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Discussione: L'immortalità del grande universo pagano

  1. #91
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    Il sarcofago di Velletri

    Conservato al Museo Archeologico Civico di Velletri è un'opera complessa e straordinaria. Fu scoperto nel 1955 nella località di Colonnella di Velletri nel Lazio. Datato al II secolo d.C. è in marmo pario ed è diviso in due fasce: in quella superiore sono raffigurate le fatiche di Ercole, in quella inferiore si succedono scene della vita nell'Ade, un scena agreste e una di sacrificio. Sono in tutto ben 184 figure che denotano un differenziato lavoro di stile, testimoniato anche dall'utilizzo di due tipologie di marmo. Uno proveniente dalla Grecia e l'altro dalla zona di Carrara (Luni nell'antichità). Si è ipotizzato pertanto che il sarcofago sia stato lavorato tutto in un'officina romana sia da scultori locali che da artisti greci d'Asia Minore. Oppure che il sarcofago possa contare due diversi luoghi di provenienza, uno italico (Luni) e uno greco (Atene) con un assemblaggio finale. Due metri e mezzo di lunghezza per 125 cm di larghezza e circa un metro e sessanta di altezza per un'opera totalmente decorata con scene che riassumono tutte le idee escatologiche del II-III secolo d.C. Sembra quasi di assistere a una rappresentazione teatrale in cui l'uomo attraversa la propria esistenza mirando al raggiungimento di uno scopo, come l'eroe Ercole al termine delle fatiche. A chi apparteneva questo sarcofago? Il defunto è rappresentato nell'atto di pagare con l'obolo il viaggio nell'Oltretomba. Ha un volto maturo e barbuto. Si è ipotizzato che il defunto potesse appartenere alla stirpe degli Antonini o comunque alla corte imperiale. Le figure un tempo erano colorate, pensate all'effetto visivo di questo capolavoro


    #quandoildestinodiventafato




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  2. #92
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano


    https://www.facebook.com/photo?fbid=...190683&set=pcb.
    Anche gli alberi si sposano.
    Accettura in provincia di Matera dove da secoli, nel solco di antichi riti pagani, un faggio e un agrifoglio si amano, in piazza...
    Lui è un gigantesco faggio e lei un affusolato agrifoglio e sono i protagonisti di un suggestivo quanto particolare “matrimonio”. Un ancestrale rito arboreo che si perpetua da secoli nel cuore della Basilicata più segreta e che riporta alla mente antichi riti propiziatori celtici legati alla fecondità della terra. Si tratta, infatti, di un rituale di origine pagana cui sono stati aggiunti nei secoli significati e simboli religiosi. A fare da scenario a questa suggestivi sima tradizione il Parco regionale di Gallipoli Cognato ,Piccole Dolomiti Lucane, straordinario concentrato di lussureggianti foreste e formazioni rocciose dalle fantasiose forme, le Dolomiti Lucane appunto, ideali anche per arrampicate mozzafiato.
    Tutto ha inizio la mattina quando due nutriti gruppi di vigorosi uomini danno vita ad altrettante spedizioni nelle foreste che circondano il borgo. I “cimaioli” sono in genere i giovani più gagliardi della comunità e, giunti nella foresta di Gallipoli Cognato, abbattono la “Cima” (la sposa), l’agrifoglio più bello e con la chioma più folta, simbolo di fertilità. Il momento dell’abbattimento lascia davvero senza fiato, con il colosso arboreo che vacilla sotto i colpi dell’ascia per poi cadere di schianto fra gli alberi che lo circondano. A questo punto la prediletta viene trasportata con estrema cura a spalla in paese affinché non si danneggi e possa arrivare alle nozze dell’indomani in tutto il suo splendore. I “maggiaioli”, dal canto loro, si portano nel bosco di Montepiano, dove si trova, invece, il prescelto, il faggio dal fusto più regolare, alto e robusto, un gigante che può raggiungere oltre venti metri di altezza...
