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Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Pesài s’Indipendentzia.

    Come anticipato nel post sulla proposta di Referendum popolare di appartenenza alla Nazione sarda, proverò a riprendere e sviluppare il documento-manifesto a supporto, in una sorta di work in progress.
    Lascerò le argomentazioni in sola lettura, quindi chi eventualmente vorrà interloquire potrà farlo in una discussione parallela.
    Le tracce (o indice provvisorio) erano già state individuate circa sei anni orsono ed alcune di queste abbozzate seppure a macchia di leopardo, senza quindi rispettare una particolare sequenza logica, oltre che palesemente “datate” in alcuni contenuti.
    In questo caso rispetterò la successione sotto riportata, avvertendo che i tempi di elaborazione per certi argomenti saranno lunghi. Tanto non ho fretta, anche se “su tempus est s’inimigu”.
    Il dodicesimo punto era previsto qualora il testo fosse stato espressione di un soggetto politico che ancora non è nato.
    Naturalmente qualcosa potrebbe anche cambiare in corso d’opera.


    Pesài s’Indipendentzia.


    1. Introduzione.

    2. La Sardegna nel contesto europeo e mediterraneo.

    3. Indipendenza economica o istituzionale?

    4. Il concetto di Nazione.

    5. Nazioni senza Stato in Europa.

    6. Il concetto di Nazione nella Costituzione italiana.

    7. Concetto di “sovranità” nella Costituzione Italiana.

    8. Popolo, Nazionalità, Stato, Cittadinanza: definizioni.

    9. La Nazione sarda.

    10. Referendum di appartenenza alla Nazione sarda.

    11. Pesài s’indipendentzia: programma.

    12. Identità politica.

    Riferimenti bibliografici e sitografici.

    Appendice: ipotesi di Costituzione della Nazione sarda.

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Re: Pesài s’Indipendentzia.

    Pesài s’indipendentzia


    1. Introduzione.


    Anche in lingua sarda, una stessa espressione verbale può assumere significati diversi, relativamente al contesto in cui viene usata.
    Così diciamo “pesài domu” per “costruire una casa”, pesài unu fillu (crescere un figlio), pesài un’allega (sollevare una questione); citando pochi esempi.
    Più raramente, lo stesso verbo abbinato ad un determinato sostantivo, ne contiene tutte le accezioni, manifestandole in un unico concetto.
    È ciò che accade nel titolo della nostra tesi “Pesài s’indipendentzia”.
    Dunque: costruire, far crescere, sollevare, ma anche ponderare … l’indipendenza.
    Insomma, dovendo scegliere una delle molteplici definizioni diremmo “considerare, provare a vedere o capire meglio la questione, per coglierne il divenire”, dell’indipendenza appunto.
    Tale incipit chiarisce l’ambito nel quale le argomentazioni si muovono: non quelle dell’autonomia, né del federalismo, e neppure della ricerca di altri artifici pseudo-istituzionali che riteniamo fuorvianti e inefficaci.
    Non l’autonomia, fallita nel momento stesso in cui è nata e dimostratasi dopo 70 anni veicolo di colonizzazione politica, sociale, economica, culturale; non il federalismo in campo italiano, illusione evidenziata nella sostanza dalle “riforme” prevalentemente fiscali di stampo gattopardesco; tantomeno una improbabile “regione associata” all’Europa, prospettiva confusa e inconsistente.
    Solo l’affermazione ed il riconoscimento politico, istituzionale, giuridico della Nazione sarda nel percorso verso l’Indipendenza e la Sovranità del suo Popolo, attraverso una vera e propria “road map”, hanno la dignità di essere intrapresi con determinazione, esplicitandone strumenti e forme.
    Per giungere alla costituzione della Sardegna in Repubblica indipendente.
    Quindi, l’obiettivo primario sarà individuare il grimaldello capace di scardinare la gabbia istituzionale in cui la Sardegna è tenuta prigioniera, e con ciò rimuovere le reali cause delle croniche emergenze derivanti dalla sottomissione coloniale, i cui effetti sono rintracciabili ovunque, quotidianamente.

  3. #3
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Re: Pesài s’Indipendentzia.

