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    LA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA


    “Il movimento fascista per essere compreso deve essere considerato in tutta la sua vastità e profondità di fenomeno spirituale. Le sue manifestazioni sono state le più potenti e le più decisive, ma non bisogna fermarsi ad esse. Il fascismo italiano non è stato infatti solamente una rivolta politica contro governi fiacchi e incapaci che avevano lasciato decadere l’autorità dello stato, … ma è stata una rivolta spirituale contro le vecchie ideologie… rivolta spirituale, dunque, il fascismo è stato espresso direttamente dal popolo”
    Mussolini, un messaggio al pubblico inglese, 5 gennaio 1924

    LA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA

    I primi giorni di aprile del 1930 Niccolò Giani fonda a Milano, insieme ad un gruppo di giovani in prevalenza universitari, la Scuola di Mistica Fascista; "Nella gran massa dei nostri colleghi - scriveva Giani - la nostra rivoluzione era considerata soprattutto nelle sue realizzazioni concrete, il lato profondamente spirituale del fascismo sfuggiva del tutto o quasi. Di fronte a tale materializzazione della nostra rivoluzione noi reagimmo(1).

    La Scuola (che prese il nome da Sandro Italico Mussolini figlio di Arnaldo Mussolini prematuramente scomparso) si proponeva di "diffondere mediante conferenze e pubblicazioni, i principi informatori della Mistica Fascista e la loro concreta attuazione"(2). "Non cercate altrove - scriveva Giani che diresse la Scuola fino al 1941 - guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno"(3).

    L’attività dei giovani mistici si incentrava su delle pubbliche riunioni libere a tutti "poiché - affermavano - il Fascismo è apostolato, cui tutti debbono potersi accostare con cuore sincero per sentirne la bellezza ed essere presi dell’altezza della missione che la provvidenza ha affidato al Duce"(4). Ispiratore del gruppo dei giovani della mistica fu Arnaldo Mussolini(5) che con il discorso Coscienza e dovere, pronunciato per l’ inaugurazione dell’ attivita’ del terzo anno della Scuola, fornì ai "mistici" quello che essi considerarono il loro manifesto etico-politico, "lo spirito che vi anima - aveva affermato Arnaldo Mussolini - è in giusta relazione al correre del tempo che non conosce dighe, nè ha dei limiti critici; mistica è un richiamo a una tradizione ideale che rivive trasformata e ricreata nel vostro programma di giovani fascisti rinnovatori. [...] Il problema dei giovani per noi è un problema di formazione salda del carattere e per voi giovani si accoglie nell’unità indissolubile di questo binomio: coscienza e dovere. [...] Il domani deve essere migliore dell’ oggi. Voi, in una parola, dovete essere migliori di noi. Non mi spiace quando vedo in voi dei giudici severi intransigenti di cose e persone. [...] Le questioni di stile anche nei minimi particolari devono avere per voi un’importanza singolare, essenziale. Ogni giovane fascista deve sentire la fierezza della sua gioventù unita al senso dei propri limiti [...] qualunque manchi di stile, sarà sempre fuori dello spirito e fuori dal costume fascista. Le miserie non sono degne del ventesimo secolo. Non sono degne del Fascismo. Non sono degne di voi"(6).

    Il culto del Duce, quale fondatore e massimo interprete del fascismo e della sua missione storica, fu posto al centro dell’attività della Scuola di Mistica Fascista. "Ogni vera rivoluzione mondiale - scriveva Giani - ha la sua mistica, che è la sua arca santa, cioè quel complesso di idee-forza che sono destinate ad irradiarsi e ad agire sul subcosciente degli uomini. La scuola, è sorta appunto per enucleare dal pensiero e dall’azione del Duce queste idee-forza. La fonte, la sola, unica fonte della mistica è infatti Mussolini, esclusivamente Mussolini. Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini"(7). Nello studio di Mussolini vero e proprio "vangelo del fascismo" i giovani della mistica trovavano tutte le risposte, "solo la Sua parola può dare la risposta esatta e perfetta ai nostri dubbi, può placare le nostre ansie, può diradare le nostre foschie. Ecco perchè i Suoi discorsi e i Suoi atti devono essere il nostro viatico quotidiano, il nostro breviario di ogni giorno, la pronta risposta ad ogni nostra segreta pena. Ecco perchè noi giovani dobbiamo averlo sempre vicino e studiarlo con amore, conoscerlo senza lacune, approfondirlo senza soste. [...] Dubbi e pessimismo, incertezze e indecisioni sono scomparsi quando abbiamo aperto la pagina giusta e abbiamo letto il pensiero preciso del capo. Questa gioia e questa fortuna devono essere di tutti: questo noi vogliamo e per questo dobbiamo arrivare all’ esposizione organica di tutto il Suo Pensiero e di tutta la Sua Azione"(.

    La fede era considerata dai "mistici" uno dei valori principali della militanza politica, Giani "fu soprattutto un fedele ed un intransigente. Taluni potrebbero chiamarlo un fanatico [...]. Il suo spirito si ribellava a qualunque forma di compromesso; sul terreno della fede non ammetteva patteggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata; dall’altra parte c’è il brutto, il male, la meschinità"(9). I giovani della mistica si sentivano appartenenti ad un ordine religioso, nella consegna data alla Scuola Mussolini aveva infatti detto loro: "La mistica è più del partito un ordine. Chi vi partecipa deve essere dotato di una grande fede. Il fascismo deve avere i suoi missionari, cioè degli uomini che sappiano convincere alla fede intransigente. È la fede che muove - letteralmente - le montagne. Questa può essere la vostra parola d’ ordine"(10).