    Da qui comincia il suo spettacolare viaggio verso la sposa, trascinato nei boschi e fino al centro del paese con l’aiuto di numerose coppie di buoi di razza podolica bardate a festa con fiori, ginestre e immagini sacre. Il sottobosco risuona dei muggiti delle bestie e delle urla di incitamento della folla: un incredibile, raro, disarmante tuffo nel passato! Il giorno successivo, l’intero paese partecipa alla preparazione delle nozze: i due “sposi” vengono ripuliti, sfrondati per bene e sottoposti a una lunga lavorazione, pronti per essere innestati l’uno all’altro, al martedì, sotto gli occhi compiacenti di San Giuliano, patrono della cittadina, e quelli della gente in tripudio. Il totem arboreo, che può raggiungere anche i 40 metri di altezza, viene innalzato grazie a corde e forcelle di legno, a suggellare il compimento di questo spettacolare sposalizio allegorico che, congiungendo la terra al cielo, l’uomo al cosmo, diventa un inno alla fecondità, al benessere del paese e dei suoi abitanti per l’anno a seguire. I giovani più impavidi e agili possono a questo punto finalmente cimentarsi nell’attesa quanto ardua scalata sotto gli occhi increduli della folla ammutolita. Raggiunta la chioma della sposa, le loro spericolate acrobazie lasciano, infatti, letteralmente col fiato sospeso, come d’altronde tutta questa magnifica tradizione che ha la capacità, rara al giorno d’oggi, di catapultare in un mondo ormai perduto e veramente magico...

  3. #93
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano



    Il cristianesimo ed il suo rapporto con gli alberi e i boschi
    (Tratto da ALBEROLOGIA di Antonio de Bona www.alberologia.it)
    Il termine dendrolatria, dal greco déndron ‘albero’ e latria latréia ‘culto’, indica una fase religiosa, individuata tra gli altri da John Lubbock, durante la quale si è creduto che le divinità avessero dimora ciascuna nel singolo albero e dunque, estensivamente, l’atteggiamento primitivo di proporzioni nei riguardi dell’albero cui si offrivano sacrifici per ottenerne protezione e fertilità.
    La religione cristiana non ha mai approvato i culti pagani, anzi li ha combattuti senza riuscire ad annientarli del tutto. Come sempre accade nel succedersi di tradizioni e civiltà del passato, restano alcuni aspetti trasformati e adattati alle nuove realtà. Così, aspetti dei culti pagani permangono nelle cerimonie e feste dedicate ai santi cristiani, specie nei paesi più isolati e quindi più radicati alle tradizioni. L’impegno della chiesa è stato rivolto a trasferire i culti dalle divinità pagare ai santi.
    Gli antichi Germani, le popolazioni celtiche, veneravano alcune varietà di alberi, anzi questo culto costituiva la base stessa della loro religione. Agli alberi venivano indirizzate offerte diverse: il ferro era metallo raro, prezioso, perciò le offerte consistevano spesso in oggetti come ferri di cavallo e chiodi.
    Quando Giulio Cesare (100-44 a.C.) invase la Gallia decise di fare abbattere una foresta sacra ai druidi, per arginare incursioni e attacchi; per l’assedio venne impiegato il legname tagliato dalla foresta4. In seguito i cristiani iniziarono l’opera di conversione delle comunità pagane; vietarono il culto rivolto agli alberi e, conseguentemente, si impegnarono a distruggere le loro foreste sacre.
    Augusto (Roma, 23 settembre 63 a.C. - Nola, 19 agosto 14 d.C.) proibì i culti druidici nelle Gallie. Sotto il regno di Tiberio, i druidi furono soppressi con un decreto del senato; il provvedimento in seguito fu ratificato da Claudio. Suplicio Severo ci racconta del più noto osteggiatore dei riti legati ai boschi sacri: San Martino (316-397).
