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Discussione: L'immortalità del grande universo pagano

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    Predefinito L'immortalità del grande universo pagano

    http://luigi-pellini.blogspot.com/20...so-pagano.html
    Il paganesimo è vivo, nascosto ma vivo. Esso pulsa nei documenti antichi, negli inni delle civiltà più diverse, nella dimensione esoterica della dottrina cattolica e in quella popolare dei suoi culti: la Grande Madre, il Dio divorato che risorge ogni volta dalla propria morte, il pantheon dei santi…Il paganesimo vive nei movimenti e negli individui che hanno ancora rispetto per la natura e in essa percepiscono la perennità del Sacro.. Pagana è l’accoglienza di tutte le religioni, di tutti gli Dèi, di tutte le fedi, quel sentimento irenico che fa dire a Proclo : «Voi che reggete il timone della saggezza santa / dèi che accendete il fuoco del grande Ritorno (…) Che infine possa vedere io / l’uomo che sono e il dio / immortale in me» (Inno a tutti gli Dèi).
    L’umanità è intrisa di Luce dionisiaca e di titanica cecità. L’umanità è una goccia del Sacro annegata nel mare dell’ignoranza. Lo scopo vero dell’esistenza, quello per il quale merita esserci, consiste nel conoscere questa nostra natura, nel riconoscerla, nella immensa serenità che tale sapere offre. La comprensione intellettuale non è mai -se è davvero comprensione- separata dai gesti e dal corpo. Il Corpo è sacro. I corpi degli Dèi che gli umani hanno bisogno di sentire accanto a sé, impressi nel marmo e nel bronzo. Le chiese cristiane sono davvero povere e malinconiche. Esse sostituiscono al tripudio della carne il gusto del soffrire, alla gloria di Zeus quella di un condannato a morte, sostituiscono ad Afrodite la paura del corpo. Ma il bisogno della Bellezza Sacra permane, e con esso quella degli Dèi. Morto il Dio monoteistico vive il Divino molteplice, panteistico, enoteistico.
    Nelle pieghe del mondo. È lì che gli Dèi si sono nascosti ma è nello spazio sacro, nel loro tempo eterno, che abitano ancora. «Tauta de egheneto men oudepote, esti de aei» (Salustio, 4, 8, 26), queste cose mai avvennero e sempre sono.







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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    Maggio: il mese legato alle antiche tradizioni pagane, che riescono a superare i millenni
    Rimanenze pagane nei Canti di Maggio della tradizione contadina in Frignano e nell’Alta Italia
    04/29/2013 //
    2
    “Rimanenze pagane nei Canti di Maggio della tradizione contadina in Frignano e nell’Alta Italia”
    da Arya n°2; di: Fedrìgh dij Bèli (Federico Fregni)





