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    Predefinito Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    Miti e simboli del paganesimo e del cristianesimo


    di Fabio Calabrese
    Da: ereticamente.net


    Nella storia dell'Europa e della cultura europea, paganesimo e cristianesimo si sono, oltre che combattuti senza pietà (soprattutto da parte cristiana, le cui persecuzioni contro i pagani furono assai più violente, spietate e prolungate nel tempo di quelle pagane contro i cristiani) variamente sovrapposti, intrecciati, mescolati.

    In particolare, l'affermazione del cristianesimo non fu dovuta a predicatori ingenui, appassionati e idealisti, ma a scaltri e pragmatici politicanti. Costoro non ebbero mai nessuno scrupolo a impadronirsi non solo di luoghi di culto, di divinità locali da trasformare disinvoltamente in santi e madonne, ma anche di complessi ideologici-mitologici-simbologici molto vasti, creando delle situazioni ambigue, difficili da districare se non si hanno le idee chiare e non si dispone di una base culturale robusta. Peggio ancora, possono generare l'impressione che l'abisso che separa il paganesimo dal cristianesimo sia un semplice fossato che si può scavalcare senza troppi problemi. E' questo un motivo che, forse, non ho evidenziato a sufficienza nell'articolo Il cioccolatino e l'incartoper spiegare come mai molti tradizionalisti sedicenti evoliani siano saltati sulla sponda cattolica considerando un semplice approfondimento quella che a tutti gli effetti è una vera e propria abiura.


    Lo storico Antonio Brancati ha fatto un'interessante analisi di quella che è stata chiamata l'opera di inculturazione cristiana, che è altra cosa e più sottile della prevalenza del cristianesimo in epoca tardo antica a livello di istituzioni, richiese almeno un millennio e ancora oggi è difficile dire se abbia davvero trionfato completamente sulla spiritualità nativa dell'Europa.

    In pratica tutto ciò che era troppo radicato nella coscienza europea per essere proibito o estirpato, venne “battezzato”, dalle divinità trasformate in santi, al samain celtico convertito nella festività di ognissanti, alla celebrazione del solstizio d'inverno trasformata nel cosiddetto natale di Gesù Cristo (che nessuno sa quando sia effettivamente nato), e via dicendo:

    “Un tipico esempio di questa contaminazione è il cosiddetto “magico cristiano”, ossia un complesso insieme di veri e propri riti magici di derivazione chiaramente pagana ma debitamente “ribattezzati” mediante l'uso di preghiere ampiamente accettate dalla Chiesa e l'abuso di ampi gesti di croce: riti frequentemente praticati per ottenere la fertilità dei campi o per riacquistare in qualche modo la perduta salute del corpo” (1).

    Un complesso mitico-simbolico particolarmente importante che si è prestato a questa operazione che gli storici hanno chiamato di inculturazione, ma che noi potremmo anche chiamare di appropriazione indebita, è rappresentato dal Santo Graal, uno di quei miti-simboli potenti che ci fanno capire che il processo di trasformazione, per usare la terminologia di Oswald Spengler, dellaKultur europea in una Zivilization mondialista, anodina, senza volto, non si è ancora del tutto (e forse non sarà mai) completato.

    Per capire il reale significato del Graal, occorre fare riferimento al contesto storico nel quale il mito è nato: la Britannia del V secolo alla vigilia dell'invasione sassone, un ambiente sostanzialmente pagano, anche se già oggetto di una prima superficiale cristianizzazione. Re Artù ha perso la regalità a causa dell'inconsapevole incesto con Morgana e deve essere riconsacrato con quella che verosimilmente era stata la coppa della sua incoronazione primitiva. Cosa c'è di più ovvio in un ambiente nel quale un radicato paganesimo nativo inizia a mescolarsi ai riti e ai simboli della religione importata, che la coppa, il calderone usato per la consacrazione dei re celtici (il termine Graal viene dal latino gradalis che indica un recipiente piuttosto ampio, come il celebre calderone di Gundsrupp, d'altra parte, sempre da qui viene l'italiano grolla) fosse confuso con il calice dell'eucaristia?

    E' tuttavia una concezione pagana del tutto incompatibile con il cristianesimo quella che emerge dalla narrazione del mito arturiano. Merlino (come la sua copia moderna, Gandalf) è evidentemente un druido e non un prete, ma soprattutto il re celtico è portatore di una legittimità e di una sacralità propria in quanto “figlio di Lugh” che il druido può riconoscere e certificare ma non creare con la consacrazione, egli è – come nell'antica religione romana - “pontifex”, chiamato a fare da ponte fra la terra e il cielo, ed è per questo che la decadenza di Artù provoca l'isterilimento della terra. Il cristianesimo non ammette altro pontefice (titolo, come ben sappiamo, usurpato dalla romanità) che il vescovo di Roma, sedicente vicario di Cristo.

    L'idea della regalità sacrale è una concezione pagana totalmente opposta al cristianesimo; un punto che il filosofo (cattolico) Massimo Cacciari aveva colto molto bene in un'intervista rilasciata al giornalista Maurizio Blondet e da questi riportata nel libro Gli “adelphi” della dissoluzione (2):

    “Il cristianesimo è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretende autonomo”.