    Frequenti furono i richiami della Scuola alla necessità di contrastare in ogni sua forma lo spirito borghese: "insorgiamo - scriveva Giani - con tutte le nostre forze contro coloro che vorrebbero inchiodare la Rivoluzione riducendola a vigile e disciplinato guardiano delle loro piccole o grandi ma pur sempre miserevoli fortune, dimenticando che il Fascismo lo si serve e di esso non ci si serve [...]. All’indice i timorosi, i rimorchiati, tutti coloro che nella rivoluzione hanno visto e continuano a vedere solo il carabiniere che deve garantire la loro modesta tranquillità casalinga"(11).

    Era secondo Daniele Marchesini "un atteggiamento insofferente di tutto quanto non fosse fanaticamente ortodosso e si opponesse alla realizzazione di un fascismo rivoluzionario. Era [...] polemica condotta con sincerità, onestà e buona fede contro il ‘carrierismo’ e il ‘pescicanismo’, contro un vertice sclerotizzato nella burocratica mentalità delle mezze maniche"(12). I giovani della mistica dovevano formare gli uomini nuovi, gli italiani di Mussolini, "solo quando un valore - scriveva Giani - o un principio si connatura al punto da diventare esigenza inderogabile, cioè stile, esso è storicamente operante. E lo stile, soltanto lo stile è il rilevatore della compiutezza degli uomini nuovi e lo stile distingue realmente il fascista"(13). La mistica doveva rappresentare non una "nozione di cultura", ma un modo di vivere fascista, "non vuole dare della cultura, nè dottrinarismo, ma essa è e vuole rimanere maestra di vita: che tutto torna agli uomini, ha detto Mussolini"(14).

    "Siamo dei mistici - affermava Giani al convegno nazionale indetto dalla Scuola nel 1940 sul tema ‘Perché siamo dei mistici’ - perché siamo degli arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini partigiani per eccellenza e quindi per il classico borghese anche assurdi [...] del resto nell’impossibile e nell’assurdo non credono solo gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la volontà, niente è assurdo. [...] La storia è e sarà sempre un assurdo: l’assurdo dello spirito e della volontà che piega e vince la materia: cioè la mistica. Fascismo uguale Spirito, uguale a Mistica, uguale a Combattimento, uguale a Vittoria, perché credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, marciare e vincere non si può se non si combatte"(15).

    La guerra che scoppiò rappresentò per i giovani della Scuola il banco di prova della loro preparazione, "una rivoluzione - aveva scritto F. Mezzasoma vicedirettore della Scuola - che voglia durare e perpetuarsi nei secoli ha bisogno di collaudare al fuoco della guerra l’ idea dalla quale è sorta e per cui combatte"(16). Nella primavera del 1943 saranno 16 i caduti (cinque le Medaglie d’oro) della Scuola.

    Niccolò Giani cadde in Albania il 14 marzo 1941. Alla sua memoria venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: "Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita, alla quale era stato affidato il compito di una rischiosa impresa. Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si lanciava alla testa di pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi. Mentre in piedi lanciava l’ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo eroico esempio, al grido di: ‘avanti Bolzano, viva l’Italia’, veniva mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo valore e amor patrio"(17). La sua morte fu coerente ad un ideale di vita intesa come sacrificio ed eroismo, era l’insegnamento di Arnaldo che ritornava "Essere sempre entusiasti, giovani, pieno lo spirito di gioia, lieti di combattere e lieti di morire, per dare a questo mondo che ci circonda la forma dei nostri sogni e dei nostri ideali"(18).

    DECALOGO DELLA MISTICA FASCISTA
    Non vi sono privilegi, se non quello di compiere per primi la fatica e il dovere.

    Accettare tutte le responsabilità, comprendere tutti gli eroismi, sentire come giovani italiani e fascisti la poesia maschia dell'avventura e del pericolo.

    Essere intransigenti, domenicani. Fermi al proprio posto di dovere e di lavoro, qualunque esso sia. Ugualmente capaci di comandare e di ubbidire.

    Abbiamo un testimonio da cui nessun segreto potrà mai liberarci: il testimonio della nostra coscienza. Deve essere il più severo, il più inesorabile dei nostri giudici.

    Aver fede, credere fermamente nella virtù del dovere compiuto,negare lo scetticismo,volere il bene ed operarlo in silenzio.

    Non dimenticare che la ricchezza è soltanto un mezzo,necessario si, ma non sufficiente a creare da solo una vera civiltà, qualora non si affermino quegli alti ideali che sono essenza e ragione profonda della vita umana.

    Non indulgere al mal costume delle piccole transazioni e delle avide lotte per arrivare. Considerarsi soldati pronti all'appello, ma in nessun caso arrivisti e vanitosi.

    Accostarsi agli umili con intelletto d'amore, fare opera continua per elevarli ad una sempre più alta visione morale della vita. Ma per ottenere questo occorre dare l'esempio della probità.

