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    Predefinito I diari di Pietro Nenni





    di Giuseppe Tamburrano – “Prefazione” a P. Nenni, “Tempo di guerra fredda. Diari 1943-1956”, SugarCo, Milano 1981, pp. III-VIII.


    Pietro Nenni è stato uno dei principali protagonisti della nostra storia nazionale. La sua presenza, la sua attività, le sue idee lasciano un segno nella vita politica fin dal secondo decennio del secolo. Nel 1921 entra nel Partito socialista e ben presto la sua personalità sovrasta quelle dei leader massimalisti, Serrati compreso. Nel 1923 organizza la rivolta della base del PSI contro la fusione tra socialisti e comunisti decisa a Mosca da Serrati. Durante gli anni dell’esilio lavora con successo per la riunificazione del partito con i riformisti di Turati, è alla testa della battaglia ideale e politica per l’unità della sinistra nella lotta contro il fascismo per la democrazia. È in Spagna, nelle trincee, armi in pugno per difendere la democrazia contro il “pronunciamento” del generalissimo Franco. Cresce la sua statura politica di dirigente del movimento socialista internazionale ed egli è ormai conosciuto dai lavoratori di tutto il mondo.
    Dopo la caduta del fascismo alla quale ha dato un contributo decisivo, Nenni riprende la battaglia politica in Italia ed è insieme a De Gasperi e Togliatti artefice della rinascita democratica del paese. La sorte ha voluto che egli restasse al suo posto più a lungo di De Gasperi (morto del 1954) e di Togliatti (morto nel 1964) e ha dominato la scena politica negli anni della lunga e faticosa riconquista dell’autonomia socialista e della maturazione del PSI come partito di governo durante l’esperienza di centro-sinistra. Benché avanti con l’età, Nenni combattente instancabile, ha lasciato un segno profondo nel periodo successivo alla crisi del centro-sinistra nella battaglia per i diritti civili nel paese e per la rinascita socialista nel PSI. Perciò di tutti i “padri” della Repubblica Nenni è il più vicino a noi, la sua esperienza è ancora viva e il suo pensiero un insegnamento attuale. Esperienze e pensiero consegnati a questi Diari che l’editore SugarCo comincia a rendere pubblici.
    Nenni li ha scritti giorno per giorno. Dopo una giornata di pesanti impegni politici: una seduta del Consiglio dei ministri, una riunione della direzione del PSI, una tournée oratoria, un viaggio, Nenni la sera si metteva al tavolino, raccontava la sua fatica quotidiana e confidava alla bianca pagina i suoi giudizi, le sue speranze, i suoi propositi, e spesso le sue delusioni e la sua stanchezza. Mentre i suoi compagni andavano in “osteria” egli – come mi confidò una volta – preferiva tornare a casa a godere della gioie semplici e solide della famiglia ma anche a continuare la sua fatica. Aveva una capacità rara di lavoro. Durante le riunioni o gli incontri prendeva appunti con estrema precisione. Ad esempio non so se ci sono i verbali dei Consigli dei ministri o dei Consigli di Gabinetto (riunioni ristrette di ministri) dei primi anni della rinascita, ma tra le montagne di carte di Nenni ci sono i resoconti di quelle riunioni, fogli sui quali con la sua calligrafia minuta Nenni prendeva nota delle deliberazioni e riassumeva fedelmente i discorsi dei partecipanti. Nenni annotava tutto dei Consigli dei ministri, come delle riunioni politiche per scrivere la sera o il giorno successivo la sua pagina di diario. Si serviva in genere delle grosse agende da tavolo che allora non erano quelle lussuose in pelle, che oggi si mandano in regalo a Natale, ma modeste e solide agende in cartone cerato. Non scriveva tutti i giorni, ma quasi. E saltò anche qualche anno (gli anni più grigi della sua vita politica). Ogni tanto aggiungeva uno o più fogli, ma in genere le sue annotazioni rientravano nella pagina dell’agenda o del quaderno.