    Durante un viaggio passò nei pressi di Atun dove, dopo aver abbattuto un bosco sacro, si apprestava ad abbattere un grosso pino nei pressi di un santuario. Qui incontrò la resistenza del sacerdote locale e delle popolazioni pagane che lo attaccarono dicendogli: “Se hai un po’ di fiducia nel Dio che dici di onorare, abbatteremo noi quest’albero che cadrà su di te; se il tuo signore è con te, come dici, sfuggirai”. Accettò la sfida e si fece legare sul letto di caduta dell’albero, cioè il punto preciso dove l’albero doveva cadere. Quando stava per crollare si fece il segno della croce e l’albero lo sfiorò di un soffio senza toccarlo. Il miracolo convertì in massa gli spettatori. San Martino continuò a predicare, battezzare nei villaggi, abbattere templi, alberi sacri e idoli pagani, dimostrando comunque compassione e misericordia verso la popolazione.
    Per questo ed altre vicende la sua fama ebbe ampia diffusione in tutta la comunità cristiana. In Siria, Marcello, vescovo di Apamea, venne ucciso dai pagani, furenti poiché aveva promosso l’abbattimento di svariati templi, conformemente all’editto promulgato dall’imperatore Teodosio I il Grande.
    L’opera distruttiva venne proseguita dal discepolo di S. Martino, San Maurilio (? - 453) vescovo di Angers, il quale, nel tentativo di evangelizzare il Comminges diede fuoco al bosco sacro; il territorio del bosco distrutto fu consacrato a San Pietro. Continuò con determinazione San Benedetto da Norcia (480-547) nei pressi di Cassino; abbatté gli altari pagani, recidendo il bosco sacro ad Apollo; volse al culto cristiano i templi pagani, consacrandoli al suo predecessore San Martino. A Montecassino costruì un monastero dove risiederà per definire la Santa regola. A nulla valsero gli anatemi dei concili provinciali; quello di Arles del 457 d.C. proibiva l’adorazione degli alberi, delle fonti e delle pietre; quelli di Tours e di Nantes, rispettivamente del 567 e 568 i quali si accanirono contro le persone che celebravano riti sacrileghi all’interno dei boschi e contro gli alberi consacrati al demonio. L’accanimento contro le diverse religioni galliche non portarono grossi cambiamenti ai culti resi agli alberi che continuarono a perpetrarsi. La loro influenzaera sia sociale che religiosa.
    Va segnalato un monaco irlandese, Colombano (542-615) meglio conosciuto come San Colombano di Luxeuil. Missionario noto soprattutto per aver fondato da abate numerosi monasteri e chiese in Europa. È venerato come santo dalla chiesa cattolica, ma anche dalle chiese ortodosse e dalla chiesa anglicana.
    Anche in Irlanda nel 665, alcuni sacerdoti cristiani fecero abbattere un numero enorme di frassini ritenuti sacri, per segnare il trionfo del cristianesimo sulle tradizioni locali.
    Intorno al 670 Barbato vescovo di Benevento (?-683) da tutti ricordato per aver convertito i Longobardi al cristianesimo, fece abbattere un noce gigantesco. Nel posto dove fu tagliato il noce, fece erigere un tempio con il nome di S. Maria in Voto; successivamente fu dichiarato santo e gli fu dedicata una chiesa a Benevento e una a Salerno; è ricordato il 19 Febbraio. L’impegno della Chiesa non cessò nell’estirpare le credenze pagane che continuavano a rendere il culto ai boschi e agli alberi.
    Esemplare la vicenda di Sant’Eligio (588 c.ca-660) vescovo di Noyon, del quale leggiamo alcune prescrizioni in merito al comportamento da tenere relativamente agli alberi:.