    Agire su se stessi, sul proprio animo prima di predicare agli altri. Le opere e i fatti sono i più eloquenti dei discorsi.

    Sdegnare le vicende mediocri, non cadere mai nella volgarità, credere fermamente nel bene. Avere vicina sempre la verità e come confidente la bontà generosa.

    NOTE:

    (1) Libro e moschetto, 20 marzo 1930.

    (2) D. Marchesini, La Scuola dei gerarchi, Feltrinelli, Milano 1976.

    (3) N. Giani, Aver coraggio, Dottrina fascista, settembre 1937.

    (4) ACS, Segr. part. Duce, carteggio ord. N. Giani, 509017, fasc. SMF, programma della Scuola per l’ anno XI.

    (5) Cfr. M.Ingrassia, L’idea di Fascismo in Arnaldo Mussolini, ISSPE, Palermo 1998.

    (6) A. Mussolini, Coscienza e dovere, in Il Popolo d’ Italia, 1 dicembre 1931.

    (7) Generazioni di Mussolini sul piano dell’ impero, estratto dalla rivista Tempo di Mussolini, n. 2 1937.

    ( idem.

    (9) F. Mezzasoma, Niccolò Giani discepolo di Arnaldo, in Dottrina fascista, luglio 1941.

    (10) D. Marchesini, La Scuola dei gerarchi, cit.

    (11) N. Giani, Aver coraggio, cit.

    (12) D. Marchesini, Un episodio della politica culturale del regime: la Scuola di Mistica Fascista, in Rivista di Storia Contemporanea, n. 1 1974.

    (13) N. Giani, La mistica come dottrina del fascismo, in Dottrina fascista, aprile 1938.

    (14) Idem.

    (15) N. Giani, Perché siamo dei mistici, in Dottrina fascista, gennaio-marzo 1940.

    (16) F. Mezzasoma, Il cittadino della nuova Italia, in Dottrina fascista, febbraio-marzo 1942.

    (17) ACS, Segr. part. Duce, carteggio ord., N. Giani, busta 985, fasc. 509017/2, segreteria politica del PNF.

    (18) A. Mussolini - F. Belfiori - L. Gagliardi, Arnaldo: la rivoluzione restauratrice, Settimo Sigillo, Roma 1985.









    LA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

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    LA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA


    di Antonello Patrizi





    I primi giorni di aprile del 1930 Niccolò Giani fonda a Milano, insieme ad un gruppo di giovani in prevalenza universitari, la Scuola di Mistica Fascista; "Nella gran massa dei nostri colleghi - scriveva Giani - la nostra rivoluzione era considerata soprattutto nelle sue realizzazioni concrete, il lato profondamente spirituale del fascismo sfuggiva del tutto o quasi. Di fronte a tale materializzazione della nostra rivoluzione noi reagimmo(1).

    La Scuola (che prese il nome da Sandro Italico Mussolini figlio di Arnaldo Mussolini prematuramente scomparso) si proponeva di "diffondere mediante conferenze e pubblicazioni, i principi informatori della Mistica Fascista e la loro concreta attuazione"(2). "Non cercate altrove - scriveva Giani che diresse la Scuola fino al 1941 - guardate al fascismo, imparate a conoscerlo e lo amerete, studiatelo e diventerà la vostra idea. Né per voi sarà mai una catena ma un vincolo d’amore verso una creazione più grande dell’umanità. Esso sarà per voi e per tutti l’alba di un nuovo giorno"(3).

    L’attività dei giovani mistici si incentrava su delle pubbliche riunioni libere a tutti "poiché - affermavano - il Fascismo è apostolato, cui tutti debbono potersi accostare con cuore sincero per sentirne la bellezza ed essere presi dell’altezza della missione che la provvidenza ha affidato al Duce"(4). Ispiratore del gruppo dei giovani della mistica fu Arnaldo Mussolini(5) che con il discorso Coscienza e dovere, pronunciato per l’ inaugurazione dell’ attivita’ del terzo anno della Scuola, fornì ai "mistici" quello che essi considerarono il loro manifesto etico-politico, "lo spirito che vi anima - aveva affermato Arnaldo Mussolini - è in giusta relazione al correre del tempo che non conosce dighe, nè ha dei limiti critici; mistica è un richiamo a una tradizione ideale che rivive trasformata e ricreata nel vostro programma di giovani fascisti rinnovatori. [...] Il problema dei giovani per noi è un problema di formazione salda del carattere e per voi giovani si accoglie nell’unità indissolubile di questo binomio: coscienza e dovere. [...] Il domani deve essere migliore dell’ oggi. Voi, in una parola, dovete essere migliori di noi. Non mi spiace quando vedo in voi dei giudici severi intransigenti di cose e persone. [...] Le questioni di stile anche nei minimi particolari devono avere per voi un’importanza singolare, essenziale. Ogni giovane fascista deve sentire la fierezza della sua gioventù unita al senso dei propri limiti [...] qualunque manchi di stile, sarà sempre fuori dello spirito e fuori dal costume fascista. Le miserie non sono degne del ventesimo secolo. Non sono degne del Fascismo. Non sono degne di voi"(6).