    Tanto più allora di una sacralità che non passi attraverso la Chiesa, unica autorizzata interprete “di Dio” su questa terra.

    In quell'intervista davvero memorabile, il filosofo-sindaco di Venezia espresse concetti tali da far pensare che solo un opportunismo politico in contrasto con le sue convinzioni profonde l'abbia spinto a militare non solo nel gregge cattolico, ma nell'area politico-culturale di sinistra. Ecco quel che disse allora a Blondet riguardo ai fascismi e alla seconda guerra mondiale:

    “Per sradicare il Giappone dal proprio sacro nomos, non ci volle nulla di meno che l'olocausto nucleare. Migliaia di tonnellate di bombe furono necessarie per stroncare Fascismo e Nazismo, "forme di che cercavano di ricollegare la società a un Ethos”.

    Poco più sopra, aveva precisato che:

    “Ethos, o per i latini Mos, non è affatto ciò che noi oggi intendiamo per "etico" o "morale". Ethos non indicava comportamenti soggettivi; indicava la "dimora", l'abitare in cui ogni uomo si trova alla nascita, la radice a cui ogni uomo appartiene. In questo senso, un greco non era più o meno "etico" per sua scelta o volontà. Egli apparteneva a un ethos. A una stirpe, a un linguaggio, a una polis. Che non era stato lui a scegliere (…).

    Ogni società tradizionale ha, o meglio è, un ethos. Ogni società tradizionale, come un albero rovesciato, ha la sua radice nella legge divina, nel nomos. La legge della polis, dice Erodoto, è l'immagine di Dike [la dea della Giustizia]. Un ethos impone all'uomo valori che non è a scegliere, a decidere, ma a cui appartiene”.

    Un rapporto profondo fra uomo e“polis”, “civitas”, che non solo il cristianesimo ha negato, e infatti Cacciari ci spiega ancora che il cristianesimo: “E' stato dirompente rispetto a ogni ethos”, ma potremmo addirittura definire il cristianesimo puramente e semplicemente come la negazione dell'ethos, la proiezione dell'ideale morale nella sfera ultraterrena e contemporaneamente nella dimensione soggettiva. In altre parole, come aveva chiaramente intuito Jean Jacques Rousseau: “Il cristianesimo separa l'uomo dal cittadino”.

    Quello che dovremmo dunque aspettarci dai fascismi sarebbe un recupero consapevole della simbologia pagana e il rifiuto di qualsiasi tendenza cristianeggiante; purtroppo però spesso le cose non sono affatto andate in questo modo.

    In particolare, per quanto riguarda il mito del Graal, a dare forma alla versione cristiana (o cristiano-esoterica) di esso è stato un occultista tedesco vissuto fra le due guerre mondiali, Otto Rahn. Il Graal sarebbe stato un oggetto connesso alle origini del cristianesimo, anche se non è ben dato di capire cosa, se il calice dell'Ultima Cena, un recipiente in cui qualcuno – pare Giuseppe d'Arimatea – avrebbe raccolto il sangue uscito dal costato di Cristo quando fu trafitto dalla lancia di Longino, o ancora secondo una terza e più fantasiosa versione, il Sang Real, nientemeno che la stirpe dei discendenti di Cristo e Maria Maddalena.

    Nessuna di queste tre versioni regge a un'analisi minimamente seria. Se andiamo a rileggere il racconto evangelico vediamo che viene data importanza all'atto della consacrazione, non al contenitore che – ammesso che l'episodio sia realmente avvenuto – sarà stato una comune stoviglia finita dopo la cena nell'acquaio assieme alle altre. Sempre il racconto evangelico demolisce la seconda versione: ci racconta che il costato di Cristo sarebbe stato trafitto post mortem. Da un cadavere in cui la circolazione sanguigna si è interrotta, non possono uscire che poche gocce. Immaginiamoci Giuseppe di Arimatea – che aveva già il contenitore pronto – schizzare a tutta velocità fra le gambe dei soldati romani per raccoglierle, ma stiamo parlando del vangelo o di Asterix? Quanto alla terza versione; noi non abbiamo nessuna notizia storica sulla vita di Cristo risalente a fonti diverse dai vangeli che a loro volta non sono in alcun modo un documento storico attendibile, non possiamo escludere che Gesù Cristo, sempre che sia realmente vissuto, abbia avuto dei discendenti, ma il collegamento che è stato ipotizzato fra ciò e la stirpe reale merovingia è fantasioso e ridicolo.

    Accanto a ciò Rahn nel suo libro Crociata contro il Graal (3) presentauna serie di ipotesi una più fantasiosa dell'altra secondo la quale esso sarebbe stato portato nella Francia meridionale, passato in custodia prima degli Albigesi poi dei cavalieri Templari, e la Chiesa avrebbe organizzato la crociata contro gli Albigesi e il processo all'ordine templare precisamente allo scopo di impadronirsene. Tutta la paccottiglia pseudo-esoterica che in tempi più vicini a noi Baigent, Leigh e Lincoln, i tre inglesi autori de Il santo Graal (4) hanno scopiazzato alla grande, e che poi a sua volta Dan Brown ha scopiazzato ne Il codice Da Vinci(5).