    «Non prestate attenzione agli auguri, o agli starnuti violenti, o al canto degli uccelli. Se venite distratti mentre siete in cammino o al lavoro, fate il segno della croce e dite con fede e devozione le preghiere della domenica, e niente potrà farvi del male […] Nessun cristiano, nella festa di San Giovanni (24 Giugno) o di alcun altro santo dovrà eseguire solestitia [riti del solstizio d’estate] o danzare o saltare o cantare canti diabolici. Nessun cristiano dovrebbe mostrarsi devoto agli dei del trivio, dove tre strade si uniscono, né partecipare alle fanes, feste delle rocce, delle sorgenti, dei boschi o degli angoli. Nessuno deve fare lustrazioni (“purificazioni”) o incantesimi usando erbe, o far passare il bestiame attraverso un albero cavo o un fosso perché così lo si consacra al diavolo. Perciò, fratelli, rifiutate tutte le invenzioni del nemico con tutto il vostro cuore e fuggite questi sacrilegi con orrore. Non venerate altre creature oltre Dio e i suoi santi. Evitate le sorgenti e gli alberi che chiamano sacri. Perché voi dovete credere di poter essere salvati con nessun’altra arte che l’invocazione e la croce di Cristo. Come sarebbe possibile altrimenti che i boschi dove questi uomini miserevoli fanno i loro riti sono stati abbattuti e la legna proveniente da lì è stata data alla fornace? Vedete come è sciocco l’uomo, che onora degli alberi morti, insensibili e disprezza i precetti di Dio onnipotente».La contesa religiosa partiva dalla Francia per coinvolgere altre regioni oltre la Gallia, e i paesi di origine germanica, come dimostrato dalla vicenda di San Bonifacio (680 c.ca-755). Questo monaco benedettino, ritenuto l’apostolo della Germania, di nome Vinfrido (Winfrid), fu convocato a Roma dall’Inghilterra e ordinato vescovo dal papa Gregorio II, ricevendo il nome di Bonifacio. Fu destinato in Germania ad annunciare la fede di Cristo a quelle genti. Durante il viaggio di ritorno in Germania nel bosco di Hessen fece abbattere una gigantesca quercia alla quale le popolazioni pagane attribuivano poteri magici, ritenendola sede del dio del tuono Thor. Quel gesto fu visto come una vera sfida alle divinità e i pagani accorsero numerosi per assistere alla vendetta del dio offeso. San Bonifacio, tuttavia prevalse e ai piedi della quercia abbattuta farà erigere la chiesa dedicata a San Pietro. Ma presso Dokkum in Frisia, venne ucciso nel 754 assieme ai suoi 52 confratelli Benedettini dai Frisoni, che intendevano difendere i loro santuari e le loro credenze. Poco più tardi, nel 772, Carlo Magno durante una missione punitiva contro gli Angari, distrusse il santuario pagano dove veniva venerato Irminsul, un gigantesco tronco d’albero che, secondo le credenze, aveva il compito di sostenere la volta celeste. La sua campagna militare durò oltre 30 anni durante i quali il sovrano presenziò ai battesimi di massa avvenuti fino al 785, quando fu repressa l’ultima ribellione delle tribù pagane; il loro comandante, Vitichindo, battezzato a sua volta, giurò fedeltà a Carlo Magno. Doveroso citare direttamente il biografo Eginardo, che alla fine del conflitto aveva annotato:
    La guerra, durata cotanti anni, si chiuse infine con adesione [dei Sassoni] alle condizioni offerte dal Re, le quali furono la rinuncia ai loro costumi religiosi nazionali e all’adorazione dei demoni, l’accettazione dei sacramenti della fede e religione cristiana, e l’unione coi Franchi in unico popolo.
    Tra i vari tentativi messi in atto dalla Chiesa Cattolica per estirpare i riti pagani è sicuramente importante la disposizione di papa Gregorio III il quale spostò la festa di tutti i Santi dal 13 Maggio al primo di novembre. Lo scopo era quello di sovrapporla e sostituirla, alla festa celtica di Samhain (Halloween) festa della fine dell’estate. Divenne festa di precetto ed estesa dall’imperatore Ludovico I ai territori a lui assoggettati. Agli inizi dell’XII secolo, perpetuandosi il culto dei boschi in Germania, la chiesa locale ordinò di abbattere gli alberi; cosa che si ripeté più tardi anche in Boemia dove il vescovo Ottone di Bamberga (1060-1139) appreso che nei boschi attorno a Stettino, vi erano querce sacre, non riuscendo a farle abbattere a causa della reazione violenta dei contadini del posto, fece diffondere la voce che molte di esse erano abitate dagli spiriti maligni. Dovevano quindi essere abbattute e, se necessario, anche con il suo intervento personale. Il suo biografo Herbord ci tramanda che il vescovo e i suoi sacerdoti iniziarono subito, armati d’asce e lance, a distruggere gli alberi nei boschi. Dopo che il popolo si accorse che gli dei non si difendevano, si unì all’opera. Mons. Ottone lasciò solo una quercia per la preghiera degli abitanti di Stettino, a condizione che sotto l’albero non venisse praticata alcuna divinazione.
