti, in economia come in sociologia come in biotecnologia. La tecnoscienza condanna a morte l’egualitarismo e tutti i fondamenti ideali del giudeocristianesimo. L’avventura cominciata con Galileo continua e s’accelera: «… eppur si muove!».
    Si è tentati di citare la frase di Ian Malcolm, il personaggio del matematico del caos nel romanzo di Michael Crichton, Jurassic Park (14), forse profetica per la sorte dell'”ultimo uomo” contro cui si scaglia Zarathustra: «Dio ha creato i dinosauri. Dio ha ucciso i dinosauri. Dio ha creato l’uomo. L’uomo ha ucciso Dio. L’uomo ha ricreato i dinosauri. I dinosauri hanno ucciso l’uomo».
    Secondo quanto riporta la Frankfürter Allgemeine Zeitung, Sloterdijk si richiama semplicemente alla fine dell'”ipermorale” che regge le civiltà occidentali (15). Ritorniamo al mito di Prometeo che, a mio avviso, illumina il senso di tutta la civiltà europea. Prometeo dona il fuoco agli uomini, e per punizione gli dei gelosi lo incatenano e un avvoltoio viene a divorargli il fegato. Il fuoco: il suo potere. La lotta dell’uomo greco contro Dio per trasformarsi lui stesso in dio, o piuttosto in superuomo (16).
    Sarà necessario del tempo perché questa metamorfosi di civiltà, che autori visionari come Philip K. Dick sono stati capaci di prevedere (17) si ponga in essere: come ci è voluto del tempo perché l’elettricità si diffondesse nelle fattorie in Francia, perché il fax (il “belinografo” dell’ottocento, alleanza della fotografia e del telegrafo) s’imponesse o perché il telefono cellulare si generalizzasse a tutta velocità alla fine degli anni novanta, quando era stato inventato nel 1915 da un certo Auguste Méchin e utilizzato dall’artiglieria francese per aggiustare il tiro durante le offensive-macelleria del 1916-1918. Parimenti, la televisione, inventata negli anni venti, non si generalizzò con grande rapidità che negli anni sessanta. Il “tempo di latenza” della tecnoscienza è lungo, come ogni incubazione, ma poi si nota un’accelerazione nelle applicazioni. Tutto andrà molto in fretta, dall’inizio del XXI secolo.
    Ma come rientra l’ingegneria genetica nel nostro discorso sulla colonizzazione dell’Europa? Ci rientra perché ci fornirà rapidamente gli strumenti artificiali per compensare e risanare la nostra decadenza biologica e demografica. Non oseremo forse utilizzarli. Ma in ogni caso essi esisteranno.
    Poiché le soluzioni “naturali” non bastano più, in un mondo globalizzato di cui la tecnica è stata concausa e strumento, perché non coadiuvarle e supportarle con mezzi tecnici? Non è ciò nella logica prometeica della civiltà europea, che consiste a prendere in mano la propria vita e il proprio destino, smentendo le soluzioni scontate e plasmando il mondo secondo il proprio istinto tragico? Ben inteso, i regimi attuali, intrisi di egualitarismo ed umanismo, rigettererebbero oggi con orrore qualsiasi abbozzo di soluzione di questo genere, considerandoli giustamente, dal loro punto di vista, “luciferini”. Ma sotto la pressione delle circostanze, i vecchi pregiudizi umanisti possono cambiare. La “barbarie” di oggi sarà forse la nuova civiltà di domani, come già fu quella di ieri, si potrebbe rispondere, in modo molto archeofuturista.
    La tecnoscienza può in effetti fornire, anche a breve termine, varie armi “artificiali” nella lotta contro l’attuale minaccia di estinzione che grava sull’identità europea e sul suo germen biologico. Ad esempio:
    – le tecniche che consentono oggi un controllo delle nascite e un’identificazione dei genitori assolutamente certi consentono un grado di segregazione e selezione riproduttiva che per ciò che riguarda la specie umana non potrebbero certo più fornire l’isolamento territoriale o linguistico delle popolazioni, o l’endogamia legale a livello di comunità politica o di casta;
    – l’eugenismo positivo, tramite l’alleanza tra l’ingegneria genetica e la neoinformatica, permetterà la protezione e diffusione dei caratteri ereditari e delle linee genetiche desiderate, tanto con riguardo al mantenimento ed accentuazione deliberata delle differenze identificanti dell’etnia di riferimento (18), che con riguardo allo sviluppo di una nuova élite genetica, dalle capacità globali utili a contrastare la “legge del numero” delle popolazioni demograficamente minacciose;
    – la fecondazione artificiale, i concepimento in vitro e la clonazione, unito all’utilizzo su larga scala delle gestazioni in incubatrice (senza gravidanza, e senza neppure necessità di “uteri in affitto”), potrebbero facilmente contribuire a ristabilire la natalità delle popolazioni europee autoctone in una sola generazione; etc.
    Questa teoria, la lascio alla vostra perspicacia. Qualcuno mi accuserà di follia, come accadeva a Jules Verne, quando preconizzava i sottomarini e gli aerei; oppure dirà che questi discorsi non derivano da altro che da sogni fantascientifici, degni di Dick, Barjavel o Lovecraft. Ma attenzione: può anche darsi che io abbia ragione (19).