    Disgrazia vuole che Otto Rahn riuscisse a infinocchiare (scusatemi, ma non riesco a trovare un'altra espressione) nientemeno che il ReichsfuhrerSS Heinrich Himmler che lo nominò ufficiale delle SS ad honorem. Addirittura nel 1944, quando era in corso l'attacco angloamericano alla Francia, Himmler arrivò a distogliere dal fronte una delle migliori divisioni di Waffen SS, la Das Reich spedirla a cercare il santo Graal nei luoghi indicati da Rahn, senza che – ovviamente –venisse trovato nulla.

    I “pallini” occultistici di Himmler erano ben lungi dall'essere condivisi dagli altri dirigenti nazionalsocialisti che ne facevano spesso oggetto di ilarità; nonostante ciò, sono serviti dopo la guerra a una caterva di sedicenti storici cialtroni e senza scrupoli i cui capostipiti sono stati nei primi anni '60 Louis Pauwels e Jacques Bergier nel libraccio Il mattino dei maghi (6), per costruire l'immagine di un nazismo esoterico e satanista.

    Sarebbe forse invece il caso di indagare l'aspetto superstizioso e stregonesco dell'antifascismo, come io ho cercato di fare nel testo Il fascismo secondo Indiana Jones, pubblicato sul sito del Centro Studi La Runa al quale vi rimando.

    In tempi recenti soprattutto il successo planetario mediaticamente ben pompato del Codice Da Vinci Dan Brown e della sua versione cinematografica (una delle pellicole più brutte in assoluto della storia del cinema) ha rilanciato l'idea di un cristianesimo esoterico, idea che è una totale contraddizione, in quanto fino all'avvento dell'islam non è esistita una religione meno esoterica e più plebea del cristianesimo. Gli elementi di questo cristianesimo esoterico sono quelli indicati dal quinto al nono evangelista, ossia Rahn-Baigent-Leigh-Lincoln-Dan Brown: santo Graal, Catari (Albigesi) e cavalieri Templari.

    Cosa si debba pensare della versione cristiana del mito del Graal ve l'ho appena spiegato. Quanto ai Catari o Albigesi, essi non furono tanto un movimento ereticale, quanto piuttosto una vera e propria rinascita pagana, l'ho ampiamente spiegato nell'articolo Risorgimento, rinascimento, rinascita paganapresente sul sito di “Ereticamente” al quale di nuovo vi rimando.

    Riguardo ai cavalieri Templari, c'è un discorso che merita di essere approfondito. Certamente, al di là delle accuse palesemente infondate che furono loro mosse, al di là del fatto che l'Ordine cavalleresco fu sciolto e i suoi membri incarcerati, torturati e mandati al rogo perché il re di Francia Filippo il Bello e papa Clemente V erano desiderosi di mettere le mani sulle ricchezze che esso aveva accumulato, su di un altro piano c'è verosimilmente una ragione più profonda per tutto ciò.

    Gli Ordini cavallereschi, Templari in primis, hanno incarnato una figura di monaco-guerriero, un tipo di spiritualità che la Chiesa ha dovuto evocare in un momento critico della sua storia, ma che rimaneva profondamente estranea al cristianesimo, e di cui si è sbarazzata appena possibile.

    Questa figura che non trova corrispondenze di sorta nel cristianesimo né tanto meno giustificazioni“scritturali”, le trova invece molto fuori da esso, nella tradizione indiana ed estremo-orientale. Si pensi per la tradizione indiana alla Bhagavad Gita, il testo sacro incentrato sulla figura del divino guerriero Arjuna, e per quella estremo-orientale, nipponica, al bushido, la via del guerriero, vera e propria via ascetica attuata attraverso l'arte della guerra, che era praticata dai samurai, e che poi durante l'ultimo conflitto mondiale ha animato lo spirito dei kamikaze. Forme di spiritualità, lo si vede bene, assolutamente non rapportabili al cristianesimo.

    Anni fa, mi è capitato di trovarmi coinvolto in una discussione piuttosto accesa con una signora che si dichiara“evoliana” e che mi ha rimproverato piuttosto aspramente l'antipatia che non ho mai cercato di nascondere per la religione del Discorso della Montagna. A suo dire infatti, nel corso dei due millenni della sua storia, il cristianesimo si sarebbe incrostato di simbolismi di origine pagana che l'esperto di tradizioni può comunque riconoscere e fruire (?).

    Sarà anche, ma perché abbassarsi a un simile compromesso? Perché ricorrere a una copia deformata e mutila quando si può risalire all'originale?

    Nel corso della discussione, questa signora si vantò di non leggere altri autori tranne Julius Evola e John R. R. Tolkien (e mi sembrò un'ottima candidata a ritrovarsi in compagnia di Adolfo Morganti a scadenza più o meno breve), e in quel momento mi parve proprio di cogliere l'essenza del tradizionalismo, cioè una mentalità che si crede forte perché è chiusa. A mio parere, la forza non può nascere dalla paura di confrontarsi con altre forme di pensiero. La forza nasce dal coraggio, non dalla paura.

    Tuttavia, a questo riguardo, cosa possiamo dire di John Tolkien, autore, come sappiamo, svisceratamente amato dai tradizionalisti sia cattolici sia sedicenti evoliani?