    ***

    Non vi è bisogno di sottolineare il valore storiografico di questi Diari che contengono giudizi e propositi di uno dei tre uomini che hanno concorso in modo determinante a plasmare l’Italia che rinasceva a nuova vita dalla macerie materiali, morali e politiche del fascismo e della guerra.
    Alcuni giudicheranno questi Diari dall’alto del loro “senno del poi” e sentenzieranno: “Nenni ha sbagliato qua, Nenni non ha capito là”. Non è questo il modo giusto di leggere questa straordinaria opera. La quale ci aiuta a capire come e perché sono maturate certe decisioni che ci condizionano tuttora: ad esempio la scissione socialista del 1947, la rottura della collaborazione governativa tra la sinistra e la DC, il Fronte popolare. Ci aiutano a capire perché la DC è diventato il partito egemone, perché il PCI ha rovesciato i rapporti di forze col PSI, perché il Partito socialista si è stretto al PCI in un’alleanza che per poco non è diventata la sua camicia di Nesso, perché lo ha fatto sotto la leadership di un uomo, Pietro Nenni, che prima di allora, fin dal 1923, e dopo di allora, è stato l’alfiere e l’artefice dell’autonomia socialista.
    I Diari confermano in tante pagine che i protagonisti della nuova vita democratica si muovono al buio o quasi. Hanno lasciato l’Italia venti anni prima. Tante cose sono accadute in quegli anni. Una generazione è stata educata dal fascismo e non ha conosciuto la democrazia. Non sono disponibili test elettorali o sondaggi idonei a rivelare il volto del paese, i giornali non esprimono grandi correnti di opinione. C’è stata la Resistenza con la partecipazione attiva di grandi masse, c’è il “vento del Nord” che soffia impetuoso, c’è l’entusiasmo incontenibile delle folle nei comizi. Sembrava che mentre un pugno di conservatori e di moderati protetti dalle potenze occupanti tentavano disperatamente di arginare la rivoluzione democratica e socialista, il paese reale irrompesse sulla scena politica per spazzare via la monarchia e i ceti dominanti responsabili del fascismo e della guerra.
    Di questa irrefrenabile ondata di rinnovamento Nenni fu la espressione più autentica. Il suo problema era uno solo: demolire al più presto le strutture del vecchio Stato, riformare le istituzioni e dare il potere al popolo prima che si esaurisse l’onda della rivoluzione democratica e i difensori della “continuità” occupassero lo Stato. La sua fretta, la sua “intemperanza”, il suo radicalismo disturbavano sia i conservatori moderati (De Gasperi) sia i moderati rivoluzionari (Togliatti). Ma quello che si è costruito in quella breve e intensa stagione lo si deve per tanta parte a Nenni e alle sue pressioni, a cominciare dalla Repubblica che fu una vittoria nella corsa contro il tempo.
    La sua opera esigeva l’accordo tra le forze antifasciste e, in quel quadro, l’unità della sinistra. Nell’Italia uscita dalla Resistenza era inconcepibile la rottura col PCI, col partito che era stato il protagonista della Resistenza e che sembrava fosse il partito più forte in assoluto; nell’Italia uscita dalla disfatta fascista e dalla guerra di Liberazione era una certezza che la maggioranza degli italiani fosse con la sinistra. Un governo di sinistra non evocava gli spettri e i pericoli di oggi: lo stalinismo e la guerra fredda sono cupe realtà della fine degli anni Quaranta e degli anni Cinquanta. Negli anni immediatamente successivi al crollo del fascismo i comunisti sono al governo e l’Unione Sovietica è alleata delle potenze occidentali occupanti.
