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Discussione: Antonio Simon Mossa

  1. #11
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    Nei testi precedentemente postati sono contenuti diversi refusi dovuti alla scansione con un OCR obsoleto e sfuggiti alla mia correzione. Pazienza.
    Proseguo la condivisione degli interventi – testimonianze su Antonio Simon Mossa, pubblicati sul quotidiano La Nuova Sardegna nel 1972.

    Questo l’elenco:

    Michelangelo Pira. 8 agosto 1972.
    RICORDANDO ANTONIO SIMON MOSSA
    Il ruolo degli intellettuali in Sardegna.

    Manlio Brigaglia. 15 agosto 1972.
    Antonio Simon Mossa giornalista «fantaccino».

    Eliseo Spiga. 26 Ottobre 1972.
    L’IMPEGNO PIÚ APPASSIONATO DI ANTONIO SIMON MOSSA
    L’autonomia culturale del popolo sardo.

    Armando Gongiu. 8 e 9 novembre 1972.
    RICORDANDO ANTONIO SIMON MOSSA
    Autonomia e terzo mondo.

    Sergio Salvi. 30 novembre 1972.
    ANTONIO SIMON MOSSA
    Un intellettuale rivoluzionario.

  2. #12
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Martedì 8 agosto 1972

    RICORDANDO ANTONIO SIMON MOSSA

    Il ruolo degli intellettuali in Sardegna



    In attesa di una raccolta organica dei suoi scritti editi e inediti (compresi quei brani delle sue lettere ai giornali che - lo ha rilevato il direttore della Nuova Sardegna - non potevano essere pubblicati), in attesa anche di un album ragionato della sua attività di progettista e di una sua biografia critica, qualsiasi discorso o giudizio su Antonio Simon Mossa da parte di chi (come me) lo conosceva essenzialmente attraverso la dispersiva attività pubblicistica è necessariamente esitante e provvisorio. Intendiamoci: di Antonio Simon Mossa si sa già più di qualcosa, ma se ne vorrebbe sapere di più, anche più dei molto che se n'è eletto nelle due pagine dedicategli dalla Nuova Sardegna il 18 agosto 1971, con testimonianze dì G. B. Melis, di Vico Mossa, di Fiorenzo Serra e di Giuseppe Melis Bassu, che si sono occupati rispettivamente dell'uomo politico, dell'architetto, del cineasta e del pubblicista: aspetti diversi di una personalità complessa che attendono di essere ricondotti criticamente a motivazioni unitarie dalle quali l'identità di Antonio Simon Mossa riemerga nella sua interezza.

    In questa direzione il contributo più interessante potrà darcelo (quando all'inevitabile momento emotivo potrà seguire quello critico o in ogni modo di più serena meditazione) Michele Columbu (che nella testimonianza Scritta per le due pagine citate della Nuova ha giustamente messo in rilievo le riserve di alta moralità e di saggia ironia di Simon di fronte alla morte) o qualcuno dei giovani del PSd’A che furono più vicini ad Antonio Simon Mossa ed ebbero modo dì conoscere le motivazioni più riposte delle sue scelte. Quel che è certo fin d'ora è che questo lavoro critico è reso necessario dalle numerose e importanti domande che Simon Mossa pose perentoriamente o concorse a porre all'intellettualità isolana. Occorre riprendere quelle domande e onorarle delle necessarie risposte. Non credo che Simon Mossa ambisse ad onori diversi da questo.

    La sua domanda di fondo era di chiara origine gramsciana: qual è e quale deve essere il ruolo degli intellettuali in Sardegna? E, a monte, sono essi capaci di autonomia, cioè di esercitare autonomamente la loro intelligenza e perciò capaci di autentica moralità? La risposta di Simon mossa era negativa, ma batteva l'accento più sugli effetti appunto morali ella mancanza di autonomia che sulle ragioni strutturali del fenomeno. La denuncia del servilismo e del carrierismo emergeva in ogni suo scritto e ne facéva un moralista. Ma ciò non deve far pensare che egli non conoscesse, o che sottovalutasse il meccanismo strutturale generativo del fenomeno. Aveva letto bene Salvemini e Gramsci e sapeva bene che il carattere subalterno della categoria degli intellettuali meridionali affonda le proprie radici nei rapporti di classe. Ma proprio da questa consapevolezza traeva origine il suo appello alla rivolta della coscienza (in ogni modo la sua personale rivolta), la sua ricerca di un terreno, quello appunto della coscienza, non ancora del tutto espropriato dalle classi dominanti esterne all'Isola e dai loro podatari interni. Nella coscienza Simon Mossa trovavi, anziché l'alibi all'accettazione passiva dei ruoli subalterni assegnati agli intellettuali dal dominio, l'obbligo della ricerca di una via d'uscita e di liberazione; liberazione non dei soli intellettuali ma di tutto un popolo, perché senza questa non b possibile quella. Il punto decisivo nelle idee di Antonio Simon Mossa è che tutta la Sardegna nel suo complesso è dominata dall'esterno. Dall'interno dell'Isola non emerge un'egemonia. All'interno dell'Isola si può distinguere solo fra categorie contente del proprio asservimento e categorie scontente. Il popolo sardo è nel suo complesso una classe subalterna. Ma la forza di un popolo oppresso è maggiore di quella di una classe oppressa; e prima o poi finisce per emergere. Immagino che questa fosse la più radicata convinzione di Simon Mossa. « Noi non possiamo accontentarci in nessun caso di una posizione riformistica e subordinata, ma dobbiamo assumere... una posizione nettamente rivoluzionaria, al fine della conquista dell'indipendenza nazionale e dell'attuazione di una federazione, o confederazione, di respiro europeo. Secondo quanto vi ho detto quindi non vi sono... possibilità di autonomia pianificatoria, senza la conquista di ordinamenti nuovi, nel sistema federale, senza cioè l'attuazione dello Stato sardo ». Queste frasi sono tratte da una relazione svolta da Simon Mossa (sono sue anche le sottolineature) ad un convegno del suo partito il 31 dicembre 1967. Indipendentismo e principio federalista ispirano tutta l'attività pubblicistica di Simon Mossa e sono il suo contributo al pensiero del PSd'A; sono anche la trincea dalla n quale egli difende il partito dal pericolo di adagiamenti a destra. La coerenza con la quale chiede al suo partito il rispetto di questi principi (che egli trovava affermati e impliciti nel primo sardismo) porterà all'uscita del gruppo che in seguito confluirà nel PRI, che sarà anche un chiarimento definitivo dei rapporti del PSd'A con tutte le formazioni politiche italiane. Secondo Simon Mossa (cfr. discorso al congresso sardista del 1968) il PSd'A « nella sua essenza democratica e popolare ripudiava il centralismo ottocentesco degli stati potenza, riaffermava i diritti delle comunità etniche e delle minoranze nazionale a regimi di autonomia politica, entro cornici di stati federali o di federazioni di stati, con la partecipazione di tutti i popoli in un'aspirazione di fratellanza universale ». Ed aggiungeva che « questo patrimonio dei PSd'A è ancor valido oggi, soprattutto dopo che l'evoluzione politica dell'Europa degli ultimi anni, la liberazione dei popoli coloniali, la strenua lotta dei popoli oppressi, l'acquisita coscienza delle minoranze etniche nazionali, hanno ampiamente verificato la giustezza di quelle prospettive e l'alto contenuto umano e sociale di esse ».

    La ricerca della via di uscita da parte di Antonio Simon Mossa è stata interrotta dalla sua morte prematura. Perciò non è possibile stabilire, sulla sola scorta dei risultati da lui conseguiti, se la sua fosse una ricerca giusta o sbagliata. Il viaggio di Simon Mossa era stato lungo. Il suo sardismo aveva alle spalle, non il villaggio, ma la metropoli. E personalmente aveva rovesciato anche la direzione individuale dell'intellettuale sardo che parte dal villaggio per integrarsi nelle metropoli, da una condizione rustica per integrarsi in quella urbana. Al più giovane Simon, che forse ancora conosceva ben poco la Sardegna interna, la Sardegna nazionale popolare, scoperta più tardi," poté anche sembrare (cfr. la testimonianza di Fiorenzo Serra) appagante la realizzazione di sé nel cinema, nell'arte. Perché se ne allontanò? Sarà sufficiente una spiegazione riferita ai casi della vita? Non lo so, ma personalmente sono portato ad attribuire l'allontanamento ad una scelta soggettiva (non importa quanto consapevole) dello stesso Simon Mossa, il quale, nonostante le doti di fantasia e la disponibilità se non (ma è da dimostrare) una vera e'propria vocazione per il lavoro artistico, deve averne intuito ad un certo punto la funzione elusiva delle problematiche sociali a lui più care e la funzione affermativa di un certo tipo di cultura. Abbandonato il cinema, si impegnò nella professione di architetto e nell'attività pubblicistica. In entrambe la fantasia si prese più di una rivincita sugli schemi dominanti. Chi ricorda la sua collaborazione a « Radio Sardegna» nell'immediato dopoguerra (a Sassari gli studenti organizzavano l'ascolto collettivo dei suoi testi; e i brani che non potevano essere messi in onda circolavano manoscritti) e la sua battaglia per salvare l'autonomia dell'emittente sarda non può non constatare la fondamentale coerenza delle idee e persino degli umori di Simon Mossa. Né mi stupisce il rifiuto (riferito da Vico Mossa) dell'urbanistica come scienza, quando sia chiaro che quel rifiuto doveva essere riferito all'urbanistica italiana innanzitutto, ma in genere a tutte le tecniche che si propongano la razionalizzazione dei sistema e perciò del meccanismo di oppressione. A questa urbanistica incapace di essere oggi quel che nel passato fu la politica, Simon Mossa non poteva non preferire la politica. Ma non credo che Simon Mossa rifiutasse un Mumford (il quale però respinge la qualifica di urbanista) o la lezione di Paul e Percival Goodman. Quanto all'architetto è possibile immaginare che egli avrebbe voluto progettare, non solo sulla costa ma anche nell'interno dell'Isola, scuole residenziali per giovani sardi liberati, anziché gli alberghi chiestigli dal dominio. Sembra accertato che egli avesse una grande fiducia nella vocazione turistica dell'Isola, ma i suoi alberghi hanno qualcosa che contraddice profondamente le connotazioni dell'egemonia che li ha edificati per celebrarvi i propri riti di propiziazione di più ingenti profitti, essi infatti evidenziano più l'assenza delle persone che dovrebbero abitarli (giovani studenti lavoratori sardi ospitanti e giovani studenti di ogni paese ospiti) che la presenza delle persone (prevalentemente coppie nordiche in età avanzata e danarose, che però sembrano anch'esse alla ricerca di un contatto reale con la gioventù assente) dalle quali quegli alberghi sono per ora frequentati. Così scopri che anche l’architetto si è preso la sua rivincita sul committente: gli ha dato un manufatto che sì, oggi, è un albergo, ma domani potrà, forse dovrà, essere una scuola. Ma come può diventare una scuola? Alla domanda risponde il pubblicista politico, il quale sceglie come pseudonimo il nome del capo rivoluzionario che nello stesso periodo di tempo ha saputo restituire al popolo gli alberghi edificati nella propria isola dal capitalismo internazionale. Ecco i due piani dell'azione di Antonio Simon Mossa integrarsi con la limpidità dell'apologo. Oggi siamo dominati dai capitalismo ammette l'architetto, domani non lo saremo più, dice Fidel. La risposta che un'isola deve dare al capitalismo oggi non può che essere una risposta rivoluzionaria. Qui è la più grossa novità storica: le isole che avevano dato risposte reazionarie anche come sedi di modelli utopistici, ora saltano il fosso e passano dall'altra parte: respingono i colonizzatori e gli acculturatori per fare dell'internazionalismo in proprio. Quando i discorsi di un Castro vengono letti non in italiano ma nella lingua nazionale popolare nella quale sono stati pronunciati vi si vede la proiezione di quel che dovrebbe essere la lingua sarda se il popolo che la parla si scrollasse il peso del dominio esterno. Così Simon Mossa intuisce che il sardo lungi dall'essere un dialetto ridicolo, forse è già, ma in ogni modo può, deve essere una lingua nella misura in cui sia parlato e scritto da un popolo libero e capace di riaffermare la propria identità. Simon Mossa, come già Gramsci e Lussu, riesce a restare sardista anche dopo aver incontrato il marxismo, anzi riscopre il sardismo attraverso il marxismo.