    Il culto del Duce, quale fondatore e massimo interprete del fascismo e della sua missione storica, fu posto al centro dell’attività della Scuola di Mistica Fascista. "Ogni vera rivoluzione mondiale - scriveva Giani - ha la sua mistica, che è la sua arca santa, cioè quel complesso di idee-forza che sono destinate ad irradiarsi e ad agire sul subcosciente degli uomini. La scuola, è sorta appunto per enucleare dal pensiero e dall’azione del Duce queste idee-forza. La fonte, la sola, unica fonte della mistica è infatti Mussolini, esclusivamente Mussolini. Forse che ignorando o non conoscendo a fondo il pensiero del Duce si può affermare di essere fascisti? Noi diciamo di no. Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini"(7). Nello studio di Mussolini vero e proprio "vangelo del fascismo" i giovani della mistica trovavano tutte le risposte, "solo la Sua parola può dare la risposta esatta e perfetta ai nostri dubbi, può placare le nostre ansie, può diradare le nostre foschie. Ecco perchè i Suoi discorsi e i Suoi atti devono essere il nostro viatico quotidiano, il nostro breviario di ogni giorno, la pronta risposta ad ogni nostra segreta pena. Ecco perchè noi giovani dobbiamo averlo sempre vicino e studiarlo con amore, conoscerlo senza lacune, approfondirlo senza soste. [...] Dubbi e pessimismo, incertezze e indecisioni sono scomparsi quando abbiamo aperto la pagina giusta e abbiamo letto il pensiero preciso del capo. Questa gioia e questa fortuna devono essere di tutti: questo noi vogliamo e per questo dobbiamo arrivare all’ esposizione organica di tutto il Suo Pensiero e di tutta la Sua Azione"(8).

    La fede era considerata dai "mistici" uno dei valori principali della militanza politica, Giani "fu soprattutto un fedele ed un intransigente. Taluni potrebbero chiamarlo un fanatico [...]. Il suo spirito si ribellava a qualunque forma di compromesso; sul terreno della fede non ammetteva patteggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata; dall’altra parte c’è il brutto, il male, la meschinità"(9). I giovani della mistica si sentivano appartenenti ad un ordine religioso, nella consegna data alla Scuola Mussolini aveva infatti detto loro: "La mistica è più del partito un ordine. Chi vi partecipa deve essere dotato di una grande fede. Il fascismo deve avere i suoi missionari, cioè degli uomini che sappiano convincere alla fede intransigente. È la fede che muove - letteralmente - le montagne. Questa può essere la vostra parola d’ ordine"(10).

    Frequenti furono i richiami della Scuola alla necessità di contrastare in ogni sua forma lo spirito borghese: "insorgiamo - scriveva Giani - con tutte le nostre forze contro coloro che vorrebbero inchiodare la Rivoluzione riducendola a vigile e disciplinato guardiano delle loro piccole o grandi ma pur sempre miserevoli fortune, dimenticando che il Fascismo lo si serve e di esso non ci si serve [...]. All’indice i timorosi, i rimorchiati, tutti coloro che nella rivoluzione hanno visto e continuano a vedere solo il carabiniere che deve garantire la loro modesta tranquillità casalinga"(11).

    Era secondo Daniele Marchesini "un atteggiamento insofferente di tutto quanto non fosse fanaticamente ortodosso e si opponesse alla realizzazione di un fascismo rivoluzionario. Era [...] polemica condotta con sincerità, onestà e buona fede contro il ‘carrierismo’ e il ‘pescicanismo’, contro un vertice sclerotizzato nella burocratica mentalità delle mezze maniche"(12). I giovani della mistica dovevano formare gli uomini nuovi, gli italiani di Mussolini, "solo quando un valore - scriveva Giani - o un principio si connatura al punto da diventare esigenza inderogabile, cioè stile, esso è storicamente operante. E lo stile, soltanto lo stile è il rilevatore della compiutezza degli uomini nuovi e lo stile distingue realmente il fascista"(13). La mistica doveva rappresentare non una "nozione di cultura", ma un modo di vivere fascista, "non vuole dare della cultura, nè dottrinarismo, ma essa è e vuole rimanere maestra di vita: che tutto torna agli uomini, ha detto Mussolini"(14).

    "Siamo dei mistici - affermava Giani al convegno nazionale indetto dalla Scuola nel 1940 sul tema ‘Perché siamo dei mistici’ - perché siamo degli arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini partigiani per eccellenza e quindi per il classico borghese anche assurdi [...] del resto nell’impossibile e nell’assurdo non credono solo gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la volontà, niente è assurdo. [...] La storia è e sarà sempre un assurdo: l’assurdo dello spirito e della volontà che piega e vince la materia: cioè la mistica. Fascismo uguale Spirito, uguale a Mistica, uguale a Combattimento, uguale a Vittoria, perché credere non si può se non si è mistici, combattere non si può se non si crede, marciare e vincere non si può se non si combatte"(15).

    La guerra che scoppiò rappresentò per i giovani della Scuola il banco di prova della loro preparazione, "una rivoluzione - aveva scritto F. Mezzasoma vicedirettore della Scuola - che voglia durare e perpetuarsi nei secoli ha bisogno di collaudare al fuoco della guerra l’ idea dalla quale è sorta e per cui combatte"(16). Nella primavera del 1943 saranno 16 i caduti (cinque le Medaglie d’oro) della Scuola.