    Le elezioni del 1946 furono una rivelazione, un fatto imprevedibile: il PCI non solo non era il partito più forte, ma era addirittura il terzo, a due punti dal PSI. Il giorno dopo quel risultato si avvia il meccanismo della scissione. Saragat vuole che il PSI costruisca il primato socialista prendendo le distanze dal PCI; Nenni punta ad una alternativa di sinistra a guida socialista.
    Apparentemente i fatti hanno dato ragione a Saragat. Ma nessuno può dire come sarebbero andate le cose in Italia se il secondo partito, il PSI, fosse rimasto unito. È probabile che Saragat, minoranza in un primo momento, avrebbe conquistato la leadership quando la guerra fredda e l’involuzione staliniana avessero reso più chiari i termini delle scelte: questa era la convinzione dello stesso Nenni. È probabile, per non dire certo, che il PSI se fosse rimasto unito non avrebbe scelto il Fronte popolare nel 1948. La scissione invece rese illusori entrambi gli obiettivi sia quello di Saragat che quello di Nenni. Se non si fosse spaccato, dopo la rottura tra Occidente e Unione Sovietica, il Partito socialista forte del consenso elettorale del 1946 e della sua posizione centrale nello schieramento politico avrebbe potuto diventare il perno della vita pubblica, quale che fosse stata la sua scelta: al governo con la DC o all’opposizione in piena autonomia da Mosca.
    Dopo la scissione la politica frontista fu una scelta obbligata? Non è possibile affrontare questioni così impegnative nelle poche pagine di questa presentazione e mi limito a fare qualche rapida osservazione. Il partito nato dalla scissione rimase un partitino e fu subalterno alla DC. Si può dire che se tutto il partito avesse fatto la scelta di Saragat, il socialismo italiano si sarebbe risparmiato la parentesi frontista e la sudditanza alla DC. Ma questa è una obiezione reversibile: se Saragat fosse rimasto nel partito avrebbe condizionato Nenni e avrebbe impedito al PSI di mettersi a rimorchio del PCI.
    Ma forse più che l’esperienza del socialismo italiano diviso in due tronconi entrambi deboli, è istruttiva l’esperienza del socialismo francese che ha fatto, senza gravi rotture interne, una scelta simile a quella di Saragat: pur avendo conservato la sua forza elettorale, si è screditato e indebolito politicamente compromettendosi con la corruzione e con il colonialismo. Tra Guy Mollet e Pietro Nenni, tra la SFIO e il PSI, non credo che si possano avere dubbi o esitazioni nel giudizio storico e politico.
    Il nocciolo del problema in Italia e in Francia era il rapporto con l’altro e più forte partito di sinistra, il Partito comunista, in tempi in cui la guerra fredda esasperava le scelte, creava un clima di crociata e rendeva difficile ogni forma di “non allineamento”. Probabilmente tra Mosca e Washington la scelta non era netta, vi era una terza strada: il PSI poteva essere all’opposizione contro la conservazione, contro la violenza di Stato, contro l’oltranzismo atlantico senza confondersi con il PCI, senza contaminarsi con lo stalinismo e la strategia sovietica.
    Nenni è stato vittima della gigantesca e allucinante mistificazione del “Primo Stato socialista”. Quando capì fino in fondo cos’era il socialismo sovietico, subì un trauma non solo politico, ma anche psicologico. Sul terreno politico riprese con grande vigore la sua battaglia di sempre per l’autonomia. Psicologicamente diventò un altro: meno giacobino, più problematico, meno passionale e più diplomatico; meno certezze, più cautele e realismo. I Diari sono una testimonianza di grande significato di questo dramma politica ed umano.