    Devono i lavoratori sardi seguire il passo della classe operaia italiana o possono lanciare anche una loro, specifica, sfida al capitalismo, nella prospettiva del ritrovamento di una propria autonoma via all'alleanza e alla solidarietà operaia internazionale? Possiamo credere che Simon Mossa si sia posto questa domanda decisiva alla quale in ogni modo egli mostrava, di voler dare una risposta positiva, ricercando personalmente le possibili verifiche di un'emergente solidarietà dei popoli oppressi del terzo mondo europeo e mediterraneo. I suoi frequenti omaggi alla resistenza catalana, per esempio, avevano un tono introvabile anche nella cultura italiana di sinistra. Erano dettati dall'impeto di chi vive giorno per giorno sulla propria pelle un, dramma straordinariamente simile e, in fondo, lo stesso dramma storico.

    Antonio Simon Mossa sapeva ritrovare la Sardegna fuori dell'Isola. Altri non la sanno vedere neppure nei villaggi del Gennargentu. Antonio Simon Mossa sapeva trovare le linee emergenti della cultura antagonista mondiale anche ad Orgosolo; altri non la sanno trovare neppure negli uffici studi delle capitali.

    Michelangelo Pira

    Poiché, in tempi di scatenata campagna a « difesa della libertà di stampa », l'espressione ambigua dell'amico Pira (« lo ha rilevato il direttore de La Nuova Sardegna »), circa la impubblicabilità di « certi brani » del povero Antonio Simon, potrebbe dar luogo a equivoci, è bene precisare che i brani stessi erano impubblicabili soltanto perché non in regola con la legge pena!e. L'innata generosità d'animo e la profonda convinzione di quel che diceva spingevano Antonio perfino alla bestemmia. Ma era lui stesso a dire: "correggi e taglia ". – ac.

  3. #13
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Martedì 15 agosto 1972

    Antonio Simon Mossa giornalista «fantaccino»



    Scrivere di Antonio Simon Mossa giornalista è facile e difficile. E' facile, perché Simon Mossa è stato uno dei collaboratori più frequenti non di questo o quel giornale sardo, ma di tutte, si può dire, le iniziative pubblicistiche, piccole e grandi, che la nostra editoria ha conosciuto in questo dopoguerra.

    E' difficile, perché, da una parte, giornalista lui noti si considerò mai, preferendo pensare che quello di esprimere il proprio pensiero sulle colonne di stampa è, in fondo, il diritto-dovere di ogni cittadino in quanto tale, e non il privilegio liturgico di una casta particolare (tant'è vero che all’albo dei giornalisti si iscrisse soltanto tardi, nel 1966: per pura dimenticanza, non proprio per implicita polemica; certo, sì, per !'insofferenza che gli fu propria di tutti gli incasellamenti obbligati); e dall'altra perché Simon Mossa scrisse un po' di tutto, senza stare a scegliersi un settore in cui figurare come specialista, ma anzi preoccupandosi di mantenere l'intelligenza e l'impegno civile pronti per ogni battaglia.

    Simon Mossa era un po' come i fantaccini della «Brigata Sassari» raccontano dei loro reparti nelle giornate drammatiche del giugno sul Piave: li caricavano sui camion, e dove gli austriaci aprivano le falle loro si precipitavano a turarle. Lui era così: appena qualcosa andava storto (e ne sono andate storte, di cose, in questi ultimi venticinque armi di democrazia autonomistica!), subito « metteva lingua ».

    I suoi interventi erano inconfondibili, tant'è che molte volte neppure valeva che stesse a nascondersi, ma solo per vezzo, dietro amabili pseudonimi: soltanto sua era la brusca facilità con cui andava al nucleo del discorso, soltanto sua la ferrea disinvoltura con cui rovesciava le prospettive più consuete e consolidate, soltanto suo il gusto del paradosso che si gonfiava fino a diventare una frustata, suo lo sfrecciare improvviso di certi aggettivi o di certe immagini, sua la ferocia arguta ma premeditata della battuta finale.

    A scrivere, Simon Mossa deve avere cominciato molto presto. Uno elle lo ha conosciuto giovanissimo a Firenze, Renzo Serra, lo ricorda redattore di Rivoluzione, il giornaletto (del Guf negli anni 1940-41: un giornaletto dove, come in tanti altri fogli universitari, si faceva satira e « fronda », senza una consapevolezza tutta precisa dei limiti fra una cosa e l’altra. Per un paio di battute pesanti su un discorso di Ciano, la redazione - a cominciare dal direttore, che era Paolo Cavallina - fu sottoposta a un « giro di vite », e chi per caso era rimasto a casa fu spedito al fronte: Simon no, ché lui militare lo era già.

    Come militare, nei mesi intorno alla débacle del '43 tornò in Sardegna, e fu tra gli animatori della neonata « Radio Sardegna ». A pensare che cosa era allora la radio dei sardi viene la malinconia: mezzi tecnici limitatissimi, tenuti insieme più dalla perizia dei militari che l'avevano messa su che dall'efficienza del materiale, ormai antiquato e logoro, senza ricambi; la ferrea censura militare e l'occhio del PWB americano su tutti i pezzi; la formula « questa è la radio della Sardegna rimasta fedele al suo re » in apertura di trasmissione, tutto questo su un piatto della bilancia, ma dall'altra una giornata intera di emissioni e, soprattutto, una libertà pressoché assoluta di dire e di protestare, una palestra di democrazia quale non solo la radio ma neppure la stampa, oggi, in Italia, può più sognarsi di essere.

    Radio Sardegna trasmetteva, praticamente, in tutto il Mediterraneo; nell'isola, oltre la radio clandestina » dei repubblichini di Salò, non si sentiva altro; e Radio Sardegna funzionava come una radio indipendente e sovrana: raccoglieva notiziari internazionali, li rielaborava e li ritrasmetteva in velocissimi « giornali » che avevano cadenze di cinque-sei numeri quotidiani; fu la prima radio italiana, dice li domestica mitologia cara ai superstiti di quella Radio Cagliari di Is Mirrionis, ad annunciare, l'otto maggio del 1945, la fine della guerra in Europa.

    Ma prim'ancora che finisse la guerra in Germania, a una settimana dalle giornate dell’aprile della Liberazione, la « terribile ruota accentratrice che la curia romana maneggia con sicumera ammirabile » - come scriveva proprio lui, Antonio Simon Mossa - entrava in azione per ridurre il raggio d'azione della radio sarda: prima la limitazione al solo bollettino Ansa come fonte di notizie, poi la manovra per trasportare a Roma gli impianti sardi infine l'integrazione nella rete nazionale e la riduzione delle emissioni a quelle due sole ore quotidiane che ancor oggi, in tempi di repubblica regionalista, è così difficile difendere contro la terribile ruota accentratrice di Roma, che continua sempre a girare imperterrita.

    A Radio Cagliari, Simon Mossa aveva «Inventato» quella che sarebbe stata la sua più frequentata forma di intervento giornalistico: certo quella che amò di più e che di più gradiva vedere ricordata e lodata. Era, cioè, la satira politica trascritta in termini di racconto fantastico, metà volterriano e metà switiano: con un pizzico di condimento di quei mondi esotici (specie il mondo sudamericano) in cui Simon Mossa rimpiangeva di non essere nato. Così, gli sbalorditi ascoltatori dell'emittente isolana si trovarono, per settimane intere, a seguire le cronache favolose di una Repubblica Sarda Indipendente che, dopo la proclamazione, doveva affrontare una tragicomica guerra civile in cui truppe di miliziani del Capo di Sopra, radunati ad Oschiri al comando di Antoneddu Bua, passavano a nuoto il Coghinas per affrontare i descamisados del Capo di Sotto e decidere una volta per tutte l'antica questione delle torri e dei campanili (la guerra era soltanto un'invenzione: ma le torri e i campanili sono rimasti).

    Simon Mossa motteggiava così, prendendo lo spunto dai dati della cronaca quotidiana (come per es. l'invasione delle cavallette) su un certo separatismo utopistico, « fissato » sulla lira sarda e sul pecorino come industria « nazionale »; un separatismo che, riveduto nella prospettiva del fallimento dell'integrazione allo Stato unitario ancora una volta rimandata dalla pigrizia di Roma, irrobustito delle esperienze della polemica terzomondista, lo stesso Antonio Simon avrebbe fatto proprio negli ultimi anni della sua operosissima vita.

    Quello stesso gusto della satira politica (che era prima politica e poi satira, perché lasciava il segno e diceva sorridendo amare verità sul costume della nuova classe dirigente isolana) Simon Mossa lo portò poi nel « Solco »: i numeri dei primi sei-sette mesi del 1945 hanno quasi ogni settimana un suo intervento, sotto uno dei tanti suoi pseudonimi, da Angelo Santi (« Difendiamo la nostra radio », 13 maggio; « Radio Sardegna dovrà essere autonoma », 3 giugno) a Gian Burrasca. Sardi che si fanno onore – L'aria del Continente », 18 agosto), da Il Moro (« Il cuculo non lascia il nido », 22 aprile) a Cecil (« Tradizioni della nostra pittura », 3 giugno).

    Sua era stata anche l'idea del « Solco letterario », uscito il 23 settembre di quell'anno, in quattro paginette di formato ancora più piccolo di quello, già striminzito e sparagnino, del confratello maggiore: e in prima pagina, col suo nome, Simon Mossa firmava un « fondino » intitolato « Attentato alla libertà », dedicato ancora al tema di Radio Sardegna: un intervento che utilmente si rileggerebbe oggi, che si parla finalmente di regionalizzazione della RAI-TV, specie per le notazioni sul rapporto fra la libertà di pensiero e d'espressione come fondamento di ogni democrazia e la struttura regionale e multipolare come rimedio alla « deriva » centralistica della storia nazionale: « la radio perderebbe immediatamente le sue capacità educative - scriveva - il giorno in cui dovesse essere accentrata, unitaria e controllata da un gruppo o da una fazione politica ». (E lo stesso numero, in terza pagina, dedicava una nuova, più documentata protesta allo «scandalo di Radio Sardegna »).

    Ma il Simon Mossa più vero fu, in (quel « Solco » 1945, il Simon delle « Fantasie » di Yutri el Shard: curiose favolette, quasi tutte risolte in battute di dialogo, in cui in mitici mondi che erano, volta a volta, un bonario Paradiso o una Cagliari « meticcia », la Napoli « milionaria » o una piazza di Giaffa dove i personaggi si potevano chiamare Aba el Fàula e Jussuf el Trampa; si svolgevano velocissime pantomime che. avevano per vittime i nuovi ricchi re della « martinica » o la neonata Consulta Regionale, piccoli profittatori del regime passato e callidi speculatori del nuovo.

    Quelle stesse fantasie Simon Mossa le portò da li a poco sulla « Gazzetta Sarda », un giornale sassarese del lunedì, fondato nel 1948 da Angelino Mannoni e un gruppo di ragazzi appena usciti dall'università, tutti più giovani di Antonio ma tutti ugualmente suoi amici.

