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Discussione: Il popolo si riunisce

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    Predefinito Il popolo si riunisce

    Il popolo si riunisce

    10 settembre 2010

    di Aldo Capitini


    Questo testo, risalente probabilmente al 1948, è uno dei tantissimi che Aldo Capitini scrisse per sostenere la sua iniziativa di “democrazia dal basso”.


    Dopo la liberazione dal regime fascista, nel quale il popolo si riuniva solo ad ascoltare, ci si è incominciati a riunire, invece, per parlare ed ascoltare, per esaminare insieme i vari problemi del momento. E il metodo si è venuto estendendo lentamente ad ogni riunione: e perfino nella scuola, un tempo luogo per eccellenza del metodo “cattedratico” si ama far posto alla discussione ed alla posizione di problemi “dal basso”.


    Tra i vantaggi più evidenti di questo costume è quello, così importante per noi italiani, dell’incontro degli intellettuali e del popolo, e dello scambio, e della scuola reciproca, dei linguaggi, delle mentalità. In genere l’intellettuale porta una maggiore facilità raziocinante, l’uomo meno colto impara ad inquadrare i suoi problemi negli altri e a dar loro una più larga prospettiva. Ciò non significa che essi perdono la loro radice e la loro forza; ma vengono a mostrare più evidenti i nessi con altri problemi.


    Quando, per esempio, al Centro di Orientamento Sociale (COS) di Perugia, istituito dopo la liberazione per l’esame periodico dei problemi amministrativi, sociali, politici, culturali, ascoltavo le proteste, le sante proteste delle donne per fatti come il carbone bagnato o la scarsa vendita del latte, era facile mostrare come essi fossero in rapporto con un controllo da esercitare sulle amministrazioni, con una organizzazione migliore e antiprivilegiata. E quando, da più di un anno, fu imposto al COS di Perugia e a quello di Firenze il tema della “pace”, anche qui l’uomo semplice e schietto che affermava la sua esigenza di “pace”, era facile mostrare in quale quadro essa andasse collocata.


    Bisogna purtroppo dire che questo costume è finora rimasto allo stato di abbozzo, sia perché c’è chi non lo difende con abbastanza vigore, sia perché c’è chi lo cancella con vigilante “solerzia”. Secondo me, anche il comizio, il grande comizio dove uno parla, e ragiona e inveisce, e poi se ne va, doveva esser molto ridotto, possibilmente eliminato. E al suo posto dato mano a fondare periodiche riunioni settimanali, bisettimanali (a Perugia per anni ci siamo riuniti il lunedì per i problemi locali e il giovedì per i sociali e culturali, ed avevamo, inoltre, otto COS regionali) aperte all’intervento e alla parola di tutti, dirette da un Comitato di persone di varie tendenze, non negando mai la parola a nessuno, in una educazione concreta di nonviolenza e di nonmenzogna.


    Se si pensa che per anni al COS di Perugina, di Ferrara, di Arezzo e di altri luoghi sono intervenute le “autorità”, i capi delle amministrazioni e di tutti gli enti ed istituti pubblici ad ascoltare e parlare, si capisce quale educazione, quale stimolo, quale vaglio sia questo costume per segnalare chi può mostrare in pubblico tutte le sue carte; e chi no! Se ci fossero questi COS in tutte le più che ventimila parrocchie italiane, e lì, nella lingua di tutti e senza esclusione di eretici e reprobi, si trattassero i problemi di tutti, quale alta celebrazione spirituale e sociale! Quale organo di smascheramento di pregiudizi e di privilegi!


    E c’è un altro elemento, la costanza, dopo la liberazione, ne siamo stati privi, e per questo si è estesa la “restaurazione” al posto di un rinnovamento. Ci siamo appassionati, per esempio, per una nuova Costituzione; e poi siamo passati ad altro, e non abbiamo continuato ad insistere per l’attuazione e approfondimento di quei punti. Ci appassioniamo ora tutti per la pace; poi si metterà la cosa a riposo. E invece bisogna insistere; e migliaia di COS dovrebbero svolgere tutti gli aspetti del problema e controllare costantemente la situazione.


    Se i COS sono tenuti nello spirito che ho detto, nessuna forza governativa può impedirne la costituzione e il funzionamento; e gli uomini politici italiani alle mie esortazioni a costituire, di là dal lavoro di partito, COS come spazi liberi e nonviolenti, non hanno finora riflettuto che una volta istituiti in larghissima scala, la loro eventuale soppressione dall’alto mostrerebbe agli occhi di tutti i passi della dittatura.