    ***

    Le rivelazioni sono numerose e le scoprirà lo storico e il lettore informato (ad esempio le iniziative di Pella verso il PSI dopo le elezioni del 1953). Vorrei ricordare una pagina che è un fascio di luce sulle cause della rottura tra socialisti e comunisti. Dopo le elezioni del 1953, il 14 giugno, Nenni e Togliatti si incontrano a Formia. Il leader comunista preme perché i socialisti creino le condizioni di una loro partecipazione al governo. Preoccupato è Nenni perché – pensa – per il PCI la nostra partecipazione al governo è comunque un guadagno; noi rischiamo molto se facciamo un passo falso. Resta, anche dopo il superamento del frontismo nelle elezioni del 1953, una intesa di fondo tra comunisti e socialisti nella diversità dei ruoli e di collocazione parlamentare e di governo. Successivamente il PSI formulerà solennemente al congresso di Torino del 1955 la sua proposta di un accordo di governo con la DC, anche con l’esclusione del PCI. Ed il PCI, fedele alla visione togliattiana, non criticò quella proposta, anzi l’appoggiò perché riteneva che la presenza al governo di un partito dei lavoratori rappresentasse uno spostamento a sinistra dell’asse della politica e del potere. La rottura avvenne dopo il XX congresso di Mosca, dopo la rivelazione dei crimini staliniani, dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria che il PCI approvò come una dolorosa necessità. Il quell’ “indimenticabile 1956” (l’espressione è di Ingrao) il PSI guarì dell’infezione marxista-leninista che era stata una specie di scarlattina. Per il PCI era una conformazione congenita più difficile a guarire. E Nenni andò solo per la sua strada, la strada dell’autonomia e dell’apertura a sinistra, perdendo l’appoggio del PCI, anzi incontrando su quella strada l’ostilità più dura dei comunisti.
    È lecito chiedersi che cosa sarebbe accaduto se la dissociazione del PCI dai metodi e dai fini del socialismo reale fosse stata tempestiva e senza equivoci, se Togliatti avesse scritto sul XX congresso i saggi che scrisse Nenni su “Mondoperaio” invece di limitarsi all’intervista a “Nuovi Argomenti”: tutto sarebbe stato diverso!
    Certo, la storia non si fa con i “se”: “se” Saragat, “se” Togliatti. E questa è forse una lezione della esperienza di Nenni per il nuovo PSI: insegna che il Partito socialista non deve mai subordinare le sue scelte alle scelte altrui, anche se deve operare con senso di responsabilità per far maturare sbocchi unitari nella chiarezza ideale e politica. Ed è la regola che ha applicato Nenni stesso a partire dal 1953 e – più decisamente – dal 1956.
    L’importanza storiografica di questi Diari è eccezionale. Ma eccezionale è anche il valore umano ed eccezionale è la qualità letteraria delle pagine di Nenni. Sono una miniera inesauribile di annotazioni rapide e fresche su uomini e cose; di sentimenti delicati, di grandi sofferenze appena accennate quasi con pudore. C’è l’immenso cuore di Nenni che non sa odiare, incapace di rancori, gelosie, maldicenze. Eppure Nenni non era uomo di compromessi: era uno spirito giacobino sempre e tutto da una parte. Un aspetto della sua grandezza come uomo politico sta in ciò che egli era tanto appassionato nelle sue battaglie quanto sereno nei suoi giudizi. Combatteva con foga, ma sempre rispettoso del suo avversario.
    Protagoniste di questi Diari, e specie degli anni 1943-53, sono le folle. Tanti hanno detto che Nenni era un grande tribuno. Non solo quello: questi Diari mostrano il suo talento di scrittore. Lui era convinto di essere principalmente un giornalista – in una pagina lo dice rammaricandosi di aver voluto, sbagliando, fare altre cose. E fu un grande giornalista, capace con i suoi articoli chiari e caldi di portare i giornali a tirature altissime, non solo in Italia ma anche all’estero, in Francia in particolare. E nessuno dei suoi critici o avversari politici ha potuto negare la statura dell’uomo politico, del dirigente e dello statista. Uomo del grande secolo rivoluzionario, l’Ottocento, nutritosi della letteratura sociale francese e delle opere storiche di Marx concepiva il ruolo del dirigente socialista come intuizione dei bisogni del popolo lavoratore e traduzione di essi in azione politica: “Tout par le peuple, tout pour le peuple”. Perciò era prima di tutto un tribuno nel senso migliore della parola. Il rapporto con i lavoratori che gremivano le piazze più larghe d’Italia quando parlava Nenni era la fonte principale della sua carica di energia, della sua volontà di lotta e anche, in grande misura, delle sue scelte politiche. Quando parlava, vibrando di autentica passione politica, faceva vibrare le folle che l’ascoltavano ed esse si identificavano nelle sue parole, nei suoi slogan incisivi. Nenni dava voce ai sentimenti, ai bisogni, alle aspirazioni delle grandi masse di lavoratori stretti sotto il podio. L’entusiasmo spinto al delirio e al feticismo che egli suscitava gli davano la certezza della vittoria. Credeva di tastare il polso al paese che usciva con le ossa rotte ma con ferma determinazione democratica dalla dittatura e dalla disfatta. E forse quelle folle acclamanti non gli hanno fatto vedere l’altra Italia, quella che disertava i comizi e che affluiva compatta alle urne spinta dalla paura del comunismo e dalla promessa dello “sfilatino” americano.
    Tra il Nenni del 1948 e il Nenni del 1956, tra il frontismo e l’autonomismo, sembra che ci sia un contrasto insanabile. Ed invece vi è un filo di continuità. Tra allusioni e disinganni, errori e insuccessi, Nenni incarna, con sostanziale coerenza nel mutarsi delle condizioni oggettive, un’idea semplice e giusta: che la lotta per il socialismo si fa nella democrazia e con l’unità di tutti coloro che al socialismo sono interessati. Se nel corso degli anni della Repubblica qualche volta è stata sacrificata la democrazia all’unità e qualche volta l’unità alla democrazia, bisogna chiederne conto non solo a Nenni, ma ad altri.


