Kabul Bank, la paura del crollo



Stavano in fila ordinati, sotto il sole, con un bigliettino numerato in mano. Non aspettavano di entrare allo stadio, ma di parlare con un cassiere. Migliaia di risparmiatori terrorizzati hanno affollato la settimana scorsa gli sportelli della Kabul Bank per avere indietro i loro soldi e metterli al sicuro sotto al materasso. Oggi, la loro ansia rischia di far fallire la più grande Banca dell’Afghanistan.
Un Istituto interamente privato che, per conto del governo, paga gli stipendi dei dipendenti pubblici, dell’esercito e degli insegnanti. Un Istituto che l’anno scorso ha finanziato la campagna elettorale per la rielezione (non proprio trasparente) di Karzai e che ha fra i suoi maggiori azionisti ha il fratello del presidente e il fratello del vicepresidente del Paese.
Il panico è iniziato lunedì scorso, quando Hamid Karzai ha rimosso in un colpo solo presidente e direttore generale della Kabul Bank, che adesso è guidata da un funzionario della Banca Centrale afgana. Probabilmente il provvedimento è stato sollecitato dal generale Petraeus, comandante delle truppe Usa in Afghanistan, che ha fra le sue priorità quella di ridurre il livello di corruzione nel governo. Sembra, infatti, che la Kabul Bank fosse un po’ troppo generosa nei confronti di certi suoi azionisti di punta, che casualmente erano anche alti funzionari governativi. Nelle loro tasche sono finiti prestiti irregolari per centinaia di milioni di dollari e lussuose ville con piscina sulle spiagge di Dubai.
Basta un dato a capire quanto fosse cristallino questo genere di operazioni: il 51% delle azioni della banca è stato comprato con soldi prestati dalla banca stessa. È illegale, naturalmente. Il sistema, se da una parte ha permesso a Mahmoud Karzai, fratello di Hamid, di acquistare il 7% dell’Istituto, dall’altra ha fatto nascere pericolosissimi attriti fra gli uomini che hanno in mano il destino politico ed economico del Paese. Una minaccia troppo grande per la stabilità dell’Afghanistan.
Era vitale che il governo di Karzai mantenesse segreto tutto questo marciume. Purtroppo non ce l’ha fatta. Risultato: gli afgani, nel timore (infondato) che la Kabul Bank potesse fallire, sono corsi in massa a ritirare i propri soldi, svuotando le casse di ogni filiale. Un meccanismo classico. Mercoledì scorso sono stati ritirati 85 milioni dollari, giovedì 109, sabato altri 69. La liquidità della Banca è più che dimezzata.
E ora, che si fa? Dagli Stati Uniti si sono affrettati a mandare una squadra del Dipartimento del Tesoro per dare “assistenza tecnica” agli afgani. Quanto a salvataggi di banche, ormai, gli americani sono espertissimi. Ma hanno sottolineato che per la Kabul Bank non verseranno nemmeno un dollaro dei loro contribuenti. A Karzai non resta che ipotizzare di far acquistare allo Stato parte dell’Istituto, per non essere costretto, in futuro, a riempire di soldi pubblici una Banca privata.
Secondo alcuni economisti, se la crisi della Kabul Bank continuasse, potrebbe avere ripercussioni devastanti su tutta l’economia afgana. Altri, invece, sostengono che gran parte del sistema non subirebbe alcun danno. In Afghanistan, infatti, le banche sono un’invenzione relativamente recente. La maggioranza dell’economia è basata ancora sul sistema delle “hawala”, transazioni invisibili basate sul prestito d’onore, particolarmente gradite a trafficanti e terroristi.
L’unica cosa certa è che la crisi di oggi scredita il lavoro degli americani, che negli ultimi nove anni hanno cercato di costruire in Afghanistan un sistema finanziario da ventunesimo secolo. Con risultati non brillantissimi, evidentemente. Inoltre, gli Stati Uniti continuano a ripetere di voler ritirare le truppe l’anno prossimo, ma ogni giorno incassano segnali poco incoraggianti sulla fiducia che Karzai ispira ai suoi presunti elettori. Quando il Presidente ha cercato di rassicurare i suoi connazionali ripetendo che “il governo non lascerà che la Kabul Bank fallisca”, nessuno gli ha creduto. Chiaramente Karzai se l’è presa con i media occidentali. Sono stati loro a ingigantire il problema, a diffondere paura.
Nel frattempo, sul campo di battaglia, i talebani sono dannatamente forti. Il numero dei soldati americani uccisi nel 2010 è il più alto mai registrato dall’inizio della guerra. E il prossimo 18 settembre ci sono le elezioni parlamentari. Troppe cose a cui pensare per Karzai, che rilancia un disperato tentativo di pacificazione con l’ “Higher Peace Council”, un “organo di negoziazione” che accoglierà vari rappresentanti della società afgana. Non avendo accettato finora nessuna forma di dialogo, tuttavia, sembra davvero difficile che i Talebani decidano di iniziare le trattative di pace proprio adesso, in un momento a loro così favorevole.
Ecco perché ogni dubbio sulla salvezza della Kabul Bank va spazzato via il più presto possibile. Ecco perché bisogna minimizzare il problema, seguire gli americani e cercare di convincere gli afgani che il Paese ha ancora un futuro. È d’accordo anche Mahmoud Karzai: “Mio fratello ha fatto davvero bene a fare quello che ha fatto, ora la Kabul Bank dovrà giocare secondo le regole, investendo in Afghanistan, non all’estero”. Lo ha dichiarato dalla sua villa con piscina a Dubai.


Kabul Bank, la paura del crollo, Carlo Musilli