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Discussione: immortalità degli dei

  1. #41
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    Predefinito Re: immortalità degli dei

    IL SANTUARIO SULL'ISOLA DI DELO
    Delos, l'isola sacra (l'antica Ortigia)
    Delos: sebbene sia una delle isole più piccole del Mar Egeo (6,58 chilometri quadrati) era nell'antichità la più celebre e la più sacra di tutte le isole, poiché secondo il mito lì nacque Apollo-Sole, il dio della luce del giorno e Artemide-Luna, la dea della luce notturna, vale a dire che lì nacque la Luce che era per gli antichi Greci il bene supremo.
    Gli abitanti piu antichi di Delos costruirono intorno al 2.500 a.C. le loro abitazioni sulla cima del monte Cinto (113 m di altitudine) e da lì potevano sorvegliare e controllare facilmente tutta la piccola vallata e il mare intorno durante quei tempi agitati e insicuri. I Micenei che arrivarono verso la fine del 15° secolo nell'Egeo; avendo già consolidato il loro dominio su tutto il Mare, si sentirono abbastanza sicuri da attaccare ugualmente la valle via mare.
    Il santuario di Apollo, consolidato già dai tempi omerici, raggiunse il suo massimo splendore nei tempi arcaici (7o-8o sec. a.C) e classici (5o-4o sec. a.C).
    Greci provenienti da tutto il mondo ellenico si radunavano nell'isola per adorare il dio della Luce Apollo e la sorella gemella Artemide, dea della Luna.
    Prima l'isola di Nassos e dopo quella di Paros tentarono di imporsi su Delos anelando alla fama del Santuario.Tuttavia la città che dominò alla fine fu la lontana Atene, giustificando la sua presenza con storie diverse.





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  2. #42
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    Predefinito Re: immortalità degli dei