    Niccolò Giani cadde in Albania il 14 marzo 1941. Alla sua memoria venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: "Volontariamente, come aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita, alla quale era stato affidato il compito di una rischiosa impresa. Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si lanciava alla testa di pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi. Mentre in piedi lanciava l’ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo eroico esempio, al grido di: ‘avanti Bolzano, viva l’Italia’, veniva mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo valore e amor patrio"(17). La sua morte fu coerente ad un ideale di vita intesa come sacrificio ed eroismo, era l’insegnamento di Arnaldo che ritornava "Essere sempre entusiasti, giovani, pieno lo spirito di gioia, lieti di combattere e lieti di morire, per dare a questo mondo che ci circonda la forma dei nostri sogni e dei nostri ideali"(18).

    NOTE:

    (1) Libro e moschetto, 20 marzo 1930.

    (2) D. Marchesini, La Scuola dei gerarchi, Feltrinelli, Milano 1976.

    (3) N. Giani, Aver coraggio, Dottrina fascista, settembre 1937.

    (4) ACS, Segr. part. Duce, carteggio ord. N. Giani, 509017, fasc. SMF, programma della Scuola per l’ anno XI.

    (5) Cfr. M.Ingrassia, L’idea di Fascismo in Arnaldo Mussolini, ISSPE, Palermo 1998.

    (6) A. Mussolini, Coscienza e dovere, in Il Popolo d’ Italia, 1 dicembre 1931.

    (7) Generazioni di Mussolini sul piano dell’ impero, estratto dalla rivista Tempo di Mussolini, n. 2 1937.

    (8) idem.

    (9) F. Mezzasoma, Niccolò Giani discepolo di Arnaldo, in Dottrina fascista, luglio 1941.

    (10) D. Marchesini, La Scuola dei gerarchi, cit.

    (11) N. Giani, Aver coraggio, cit.

    (12) D. Marchesini, Un episodio della politica culturale del regime: la Scuola di Mistica Fascista, in Rivista di Storia Contemporanea, n. 1 1974.

    (13) N. Giani, La mistica come dottrina del fascismo, in Dottrina fascista, aprile 1938.

    (14) Idem.

    (15) N. Giani, Perché siamo dei mistici, in Dottrina fascista, gennaio-marzo 1940.

    (16) F. Mezzasoma, Il cittadino della nuova Italia, in Dottrina fascista, febbraio-marzo 1942.

    (17) ACS, Segr. part. Duce, carteggio ord., N. Giani, busta 985, fasc. 509017/2, segreteria politica del PNF.

    (18) A. Mussolini - F. Belfiori - L. Gagliardi, Arnaldo: la rivoluzione restauratrice, Settimo Sigillo, Roma 1985.








    Patrizi
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

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    Predefinito Rif: LA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA

    La scuola di mistica fascista fu fondata nel 1930 a Milano da Niccolò Giani (1909-1941), uno studente di giurisprudenza appassionato di giornalismo politico, che ne fu il direttore, con l’appoggio di Arnaldo Mussolini.

    L’istituto milanese, dedicato a Sandro Italico Mussolini, si proponeva di essere il centro di formazione politica dei futuri dirigenti del Fascismo. I principi-chiave sui quali l’insegnamento si basava erano l’attivismo volontaristico, la fede nell’Italia dalla quale si riteneva derivasse quella in Benito Mussolini e nel Fascismo, l’anti-razionalismo, un certo connubio tra religione e politica, la polemica con la liberal-democrazia e il socialismo, il culto della “romanità“.

    Tra i docenti furono Ferdinando Mezzasoma (vicedirettore della scuola), Vito Mussolini, Guido Pallotta, Berto Ricci, Emilio Bodrero, Eugenio Coselschi, Asvero Gravelli, Umberto Padovani, Enzo Paci, Giorgio Pini, Nino Tripodi, Cornelio di Marzio, Gastone Silvano Spinetti, Pasquale Pennisi, Michele Federico Sciacca, Enzo Leoni, Julius Evola e Luigi Stefanini. Quest’ultimo fu anche, per alcuni anni, “consultore”, cioè consulente ufficiale della Scuola.

    Dal 1937, sempre per iniziativa di Giani, fu creata nell’ambito della scuola la rivista, Dottrina fascista, che pubblicò nel 1939 il decalogo della scuola (”Decalogo dell’italiano nuovo”)[1]. La sede ufficiale si spostò successivamente nel medesimo edificio che ospitò ai suoi inizi il giornale Il Popolo d’Italia, chiamato “il Covo”[2] Nel 1940, in occasione del decennale dalla fondazione fu tenuto un convegno che vide oltre 500 partecipanti ed ebbe l’adesione della maggior parte degli intellettuali dell’epoca, compresi rettori e docenti universitari. Julius Evola fu tra i sostenitori di questa iniziativa per le possibilità che essa avrebbe potuto offrire nella creazione di un’élite ispirata ai valori tradizionali da lui propugnati.

    Dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale il 10 giugno, voluta da Mussolini, l’attività della Scuola venne sospesa, in quanto gran parte dei dirigenti erano partiti volontari su impulso dello stesso Giani. Nella guerra caddero lo stesso Giani nel 1941 e altri docenti, come Guido Pallotta e Berto Ricci. Nel 1943 la scuola cessò definitivamente la propria attività.