    (da “Azione Nonviolenta”, settembre-ottobre 1978)
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Il popolo si riunisce

    Grazie per aver postato tale documento, è stata una lettura davvero interessante, che fa riflettere su come anche oggi avremmo bisogno di gente come lui.
    Controllori di volo pronti per il decollo,
    telescopi giganti per seguire le stelle
    (F. Battiato, No time no space)

  3. #3
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    Predefinito Rif: Il popolo si riunisce

    Dove si colloca l’azione nonviolenta

    13 settembre 2010

    di Aldo Capitini


    Questo testo è costituito da appunti preparati da Capitini per la riunione della War Resister’s International dell’agosto 1968 e datati 29 luglio 1968.


    Il problema della collocazione dell’azione nonviolenta è molto importante. Jean van Lierde ha messo bene in evidenza la necessità di stare all’opposizione. Ecco i punti in cui credo si possa articolare la nostra posizione:


    1) Il nostro dissenso della varia violenza degli Stati dell’Occidente e dell’Oriente è un preciso punto di partenza.


    2) Se ci troviamo accanto, per lo stesso fine, a forze che usano la violenza, la distinzione deve essere concreta e visibile a tutti, in modo che non sorgano confusioni. Lo sviluppo del metodo nonviolento deve essere così diverso nei sentimenti, nelle espressioni, nelle tecniche, che si deve arrivare all’atteggiamento di consapevole scelta di violenza o nonviolenza.


    3) Deve essere chiaro che se il metodo nonviolento sembra talvolta ottenere più lentamente i risultati e talvolta chiedere maggiori sacrifici, esso ha in sé il consenso per tutto questo, perché è un metodo che sviluppa la gioia di avvicinare di più gli esseri umani, che è cosa senz’altro positiva.


    4) I combattenti violenti, nella loro sconfitte per mancanza di armi o superiorità di armi negli avversari, nelle loro stanchezze per l’uso di mezzi ripugnanti come il terrorismo e la tortura, devono sapere che c’è al loro fianco una posizione di combattimento con un altro metodo. Brutto sarebbe non avere quest’ultima trincea.


    Debbo ora dire ciò che penso dei temi messi all’ordine del giorno:

    Si capisce sempre meglio che i nonviolenti non chiedono di essere integrati nelle società esistenti, ma di essere integrati nei pacifisti, nei poveri e negli sfruttati, negli oppressi di tutti i sistemi politici. E’ qui dove si svolge il loro compito di animatori di profeti, di testimoni, sviluppando la solidarietà e il controllo dal basso da parte di tutti, perché i nonviolenti guardano sempre all’orizzonte di tutti.


    Sarebbe un errore credere che il movimento nonviolento possa mettersi al servizio del popoli che vogliono avere uno Stato indipendente, con un bell’esercito, ecc., secondo il vecchio modo di fare la politica. Il movimento nonviolento può dare il suo aiuto solo se il nuovo Stato vuole viviere su un piano di democrazia diretta, di pacifismo integrale, di proprietà pubblica aperta al bene di tutti, di piena libertà di informazione e di critica per tutti i cittadini. E’ assurdo pensare che il movimento nonviolento debba aiutare per arrivare a regimi politici come quelli dell’Algeria, dell’Egitto, e anche dell’India. L’era della nonviolenza comprende il rinnovamento di tutti i modi civili, da preparare nei decenni, e non deve dare il suo sale a svanire dentro le vecchie politiche.


    Mi sia permesso di citare la mia esperienza personale. Durante il regime fascista ho sperato che gli italiani si liberassero dal fascismo con la non collaborazione, e ho dato il mio esempio. Purtroppo i religiosi tradizionali non hanno aiutato la nonviolenza. Così è andato avanti un altro tipo di liberazione, e non si è avuto un popolo nuovo, ma un popolo con tutti i vecchi atteggiamenti di prima del fascismo.


    Il movimento nonviolento vede la liberazione “nazionale” in una liberazione-trasformazione del potere vecchio in un potere nuovo. Non può fornire uomini nuovi per acquistare ed esercitare il potere, e perché si trasformi il modo di esercitarlo, all’interno in modo aperto all’aiuto quotidiano da parte di tutti, all’estero, con un continuo pacifico dare e ricevere. Perciò bisogna sempre svolgere la critica alla vecchia politica per stimolare l’immaginazione e la creazione. Nei riguardi degli oppositori violenti, i nonviolenti assimilano e studiano le loro critiche che sono utili (per esempio, il Marx), ma hanno fiducia di sviluppare un sistema costruttivo diverso, scavando nelle risorse della nonviolenza. Perlomeno dove non sia possibile svegliare tutti e subito nonviolentemente, per esempio nelle varie campagne dell’America del Sud, la nonviolenza può togliere armati per la repressione, l’oppressione, lo sfruttamento, l’inganno proprietaristico, e porre le premesse di interventi puri, per esempio aggruppando giovani già nelle città come teste di ponte per domani verso le campagne.