    Penso che quello che ho da dire non sarà gradito ai tolkieniani, ma io credo che sia difficile trovare uno scrittore o un uomo qualsiasi in più profonda contraddizione con se stesso di quanto non lo fosse John R. R. Tolkien. Egli dichiarava avversione per il mondo celtico, eppure elementi celtici emergono in quantità dalla sua narrativa; si professava cristiano, eppure il tipo di visione del mondo e di etica che è possibile desumere dai suoi romanzi, è tutto meno che cristiano.

    Del celtismo che interpretava solamente come separatismo scozzese, gallese, nord-irlandese, Tolkien aveva un'idea ristretta, e da leale suddito britannico, lo detestava, eppure tutta la sua narrazione rigurgita di elementi celtici: non sono solo le figure di elfi, nani, orchi e troll direttamente provenienti dalla mitologia celtica attraverso il folclore popolare; c'è anche la figura di Gandalf, straordinariamente simile a quella di un druido, e si pensi all'anello di Sauron, un Graal di segno capovolto, non da trovare ma da perdere o distruggere.

    Noi sappiamo che qualcuno – come August Derleth – ha cercato di interpretare perfino un autore come H. P. Lovecraft in senso cristiano; era impossibile che John R. R. Tolkien sfuggisse a interpretazioni di questo genere quando egli è stato il primo a fraintendersi.

    Noi sappiamo che nel mondo occidentale siamo più o meno tutti “cristiani” sulla carta, perché siamo stati battezzati molto prima che avessimo la capacità di decidere in merito o di dire la nostra opinione, e di solito tendiamo a non dare alla cosa molta importanza, Tolkien però apparteneva alla minoranza cattolica inglese, una minoranza – è risaputo – veramente esigua. I sociologi ci insegnano che, quanto più una minoranza è ristretta, tanto più è forte il senso di appartenenza ad essa dei suoi membri; un'adesione che può essere anche emotivamente molto forte, come quando si tifa per una squadra di calcio, ma poi bisogna vedere come questo si rapporti a quella che chiameremmo la visione del mondo profonda di una persona, e in qualche caso, come appunto quello di John R. R. Tolkien, può essere che non vi si rapporti per nulla.

    L'etica di Tolkien non è cristiana, è di tipo eroico, tradizionale, guerriero, indoeuropeo, che non comanda di porgere l'altra guancia ai nemici, ma di combatterli con le armi in pugno.

    Se esaminiamo nel Signore degli anelli (7) lafigura di Gandalf, vediamo facilmente che è modellata su quella di Merlino, e assomiglia molto di più a un druido che non a un sacerdote cristiano.

    Consideriamo un attimo il rapporto fra Gandalf e Aragorn, è una relazione che implica la pari dignità dell'autorità sacrale “druidica” di Gandalf con quella regale e guerriera incarnata da Aragorn. Questa concezione va contro il cristianesimo che non ammette che le altre funzioni, diverse da quella sacerdotale, possano avere una dignità e tanto meno una sacralità autonoma, ed è invece consonante con la tradizione indoeuropea e celtica. Questo diverso segno si vede bene nella parole del Merlino di Excalibur diJohn Boorman (sappiamo che Merlino è l'erede della tradizione druidica e che Boorman ha reso bene quanto meno lo spirito del personaggio) che incoraggia Artù dicendogli: “Eppure hai estratto la spada dalla roccia, io non avrei potuto farlo”.

    Il potere magico-druidico ha dei limiti che la regalità sacrale può oltrepassare. Artù e Aragorn sono, come il re celtici“figli di Lugh”, portatori di una regalità sacrale che Merlino e Gandalf possono riconoscere e garantire, ma non creare attraverso una consacrazione.

    In altre sedi, mi è capitato di definire Tolkien un “celta suo malgrado”, un giudizio che non vedo alcun motivo di modificare. Per quanto ciò possa dispiacere ai moderni esegeti di Tolkien di impostazione cattolica, considerando i tratti druidici della figura di Gandalf e la concezione della regalità sacrale incarnata dalla figura di Aragorn, potremmo dire che l'autore del Signore degli anelli è stato anche un pagano suo malgrado.

    In ogni caso, io ritengo sia pericoloso ritenere “un maestro” un uomo in così profonda contraddizione con se stesso, perlomeno bisognerebbe avere le idee ben chiare prima di accostarsi alla sua opera letteraria.

    Arrivata in Italia negli anni '70, l'opera letteraria di John R. R. Tolkien, per motivi che sono ovvi, subì da parte della cultura di sinistra un pesante ostracismo e boicottaggio, e questo ha fatto sì che “a destra” ricevesse un'accoglienza entusiastica e acritica, al punto che, ad esempio, i raduni di giovani della“destra radicale” furono chiamati “campi hobbit” con riferimento ai personaggi delSignore degli anelli.

    Tuttavia negli stessi anni negli Stati Uniti il Signore degli anelli oggetto di letture di ben altro tipo, ed era diventato “la bibbia” degli hippy californiani. Perché? Perché era letto in chiave anarchica o almeno anarcoide, la lotta contro Sauron, l'Oscuro Signore, veniva vista come metafora del rifiuto e della lotta contro qualsiasi tipo di potere e di autorità.