    Pilastro della Sainte-Chapelle:
    Mercurius e Rosmerta
    L'archeologia ci ha consegnati numerosissimi monumenti figurati di epoca gallo-romana che ritraggono Mercurius e una dovizia di iscrizioni a lui dedicate, le quali ci tramandano i suoi molti epiteti. Ciò è perfettamente in linea con la testimonianza di Caius Iulius Caesar, il quale afferma:
    Deorum maxime Mercurium colunt, huius sunt plurima simulacra, hunc omnium inuentorem artium ferunt, hunc uiarum atque itinere ducem, hunc ad quaestus pecuniae mercaturasque habere uim maximam arbitrantur. post hunc Apollinem et Martem et Iouem et Minerua.
    Il dio che i Galli onorano di più è Mercurius: le sue statue sono le più numerose, essi lo considerano come l'inventore di tutte le arti, egli è per loro il dio che indica il cammino, che guida il viaggiatore, egli è il più abile ad assicurare i guadagni e a proteggere il commercio. Dopo di lui adorano Apollo, Mars, Iuppiter e Minerva. Le molte testimonianze gallo-romane di Mercurius, raffigurato sia secondo i canoni classici sia con aspetto celtico, testimoniano un'assimilazione parziale del dio greco-romano con uno o più divinità locali. È forse questo il caso del Cissonius dei Treveri o del Gebrinius degli Ubii il cui nome e le cui immagini sono regolarmente associate al dio romano. Popolare soprattutto nel centro e nel nord-est della Gallia romana, Mercurius proteggeva i mercanti, i pellegrini e anche gli artigiani.
    Nel suo aspetto classico, il Mercurius è rappresentato nudo, o con un mantello, il petaso in capo, il caduceo stretto in mano e calzari ai piedi. A volte, le caratteristiche ali presenti sul petaso, che nel mondo classico simboleggiavano la rapidità di Mercurius, quale messaggero degli dèi, sono rappresentati come pinne piatte che emergono dalla capigliatura. Quest'anomalia indica la provenienza gallica delle immagini, dovuta ad artigiani che non avevano ben compreso la natura del petaso. Anche la borsa per il denaro, che il dio regge in mano, è un attributo presente nelle immagini galliche. Esso simboleggia il guadagno e, in generale, la prosperità. Le iscrizioni epigrafiche diffuse nella Gallia romana rivelano che erano devoti a Mercurius soprattutto i mercanti.
    Alcune immagini del dio rivelano interpretazioni indigene. A volte Mercurius ha la barba, oppure indossa un ampio mantello con cappuccio. In certi casi è dotato di tre falli, ha tre teste, o è seduto a gambe incrociate. Queste letture riflettono probabili assimilazioni del dio classico con una o più divinità celtiche.
    Caratteristica della figurazioni gallo-romane di Mercurius, una serie di animali caratteristici che accompagnano il dio: un gallo, un cinghiale, un caprone una tartaruga. Essi sono perlopiù ignoti all'iconografia classica, per quanto la tartaruga sembri riecheggiare il mito greco. Particolarmente degno di nota è il serpente criocefalo, con testa e corna d'ariete, che però non è esclusivo di Mercurius. In alcuni casi, Mercurius regge in braccio un neonato, il quale rappresenta, con ogni probabilità, Bacchus infante.
    Sebbene il Mercurius romano non abbia una compagna o una paredra, in Gallia è spesso rappresentato accanto a una divinità femminile: questa in molti casi è Maia, la madre del dio, ma viene spesso sostituita, sopratutto nella parte centro-orientale della Gallia, con la dea indigena Rosmerta. Quest'ultima è generalmente rappresentata con aspetto classico e a volte identificata con Fortuna. Regge in mano una cornucopia o, in certi casi, un caduce…..
    Immagini di Mercurius e Rosmerta, scolpite in bassorilievo su due delle quattro facce di un pilastro in calcare alto 1,56 m, forse originariamente sormontato da una colonna recante il gruppo statuario del cavaliere e dell'anguipede, o la statua di un'altra divinità. Nelle altre due compaiono Apollo e un genio alato.
    Il pilastro, scoperto nel 1784 dietro la Sainte-Chapelle, sull'Île de la Cité (Paris, Francia), risale al I sec. a.C. ed era stato eretto all'aria aperta, in Lutetia Parisiorum. Tale tipi di monumenti erano abbastanza diffusi in Gallia orientale e in Renania, soprattutto a partire dal II sec. d.C.
    Mercurius appare nel suo tipico aspetto classico, sebbene accompagnato dal gallo e dalla capra; regge il caduceo in una mano e nell'altra la borsa per il denaro. Rosmerta è invece abbigliata con velo e tiara, come una dea romana, ma in assenza di un'iscrizione è facilmente riconoscibile grazie al caduceo che regge in mano.
    Musée des Antiquités Nationales, Saint-Germain-en-Laye (dép. Yvelines, Francia).










  3. #43
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    Predefinito Re: immortalità degli dei