    Circa i temi dell’addestramento e dell’opera della W.R.I.:

    Bisogna affermare il principio che la “difesa della patria” di cui si parla nelle Costituzioni, può avvenire mediante il metodo nonviolento, adeguatamente preparato. Sarebbe una conquista se questo principio fosse riconosciuto a livello statale. Potrebbe essere il punto di partenza per una struttura di difesa nonviolenta in caso di aggressione.


    La mia vecchia proposta di chiedere alle Nazioni Unite la formazione di un Ente per l’addestramento alla nonviolenza ha la difficoltà del timore di creare una forza rivoluzionaria, ma bisogna tuttavia insistere. Intanto la W.R.I. fa un’ottima cosa con il suo bollettino. Bisogna aumentare i corsi estivi di addestramento e la formazione di competenti “istruttori” disponibili in ogni estate.


    Bisogna arricchire le tecniche delle proteste nonviolente, perché facciano una migliore impressione sull’opinione pubblica, oltre scritte, disegni, volantini, sit-in, marce silenziose o cantanti. Si possono aggiungere “rappresentazioni” simboliste (play-ings) per esempio di morti e feriti per le guerre, di miseria, per lo sfruttamento e il razzismo, ecc. Bisogna aumentare la socievolezza delle proposte per associare amichevolmente e capire: fare proteste comprensibili dai ragazzi, che poi le riferiscono in famiglia, ecc.


    Siccome la stampa e la radio espongono inesattamente le imprese per le ragioni dei nonviolenti, bisogna emettere propri comunicati esplicativi e, per le cose importanti, fare opuscoli e numeri unici. Dare molta importanza alla buona opinione delle donne, purché bene informate.


    (da “Azione Nonviolenta”, settembre-ottobre 1978)
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  4. #4
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    Predefinito Rif: Il popolo si riunisce

    Citazione Originariamente Scritto da subiectus Visualizza Messaggio
    Grazie per aver postato tale documento, è stata una lettura davvero interessante, che fa riflettere su come anche oggi avremmo bisogno di gente come lui.
    di nulla, nel mio piccolo continuerò a postare, quando li trovo, gli scritti capitiniani
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

  5. #5
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    Predefinito Rif: Il popolo si riunisce

    La tutela del cittadino

    14 settembre 2010

    di Aldo Capitini


    Questo testo è costituito da una lettera che Aldo Capitini inviò il 27 gennaio del 1965 al presidente dell’Associazione Italiana Giuristi per intervenire nel dibattito che si era aperto nel mondo giuridico sul problema della “tutela del cittadino contro gli errori e gli abusi del potere”.


    L’iniziativa dell’Associazione Italiana Giuristi non mi ha trovato impreparato al problema. Già nel 1937, in un libro uscito da Laterza, ho scritto sul valore culminante dell’espressione di sé che fa il cittadino anche in organi appositi e consigli di autogoverno e controllo dal basso, proprio per superare la crisi di sfiducia dell’individuo e per impedire ai vasti organismi di irrigidirsi e chiudersi. E in uno scritto che girò clandestino nel 1937 (uscito poi in un libro da Einaudi) parlavo di “decentramento collettivistico”. Appena liberata Perugia cominciai quel Centro di Orientamento Sociale (COS) per discussioni periodiche aperte a tutti, su tutti i problemi, insistendo particolarmente su quelli amministrativi trattati dal pubblico e dalle autorità, insieme. I COS si moltiplicarono anche in piccoli paesi, ma dopo il 1948 né le amministrazioni locali né i partiti di opposizione si adoperarono per quella che era l’unica rivoluzione allora possibile: un COS in ogni parrocchia.


    Dopo questi venti anni di fallito rinnovamento e di mancata attuazione di quella società intellettual-popolare che avevamo auspicato, il cittadino non si sente né espresso né tutelato sufficientemente dalle istituzioni esistenti. Nel programma del movimento liberal-socialista fu ben caratterizzato un Quarto potere, che doveva essere una Corte Costituzionale, che controllasse, quanto alle norme di libertà, i partiti; che stabilisse organi di stampa veramente pubblici (noi vediamo oggi la grande sproporzione tra le opinioni dei proprietari della stampa quotidiana per il 90 per cento e le opinioni dei cittadini), che mantenesse la fedeltà della scuola e della radio ai principi della libertà e del dialogo. Non tale è stato poi costruito questo Quarto potere, e noi sappiamo che, pur nella complessa, utile e dotta attività della Corte, il Paese non ha visto, tra l’altro, affrontati e risolti con decisa limpidezza problemi vistosissimi, come quello della situazione di parecchie migliaia di cittadini ex-preti, banditi da impieghi pubblici.