    Col procedere della Primavera, dell’allungarsi delle giornate e il progressivo avvicendarsi dei diversi ritmi di risveglio delle più svariate forme animali e vegetali, si avverte nettamente la sensazione che presso tutte le latitudini Europee tra la fine di Aprile e l’inizio di Maggio si ultimi e si coroni il Risveglio primaverile in tutto e per tutto, in un tripudio di fiori, colori e suoni. Se le specie più prolifiche e fertili sono fornite della loro prima cucciolata da almeno un mese, con l’insorgere di Maggio anche i più pigri tra gli esseri non possono evitare il richiamo della Vita verso la propagazione della specie e verso la fase attiva dell’Anno. Questo ed altro notarono i nostri Antenati indoeuropei d’Europa quando identificarono le feste di Maggio tra i raggi fondanti della Ruota delle celebrazioni religiose. Sul filone dell’identificazione delle Calende di Maggio come festa della Luce, della Salute e della Fertilità troviamo tra i Romani i Ludi Florealis dedicati alla primaverile dea Flora, deità di antichissima origine Italica introdotta a Roma da Tito Tazio, che si svolgevano nell’Urbe dal 28 di Aprile al 3 Maggio. Con la conquista romana delle antiche popolazioni dell’Italia centrale avviene una identificazione di Flora come figlia di Cerere o come emanazione di Cerere stessa, come possiamo dedurre fosse presso i Sanniti tra cui era appellata Fluusai Kerriiai, vale a dire “Flora di Cerere”. Probabilmente è da ricercare in un sincretismo di origine italica anche la traslazione alle Calende di Maggio delle feste dedicate all’arcaica e materna figura divina di origine latina conosciuta con il nome di Bona Dea (presente forse anche trai Celti come denotano alcuni toponimi), la quale nonostante fosse associata al mese di Dicembre nel Kalendarium, aveva le sue feste celebrate dalle donne aristocratiche di Roma in un bosco sacro dell’Aventino proprio in occasione del primo giorno del mese primaverile. Difficilmente possiamo considerare casuale la presenza di questa celebrazione al centro dei festeggiamenti di Primavera dei Ludi Florealis, anche se va comunque detto che la celebrazione, benché pro romano populo, era celebrata in segreto e solo da parte di donne, o meglio femmine, siccome ci si premuniva di allontanare il più possibile gli animali di sesso maschile dall’area predisposta al Rito; benché probabilmente collegato alle feste di Primavera il rituale avveniva comunque a parte, nel suo bosco sacro al popolo Romano che possiamo supporre avesse dei suoi omologhi presso numerose altre compagini italiche. Troviamo invece presso l’insieme di popolazioni conosciute come Celti la festività tramandaci con il nome gaelico di Beltaine, approdato poi come “Beltane” in quasi tutti i neo-paganesimi dalla vera o presunta impostazione rituale e mitologica “celtica”. Beltaine è anche il nome del mese di maggio in irlandese ed è anche tradizionalmente il primo giorno di primavera in Irlanda. Fonti gaeliche piuttosto tarde, del X secolo, affermano che i druidi accendevano dei falò sulla cima dei colli e che vi conducevano attraverso il bestiame del villaggio per purificarlo ed in segno di buon augurio e che anche le persone attraversavano successivamente i fuochi con lo stesso scopo purificatorio e fertilizzante. Possiamo supporre data l’etimologia continentale del nome di questa festa proveniente dalla divinità apollinea Belenos presente nel Norico e nelle Gallie e che, come appellativo di Apollo, permane fino alla cristianizzazione dell’Occidente Romano, e dalla persistenza di falò di Maggio e riti contadini nelle aree celto-latine d’Europa, che rituali simili fossero celebrati anche dalle popolazioni celtiche continentali, quali quelle di origine gallica della Cisalpina e quelle di origine norico-danubiana del Friuli e dell’alto Adriatico.

    Alla ricerca della persistenza dei rituali di Maggio nella nostra Penisola ci siamo ritrovati nuovamente nel Frignano, vale a dire l’alto Appennino Modenese, terra ricca di Tradizione e magia particolarmente cara al nostro Sodalizio, dove rivivono nei volti, nei nomi locali di cose e luoghi, nelle leggende e tradizioni e persino nella cucina praticamente tutte le diramazioni etniche e tradizionali che hanno contribuito a forgiare la particolarità di questa contrada appenninica, Celti, Liguri e Romani in primis, ma anche remote influenze Etrusche e più tardive commistioni Germaniche. Ascrivibili alle tracce che la Romanità ha lasciato nel Frignano sono probabilmente le tradizioni legate al Cantar di Maggio, festeggiamenti di natura canora e celebrativa. Queste feste contadine, diffuse non solo nel Frignano ma in tutta l’Alta Italia da Umbria e Toscana fino a Piemonte e Lombardia passando per la Liguria, con probabile epicentro nell’etno-regione delle Quattro Province sono grosso modo identificabili in due filoni principali, uno di aspetto ‘civile’ e giulivo, l’altro di aspetto legato alla sfera religiosa e funebre, attinente ad un altro e maggiormente inquietante aspetto che andremo a discutere in seguito.
    Al filone ‘civile’ e popolare delle festività di Maggio troviamo nel Frignano e in particolare nella contrada di Riolunato (Ardunndlà) le tradizioni canore del Maggio delle Ragazze e delMaggio Epico (o” drammatico”). Trattasi il Maggio delle Ragazze di un piccolo componimento in quartine esprimente gli affetti inspirati dalla fiorente Primavera, che i giovani di Riolunato cantano, l’ultima sera d’Aprile, accompagnati da un concerto di violini, sotto alle finestre delle loro amanti a guisa di serenata, dopo aver fatto una sorta di saluto alle autorita’ del paese, vale a dire, al giorno d’oggi, al sindaco e al parroco. Includiamo qui il testo della canzone, anche se vi e’ da dire che alla stessa sono sempre aggiunte strofe improvvisate o piccole poesie, sovente in lingua locale, che non sono state raccolte dalle nostre fonti.