    Si trattava, come è facile comprendere, di una lettura profondamente falsata e scorretta, perché – bisogna ammetterlo – in Tolkien non c'è per nulla l'esaltazione dell'anarchismo; al potere tirannico di Sauron, infatti, si contrappone l'autorità legittima; l'autorità civile-guerriera di Aragorn e quella magico-sacerdotale di Gandalf.

    Tuttavia anche questa è una storia che abbiamo già visto innumerevoli volte: alla menzogna cristiana segue come ulteriore falsificazione la menzogna marxista, c'è tutta la nostra storia degli ultimi due secoli in questo.

    Il cristianesimo, spostando il sacro nella sola dimensione del soprannaturale, ha totalmente desacralizzato l'esistenza, è ancora Massimo Cacciari a dircelo:

    “Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più nemmeno una lingua sacra (...). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell'Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società. L'ethos antico era una religione civile (...). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l'uomo (…). Uno stato doloroso: il Cristianesimo getta l'uomo nella libertà come un è gettato in [un] mare in tempesta”.
    Le rare volte in cui sono in vena di sincerità, questi cristiani merita proprio di stare a sentirli. Esprimendo una linea di pensiero molto simile a quella esposta da Cacciari, nel libro Ipotesi su Gesù, Vittorio Messori ammette che “Quando i pagani accusavano i cristiani di essere atei, avevano perfettamente ragione” (8).
    Per noi che ci siamo assunti il compito di “ricollegare la società a un ethos”,miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura rappresentano un deposito prezioso da trasmettere e rivitalizzare, ma proprio questo impone di stare attenti alle contaminazioni cristiane.



  2. #2
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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    Bielorussia - cerimonia natalizia in auspicio allo schiudersi del sole interiore














    Ultima modifica di sideros; 15-12-14 alle 16:49

  3. #3
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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    I LATINI. LE NOSTRE RADICI ED ORIGINI CANCELLATE DALLA SCUOLA DEMOCRATICA. ORA,COSMICAMENTE,LA DEMOCRAZIA, ADULATA DAL MARXISMO E CRISTIANESIMO, E' DIVENTATA CIO' CHE PLATONE ("REPUBBLICA") ENUNCIAVA:OCLOCRAZIA.






    Gli Italici

    ontare con la cultura degli Osco–Saballi popoli seppellitori che si dovevano occupare ad abitare molte parti della nostra terra prima della apparizione degli Etruschi o degli Zle Calti. Tra le più remote tracce di questa razza, dalla quale discesero i predecessori dei Romani, i Latini annoveriamo
    quella recentemente scoperta in Val Canonica. Tali tracce, ora si propongono in stretta relazione con quelle delle razze arie, sin quelle nordico–atlantiche che quelle franco–cantabriche o nordico–scandinave. Non vi rinveniamo gli stessi simboli di una spiritualità solare lo stesso stile del disegnatore la medesima assenza di quella religiosità demetrico–tellurica che, al contrario, ritornano sempre nelle culture non ario, o arie degenerata del Mediterraneo, Pelasgi, Cretn, Etruschi etc. Rune navi solari, renne, abbondano in queste tracce preistoriche. Esse testimoniano di razza di guerrieri e di cacciatori che già allora, utilizzavano il cavallo mentre altrove, fino a tempi relativamente inoltrati, furono notati soltanto i carrocci. Rappresentazione in cui lo spirito militare e la sacralità si collegano nei simboli indicati di questa cultura Zle italica della Val Canonica. Ma non solo questo: una alteriore affinità è da constatare tra le tracce della Val Canonica e la cultura dei Doci, delle stirpi, dunque, che, più tardi, dovevano spingersi dal Nord verso la Grecia, fondare Sparta ed alle quali era proprio il culto solare dell’Apollo iperboreo






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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    Il culto dei serpenti dal paganesimo alla cristianità



    Da Angizia dea legata ai serpenti a San Domenico dei serpari

    Le immagini ci aiutano

    La dea Angizia legata ai serpenti in una ricostruzione teatrale. Il suo santuario è stato individuato nel territorio di Luco dei Marsi

    e sotto l'immagine di San Domenico portato in processione a Cocullo nel giorno della sua festa



  5. #5
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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    Il culto degli alberi

    Le divinità degli alberi sono figure divine della Natura legate agli alberi. Tali forze ultraterrene sono presenti in tutte le culture del mondo; sono solitamente rappresentate come giovani donne, spesso collegate al culto della fertilità o alla venerazione nei confronti degli alberi.


    Il culto degli alberi (dendrolatria), collegato alle divinità arboree, si riferisce alla loro adorazione o mitizzazione. Osservando la crescita e la morte degli alberi, l'elasticità dei loro rami, la sensibilità, la rinascita del fogliame, gli esseri umani li hanno sempre visti come potenti simboli di crescita, decadimento e resurrezione. La più antica rappresentazione della costruzione dell'universo è presente nel concetto di albero del Mondo, un albero di dimensioni colossali che sostiene i cieli e li collega con la terra e il sottosuolo.