    L’individuo non si sente espresso sufficientemente da ciò che esiste, né gli possono bastare i partiti, quali che essi siano, e le convocazioni quinquennali a fare un segno in una scheda. Io credo che in ciò stia anche una delle cause delle agitazioni sindacali. Le classi lavoratrici chiederebbero di contare di più, e quindi di avere maggiore potere, di essere chiamati ad amministrare insieme, con larghe corresponsabilità, generali. Siccome in queste, che pur sarebbero “riforme senza spese” non si vuol concedere nulla di sostanziale, i lavoratori si vedono ridotti alle lotte salariali. Insomma, qui c’è un problema di potere, di moltiplicazione di potere, di effettivo potere di tutti, ed è questa rivoluzione aperta e senza violenza che non si vuol fare e si dirigono tutti gli elogi verso il Parlamento, del quale il Paese e i parlamentari stessi conoscono bene le necessità ma anche i limiti.


    C’è una crescente divergenza tra il potere dei governi, che fanno possono fare cose gravissime e i cittadini che sentono una durezza e chiusura sulle loro teste, e cercano di salvarsi staccandosi dal mondo pubblico nell’indifferenza, nel divario, mentre nel subconscio cresce un desiderio di violenza e di rottura quale che essa sia. L’enorme errore delle spese per le armi, mentre tanta parte soffre la fame e con le armi cresce il pericolo della guerra: le armi alla Spagna fascista e al Sud Africa razzista; l’esclusione della Cina dall’ONU che entra in una grave crisi da cui usciranno imperi e non più una reale federazione universale, le tassazioni ingiuste e le ingiuste dispense dalle tasse: mille e mille cose, le più delle quali si ha anche cura di non dire al popolo, per cui soltanto pochissimi le sanno e non tutte, e anche nella classe intellettuale molti, davanti alla cattiva direzione pubblica, sono presi, come in ogni decadenza, dallo stoicismo o dall’epicureismo in forme elevate e sostanzialmente squallido.


    Il problema della “tutela del cittadino contro gli errori e gli abusi del potere” chiede una soluzione costruttiva. Io non conosco con esattezza i modi del funzionamento del “commissario parlamentare”, e perciò sono assolutamente favorevole a che se ne discuta in modo da scrutare gli aspetti positivi di questo nuovo istituto. Vengono subito alla mente i suoi probabili inconvenienti, principalmente questi: la estrema difficoltà di avere un commissario parlamentare indipendente ideologicamente e praticamente; l’enorme mole di proteste, richiami, segnalazioni, che il commissario dovrebbe smaltire. Faccio due considerazioni:


    1) Penso che le commissioni parlamentari potrebbero avere ognuna una segreteria stabile ed efficiente, capace di smaltire quesiti, proposte, proteste, in tre modi: rispondendo direttamente agli interessati dove si tratti di semplici informazioni; sottoponendo l’intervento del cittadino all’esame delle rispettive commissioni per avere una risposta; sollecitando le rispettive commissioni ad esaminare l’opportunità di trarne proposte di legge. Se si vuol dare maggior forza a tali segreterie, ognuno di esse potrebbe dipendere dalla figura rilevante di un “commissario parlamentare” per ogni commissione parlamentare.


    2) Sono del parere che questo istituto, adeguatamente attrezzato, debba essere accompagnato da un altro istituto, che rimedi ai difetti del primo, che sono di ricevere interventi di cittadini singoli molte volte sfasati e campati in aria, come avviene ad ogni giornale e ad ogni nome un po’ noto; di essere dall’alto; di essere lontano dalla periferia italiana e dai sacrosanti problemi locali. Perciò sostengo che ogni Comune istituisca centri sociali con riunioni periodiche aperte a tutti, dove avvengano discussioni su proposte e protesta, che raccolte potrebbero confluire ad una commissione comunale e ad una commissione provinciale, nominate dai rispettivi consigli. Queste commissioni dovrebbero vagliare gli interventi ricevuti, che per essere stati discussi insieme, sarebbero meno sballati; dirottare proposte e proteste agli uffici e ai consigli comunali e provinciali e alle commissioni parlamentari, dando a tutti una risposta. La spesa per questi centri sociali sarebbe minima, ed essi, una volta istituiti, servirebbero anche ad altri usi, per esempio il controllo delle tassazioni, la discussione dei programmi dei partiti in tempo di elezioni. Credo che i cittadini se li pagherebbero localmente volentieri questi centri, ma in un primo anno i Comuni potrebbero ricevere un contributo dallo Stato. Il massimo numero di questi centri sarebbe 50.000, uno per ogni mille abitanti, e, togliendo i bambini, i malati, i vecchi, gli assenti, gli svogliati, rimane un numero di persone che entra in una vasta sala anche scolastica. Penso che, come un tempo le scuole elementari per i fanciulli, oggi bisogna disseminare i centri sociali per gli adulti.