    Ecco il ridente maggio
    ecco quel nobil mese
    che sveglia in alte imprese
    i nostri cuori.
    È carico di fiori
    di rose e di vïole
    dipinge come suole
    ogni riviera.
    Ecco la primavera
    ecco il tempo novello
    tornar più che mai bello
    e più giocondo.
    Ecco che tutto il mondo
    si riempie d’allegrezza
    di gaudio e di dolcezza
    e di speranza.
    La va per ogni stanza
    la vaga rondinella
    in questa parte e in quella
    a farsi un nido.
    Fanciullin cupido
    che per noi spiega l’ale
    con arte tien lo strale
    e le saette.
    In ordine si mette
    per salutar le ninfe
    per salutar le ninfe
    e varï augelli.
    Ecco i pastorelli
    co’ loro ardenti cani
    intorno alle campagne
    e Largo i campi.
    Torniamci a ritrovare
    in bel maggio fiorito,
    che di nuovo fa invito,
    qui al ritorno.

    Questa versione, risalente all’800 e’ la più vecchia reperibile tra le trattazioni etno-musicologiche a noi pervenute. Un manoscritto dell’epoca recita, a commento del testo: “Questi sono i versi così detti maggio che cantano tutti sopra al medesimo versetto, poi aggiungono qualche piccola stroffa da loro improvisata, adatta alle circostanze. Ciò poi da luogo ad una delle più strepitose veglie, di lusso, montanine, poichè le ragazze a cui fu’ cantata la poesia, e fu loro dedicata qualche improvisata stroffa, che i toscani chiamerebbero rispetti, danno mano a manipolare dei dolci; e convenuto poi il giorno della festa, i giovani con solenne processione vanno a prendere queste torte e portandole, quali troffei in trionfo, fra gli allegri brindisi ed il rumore che soffoca il suon degli strumenti a corde si conducono nella sala a bella posta apparecchiata e quivi celebrato un solenne banchetto passano alla danza finché stanchi poi ritornano alle proprie case contenti di avere anche per quell’anno esaurito il loro programma»

    Difficile, siccome il tutto si svolge alla vigilia di Calendimaggio, nel bel mezzo degli antichi Ludi di Flora in cui vino, scherzi, folklore pastorale e allusione sessuale non furono mai mancanti, non notare una analogia tra le antiche celebrazioni primaverili di fertilità e questa antica tradizione locale. In questa ed altre zone dell’Alta Italia, a fianco di questa rimanenza di chiara origine romano-italica troviamo anche tutta una serie di motivi folkloristici che, per la loro persistenza oltralpe e nelle isole britanniche, possiamo invece ascrivere a tracce della presenza celtica, come il palo di Maggio, antichissima tradizione dall’Appennino fino al Piemonte che nulla ha a che vedere con i postumi e massonici “alberi della libertà” e l’elezione della bella del paese come Regina di Maggio, quest’ultima usanza talmente radicata tuttora nel folklore britannico ed irlandese da aver dato vita, distorta e passata oltreoceano, al fenomeno delle miss dei college americani. Come per quanto riguarda le tradizioni legate alla notte dei morti alle calende di Novembre storpiate di recente nel postmoderno Halloween di ritorno dall’America, occorrerebbe al più presto che i Cisalpini riconoscano e proteggano queste usanze folkloristiche e che non le scambino per “irlandesi” e per questa ragione le smarriscano magari ancora più in fretta.
    E’ da notare la particolarità per cui il maggio delle ragazze e’ cantato in italiano, perlomeno già dall’800, in una contrada in cui la lingua locale differisce notevolmente da quella nazionale conservando palesi connotazioni gallo-romanze. Ma c’è di più: nel 1911 il Nascinbeni, letterato e studioso di usanze locali, dimostrerà la derivazione dei Maggi attuali da un piccolo componimento di Giulio Cesare Croce, vale a dire la “Canzonetta da cantarsi per le fanciulle nell’entrata del bel Mese di Maggio, su l’aria di A piè d’un colle adorno”. La poesiola del Croce la troviamo in parte storpiata dalla trasmissione orale, e in parte adattata alla pronuncia locale come, in differenti versioni attraversa, tutta l’area di diffusione delmaggio delle ragazze. Come mai una tradizione cosi’ antica, attestata almeno dal ‘300, utilizza un testo cosi’ relativamente recente? La poesiola del Croce deve essere stata introdotta per la sua semplicità ed agreste bellezza, facilmente comprensibile anche dal popolo, ad opera di un paesano istruito, o forse da parte di un sacerdote o di un aristocratico, in un qualche momento dell’era moderna, precedentemente ai primi manoscritti ottocenteschi. Probabilmente la natura improvvisata dei Cantar di Maggiofaceva si che i componimenti variassero di anno in anno, fino alla messa in musica della canzone del noto letterato persicetano, che ebbe un notevole successo nel ‘800 e nel ‘900 ed ancora oggi, complice forse l’essere in quella lingua franca che sempre più persone cominciavano ad apprendere e l’opera di diffusione instancabile dei musicisti erranti, e che si diffuse rapidamente in tutto l’arco appenninico settentrionale. Un’altra ipotesi, che resta nella pura speculazione, potrebbe essere quella di un Giulio Cesare Croce che trascrisse a sua volta un Cantar di Maggio del suo periodo, proveniente dall’area toscana o comunque dall’Italia peninsulare a sud dell’Appennino. Musicalmente vi e’ da dire che il Maggio delle Ragazze, nonostante sia un canto intrinsecamente legato al centro-nord-ovest del Paese, suona forse atipico tra la musica tradizionale emiliana, risultando apparentemente simile a soluzioni musicali dell’Italia centrale. In ogni caso ci piace pensare che la canzonetta del Croce sia stata scelta come canzone topica dei riti paesani del Maggio proprio in virtù del suo essere estremamente vicina allo spirito originario e pre-cristiano delle celebrazioni di Primavera, con tutti i suoi rimandi paganeggianti a ninfe, pastori, cani da caccia e amorini, non importa se questo sia avvenuto in maniera consapevole o meno.
    Altro dibattito che vorremmo affrontare, per ora senza soluzione alcuna, e’ quello riguardo a come questa tradizione di chiara origine pagana, romana o se vogliamo gallo-romano-ligure si sia preservata attraverso i secoli. Gli unici accenni che abbiamo sono rintracciabili in una agiografia di S.Francesco, dove come facezia a riguardo dei suoi anni giovanili, si accenna al fatto di come i ‘Chantar di Maggio’ si siano diffusi in Italia Centrale a partire dall’influenza della musica e della cultura occitana ed arpitana, da parte dei trovatori provenzali. Sarebbe interessante, ma purtroppo attualmente oltre la nostra portata sconfinando dall’etnografia alla filologia romanza comparata, dedurre se le rimanenze pagane dei canti di Maggio siano stati conservati nella loro forma attuale nella Francia centro-meridionale oppure nell’area ligure o cisalpina. In ogni caso la nostra piccola ricerca ci ha dato una ulteriore conferma di quanto il mondo occitano e il mondo ligure e cisalpino siano stati legati nella storia fin dalla più remota antichità e di quanto il mondo gallo-romano meridionale abbia conservato, pur con la sua specificità locale, del mondo romano pre-cristiano, forse per via della sua maggiore lontananza dalla presenza ammorbante dello stato temporale della Chiesa e dalla bizantinizzazione che nel Sud tanto ha infierito sulle rimanenze pagane autoctone.