    2. La Sardegna nel contesto europeo e mediterraneo.



    Esiste una vastissima letteratura, sviluppatasi dal dopoguerra ad oggi, sugli esiti della “autonomia”, in merito ad ogni aspetto della società sarda.
    A tali analisi, spesso tra loro complementari se non sovrapponibili o interscambiabili, rimandiamo nella bibliografia e sitografia. Ci limiteremo pertanto a formulare una sintesi che, dal nostro punto di vista e rispetto all’intento iniziale, risulti sufficientemente plausibile e documentabile.
    La Sardegna è sempre stata un campo privilegiato di sperimentazioni: come tutte le aree aventi una struttura socio-economica di tipo arcaico, cioè territorialmente poco differenziata per la prevalente economia agro pastorale che tende ad utilizzare estensivamente il territorio, rappresenta il luogo più idoneo per attuare e verificare interventi e strumenti approntati altrove, ed eventualmente destinati ad altre aree, che solo qui possono essere verificati complessivamente.
    In quanto area relativamente “neutra”, quasi come un vetrino da laboratorio - in cui anche le tensioni sociali si attuano come sfida alla penetrazione ideologica, in quanto legate alla storia passata attraverso codici complessivamente alternativi rispetto alla cultura industriale di tipo metropolitano - l'isola ha offerto condizioni ottimali per attuare in forme più disparate sperimentazioni e verifiche della “scienza del governo del territorio”.
    Certo gli interventi condotti in Sardegna fino a questo momento non sono valsi solo a fini sperimentali, tuttavia le esperienze di pianificazione condotte soprattutto negli anni ’60 e ’70, proseguite con l’industrializzazione e le programmazioni negoziate, hanno costituito l'occasione per aggiornare ed arricchire di nuove teorie anche la letteratura urbanistica e territoriale.
    La storia dell'isola ha in questo tipo di sfruttamento delle costanti facilmente individuabili: ancora oggi la Sardegna costituisce un'area del presente capitalistico soggetta ad un processo che può essere paradossalmente definito di “sviluppo capitalistico del sottosviluppo" che ne condiziona le caratteristiche sociali, culturali ed economiche.
    A sostegno della precedente affermazione, riportiamo alcune note sulla destinazione d’uso dell’area sarda nel quadro mediterraneo, e delle forme di governo del territorio che ne conseguono.
    L’ipotesi di base, già formulata in passato da altri studi, da approfondire e riverificare nella situazione attuale, è la natura politica di quegli interventi economici attuati in Sardegna negli ultimi 50 anni che, senza creare e neppure indurre benessere e sviluppo, sul piano produttivo e occupazionale - come promettevano i piani in cui tali interventi erano inseriti - hanno invece portato alla disgregazione sociale ed economica del territorio e ad un ulteriore assoggettamento culturale della popolazione, perpetuando di fatto la storica dipendenza della Sardegna e le sue immutate connotazioni di colonia.
    In particolare si richiamano le problematiche legate alle servitù militari dell'isola e le politiche dei “poli di sviluppo” con l’intervento petrolchimico (soprattutto nella Sardegna Centrale) con gli effetti devastanti indotti da quel tipo di industrializzazione, verificandone l'incidenza e le modificazioni sul piano culturale oltre alle modificazioni dei “sistemi oggettuali” e dei modelli comportamentali.
    All'analisi "strutturale" dei fenomeni di dipendenza, occorre anche aggiungere l'atteggiamento degli strati sociali nei confronti di questi interventi, in relazione alla funzione svolta sul piano ideologico dai mass-media e, sul piano sociale, attraverso l'organizzazione politica del consenso.
    I fattori di tali interventi, confermano (oltre alla consapevolezza determinata dall'appartenere ad una nazionalità oppressa) la necessità di modificare questo processo attraverso l’azione politica.
    In questa sede, si è ritenuto di dover evitare una analisi dei singoli aspetti della realtà economica, sociale, e territoriale della Sardegna, individuando soluzioni parziali o settoriali, senza tener conto dell’utilizzo al quale la Sardegna è stata destinata a livello internazionale e della inesistenza istituzionale di strumenti che permettano di contrastare le decisioni politiche più rilevanti, già prese da governi estranei alla realtà locale.
    Da questo punto di vista, il documento prende in considerazione quale progetto politico globale, effettivamente connesso alla realtà delle contraddizioni, non come proiezione utopica, l'Indipendenza della Sardegna dallo Stato italiano, che è poi la posizione propria di forze e movimenti ormai trasversali alle categorie politiche classiche, per affrontare alla radice i problemi di sempre.
    Ancora oggi, le tematiche politiche sulla Sardegna si collocano all'interno del dibattito sul rapporto tra sviluppo e sottosviluppo, con l'obiettivo di verificare l'esistenza di una dimensione dei fenomeni produttivi e territoriali definibile più propriamente in senso coloniale e, pertanto, non assimilabile alla condizione di sottosviluppo delle altre aree depresse del “mezzogiorno”.
    Per quanto sia tutt'oggi all'ordine del giorno la definizione del rapporto sviluppo-sottosviluppo e sia ancora più complessa e controversa la definizione in senso nuovo del concetto di colonialismo, neocolonialismo e semicolonialismo, possono essere stabiliti alcuni punti come premessa da cui muovere.
    Ci sembra comunque opportuno richiamare la seguente definizione, rintracciabile su Wikipedia:
    "Il colonialismo è definito come l'estensione della sovranità di una nazione su territori e popoli all'esterno dei suoi confini, spesso per facilitare il dominio economico sulle risorse, il lavoro e il commercio di questi ultimi. Il termine indica anche l'insieme di convinzioni usate per legittimare o promuovere questo sistema, in particolare il credo che i valori etici e culturali dei colonizzatori siano superiori a quelli dei colonizzati."
    In Sardegna, alcuni elementi che caratterizzano tale condizione sono:

    1. l’occupazione militare di ampie zone del territorio;
    2. l’utilizzo dell’industria con l’impianto di aziende slegate dalla cultura e vocazioni produttive del luogo;
    3. il sovvertimento della struttura socio economica preesistente;
    4. l'attacco alle forme di autoconsumo e il drenaggio dei salari erogati sul luogo attraverso la vendita di beni di consumo importati dell'esterno;
    5. la discriminazione e l’assenza di tutele nell’assegnazione degli impieghi pubblici e nei posti di lavoro più qualificati;
    6. la rapina delle risorse naturali;
    7. l'aumento continuo del divario economico tra Stato e colonia;
    8. la contraffazione sistematica della propria storia soggetta alla distruzione delle sue testimonianze;
    9. l'emigrazione di giovani che si trasferiscono nelle “metropoli” per svilupparne l'economia, col conseguente spopolamento dei paesi.
    10. l'utilizzazione della borghesia locale come intermediaria di quella “continentale”;
    11. la degradazione ecologica del territorio;
    12. l'oppressione e sradicamento culturale e della nazionalità.

    Attualmente, in Sardegna, i punti su indicati sono chiaramente presenti; inoltre, dalla storia anche recente, emerge una precisa destinazione d’uso dell’Isola come “area soggetta a servitù”, collocata strategicamente nel Mediterraneo, dettata dalle esigenze e dalla volontà di imprese e governi esterni, trasformando l’isola in:

    • servitù militare;
    • servitù carceraria;
    • servitù petrolchimica;
    • servitù energetica;
    • servitù di consumo;
    • servitù turistica;
    • servitù fiscale;
    • servitù creditizia;
    • servitù economica in generale.

    Ciononostante, la stessa sinistra, “nuova” e “tradizionale”, a parte alcune voci discordi ed emarginate, non ha mai voluto riconoscere l’esistenza di una realtà coloniale e, tantomeno, di una “questione nazionale” sarda.
    Questo atteggiamento, dettato in gran parte dalla paura dei vertici dei partiti di mettere in discussione la propria unità organizzativa e inoltre da una malintesa interpretazione dell'ortodossia marxista, si è manifestato spesso attraverso una serie di posizioni che hanno coinciso di fatto con le esigenze di sviluppo dell'industria capitalistica e con gli intenti prevaricatori dello Stato italiano, pur di contrastare le spinte anticolonialiste e “nazionalitarie”.
    Storicamente, gli effetti più macroscopici di tale atteggiamento, tuttora diffuso negli ambienti di sinistra, sono:

    1. l'avere assunto una posizione favorevole all'insediamento di industrie complessivamente slegate dall'economia preesistente con l’intento di “operaizzare” le comunità locali e in ciò determinare un terreno più favorevole allo sviluppo quantomeno di nuove sezioni sindacali italiane e di logiche politiche esterne.
    Tale posizione, non ha mai nascosto l'intento distruttivo della cultura locale vista dal governo italiano come una espressione estranea ai valori e alle leggi dello Stato e, dai partiti di sinistra, come un ostacolo all'unificazione delle lotte secondo gli schemi, i ritmi e gli slogan della metropoli;
    2. l’aver accettato di fatto l’emigrazione, ignorando completamente l’enorme potenziale di lotta insito all’interno di tale fenomeno.