    I Greci consideravano, ad esempio, la quercia come una dimora e manifestazione di Zeus, come il pioppo sacro a Ercole. Ci si aspetta che nelle zone del Sud Europa e nei paesi mediorientali che la scarsa vegetazione e il clima torrido sia nato un fortissimo culto degli alberi, i quali con le loro chiome fornissero riparo e refrigerio, non che acqua, in regioni secche ed assetate (importanza delle oasi). Invece proprio nel Nord Europa, dove le terre erano interamente ricoperte da foreste e i campi agricoli venivano ricavati con fatica e mezzi rudimentali, le popolazioni locali strinsero un più forte legame con gli alberi: ad esempio, i Celti avevano un forte legame con la natura, in quanto creazione di un'unica entità di cui loro stessi facevano parte, così come tutto l'universo stesso, inoltre ogni manifestazione naturale era una manifestazione divina. Presso i Longobardi il culto degli alberi era fondamentale; il frassino Ygadrasil (Odino) ne è un valido esempio, la cui morte avrebbe segnato la fine del mondo. Nella stessa mitologia norrena l'albero Ygadrasil, originario dalla Scandinavia, sorreggeva i nove mondi nati dal sacrificio del gigante Ymir. Giulio Cesare, quando invase la Gallia, fece abbattere una foresta sacra ai druidi, per arginare incursioni ed attacchi.

    Quando i cristiani iniziarono la loro opera di conversione dei pagani, la prima cosa che fecero fu quella di vietare il culto degli alberi, distruggendo le foreste sacre. Le prove di tale furioso accanimento si trovano nelle stesse agiografie; si può usare come esempio anatemi dei concili provinciali, come quello di Arles che nel 452 proibì l'adorazione degli alberi, delle fonti e delle pietre; quelli di Tours e Nantes, del 567-568, che si accanirono contro le persone che celebravano riti "sacrileghi" nei boschi e con alberi "consacrati al demonio".

    L'accanimento contro il culto degli alberi durò quasi tutto il Medioevo, durante il quale i parroci rimproveravano e mettevano a morte coloro che portavano offerte agli alberi, che innalzavano altari sulle loro radici e ne richiedevano la protezione per famiglia e beni, intonando loro pure dei lamenti.
    Nonostante la persecuzione, il culto degli alberi perdurò per tutto l'evo di mezzo inoltrato, nonostante la Chiesa iniziò questa sua lotta ben prima del V secolo: il più noto persecutore dei boschi, San Martino, raccontato da Sulpicio Severo, durante un suo viaggio presso Autun, dopo aver abbattuto un bosco sacro, si apprestò ad abbattere un grosso Pino nei pressi di un santuario. La storia narra che il santo incontrò la resistenza del sacerdote e della popolazione locale ancora pagana, i quali lo attaccarono: "Se hai un po' di fiducia nel Dio che dici di onorare, abbatteremo noi quest'albero che cadrà su di te, se il tuo signore è con te, come dici, sfuggirai". Martino acconsentì, si fece legare nel punto previsto e quando l'albero stette per crollare, si fece il segno della croce e l'albero lo sfiorò di un soffio senza toccarlo, ovviamente il presunto miracolo convertì in massa i "villici".

    Dopo San Martino, l'opera distruttiva venne proseguita dal suo discepolo San Maurilio, vescovo di Angers, il quale, nel tentativo di evangelizzare il Comminges, diede fuoco al bosco sacro che, una volta distrutto, fu consacrato a San Pietro. Indicativa è anche la storia di San Germano, vescovo di Auxerre (418-448), il quale andò a Roma per studiare la retorica e il diritto, conquistando una tale fama, che l'imperatore Onorio lo nominò governatore della Borgogna, di cui Auxerre divenne capitale. Nel centro città si innalzava un enorme Pino, a cui si appendevano le teste di animali uccisi nella caccia. Accadde che il vescovo Amatore, santo pure lui, rimproverò a Germano che tale usanza era idolatria, cattivo esempio per i pagani nonché offensivo per i cristiani, intimandogli poi di abbattere l'albero; ma ottenne solo un diniego e dovette provvedere lui stesso. L'abbattimento del Pino fece andare su tutte le furie Germano, che si dimenticò di essere cristiano e a capo del suo esercito si diresse contro Amatore, il quale fu costretto a rifugiarsi ad Autun. Ovviamente, essendo un racconto cristiano, la storia finisce con Amatore che torna ad Auxerre e con l'inganno rinchiude Germano all'interno della chiesa, dove gli pratica la tonsura e gli promette che sarebbe diventato il suo successore, così come gli venne comunicato dallo Spirito Santo: a tale annuncio Germano acconsentì e divenne santo.