    L’albero sradicato divenne in pieno medioevo l’emblema dei Templari.
    Se l’albero sradicato era il simbolo dei Templari8, l’olmo (Ulmus campestris L.) acquistò un significato particolare per tutti i “monaci guerrieri”; per loro era identificato come pianta sacra ed assumeva significati di amicizia, protezione, sostegno, amore e perfezione. L’albero dell’olmo fu particolarmente significativo anche per i Cavalieri Templari, e per estensione iniziò a far parte della simbologia cristiana e loro stessi utilizzarono spesso le denominazioni “Santa Maria dell’Olmo” o “Madonna dell’Olmo” per intestare le loro chiese. Prova ne è la chiesa principale di Castelmezzano (Pz), la quale si trova nel centro del paese, e si chiama Santa Maria dell’Olmo, edificata nel XII secolo proprio nei pressi di un olmo. La presenza della chiesa in vicinanza dell’albero e dell’acqua, rivela una correlazione tra questi due elementi di enorme carica simbolica: il primo potrebbe rappresentare l’albero della vita e il secondo la fonte della vita stessa.
    In riferimento ai Cavalieri Templari, troviamo un curioso riferimento all’olmo nel Regno Unito, presso la località chiamata Temple, a Balanradoch, nella regione scozzese del Midlothian. In una leggenda locale in questo luogo sarebbe stata sepolta una parte del leggendario tesoro dei Templari: “tra la quercia e l’olmo sono sepolti milioni, li potrai trovare gratuitamente”, recita un vecchio detto locale (Twixt the oak and the elm tree / You will find buried the millions free).
    Il tentativo di eliminare il culto degli alberi dovette estendersi per tutto il Medioevo, quando i parroci rimproveravano e scomunicavano le persone che portavano offerte agli alberi o innalzavano altari sulle loro radici e richiedevano protezione per la propria famiglia e per i beni intonando canti o lamenti. Ma nonostante le scomuniche, i rimproveri e le minacce, il culto degli alberi si tramandò per altri secoli. La venerazione degli alberi si dimostrò essere ancora viva nel XIII secolo, quando il vescovo Anselmo, nel 1258, a Sventanistis, ordinò l’abbattimento di una enorme quercia sacra; la sua resistenza era tale che l’ascia rimbalzo sul tronco colpendo mortalmente il boscaiolo. Allora il vescovo in persona prese l’ascia per passare all’azione, ma anche lui non riuscì nell’impresa, così ordinò di bruciarlo.
    La lotta continuò anche nel secolo successivo. Tra il 1351 e 1355 a Perm, città della Russia europea, a contrastare le credenze pagani profuse il suo impegno un vescovo della chiesa ortodossa divenuto poi Santo, Santo Stefano di Perm, (1340-1396). Questi decise di agire in modo drastico, poiché la sua cella si trovava a poca distanza da una grande betulla, venerata dagli abitanti del luogo; la abbatté nel cuore della notte. Il giorno dopo, gli idolatri volevano ucciderlo, ma il Santo li fece desistere facendo notare che il “loro dio” non poteva essere così potente se aveva permesso ad un uomo di abbatterlo, e riuscì ad avviare il processo di conversione, tanto che Pimen, Metropolita di Mosca e di tutte le Russie, lo designò Vescovo metropolita di Perm.
    Nel XVI secolo, l’arcivescovo Carlo Borromeo divenuto santo nel 1610 e ricordato dalla chiesa cattolica il giorno 4 novembre, fece diffondere il suo pensiero e il suo monito in merito a culti e superstizioni: «Il giorno delle Calende di Maggio, consacrato ai Santi Apostoli Giacomo e Filippo si profana dal popolo con quelli alberi frondosi, che con ridicolo spettacolo si alzano in più siti di quella Città, e si chiamano il Maggio, o Majo”.