    Nacque così il personaggio di Pietro Fund, narratore di cronache settimanali tutte ambientate nei Caraibi e nel mondo dei pirati salgariani: solo che i Morgan e i Drake di turno erano magari i boss della politica sassarese, appena mascherati da una trasparentissima onomastica spagnola, e Maracaibo era Sassari e il Governatore dai Capelli Rossi sedeva a Palazzo Provinciale e i mestizos dormicchianti sotto il poncho mangiavano lumachine. Durò qualcosa come un paio d'anni, quella rubrica, fra il 1948 e il 1950: e finì quando finì anche il tempo delle generose e disperate lotte politiche isolane, cancellate a colpi di maggioranze assolute. (Ma Simon Mossa vi era rimasto così affezionato che quando, verso il 1956, misi su un settimanale politico e gli chiesi se avesse la solita « qualcosa » da passarmi, Antonio si sedette alla scrivania e mi diede, dopo, mezzora, sette cartelline scritte a penna, di getto, senza una correzione, firmate ancora Pietro Fund, titolo «Ritorno», che iniziavano: « La ferrovia che mi riporta a casa si inerpica lungo la Cordigliera occidentale, fra i cespugli rinsecchiti e le macchie grigie di cactus. Nel vagone di vecchio legno del Paranà si è fatto silenzio. All'ultima fermata sono scese le donnette indie avvolte nel sarape multicolore che con il loro chiacchierìo avevano riempito i silenzi delle gole e dei cañones», un inizio dove c'è, più del giornalista, lo scrittore, anzi il creatore di felice fuoco di fantasia, e finivano: « - Cerveza!, grida il Signore Indio - Dicevo dunque che io prenderò cinquemila voti... E lanciò uno scaracchio sulla porta. Questa è la mia vecchia, cara città, in periodo di Fiesta». Quella Fiesta erano le elezioni, naturalmente: e il Signore Indio mi pare di ricordare, un nostro grasso amico notabilotto d'un paese vicino. L'ho raccontato, quest'episodio, anche perché, chissà per quale ragione, quel pezzo non arrivò mai ad essere pubblicato: forse, come capita spesso in Sardegna ai giornali fatti con pochi soldi, il giornale era già bell'e morto nel frattempo).

    Da allora, dal 1950, all'anno della sua morte, Antonio Simon Mossa ha continuato a scrivere sempre e dappertutto: non per gusto di vedere la propria firma, né per faciloneria o per vocazione a quel fitto chiacchiericcio che è tante volte, da noi, l'unico surrogato della politica, ma perché, come i fantaccini della Brigata, lui era ogni volta il primo a salire sul camion appena sembrava che da qualche parte il fronte avesse ceduto.

    Ricostruire l'elenco dei suoi interventi stilla « Nuova Sardegna » (collocati in quella « Tribuna libera » che lasciava, piuttosto neutramente, un po' di spazio al dibattito politico isolano) sarebbe un po' troppo complesso, forse. M ci sono tre momenti della stia attività pubblicistica, che voglio ancora ricordare.

    Il primo è la sua collaborazione ad « Ichnusa », la rivista di Antonio Pigliaru, uscita a Sassari fra il 1949 e il 1964: Simon Mossa fu molto vicino alla tematica di fondo del gruppo redazionale, che era quella del rapporto fra l'intellettuale sardo e l'autonomia regionale; e anche se la sua firma comparve poche volle sulla rivista, fu tra gli «amici» delle sue iniziative (fu uno dei redattori, per esempio, al «dibattito del sabato» del 3 dicembre 1960, sul tema «Architettura e società »). E di quello che pubblicò sulla rivista, più che la recensione a un libro di Vico Mossa e le « considerazioni sul turismo in Sardegna » (pubblicati nel numero 11, 1956), doveva avere caro un elzeviro intitolato « Una tarda dei maig », scritto in catalano (n. 4, 1950).

    E di qui nasce il secondo di quei momenti: la battaglia per il revival catalano in Alghero, che faceva tutt’uno con la sua passione per ogni minoranza linguistica ed etnica del mondo (ed era anzi passione fraterna per ogni minoranza tout court); di qui nacque, tanto per ricordare la manifestazione più appariscente, il periodico, tutto pagato da lui, come tante altre pubblicazioni sue o non sue, intitolato « Renaixencia nova » (1960), tutto scritto in catalano.

    Il terzo momento, sul quale altri scriveranno con più tempo e più attenzione di me, è quello della stia ultima battaglia sardista: i cui primi documenti sono sulla «Nuova » degli anni intorno al 1965, e che ebbe una delle sue conclusioni più meditate in quel volumetto « L'autonomia politica della Sardegna 1965 » in cui Simon Mossa raccolse, con Ferruccio Oggiano, Antonio Cambule e Giampiero Marras, gli atti del congresso provinciale del PSd’A ad Ozieri.

    Introducendo l'assise sardista in un articolo della « Nuova », Simon Mossa scriveva che essa avrebbe riaffermato solennemente i valori della autonomia, della libertà e del progresso: « la continuità storica, lo spirito rivoluzionario, ma soprattutto il disperato amore verso una Sardegna rinata e redenta avranno nel congresso la loro consacrazione più alta ».

    La prosa di Simon Mossa era diventata più paludata, come se gli pesasse un po' la responsabilità di leader e di manager politico che il PSd’A gli aveva allora affidato: ma sotto quell'articolo lui firmava col suo ultimo pseudonimo, Fidel, che non era più un'atra incarnazione del caro esotismo latino-americano, ma un atto di fede nella capacità di un popolo di contadini e di pastori di costruire da soli contro ogni imperialismo, il proprio futuro di libertà.


    Manlio Brigaglia

  4. #14
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Giovedì 26 ottobre 1972

    L’IMPEGNO PIÚ APPASSIONATO DI ANTONIO SIMON MOSSA

    L’autonomia culturale del popolo sardo



    Difficilmente si potrebbe accusare Antonio Simon Mossa di rappresentare il solito sardo «scontroso», ma «dignitoso e altero», persino «ferrigno» inguaribilmente oppresso da un orizzonte isolano misogino e retrogrado. Antonio Simon Mossa esercitava professioni che lo portavano necessariamente in contatto con correnti culturali di ampio respiro e con ambienti e situazioni i più diversi. Conosceva il mondo. E non solo l'imperiale geometria delle capitali europee, ma i popoli, i piccoli popoli, anche extraeuropei, che quelle capitali vorrebbero ammutoliti e che, comunque, non rappresentano. La vastità della sua conoscenza - fu questa che mi colpì la prima volta che lo incontrai - gli consentiva di esprimere con sicurezza il convincimento che la Sardegna deve e può darsi una organizzazione politica e civile congeniale alla sua storia, ai suoi bisogni e non imitativa di modelli e di finalità altrui. Perché, questo, di Simon Mossa si deve dire in primo luogo: che Lui, per molti versi intellettuale alla moda, per molti versi «cittadino del mondo», non si è mai vergognalo di essere sardo, non ha mai tinto la sua pelle, come un tempo certi negri americani per nascondere il colore, e come spesso tanti cosiddetti intellettuali sardi. Al contrario: si serviva della sua esperienza esterna per approfondire la conoscenza dei problemi della Sardegna e indagarne le possibili soluzioni. E ancora, a differenza di molti altri, le varie esperienze culturali non lo deviarono dal sardismo ma anzi lo convinsero della sua persistente validità originaria.

    Questo non significa che si limitasse a riecheggiare i motivi della vecchia propaganda sai-dista. Perché, invece, era acutamente consapevole dell'avanzato stato di mummificazione degli ideali sardistici, della loro riduzione ad un sottoprodotto della politica, patetico se noti ridicolo, e, quindi, della necessità di una loro generale rielaborazione stilla base delle esperienze più nuove. Dare una voce libera al popolo sardo era una delle aspirazioni del sardismo delle origini, che Simon Mossa recepiva senza riserve, riproponendola in termini di autonomia politica generale della Sardegna.

    Non mi pare che in Lui riprendesse corpo la vecchia tendenza separatista, sempre presente nel Partito Sardo d'Azione, e sempre pronta a rispuntare dopo ogni delusione con piglio vagamente ricattatorio nei confronti dell' « ingrato » governo romano. La sua proposta di autonomia politica non era motivata soltanto né dalla disastrosa prova dell'Istituto regionale, né dalle ormai proverbiali « inadempienze» dello Stato. Aveva visto con i suoi occhi, e in lunghi diversi, qualcosa di più terribile, di più profondo e cioè le tendenze il genocidio culturale, e non solo dei piccoli popoli incorporati nei grandi Stati europei. Anche quando non è la guerra vera e propria, sono l'emigrazione di massa, l'annichilimento delle culture autoctone, la liquidazione delle attività economiche locali e l'imposizione di modelli di sviluppo rispondenti agli interessi delle metropoli imperialiste a condurre rapidamente e inesorabilmente verso la distruzione etnica.

    Simon Mossa vedeva questo fenomeno quasi tellurico avanzare anche in Sardegna e si preoccupava di apprestare le difese politiche e culturali. La sua proposta di autonomia politica, perciò, ha una portata nettamente anti-imperialistica; è contro «l'Internazionale dei ricchi»; è rivolta alla rottura di un sistema di dominazione coloniale che regge tutta l'impalcatura dello Stato», «ha lo scopo di promuovere la capacità politica comunitaria per affrontare i problemi della sua sopravvivenza, della sua crescita e del suo assestamento attraverso organi elettivi creati all'interno della comunità stessa». Che la prospettiva generale di questa nuova entità statuale dovesse essere quella del socialismo era per Simon Mossa non solo un fatto di scelta politica, bensì di necessità storica. Anche se usava con riluttanza il termine «socialismo» per il logoramento che un uso non sempre opportuno ne ha provocato.

    Non serve, a questo punto, sottolineare che la proposta di Simon Mossa non ha raggiunto la compiutezza necessaria per l'azione politica, ma ha la portata di un contributo e uno stimolo alla discussione. Serve invece osservare come, pur mantenendosi fedele all'originaria ispirazione sardista, sia giunto a posizioni «avanzate», e si ritrovi in linea con alcuni termini attuali del dibattito politico internazionale. Rompe con la perenne incertezza del Partito Sardo d'Azione tra decentramento e separatismo, tra liberalismo e socialismo; supera il concetto di autonomia, intesa sia come strumento di perequazione tra la Sardegna povera e la Lombardia ricca o come organizzazione di interessi localistici da rappresentare ad uno Stato congenitamente predisposto più alla distrazione che all'attenzione e abbandona la gloriosa retorica delle pietraie del Carso e delle giogaie dell'Isonzo. Anche per questo il suo lavoro è pienamente dentro le correnti politiche europee e mondiali che propugnano un'alternativa al capitalismo e al socialismo «paternalistico» individuata in «una società socialista regionalmente decentralizzata»; sostenitrice della tesi che una pianificazione sociale, cioè il controllo consapevole e razionale dell'uomo sul proprio ambiente sociale, non può che essere fondata su una unità pianificatoria regionale; che per realizzare questa necessità è inevitabile la liberazione delle periferie dal dominio e dallo sfruttamento delle metropoli euro-statunitensi.

    L'impegno più appassionato Antonio Simon Mossa lo concentrava sul problema dell'autonomia culturale del popolo sardo. Questa è - così affermava - la matrice della libertà, dell'indipendenza, del riscatto economico e sociale di un popolo. Perciò la questione della lingua sarda della «possibilità di scambio, di informazione e di istruzione nell'ambito della comunità senza la presenza del dominatore e senza la sua tutela» - aveva per Lui tanto rilievo. Egli vedeva la difesa e lo sviluppo dell'autonomia culturale dei sardi non tanto come riscoperta degli antichi valori e istituti giuridici, morali, consuetudinari, quanto come ricerca, proiettala nel futuro, dell'«identità nazionale» dei sardi. E ricerca non puramente storica e letteraria, ma come resistenza e lotta popolare contro l'asfissia e il livellamento culturali perpetrati dal capitalismo e dall'imperialismo. Non gli era sfuggito, quindi, che senza la riaffermazione dell'autonomia culturale anche la più gloriosa lotta di liberazione popolare può approdare a risultati solo parziali e precari. Autonomia culturale, dunque, come base irrinunciabile dell'autonomia generale e come possibilità per il popolo sardo di aprirsi al confronto con gli altri popoli all'interno di un grande moto di emancipazione dall'oppressione coloniale.