    Azione Tradizionale
    “Non vi è socialismo senza nazionalizzazione e socializzazione delle industrie” STANIS RUINAS

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    Predefinito Rif: LA SCUOLA DI MISTICA FASCISTA

    Intervista a Tomas Carini sulla Scuola di mistica fascista


    Scritto da Adriano Scianca



    Allora, Tomas: tu arrivi a studiare la Scuola di mistica fascista senza partire da un atteggiamento simpatetico verso gli ideali di Giani e Pallotta. Come è cambiata – se è cambiata – la tua percezione di quell'esperienza politica, culturale ed esistenziale che fu la Scuola?



    Il mio incontro di quasi quindici anni fa con la Scuola di Mistica fascista e con il suo fondatore e direttore Niccolò Giani passa attraverso tre fasi: inizialmente stupore, poi quello che tu chiami “atteggiamento simpatetico”, infine distacco. Lo stupore era dovuto al disorientamento per un pensiero così dirompente ed essenzialmente altro rispetto alla “normalità” della democrazia. Ebbi la percezione che quel mondo fosse stato spazzato via, come un tempio romano sepolto sotto una basilica cristiana. Mi sentivo orfano di qualcosa, come derubato di una parte della nostra storia, di un pezzo di significato che spiegasse in modo più completo quali fossero le radici dell’oggi. È bastato iniziare a scavare. Da qui l’“atteggiamento simpatetico” per i fascisti, i perdenti per antonomasia, i “cattivi”, razzisti, liberticidi, massacratori di civili inermi, alleati di Hitler. E quindi ho scelto di immedesimarmi. Farà storcere il naso a qualcuno, sembrerà poco “scientifico”, ma ho cercato di entrare nella vita di quelle persone per conoscerli meglio. L’immedesimazione da parte mia fu forte nel cercare di capire perché, per esempio, uno come Pallotta potesse pronunciare una frase come “chi non ha dato nulla non vale nulla”. Oppure uno come Giani che, dalla campagna d’Africa, in una ormai ben nota lettera, scriveva al figlio in fasce di non smettere di amare l’Italia: “Per questo nome sacro […] io oggi non ti conosco e potrei non conoscerti mai: ma se così fosse tu amala anche per me, sacrificati anche per me, muori ancora anche per me”. Amare, sacrificarsi, morire: tre verbi poco di moda oggi. Ho quindi iniziato il lungo viaggio tra gli uomini della Scuola, un percorso antropologico che ha permesso di incontrarne le voci, tradurle alla mia mentalità, comprendere le loro ragioni. Discutere. Infine, il distacco. Sono passati ottanta anni dalla fondazione della Scuola nell’aprile del 1930, settanta dall’importante decennale che ne celebrò l’ingresso trionfale nel dibattito culturale dell’epoca. Inoltre, il 20 giugno 2009 ricorreva il centenario della nascita di Giani mentre l’anno prossimo, il 14 marzo 2011, il settantesimo anniversario della sua morte. Ormai è storia, anche se non è storia di tutti, perché il nostro paese presenta ancora divisioni evidenti, una faziosità religiosa per la quale il nemico è sempre Nemico. Tu giustamente definisci la Scuola un’esperienza politica, culturale ed esistenziale, ed aggiungerei anche pedagogica perché, come sostenuto prima di me da Tarchi, la Scuola volle essere prima di tutto un luogo di formazione dei dirigenti del futuro in modo che il fascismo potesse “durare”, secondo l’espressione di allora. Su questo punto non sono invece d’accordo con Tarquini, che nel suo recente libro su Gentile e i suoi oppositori ha scritto che l’obiettivo della Scuola era educare alcuni giovani selezionati al culto del Duce. La Scuola sarebbe stata ben poca cosa. Al contrario, il compito pedagogico che i mistici perseguivano era la creazione di un uomo nuovo plasmato secondo l’ideologia fascista, chiamata “dottrina”, il cui nucleo concettuale fu innanzitutto un fideismo attivistico e volontaristico. Il nazionalismo culturale ed imperialistico dei mistici prevedeva l’esaltazione di Mussolini in quanto realizzazione del genio italiano e del fascismo come continuazione e perfezionamento delle lotte risorgimentali, completamento dell’unità d’Italia attraverso la Guerra e, infine, recupero dell’imperialismo romano. Non però con nostalgie passatiste, ma come “marcia ideale sul mondo”, cioè proiezione nel futuro di un nuovo mito, quello di un’Italia nuova, perché formata da uomini nuovi non più scettici, individualisti, opportunisti, imbelli, apatici, agnostici, cioè rappresentanti dell’800 borghese. Ma credenti, comunitaristi, generosi, audaci, entusiasti. E il mondo, secondo i mistici, sarebbe stato conquistato da questi ideali, gli ideali del ‘900, il secolo dell’azione e delle idee-forza.



    Nel tuo libro ho trovato un po' spiazzante il lungo capitolo dedicato a Papini, personaggio che poco o nulla ebbe a che fare con la Scuola. Perché hai fatto questa scelta? Perché Papini e non altri?