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    Iconografia del «dio con la ruota»
    «Dio con la ruota» è il nome che gli archeologi dànno a una divinità presente in diverse figurazioni gallo-romane: un personaggio barbuto, nudo, che si appoggia o regge in pugno una ruota con un numero variabile di raggi. Esso sembra anche presente in un pannello del calderone di Gundestrup.
    Tra le più note immagini del «dio con la ruota», ricordiamo la statuetta di Châtelet ( Francia), sotto riportata, dove un uomo barbuto, nudo, regge con la mano sinistra una ruota a sei raggi, deposta al suolo accanto a sé, e impugna nella destra, sollevata, quello che sembra il simbolo classico del fulmine . C'è poi la statua proveniente da Séguret , l'antico territorio degli Avantici, dove il dio si appoggia con la destra a una ruota a dieci raggi. C'è anche la matrice di una statua che tiene una ruota in ambedue le mani, proveniente da Caer Llyon, l'antica Isca Silurum (Galles, Regno Unito).
    Spesso compare il simbolo della ruota, ma senza la figura divina. Un altare rinvenuto presso Laudan presenta su ambedue i lati un'aquila e una ruota a cinque raggi. Un altro proveniente da Rousset-les-Vignes mostra una ruota a sei raggi tra due fulmini. A Montmirat è venuto alla luce un frammento di altare con una ruota a nove raggi, sotto cui era effigiato un fulgur conditum . Su un altare a Vauvert, presso Nîmes , troviamo su una facciata una ruota con otto raggi e su ambedue i lati un fulmine stilizzato. Piccole ruote, chiamate dagli archeologi rouelles, erano portate come amuleto tanto in Gallia quanto in Britannia .
    La mancanza di immagini fornite di esplicite iscrizioni non facilita il tentativo di attribuire un nome al «dio con la ruota». C'è però la statua di Landouzy-la-Ville , che è dedicata a I.O.M., tradizionale sigla per Iuppiter Optimus Maximus. Anche l'altare di Rousset-les-Vignes, sopra citato, riporta una dedica a Iuppiter.
    Sembra dunque accettato che il «dio con la ruota» fosse stato interpretato in epoca romana con Iuppiter. Si tratta probabilmente della stessa divinità celtica che Caius Iulius Caesar definiva «re degli dèi», per quanto le attribuisse un posto di importanza secondaria nel pántheon gallico, essendo il massimo culto tributato a Mercurius.
    "Il dio che i Galli onorano di più è Mercurius [...]. Dopo di lui adorano Apollo, Mars, Iuppiter e Minerva. Essi si fanno di questi dèi pressappoco la stessa idea degli altri popoli: Apollo guarisce dalle malattie, Minerva insegna i princìpi dei lavori manuali, Iuppiter è il signore degli altri dèi, Mars presiede alla guerra.
    Caesar: De bello Gallico [VI: 17]
    L'identificazione con Iuppiter ci permette forse di risalire al nome gallico del «dio con la ruota». Un'iscrizione rinvenuta a Skradin
    è infatti dedicata a «IOVI TA/RANVCO» ; un'altra iscrizione, rinvenuta in Aquitania, a Bourganeuf , e purtroppo mutila, appare invece dedicata a «I O M / TARANVEN[†...». Questi epiteti rimandano alla sfera del dio Taranis, il «tonante», dio conosciuto attraverso un numero assai limitato di iscrizioni, provenienti dall'intera area celtica .










    Mi piac

  4. #44
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    Predefinito Re: immortalità degli dei

    Summano, il dio dei fulmini notturni












    Musei Vaticani. Penso che non conosceremo mai abbastanza il modo di pensare dei nostri antenati. Nel 1864, sotto il cortile di Palazzo Pio Righetti (piazza del Biscione), venne rinvenuta, distesa in orizzontale, una statua bronzea di Ercole (epoca imperiale). Vicino alla scultura c'era una lastra in travertino su cui erano incise le lettere FCS. La statua fu venduta a papa Pio IX, mentre l'iscrizione fu svelata molti anni dopo dall'archeologo Carlo Pietrangeli (1912-1995), che tradusse le tre lettere con FULGOR CONDITUM SUMMANIUM (qui è nascosto un fulmine di Summano). Summano era il dio dei tuoni notturni, perciò la statua, che probabilmente decorava il tempio di Venere Genitrice del Teatro di Pompeo (Campo de' Fiori), era stata colpita di notte da un fulmine. Ora, i Romani pensavano che il fulmine fosse un modo di comunicare degli Dei, perciò tutto quello che veniva colpito dal fulmine veniva collocato all'interno di una buca, segnalato dall'iscrizione FCS. Alla scoperta assistette lo storico Gregorovius, che disse:«Ho visto questa statua resuscitare dalla sua tomba».

  5. #45
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    Predefinito Re: immortalità degli dei