    All'origine della volontà di Simon Mossa di porre la questione sarda in un ambito internazionale europeo ed extraeuropeo c'è senz'altro l'antica vocazione universalistica del sardismo. Ma è Lui stesso a definirla soltanto vagamente romantica e senza riferimenti precisi. Perciò Simon Mossa la supera senza tentennamenti ed approda ad individuare un nuovo aspetto del l'internazionalismo. E' l'internazionalismo delle piccole nazioni impegnate nella lotta per la sopravvivenza e lo sviluppo, è la « confederazione di etnie », è la «integrazione di tutte le comunità, ognuna di esse con la sua personalità spiccata, in un mondo nuovo di giustizia e di libertà». Non si limitava a prospettare questo nuovo internazionalismo: lavorava all'estero per realizzarne le prime manifestazioni.

    Lo spazio non consente di esaminare altri e decisivi aspetti del tentativo di Simon Mossa di sviluppare una visione socialistica della questione sarda partendo dalla matrice sardista. Non sono neppure in grado di dire se avesse una piena consapevolezza della portata teorica del problema relativo al rapporto sardismo-socialismo. D'altra parte il tentativo di Simon, non unico neppure in campo sardista, è rimasto ad uno stadio troppo iniziale, sia per la sua prematura scomparsa e più ancora per lo scadimento che il dibattito politico registra in Sardegna da diversi anni a questa parte. Tuttavia il suo invito a continuare la discussione merita di essere raccolto non solo da chi lo ha stimato, ma da chiunque abbia a cuore le sorti della Sardegna.

    E' possibile, dunque, ed è lecito far derivare una politica socialista dal sardismo? Oppure dobbiamo considerare il sardismo come un residuo storico destinato a inesorabile consunzione? Il carattere nettamente borghese dei sardismo, le sue profonde contraddizioni e incertezze, le compromissioni e corresponsabilità in cui è rimasto impantanato il Partito Sardo d'Azione hanno definitivamente sradicato il sardismo dalla coscienza politica delle masse popolari sarde?

    Un bilancio del sardismo, e non tanto in sede storica, quanto in sede politica, s'impone, perché il sardismo ha influenzato gli ultimi nostri 50 anni e perché la crisi politica che l'Isola attraversa ha radici tanto profonde da richiedere uno sforzo personale e collettivo di autocritica. Beninteso, il bilancio del sardismo non va fatto solo in casa del Partito Sardo d'Azione. Al contrario riguarda tutti i partiti democratici, proprio perché, da subito dopo la guerra essi hanno esplicitamente richiamato il sardismo tra le motivazioni del loro impegno in Sardegna. Questo è stato fatto principalmente dai grandi partiti della sinistra operaia.

    Il fatto che le rivendicazioni sardiste fossero recepite e incorporate dai grandi partiti nazionali potrebbe essere considerato una prova della vitalità e validità del sardismo. Ma è veramente così? Si potrebbe anche pensare, infatti, che in realtà i partiti nazionali hanno incorporato il sardismo per congelarlo nelle sue primitive impostazioni, per tagliare l'erba sotto il P.S.d'Az e per marginalizzarlo. Sta di fatto che, a prescindere dalle intenzioni iniziali, l'operazione del PCI e del PSI nei confronti del sardismo ha avuto nei risultati un netto carattere trasformistico. Il Partito Sardo d'Azione è stato sospinto, forse anche contro le sue propensioni, nell'area governativa e da partito di massa si è ridotto quasi soltanto ad una rete clientelare. Una parte cospicua del suo quadro dirigente - e sarebbe interessante indagarne le ragioni profonde - ha compiuto una lunga e inquieta peregrinazione da un partito socialista all'altro, senza riuscire a ritrovare un proprio ruolo effettivo. La stessa teorizzazione comunista dell'autonomia, come fase della lotta per il socialismo, non è mai stata né chiara, né convincente, ed anzi è stata ambigua e strumentale.

    Il bilancio, perciò, ci pare presenti un disavanzo piuttosto vistoso, se è vero che, in un contesto di crisi e involuzione dell'Istituto autonomistico e delle sue finalità, ci ritroviamo con meno socialismo, meno sardismo e con un grave disagio, a dir poco, di tutta la sinistra, evidenziato anche dall'ultima consultazione elettorale.

    Antonio Simon Mossa conosceva questi dati di fatto e perciò arrivò a concepire un'operazione in certo senso inversa rispetto a quella realizzata dai partiti comunista e socialista: all'incorporazione del sardismo nel socialismo contrapponeva un tentativo di sviluppo del sardismo verso il socialismo. Sembra un gioco filosofico, ma non è, perché è probabile che la sua azione si sarebbe sviluppata non tanto nel senso di saldare un'alleanza politica" tra PCI e P.S.d'Az., quanto nel senso di far ritrovare al Partito Sardo d'Azione, all'interno della sinistra, un ruolo autonomo e criticamente stimolante. Anzi, poiché nutriva non pochi dubbi sulla capacità di rinnovamento del Partito Sardo d'Azione, non è detto che non pensasse addirittura ad un altro tipo di organismo politico, diverso dal suo partito, come sembrano indicare diversi documenti politici di organizzazioni sardiste sassaresi.

    Affermare che le risposte di Antonio Simon Mossa sono tutte giuste sarebbe solo faciloneria. Ma discuterle è un'occasione utile di chiarificazione e di approfondimento in un momento in cui poche sono le occasioni, difficili i problemi ed oscure le prospettive.


    Eliseo Spiga

  5. #15
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Mercoledì 8 Novembre 1972

    RICORDANDO ANTONIO SIMON MOSSA
    Autonomia e terzo mondo


    I


    Vi sono in Sardegna uomini che hanno fatto e fanno della lotta per l'autonomia e per la rinascita del popolo sardo una ragione, la ragione, o almeno la ragione più forte e valida, della loro milizia politica. Sono quelli che di un avvenimento, di un discorso, di un'intenzione misurano prima di tutto, e d'istinto più che per ragionamento, quali ripercussioni avrà per la sorte della nostra Isola, in che modo (con che vantaggio? con che danno?) si ripercuoterà sulle vicende del nostro popolo, sul suo avvenire di delusioni e di speranze.

    Parlare con Simon Mossa era un verificare tutto questo, alla luce - certamente - di una cultura alla quale ci si poteva richiamare per sole allusioni tanto appariva subito comune, e nel quadro di tensioni ideali e d'impegni che trasparivano, altrettanto subito, comuni nell'emozione con cui venivano espressi e nel calore con cui venivano sostenuti.

    Un parlare e una verifica fra autonomisti. Ritengo che tutto questo, più che in qualsiasi momento, poté apparire vero negli anni che vanno dal 1965 al 1970, al di qua e al di là dei quali mi sembra che la spinta autonomistica abbia ceduto, e di più spanne, in tutta l'Isola.

    Tempo fa, un altro autonomista di razza, cattolico questa volta, anzi democristiano e fra i primi in Sardegna nel suo partito, mi faceva notare (con molta amarezza, siappure nel compiacimento della conferma di quanto qualche tempo fa aveva sostenuto e previsto) che nella pubblicistica sarda di questi ultimi tempi le ragioni dell'autonomia, il discorrere dell'autonomia, il tentare in qualche modo di sorreggere le proprie parole e le proprie azioni in un coerente disegno delle proprie convinzioni autonomistiche e del desiderio di sempre più approfondirle, tutto questo patrimonio e comportamento tipici e tradizionali degli autonomisti nell'Isola era ormai scomparso: persino nelle aule del Consiglio regionale spesso strideva, nell’inconsapevole suscettibilità dei più o nel rifiuto presuntuoso degli altri, il «grido» dell'autonomia, il suo riapparire come inappagato obiettivo ed ideale di tutto quel gran discutere che si fa, il suo farsi ricacciare indietro, come cosa con cui non si desidera o non si riesce a fare i conti e dunque con cui è preferisce che di fare i conti ancora e più avanti si rinvii.

    Da dove nasce dunque questo improvviso, e crescente, e preoccupante logorarsi dei temi autonomistici? Quest' uso così banale e ripetuto di « ragioni autonomistiche » che autonomistiche non sono e tanto meno sono parte ingente ed incisiva dell'autonomia? Da dove proviene l'improvvisa vergogna che sembra assalire i più quando rifiutano di porre al centro l'autonomia e ne collocano la fisionomia, immediatamente, nel quadro di questioni assai più larghe, « nazionali » quando non internazionali, europee quando non mondiali, perseguendo un cammino che dalle grandi cose sembra discendere per balze successive (di territorio o di valore) verso gli strati inferiori della nostra Isola, della stia autonomia e della sua rinascita?

    Che cosa occorre che sia quella « riflessione » sull'autonomia a cui tutti ci esortiamo a vicenda e a cui, per uno strano sortilegio, nessuno di noi sembra voler dedicare più che tanto delle proprie meditazioni? Abbiano dunque diffronte, perché ne venga resa l'autopsia, il cadavere dell'autonomia sarda?

    Occorre a questo proposito ritrovare un filo dì logica al nostro ragionamento perché abbia a poggiare su basi di granito. Va innanzitutto respinta come assurdità evidente e pretestuosa la tesi di chi va sostenendo il tramonto delle « autonomie »: un tramonto che le dimensioni intercontinentali e supernazionali dei problemi umani e della società e della cultura dell'uomo renderebbe inevitabile e per ciò stesso inevitabilmente accettabile se non addirittura da favorirsi.

    In un mondo ìn cui stenta. no a farsi strada e a trovare o a difendere un proprio spazio società e cultura dì grandi popoli e di eccelse e sovraraffinate società, parlare di « autonomie » è parlare di fragili difese al rullo, al mostro che tutto sembra poter sommergere e livellare, persino in vista di un domani comunitario fatto di eguali per razza, censo, cultura, bisogni e possibilità.

    Nulla di più insensato: per quanto possano essere possenti le spinte livellatrici (e molte tra esse sono persino provvide e benvenute) e per quanto esse operino con mezzi di eccezionale forza livellatrice, sembra proprio che il loro procedere, altrimenti che attutire, esalti ed incentivi altre controspinte, di forza uguale e contraria, moltiplichi lo stimolo alla difesa, all'arroccamento a difesa delle proprie o comuni ragioni di autonomia.

    Il dramma agonistico che opporre l'individualità al collettivo nella ricerca dei confini del reciproco esistere e dei limiti del reciproco convivere è il dramma dell'epoca contemporanea in cui le persone sono i singoli, le comunità, i popoli, le nazioni, gli stati.

    In breve e fuori dei discorso più generale, mai come In questo momento (e - affermo - di qui in avanti sempre di più) le tendenze omogenizzanti del capitalismo e dell'imperialismo hanno trovato tanta resistenza e tanta volontà di distinzione e di affermazione autonome nelle comunità e nel popoli con cui esse hanno provato ad urtarsi e a confrontarsi, lottare per l'autonomia (più e oltre che lottare per l'indipendenza statuale) è lottare per mantenere integra e per proiettare nel futuro la propria storia, la propria cultura, gli usi e i costumi della propria terra e della propria comunità, è lottare per garantire e giustificare la propria presenza nel mondo.