    Giuseppe Tamburrano



    https://www.facebook.com/notes/pietr...4150168034815/
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    Predefinito Re: I diari di Pietro Nenni

    ​I diari di Pietro Nenni (II)






    di Giuseppe Tamburrano – In P. Nenni, “Gli anni del centro-sinistra. Diari 1957-1966”, SugarCo, Milano 1982, pp. III-XIII.


    Questo volume contiene le annotazioni che Nenni registrava, di solito la sera, sui suoi quaderni, relative agli anni 1957-1966, al decennio della svolta socialista dal frontismo al centrosinistra, alla unificazione socialista. Un decennio di grandi trasformazioni: il miracolo economico cambia un paese agricolo in una società industriale terziaria, modifica la struttura dei consumi e la scala dei valori sociali; i sindacati si uniscono e i partiti di sinistra si dividono; fioriscono nuove filosofie e molti disegni politici; socialisti e democristiani giungono ad un appuntamento tante volte preso e tante volte mancato; il mondo vive una lunga stagione di distensione ogni tanto interrotta bruscamente dal rumore sinistro delle armi.
    Nenni è al centro degli avvenimenti, di nuovo protagonista dopo la lunga eclisse parziale del frontismo: e gli avvenimenti sfilano in questi quaderni scritti con penna chiara e incisiva che gli conosciamo e alla quale gli anni e le dure prove della lotta politica non hanno tolto sincerità e immediatezza.
    Non tutti gli anni hanno lo stesso spessore. Il 1957 è di poche pagine; nel 1958 Nenni non ha preso un solo appunto. Eppure sono due anni importanti. A febbraio del 1957 si tiene il congresso di Venezia del PSI. È il congresso della svolta autonomistica, uno dei congressi chiave della storia del socialismo italiano. La relazione di Nenni ebbe un applauso interminabile che sancì il distacco definitivo del partito socialista dal comunismo sovietico. Non vi è un solo rigo dedicato a quell’avvenimento che apriva nuove prospettive all’iniziativa di Nenni e tra queste l’unificazione socialista avviata l’anno prima con l’incontro tra Nenni e Saragat a Pralognan. Perché?
    E perché Nenni non apre mai i suoi quaderni nel 1958? Eppure in quell’anno si tengono elezioni politiche e il leader socialista torna agli incontri – che lo esaltano – con le grandi folle dei suoi comizi; eppure in quelle elezioni non passa la linea di “sfondamento a sinistra” di Fanfani il quale, diventato potentissimo segretario della DC, mira a recuperare per il suo partito la maggioranza assoluta del 1948; eppure a quelle elezioni il PSI aumenta i voti e raggiunge, col 14,2%, il suo massimo storico, dopo la scissione del 1947. Credo che la ragione del silenzio sia nella condizione in cui Nenni si trova nel partito, vincitore incatenato, prigioniero di una maggioranza ostile alla linea che ha trionfato nel congresso. Infatti a Venezia i delegati tributarono a Nenni il successo dando il voto alla sua persona, ma poi votarono in modo che il comitato centrale risulterà in maggioranza contrario alla politica di Nenni.
    Uscendo dalla lunga notte del frontismo e dalla regola del centralismo importato dal PCI, i quadri intermedi non si orientavano ancora secondo la logica delle correnti, non distinguevano ancora bene chi era con la politica di Nenni e chi era contro: guidati “sapientemente” dai funzionari dell’apparato, finirono con legare le mani al vincitore. Il risultato del congresso dette a Saragat ragioni per rinviare e poi rifiutare l’unificazione socialista, e ai democristiani ostili all’apertura a sinistra, argomento per far valere l’indisponibilità socialista. E le mani di Nenni sono tanto legate che… non riesce nemmeno a sfogarsi con i suoi quaderni.
    Riprende il 1959, l’anno del congresso di Napoli (15-18 gennaio), l’anno della piena conquista della maggioranza assoluta, con il 58,30% dei delegati.