    Torniamo quindi agli aspetti tradizionali che i nostri Avi attribuirono al mese di Maggio. Sia tra i Celti che nel mondo Italico-Romano, oltre al tema della fertilita’ primaverile, troviamo anche altri aspetti, se vogliamo maggiormente inquietanti ma non per questo meno presenti, a proposito della natura sottile di questo Mese. Specularmente opposta e complementare a Samonios, festa dei morti attorno ai primi di Novembre, Beltane è una porta aperta sull’Altro Mondo, il gaelico Sidhe. Il folklore europeo, in particolare quello relativo alla Notte di Valpurga, parallela festività tedesca rimanenza di più antiche celebrazioni germaniche, mette in guardia dai ‘morti insoddisfatti’, defunti privati della degna sepoltura o morti in modo traumatico, che infesterebbero le campagne e i boschi nelle notti di Primavera, in maniera analoga alla ‘Caccia Morta’ che secondo la tradizione europea anche nord-italica prende luogo ad Ognissanti. Le precauzioni verso ombre e spiriti maligni e’ probabilmente di origine indoeuropea antichissima o addirittura precedente e la ritroviamo nella Tradizione Romana con l’usanza di stornare i cattivi influssi dei lemuri, morti insoddisfatti, nelle celebrazioni private dei Lemuralia, usanza tra le più antiche di Roma, che si attribuisce a Romolo stesso, celebrata il 9, l’11 e il 13 di Maggio dal paterfamilias, che pronunziando le debite formule gettava alle spalle nove fave di colore nero. Anche questa tematica sopravvive nei riti agresti di Maggio del Frignano e dell’Alta Italia; troviamo, sempre a Riolunato, il caso esemplificativo del Maggio delle anime purganti, dai tratti maggiormente ritualistici e inerenti alla religiosità ufficiale. Si tratta di un componimento canoro che viene cantato la prima domenica di Maggio in processione al seguito del parroco, in cui si narra delle anime insoddisfatte del purgatorio, e si esortano i concittadini a donare piccole somme destinate alla liturgia in onore dei defunti. Per la semplice ragione che la religione ufficiale, il Cattolicesimo, probabilmente a partire dalla Controriforma, non poteva tollerare che alla sfera dei defunti ci si appellasse con ritualità ‘profane’ e di origine pagana, il Maggio delle anime purganti appare come notevolmente aderente ai canoni cristiani, e deve essere presieduto da un prete cattolico. In ogni caso lo stornare i defunti insoddisfatti, le anime meschine, proprio in occasione della prima meta’ di Maggio chiarisce un ulteriore tassello per identificare l’entità della sopravvivenza di tematiche pagane nel nostro Appennino.
    Luigi Pellini: Maggio: il mese legato alle antiche tradizioni pagane, che riescono a superare i millenni
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  3. #3
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    Le bende della Mummia di Zagabria