    Questa “gentilesca superstizione” venne condannata dall’Arcivescovo di Milano Carlo Borromeo in quanto provocava gravi disordini, appurato che alcuni uomini immersi nel piacere di quella azione ridicolosa hanno tralasciato in quel giorno festivo di ascoltare la Messa, ed altri hanno tagliati quelli alberi a viva forza, e con disprezzo sul fondo altrui, e spesse volte ne’ beni della Chiesa. Dal che si originarono risse, inimicizie, ingiurie, odi, e talvolta uccisioni; disturbavano i divini Offici e le Prediche, i bagordi, le ubbriachezze, i motti osceni ed altre nefande dissoluzioni». Intimò ai vescovi di proibire quello spettacolo con pene ai contravventori ricorrendo ai Magistrati in caso di bisogno. Suggerì, infine, di rivolgere in quel giorno preghiere a Dio, con “divote processioni ed in vece di quelle piante profane d’inalberare pubblicamente, e con religiosità il Santissimo Albero della Croce di Gesù Cristo nei luoghi più cospicui della città...”
    Il V Concilio Provinciale di Milano (1579), invitava i vescovi a trasformare le antichissime ed “empie” usanze che si tenevano il 10 maggio. In tale giorno era consuetudine nei centri della provincia trasportare in tripudio “frondosi alberi” da innalzare nelle piazze e in altri siti. Ai vescovi venne imposto di scoraggiare la partecipazione a tali feste cercando soprattutto di trasformare la ricorrenza pagana in occasione di cristiana esultanza, di testimonianza a Dio e di professione di fede.
    Si levi l’abuso che in questa diocesi è grande di drizzar gli albori che si chiamano “Maggi” alle feste delle Calende di Maggio, che oltre causare molti disordini, risse, et soprattutto scandali, dà segno più presto di una pagana superstizione che di attione cristiana e in vece loro si drizzino delle croci in tutti i capi delle strade pubbliche.
    Così ammoniva il Nunzio Apostolico della diocesi di Alba nell’anno 1584, contro l’usanza diffusa d’innalzare “maggi” nel basso Piemonte. Da qui forse la trasformazione di un rito pagano: si cominciò a portare grandi alberi inghirlandati in processione, che poi venivano piantati.
    Verso la fine del XVIII secolo gli alberi assunsero altri significati; non più tagliati né abbattuti ma per altri motivi e altre finalità vennero piantati o eretti in nome della libertà. Durante la rivoluzione francese, per festeggiare l’abolizione della tirannide e il ritorno della libertà, i repubblicani piantano il primo Albero della libertà, nel 1790 a Parigi e poi in tutta la Francia. Un decreto della Convenzione del 1792 ne regolava l’uso: l’albero della libertà, è sormontato da un berretto frigio (con la punta piegata in avanti come quello degli antichi abitanti dalla Frigia) rosso adorno di bandiere; ai suoi piedi giurano magistrati, si bruciano i diplomi nobiliari, si danza, si festeggia.
    Alberi della Libertà vennero successivamente piantati in ogni municipio della Francia e il fenomeno approdò in Svizzera e anche in Italia. Generalmente erano piantati nella piazza principale delle città,frequentemente tra contrasti delle fazioni opposte; molti furono sradicati una volta passato il periodo rivoluzionario, generando analoghi contrasti e dissidi fra cittadini di diversa appartenenza politica. Degli esemplari sono ancora presenti in diversi dipinti dell’epoca.
    Dopo la proclamazione del Repubblica Napoletana del 1799, anche a Potenza venne eretto un Albero della libertà nella piazza principale; fu abbattuto quando la violenta repressione condotta dal cardinale Ruffo, sfociò in guerra civile e si concluse con l’uccisione di chi aveva sostenuto la repubblica, tra gli altri il vescovo Giovanni Andrea Serrao. Egli vi aveva aderito sia perché la sua ispirazione a San Paolo lo induceva all’obbedienza all’autorità costituita, sia per le sue aspirazioni riformatrici che sembravano essere rappresentate dal nuovo governo repubblicano. Si tradusse in una violenta guerra civile.