    Leggo spesso scritti molto pessimistici di competentissimi amici. Dal pessimismo totale mi salvano due cose:


    1) La persuasione che se le cose non si possono fare come maggioranza, si fanno come minoranza, come centro che dà; e come durante il fascismo, così davanti ai potenti e prepotenti di oggi, penso lo stesso, e sono certissimo che la loro potenza passerà.


    2) La persuasione del valore del metodo nonviolento che è l’ultima ma imprevedibile trincea per la lotta contro i duri governi, metodo che dovremo tutti imparare nelle sue tecniche per lottare contro gli imperi, le sopraffazioni ideologiche, gli sfruttamenti, le decisioni di guerra, nella evidente superiorità di non volere la distruzione degli avversari.


    Questo mio è un contributo del tutto personale. Ma se si costituisce un gruppo per l’ulteriore discussione del problema e coloro che hanno preso l’iniziativa, lo desiderano, potrei continuare il contatto e invitare anche “il potere è di tutti”, e il Movimento nonviolento per la pace a dare un loro rappresentante e si potrebbe tenere una riunione presto.


    (da “Azione Nonviolenta”, settembre-ottobre 1978)
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Il popolo si riunisce

    La responsabilità dello scrittore

    15 settembre 2010

    di Aldo Capitini


    Questo testo risale al 19 maggio 1959. Con questo intervento Capitini intervenne, facendo delle osservazioni, su una traccia di relazione che Guido Piovene aveva preparato per un convegno fiorentino su “La responsabilità dello scrittore”, indetto dalle riviste “Nuovi Argomenti”, “Il Ponte”, “Il Contemporaneo”, “Paragone”, “Il Pensiero critico”. La tematica proposta al Convegno era costituita da quattro punti:

    1) E’ veramente superata la lotta tra fascismo e antifascismo? Non assistiamo forse a fenomeni involutivi – non ancora sufficientemente individuati e chiariti – in cui si possono ravvisare nuovi sintomi e nuove forme di fascismo? Di fronte a tali pericoli vi sono nuove forze intellettuali di resistenza sufficientemente vitali ed adeguate a fronteggiarli?

    2) Ammesso che la cultura per poter agire positivamente nell’ambito della vita sociale non può più essere puramente individualistica, ma richiede forme organizzate, quali possono essere tali forme, in quali campi possono spingersi e a quali limiti devono sottostare?

    3) Quale la parte dell’arte in rapporto alle altre forme di cultura e alla loro organizzazione?

    4) La formula di un’arte nazionale-popolare, nel cui quadro ha operato larga parte della cultura di sinistra nel dopoguerra, è risultata feconda e sufficiente?


    Convengo su alcuni punti della relazione di Guido Piovene, ma non sono d’accordo su altri, e soprattutto non approvo l’atteggiamento generale, il metodo con cui la questione è affrontata.


    Osservazioni verissime sono quelle:

    1) Sul fascismo o qualche cosa di molto simile, come estrema ratio per i gruppi conservatori.

    2) Sulla tendenza di molti uomini di cultura di tirarsi in disparte.

    3) Sulla propensione, specialmente fra i giovani, ad occuparsi in astratto di questioni politiche e sociali.

    4) Sulla prossima situazione difficile dell’intellettuale sincero.

    5) Sulla mancanza di libertà della stampa di grande diffusione.

    6) Sulle riserve quanto alla formula dell’arte “popolare” e “nazionale”.

    7) Sulla resistenza da fare e sul dialogo riaperto in Francia tra l’intera sinistra laica e antifascista.