    Nel 1848 d.C. l’eccentrico collezionista croato Mihajlo Barić si recò in Egitto e acquistò un sarcofago contenente la mummia di una donna. Il cadavere rimase a lungo esposto come decorazione nella casa di Barić, e poi, dopo la morte di questʼultimo, passò al Museo Archeologico di Zagabria, senza che nessuno notasse nulla di particolare. Le bende della mummia, in realtà, erano ricoperte da scritte, ma queste risultavano così corrotte da impedire una decifrazione: gli studiosi pensarono quindi che si trattasse di un incomprensibile testo religioso egizio e accantonarono il reperto. Fu solo nel 1892 che un esperto linguista si accorse di una peculiarità che avrebbe reso la mummia famosa in tutto il mondo: le scritte su di essa non erano egizie, bensì, incredibilmente, etrusche.
    Oggigiorno, la “mummia di Zagabria”, con le sue circa 1200 parole, è il manoscritto etrusco più lungo in nostro possesso. Purtroppo risulta ancora in gran parte illeggibile a causa delle condizioni deteriorate, ma gli studiosi concordano sul fatto che si tratti di un calendario rituale, databile al III secolo a.C. L’enigma sulla sua storia permane: perché mai un libro sacro degli etruschi venne usato per mummificare una donna in Egitto? Sebbene vi siano tantissime ipotesi, gli studiosi non sanno dare una risposta definitiva.

  4. #4
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    Un produzione indipendente, non può essere altrimente per un film intelligente!

    I Disperati - Fiume 1920- Il film

    13 dicembre 2018 ·

    A dicembre 2020 saremo nelle sale cinematografiche con il film
    "I DISPERATI - Fiume 1920". Saranno passati 100 anni esatti. Sarà questo film indipendente a raccontare di quella incredibile, straordinaria (e sconosciuta) impresa. Gabriele D'Annunzio, Marinetti, Keller, Comisso, Carli, De Ambris, Giuriati, Passavanti, la Marchesa Incisa di Camerana.
    I ragazzi della "Disperata", soprattutto.
    Tensioni, splendori e miserie di quella festa rivoluzionaria, di bravate futuriste e di utopie, di trasgressione sessuale e di pirateria, di gioco, di guerra. Inizia da oggi l'avventura produttiva del film.
    Seguiteci. A breve date casting e tanto altro. Si va!








    I Disperati - Fiume 1920- Il film

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  5. #5
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    FORSE CHE SI FORSE CHE NO


    Il soffitto del Labirinto preso il Palazzo Ducale di Mantova


    Labinto Palazzo Ducale di Mantova.
    Vi è impresso il motto “Forse che si, forse che no”, che il marchese Francesco II trasse con ogni probabilità da una musica allora popolare, una frottola amorosa.. Questa frase fu poi ripresa da Gabriele D’Annunzio come titolo per un suo romanzo.
    Molti sono i riferimenti alchemici sia nel castello di San Giorgio (o Palazzo Ducale), che poi saranno ripresi anche a Palazzo Te altro luogo incantevole carico di simboli e di messaggi esoterici.
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  6. #6
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    Le pietre del destino
    MOCHI BALLS...








    Le Mochi sono state usate per secoli da Sciamani indiani delle tribù nord americane e, anche se solo recentemente scoperte negli U.S.A., erano già note in scavi archeologici d’altri continenti. Sono raccomandate nell’uso d’antiche e moderne pratiche esoteriche, la canalizzazione superficiale indica che queste pietre sono adatte per le invocazioni sia nel cammino dell’evoluzione personale sia nelle situazioni di guarigione; nell’ambito del lavoro spirituale individuale queste pietre si connettono con l’energia della terra.

    Le Mochi portano la sintesi della dualità maschile e femminile dovuta ad una deposizione degli strati ferrosi con diversa carica magnetica. Rendono consapevoli e fanno apprezzare e riconoscere l’indipendenza della propria natura.