    Nello stesso anno altri significativi episodi si ebbero in provincia di Potenza: a Lauria, venne piantato l’Albero della libertà per rappresentare l’emancipazione del popolo dalle tirannie. Non appena cessò la Repubblica partenopea, i borbonici proclamarono il ritorno alla normalità
    e la chiara intenzione di distruggere l’Albero della Libertà. Alla reazione dei giovani liberali, intervenne il sacerdote Don Domenico Lentini a placare gli animi, evitando altro spargimento di sangue; convinse i repubblicani ad abbattere l’albero con la promessa che al suo posto ne avrebbe fatto innalzare uno, “imperituro”, ribattezzandolo “del riscatto e della salute”. Era una semplice croce in ferro battuto, su una colonna di pietra alta non più di tre metri. A differenza di tutti gli
    altri alberi, è ancora al suo posto! Avigliano fu la prima città (precedendo anche Napoli) a piantare l’Albero della libertà e a proclamare la Repubblica, che ebbe tra i suoi fautori i lucani Mario Pagano e Michele Granata. Da Avigliano poi, i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla “Organizzazione democratica” guidata dagli aviglianesi Michelangelo e Girolamo Vaccaro. Anche questa insurrezione venne repressa: gran parte della popolazione era fedele ai Borbone.
    L’albero è un bellissimo e vero simbolo di libertà!
    La libertà ha le sue radici nei cuori della gente,
    come l’albero, nel cuore della terra...
    VICTOR HUGO, 1 marzo 1848Ma torniamo alle piante propriamente dette e ai riti a loro dedicati. Le autorità ecclesiastiche, poiché non bastarono le ammende e le punizioni a far sparire un culto radicato, considerata l’attrazione per gli alberi da parte del popolo, solitamente suscitata dal timore per i fenomeni che non sapeva spiegare, cercarono di focalizzare l’interesse verso quegli aspetti del mondo vegetale di importanza determinante per la vita umana e, anziché distruggerli gli alberi, li avvicinarono al culto dei santi e della Madonna. Peraltro, tanti santi hanno notoriamente mostrato di sentire fortemente la vicinanza con la natura tutta, basta ricordare il Cantico di San Francesco; inoltre, nomi di santi come S. Silvano e S. Silvestro erano naturalmente rapportabili al culto degli alberi per l’etimologia di abitanti delle selve. Di qui, molti dei santuari e cappelle dedicati alla Madonna: dalla Madonna del Bosco, alla Madonna della Selva e della Foresta, fino a una onomastica legata al singolo albero tipico del luogo: Madonna della Quercia, del Platano, del Cerro, del Frassino, del Pino e della Madonna dell’Olmo, di cui si è fatto cenno in precedenza; e, infine, i santuari che si incontrano sulle cime selvose delle montagne, dedicati a San Silvano e a San Silvestro, i quali meriterebbero una più approfondita riflessione proprio in merito alla collocazione. Nel corso del XIX secolo i festeggiamenti del maggio andarono in declino abbastanza rapidamente, sia perché la Chiesa, per sradicare questa tradizione di origine pagana, dedicò tutto il mese di maggio alla Madonna; sia perché più tardi il socialismo fece del primo maggio la festa dei lavoratori, prima in America, poi in molti altri Paesi, e anche in Italia, per ricordare i traguardi raggiunti dai lavoratori in campo economico e sociale, già dagli ultimi decenni dell’Ottocento.
    Durante il fascismo non furono proibite le “feste di Maggio” ma improntate al generale clima di propaganda. La chiesa cattolica rivolse la decorrenza del “lavoratore” a S. Giuseppe perché anche i cattolici potessero partecipare a pieno titolo ai festeggiamenti. Queste ricorrenze sono andate perdendo le motivazioni magiche o sacrali e hanno assunto le sole motivazioni di gioco, divertimento e prova di forza, per riversarsi e concludersi nell’albero della cuccagna, in occasioni che hanno smarrito l’autenticità dei fatti religiosi relegati a fare da cornice. Solitamente il palo della cuccagna, prima di essere messo a dimora viene ricoperto di grasso o altra sostanza scivolosa per rendere difficile l’arrampicata da parte dei concorrenti. Così l’albero diventa una sorta di palestra di gara per dimostrare agilità e destrezza dei robusti giovanotti del paese a caccia dei suoi frutti; successivamente diventa anche una prova di robustezza dell’apparato digerente dei suoi conquistatori e dei partecipanti tutti.