    APOLLO E SIRONA
    Da Mâlan (Côte-d'Or), Francia. Statuetta risalente al II sec. d.C., raffigurante la coppia divina formata da Apollo e Sirona. La dea è qui raffigurata con un serpente al braccio, simbolo di rigenerazione.
    Musée Archéologique di Digione.
    I Romani identificarono indistintamente con Apollo una schiera di differenti divinità galliche, associate alla luce e alle acque sorgive, legate ai centri termali e in grado di guarire da tutte le malattie. Grannos, Bormo e Belenos furono alcune di esse.
    - L'APOLLO GALLICO
    Al secondo posto tra i cinque principali dèi gallici, Cesare cita Apollo, e di lui dice che caccia le malattie.
    Possiamo immaginare la perplessità di Cesare di fronte a questo Apollo gallico, così simile all'Apollo che secoli prima i Romani avevano desunto dagli Etruschi e poi dai Greci, eppure così inestricabilmente diverso. A Roma, Apollo non è mai stato un dio molto importante, invece i Galli lo tengono in altissima considerazione: il suo culto, assai antico e radicato, è diffuso fin nelle zone più periferiche dell'area celtica.
    Mentre l'Apollo greco è noto per spargere morbi e pestilenze a colpi di freccia, i Galli vedono in Apollo, divinità legata al chiarore della luce e alla trasparenza delle acque, un dio guaritore, dalle grandi capacità curative. A lui è dedicata la grande festa del primo maggio, durante la quale i Galli accendono grandi fuochi per dare il benvenuto all'estate, ma anche per cacciare le malattie e purificare il bestiame. Ad Apollo sono sacri i cavalli, animali tradizionalmente legati al culto del carro solare.
    Ma non si può generalizzare, ché Apollo è diventato, dopo la conquista romana, un nome generico che copre molte divinità diverse, eppure consimili, generalmente legate alle sorgenti termali e ai loro poteri curativi. Belenos, Grannos, Bormo, sono solo alcuni di questi dèi dalle similare sfumature, identificati con Apollo.
    Un'infinità di templi sono stati dedicati a questi «Apolli» in tutta la Gallia, e per la maggior parte si trovano in prossimità delle fonti e delle sorgenti termali. Alcuni di questi templi sono molto grandi e vi convengono pellegrini da tutte le Gallie. In questi luoghi Apollo è adorato con una gran quantità di nomi e di epiteti, e spesso è affiancato da una dea consorte con la quale forma una coppia divina. I pellegrini recano ad Apollo immagini raffiguranti le parti del corpo malate, per le quali sperano in una rapida guarigione: mani e piedi, organi interni, seni e genitali. L'Apollo Vindonnus dei Lingoni, ad esempio,è specializzato nella cura degli occhi: a lui vengono recate immagini di mani che offrono frutta e pane. In questi templi vi è un abaton o dormitorio, con molti piccoli cubiculi in cui i pellegrini si ritirano a dormire, sperando che il dio compaia loro in sogno per guarirli. Vi operano abili medici e sacerdoti consacrati al dio...






  6. #46
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    Predefinito Re: immortalità degli dei

    Epulum Iovis... Era una festa del calendario romano che si celebrava alle idi di settembre in onore di Giove. Si invitavano gli dei a partecipare alla festa, cosa che facevano simbolicamente attraverso le loro statue, disposte su ricchi letti con cuscini morbidi, detti pulvinaria. Questi letti erano posti nella zona più onorevole della tavolata e gli dei erano serviti di ricchi piatti, il cui consumo era effettuato dagli epulones (i banchettatori). . . .


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  7. #47
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    Predefinito Re: immortalità degli dei