    Le Mochi se tenute in mano aiutano nei viaggi interiori e nelle meditazioni, stimolano un effetto energizzante sul campo energetico ricaricando le zone dove sono poste, riequilibrano Yin e Yang.

    Il maschio (tondo) va tenuto nella mano sinistra, la femmina (piatta) nella mano destra.

    Le Mochi possono essere usate per allineare i centri energetici, per rimuovere blocchi psichici, per stimolare il chi , per stabilizzare e proteggere. Quando sono poste il maschio sulla Corona e la femmina sul primo Chakra o sotto la pianta dei piedi, le vibrazioni generate purificano e normalizzano la colonna dei Chakras e il flusso d’energia lungo la spina dorsale. Utilizzate sul terzo occhio possono indurre chiaroveggenza e percezioni di vite precedenti.

    Le Mochi fungono da poli protettivi se collocate in un ambiente, sprigionando un’amichevole energia. Sono state considerate sacre dal popolo Navajo. Usate per pratiche magiche e per guarigioni dagli Sciamani e dai Capi Indiani tanto da essere anche chiamate “Shamans Stones”.

    Queste pietre, formatesi misteriosamente circa 130-155 milioni di anni fa e rinvenute alla base del Navajo Sandstone, sono ruvide e di forma sferica. La parte esterna è formata da un massiccio deposito ferroso naturale e l’interno è composto da arenaria finissima color corallo .

    Le Moqui Balls, dalla forma arrotondata e dal colore nerastro si trovano nello Utah e sono alquanto simili, per forma e proprietà energetiche, alle Boji Stones, alle Kejapo Stones ed alle Kansas pop rocks; sono chiamate anche Moki Marbles o Pietre dello Sciamano, in quanto si ritiene siano potenti alleati sia nel cammino di evoluzione personale che nelle situazioni di guarigione.

    Nell’ambito del lavoro spirituale individuale queste pietre ci connettono con l’energia della terra; esse possiedono un’emanazione energetica maschile-femminile bilanciata che risulta sia stabilizzante che energizzante; fortemente protettive, assorbono negatività ed accumuli nei campi energetici rinnovandoli e purificandoli.

    L’arenaria, che costituisce il nucleo del globulo, è una sabbia, e cioè silicio, che possiede una emanazione riequilibratrice, come il cristallo di rocca , anch’esso silicio. L’ossido di ferro del guscio, invece, possiede una emanazione di forza e rivitalizzante. L’emanazione energetica della parte esterna “veicolata” dall’emanazione di quella interna (silicio) e dalla frequenza del colore rosa dell’arenaria fa sì che queste sfere siano fortemente riequilibrartici di Sushuma attorno al quale si incrociano Ida e Pingala, le due nadi.

    Si dice che gli sciamani appartenenti a varie tribù dei nativi d’America usassero le Moqui Balls per i contatti di iniziazione e per approfondire l’interazione con le proprie guide animali.

    Si può collocare una di queste pietre sul 7° chakra ed un’altra sul 1°, o sulle piante dei piedi: le vibrazioni generate purificheranno tutti i centri energetici e normalizzeranno, riattivandolo, il flusso di energia lungo la spina dorsale. Una Moqui Ball, posta sul terzo occhio favorirà la chiaroveggenza e la percezione di eventi distanti o addirittura di vite precedenti.

    Le Moqui hanno un sottile effetto magnetizzante sul campo energetico, sgombrano e ricaricano le zone dove sono poste. Sono particolarmente efficaci quando ne viene tenuta una in ogni mano durante i viaggi interiori o la meditazione. Poste sotto il cuscino favoriscono l’attività onirica ed il ricordo dei sogni al risveglio; amplificano l’abilità individuale di vedere oltre il velo delle apparenze fino al cuore della realtà.

    Gli indiani d’America le conoscono da centinaia di anni e le usano per curarsi e curare le persone. Sono pietre viventi che provengono da un’altra dimensione, sono un dono per gli uomini delle terra e oggi queste pietre desiderano essere conosciute da tutti. I loro meravigliosi effetti consistono nel rigenerare le nostre energie e da negative trasformale in positive, sono dei trasmutatori energetici, sono abitati da genie benefici, i così detti deva della natura.

    Fra loro ci sono maschi, femmine e anche ermafroditi. Il maschio è fatto come un disco volante, la femmina è liscia e tonda, l’ermafrodito è bifacciale. Vanno tenuti in coppia, poiché traggono luna dall’altro la loro Energia. Essendo esseri viventi, bisogna avere una particolare cura, hanno bisogno di carezze e coccole, di essere esposti al sole del primo mattino e del tramonto, di prendere aria e di fare il bagno di Luce lunare nella notte di luna piena. Bisogna pulirli di tanto in tanto con uno spazzolino da denti per rimuovere la polvere e i residui che rimangono sulla superficie. Per pulirli non bisogna utilizzare l’acqua, perché resterebbe nel sabbioso interno della pietra.