    Tale accettazione non è stata sempre passiva tant'è che in molti casi, le iniziative per il ritorno degli emigrati sono state contrastate duramente perché ritenute conservatrici dell’assetto tradizionale.
    La tesi con cui viene sostenuta questa posizione, definita da alcuni "teoria del cavaliere errante per il socialismo", consiste nel ritenere che l'emigrato sia essenzialmente un lavoratore e, pertanto, si accontenti di lottare ovunque si trovi, a Torino, a Francoforte e a Parigi, contro il proprio padrone in quanto espressione del capitalismo internazionale.
    Negli ultimi anni, tuttavia, considerata l’eccezionalità della crisi a cui la Sardegna in particolare è sottoposta, le tematiche sull’indipendentismo e la Nazione sarda, sono entrate nel dibattito comune e non più considerate con un atteggiamento di sufficienza. Ciò è dovuto anche alle nuove generazioni che per motivi di studio o lavoro hanno vissuto fuori dalla Sardegna, decidendo di rientrare con la piena consapevolezza di se e della propria appartenenza nazionalitaria.

  4. #4
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    Predefinito Re: Pesài s’Indipendentzia.

    3. Indipendenza economica o istituzionale?

    "Meglio una Repubblica di straccioni
    che una Colonia di miserabili".

    (Antonio Simon Mossa)


    Dalla precedente lettura del contesto politico economico sociale “autonomistico”, per quanto parziale, non dovrebbe più sorgere alcun dubbio su quali debbano essere le priorità da affrontare, rispetto all’essenza causale del malessere - da individuare con estrema precisione – che ha ridotto il Popolo sardo e la sua terra in una situazione agonizzante.
    Il vero problema non è mai stato di carattere solo o prevalentemente economico, tuttaltro.
    Non si devono confondere le cause con gli effetti.
    Si può infatti sostenere che lo Stato italiano ha usato ed imposto modelli economici completamente estranei al nostro territorio, mortificando ed impedendo l’evolversi della cultura produttiva locale, radicata nella tradizione e nel rispetto dell’ambiente. Una cultura comunque aperta all’innovazione, funzionale ai bisogni dei Sardi, in grado di esaltarne qualità e specificità, senza alterare ecosistemi e biodiversità presenti.
    Una cultura economica organica, “a tutto campo”, che nasce dalla nostra storia millenaria - le cui “presunte” dominazioni non hanno cancellato – e capace di orientare il proprio futuro riscattandosi, nel contesto internazionale.
    La dipendenza è soprattutto legata a segmenti produttivi e industriali che, paradossalmente, importando materie prime per le lavorazioni di base e lasciando inquinamento e miseri salari vede viceversa l’esportazione di risorse materiali locali, la cui trasformazione ed il conseguente valore aggiunto viene effettuato fuori dall’Isola e poi magari importando nuovamente i prodotti a caro prezzo.
    Ora, se l’economia delle imprese italiane, europee o multinazionali che operano in Sardegna entrano in crisi, chi ne fa le spese sono stati e saranno sempre i lavoratori sardi.
    In sostanza, il nodo che ha impedito e tuttora impedisce l’evoluzione virtuosa del sistema economico sardo, in un contesto “glocal”, è l’assenza di potere decisionale anche in materia di politica economica da parte della “Regione Autonoma della Sardegna” sul proprio territorio e nella rappresentanza in ambito europeo e internazionale.
    Pertanto, l’ostacolo principale da rimuovere è il rapporto di sudditanza istituzionale della Sardegna nei confronti dello Stato italiano.
    Quindi, il primo obiettivo in termini di priorità rimane, a nostro avviso, il riconoscimento politico, giuridico e istituzionale, della Nazione sarda.

 

 

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