    Note:

    (1) Guillaume Faye, La colonisation de l’Europe. Discours vrai sur l’immigration et l’Islam, Editions de l’Aencre, Parigi 2000. Il libro, lungamente commentato in Stefano Vaj, “Per l’autodifesa etnica totale”, in l’Uomo libero n. 51, è difficilmente reperibile su carta, essendo stato disgraziatamente sequestrato in Francia, in applicazione delle leggi che hanno da qualche anno cancellato le ultime vestigia di libertà d’opinione nel paese, e non risultando ancora tradotto in Italia.
    (2) Questa “resa incondizionata” è sorprendente per la verità in un autore che ha sempre insistito sullo spirito di “désinstallation”, di avventura e di scoperta come caratteristica fondante dell’identità europea, e sul riferimento mitico a Ermes e Icaro come espressioni ideali di tale spirito. Giova in contrario rilevare che mentre la domanda “a che serve?” è altrettanto applicabile, poniamo, a Marte quanto lo è stata in passato ad un nuovo continente o al monte Everest, la “finitezza” del pianeta, non solo dal punto di vista delle risorse ma soprattutto dal punto di vista della psicologia dell’uomo contemporaneo, che lo occupa e lo conosce ormai integralmente in ogni sua minima estensione, non pare lasciare alternative realmente vitalistiche al sogno di Wernher von Braun. Del resto, qualsiasi prospettiva di reale esplorazione e/o graduale colonizzazione di altri pianeti è inestricabilmente legata alla prospettiva del “terzo uomo”, essendo effettivamente inimmagibile se non nel punto di incontro di un processo di terraforming (“terraformazione”) degli ambienti in questione, nel quadro di grandiosi progetti di ingegneria planetaria, e di una deliberata auto-plasmazione dei coloni in funzione delle condizioni degli ambienti stessi. Così come l’uomo e l’ambiente sono letteralmente mutati, divenuti quasi irriconoscibili, a seguito dell’ominazione prima e della rivoluzione neolitica poi, essi sono destinati a farlo ancora se devono rendersi possibili ulteriori espansioni della specie in nuovi habitat, nonché la sua stessa sopravvivenza a medio-lungo termine.
    (3) Come già notato, la fantascienza si interroga su queste da molto prima si cominciasse a parlare di “bioetica”. «Sweeney era un Uomo Condizionato. Il sangue che gli scorreva nelle vene era ammoniaca liquida; le sue ossa erano fatte di Ghiaccio IV, il suo sistema respiratorio si basava su un complesso ciclo idrogeno-metano… Se fosse stato necessario, Sweeney avrebbe potuto resistere per settimane a una dieta di roccia in polvere». (James Blish, Il seme tra le stelle, Mondadori, Milano 1997, ed. originale The Seedling Stars).
    (4) C’è in effetti da dubitare che sia la prima volta. Ciò che oggi è facile da “nominare” ha implicato a quanto pare mutamenti radicali nelle lingue umane. Non a caso, la glottocronologia fa risalire la nascita della famiglia linguistica indoeuropea esattamente a una decina di migliaia di anni fa, quando per la prima volta sono state necessari un lessico e una grammatica nuova per esprimere ciò che nessuno aveva mai pensato prima.
    (5) Per una edizione abbastanza recente, con traduzione italiana a fronte di Andrea Casalegno, del capolavoro del poeta tedesco, in Italia molto citato ma poco letto, Goethe, Faust e Urfaust, Garzanti, Milano 1994. Goethe naturalmente è un romantico, per cui la sua opera è assiologicamente ambigua, anzi “ufficialmente” mira a condannare il “peccato” di Faust. Ciò da cui l’autore (e il lettore) sono per altro affascinati è il patto con Mefistofele tramite cui Faust cerca di trascendere la sua natura ed insegue il suo sogno di conoscenza, di grandezza e di potere, non la edificante redenzione del protagonista con cui il racconto si conclude. E’ tale ambiguità, tale rottura tra le intenzioni e i risultati, a porre il romanticismo come sorgente ultima, e precursore, della visione consapevolmente sovrumanista e postmoderna che si incarnerà poi in Wagner, Nietzsche, George, Strauss, D’Annunzio, Marinetti, Heidegger, Jünger, etc.