    E' singolare che quanto possa accadere in altre parti del mondo (dentro e fuori dei confini ideologici in cui qualche volta si è tentati di porre tali problemi: Marx parlò ai proletari perché si unissero non perché s'integrassero) venga alle volte, e di questi tempi sempre più spesso, negato (fino al sarcasmo e all'irrisione) al popolo sardo. Come se anche sul tema dell'autonomia prevalesse su noi sardi quel tradizionale «complesso d'inferiorità» che ci fa così critici verso di noi e così compiacenti verso gli altri, così poco sicuri di noi stessi da ritenere impossibili e dunque neppure tentabili traguardi che pure sarebbe agevole proporsi: un senso di irrazionale impotenza a cui non sembra estraneo quel muro d'acqua che ci separa dalle altre terre abitate.

    La spinta all'autonomia se è valida nel mondo è valida in Sardegna: potrà essere questione di misura, di reali capacità soggettive del popolo sardo- ma essa è presente e neppure attenuata nella
    denuncia che il popolo sardo fa del fallimento della Regione, dell'« imbroglio » della Rinascita, del tormento e del sacrificio della diaspora emigratoria a cui è stato costretto.

    Alla Sardegna e al suo popolo manca, questo è vero, un retroterra di stato istituzionalizzato a cui riferire la propria storia nazionale. (Non averlo avuto è forse il motivo che spinse Lussu a disegnare il popolo sardo come nazione fallita).

    Non averlo avuto è così grave per un popolo che pretenda ad una propria storia ad una storia dal basso che e non sia successivamente e alternativamente quella dei popoli che lo hanno vinto, occupato, dominato e tenuto soggetto, che i suoi stessi intellettuali più disperati hanno tentato,di costruirglielo, quello stato, con false carte e con false convinzioni.

    E' noto che al buio dei secoli IX-XII d. C. in Sardegna si tentò di dar luce con un illuminante ma purtroppo ipotetico periodo dei giudicati, dei Giudici-Re sardi e dei Sardi, indipendenti nelle loro terre e per un momento persino capaci di esprimere l'aspirazione all'unità, ponendosi sotto un solo monarca.

    Ma una mistificazione, per patetiche e commoventi che ne siano state le ragioni, non si fa mai coscienza: perché la coscienza dei popoli non è mai se non coscienza di un loro agire, di un loro aver fatto; e tutto quanto deve fare l'intellettuale è quello di portare alla luce e rendere identificabile tutto quanto è già dentro, ben dentro la fisionomia e l'etnia di un popolo, E di non aver avuto indipendenza, di non aver mai completato il loro carattere nazionale nell'espressione politica di esso che è lo Stato, i Sardi ne hanno ben precisa la coscienza; lo sappiano o no, si voglia che prevalga in loro il familismo monocellulare o il comunitarismo tribale, niente è più distante nel popolo sardo della tentazione di rifarsi ad un modulo pur lontano di adattamento comune e di comune cointeressenza ad istituti in cui ritrovare rappresentati se stessi.

    Il che, per un popolo di contadini e pastori che trovano difficoltà a riunirsi ed omologarsi per vie verticali (sindacati, associazioni economiche, corporazioni etc.) e che quando lo fanno lo fanno in modo sbagliato (il blocco rurale, come, ad esempio, contro la legge De Marzi-Cipolla); è come dire tagliarsi fuori dalla storia, non potersi esprimere e riferire per ambiti territoriali di potere. E così infatti è stato. è vero che la storia delle classi subalterne (chi parla degli edili che costruirono la piramide di cui mena vanto nei secoli il faraone Cheope, direbbe Brecht?) e dei popoli soggetti (dove erano i Bantú quando in Sud Africa si scontrarono sul finire del secolo scorso gli Inglesi ed i Boeri?) non esiste perché non ha modo di farsi conoscere se non attraverso il riflesso - quasi sempre deformato e comunque solo e semplicemente specchiato - che di esse classi e di essi popoli tengono a dare i « dominanti, e come classi e come popoli. Non avemmo feudalesimo ma neppure monarchia: nessun popolo, almeno nel Mediterraneo, può dire questo di se stesso.

    Di qui il vuoto che ognuno di noi sardi sente di avere alle proprie spalle: che ci fa ancora una volta differenti da tutti quei popoli o quelle comunità (minoranze o no che siano) a cui non è negato - nella lotta aspra e qualche volta sanguinosa. che conducono - rifarsi ad un momento della loro storia in cui totalmente sì espressero come nazioni e stati unitari, quando addirittura non è loro consentito ricavare forza e tensione dal contemporaneo vivere in uno stato di parte di essi a cui più fortemente richiamarsi come realtà presente e per ciò stesso accreditante e validante le loro ragioni in nome della « patria ».

    Armando Congìu


    (I - segue)

  6. #16
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Giovedì 9 Novembre 1972

    RICORDANDO ANTONIO SIMON MOSSA
    Autonomia e terzo mondo


    II


    Se il vuoto che sta dietro le nostre spalle non parla né di unità né di stato, eppure una storia l'ha ben avuta anche il popolo sardo: e se la storia di un popolo, per piccolo che sia e per modesta che l'abbia avuta, è sempre, per dirla con Gramsci, una storia totale, è alla totalità di quella storia che occorre richiamarci ed esortare il popolo sardo e i suoi intellettuali.

    Ed è qui che, superate le già forti correnti avverse, ci si fa incontro l'ostacolo fondamentale, quello con cui troppo spesso si misura il disimpegno dei sardi e dei non sardi in quel mondo della cultura o no al quale di dovere spetterebbe ricucire le fila del passato della nostra Isola perché possa servire al suo presente e al suo futuro.

    Si dice che il « sardismo » è roba vecchia, antiquata, sorpassata, che non va più né in politica né in dottrina: e che tutto quello che poteva dare, il poco che poteva, lo ha già dato e nulla di più avremo d'attenderci: divenuto ormai il « sardismo », l'autonomismo sardo, parte integrante (e qualche volta solo coloritura) delle grandi ideologie e delle grandi correnti politiche e d'azione contemporanea: che è quanto di più discutibile, a ben riflettere. Sarebbe come dire che il « meridionalismo » è finito: no, non è finito fino a che esisterà un Sud a cui le classi dominanti il nostro Paese chiederanno un prezzo d'immobilità o addirittura di arretramento per l'equilibrio del «sistema».

    E così il « sardismo » continuerà ad esistere fino a quando al popolo sardo verrà chiesto un prezzo, un tributo all'esser parte di un territorio e di una struttura statuali determinati e costruiti appunto perché certe regioni e certe comunità abbiano una collocazione e non un'altra, perché solo così potesse e possa essere assicurato l'equilibrio alla egemonia delle classi possidenti che vollero e ottennero una certa unità nazionale. Come fatto, il sardismo data dunque appena dalla formazione dello Stato unitario (o quello piemontese del 1847-48 o quello italiano del 1860-61) se è la questione del modo come sono stati inseriti, in quello stato, regione e popolo della Sardegna: farne una costante della storia sarda (dalla resistenza degli Ilienses giù per il Medioevo pisano e genovese fino ad Aragona e Spagna) è costruire una storia. mitica e mistificante, così come letterariamente si usa fare alla ricerca del filone d'italianità dei nostri intellettuali, da Dante (e persino da Virgilio) in poi.

    Quando poi dal fatto oggettivo si passi alla coscienza di esso, appare chiaro che il « sardismo », pur esprimendosi come ideologia in qualche passo di politici e dottrinari precedenti (Tuveri il primo?), si afferma come coscienza collettiva solo nel primo dopoguerra, quando diviene patrimonio di grandi masse e ne costituisce il presupposto al loro irrompere simultaneo nella storia sarda e del nostro Paese. Il « sardismo » ha dunque appena cinquant'anni (Macomer 8 agosto 1921, fondazione dei partito sardo d'azione), affermarlo vecchio è dunque tentarne la misura sulla cronaca. Il che può servire alla polemica di ogni giorno, ma ha scarso valore.

    D'altro canto, via via che i successivi traguardi e i sovrapponentisi inquadramenti svaniscono diffronte alla realtà insuperabile delle cose, non è che il sardismo perda di consistenza o di validità: abbandona, io credo, quel che di elementare vi era nel suo immediato esprimersi, quella certa fiducia illimitata che bastassero appena poche cose al rifiorire del popolo sardo e abbandona soprattutto la convinzione, dettata nell'impeto della emozione e del sentimento, che sia possibile imboccare la strada dell'autonomia e della rinascita facendo conto solo sulle proprie forze (l'aurora arderà etc., con quel che segue).

    Il modo, invece, come si propongono i grandi temi al mondo contemporaneo lungi dall’immiserirne la tematica, ha invece allargato ad altri orizzonti il quesito di base al sardismo: c'è un posto un'ipotesi di sviluppo economico e sociale per un'area arretrata all'interno di un Paese sviluppato e progredito?

    Il problema della compatibilità dello sviluppo dei popoli « emergenti » (il Terzo Mondo) con quello dell'ulteriore sviluppo dei popoli dei paesi industrializzati (di già o di prossima società affluente, direbbe Galbraith) è la nuova frontiera del sardismo: quando se ne potessero misurare tutte le implicanze, non solo ogni tentativo di liquidare il sardismo perché antiquato o fuori tempo si mostrerebbe per quello che è, e cioè per un'assurdità fuori della realtà, ma apparirebbe anzi in tutta la sua ampiezza e modernità il seme di cui è fatta la spinta all'indipendenza e alle autonomie, il seme della lotta al sottosviluppo e il dramma di non aver ancora ottenuto una risposta alla domanda non tanto del se e perché è stato possibile (domanda alla quale tutti rispondiamo negativamente) ma se lo sarà per l'avvenire.

    Qui si arrestarono, mi sembra, le meditazioni e le intuizioni di Simon Mossa, lasciando a noi che gli siamo sopravvissuti (o a quelli tra noi che di quanto pronunciò e scrisse si accingono a trarre spunto e giovamento ad altre, e più avanzate, meditazioni) di proporre fra le ultime cose pur da lui dette quesiti ed interrogativi a cui dedicare più di una risposta. Primo fra tutti il rapporto fra la lotta per l'autonomia e la lotta per il socialismo, che era ed è un nodo da affrontare e da sciogliere se si vogliono raggruppare ed unire le forze, laiche e cattoliche, sufficienti alla causa.

    Basta al proposito affermare, come a Sassari nel gennaio del '71 Simon affermò, che il sardismo nato «come principio universale autonomistico applicato alla Sardegna» è divenuto oggi «il principio del socialismo rivoluzionario mondiale applicato al popolo sardo»? Sono dunque così convergenti, nel tempo e nello spazio, quelle due lotte che quasi non se ne distinguono più né i combattenti né le tattiche né le strategie?

    E' la lotta per il socialismo divenuta così assorbente da non lasciare più spazio (neppure temporale, neppure di una temporalità puramente logica) alla lotta per l'autonomia? Per cui, identici gli alleati e analoghi i processi, si abbia da ritenere che solo con il socialismo si abbia l'autonomia? o forse proprio con il socialismo si abbia a ritenere che di autonomia non c'è bisogno?

    Ecco un tema che ci ripete e ci riporta la questione del sottosviluppo: hanno spazio in quei popoli forze sociali diverse dal proletariato eppure forze combattenti contro il sottosviluppo e il neo-colonialismo imperialistico che lo genera? O nel serrarsi sempre più della battaglia finale hanno d'avere esclusività di presenza il capitale e il lavoro, sgomberato il terreno dalle sfumature e le mediazioni che rendono così difficile a tanti che pur lo vorrebbero individuare i campi e schierarsi?

    E' un problema a cui anche in Sardegna si pone mente se andrà in porto - come è deciso per il 19-20-21 gennaio prossimo - il Convegno sul sottosviluppo dei paesi del Mediterraneo come sede dove ritrovare un nuovo più vero motivo alle spinte autonomistiche e non sentirci (sì, anche questo) più tanto soli.