    Gli indiani raccontano di vederli uscire dalla terra in formazioni piramidali e di tutte le dimensioni. La superficie della pietra può modificarsi, possano uscire fuori dei volti oppure anche delle sagome di animali.

    Poiché i Moquis sono esseri viventi dovrebbero essere trattati come tali. Non dovrebbero mai rimanere trascurati in un angolo buio oppure in una scatola chiusa. Se non vengono utilizzati, essi possono morire, cioè la pietra rimane come un corpo senza anima.

    Messi sotto il cuscino di notte possono procurare dei sogni particolari. Ma le persone soggette ad incubi notturni non devono usarle per tale scopo.

    Tenendoli semplicemente in mano, la femmina a sinistra e il maschio a destra, ripristinano le energie del corpo e dell’Aura, dando senso di sollievo e benessere sia fisico che mentale. Vanno molto bene per accompagnarci nella meditazione e per la purificazione dei chakra. Servono anche per togliere dolori di qualsiasi tipo. La pietra maschile è più forte energeticamente e può essere utilizzato anche da solo. Quando non si usano o si lasciano a riposo bisogna mettere le pietre luna accanto all’altra affinché possano rigenerarsi energeticamente fra loro.

    Nell’ambito del lavoro spirituale individuale queste pietre ci connettono con l’energia della Terra. Esse hanno un’energia maschile-femminile bilanciata che è sia stabilizzante che energizzante.

    Le pietre dello sciamano sono utili per i contatti di iniziazione. Sono delle alleate fortemente protettive e assorbono le negatività e gli ingorghi energetici dei chakras trasformandoli in energia disponibile e utilizzabile. Questo rende le pietre molto utili nel lavoro di guarigione e come agente di purificazione degli ambienti.

    Quando una di queste pietre è posizionata sulla corona e l’altra sul primo chakra o sulla pianta dei piedi, le vibrazioni generate purificano la colonna dei chakras e normalizzano il flusso di energia lungo la spina dorsale.

    Utilizzare una pietra dello sciamano sul terzo occhio può indurre chiaroveggenza e percezione di eventi distanti.

    Queste pietre hanno un sottile effetto magnetizzante sul campo energetico, sgombrano e ricaricano le zone dove sono posizionate. Sono particolarmente efficaci quando ne viene tenuta una in ogni mano durante i viaggi interiori o la meditazione.

    Le pietre sciamaniche possono amplificare l’abilità individuale di vedere oltre il velo delle apparenze fino al cuore della realtà e possono aiutare ognuno a connettersi con lo spirito del nostro pianeta e con tutte le sue più piccole divinità.

    Come gli esseri umani le pietre Moqui hanno anche loro preferenze e simpatie fra loro.

    Le vibrazioni dei Moqui Marbles sono da paragonare alle forze di pietre extraterrestri. Soltanto i Meteoriti, Tectite e Moldavite hanno delle simili frequenze.

    I Moqui Marbles si possono anche bene combinare o abbinare a queste pietre. Vanno molto d’accordo anche con le pietre dure e le pietre preziose terrestri. Con esse accelerano e rafforzano persino le loro caratteristiche curative.

    Le Persone nervose e ansiose possono rilassarsi con l’uso delle pietre. Basta metterle sul plesso solare, possono sciogliere qualsiasi blocco di energia. Anche le nostre piante e gli animali possono usufruire delle loro forze. Non sono manipolabili e non possono essere usate per scopi dannosi.

    Le pietre devono essere utilizzate soltanto da una persona, perché si adeguano solo all’energia del loro possessore.

    Il nome Moqui Marbles deriva dalla lingua indiana che indica “fedele amato”