    (6) Martin Heidegger, “La questione della tecnica” in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1991 (edizione originale: Vorträge und Aufsätze, Klett-Kotta, Friburgo 1967.
    (7) Abbiamo già citato Frankenstein, ovvero Il moderno Prometeo di Mary Shelley (l’edizione qui linkata è Garzanti, Milano 2003, facilmente accessibile anche in edizione originale, su carta e sul Web) come l’esempio cardine della sensibilità romantica, che vede l’autrice orripilata (e cercare di orripilare il lettore), e al tempo stesso morbosamente affascinata dal potere che promette di dischiudersi alle generazioni future. Ma, come dice Giorgio Locchi, “nel petto dei romantici si agitano due cuori”… Il successo incredibile, non tanto e non solo del racconto (che pochi in realtà hanno letto), ma del suo soggetto come locus e mitema culturale della nostra epoca condiviso da tutti (ad esempio attraverso le innumerevoli trasposizioni e citazioni nel cinema e nel fumetto), non abbisogna di illustrazioni.
    (8) In effetti, il mito della caduta descrive in modo del tutto trasparente la perdita dello stato di “raccoglitori” in un “giardino deserto”, e l’entrata nella storia, a seguito della quale Adamo “si guadagnerà il pane con il sudore della fronte”, e i suoi figli diventano agricoltori ed allevatori, e si portano guerra. Non si saprebbe come meglio descrivere la nascita del lavoro, della tecnica, della politica che la rivoluzione neolitica ha portato con sé, e che l’ebraismo nasce appunto per rifiutare. Vedi al riguardo anche Giorgio Locchi, “Il senso della storia”, in l’Uomo libero n. 11.
    (9) Tra l’altro, come nota Gregory Stock, «Qualsiasi combinazione di personalità e temperamento che predisponga le persone ad abbracciare la selezione ed il miglioramento biologico sarà altamente rappresentata tra coloro che per primi sceglieranno di controllare la propria linea germinale. Nella misura in cui gli attributi della personalità che che conducono a ciò siano essi stessi di natura genetica, la tecnologia tenderà probabilmente a rafforzarli nelle generazioni successive. I post-umani manifesteranno e rinforzeranno la loro filosofia nella loro biologia» (Redesigning Humans: Choosing Our Genes, Changing Our Future, Mariner Books, pag. 123).
    (10) Il concetto stesso di sciamanesimo, cui la metamorfosi uomo-animale è legata, rimanda oggi a popolazioni esotiche, oggetto di studi etnografici, e tipicamente a popolazioni che hanno arrestato il proprio sviluppo a quello del “primo uomo”. Per un esempio d’altronde in ambito europeo di questo tipo di “magia”, o se di preferisce di tecnica di autodomesticazione primordiale, vedi i temutissimi iniziati berserkr tra i Vichinghi, che ancora nel pieno del medioevo cristiano erano in grado in battaglia di “trasformarsi” in lupi, al punto di essere percepiti come tali dai propri compagni e dagli stessi nemici. Possiamo ancora ricordare, alla rinfusa ma esattamente in questo senso, la capacità più tardi attribuita alle streghe di mutarsi in animali, il mito perdurante del Lupo Mannaro (o Werwolf), cui ha fatto diretto richiamo la Germania alla fine di entrambe le guerre mondiale nella denominazione delle unità di guerriglia e sabotaggio (vedi anche il famoso romanzo omonimo di Hermann Löns, disponibile sul Web e su carta, anche in versione italiana) o i complessi significati simbolici che emergono dalla favola della Bella e della Bestia, persino nella adulterata versione disneyana.