    (...)
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    Predefinito Re: I diari di Pietro Nenni

    Questi diari sono la continuazione cronologica dei precedenti che si sono fermati al 1956. Ma sembra che ci sia una soluzione di continuità, un salto, anche nello stile.
    Letterariamente i primi sono più belli. La narrazione politica di questi è più avvincente. L’uomo Nenni al ritorno dall’esilio, nel fuoco della battaglia per la Repubblica, nelle lotte “muro contro muro” degli anni del centrismo è diverso dal Nenni diplomatico degli anni di preparazione e di avvio del centrosinistra.
    Gli anni 1943-48 sono vissuti con grande passione politica e con la certezza che la sinistra aveva la vittoria in pugno, solo che spiegasse al più presto le sue vele al Vento del Nord. Tutto è nuovo nell’Italia che si è liberata dal fascismo e che deve costruire la democrazia sulle macerie materiali e politiche del vecchio regime: l’immaginazione – e le illusioni – possono spaziare in orizzonti aperti al progetto di rinnovamento legato alla sinistra dalla Resistenza. C’è una rivoluzione democratica da realizzare: lo spirito del Nenni giacobino si accende di entusiasmi. Il periodo del Fronte popolare è certamente più povero di entusiasmi, ma è vivo lo spirito combattivo perché Nenni è convinto di difendere i valori della Resistenza, le conquiste repubblicane e la pace contro la restaurazione centrista, contro il clericalismo, l’invadenza e l’intolleranza del partito cattolico, contro le violenze e le discriminazioni antipopolari del governo, contro lo spirito di crociata della maggioranza, contro l’ “oltranzismo” atlantico degli Stati Uniti.
    Nenni non giudica l’Unione Sovietica una potenza aggressiva. Egli vede i pericoli per la distensione piuttosto nella politica del capitalismo americano, non solo perché, secondo la scuola marxista alla quale Nenni appartiene, il capitalismo, per usare la celebre frase di Juarés, “porta la guerra in sé, come il nembo la tempesta”, ma anche perché l’URSS è militarmente più debole di fronte alla America che possiede la bomba atomica e minaccia di usarla nelle filippiche anticomuniste del segretario di Stato Foster Dulles.
    Nel 1956 Nenni apre gli occhi. È ben disposto ad aprirli perché fin al 1953 ha avviato cautamente una politica di distacco dal PCI: il ventesimo congresso del PCUS e l’invasione sovietica della Ungheria fungono da acceleratore del processo. Ma – appare chiaro nei diari – nella rottura col PCI non c’è dominante il secondo fine, di favorire cioè l’accordo con la DC che pone appunto la condizione della rottura col PCI. Il 1956 non è un anno come un altro per Nenni. Ho scritto “Apre gli occhi”. Ed è proprio così. Dal Rapporto Kruscev emergono netti i contorni di un potere sovietico dispotico e sanguinario. L’URSS non è un paese pacifico che ha annesso l’Europa orientale per garantire la sua sicurezza: è un paese colonialista che schiaccia con i carri armati l’aspirazione di tutto un popolo all’indipendenza e alla libertà. Apre gli occhi su quel “socialismo” così lontano, opposto al “suo” socialismo, col quale pure si è compromesso. La delusione, l’amarezza sono cocenti: è un trauma politico e psichico. E dopo, Nenni non è più lo stesso. Meno impulsivo e più diplomatico; meno giacobino e più realista. Nelle sue pagine vi è meno pathos e più ragionamento politico. Sembra più freddo: è più attento. Sembra pessimista: e lo è. Il pessimismo che accompagna sempre l’azione del politico sperimentato, alla cui intelligenza una rude esperienza consiglia meno entusiasmo e più cautela. Ma se si affievolisce l’ottimismo romantico dell’ “on s’engage et puis on voit”, resta incrollabile l’ottimismo della volontà.
    Sembra che non gli vada mai bene niente, sembra un pesce fuor d’acqua nella vita politica di cui non capisce e non accetta le servitù imposte dai rapporti di forza, il freno della macchina istituzionale e burocratica fatiscente, le resistenze astute dei moderati, le critiche ingenerose dei progressisti, le meschinità del “piccolo mondo politico” (23 luglio 1964).
    Lo vedo ancora, vicepresidente del Consiglio, dietro una pila di fascicoli, concernenti l’Azienda ferroviaria. Vi dedicò mesi e mesi di lavoro assiduo: voleva riuscire a riformarla per realizzare cose concrete; per soddisfare le richieste dei ferrovieri che scioperavano, le richieste di una categoria che era stata il nerbo della forza socialista e che non accetta di vedere in lotta contro il governo di cui era vicepresidente (come non accetterà la contestazione dei giovani dopo il 1968, lui che era stato il primo dei contestatori della sua giovinezza).
    Com’è diverso il Nenni ministro del 1945-47 dal Nenni ministro nel 1964-68. Allora è protagonista, certo della vittoria della sinistra, intento a lottare contro il tempo alleato dei conservatori.
    Il Nenni del centrosinistra è diventato cauto e scettico. Lo Stato non è un ammasso di macerie su cui si può costruire il nuovo, come dopo la Resistenza; c’è uno Stato ben strutturato come l’hanno fatto i democristiani in quindici anni di predominio e il cambiamento è arduo. Bisogna procedere con gradualismo, un passo dopo l’altro, tenendo conto con realismo delle immense difficoltà. Buona parte del suo discorso al congresso di Roma del 1963 è dedicato a coloro che per volere il meglio impossibile rinunciano al bene possibile. Eppure la sera si sfoga con i suoi quaderni con giudizi dettati più dal pessimismo che dal realismo.