    Anche in Irlanda nel 665, alcuni sacerdoti cristiani fecero abbattere numerosi frassini sacri, per segnare il trionfo della loro fede su quella locale. Intorno al 670, Barbato, vescovo di Benevento, da tutti ricordato per aver convertito massicciamente al cristianesimo i Longobardi, fece abbattere un gigantesco noce e al suo posto fece erigere una chiesa.
    Esemplari le prescrizioni, contro il culto degli alberi e tutti gli altri onori al mondo naturale, di Sant'Eligio, vescovo di Noyon:
    «Non prestate attenzione agli auguri, o agli starnuti violenti, o al canto degli uccelli. Se venite distratti mentre siete in cammino o al lavoro, fate il segno della croce e dite con fede e devozione le preghiere della domenica, e niente potrà farvi del male […] Nessun cristiano, nella festa di San Giovanni o di alcun altro santo dovrà eseguire solestitia [riti del solstizio d’estate] o danzare o saltare o cantare canti diabolici. Nessun cristiano dovrebbe mostrarsi devoto agli dei del trivio, dove tre strade si uniscono, né partecipare alle fanes, feste delle rocce, delle sorgenti, dei boschi o degli angoli. Nessuno deve fare lustrazioni (“purificazioni”) o incantesimi usando erbe, o far passare il bestiame attraverso un albero cavo o un fosso perché così lo si consacra al diavolo. Perciò, fratelli, rifiutate tutte le invenzioni del nemico con tutto il vostro cuore e fuggite questi sacrilegi con orrore. Non venerate altre creature oltre Dio e i suoi santi. Evitate le sorgenti e gli alberi che chiamano sacri. Perché voi dovete credere di poter essere salvati con nessun’altra arte che l’invocazione e la croce di Cristo. Come sarebbe possibile altrimenti che i boschi dove questi uomini miserevoli fanno i loro riti sono stati abbattuti e la legna proveniente da lì è stata data alla fornace? Vedete come è sciocco l’uomo, che onora degli alberi morti, insensibili e disprezza i precetti di Dio onnipotente».

    Il culto degli alberi era talmente radicato anche da sopravvivere nelle grandi città, nonostante secoli di guerre contro di esso da parte della Chiesa romana, figuriamoci nelle zone rurali. Tale guerra ovviamente non si limitò alla sola Gallia, ma anche nei paesi di origine germanica, come dimostrato da San Bonifacio che, nel convertire i Germani, abbatté la quercia Geismair, consacrata a Thor.
    Anche Carlo Magno continuò questa infame opera, infatti nel 772, durante una missione punitiva contro gli Ungari, distrusse un santuario pagano dove veniva venerato Irminsul, un gigantesco tronco d'albero che nelle credenze pagane aveva il compito di sostenere la volta celeste.
    Nel 789 venne pubblicata un'altra condanna contro gli "stolti" che accendevano candele e praticavano superstizioni sotto gli alberi, pietre e alle fonti.

    Nonostante tutto, il culto degli alberi si perpetuò per altri secoli, prova di questo è la storia del vescovo Anselmo, che nel 1258 ordinò a Sventanistis l'abbattimento di un'enorme quercia sacra, ma l'ascia rimbalzò sul tronco colpendo mortalmente il boscaiolo; così il vescovo in persona prese l'ascia, ma anche lui non vi riuscì e ordinò che l'albero venisse dato alle fiamme. Notizie del genere si hanno anche un secolo dopo, quando, tra il 1351 e il 1355 a Romuva, in Prussia, su richiesta del vescovo Giovanni, gran maestro dei cavalieri della croce, fece segare una quercia sacra sotto la quale la popolazione si radunava a pregare.


  6. #6
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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    Segni della cattiveria cristiana
    busto in basalto di Germanico, British Museum di Londra.
    Da notare gli sfregi del fanatismo cristiano: naso rotto e croce sulla fronte.




  7. #7
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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    https://www.romanoimpero.com/…/tomba-degli-orazi-e-curiazi.…
    Il Sepolcro degli Orazi e Curiazi di Albano Laziale è situato a sud del centro abitato, sul ciglio della Via Appia antica, e rappresenta un esemplare unico per l’architettura che trova riscontro solo nelle urne cinerarie etrusche di Volterra. Il prezioso monumento rappresentò per anni il simbolo della pace ottenuta tra la Città di Albalonga e Roma, costruito sul combattimento cruento tra due famiglie.





    romanoimpero.com


    TOMBA DEGLI ORAZI E CURIAZI | romanoimpero.com

  8. #8
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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    Alla memoria di Sebastiano Recupero,
    piioniere della rinascita degli studi pitagorici e reghiniani.

    La casa editrice nord-americana INNER TRADITIONS https://www.innertraditions.com/introduction-to-magic-volume-ii.html ha deciso di tradurre e pubblicare negli Stati Uniti la prestigiosa rivista UR fondata in Italia nel 1927 da Giulio Parise, Arturo Reghini e Julius Evola.
    L’edizione inglese del II° Volume di UR (1928) è preceduta da una Introduzione dell’illustre studioso austriaco di esoterismo e filosofia occulta Hans Thomas Hakl.
    Nella citata Introduzione Hakl scrive: “Reghini’s influence is also evi¬dent in the periodical Hygieia in Reggio di Calabria, connected with the Associazione Pitagorica, which in 1984 arose under the leadership of Gennaro d’Uva, assisted by Sebastiano Recupero, who sadly died of cancer at a young age. In 1990, after a sixty-year “interval,” there came an astonishing revival and continuation of Ignis under the direction of Roberto Sestito (who had previously been the editor responsible for the contents of Hygieia) and the granddaughter of Amedeo Armentano, Emirene.”
    “Trad: L'influenza di Reghini è presente anche nel periodico Hygieia di Reggio di Calabria, collegato con l'Associazione Pitagorica, che nel 1984 sorse sotto la guida di Gennaro d'Uva, assistito da Sebastiano Recupero, che morì purtroppo di cancro in giovane età. Nel 1990, dopo un "intervallo" di sessant'anni, ci fu un sorprendente risveglio e la continuazione di Ignis sotto la direzione di Roberto Sestito (che era stato in precedenza il direttore responsabile dei contenuti di Hygieia) e la nipote di Amedeo Armentano, Emirene”.
    In questa Introduzione Thomas Hakl, uomo colto e normalmente bene informato sui fatti che espone, è incorso in alcuni grossolani errori dovuti, crediamo, a fonti di informazione interessate e tendenziose.
    Tutto ciò ci dà lo spunto per raccontare la vera storia dell’Associazione basandoci sui Verbali in nostro possesso per il periodo riguardante la rifondazione degli anni ’80 e sui documenti dell’archivio reghiniano per il periodo degli anni ’20.
    In questa nostra Storia ci sforzeremo di narrare le vicende che sono state alla base delle attività culturali e spirituali dell’Associazione Pitagorica dalla sua prima fondazione voluta da Arturo Reghini fino alla sua ultima estinzione voluta da Roberto Sestito.
    Associazione Culturale IGNIS