    (11) Vedi quanto già menzionato nell’articolo principale con riguardo alla riscoperta contemporanea della “magia” da parte della Programmazione Neuro-Linguistica come tecnica psicologica fondamentale di trasformazione di sé. Il passaggio che si opera con il terzo uomo è la trasformazione non solo della realtà espressa dal sistema neurologico umano, ma dello stesso sistema soggiacente. D’altronde, sottolinea Gehlen, «per avvicinarsi alle pratiche magiche in una prospettiva antropologica, bisogna innanzitutto tenere conto che «esse erano adeguate in relazione ad un certo livello di sviluppo» (Urmensch und Spätkultur, Verlag GmbH, Wiesbaden 1986, trad. it. L’uomo delle origini e la tarda cultura, Il Saggiatore, Milano 1994, pag. 247).
    (12) Ricorda Gregory Stock: «Nel 2000 ho partecipato ad un forum pubblico a Monaco, dal titolo “Der Neue Mensch” (“L’uomo nuovo”) sugli imminenti progressi in materia di clonazione e selezione degli embrioni. La brochure dell’evento, che presentava ripetutamente immagini di una bella ragazza bionda, catturava bene gli spettri che hanno infestato la discussione che ne è seguita, un dialogo tipico di quelli che ho sempre avuto in Germania, pieni di ansia per i pericoli davanti a noi e schiacciati dal peso della storia recente» (Redesigning Humans, op. cit., pag. 117).
    (13) In effetti, mentre il nazionalsocialismo non conosceva evidentemente le tecniche di manipolazione diretta del genoma, né buona parte delle tecniche di diagnosi prenatale oggi disponibili, né i portati dell’ecologia moderna, va riconosciuto che lo stesso fondava le sue misure biopolitiche sulle migliori conoscenze scientifiche disponibili all’epoca, non concedendo nulla a “soluzioni” più o meno tradizionali la cui efficacia non fosse confermata dallo stato della ricerca. Cfr. l’applicazione rigorosa dei principi della genetica mendeliana all’anamnesi familiare dei nubendi.
    (14) Michael Crichton, Jurassic Park, edizione originale italiana: Garzanti, Milano 1996 (disponibile anche in edizione originale). Abbiamo già visto come significativamente il libro sia stato portato sul grande schermo da Spielberg, di cui è noto l’orientamento ideologico e religioso, nell’omonimo film (USA 1993). Le stesse tematiche sono state riprese, ancora più esplicitamente, nel sequel intitolato Il mondo perduto (USA 2000, sempre tratto da un romanzo di Crichton con il medesimo titolo, in italiano sempre pubblicato da Garzanti).
    (15) Sul concetto di ipermorale, cfr. anche Arnold Gehlen, Morale e ipermorale. Un’etica pluralistica, Ombre Corte, Verona 2001 (versione originale: Moral und Hypermoral, Klostermann, Friburgo 2004).
    (16) Il senso originario del mito di Prometeo era in effetti ben diverso, dato che la grecità pre-cristiana si identificava con i propri dèi. Il significato di Prometeo ed in generale dei Titani si è d’altronde tipicamente ribaltato con lo Sturm und Drang e il romanticismo, con cui questi vengono viceversa a simboleggiare la rivolta eroica, tragica e grandiosa (il “titanismo” entrato anche nel linguaggio comune) contro un ordine costituito alieno, mediocre e soffocante. E’ d’altronde normale che il mito possa parlare in termini diversi al cuore degli uomini, e farsi materiale di richiami diversamente articolati. Anche certa sinistra culturale ha tentato di impadronirsi dei mito di Prometeo (come antesignano del “proletariato che scuote le sue catene”), ma già all’epoca di Gabriele D’Annunzio o Stefan George il “titanismo” viene per lo più considerato come un mitema tipicamente sovrumanista. Quanto poi allo snobistico “antititanismo” di Evola (cfr. L’Operaio nel pensiero di Ernst Jünger, ult. ed. Edizioni Mediterranee, Roma 1998) o dei più recenti atteggiamenti di Alain de Benoist (L’Operaio tra gli Dei e i Titani, Asefi Terziaria, Roma 2000, traduzione di è anche disponibile una versione integrale sul Web), quando non rappresenta semplicemente un’effettiva deriva “di destra” dei due autori, lo stesso deriva d’altronde da una incomprensione