    L’albero della cuccagna legato in qualche modo al popolo latino, attecchisce per tutta l’Europa, nell’utopico paese dell’abbondanza, dove non si fa altro che mangiare e bere, e ce n’è sempre più di quanto se ne desidera, insomma il sogno di tutti i poveri del mondo. Ad Accettura si celebra la cosiddetta festa del “Maggio” esportata anche nei paesi limitrofi, una manifestazione ancestrale, emblematica della fecondità della natura. In questo rito nulla è collegato al santo patrono San Giuliano. Verso questo aspetto specificamente pagano della festa ha rivolto il suo impegno e la sua cura un singolarissimo vescovo: per un trentennio del XX secolo, è stata notevole in Basilicata l’azione civilizzatrice del Servo di Dio Mons. Raffaello Delle Nocche11 (1877-1960), 68° Vescovo della Diocesi di Tricarico (Mt). Il suo impegno è stato rivolto anche a ridare dignità alle feste patronali, mediante richiami ed esortazioni affinché non fossero mescolati il sacro con il profano, il divino con il triviale, la preghiera con la crapula. In occasione della quinta visita pastorale ad Accettura, precisamente nel 1949, il vescovo sollecita l’arciprete De Luca affinché, in merito alla festa del maggio si recuperi il travisato senso religioso. Nel documento emesso in quella occasione, con accoramento e affetto paterno rivolse agli “Accetturesi” queste raccomandazioni:
    Si convincano i nostri figli di Accettura che la tradizionale usanza del maggio è contraria alla santità delle sane processioni, è occasione di gravi offese alla legge di Dio e assai contraddice allo spirito di bontà cristiana; perciò, mentre non ci stanchiamo di raccomandare ai buoni fedeli l’obbedienza a questa nostra piena esortazione e vivo desiderio, premuriamo il reverendissimo arciprete a non far mancare mai la sua parola persuasiva al riguardo, affinché durante le manifestazioni religiose tutto avvenga conforme alla bontà d’animo degli accetturesi e alle loro tradizioni cristiane.
    Altro intervento (ed ultimo) della chiesa ufficiale sulle feste dei “maggi”, attive in Basilicata e Calabria, è quello del Vescovo di Anglona-Tursi, in visita ad Alessandria del Carretto nel maggio del 1951 ricorrenza in onore del patrono San Alessandro.
    Il presule invitò il parroco a non lasciare la festa in mano ai procuratori, quindi a «moderare la cerimonia della peta [abete], che sa di “feticismo”*».
    *Termine senz’altro riferito alla forma di religiosità primitiva, consistente nel culto (pagano) di oggetti naturali, (alberi nello specifico) per alludere alle feste e ai rituali profani, considerati come celebrazioni di particolare importanza con grande partecipazione popolare.
    Questo suggerimento viene attribuito quasi certamente all’Arcivescovo Metropolita Pasquale Quaremba (1905-1986) poiché, all’epoca dei fatti amministrava quella diocesi.
    Nel terzo millennio, dunque, sopravvivono i riti, rivolti agli alberi in molte zone d’Italia e d’Europa, e si continua a fare degli alberi i protagonisti delle feste, sicché possiamo affermare che le feste cambiano, l’attenzione e l’amore per gli alberi restano!
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano



    E dentro, come al solito, hanno costruito una

    Il mausoleo di Elena è un monumento funerario di età romana che si trova a Roma, lungo la via Casilina, corrispondente al III miglio dell'antica via Labicana.

    Venne costruito dall'imperatore Costantino I tra il 326 e il 330, originariamente destinato a servire da sepoltura per lo stesso Costantino, venne poi utilizzato come sepolcro per Elena, madre dell'imperatore, morta nel 328.
    Al mausoleo si accede da via Casilina tramite via di San Marcellino, adiacente alla chiesa Santi Marcellino e Pietro ad Duas Lauros.

 

 
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