    Ringraziamenti:
    Ringraziamo Eugenio Barraco direttore della Rivista “Ereticamente” che ci ha messi a disposizione le pagine della rivista per la pubblicazione della Storia dell’Associazione Pitagorica.
    Ignis
    Avvertenza:
    Ai sensi delle leggi vigenti è vietata la riproduzione del testo e delle immagini senza la preventiva autorizzazione della rivista Ereticamente o dell’Associazione Culturale IGNIS.






    Capitolo Primo
    1923: Arturo Reghini fonda l’Associazione Pitagorica



  9. #9
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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura




    Tuffarsi nel nuovo

    Nella nostra vita non nascerà mai nulla, mai un’idea originale, mai un pensiero nuovo se restiamo appiattiti sull’inerte, sul vuoto, sul quotidiano, se siamo soddisfatti, se ci accontentiamo. Certo potremo fare molti lavori, anche bene, in modo da essere apprezzati dagli amici, dai superiori. Poi scriveremo degli articoli, dei libri, delle canzoni ma, riguardandole, ci accorgeremo che saranno tutte uguali, tutte copie l’una dell’altra.
    A molte persone piaceranno, a coloro che vivono nello stesso modo inerte, a coloro che si ripetono perché sono schiavi di una ideologa corrente.
    Il nuovo può nascere solo col distaccarsi dalla terra o sprofondandovi dentro trascinati da forze telluriche, da una tempesta o un’inondazione. In ogni caso ad opera di un demone o un dio. Nessuno può uscire dall’inerzia da solo, devono muoversi e coinvolgerlo forze collettive che si presentano sempre come sconvolgimenti, annunciate da boati, da inquietudini, da presagi. L’uomo che vuol restare normale, essere come gli altri, le rifiuta anche se ogni tanto ne è attratto, affascinato. Si ritrae perché queste forze si presentano sempre con il marchio dell’imprevedibile e sconvolgono il futuro. Esse non chiedono mai di scegliere fra un solido modo di vivere e un altro diverso. Ma solo di lasciare il noto per un futuro incerto e tempestoso. La scelta è sempre un dilemma. Chi è predisposto vede sul fondo una luce, la speranza. Ma se vuol proseguire deve rischiare, buttarsi.
    Dopo ha bisogno di amici, di persone con cui parlare, a cui chiedere conferma, aiuto. Ma spesso non le trova o le trova apatiche, spente, indifferenti. E questo non gli basta. Deve incontrare qualcuno che sta in alto, che ha forza, che lo capisce anche se il nuovo che annuncia è ancora avvolto nel fango, è quasi solo un luccichio che ha bisogno di essere pulito, messo in piena luce.
    Per farlo occorre una energia immensa che può trovare solo in un grande ideale o in un grande amore.
    Per questo nessun artista, nessun pittore, nessuno studioso, nessuno scultore, nessun poeta avrebbe incominciato una sua opera senza chiamare in suo soccorso un demone o una dea.

    uffarsi nel nuovo

  10. #10
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    Predefinito Re: Miti e simboli pagani ancora presenti nella nostra cultura

    "In questo regno interiore vi è il Tempio dell'Uomo di cui egli può serrare la porta contro le intrusioni delle impressioni sensoriali. All'entrata di quel tempio vi sono i Guardiani della Soglia, costituiti da desideri e passioni che sono nostre creazioni e che devono essere vinte prima di poter entrare. Entro quel tempio esiste un mondo vasto e illimitato come un universo senza confini. Qui dimora il Dio il cui spirito aleggia sulle acque del profondo, e il cui Verbo chiama all'esitenza le creature che dimorano nel regno della mente. Riguardo ad esso sappiamo solo ciò che ci è stato detto da quanti l'hanno conseguito. In momenti di tranquillità e di esaltazione, anche l'anima di persone non troppo sviluppate può occasionalmente passare vicino al Tempio della Sapienza divina e, quando la porta è occasionalmente socchiusa, cogliere una rapida visione della luce interiore che emana dai Cancelli d'Oro, così da farsi una concezione delle bellezze ivi contenute."
    (Franz Hartmann, Magia Bianca e Nera)






 

 
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