intellettualistica dell’ovvio significato “politico”, tanto simmetrico quanto invertito, che nel contesto indoeuropeo ed in quello moderno può avere l’idea della oscura rivolta ed eterno ritorno di un substrato umano e religioso preesistente rispetto alla visione del mondo dominante ed al suo “ordine cosmico”. Non c’è bisogno di essere grandi mitografi per capire gli dèi di ieri (e magari di domani) ben possono trovarsi a giocare la parte dei titani di oggi, e che la condanna o l’esaltazione di Prometeo rappresentano in realtà nei due contesti il richiamo ad un identico sentire.
    (17) Può darsi che in effetti Philip K. Dick preveda nelle sue opere il futuro di cui parla Faye, ma l’autore americano di La svastica sul sole (ult. ed. italiana Fanucci, Roma 1999) parla di tale futuro con orrore, se non addirittura per metterne in guardia il lettore. E’ solo nella versione cinematografica del suo racconto Gli androidi sognano pecore elettriche?, ovvero il celebre Blade Runner di Ridley Scott (USA 1982, versione originale in DVD), che il senso della favola – specie nella versione originale (“director’s cut”) che avrebbe voluto il regista e che è oggi distribuita su DVD – viene rovesciato: i replicanti, in quanto “superuomini”, sono i veri uomini, che soli, in mezzo ad un’umanità degenerata che abita un mondo degradato e che vuole solo ucciderli, hanno visto «cose che voi umani non potreste immaginarvi… navi da battaglia in fiamme al largo dei bastioni di Orione… i raggi C balenare nel buio presso le Porte di Tannhaüser. E tutti quei momenti andranno perduti… nel tempo… come lacrime nella pioggia» (cfr. anche Paul M. Summon, Blade Runner. Storia di un mito, Fanucci, Roma 2002).
    (18) Abbiamo già visto come, se le “culture” non sono un prodotto meccanico delle “razze” come nelle teorie attribuite dalla propaganda egualitaria ai nazisti da fumetto, le razze stesse, nel caso dell’uomo, sono qualcosa di più di un fascio di caratteristiche casualmente divenute dominanti all’interno di una data popolazione per ragioni di selezione ambientale o di segregazione. Si potrebbe anzi forse dire che sono le razze umane a finire per essere un prodotto, un “progetto”, delle culture – che d’altronde nascono, non a caso, da una popolazione data, non sono state distribuite come le carte all’inizio di una mano di poker –, perché sono esattamente le culture a definire e segregare l'”ambiente naturale” degli esseri umani. A questo punto, il “terzo uomo”, prendendo in mano e ridefinendo la propria identità razziale in funzione di un progetto collettivo, non fa altro che agire direttamente ed in modo autocosciente su ciò su cui il “secondo uomo” ha sempre agito “para-biologicamente”, in particolare definendo il contesto di vita dei singoli, i confini etnolinguistici della comunità, il rispettivo successo riproduttivo dei suoi membri, etc. Del resto, una situazione analoga è riscontrabile sotto il profilo linguistico: per la prima volta negli ultimi duecento anni intere comunità hanno deliberatamente preso in mano le “naturali” trasformazioni linguistiche, scegliendo di riprendere o trasformare o proteggere eredità linguistiche scelte per ragioni politiche ed affettive, risuscitare lingue morte o quasi, ridifferenziare lingue in via di fusione entropica.
    (19) Questa conclusione è stata scritta alla fine del 1999. Se ci sono voluti più o meno dieci anni perché la “provocazione”, l'”allegoria”, la “profezia” contenuta in Il sistema per uccidere i popoli, op. cit., diventasse una descrizione quasi banale della realtà quotidiana del sistema della globalizzazione, è bastato meno di un lustro perché la “fantascienza” di cui parla qui Faye diventasse il nostro orizzonte futuro immediato
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    Predefinito Re: E' morto Guillaume Faye