    Quello che non approvo non è tanto il riserbo sulla qualità dell’impegno e il carattere della posizione da prendere, riserbo che potrebbe essere per non voler pretedeterminare la discussione e l’esposizione delle varie opinioni, con una soluzione già pronta a cui dire sì o no quanto il nessun segno di una fede, di un affetto, di un appassionamento, che in questo caso sarebbe l’unico segno di concretezza, perché porterebbe oggetti e realtà concrete, al posto di analisi e diagnosi che finiscono con se stesse.


    E’ chiamo, mi sembra, che la migliore definizione che si possa dare di “classico” nel campo della morale e della coscienza, è quella di una concezione che è aperta all’avvenire, cioè al fare qualche cosa in cui si crede, e si utilizza il dato storico e gli elementi di una situazione verso un miglioramento da fare. Questa concezione, anzi questo metodo, poggia sulla persuasione che il reale non sia compiuto.


    E’ evidente che in questo caso l’esame da compiere è su direzioni di fede, per vedere di quanta razionalità si armino, e quanto conto tengano delle situazioni concrete. E’ da questo humus calco e pieno di succhi che sorgono religioni, filosofie, culture, politiche. Quando una cultura va nell’accademico o nell’aulico, sorge e si diffonde una letteratura evangelica. Quando una filosofia si fa semplicemente analizzatrice e neutra e apolitica, gli sforzi della razionalità, per tutto intendere e tutto indirizzare, si arricchiscono di nuovi vigori religiosi. Quando l’individuo si ritira in se stesso, sfiduciato di poter influire sul mondo circostante, ci sono quelli che lavorano per una società e realtà di tutti, come se fossero soli, senza aspettare degli altri, perché certe volte, e sono i periodi decisivi, proprio questo si chiede agli uomini: ognuno di voi faccia di più e meglio che può, come se fosse solo, effettivamente migliaia e milioni saranno e, forse già sono con lui, perché la vita dello spirito nella produzione dei valori è intimamente corale. Manca nella relazione di Piovene il minimo intravedere l’orizzonte di tutti; e se non si fa così, si ricade prima o poi nel presentare i meandri della coscienza propria ed altrui all’occhio di Dio, come se ancora si potesse perpetuare un modo di vedere la religione come rapporto del singolo individuo con Dio e null’altro.


    Non sono affatto d’accordo sul ritenere un chiasso inutile, anzi utile all’avversario, gran parte della polemica diretta contro la Chiesa cattolica. E’ strano che qui Piovene, che tiene tanto a distinguersi dai politici dell’estrema sinistra, si trovi accanto a loro che d’altra parte si giustificano con il motivo di non dividere le masse. Se si ha una fede e una concezione, come dicevo, classica di essa, non si può che operare conseguentemente, perché fiorisca largamente in Italia una vita religiosa diversa da quella tradizionale (che è responsabile dei tre quarti dei mali della società italiana, e di quelli del quindicennio dopo la Liberazione). Che questa costruzione religiosa debba esser fatta con purezza, con profondità, e non con parole grossolane, lo penso e lo desidero certamente. Ma ho l’impressione che tale peccato di grossolanità non sia molto diffuso nella parte dei liberi cristiani e dei liberi religiosi di oggi, e sia piuttosto dall’altra parte.


    E perché Guido Piovene non tragga fuori anche lui, che pure è un uomo di gusto, la frase dei “predicatori astratti”, mi sia permesso di richiamare due problemi profondamente tormentosi, e di dimensioni grandiose:


    Come vedere l’incontro dell’Occidente con l’Oriente asiatico e i popoli di Bandung? Forse con un impero contro imperi, con guerre e contro-guerre, al modo dell’Impero romano e con le aquile statunitensi?O non piuttosto con un poderoso sforzo di unificazione, associando a piani giganteschi di collaborazione, un animo assolutamente nonviolento ed aperto di là delle religioni tradizionali che non hanno insegnato agli europei a non collaborare con le guerre, con gli imperialismi, con il capitalismo?


    Come vedere il problema del punto in cui il prepotere confessionale, influente e insolente, dovrà trovare una reazione, che potrebbe essere terribile, degli ingannati, dei discriminati e licenziati, dei trastullati con leggende? Non dovremmo anche qui liberarci dal vecchio e portare dal basso il meglio che abbiamo, aggiungendo cultura, poesia, libertà, nonviolenza, all’inevitabile sollevazione di ciò che oggi è battuto e illuso?


    Ecco problemi grossi, ecco il sacrosanto metodo dell’aggiunta, da consigliare, impostare e praticare piuttosto che sfogliare la margherita del “m’impegno” e “non m’impegno”.


    Premesso questo, che è il massimo orizzonte attuale, credo che possiamo meglio rispondere alla tematica proposta per il convegno di Firenze.