    La dea Pale..
    Pale, una divinità arcaica, il cui culto era diffuso in tutta Italia, lungo gli Appennini. Per i Romani era Pales, presso i popoli sanniti e osco-umbri, era conosciuta con il nome di Perna, Penna, Pelina . Presso i Liguri, secondo alcuni storici romani come Catone, si tratterebbe di una misteriosa divinità femminile, la Dea Pennina, associata al Dio Penn. Con la romanizzazione Pelino e Pennino finirono per diventare appellativi di Giove. Il culto della Dea Pelina e di Giove Pelino, viene, nell'era cristiana, trasformato nel culto di San Pelino che è presente nella Marsica Abruzzese, ma conserva anche delle affinità con il culto di Sant’Antonio. .. A Nola in località pozzo Ceravolo si dice ci fosse un Tempio a Pale. Letteralmente "penn" significa "cima", "sommità". Pale, potrebbe essere una variante meridionalizzata di Bale, quindi di Baleno/Beleno, o nella sua versione femminile, Belena, antica divinità celtica, di cui assume parecchie caratteristiche. La Dea Pale, venne più volte identificata con Minerva, Bona Dea e Dea Dia, fu chiamata anche Pale montana, Pale pastoria, Berenice Cibale Dea e Magna Pale, come manifestazione della Dea Opi. Era la Dea dei confini, di tutto ciò che era manifesto, protettrice della pastorizia, dei pastori, dei pascoli ed in genere di tutta la Natura, colei che tutela l’equilibrio tra il selvatico e il coltivato. Dea legata profondamente alla terra e al fuoco. Molti l’associano anche alla morte, come rinnovamento e alla guerra. Veniva invocata per la purificazione, la protezione, il parto e la guarigione di greggi e esseri umani, probabilmente aveva anche una funzione di protezione dal pericolo degli incendi montani e degli animali selvatici.
    Pale è identificata con le BALdorie pastorali. Deriva dall'illirico paliti (bruciare). PALia, o meglio paglia, è ciò che brucia. Nelle Feste a Pale si usava infatti bruciare la paglia e stoppie. Palilia sono le feste in onore di Pale. A Pale è legato anche il termine PAllido, che potrebbe associarla alla Luna, come Dea Bianca, al candore delle rocce e alla morte, come rinascita. Ma soprattutto Pale è il BALzo , la roccia che affiora dalla montagna e che da lontano sembra un “palazzo”. La parola PALazzo deriva appunto da Pale e anche il colle Palatino, era così chiamato in onore della Dea Pale. Per gli antichi la roccia affiorante era la manifestazione della divinità. Anche il termine Palo, Paletto deriva da Pele, non a caso era anche una divinità dei confini, delimitati appunto da pali di legno. Palese, deriva da Pale (manifesto). PALilicium è anche il nome antico della stella più brillante della costellazione del Toro (Aldebaran)che sorge il 21 aprile, festa natale di Roma e di Pale.
    Pale era celebrata il 21 aprile, durante una festa di purificazione delle greggi, i Palilia, durante le quali si accendevano mucchi di paglia disposti in file e vi si conducevano attraverso i capi di bestiame, seguiti dai pastori stessi, che procedevano saltando. e Feste a Pale erano l’occasione per ripulire le stalle e le pecore . Il pastore spruzzava d'acqua il gregge, scopava l'ovile e lo ornava di fronde. Poi si andava al tempio di Vesta e ci si procurava il suffimen, il composto organico, quindi lo si bruciava su un fuoco acceso appositamente per quel rito; si saltava tre volte questo fuoco e ci si aspergeva d'acqua mediante un ramoscello d'alloro. Il salto sul fuoco e l'aspersione d'acqua costituivano un rito chiamato suffitio che si compiva anche per purificarsi dopo esser stati ad un funerale, come ci informa Festo. Sempre con acqua e fuoco si purificava a sera il gregge e l'ovile. Si lavava e si spazzava nuovamente il pavimento. Si ornavano le pareti con fronde e la porta con festone di fiori. Si bruciava zolfo su un fuoco di legna resinosa, rami di ginepro e foglie d'alloro. Si offrivano a Pales focacce di miglio in un paniere di miglio, latte e cibi esclusivamente vegetali.
    Le offerte alla Dea venivano distribuite tra i presenti che le consumavano ritualmente. Si pregava Pale, assimilata o associata a Silvano, con una preghiera che veniva ripetuta quattro volte, guardando verso l'oriente.
    "Benedici la mandria e perdona se a volte siamo entrati nei boschetti a te consacrati e, ignorando il tuo nome, abbiamo tolto foglie al ramo per una pecora malata; perdona se le bestie intorbidarono involontariamente l'acqua chiara della tua fonte ".
    Nella preghiera si chiedeva perdono a Pale per un'infrazione del pastore o del suo gregge e se ne chiedeva l'intervento per placare le divinità. L'officiante infine beveva da una ciotola latte mescolato a mosto cotto e faceva un salto sul fuoco. Quindi si offrivano latte, miglio e pizze di miglio a Pale







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  8. #48
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    Predefinito Re: immortalità degli dei








    Statuette représentant une "Lasa" étrusque, divinité psychopompe (qui accompagne l'âme des morts), accompagnée d'une créature marine hybride à tête de chien (Ketos? Pistrix?). Elle tient à la main un alabastre, petit vase oblong destiné à contenir du parfum. La statuette devait servir de base à un candélabre ou à un brûle encens.
    Seconde moitié du IVe

 

 
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