    La relazione tra Papini e l’ideologia fascista, ma più in generale il rimando al clima irrazionalistico degli inizi del ‘900 che ho cercato di ricostruire nella prima parte del libro, riaffiorava qua e là negli scritti di Daniele Marchesini, Maria Luisa Betri, Emilio Gentile, Mario Isnenghi, Marcello Veneziani, ma rimaneva sempre sullo sfondo senza ulteriori approfondimenti. Affrontando il difficile studio di quel clima che aveva tratto la sua ispirazione nel richiamo a numerosi temi filosofici (tratti da Nietzsche, Bergson, James, Novalis, Pareto, Stirner) mi sono reso conto che Papini, Corradini, Prezzolini, Marinetti, Giovanni Gentile ed altri avevano contribuito in maniera significativa alla preparazione dell’ideologia fascista nella versione della mistica fascista. L’indagine ha rivelato analogie consistenti. Ciò che mi interessa di più, però, non è tanto dimostrare che tra i due momenti ci sia un nesso univoco, ma assistere alla trasformazione delle idee nel corso degli anni ad opera degli uomini che li interpretano. Come giustamente osservi, tra Papini (dico solo Papini per sintesi) e i mistici non ci furono all’epoca contatti. Il contatto principale fu, invece, Benito Mussolini, il quale si era nutrito abbondantemente di quel clima irrazionalistico e antipositivistico di inizio Novecento. E per i mistici, che avevano l’appoggio del fratello Arnaldo, vero e proprio Maestro per questi giovani, Mussolini era l’unica e vera fonte della mistica. Altri elementi di contatto furono Evola e Bodrero, partecipi di entrambe le esperienze. Ecco allora il legame con la Scuola: dopo quasi trent’anni dalla fondazione del Leonardo da parte di Papini e Prezzolini e de Il Regno di Corradini (entrambi del 1903), continuano a scorrere nella Scuola le pulsioni di trasformazione volontaristica del mondo e dell’uomo (magiche per Novalis, solipsistiche per Stirner, incendiarie per Nietzsche). Lo spirito continua ad essere una forza inesauribile che realizza nuove forme contrapponendosi alla materia (Bergson), attraverso un’azione politica che porterà ad un ricambio conflittuale della classe dirigente (Pareto). La presa del potere non è preceduta da una teoria politica, perché le idee hanno sempre un significato operativo (James) nella costruzione di un nuovo mito, una nuova fede politica che muove le masse (Sorel). Per scelta mi sono concentrato sulle influenze più strettamente filosofiche trascurando l’apporto e l’influenza di Sorel e di Le Bon (già ampiamente trattati) e quindi di D’Annunzio, dei sindacalisti rivoluzionari e di altre correnti, che ebbero un minor peso filosofico. Ho trascurato anche il filosofo Gentile perché già Colombo ha ampiamente trattato come i mistici, per quanto polemici, gli fossero debitori. Ma i richiami tematici terminano qui. I mistici non furono irrazionalisti come Papini nel disprezzo della ragione e nell’esaltazione di poteri sovrumani, ma antirazionalisti in quanto polemici nei confronti di quella corrente filosofica chiamata Razionalismo, nota per il principio cartesiano del “penso dunque sono”, che Evola filosofo aveva ribaltato in “sono, dunque penso”. Del Razionalismo attaccarono anche tutte le dottrine politiche che da quelle premesse derivavano: il Giusnaturalismo e il Contrattualismo sei-settecentesco fino ai principi della Rivoluzione Francese, alla liberaldemocrazia, al Socialismo, al Marxismo. Per i mistici l’uomo non era inteso come un individuo a sé, titolare di diritti inalienabili, ma come parte attiva di una comunità-Gemeinschaft nella quale stava il senso dell’espressione “credere, obbedire, combattere”: “Lo Stato siamo noi”, parafrasando il Re Sole. Non esaltarono la guerra come un farmaco, cioè come strumento benefico di rigenerazione, ma come una necessaria prova morale per servire lo Stato e realizzare quell’integralismo fascista che, secondo i mistici, avrebbe finalmente cambiato il volto dell’Italia rendendola una grande nazione.



    Secondo te quanto ancora c'è da sapere e da scoprire in relazione alla Scuola di mistica? Qual è lo “stato dell'arte” nelle ricerche su questo argomento?



    Non era mia intenzione scrivere “il” libro sulla Scuola di Mistica fascista. Con il progredire degli studi credenze consolidate crollano e si fanno avanti nuove teorie. Bisogna essere pronti a mettersi in discussione. Pertanto, il mio studio non ha pretese conclusive ed, anzi, si potrebbero aprire numerosi filoni. La Scuola rimane infatti un importantissimo serbatoio per comprendere la temperatura dei giovani del tempo, le aspettative, i sogni, o quanta presa avesse il regime sulla cultura. Uno studio molto interessante ma che necessita di notevole conoscenza dell’epoca sarebbe la ricostruzione dei rapporti tra Giani e gli uomini di cultura del suo tempo (per esempio con Bottai o con lo stesso Arnaldo), anche solo per spiegare come, insieme ai suoi collaboratori, abbia potuto organizzare nel 1940 un convegno al quale parteciparono circa cinquecento persone. Ciò potrebbe essere realizzato grazie anche all’analisi dell’Archivio Giani. E sarebbe interessante anche uno studio approfondito riguardo al coinvolgimento dei vari filosofi che all’epoca si spesero per la mistica: Bontadini, Carlini, Abbagnano, Sciacca, Guzzo, Paci, il rapporto con Padre Agostino Gemelli, la fondazione dell’ISPI che ancora è operativa a Milano, i corsi di Giani all’Università di Pavia. Anche la morte di Giani potrebbe essere oggetto di approfondimento perché le ricostruzioni in merito rimangono contraddittorie. Sarebbe poi interessante approfondire il ruolo e la figura di Nino Tripodi, Emilio Bodrero ed il loro pensiero. Come sai, a settembre dovrebbe uscire il nuovo libro di Aldo Grandi su Guido Pallotta. Da parte mia sto terminando una breve introduzione alla ripubblicazione di un testo di Giani del 1932 intitolato La marcia ideale. Quest’anno e l’anno prossimo la Scuola di Mistica saranno ancora oggetto di notevole interesse.