    1) Il fascismo prevalse perché riuscì a separare gli intellettuali e il popolo, manovrando il patriottismo scolastico e le inerzie tradizionali e parrocchiali degli italiani, come se i contadini che volevano la terra, promessa sul fronte di combattimento, e gli operai, che volevano i consigli di gestione, offendessero qualche cosa di essenziale. Così oggi si utilizza a scopo interno l’antagonismo dei blocchi politico-militari, si diffonde il senso del pericolo di qualche cosa di essenziale, e si alimenta l’immaginazione comune con soddisfazioni pseudo-natalizie. E i clerico-consevatori, se ne vedranno le brutte nelle elezioni, faranno pasticci e truffe. Bisogna che gli intellettuali sentano la loro saldatura con le moltitudini di ogni Asia che ogni paese ha.


    2) La forma di questa saldatura è il porsi accanto alle moltitudini nelle grandi questioni: lavoro, scuola, pace, liberazione religiosa. Danilo Dolci è un grande esempio di ciò. Durante il fascismo ci accorgemmo della gioia che c’era nei popolani rimasti socialisti e comunisti, malgrado le botte, se vedevano che qualcuno di noi intellettuali era con loro; e così si preparava la Resistenza. Oggi bisogna riprendere intensamente questa prassi. Io ho esperienza di due tentativi, il secondo dei quali è in sviluppo: il primo è il COS, Centro di Orientamento Sociale per l’esame dei problemi amministrativi e sociali, l’altro è il COR, Centro di Orientamento Religioso, periodicamente aperto ai problemi religiosi. C’è poi il campo della scuola, nel quale tutti, anche gli scrittori ed artisti, dovrebbero schierarsi.


    3) L’arte va distinta dall’artista, che come uomo dovrebbe unirsi ai vari modi di risolvere in comune i problemi attuali, dai religiosi agli amministrativi.


    4) Credo che sia una limitazione porre la cultura di sinistra come unicamente indirizzata alla formula di arte nazionale-popolare. Questo non è che un aspetto: ma ce n’è un altro, che secondo me, ha più importanza, ed è la formazione di un senso di comunità di valori e di coralità, di umanità dilatata al massimo e aperta, per cui trovarsi con popoli diversi è già scontato, e quasi non ci si bada più, in nome di una liberazione sociale e religiosa da basso e risanatrice.


    (da “Azione Nonviolenta”, settembre-ottobre 1978)
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    Predefinito Rif: Il popolo si riunisce

    DOVE SI COLLOCA L’AZIONE NONVIOLENTA

    30 luglio 2010

    di Aldo Capitini

    Lo scritto che segue è costituito da appunti preparati da Aldo Capitini per la riunione della War Resister’s International dell’agosto 1968 e datati 29 luglio 1968.



    Il problema della collocazione dell’azione nonviolenta è molto importante. Jean van Lierde ha messo bene in evidenza la necessità di stare all’opposizione. Ecco i punti in cui credo si possa articolare la nostra posizione.



    1) Il nostro dissenso dalla varia violenza degli Stati dell’Occidente e dell’Oriente è un preciso punto di partenza.



    2) Se ci troviamo accanto, per lo stesso fine, a forze che usano la violenza, la distinzione deve essere concreta e visibile a tutti, in modo che non sorgano confusioni. Lo sviluppo del metodo nonviolento deve essere così diverso nei sentimenti, nelle espressioni, nelle tecniche, che si deve arrivare all’atteggiamento di consapevole scelta di violenza e nonviolenza.



    3) Deve esser chiaro che se il metodo nonviolento sembra talvolta ottenere più lentamente i risultati e talvolta chiedere maggiori sacrifici, esso ha in sé il compenso per tutto questo, perché è un metodo che sviluppa la gioia di avvicinare di più gli esseri umani, che è cosa senz’altro positiva.



    4) I combattenti violenti, nelle loro sconfitte per mancanza di armi o superiorità di armi negli avversari, nelle loro stanchezze per l’uso di mezzi ripugnanti come il terrorismo e la tortura, devono sapere che c’è al loro fianco una posizione di combattimento con un altro metodo. Brutto sarebbe non avere quest’ultima trincea.



    Debbo ora dire ciò che penso dei temi messi all’ordine del giorno:



    1) Si capisce sempre meglio che i nonviolenti non chiedono di essere integrati nelle società esistenti, ma di essere integrati nei pacifisti, nei poveri e negli sfruttati, negli oppressi di tutti i sistemi politici. E’ qui dove si svolge il loro compito di animatori di profeti, di testimoni, sviluppando la solidarietà e il controllo dal basso da parte di tutti, perché i nonviolenti guardano sempre all’orizzonte di tutti.