    Con il rapporto fra autonomia e socialismo, Simon lasciò senza risposta o con appena un abbozzo di risposta l'altro grosso tema a cui si era più volte dedicato: che cosa vuol dire chiedere un'autonomia per la Sardegna che sia tale da collegarla alle altre « Regioni » dell'Europa (e del mondo, io penso)? Vuol dire che gli stati attuali dovranno disarticolarsi nelle loro Regioni e ritesserne il quadro nel più vasto tessuto dell'Europa sovrannazionale? O vuol dire tout court che la Sardegna deve diventare uno Stato siappure per riannodare la propria presenza e la propria esistenza in quella pacifica Europa delle Regioni a cui consacrare la propria conquistata indipendenza?

    Per enigmatica che possa risultare la risposta, resta il fatto che nessuno più di Simon ebbe vivo e presente lo stimolo a ricercare altre « minoranze nazionali », altre comunità di lingua, di esistenza, di istituti e di costumi oppressi: baschi, catalani, provenzali, ladini, gaelici, gallesi, irlandesi, scozzesi etc., in una sorta di viaggio sentimentale che Simon ripeteva, quasi volesse raccogliere in altri le testimonianze del nostro dramma ed ascoltare dalla bocca altrui lo stesso pianto e la stessa volontà, un po' perduta e un po' temeraria,

    Che era poi il ritratto di se stesso.

    (II - fine)

    Armando Congiu

  7. #17
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Giovedì 30 Novembre 1972


    ANTONIO SIMON MOSSA

    Un intellettuale rivoluzionario



    Questa interessante « testimonianza » ci viene dal dottor Sergio Salvi, giornalista e scrittore fiorentino, redattore capo della rivista «il Bimestre» (Quaderno bimestrale di cultura, che si stampa a Firenze per i tipi della Litotipografia Nazionale), il quale - tra il 1969 e Il 1972 - ha curato per conto dello stesso periodico la pubblicazione di tutta una serie di inserti speciali dedicati ai problemi delle, minoranze etniche europee, apparsa sotto il titolo: « Il Terzo Mondo in Europa ». Il dottor Salvi, autore tra l'altro del libro « L'oro del Rodano », che fa bella mostra di sè nella collana « Narratori moderni »della Rizzoli, è attualmente, impegnato nella pubblicazione di una sua nuova,
    importantissima e fondamentale opera - che tratta diffusamente anche della Sardegna - dal titolo: « Le nazioni proibite, guida a dieci colonie “interne” dell'Europa Occidentale », la quale dovrebbe - salvo imprevisti - uscire di tipografia il 1° dicembre (per essere in libreria il 20 dello stesso mese) per i tipi della Vallecchi.



    Quando, nel 1965, trovandomi come turista in Occitania, alcune scritte murali richiamarono la mia attenzione sui problemi della comunità etnica occitanica, certo riverniciata da troppo tempo come « francese » (o magari, folcloristicamente, come « francese del sud »), ma non per questo meno evidente fra le grinze e gli strappi della vernice « unitaria », ebbi la mia piccola illuminazione e decisi di occuparmi a fondo del problema delle minoranze etniche e linguistiche dell'Europa occidentale. Ero stato abituato a considerare le rivendicazioni delle minoranze come la spia di un sottosviluppo culturale, di tipo periferico e di stampo reazionario, insomma come ingenue manifestazioni di attaccamento al costume locale, al piccolo mondo, ormai sul bilico della scomparsa, della famiglia e del campanile. Il tono di quelle scritte sui muri mi fece subito mutare opinione. In esse si accennavano alcune situazioni estremamente « moderne »: la colonizzazione economica, l’alienazione etnica, l'imperialismo linguistico. I problemi dei Terzo Mondo erano dislocati, insomma, nel cuore stesso di Europa.

    Cominciai a lavorare su quelle tracce ed entrai in contatto con alcuni scrittori in lingua d'oc e con esponenti politici dell'autonomismo occitanico. Li trovai intelligenti, scrupolosamente preparati animati da un grande fervore rivoluzionario. Decisi allora di compiere un censimento delle minoranze europee. Capii subito che, a livello territoriale o « orizzontale » (escludendo cioè le minoranze « verticali », quelle sparse in territori che etnicamente non pertenevano loro: ebrei, zingari, lavoratori immigrati), queste minoranze erano di due tipi: 1) minoranze -regionali», cioè brani di etnie che altrove avevano costituito il loro Stato nazionale (i sud-tirolesi e gli alsaziani, per esempio); 2) minoranze «nazionali», cioè vere e proprie nazioni-fantasma, etnie linguisticamente e territorialmente omogenee le quali, per una serie di circostanze, non avevano costituito, su nessuna porzione del loro territorio, il loro Stato (Occitania, Catalogna, Paese Basco ... ). Una riflessione ulteriore mi fece comprendere che, tutto sommato, quelle minoranze non erano affatto tali: sul loro territorio storico erano, infatti, delle vere e proprie maggioranze. Diventavano minoranze soltanto se si consideravano nell'ambito degli Stati che le avevano annesse. Naturalmente, mi rifiuta! di accettare questa « logica del più forte ». Fu così facile smontare uno dei miti più radicati della storiografia contemporanea. E cioè quello dell'avvenuta formazione, in Europa, dei cosiddetti Stati nazionali, etnicamente omogenei sia pure con qualche inevitabile eccezione periferica dovuta a cause politiche economiche e militari, e della loro sostituzione ai vecchi Stati dinastici. La rivoluzione borghese sarebbe stata insomma una rivoluzione nazionalitaria contro il feudalesimo sovra-nazionale. La formazione degli Stati nazionali in Europa sarebbe avvenuta in tre tappe: una «antica», parallela agli albori o comunque ai riflessi della rivoluzione industriale (Gran Bretagna, Francia, Spagna ... ); una « moderna » (i vari Risorgimenti dell'Ottocento che segnano l'affermazione delle varie borghesie nazionali: Germania, Italia, Grecia ... ); una « contemporanea » (contrassegnata dallo sfaldamento degli ultimi stati feudali-imperiali, Austria e Russia, e dall'applicazione delle teorie nazionali-borghesi wilsoniane: Jugoslavia, Cecoslovacchia, Polonia ... ) durata fino al secondo dopoguerra, i cui ultimi eventi sono stati l'indipendenza dell'Islanda (1944), dell'Irlanda (1949) e di Malta (1964).

    Nell'Europa occidentale rimangono oggi soltanto due stati multi-nazionali, ma non di tipo feudale-imperiale: la Svizzera e il Belgio. Essi sono indicati come esempi di collaborazione etnica, naturalmente borghese, e rappresentano il modello di sviluppo supposto internazionale, e in realtà cosmopolitico, dell'Europa delle borghesie, attualmente in fase oltre-nazionale.

    La realtà è molto diversa: molte rivoluzioni nazionali devono ancora compiersi. L'ETA basca e l'IRA irlandese lo stanno dimostrando. E siccome l'etnia precede la classe, queste rivoluzioni nazionali ancora in corso non sono più rivoluzioni borghesi ma rivoluzioni popolari. Esaminiamola pure questa Europa degli Stati nazionali: due poli di essi (Portogallo e, Islanda) non hanno minoranze, né dì tipo 1) né di tipo 2), dentro i loro confini. Quella che era data come norma è dunque soltanto una eccezione. E l'Italia? Senza immischiarmi nell'aspetto politico ed istituzionale della questione, dovetti, sulla base della glottologia e della storia, identificare almeno due regioni « nazionali », due vere e proprie nazioni-fantasma: il Friuli e la Sardegna. A questo punto, mi posi una domanda: avevano i sardi ed i friulani, sia pure a livello di élite, coscienza di questa loro situazione? Coloro al quali rivolsi questa domanda mi fecero subito, a proposito della Sardegna, il nome di Antonio Simon Mossa. Tentai, alla fine del 1969 di conoscerlo. Seppi purtroppo che era in una clinica danese, gravemente ammalato. Entrai però in contatto con alcuni suoi scritti giuntimi per vie misteriose, e rimasi stupito dalla giustezza delle sue posizioni circa il problema sardo. La teoria che mi ero faticosamente costruita era già enunciata, su quelle pagine, da Simon Mossa.

    Quando tentai di nuovo di mettermi in contatto con lui, alla fine del 1971, purtroppo Antonio Simon Mossa era morto. I suoi amici mi misero a disposizione, cortesemente, una buona parte dei suoi scritti politici. Mi resi conto che, oltre ad essere un brillante ideologo, Simon Mossa era anche un organizzatore tenace, un gregario della lotta di cui pure era il leader. Posso così senza tema di smentita affermare che Simon Mossa è stato, per la patria sarda, quello che meno di cento anni fa Sabino Arana Goiri è stato per la patria basca: una guida sicura e, allo stesso tempo, un autentico servitore del suo popolo. Il nesso teoria-prassi appare miracolosamente fuso nella figura di Simon Mossa, anche nel senso più propriamente ideologico. La sua azione per la Sardegna teneva conto di tutte le componenti del problema sardo: l'economia, la società, la storia, la cultura, in altre parole i valori dell'etnia e pertanto della lingua quale suo indizio sintetico. Alcune sue didascalie bilingui, italiano e « limba sarda », che compaiono nel catalogo di una mostra di pittura politica, sono estremamente pertinenti al riguardo. Ma l'azione di Simon Mossa sapeva anche inserire il problema sardo nell'ambito di un vero internazionalismo, cioè di una collaborazione fra uguali e non tra colonizzatori e colonizzati.

    Antonio Simon Mossa è stato, insomma, una figura di intellettuale di tipo nuovo. Tutti sanno come fosse brillante, diligente, versatile. Se avesse rinunciato alla sua preziosa, oscura e insostituibile funzione di coscienza e di stimolo, avrebbe certamente « fatto carriera » in maniera clamorosa. Ma avrebbe dovuto sradicarsi dalla sua terra e dal suo popolo. Se avesse fatto « carriera » in uno dei cosiddetti partiti « nazionali », magari come esperto dei problemi sardi nelle tante tavole rotonde che si tengono a Roma o a Milano, sarebbe diventato, contro la sua stessa volontà, un notabile collaborazionista, un 'oggettivo traditore della Sardegna. Se avesse seguito soltanto la « carriera professionale » (era un architetto di talento) avrebbe ugualmente tradito la cultura sarda che non ha bisogno di artisti « puri » e nemmeno di artisti « impegnati » al solo livello del loro discorso artistico. Il lavoro degli intellettuali rivoluzionari è, oggi, soprattutto lavoro politico, anche nella foggia umile dell'organizzatore, del militante di base. Simon Mossa è stato - un intellettuale rivoluzionario. Ha tradito se stesso, almeno secondo la logica borghese della « competitività » individualistica. Ma non ha mai tradito il suo popolo, la Sardegna.

    Purtroppo, ripeto, non ho mai conosciuto Antonio Simon Mossa. E non ho nessun aneddoto su di lui da raccontare. Posso soltanto (come credo, sia pure maldestramente, di avere fatto) indicare nella sua opera e nella sua figura uno dei punti più alti raggiunti dalla cultura europea nel secondo dopoguerra: e intendo una cultura veramente nazionale-popolare, e quindi reale, e non il feticcio cosmopolita che generalmente si agita, e si brandisce, al suo posto.


    Sergio Salvi

  8. #18
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    Interventi – testimonianze su Antonio Simon Mossa pubblicati sul quotidiano La Nuova Sardegna nel 1973.

    Giovanni Lilliu. 24-25-26 gennaio 1973.
    SU ANTONIO SIMON MOSSA.
    Un Ricordo lontano.

    Antonio Monni. 21 marzo 1973.
    In memoria di Antonio Simon Mossa.
    Ribelle ad ogni soggezione.

    Antonello Satta. 30 maggio 1973.
    Gli intellettuali sardi e Antonio Simon Mossa.
    Alla ricerca della identità.

    Umberto Cardia. 27-28 giugno 1973.
    IL SARDISMO DI ANTONIO SIMON MOSSA.
    I problemi attuali dell’autonomia.

