Usa, il terrore di Stato



A partire dagli attentati dell’11 settembre, il governo americano ha dato il via ad un controverso programma di “esecuzioni extragiudiziali” che permette alle proprie forze speciali di colpire qualsiasi individuo sospettato di terrorismo in qualunque parte del globo senza passare attraverso i normali canali legali. Questa pratica è stata ora per la prima volta messa in discussione da una denuncia presentata da due associazioni newyorchesi a difesa dei diritti civili in rappresentanza del padre di Anwar Al-Awlaki, il primo cittadino statunitense finito sulla lista dei condannati a morte della CIA.
Ex Imam nato nel Nuovo Messico durante un soggiorno di studio negli USA del padre yemenita, Al-Awlaki si è trasferito da tempo nel paese di origine, dal quale - secondo le autorità americane - dirige una campagna di reclutamento per Al-Qaeda e contribuisce a diffondere un messaggio integralista e accesamente anti-occidentale. Nascosto da qualche parte in Yemen, Al-Awlaki rischia in qualsiasi momento di finire vittima di un’incursione aerea o di un’operazione anti-terrorismo condotta da soldati o agenti segreti che posseggono il suo stesso passaporto statunitense.
Già nel dicembre dello scorso anno Al-Awlaki era stato il bersaglio di un bombardamento in territorio yemenita, quando riuscì a sopravvivere a malapena a 17 missili cruise dotati di “cluster bombs” lanciati sulla località in cui soggiornava. Mancato l’obiettivo, l’attacco americano autorizzato dal governo dello Yemen causò la morte di 41 civili, tra cui 21 bambini e 14 donne.
Per bloccare l’esecuzione del figlio, Nasser Al-Awlaki si è rivolto al Center for Constitutional Rights (CCR) e all’American Civil Liberties Union (ACLU), le quali prima di poter presentare la propria denuncia di fronte ad un tribunale federale di Washington sono state costrette ad ottenere una speciale licenza dal governo americano. Qualche mese fa, infatti, il Dipartimento del Tesoro aveva designato Anwar Al-Awlaki come un “terrorista globale”, la cui difesa in aula sarebbe automaticamente diventata un crimine federale.
La causa appena avviata - “Al-Awlaki contro Obama” - si basa sul fatto che le cosiddette “esecuzioni mirate”, al di fuori di un conflitto armato vero e proprio, sono proibite sia dalla Costituzione americana che dal diritto internazionale, a meno che esse non rappresentino una soluzione estrema resa necessaria per fronteggiare una “concreta, specifica e imminente minaccia di morte o di serio danno fisico”. Il programma del governo americano, inaugurato dall’amministrazione Bush e ribadito da Obama, aggiunge invece dei nomi ad una sorta di lista nera dopo una serie di procedure condotte in segreto, sulla quale i condannati a morte rimangono anche per parecchio tempo, escludendo perciò la circostanza della “minaccia imminente”.
Secondo CCR e ACLU la corte federale della capitale americana dovrebbe deliberare che il programma delle esecuzioni mirate viola il Quarto e il Quinto Emendamento della Costituzione americana, in quanto non permette la protezione dall’abuso dell’autorità governativa né garantisce un giusto processo. Inoltre, ogni cittadino americano deve avere il diritto di conoscere i motivi per cui il proprio governo agisce nei suoi confronti, in particolar modo se si tratta di una condanna a morte. L’amministrazione Obama, al contrario, non ha reso note le procedure attraverso le quali Al-Awlaki è finito tra i candidati ad essere assassinati senza alcun procedimento legale.
Perciò, in una causa separata, i legali di Al-Awlaki hanno chiesto alla corte federale di Washington di emettere un’ingiunzione nei confronti del governo americano per bloccare il programma di uccisioni extra-giudiziali finché il processo in questione non sarà giunto al termine. “Gli Stati Uniti non possono semplicemente eseguire condanne a morte di propri cittadini in qualsiasi parte del pianeta basandosi elusivamente sulla propria autorità”, ha spiegato Vince Warren del Center for Constitutional Rights. “La legge proibisce al governo di uccidere chiunque senza un processo o senza aver formulato un’accusa se non in presenza di una grave minaccia”.
“Un programma che autorizza l’assassinio di cittadini americani senza passare attraverso le vie legali è incostituzionale, illegale e anti-americano”, ha aggiunto Anthony Romero, direttore esecutivo dell’American Civil Liberties Union. “Gli Stati Uniti non emettono condanne sulla base di giudizi segreti, a maggior ragione se si tratta di condanne a morte”.
Nonostante la palese violazione della legalità, un percorso piuttosto complicato attende il processo relativo alla sorte di Anwar Al-Awlaki. Prima ancora di decidere nel merito della questione delle esecuzioni extragiudiziali, la corte federale incaricata del caso potrebbe squalificare il padre del leader spirituale islamico e rendere quindi nullo il procedimento. Questa conclusione è, infatti, già toccata nel recente passato a molte denunce contro i metodi dell’antiterrorismo a stelle e strisce.
Nel caso invece la causa dovesse superare questo primo scoglio ad essere messa in discussione potrebbe essere finalmente la stessa condotta dell’esecutivo americano nella lotta al terrorismo su scala planetaria nel post-11 settembre. Il nodo centrale della questione riposa nella legittimità della pretesa statunitense di essere impegnata in un conflitto armato con i militanti di Al-Qaeda. Tale definizione comporta un conseguente rilassamento delle regole che disciplinano le attività dei militari e delle forze speciali, fino a consentire l’uccisione di presunti terroristi al di fuori di ogni vincolo legale.
Su questa pretesa sono in molti ad aver espresso forti perplessità. Da ultimo, lo scorso mese di agosto, il relatore speciale dell’ONU per le esecuzioni extragiudiziali, Philip Alston, in un documento ufficiale ha dichiarato che “la pretesa degli USA di concedersi la libertà di eseguire assassini mirati contro individui in qualsiasi angolo del globo senza dover rispondere a nessuno arreca un grave danno al diritto internazionale che intende proteggere il diritto alla vita”.
Sempre secondo Alston, il governo di Washington, anziché stabilire dei criteri legali universalmente riconosciuti sui quali basare la propria condotta in questo ambito, “ha fatto appello ad una teoria tutta nuova fondata su una sorta di ‘legge dell’11 settembre’ che consente l’uso della forza in un paese straniero nel quadro del proprio diritto di auto-difesa nel conflitto armato con Al-Qaeda, i Talebani e altre ‘forze associate’ non meglio definite”. Se questo comportamento dovesse essere fatto proprio da altri paesi, il risultato sarebbe il caos più totale.
Ciò che il governo americano ha stabilito in questi anni, dunque, non è altro che il diritto di portare a termine assassini sommari in paesi che nulla hanno fatto per colpire i cittadini statunitensi o i loro interessi. E frequentemente l’unica colpa degli obiettivi accusati di aver compiuto atti di terrorismo è solo quella di opporsi legittimamente ad un’occupazione militare che continua ad imporre un prezzo pesantissimo alla popolazione civile.


Usa, il terrore di Stato, Michele Paris