    Guillaume Faye e quell’incontro in un lontano pomeriggio d’estate a Parigi

    Di Manlio Triggiani

    Guillaume Faye, uno dei maggiori intellettuali del panorama culturale francese, morto nella notte fra il 6 e il 7 marzo scorsi, aveva lottato a lungo contro un male aggressivo, con coraggio, senza trascurare la scrittura e gli interventi nel dibattito culturale. Diplomato all’Institut d’études politiques di Parigi, aveva conseguito un dottorato in Scienze politiche e fu uno dei maggiori teorici del Groupement de recherches et etudes pour la Civilisation européenne (Grece), e dell’ambiente più tardi noto come Nuova Destra francese, nel periodo compreso fra il 1970 al 1986. In seguito si allontanò per divergenze ideologiche dal laboratorio politico di de Benoist. Era nato ad Angouleme nel 1949 (nella regione Nuova Aquitania) e proveniva da una famiglia dell’alta borghesia parigina. Pubblichiamo il ricordo di un nostro collaboratore.

    Quando si aprì la porta della sede del Grece, in un arrondissement popolare di Parigi, mi trovai davanti Guillaume Faye, in camicia e cravatta. “Monsieur Guillaume Faye?” dissi, avendolo riconosciuto. Mi presentai, spiegai che venivo dall’Italia, che ero interessato al laboratorio di idee della Nuova Destra francese e alla loro produzione culturale. Mi fece accomodare ed entrai in un grande ufficio, con un paio di scrivanie al centro, un grosso computer e due signore che stavano lavorando su degli elenchi. Faye fu molto gentile, parlammo un po’ e poi mi condusse in un’altra grande stanza dove c’erano, su tavoli ed espositori, riviste, libri, dépliant, poster. Parlammo un po’ della situazione culturale e politica in Francia e in Italia. Mi chiese di seguirlo e andammo in una delle stanze meno grandi dell’appartamento, lo studio di Alain de Benoist. Mi presentò il “capo” riconosciuto della Nuova Destra. Lo studio era stretto e lungo, con la scrivania di spalle a una grande finestra e di fronte all’ingresso della stanza. De Benoist era seduto alla scrivania, stava leggendo un quotidiano tedesco. Sul tavolo da lavoro, una pila di libri e giornali francesi, italiani, britannici. Sulla sinistra entrando mi colpì, in una sobria cornice scura appoggiata su un mobile basso, addossato alla parete, una foto in bianco e nero di Alain de Benoist in compagnia di Ernst Jünger e una dedica in tedesco dell’autore delle Tempeste d’acciaio. Faye mi presentò de Benoist e dopo alcuni convenevoli con de Benoist, Faye mi disse che doveva assentarsi per un impegno. Prima di andar via mi dette appuntamento per il giorno successivo, per l’ora di pranzo. Così avremmo avuto modo di parlare.

    Il giorno dopo andammo in una brasserie lì vicino, insieme con un suo amico, un certo Michel, probabilmente dell’amministrazione (non si trattava né di Michel Marmin né di Michel Mourlet). Ci sedemmo a un tavolo e Faye cominciò a parlare in maniera fluente in un ottimo italiano, con poche inflessioni. In seguito avrei saputo che la sua amicizia con Giorgio Locchi lo aveva spinto a imparare la lingua di Dante.

    Rimanemmo al tavolo per una parte del pomeriggio, dopo la fine del pranzo, e discutemmo quasi sempre della Nuova Destra e di scrittori e di libri. Faye aveva un modo di esprimersi che colpiva, aveva grandi capacità oratorie e discorsive: parlava della strategia della Nuova Destra, del gramscismo di destra, della conquista delle coscienze attraverso il cinema, l’arte, la letteratura, il pensiero politico e citava di volta in volta Nietzsche, Benn, Drieu, Evola, Machiavelli, Hobbes, facendo seguire ragionamenti interessanti, con riferimenti alla filosofia e all’economia. Era accattivante quella forza discorsiva, resa più incisiva da esempi, riferimenti, spiegazioni con paragoni mutuati dalla realtà contemporanea. A esempio, parlava della necessità che l’Europa lottasse contro gli Usa (anni dopo cambiò parere) e mi anticipò che il Grece stava studiando al proprio interno il tema della convergenza teorica fra Europa e Terzo mondo, con riferimenti espliciti al mondo arabo (l’anno successivo, il 1986, uscì il libro di de Benoist, Europe-Tiers monde, meme combat e io pensai a quell’anticipazione di Faye). Alle mie perplessità rispose che si trattava di una alleanza momentanea, “come nei tornei internazionali di calcio – disse – quando si affrontano le varie squadre in ogni girone e qualcuno, di volta in volta, viene eliminato”.

    Feci alcune domande sulla sua opera che avevo letto l’anno precedente, Il sistema per uccidere i popoli (Edizioni L’Uomo libero), attacco preciso e ben argomentato contro la globalizzazione, e mi parlò di una nuova edizione che avrebbe preparato arricchendola di ulteriori analisi prevedendo che allora il multiculturalismo era solo all’inizio nell’opera di distruzione svolta contro l’Europa. Mi indicò le riviste italiane che riportavano in traduzione i suoi scritti. Le conoscevo. Parlammo di amici italiani comuni e, quando tornammo nella sede del Grece, mi consigliò due numeri di Nouvelle Ecole, un libro di geopolitica di Jordis von Lohausen, uno di Louis Rougier. Estroso, un diluvio di parole, citazioni, molto colto, mostrava sempre grande energia e partecipazione in quello che diceva, come se ci mettesse un supplemento d’anima nelle cose che asseriva, con uno spirito militante determinato, frutto di un pensiero faustiano, evidentemente nietzscheano, con un sottofondo neopagano, rafforzato da continui richiami alla mitologia greca e romana che amava citare. Amava la tecnoscienza europea che considerava importante se sposata con una visione volontaristica e di destra. Insomma, radici più futuro. Non esitava a utilizzare espressioni polemiche e provocatorie. Era ottimista, nonostante tutto, sul futuro dell’Europa, si considerava un “nazionalista europeo”, in questo forse richiamandosi agli scritti di Drieu che tanto apprezzava.