    Ignazio Pirastu. 13 settembre 1973.
    Simon Mossa e la questione sarda.

    Piero Sotgiu. 17 novembre 1973.
    TESTIMONIANZE SU INCONTRI CON ANTONIO SIMON MOSSA.
    Il genocidio dei sardi.

    Azeglio Murru. 18 dicembre 1973.
    RICORDO DI ANTONIO SIMON MOSSA.
    Un insegnamento per il futuro.

  9. #19
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Mercoledì 24 Gennaio 1973

    SU ANTONIO SIMON MOSSA

    Un Ricordo lontano


    Io conservo un solo ricordo personale di Antonio Simon Messa. In anni lontani, un comune amico me lo presentò in Sassari, nella umbertina piazza d'Italia, allora « salotto » della città «contadina». Il discorso cadde, da parte di Simon Mossa, su alcune stele rinvenute nella sua terra di Alghero, che egli riteneva « nuragiche », con orgoglio, ma che io gli ridimensionai, non senza suo disgusto, a merce artigianale d'una periferia locale integrata dai modelli coloniali punico-romani.

    Ci lasciammo in questo modo, e, poi, non ebbi occasione di rivederlo più; ma mi restò impresso nella memoria, insieme alla sua figura inedita, quel i disgusto» non casuale.

    Un eroe romantico

    Dopo, sempre dal comune amico, seppi di Lui impegnate a ideare favolose architetture « orientali » (non disdicevoli nel luogo) nella Costa Smeralda, spiegandomi il giving up al conquistatore ismaelitico, conte l'invito al sogno del Simon Mossa d'una Sardegna proiettata nel « Terzo Mondo », o ricca di capitali provenienti d'ogni parte contro le preclusioni scioviniste italiane, fasciste e postfasciste (1).

    Infine, perse dei tutto le vicende dell'Uomo a causa del suo lungo e lontano peregrinare, la notizia della sua malattia e della sua morte coraggiosa, voluta, in un ultimo ritorno nella sua terra, dentro il suo umore radicale.

    L'interesse del personaggio che avevo visto per un attimo come per incantesimo lo ravvivava la commemorazione, sostanzialmente non retorica, che ne ebbero a fare gli amici a lui più vicini, nelle pagine della Nuova Sardegna.

    Ora anch'io, come già altri hanno fatto prima di me - voglio aggiungere una riflessione sul « morto », come chi, pur militando in campo politico distinto da quello in cui spaziava Simon Mossa, ne può capire e condividete, in parte, ideali e sentimenti, ed apprezzare, comunque, la singolare umanità. Per capire e apprezzare ho letto con attenzione il succo di quanto la « prima voce » di « Sardegna Libera » ci ha lasciato di scritto, pur consapevole che e un testo stampato non riesce a far penetrare la dimensione totale di un uomo quanto il rapporto personale, la frequenza della parola e la corrispondenza degli affetti.

    Abituati alle passioni fredde e disincantate della vecchiaia» dei nostri partiti politici, leggendo le pagine di Simon Mossa sembra di vedere in lui un eroe romantico di un partito « giovane», come quelli che descriveva Tocqueville: « Quando nascono i partiti politici hanno per qualche tempo gli attributi della giovinezza. Nelle loro passioni e nel loro eccessi vi è generosità, tensione, dedizione» (3). Nella concezione che ha Simon Mossa del suo Partito sardo c'è, appunto, una carica di utopia commovente e trascinatrice, una tensione intellettuale di « apostolo », uno spirito poetico e biblico » che ne fa una sorta di - nuovo profeta ». Ecco un passo in cui egli si figura il modo per i sardi di raggiungere la loro « terra promessa »: « Come gli antichi Ebrei seguivano il carro con l'Arca dell'Alleanza sulla quale una nube di fuoco si elevava verso l'Altissimo, perché avevano coscienza che quello era il cammino della salvezza, così il popolo sardo oggi, dopo esser stato strappato dal cammino della verità dalle demoniache forze degli " stranieri ", saprà riconoscere nella fiamma mai spenta del Sardismo la sua strada ». (4)

    Il primo Sardismo

    Senza cedere alle facilità demagogiche della polemica qualunquistica contro la « partitocrazia », non si può negare che, in venticinque anni di vita democratica, la partecipazione di base all'attività dei partiti non è salita di tono, anzi dimostra di voler inclinare, sempre di più in modo irreversibile, verso la burocratizzazione e i prodotti più o meno professionalizzati. Di qui anche l'avversione decisa di Simon Mossa verso i partiti nazionali italiani, e la sua teoria di un Partito sardo « cosciente », « volontaristico »,• disinteressato e dignitoso », fatto di spirito di apostolato » « coerente e intransigente »: un concetto di partito che ha del moralistico e del religioso insieme (5). Consapevole dalla riduzione del grande « movimento » maggioritario per non dire unitario - sardista del primo dopoguerra al piccolo partito « minoritario , del suo tempo, Simon Mossa vuole recuperare le origini « rivoluzionarie » del « movimento », il periodo « catacombale » del Partito sardo. Ma non toglie la ragione (o forse, per patriottismo di partito, non lo vuol dire) per cui la sempre maggiore contrazione ideale e pratica del « movimento » ha coinciso e coincidere (come è di tuttI i movimenti che sfociano in partito) con la razionalizzazione democratica e il carattere di «setta » del partito.

    La « solitudine » (6) non è caratteristica, infatti, del Partito sardo. Essa è, minore o maggiore, in tutti i partiti, nazionali o regionali e tende ad aumentare quanto più i partiti accentuano la inversione, ormai in atto, a chiudersi in « chiese interne » (le correnti) seguendo un processo di « impietosa solitudine » che permea , del resto, l’intera società civile in tutto il mondo, per effetto dell'egoismo e dell'arbitrio, (7).

    Il pensiero politico di Simon Mossa non si discosta molto dall'ideologia, del primo sardismo (quello dì Bellieni e di Lussu). Si riconoscono, ancora, gli stimoli generali dell'azionismo risorgimentale applicati alla Sardegna, con aggiunti fermenti di oltranzismo sindacalrivoluzionario in una prospettiva di Stato repubblicano italiano federalista, tendenzialmente proteso all'autonomia politica (quasi all'indipendentismo) dell'Isola, fondata sulla riforma sociale di tipo « laborista » (sembra passare nel pensiero del Simon Mossa anche l'eco del liberalsocialismo, percepita, forse, al tempi dell'antifascismo degli anni quaranta, quando dalle maggiori università italiane frequentate dal Simon Mossa usciva l'appello al Fronte della Libertà dei liberalsocialisti) (8).

    Negli ultimi scritti Simon Mossa precisa meglio l'intuizione lussiana del carattere universale dell'autonomismo sardista, coinvolgendo idealmente il Movimento di riscatto dei sardi in quello mondiale della liberazione dei popoli oppressi dal colonialismo (9). In questo modo, la «rivoluzione sarda» per la «indipendenza» ha significato non tanto e non solo di emancipazione economica e sociale di una classe (proletariato sardo), ma anche e soprattutto di libertà dell'intero popolo isolano: cioè, ha un senso etnico, etico e culturale, oltre che politico (10).

    Concetto non dissimile è quello del popolo dei «poveri cristiani» di Silone (11) e quello mio di « popolo di poveri di spirito » che si applica alla Sardegna come al mondo magico e fatalistico di sfortunati e di rassegnati ai destini calamitosi (fra i quali ci sono gli imperialismi coloniali e gli statalismi centralistici), diffusi in ogni parte della terra dove soffre la gente umana (12).

    Le minoranze etniche

    Che questo « Popolo» - pastori e contadini soprattutto - possa rappresentare nell'isola il lievito e lo strumento, oltre che il fine, della lotta contro l'integrazione e l'oppressione « unitarista », statuale e della liberazione essenziale dell'entità etnica sarda, siamo ormai, in parecchi a pensarlo, ed ha significato che tesi sostanzialmente vicine convergano da luoghi politici , che si penserebbe diversi é irriducibili. Ma non si dimentichi che agisce ancora, nella gran parte dei sardi autentici, incorrotti dal colonialismo e dagli imperialismi di ogni specie, la « costante resistenziale sarda » (13).

    Si capisce che le condizioni dei sardi, in questa cornice dell'oppressione ecumenica, non sono ancora quelle del black man d'America, che ha perso ormai – se l'ha mai avuta - l'occasione di integrarsi e sembra avviato, nella logica dell'esclusione economica, alla sua soppressione fisica, come scrive Sidney Willhelm (14). Ma se cresce il colonialismo economico del white man italiano nordista, se aumentano i lenocini, le minacce e le costrizioni esclusive, del sardi dalla « propria » particolare cultura nella scuola, e con i mass media in tutti gli altri ambienti di vita, la « soluzione finale » dei black man o, del red man sardo non sarà, forse, tanto lontana. E questo è anche il timore di Simon Mossa quando parla, come io ed altri parliamo, di pericolo di morte per la lingua e la cultura sarde, nel massiccio attacco in atto dell’imperialismo delle «colture superiori» e della maggiori comunità etniche nazionali alle minori. etnolinguistiche, fra le quali si annovera, la Sardegna; e chiediamo urgenti rimedi (15)


    Giovanni Llllíu


    (I - segue)


    Note.

    1) Art. Sardegna Libera, «L’Autonomia politica della Sardegna dal 1919 al '1965, in «Sardegna Libera» Sassari, Gallizzi, 1965, p. 45 (d'ora innanzi. L'autonomia politica).

    2) La Nuova Sardegna, Anno 81 n. 190 del 18.8.1971, contenente un inserto speciale, in omaggio ad Antonio Simon Mossa.

    3) R. CRESPI: Lo Stato devo pagare i partiti?, Sansoni Editore, 1971 p. 11.

    4) L'autonomia politica cit., p. 44.

    5) Cit, pag. 116 s., 120. Un richiamo al partito etico (per la democrazia cristiana) in Lilliu, Costante resistenziale sarda, Fossataro Cagliari, 1971, pag. 3 ss., 10 o., 32 s.

    6) L'autonomia politica, cit., p. 24, 56.

    7) LILLIU, La rivoluzione degli studenti, in « Autonomia-Cronache » 4/6 luglio-ottobre 1968, p. 6 (ivi bibliografia).

    8) LILLIU, Resistenza e autonomia, Fossataro Cagliari, 1970, p. 7 se. (ivi bibliografia sul liberalsocialismo).

    9) A. SIMON MOSSA, Il Partito Sardo d'Azione e la lotta per la liberazione anticolonialista, in Sardegna Libera », Sassari, a. 1, n. 2, aprile 1971, p. 8.

    10) Cit., p. 11 ss. Concetti pressoché simili in Lilliu, Autonomia come resistenza, Fossataro Cagliari, 1970, p. 23-32, Costante resistenziale sarda cit., p. 31; 49 s., 38 s. : *

    11) L'avventura di un povero cristiano, Mondadori, 1968, pp. 18 ss., 26. ss., 72 s., 75 s., 78, 202 s.

    12) LILLIU, Liberiamoci - Due discorsi poco ortodossi, Fossataro Cagliari 1969, p. 38 s.

    13) LILLIU, Costante resistenziale sarda cit., pag. 41 ss.

    14) Red man, Black man, white America: Who needs the Negro? citati e commentati da T. TERZANI, in « Il Ponte », 31 agosto-30 settembre 1971, p. 879;

    15) Il Partito Sardo d'Azione cit., pag. 13 ss. Il problema anche in LILLIU, Autonomia come resistenza cit., p. 31 s., Costante resistenziale cit., p. 60 ss.
    Il giorno 21 settembre del ‘71 è stato deciso a Nuoro, in una assemblea, di « sardisti » di ogni colore riunitasi nel Circolo Culturale « L. Milani » di costituire « la associazione per la difesa della lingua e della cultura sarda » ed è stato approvato un documento nel quale, fra l'altro, si richiama il governo nazionale ad applicare alla Sardegna l’art. 6 della Costituzione italiana che tutela, con apposite norme le minoranze linguistiche » (v. « L'Unione Sarda » Cagliari, 28-9-1971, p. 8 e « La Nuova Sardegna », Sassari, 29-9-1971, p. 10).