  7. #7
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    "Quando ci innamoriamo, incominciamo a immaginare; e quando incominciamo a immaginare, ci innamoriamo."
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  8. #8
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    La Fenice, simbolo d’immortalità...
    Ci sono idee che sono nate nella mente dell’uomo fin dai primi tempi e che non sono più scomparse. Sembrano quasi dei chiodi fissi, che si sono inculcati in tutte le culture e mitologie del mondo e che sopravvivono tutt’ora, anche se in altre forme.
    Un concetto che ritorna insistentemente in tutte le popolazioni antiche è quello di rigenerazione. Questa idea si è concretizzata in diversi modi: attraverso i riti propiziatori che favorivano la ciclicità dei fenomeni naturali, o rituali di passaggio che purificassero il defunto perché potesse rinascere nell’al di là, o ancora concezioni cicliche del tempo, che era destinato inesorabilmente a ripercorrere i propri passi.
    Per rappresentare il concetto di rigenerazione, però, i popoli antichi ricorrevano anche a delle creature immaginarie, che si configuravano come veri e propri simboli del pensiero degli uomini. Una di queste è la Fenice, l’uccello mitologico che dopo la morte rinasce dalle proprie ceneri.
    I primi a parlare di questo favoloso pennuto furono gli Egizi, che nel loro pantheon annoveravano ilBenu o Bennu , che dapprima aveva le sembianze di un passeraceo e poi divenne un trampoliere dal becco lungo e sottile, con due piume dietro il capo. Tale uccello venne associato al sole e alla divinità solare Ra, quindi rappresentava il cammino dell’astro nel cielo, che sorgeva e tramontava. Il Bennu era identificato inoltre con il pianeta Venere, chiamato la Stella del Mattino, come dimostra questa invocazione:
    «Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»
    A causa del suo aspetto simile a un airone, il Bennu era una figura che annunciava il ritorno di un periodo fertile e prospero. L’airone, infatti, era solito comparire sulla sommità delle rocce del fiume Nilo dopo la periodica inondazione che fecondava la terra con il limo. La connessione con la fertilità e con le forze vitali è dimostrata anche dal fatto che il Bennu divenne una rappresentazione di Osiride, il dio che muore e risorge.
    Un mito egizio della creazione narra, addirittura, che il Bennu fosse il primo essere animato a sorgere sulla collina emersa dal caos delle acque primordiali. Secondo la leggenda, il Bennu sarebbe nato dal fuoco che ardeva sul sacro salice di Eliopoli.
    Di Bennu ne poteva esistere solo uno alla volta, proprio come il sole. Era sempre di sesso maschile e viveva in prossimità di una sorgente d’acqua fresca, in un’oasi dell’Arabia che era pressoché introvabile. Lì, ogni mattina faceva il bagno nell’acqua della fonte e intonava una melodia talmente soave che il sole fermava il suo corso per ascoltarla. Talvolta lo si poteva veder volare a Eliopoli per depositarsi sul salice sacro o sull’obelisco all’interno della città.
    Dall’Egitto, la leggenda si diffuse in Grecia grazie a Esiodo ma soprattutto a Erodoto, il primo che descrisse in modo preciso l’aspetto della Fenice e le sue caratteristiche. Secondo lo storico greco l’uccello era più o meno della grandezza di un’aquila e il suo piumaggio era in parte oro brillante e in parte rosso cremisi. Nonostante l’aspetto dell’animale sia profondamente cambiato rispetto alla tradizione precedente, Erodoto si riallaccia comunque al culto egiziano, affermando che la Fenice giungeva dall’Arabia a Eliopoli ogni cinquecento anni, in occasione della morte del genitore, le cui salme erano state imbalsamate in un uovo di mirra. La nuova Fenice portava con sé l’uovo per depositarlo e bruciarlo sull’altare del dio del sole.
    Sempre Erodoto ci svela che, prima di morire, la Fenice si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido di incenso e cannella sopra una quercia o una palma, accatastando le piante aromatiche in modo da formare un uovo. Dopodiché, adagiatasi nel giaciglio, lasciava che i raggi del sole incendiassero il nido e si lasciava consumare dalle fiamme. Incendiandosi, le piante aromatiche diffondevano un dolce profumo, che accompagnava sempre la morte della Fenice. Dalle ceneri, poi, spuntava una larva o un uovo, che i raggi del sole contribuivano a trasformare in una Fenice adulta in tre giorni attraverso il loro calore. In seguito, come già accennato, la nuova creatura si dirigeva verso Eliopoli e si posava sull’albero sacro...







    3

  9. #9
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    La storia di Roma legata al mondo etrusco!





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    Gli affreschi della Tomba di François di Vulci | TusciaUp
    ArcheologandoGli affreschi della Tomba di François di Vulci di Francesca…

  10. #10
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    Predefinito Re: L'immortalità del grande universo pagano

    Questa mattina aspettando la nascita del sole al Piloton dietro il castello di Montorio (VR)


    I primi raggi hanno lambito una folla numerosa che religiosamente aspettava la nascita del Sole in un giorno di festa fra i giorni di festa. Anno dopo anno la fiumana di gente aumenta, ricordo quando 20 anni fa eravamo solo in due ad aspettare la fine della Notte di Mezza Estate, che il dio della luce ci aiuti!



 

 
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