    Ci salutammo e in quell’ormai tardo pomeriggio d’estate uscii dalla brasserie, con il mio pacco di riviste e di libri sotto il braccio. Faye in quell’incontro mi era sembrato differente dal resto degli autori del Grece, certi suoi riferimenti teorici non erano sempre in linea con la Nuova Destra. Almeno quella presentata in Italia dalla Nuova Destra di Marco Tarchi che pure spesso presentava traduzioni dei maggiori teorici della Nd francese. L’anno dopo, infatti, Faye abbandonò il Grece a seguito di polemiche e divergenze su temi di fondo. Una personalità forte, una volontà faustiana, un uomo libero.

    Che riposi in pace.

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    Predefinito Re: E' morto Guillaume Faye

    Citazione Originariamente Scritto da Tyler Durden Visualizza Messaggio
    È morto Guillaume Faye, l’uomo che ha cambiato il pensiero non conforme europeo

    di Adriano Scianca

    Con il decesso di Guillaume Faye, morto nella notte tra 6 e 7 marzo, scompare dalla scena metapolitica europea uno dei pochi intellettuali che ha davvero cambiato il modo in cui tutti noi pensiamo, anche chi non l’ha mai letto, anche chi lo ha letto pensandola diversamente su tanti temi. Gravemente malato da tempo, accudito da un pugno di sodali devoti, Faye ha mostrato sino all’ultimo più interesse per il mondo delle idee che per la propria persona, anche a costo di trascurare la propria salute pur di continuare a scrivere. Pur non avendolo mai conosciuto, negli ultimi tempi avevo provato diverse volte a contattarlo, scrivendo alla mail del suo sito. Una prima volta mi aveva risposto, acconsentendo a un’intervista. Ma, quando gli avevo mandato le domande via mail, aveva dichiarato di non aver ricevuto nulla, chiedendomi di inviargliele nuovamente… via lettera. Cosa invero singolare, per un profeta della tecnoscienza. Avevo fatto un secondo tentativo, al fine di cooptarlo sul Primato Nazionale, in cui una sua rubrica fissa sarebbe stata più che gradita. Non mi rispose mai, probabilmente perché stava già male.

    La Nuova Destra francese

    Faye era nato il 7 novembre 1949 ad Angoulême, il capoluogo del dipartimento della Charente, situato nella regione Nuova Aquitania. In un’intervista aveva detto: «Sono stato allevato nel culto del nazionalismo francese, di tendenza bonapartista, e il risultato paradossale fu un patriottismo europeo. Il mio ambiente sociale d’origine è quello della grande borghesia parigina, che conosco perfettamente dall’interno e di cui non ho mai condiviso gli ideali conformisti e materialisti». Diplomato all’Institut d’études politiques di Parigi e titolare di un dottorato in scienze politiche, è stato uno dei principali teorici del Groupement de Recherches et Etudes pour la Civilisation Européenne (Grece), e dell’ambiente più tardi noto come Nuova Destra francese, nel periodo che va dal 1970 al 1986. Faye si avvicina al Grece su invito di Dominique Venner, senza un pedigrée pregresso particolarmente legato alla destra. Tra le figure che lo hanno segnato fino a quel momento c’è semmai il marxista e situazionista Henri Lefebvre. In questa fase, Faye propone un pensiero volontarista, faustiano, marcatamente nietzscheano e portatore di un neopaganesimo postmoderno. La sua visione del mondo esalta la tecnoscienza visionaria dello spirito europeo. Non sono rare le provocazioni, soprattutto in tema etico e sessuale.

    In un articolo di qualche anno fa, Stefano Vaj, amico di lunga data del francese, così descrive il primo impatto con il personaggio Faye, nell’ambito di un convegno del Grece: «Oratore eccezionale, ipnotico persino nel leggere una relazione scritta nell’atmosfera ovattata di un convegno di studi in un palazzo dei congressi, Guillaume Faye assomigliava un po’ fisicamente e nelle movenze al giovane Feddersen, interpretato da Gustav Froelich, protagonista di Metropolis di Fritz Lang; ed era già indiscutibilmente l’astro nascente del movimento. […] Faye lasciava un’impressione di “lucido fanatismo” in cui si mescolavano reminiscenze di Che Guevara, D’Annunzio, Ignazio di Loyola e Goebbels, alquanto lontane dal materiale umano settario e arrivista, conformista e reazionario, che dominava la mia esperienza politica italiana dell’epoca. Le notti passate a discutere delle questioni fondamentali della nostra epoca e del futuro dell’Europa nella campagna provenzale delle Université d’Eté del GRECE diventarono anzi ben presto una benvenuta boccata di ossigeno».