    2) Sarebbe un errore credere che il movimento nonviolento possa mettersi al servizio dei popoli che vogliono avere uno Stato indipendente con un bell’esercito, ecc., secondo il vecchio modo di fare la politica. Il movimento nonviolento può dare il suo aiuto solo se il nuovo Stato vuol vivere su un piano di democrazia diretta, di pacifismo integrale, di proprietà pubblica aperta al bene di tutti, di piena libertà di informazione e di critica per tutti i cittadini. E’ assurdo pensare che il movimento nonviolento debba aiutare per arrivare a regimi politici come quelli dell’Algeria, dell’Egitto, e anche dell’India. L’era della nonviolenza comprende il rinnovamento di tutti i modi civili, da preparare nei decenni e non deve dare il suo sale a svanire dentro le vecchie politiche.



    3) Mi sia permesso di citare la mia esperienza personale. Durante il regime fascista ho sperato che gli italiani si liberassero dal fascismo con la non collaborazione, e ho dato il mio esempio. Purtroppo i religiosi tradizionali non hanno aiutato la nonviolenza. Così è andato avanti un altro tipo di “liberazione”, e non si è avuto un popolo nuovo, ma un popolo con tuttii vecchi atteggiamenti di prima del fascismo.



    4) Il movimento nonviolento vede la liberazione “nazionale” in una liberazione-trasformazione del potere vecchio in un potere nuovo. Non può fornire uomini nuovi per acquistare ed esercitare il potere come si fa da secoli. Se i nonviolenti aiutano per il potere, è perché si trasformi il modo di esercitarlo, all’interno in modo aperto all’aiuto quotidiano da parte di tutti, all’estero, con un continuo pacifico dare e ricevere. Perciò bisogna sempre svolgere la critica alla vecchia politica per stimolare l’immaginazione e la creazione. Nei riguardi degli oppositori violenti, i nonviolenti assimilano e studiano le loro critiche che sono utili (per es. il Marx), ma hanno fiducia di sviluppare un sistema costruttivo diverso, scavando nelle risorse della nonviolenza. Perlomeno dove non sia possibile svegliare tutti e subito nonviolentemente, per esempio nelle varie campagne dell’America del Sud, la nonviolenza può togliere armati per la repressione, l’oppressione, lo sfruttamento, l0inganno proprietaristico, e porre le premesse di interventi puri, per esempio aggruppando giovani già nelle città come teste di ponte per domani verso le campagne.



    Circa i temi dell’addestramento e dell’opera della W.R.I.:



    1) Bisogna affermare il principio che la “difesa della patria” di cui si parla nelle Costituzioni, può avvenire mediante il metodo nonviolento, adeguatamente preparato. Sarebbe una conquista se questo principio fosse riconosciuto a livello statale. Potrebbe essere il punto di partenza per una struttura di difesa nonviolenta in caso di aggressione.



    2) La mia vecchia proposta, di chiedere alle Nazioni Unite la formazione di un Ente per l’addestramento alla nonviolenza non ha la difficoltà del timore di creare una forza rivoluzionaria, ma bisogna tuttavia insistere. Intanto la W.R.I. fa un’ottima cosa col suo bollettino. Bisogna aumentare i corsi estivi di addestramento e la formazione di competenti “istruttori” disponibili in ogni estate.



    3) Bisogna arricchire le tecniche delle proteste nonviolente perché facciano una migliore impressione sull’opinione pubblica, oltre scritte, disegni, volantini, sit-in, marce silenziose o cantanti. Si possono aggiungere “rappresentazioni” simboliste (playings),per esempio di morti e feriti per le guerre, di miserie per lo sfruttamento e il razzismo, ecc. Bisogna aumentare la socievolezza delle proposte, per associare amichevolmente a capire; fare proteste ben comprensibili dai ragazzi, che poi le riferiscono in famiglia, ecc.



    4) Siccome la stampa e la radio espongono inesattamente le imprese e le ragioni dei nonviolenti bisogna emettere propri comunicati esplicativi e, per cose importati, fare opuscoli e numeri unici. Dare molta importanza alla buona opinione delle donne, purché bene informate.
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il popolo si riunisce

    chiedo alla moderazione se è possibile gentilmente modificare il titolo della presente discussione in L'Azione Nonviolenta di Aldo Capitini

    grazie
    Non credo nelle ideologie chiuse, da scartare e usare come un pacco che si ritira nell'ufficio postale (Marco Pannella)

 

 

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