    Berto Ricci e la Scuola: che influenza ebbe l'intellettuale toscano sull'istituto animato da Giani? Questo rapporto è del tutto trasparente o credi ci siano elementi che ci sfuggono?



    Ho scelto di concentrarmi su Giani e di fornire solo una panoramica sugli altri partecipanti, ma non mi pare però che la presenza di Ricci sia stata così determinante nell’attività della Scuola. Certamente c’è ancora molto da cercare in merito.



    Quale fu secondo te la funzione globale della Scuola nel Regime? Fu un momento cruciale del fascismo o la sua importanza è stata sopravvalutata? Fu l'avanguardia di tutta una rivoluzione o fu un fenomeno sganciato dal contesto?




    Come accennavo prima, la Scuola aveva un obiettivo principale: creare una classe dirigente che continuasse l’opera iniziata da Mussolini per assicurare un futuro al fascismo. E il fascismo secondo i mistici aveva a sua volta un obiettivo: esaltare l’Italia, renderla più forte e rispettata dal punto di vista internazionale. Per far ciò era necessario cambiare il volto degli italiani. Una missione impossibile. Ritengo che l’importanza della Scuola sia stata sottovalutata già a suo tempo dalle istituzioni. Innanzitutto perché Giani e i mistici erano giovani anticonformisti che si schierarono contro il carrierismo dei gerarchi milanesi o, più in generale, contro l’opportunismo degli italiani. Il risultato furono le dimissioni di Giani nel 1932, a soli due anni di distanza dalla fondazione della Scuola, che era nata all’interno dell’Università milanese, assolutamente agganciata in quel contesto, del quale si proclamava la punta più avanzata. Ci vollero cinque anni per tornare. Dal 1937 al 1940, la Scuola rifiorì e solo in questo brevissimo lasso di tempo esplose in tutte le sue potenzialità, inanellando una serie di successi che ebbero ripercussioni nazionali: Giani fondò la biblioteca (ospitava circa diecimila volumi e gli unici mille rinvenuti si trovano ora nel cosiddetto Fondo di Mistica nella Biblioteca Civica di Varese), creò la rivista della Scuola chiamata Dottrina Fascista, ottenne di trasferirla nel “Covo”, prima sede de Il Popolo d’Italia, oggetto di visite (anche del re) e dei filmati dei cinegiornali. Intanto, aveva proseguito la sua attività di giornalista, era diventato docente universitario presso la Regia Università di Pavia, direttore del quotidiano Cronaca Prealpina di Varese. Il 19-20 febbraio 1940 Giani riunisce a Milano gran parte della cultura italiana, ma ormai è tardi, il 10 giugno 1940 scoppia la guerra e i mistici partono volontari sui fronti di tutto il mondo. A soli trentadue anni Giani muore il 14 marzo del 1941 in Albania con gli alpini e la sua morte suscitò viva impressione. Nel 1943 la Scuola, ormai priva di dirigenti, chiuse l’attività ma non smise di ispirare molti militi della Repubblica Sociale, come messo in luce da Fantini. Dopo la guerra, il ricordo di Giani e dei mistici rimase appannaggio di reduci sopravvissuti. Poi c’è un altro aspetto che va considerato. Mussolini stesso, volle tenere la mistica fuori dalla politica, per mantenere, diciamo così, la purezza dell’idea, ma anche per non avere degli idealisti tra i piedi. Sono dell’idea che la Scuola fosse certamente un’avanguardia. La rivoluzione che immaginavano era però più una moralizzazione, un invito alla purificazione quasi monacale per dare tutto se stessi alla causa, senza riserve, “come il ceppo alla fiamma”, scrissero. Senza tornaconto personale, senza pensare ai riconoscimenti, per puro dovere senza reclamare alcun diritto. Molti italiani la pensavano così allora. Nel panorama dell’epoca la Scuola fu un fenomeno elitario, ma risulta evidente la volontà di incidere sulla realtà del tempo non solo con la molteplicità di iniziative a cui si è accennato ma, anche perché i mistici tenevano corsi per gli insegnanti delle scuole che, evidentemente, avrebbero a loro volta inciso sulla formazione dei giovani e promosso le finalità del fascismo. In conclusione, la Scuola visse circa dieci anni, solo cinque dei quali capitanata da Giani, il vero artefice della sua parziale affermazione nel panorama culturale dell’epoca.



    Tomas Carini, Niccolò Giani e la Scuola di Mistica Fascista, Mursia, Milano 2009, pp. 272, € 19








    Intervista a Tomas Carini sulla Scuola di mistica fascista
    Ultima modifica di stanis ruinas; 07-03-11 alle 12:10
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