    Il sistema per uccidere i popoli

    Figlio di questa fase è l’eccezionale Le Système à tuer les peuples, puntuale diagnosi della globalizzazione scritta… nel 1981, quando l’agenda politica dell’Occidente era interamente occupata dalla Guerra fredda. In un mondo diviso in due, con le varie destre spesso preoccupate di rappresentare con il dovuto zelo il ruolo di sentinelle dell’Occidente, Faye si preoccupava dell’uniformità del pianeta all’insegna di un’unica ideologia consumistica, smobilitante, borghese, universalistica. Libro profetico se mai ve ne fu uno, Il sistema per uccidere i popoli – di cui esiste una traduzione in italiano, realizzata dallo stesso Vaj, più volte riproposta in diverse edizioni, l’ultima recentemente da Aga editrice – aveva inoltre il merito di proporre una lettura del potere totalmente aliena da schemi complottistici e semplificazioni settarie. La caratteristica principale del Sistema descritto da Faye era anzi proprio il fatto di «funzionare» in modo meccanico, impersonale, acefalo. Una lezione da ripassare, proprio oggi che gli spettri di mega cospirazioni tornano a dominare la scena di coloro che vorrebbero opporsi al medesimo Sistema.

    Definito l’«antipapa della Nouvelle Droite» rispetto al «pontefice» riconosciuto dell’ambiente, Alain de Benoist, Faye non potrebbe aver avuto una personalità più diversa da quella dell’autore di Visto da destra: tanto meticoloso, enciclopedico, «intellettuale» de Benoist, quanto estroso, polemico, «militante» il secondo. Caratteristiche che comportano, in entrambi i casi, tanti pregi quanti difetti. Nel 1986, Faye rompe con l’ambiente del Grece, parallelamente ad altri esponenti illustri del medesimo ambiente, come lo storico Jean-Claude Valla. Per un decennio, Faye sta lontano dalla politica e dalla cultura: partecipa a programmi radio, fa provocazioni mediatiche, avrebbe persino preso parte, secondo una leggenda metropolitana da lui stesso alimentata, a dei film porno in qualità di attore.

    Archeofuturismo

    Nel 1998, il grande ritorno alla battaglia delle idee con Archeofuturismo, uno dei testi più importanti degli ultimi 30 anni. Lo scorso marzo, in occasione della riedizione del testo, ancora per i tipi di Aga, scrivevo che l’opera «incise fortemente sull’immaginario dei due decenni che seguirono, non perdendo sostanzialmente di attualità. […] La tesi del libro è nota, anche solo per essere stata orecchiata qua e là: bisogna unire Evola e Marinetti, il sacro e la tecnoscienza, la potenza dell’arcaico e le suggestioni avveniristiche. […] Ma era soprattutto il discorso sull’islam che era destinato a sconvolgere i vecchi ammiratori di Faye e a creare dibattito nel suo pubblico naturale. Il vecchio cantore della ‘causa dei popoli’ contro il sistema americanocentrico riemergeva dal nulla chiamando alla guerra contro i musulmani. Eresia, tradimento, zampino della Cia o del Mossad? Sul tema, come al solito, la visione fayana tendeva a portare i concetti all’estremo, con non poche forzature e qualche argomento tagliato con l’accetta».

    Proprio nel numero di febbraio 2019 del Primato Nazionale è presente un’intervista a Guillaume Faye dai caratteri semi-testamentari.

    Con il passare degli anni, l’accetta si era fatta sempre più affilata, anche se le vette visionarie, originali, mobilitanti di Archeofuturismo non sarebbero più state toccate. Tra le sue opere di questo secondo periodo, merita una menzione il misconosciuto Pourquoi nous combattons?, operetta minore, sorta di breviario militante davvero ricco di spunti. Tra i libri che più avevano fatto parlare e sparlare di sé c’era invece La nouvelle question juive, per cui era ovviamente stato bollato come agente del sionismo internazionale. L’ultimissimo saggio, uscito proprio in questi giorni, testimoniava un ulteriore, controverso passo verso una radicalità sempre più accentuata, a cominciare dal titolo: Guerre civile raciale. Un testo su cui sarebbe stato bello discutere e magari anche litigare. Non ce n’è stato il tempo.

    https://www.ilprimatonazionale.it/cu...-morto-107319/

    Sit tibi terra levis.
    Anche se non condivido tutto, R.I.P.
    Ojalá fuera la mía la última sangre española que se vertiera en discordias civiles. Ojalá encontrara ya en paz el pueblo español, tan rico en buenas cualidades entrañables, la Patria, el Pan y la Justicia - José Antonio Primo de Rivera

 

 

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