  10. #20
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna.
    Giovedì 25 Gennaio 1973


    Certo, in questa comunione ecumenica anticolonialista sarà bene distinguere quei luoghi in cui essa serve a fini autentici di riscatto dei popoli per una loro autonomia integrale ed una libertà piena individuale e collettiva verso una società di eguali, da quelli dove le lotte di liberazione - pur apprezzabili nell'obiettivo di recuperare l'integrità delle proprie origini etniche e delle peculiari già libere culture - decadono, involvendosi in forme di puro ed esclusivo nazionalismo, senza far seguire al momento di liberazione etnica quello della liberazione sociale ed umana.

    Il terzo mondo europeo

    Siamo i primi a riflettere con simpatia sui tormenti del nazionalismo arabo. Ma non vorremmo che gli ideali delle lotte di liberazione di questi « Paesi » del terzo mondo - con i quali come sardi, ci sentiamo solidali - fossero, viziati e deturpati da un nazionalismo di classe che si assesta nella conservazione dell'ordine, in attesa che la mediazione dei militari - ceda il posto alla partecipazione delle masse, che è l’aspetto essenziale e radicale dell'autonomia politica.

    Il « verbalismo rivoluzionario » di Gheddafi, in Libia, sembra coprire il volto feudale-petrolifero del paese. E Nimeiri, nel Sudan, ha colto l'occasione d'un colpo di stato di militari di sinistra per liquidare il P. C. e i sindacati con la pretesa di non voler confondere lotta nazionalista anticoloniale e lotta sociale, in barba al socialismo (1).

    Siamo evidentemente lontani, in questi esempi di governo di «Terzo Mondo», dagli ideali democratici ed autonomistici di Simon Mossa e di altri che la pensano come lui nel rapporto sardo – terzomondista.

    Più di tutte stimolante (anche se non mancano i primi motivi in Bellieni) è la tesi di Simon Mossa che lega la comunità etnica sarda alle comunità minoritarie etniche del c d. «terzo mondo europeo» (in Francia, in Spagna, in Inghilterra, in Irlanda, In Italia) e che le vede partecipare ad una grande Federazione europea di Stati sovrani insieme con le grosse comunità etniche egemoni, le potenti Nazioni europee nel cui seno vivono, ignorate, contrastate e oppresse le minori (2).

    Il convincimento della validità di questa tesi veniva a Simon Mossa anche da frequenti contatti personali con elementi in esilio dei «movimenti» di liberazione di queste comunità (catalani, baschi ed altri), «movimenti» tutt'altro che velleitari e soltanto di tensione ideale se ricordiamo la sollevazione dei baschi spagnoli nell'inverno 1971-72 e l'insurrezione in armi - una vera e propria guerriglia - in atto nell'Irlanda del Nord. Il quotidiano francese « Le Monde », nell'agosto 1971, ha svolto un ampio servizio - chi sa se non anche a fini di denuncia sui vari movimenti autonomistici (taluno quasi indipendentistico) che crescono nella Nazione francese (Fiandre, Bretagna, Occitania, Enbata ecc.). Tutti questi movimenti sono tesi a recuperare la propria entità etnica, la specifica essenza culturale, il patrimonio morale di quell'Europa nascosta che viene oppressivamente contestata dall'Europa ufficiale, sino a minacciarne la sopravvivenza fisica. Sono popoli, lingue e culture che non vogliono morire, come i sardi (3).

    Concordiamo, col Simon Mossa, sulla necessità di stabilire tra la comunità etnica sarda e le comunità etniche del «terzo mondo europeo» un continuo permanente scambio ed un contatto organico di alleanza (4), anche per concorrere, tutte insieme e di comune accordo, a ottemperare alla raccomandazione fatta dal Consiglio d'Europa a Strasburgo, di adoperarsi ad evitare la dispersione del ricco patrimonio culturale europeo costituito dalle lingue regionali e dai dialetti, dalle c d. « lingue mozze » (5).

    Né dovrebbero essere disattesi circa il rispetto delle minoranze, gli ammonimenti dell'ONU, né, almeno per i cattolici (e il partito nazionale che in Italia li rappresenta in prevalenza), l'insegnamento della Chiesa, ripreso, in particolare, nella Popolorum progressio, dove dice: « Noi dobbiamo dichiarare, nel modo più esplicito, che ogni politica tendente a contrastare la vitalità e l'espansione di minoranze costituisce un grave peccato contro la giustizia, più grave ancora quando queste manovre mirano a farle sparire. Invece, niente di più conforme alla giustizia che l'azione svolta dai poteri pubblici per migliorare le condizioni di vita delle minoranze etniche, specie in ciò che concerne la loro lingua, la loro cultura, i loro costumi, le loro risorse e le loro imprese economiche ».

    Costituzione imperfetta

    Forte del senso e dello spirito dell'enciclica papale, il clero bretone, con in testa l’abbé Bourdeles, parroco di Commenec’h, inalbera, oggi, il vessillo della liberazione sociale contro il capitalismo centralistico ed elabora una « teologia della violenza » destinata a contrastare la « violenza » di Parigi che vuole togliere ai Bretoni e alla « nazione » bretone il diritto di vivere autonomamente. Preti e marxisti, in Bretagna, stanno nel Fronte di Liberazione per impedire la morte della minoranza etnica sotto i colpi dello Stato centralista e imperialista
    francese (6).

    Meno convinti ci lascia la tesi del Simon Mossa sul valore autonomistico di una partecipazione di queste comunità etniche minoritarie del « terzo mondo europeo » a una grande federazione o comunità politica europea (7). L'esperienza del Mercato Comune Europeo e certe decisioni della C.E.E., stanno producendo effetti assai negativi sullo sviluppo delle Regioni italiane (ed anche di quella sarda) aggiungendo ai vincoli di uno Stato nazionale centralistico le catene dell'organo comunitario (8).

    L'Europa occidentale, per effetto dell'economia capitalistica che la sostiene e la egemonizza a dispetto spesso della stessa dirigenza politica e di governo, tende alla concentrazione massiccia e compatta del potere, a un assolutismo di nuova marca che sono nemici naturali dei principi e delle istituzioni autonomistiche. In queste condizioni, permanendo il sistema vigente, che anzi si va progressivamente rafforzando con lo sviluppo tecnologico e l'egemonia tecnocratica, è difficile - per non dire impossibile - trovare collocazione al concetto e alla realtà di una Europa delle Regioni, che, prima di tutto, implicano il costituirsi delle regioni-stato in nuovi assetti costituzionali.

    Nel campo delle utopie, più potrebbe idearsi (o vagheggiarsi) una Federazione di regioni-stato mediterranea, in un contesto di « terzo mondo » europeo e afro-asiatico, restituendo al bacino mediterraneo e alla civiltà mediterranea il prestigio e l'egemonia che hanno perduto in favore proprio dell'Europa continentale dove, oggi, prosperano le centrali di potenza del vecchio Mondo. Il Mediterraneo, col pronunciarsi sulla scena della politica e della civiltà dì Paesi nuovi liberati dal colonialismo europeo e col progredire, nelle Nazioni capitaliste a europee che vi si affacciano, degli ideali o delle istituzioni socialisti (non necessariamente marxisti) potrebbe diventare un'area capace di accogliere e far maturare una forma federalista di Stati in cui siano di casa anche le piccole comunità etniche, come la Sardegna. Potrebbe essere, domani, lo spazio elettivo di un n- nuovo sistema politico e sociale, in un nuovo e diverso assetto di stati e di popoli (9).

    L'Europa delle Regioni

    Non utopico pare, invece, ipotizzare un superamento dell'attuale momento costituzionale della Repubblica italiana, alle soglie del quarto di secolo passato da quando l’assemblea costituente approvò la Costituzione nella storica seduta del 22 dicembre 1947. Nel dibattito alla Costituente, la tradizione autonomistica e regionalistica Italiana (neoguelfa e azionista) non la vinse sul filone centralistico, sostanzialmente antiregionalistico liberal-risorgimentale e marxista. L’ordinamento regionalistico dello Stato Italiano, qual è uscito dal momento costituente, a causa del compromesso, è rimasto allo stato prefederale, come osserva anche Simon Mossa (10). In questa condizione costituzionale generale mancava la forza alle Regioni speciali, come la Sardegna, di affermare è tradurre istituzionalmente il significato profondo dell'autonomia: cioè l'autogoverno di una comunità etnica diversa da quella italiana, sia pure nell'ambito costituzionale e politico-territoriale della Repubblica italiana.

    Una Costituzione repubblicana imperfetta, debole quanto al principio dell'autonomia e delle statua regionali - che pure è connaturato con lo spazio geografico riconosciuto tradizionalmente italiano -, non poteva generare, per la Sardegna, se non un'autonomia monca, sostanzialmente priva di «specialità»: una semplice autonomia amministrativa, delegata, senza poteri giuridici, economici e sociali, senza una parte di sovranità (11).

    Qualcosa di più (ma, se confrontata coi tempi mutati, liberali e democratici, di meno) dell'antica autonomia spagnolesca degli Stamenti, la quale, se non altro, nel 1794, nell'insurrezione di Cagliari, era riuscita a cacciare dall'isola la burocrazia e la dirigenza politica piemontese, compreso il viceré Balbiano, agente, in colonia, della conservazione e della reazione annidata nella più squallida e rozza monarchia assoluta allora esistente in Italia (12).

    Note:

    1) G. CALCHI NOVATI, I tormenti del nazionalismo arabo, in « Il Ponte » cit., p. 883 s.
    2) Autonomia politica della Sardegna, cit., p. 55 s.
    3) v. articoli in « Le' Mondo » del 3, 4, 5, 6, 8 del 1971.
    4) v. nota 17 e più o meno simili proposizioni in LILLIU, Le autonomie regionali, Gallizzi, Sassari, 1968, p, 21 as., Nuovi argomenti per una nuova maggioranza nel partito della Democrazia cristiana, Gallizzi, Sassari, 1969, p. 14 e, Autonomia come esistenza, p. 34 e Resistenza e autonomia, p. 21 s.
    5) v. sulla questione delle minoranze linguistiche italiane, i tre milioni di lingue «mozzate» o di «voci inascoltate» costrette «all'agonia», un interessante servizio di G. BARBIELLINI AMIDEI nei nn. dell'1 e 8 settembre 1971 del «Corriere della Sera».
    6) « Le Monde», del 3-8-1971.
    7) Sul rischi per una politica autonomistica e regionalistica insiti nell'europeismo, sia di mercato sia di cultura, v. LILLIU, Costante resistenziale, cit., p. 35 s.
    8) Basti accennare alle recenti, opposizioni della C.E.E. all'applicazione delle leggi della
    Regione Sarda n.. 23. e . 8 del, 0-7,1956 e 25-6-1967 (contributo per l'acquisto di sementi selezionate di cereali) e n. 116 del 6-8-1970 (contributo trasporti bietole). Lo stesso rischio stava per correre la legge sulla pastorizia, approvata nel luglio scorso dal Consiglio regionale. I
    9) v. su queste propensioni solidaristiche mediterranee e terzomondiste LILLIU, Costante resistenziale, cit., p. 35 s..
    10) Il Partito Sardo cit., p. 13 s..
    11) LILLIU, Costante, resistenziale, cit., p. 37 s.
    12); G, Sotgiu, La insurrezione di Cagliari nel 1794, in « Studi Sardi » Sassari, Gallizzi, 1971, vol. XXI (1968-1970) p. 274 ss.


    Giovanni Lilliu


    (II segue)

 

 
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