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    Predefinito Re: I diari di Pietro Nenni

    Ha realizzato il suo disegno antico: l’incontro tra socialisti e cattolici democratici, quell’incontro che agli inizi degli anni Venti avrebbe risparmiato al paese la dittatura fascista. Ma non esulta. Non c’è mai un’espressione di soddisfazione come dopo la vittoria repubblicana. Il 22 febbraio del 1962 annota: “Comincia un nuovo corso, ma siamo in ritardo battuti da De Gasperi”. E subito dopo le prime esperienze del “nuovo corso” si insinua il dubbio: “Non ce la facciamo”. Si affacciano i rimpianti dell’opposizione: “Com’era bella la Repubblica sotto l’impero!”. Con la determinazione ad andare avanti perché – questa è una convinzione ferrea – fuori del centrosinistra c’è il vuoto, l’avventura.
    Nenni si rende conto che l’opposizione del PCI e della CGIL aggrava le difficoltà del PSI; soffre acutamente la divisione del partito: prima quella con la sinistra e poi, dopo la scissione, con Lombardi; sente la DC ben più forte e padrona di sé di quella del 1945-46, allora esitante e disponibile di fronte alla forza della sinistra unita. Ma il corso è obbligato. E ripete: “Non riusciamo a tenere in mano la situazione”, “tutto va a rotta di collo” fino a scrivere, il giorno delle dimissioni del primo governo Moro, il 26 giugno 1964: “Così melanconicamente si è conclusa una esperienza sorta con l’ambizione di poter durare una legislatura”.
    Previsione sbagliata perché in quei drammatici giorni dell’estate 1964 l’intesa con la DC fu ricucita all’ultimo momento quando sembrava che non ci fossero più margini, e fu ricucita perché Nenni sacrificò le riforme alla difesa del quadro democratico. Illuminante è l’annotazione del 7 luglio 1964: “L’unione ci è imposta dal fatto che non c’è nessun’altra maggioranza possibile e che se entro quarantotto ore non ci mettiamo d’accordo, nessuno sa cosa può succedere: forse un governo per le ‘elezioni’; forse un governo presidenziale tipo Tambroni 1960: in ogni caso l’avventura. Evitare questo è più importante dell’urbanistica o delle regioni o di ogni singolo punto di un programma”. Allusione al piano di intervento repressivo (Piano Solo) che era stato predisposto dal generale De Lorenzo con l’avallo del capo dello Stato. Segni, che era ostile al centrosinistra, ed in particolare alla riforma urbanistica, era deciso a svuotarlo e, consapevole che senza i socialisti non vi era una maggioranza, preoccupato della piega che poteva prendere la crisi, si era, diciamo così, “premunito” con il Piano Solo.
    Nenni conosceva le cose da “informazioni sicure” perché il suo “canale risaliva al Quirinale” (è questa la rivelazione che mi ha fatto nell’Intervista sul socialismo italiano). Su questo argomento tornerà più diffusamente negli anni successivi dopo che scoppiò lo scandalo del SIFAR e fu costituita una Commissione parlamentare di inchiesta.

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